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Banche: qualche chiarimento sul rapporto tra spread e tassi di interesse sui mutui

L’aumento dello spread sui titoli di stato che si è registrato negli ultimi nove mesi, in particolare fino a febbraio del 2019, ha avuto un impatto sulle famiglie in quanto chiedere un mutuo è diventato più costoso. A confermarlo è l’annuale rapporto Bankitalia sulla stabilità finanziaria che riporta: “ll rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato si sta trasmettendo gradualmente al costo dei nuovi finanziamenti. Rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base, mentre quelli sui mutui a tasso variabile si sono mantenuti stabili” e visivamente lo si apprezza con il grafico di seguito (linea rossa a destra che tende a rialzarsi nell’ultimo tratto)

Almeno fino a febbraio, come si diceva all’inizio, perché secondo gli ultimi dati Abi il tasso medio sulle nuove erogazioni per l’acquisto di abitazioni a marzo è sceso all’1,87%, allineandosi più o meno ai livelli di marzo 2018.

Secondo quanto riportato dal rapporto, l’aumento interessa solo i nuovi mutui e, tra questi, solo quelli a tasso fisso perché, come evidenziato da Ilsole24ore ma anche da Altroconsumo in più occasioni, non c’è correlazione tra Euribor, il tasso interbancario a cui sono agganciati molti mutui a tasso variabile, e l’andamento dello spread.

Fonte grafico: Ilsole24ore

Il punto, dunque, su cui ragionare è: perché aumentano i tassi dei mutui nuovi e a tasso fisso?
I tassi d’interesse sui mutui crescono perché le banche, come sottolinea Bankitalia, incontrano maggiori difficoltà nel loro indebitamento obbligazionario e quindi: “il maggior costo dei nuovi mutui riflette verosimilmente l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionari”. Cioè i maggiori costi che le banche affrontano per indebitarsi, grazie anche alle tensioni sui titoli di Stato, le costringono ad offrire a loro volta denaro in prestito (credito) ad un costo maggiore.
Tale aumento sui fissi, tra l’altro, potrebbe portare le famiglie a preferire i tassi variabili per conseguire un risparmio immediato, invertendo la scelta storica del “certo per l’incerto”. Normalmente infatti la famiglia tipo preferisce pagare qualcosina in più all’inizio per mantenere la certezza di una rata costante nel tempo e proporzionata alla propria dichiarazione dei redditi. Eventuali tensioni sui mercati dei tassi potrebbe alla lunga essere pericolosa per l’aggregato famiglie e questo pone in allarme sia Bankitalia che il Corriere della Sera e Ilsole24ore, da sempre notoriamente schierati a difesa degli interessi dei cittadini.
L’incertezza sui tassi d’interesse è legata all’incertezza dell’economia del libero mercato che impedisce ai titoli di stato di essere asset sicuri e di cui lo spread è un termometro. Rimandare le colpe di tutto questo al governo in carica, in qualsiasi momento storico e di qualsiasi colore sia, è un voler parlare degli effetti senza arrivare alle cause.
Questo piace soprattutto a chi non ha necessità di avere un mutuo per comprarsi una casa e preferisce che a decidere se debba fallire o meno Carige sia Black Rock piuttosto che una banca centrale o uno Stato, istituzioni che interverrebbero nell’interesse dei risparmiatori e della comunità.
Il costo dello spread si sta trasferendo dunque sul segmento dei mutui a tasso fisso, aumento limitato ma percepibile, il che potrebbe portare ad un aumento di rischio finanziario futuro in capo alle famiglie ma questo solo perché sia gli stati che le banche centrali non stanno facendo il loro lavoro di tenere sotto controllo l’economia lasciando che il mercato finanziario stabilisca il tasso di interesse dei titoli di stato e togliendo le garanzie statali alle banche commerciali. E mentre politici ed esperti del settore continuano ad occuparsi del colore delle tende, l’edifico continua a sprofondare nelle sabbie mobili.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Titoli di Stato: non sono loro il pericolo per le banche

Nei tempi moderni, con comici meno geniali di Charlie Chaplin, uno dei problemi della banche è la loro ‘esposizione’ in titoli di Stato. Le banche italiane hanno in pancia circa 400 miliardi di titoli italiani per una percentuale di oltre il 10,7% del totale degli attivi. Rispetto ad altri Paesi europei una specie di primato, la Spagna, ad esempio, arriva solo a circa 200 miliardi per un 7,6% del totale degli attivi.


Esposizione in titoli domestici delle banche europee. Dati in miliardi di euro, scala sinistra e in percentuale, scala destra (Fonte: grafico elaborato da Ilsole24ore su dati Bce)

Ovviamente parliamo soprattutto di titoli a lunga scadenza perché è su questi titoli che si concentra l’altalena dello spread e soprattutto la speculazione, che per poter guadagnare dalle variazioni di prezzo ha bisogno di operare su lunghi periodi di tempo.
Quando lo spread sale il prezzo dei titoli cala e di conseguenza ha effetti negativi sul capitale di vigilanza delle banche, ovvero sul cosiddetto Cet1 Ratio, quel parametro che serve a misurare la solidità di un istituto. Per effetto dello spread in rialzo nel 2018, ad esempio, Intesa Sanpaolo ha ridotto la sua capitalizzazione di 45 punti mentre Unicredit di 39 punti; Ubi Banca di 52; Banca Mps di 67; Banco Bpm di 70 punti (fonte: Ilsole24ore).
Ovvia conseguenza di tale situazione è una perdita del valore degli istituti bancari anche sulle borse dove, appunto, i titoli bancari stanno registrando perdite continue contribuendo alla perdita generale di capitalizzazione delle stesse.
Eventi che si vuole far passare come eccezionali, distribuendo genesi e colpe e mistificando la semplice normalità di un sistema lasciato a se stesso. Tutto si dice e si scrive, tranne ammettere che quanto accade è la logica conseguenza della scelta di affidarsi alle dinamiche del mercato piuttosto che all’indirizzo statale e ai bisogni reali della maggioranza delle persone, che ha generato, tra le tante conseguenze, anche quella dell’instabilità bancaria e dell’insicurezza dei risparmiatori.
In un sistema del genere i titoli di Stato, utilizzati per finanziare lo Stato attraverso lo strumento delle Banche Centrali nate per garantire e rendere sicuro il debito del “sovrano”, diventano spazzatura e fonte di preoccupazione. Il tutto, per quelli attenti, a volte si confonde con la mistificazione politica.

I giornali e le pagine finanziarie si fermano ai dati tecnici, raccontano di come o cosa fare per ridurre l’esposizione dei titoli di stato al fine di evitare che le banche diventino troppo fragili e siano troppo esposte ai mercati, ma non arrivano alla scelta di base. I mercati sono amici del sistema e anzi tutti, dalla banca centrale europea a Bankitalia, dai rappresentanti europei a quelli nostrani, fanno a gara per tutelarli e lasciarli quanto più indipendenti si possa immaginare. Perché tutti, in particolare prima delle elezioni, ci tengono a dichiararsi liberali o liberisti, non senza la necessaria confusione semantica, perché nell’immaginario collettivo oltre il liberale e il liberista c’è il fascista o il comunista passando per il populista e il sovranista. Insomma quello che ci dicono realmente è: tranquilli noi vogliamo che tutto rimanga esattamente com’è adesso, anche le vostre lamentele.
Di conseguenza nessuno affronta seriamente il fatto che il problema nasce dalla scelta che il prezzo dei titoli di stato debba farlo il mercato, nessuno lo mette in discussione e nessuno dà i necessari spazi di discussione, o di democrazia, per rielaborare la scelta e quindi, di grazia, perché poi lamentarsi?

E come sostituire i 400 miliardi di titoli di stato in pancia alle banche? Potremmo fare come suggerisce il movimento internazionale Positive Money, molto attivo in Gran Bretagna, e quindi assicurare una specie di ‘pareggio di bilancio’ tra attivi e passivi, cioè prestare solo quello che si ha in cassaforte. In parole povere le banche dovrebbero avere tanti risparmi per quanti prestiti hanno intenzione di fare, ma a me piace utilizzare la carta di credito e quindi non sono di quest’opinione, anche se qualche tempo fa l’idea non mi era sembrata malvagia.
Nella nostra economia moderna le banche hanno il compito di far girare l’economia fornendo credito ma hanno anche il dovere di essere solide, di non fallire, di rassicurare i risparmi dei cittadini e di assicurare la moneta in circolazione sotto forma di credito. Per farlo non hanno molte opzioni, sempre se vogliamo rimanere in un’economia moderna e quindi attuale.
Le banche devono essere garantite e controllate dallo Stato attraverso una banca centrale dipendente dalle istituzioni pubbliche e non dai mercati. Le banche devono essere garantite a monte perché è ovvio che non hanno il denaro che prestano e che mettono in circolazione, creano denaro quando prestano e quindi quello che gira, e che permette all’economia di sostenere se stessa attraverso gli scambi, non può essere garantito solo dalla banca di turno o dall’allineamento di Giove con Marte, ma deve essere garantito da un solido sistema Parlamento-Stato-banca centrale. Altrimenti crolla, e per ricordarlo ai ferraresi c’è Carife.
Nel momento in cui il sistema riprende il suo corso normale i Btp ritornano a essere un asset sicuro perché uno Stato non può fallire su questo, potendo in ogni momento soddisfare le richieste di rinnovo dei titoli. Ma questo è vero solo se uno Stato è proprietario della sua moneta e della sua politica economica e di bilancio, ovvero se è sovrano come ad esempio lo stato italiano citato nella Costituzione, che però non esiste più da tempo. Oggi il titolo di stato non è più un titolo sicuro semplicemente perché è affidato al libero gioco dei mercati finanziari, a differenza di quanto succede ad esempio in Giappone dove i titoli di stato sono venduti alle famiglie e agli istituti giapponesi e quindi rappresentano solo un modo tra quelli possibili di far girare la moneta e quindi l’economia.
Certo, si dirà, però il Giappone cresce meno dell’Europa, il che è quanto dire! Sarà pure vero se calcoliamo la crescita attraverso il pil e le ‘fredde’ statistiche, ma se consideriamo la cosa, per esempio, dal punto di vista della disoccupazione scopriamo che quella giapponese ruota intorno al 3%, mentre noi fatichiamo a scendere sotto il 10%. Oppure potremmo calcolare la cosa in termini di efficienza e capacità di spesa, e qui scopriamo che loro ricoprono baratri e rifanno strade in un paio di notti mentre noi impieghiamo anni, quando ci viene permesso, per coprire un paio di buche nella piazza principale del paese. Loro ricostruiscono dopo gli Tsunami e i disastri nucleari mentre noi fatichiamo a rifare l’orlo al Castello estense perché prima dobbiamo rimettere a posto il foglio di bilancio statale, cioè il nulla.

Quindi le banche non sono in pericolo perché hanno in pancia asset poco sicuri come i titoli di Stato, ma l’economia è in pericolo perché qualcuno ha scelto che bisogna rendere dipendenti dal mercato i titoli di Stato, che le banche non debbano essere garantite dagli stati e che questi non possano controllare l’emissione dei titoli, l’interesse e la circolazione della moneta nonché l’emissione e la circolazione del credito bancario.
Le banche sono come il clima senza però una Greta Thunberg. Già tutte fallite e vittime di un sistema che non ha voglia di cambiare e di rigenerarsi perché costringerebbe troppi ricchi e potenti a fare un passo indietro.

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Ferrara, Santini e vecchi merletti

“Vedi quello là? Ieri a g’ò dà tarsent miliòn”. Eravamo sul marciapiede di testa della stazione Termini in attesa del rapido per Venezia, e naturalmente per Ferrara. L’amico Alfredo Santini, con la sua brava cartella di cuoio sotto braccio, sembrava in attesa d’incontrare un conoscente per scambiare due chiacchiere, possibilmente in dialetto. Amava il dialetto ferrarese Santini, una giornata nella capitale, dove si parla strascicato e le consonanti dure, come la ‘t’, diventano improbabili ‘d’, o peggio ancora, senti le ragazzine, anzi le regazzine, le bellissime pettorute romanine, urlare “come stai? Stai bane?”. Ecco, dopo una giornata di “bane”, dentro di te ripeti “bène, bène, bène” e vai tranquillo.

Santini cominciò a parlarmi della sua giornata, dei suoi incontri in Vaticano, dove aveva amicizie altolocate e dove – credo di non sbagliare – riceveva buoni consigli per condurre la banca verso intoccabili guadagni. In quel periodo Ferrara viveva dolcissimi momenti, tutto andava secondo i piani più ottimistici: il sindaco Soffritti passava da un successo all’altro, era riuscito a trovare i fondi per risanare le Mura, le mostre d’arte sotto la lungimirante direzione del maestro Farina erano diventate per l’intero movimento culturale internazionale termine di paragone da imitare, e attratto anche dalla vivacità della città era sbarcato il grande musicista Abbado. Città felice insomma.
Chi pagava? Dove non arrivava lo Stato, c’era sempre la Cassa di Risparmio, il cui presidente Santini era come la Madonna di Lourdes. Una improbabile esposizione di quadri d’autore dilettante? Santini firmava. Un romanzo d’amore stile romantico, dove i baci erano sempre languidi? Santini firmava. Cresceva così, accanto alla cultura seria, un muro di para-letteratura, troppo spesso appiccicosa. Alfredo Santini lo sapeva, ma a volte per convenienza politica, per educazione o per semplice gentilezza, faceva finta di niente. Fece diventare la banca la calda coscienza di Ferrara. Succedeva addirittura che offrisse incarichi ben pagati a persone la cui opera veniva dimenticata in solaio.
Ascoltare un dialogo in dialetto tra lui e il sindaco era piacevole, anche se non tutto era chiaro: Santini parlava con accento e vocaboli di un borgo molto lontano da quello in cui era nato Soffritti. Ricordo che quando tornai a Ferrara dal mio lungo peregrinare in Italia e in Europa e partecipai a una riunione di Giunta, rimasi stupito dal fatto che attorno al tavolone dell’assemblea il linguaggio ufficiale fosse il vernacolo di piazza Verdi o quello di Porta Mare.

Mi sembra, tuttavia, che queste considerazioni di tipo personalistico, soggettivo, non servano a spiegare quello che è successo in Italia e nel mondo, squassato da una tempesta imprevista, che si è rovesciata sui corpi, spesso ignudi, della povera gente, vecchia carne da macello come in guerra. I risparmiatori, quella fascia di cittadini che erano le colonne della società, sono stati spietatamente usati dai banchieri e si è arrivati perfino a stabilire che il povero cittadino frugale, per ritirare danaro messo da parte, deve dichiarare alla cassa della banca il motivo della richiesta; cioè i soldi non sono più suoi ma dell’istituto di credito.
Chissà che cosa direbbe oggi il mio professore di economia politica all’Università di Bologna, il grande Federico Caffè – il docente improvvisamente scomparso nel nulla molti anni fa quando cominciò a essere definitivamente superata l’economia della domanda e dell’offerta – lui così rigoroso e onesto, buttato lì in mezzo al branco di lupi pronti a scannare chiunque, come vuole il “mercato pilotato” dai banchieri-trafficanti di danaro e dagli uomini e di potere. Anche Santini era banchiere legato con filo di acciaio a una parte politica rafforzata dal credo religioso, ben cementato al dio capitale, ma certamente aveva la convinzione di essere nel giusto, umano e sovraumano.

D’altra parte questo è il mondo degli uomini padroni, chi si mette contro di loro è finito, viene schiacciato. Alle banche non interessa che in una città come Ferrara ci siano diverse migliaia di appartamenti vuoti e tante persone in cerca di un buco dove mangiare, dormire, fare l’amore, allevare i figli. Meglio la lotta selvaggia tra chi ha e chi non ha: la guerra è sempre lì che ci aspetta a braccia aperte. La città pare così precipitata in una crisi senza vie d’uscita: in centro stanno chiudendo i negozi uno dopo l’altro, chi può se ne va a Bologna o a Padova. Si, ha ragione chi afferma che la città sta morendo. Con buona pace di Alfredo, e anche nostra.

Meno debito pubblico non necessariamente vuol dire più benessere sociale

Il debito pubblico italiano è arrivato a 2.350 miliardi di euro mentre quello mondiale ha superato i 58.000 miliardi di dollari. Cifre enormi ma che allo stesso tempo non dovrebbero spaventare perché il debito pubblico non nasce per essere saldato, anzi la sua esistenza assicura che gli Stati stanno spendendo per il benessere dei cittadini. I dati di tutti gli indicatori mondiali confermano che un basso o inesistente debito pubblico corrisponde a un basso tenore di vita ovvero poca assistenza sanitaria, niente istruzione e risparmio assente.
Il debito pubblico mondiale nel suo complesso potrebbe essere tranquillamente coperto, da un punto di vista puramente contabile, dal fatto che il Pil mondiale supera gli 80.000 miliardi di dollari. Quello italiano, invece, attualmente non viene coperto dal Pil del Paese solo perché, da un trentennio, è al potere una classe politica non all’altezza dell’operosità dei suoi cittadini.
In ogni caso al di là del rapporto debito/Pil a cui siamo abituati a guardare, i 2.350 miliardi di euro sono comunque “coperti” finanziariamente dalla ricchezza dei privati residenti. Questa infatti supera i 4.000 miliardi, e tanto dovrebbe già bastare per dare solidità e ricevere giudizi lusinghieri da parte delle agenzie di rating, inutili e fastidiose mosche che vivono del cattivo odore delle società moderne.
In realtà il debito degli Stati non dovrebbe mai essere coperto dai cittadini e probabilmente nemmeno dovremmo pensare che debba necessariamente essere coperto finanziariamente da qualcuno, almeno quando si comprenda la differenza tra il finanziario e il reale. In ogni caso lo stesso Fondo Monetario Internazionale sollecita a che si guardi a tutti gli asset che uno Stato normalmente possiede, prima di lanciarsi in un confronto tra uno stock (debito pubblico) e un flusso (il Pil).
E allora si scopre che l’Italia ha ancora proprietà immobiliari, artistiche e, sempre secondo il ragionamento del Fmi, tubi fognari, strade, ponti e quant’altro di attivo a fare da contrappeso al passivo. Proprietà statali che hanno un senso e che dovrebbero essere salvaguardate anche in un’ottica neoliberista e di economia moderna, cosa che invece a partire dagli anni ’90 in Italia non è stato fatto. Abbiamo infatti rincorso il mito della privatizzazione a tutti i costi rinunciando a numerose proprietà, dalle banche alle industrie, che oggi avrebbero reso quel rapporto di cui parla il Fmi ancora più favorevole e confortante.
Ma c’è anche altro. Esiste anche il debito detenuto dalle banche centrali che in sostanza non è un vero e proprio debito, e la sua cancellazione è un fatto meramente contabile.
Procediamo con ordine.
La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (Bis) afferma nel Working Papers n.399 “Global safe Assets” del dicembre 2012 che “le Banche Centrali … sono state create per essere le banche del sovrano e i gestori del debito del sovrano. Per questo si potrebbe sostenere che le banche centrali furono create per rendere il debito pubblico un asset sicuro”. Ora, nei tempi moderni, il sovrano si identifica con lo Stato e quindi le banche centrali servono a rendere il debito dello Stato sicuro, esente da default e questo per la loro capacità di creare denaro.
Infatti, proseguendo il ragionamento con l’aiuto della Bce, nel documento n.169 dell’aprile 2016, dal titolo “Profit distribution and loss coverage rules for central banks“, nota n.7 a pagina 14, proprio la Banca Centrale Europea scrive che le Banche Centrali “sono protette contro l’insolvenza a causa della loro capacità di creare denaro e possono perciò operare con patrimonio netto negativo“. Cioè una banca centrale ha la capacità di creare denaro per cui può operare, a differenza di qualsiasi altra azienda, in negativo. Del resto, come potrebbe fallire finanziariamente chi può garantire il debito governativo in contanti e in pieno in tutti gli Stati del mondo? (cit. Benoît Cœuré del Comitato Esecutivo della Bce)
A questo punto però il Working Paper nr. 2072 del 2017, sempre della Bce, a pagina 4 e 5 nel confermarci quanto riportato in precedenza “… l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono coordinarsi per garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta non sia inadempiente, vale a dire che i titoli di Stato in scadenza saranno convertibili in valuta alla pari, così come i depositi di riserva in scadenza presso la banca centrale sono convertibili in valuta alla pari…” specifica “… Tuttavia, sebbene l’euro sia una valuta fiat, le autorità fiscali degli stati membri dell’euro hanno rinunciato alla capacità di emettere debito esente dal rischio di insolvenza”. Cioè sebbene le banche centrali siano nate (nel mondo) per rendere sicuro il debito degli Stati e sebbene queste possano sempre garantirlo attraverso la monetizzazione dello stesso, i 19 paesi che hanno aderito all’eurozona … hanno rinunciato a questa possibilità.
Lo so, non sembra una cosa possibile ma è così ed è scritto, per cui se noi non possiamo ricostruire dopo i terremoti oppure non possiamo avere sufficienti ospedali e istruzione a livello Norvegia è semplicemente perché abbiamo scelto che dovesse essere così. La buona notizia a mio avviso è che, essendo stata appunto una scelta, si può di nuovo scegliere, magari in maniera più logica e più confacente alle esigenze dei cittadini piuttosto che a quella della finanza. E questa frase è ovviamente rivolta a chi si dovrà recare alle urne il prossimo maggio.
A questo punto: una soluzione immediata per abbassare il debito pubblico domani? Cancellare il debito detenuto dalle banche centrali. Come abbiamo visto, la stessa Bce scrive che le banche centrali possono in ogni momento monetizzare i titoli acquistati e quindi i quasi 400 miliardi in possesso dalla Banca d’Italia potrebbero essere trasformati in moneta e messi in circolazione attraverso programmi di lavoro temporanei, centinaia di opere pubbliche per mettere in sicurezza i territori e magari gestiti dagli Enti Territoriali con ferreo controllo centrale.
Il debito pubblico passerebbe da 3.250 a 1.850 miliardi di euro, portando il rapporto debito/Pil a poco più del 100%. Ma non sarebbe questa la buona notizia, in quanto esclusivamente un dato finanziario. La buona notizia è che la disoccupazione potrebbe passare dall’11% al 3 o al 4%, cioè potremmo avere un dato reale di riferimento per il benessere piuttosto che le solite alchimie contabili.
Un’altra buona notizia potrebbe essere che, passando dai dati finanziari a quelli reali come misura del miglioramento sociale, la vita potrebbe apparirci migliore di quella che solitamente sembra essere.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

I continui autogol nella partita degli interessi sul debito

La partita ItaliavsBruxelles si è conclusa con un risultato non inedito, uno -0,4% che ribadisce un trend inaugurato in precedenza da Berlusconi e Renzi. Diversi premier dall’attacco scompaginato e nessun vero Ronaldo per sfondare la difesa della Commissione europea che invece è forte, ha in mano le leve del potere e non è disposta a cedere quando si tratta di scendere in campo contro l’Italia.
Quindi perché non prendere finalmente e definitivamente le sue indicazioni come leggi costituenti? Eviterebbe oltretutto di vedere i nostri Presidenti del Consiglio andare allo sbaraglio come dei novelli Don Chisciotte che poi tornano a casa con la coda tra le gambe.
Le manovre italiane, a differenza di quelle francesi, vanno realisticamente elaborate a ‘saldi invariati’, cioè devono essere sviluppate senza creare debito, all’interno di un sostanziale pareggio di bilancio. Lo Stato italiano è stato ridotto a comportarsi come il droghiere all’angolo, l’aberrazione Stato = famiglia in eurozona (e solo qui!) è realtà.
Allora accettiamo di essere in gabbia, che non siamo capaci di uscirne qualunque sia la guida politica, e proviamo pacatamente a partire dalla contabilità, quindi dall’ultimo Def, per capire cosa si potrebbe migliorare.

Come si vede dai riquadri in rosso, paghiamo e mettiamo in bilancio una cifra spropositata in interessi sul debito pubblico che, tra le tante cose, ci privano della possibilità di attuare politiche economiche autonome. I riquadri blu ci mostrano che la spesa diminuisce ogni anno rispetto a quanto entra da tasse e balzelli vari che sono invece rappresentati nei riquadri verdi.
Dall’avanzo primario (blu) si evince che lo Stato è un ‘buon padre di famiglia’ perché spende meno di quello che incassa ma, nonostante questo, continua a indebitarsi a causa degli interessi sugli interessi (rosso). Inoltre questi interessi non tendono a calare ma anzi si alzano a ogni minimo starnuto dell’economia mondiale, come abbiamo imparato dagli avvenimenti degli ultimi dieci anni, nonostante il papà chieda sempre più soldi alla sua famiglia (riquadri in verde).

La spesa per interessi è diventata la terza spesa dello Stato, subito dopo pensioni e sanità, e questo papà, per migliorare la situazione, accetta di andare a lavorare fino a 70 anni con una pensione più bassa ed evita di spendere in medicine. Propone poi alla moglie e ai figli la sua ricetta ‘miracolosa’ dicendo che in futuro staranno tutti molto meglio lavorando di più ed evitando di disturbare il pronto soccorso.
Ma come mai non pensa di agire sul debito che, invece, è l’unica spesa improduttiva per lui e la sua famiglia in quanto si sta indebitando da quarant’anni non per comprare l’auto, le scarpe, le palline per l’albero di Natale ma solo per pagare interessi sugli interessi?
Chiaramente il ragionamento è valido solo in contesto eurozona perché basterebbe avere una Banca Pubblica oppure che la Bce avesse voglia di continuare a comprare titoli di stato e allora il resto dell’articolo non avrebbe senso. Qui si cerca solo di evidenziare l’inerzia (o l’inezia) politica degli ultimi decenni e quindi si accetta che la situazione attuale sia scritta sulle tavole di Mosè, come del resto la Commissione europea sembra volerci far credere.

Dunque, fatta la necessaria premessa, riprendendo il discorso e rimanendo sulla contabilità, quale padre di famiglia va in banca per chiedere un mutuo e accetta la prima proposta che gli viene offerta? Penso nessuno, invece è più o meno quello che fa lo Stato italiano quando vende i sui titoli di Stato. Abbiamo infatti un sistema che prevede che tali debiti vengano in primis acquisiti dagli ‘specialisti dei titoli’ (mercato primario) e solo in seconda istanza da tutto il resto del mondo, cittadini compresi (mercato secondario). Dopo aver ristretto la possibilità di partecipazione alle aste e quindi aumentato la possibilità che aumentino gli interessi da pagare per mancanza di concorrenza, si stabilisce che il metodo da utilizzare per le vendite sia quello dell’asta marginale invece di quella competitiva.
Attualmente i ‘nostri’ specialisti sono i seguenti:

Banca Imi S.p.A
Barclays Bank Plc
Bnp Paribas
Citigroup Global Markets Ltd
Crédit Agricole Corp. Inv. Bank
Deutsche Bank A.G.
Goldman Sachs Int. Bank
Hsbc France
Ing Bank
Jp Morgan Securities Plc
Merrill Lynch Int
Monte dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese S.p.A
Morgan Stanley & Co Int. Plc
NatWest Markets Plc
Nomura Int
Société Générale Inv. Banking
UniCredit S.p.A

Queste banche, per ricavare il massimo possibile, non hanno che da mettersi d’accordo sulle offerte da presentare, infatti l’asta marginale che dovranno affrontare funziona pressappoco così: se c’è una emissione per 200 miliardi di euro di btp e vengono richiesti lotti al tasso del 3%, del 4% e del 5%, alla fine tutti i lotti vengono assegnati per il tasso offerto sull’ultimo lotto, ovvero tutto il debito produrrà interessi futuri per il 5%.
In Germania vengono invece preferite le aste competitive, il che garantisce già di poter controllare meglio gli interessi. E se non vengono venduti tutti i titoli? In Italia si rifà l’asta, e si può immaginare con quali risultati sugli interessi, mentre in Germania interviene la Bundesbank che congela l’invenduto classificandolo come “conto future vendite”, non potendolo comprare sul mercato primario per le regole dell’eurozona, per poi collocarli con comodo sul mercato secondario.
Nelle ultime aste i nostri vicini hanno invitato le seguenti banche/Istituti:

Bnp Paribas S.A.
Commerzbank Aktiengesellschaft
Nomura International plc
Hsbc France S.A.
UniCredit Bank Ag
Deutsche Bank Aktiengesellschaft
Citigroup Global Markets Limited
Goldman Sachs International Bank
Barclays Bank Plc
J.P. Morgan Securities plc
Dz Bank Ag Deutsche Zentral-Genossenschaftsbank
Morgan Stanley & Co. International plc
The Royal Bank of Scotland plc
Société Générale S.A.
Merrill Lynch International
Danske Bank A/S
Crédit Agricole Corporate and Investment Bank
Landesbank Baden-Württemberg
Bankhaus Lampe Kg
Rabobank International
Banca Imi S.p.A.
Ing Bank N.V.
Abn Amro Bank N.V.
Landesbank Hessen-Thüringen Girozentrale
DekaBank Deutsche Girozentrale
Girozentrale Natixis
Ubs Limited
Norddeutsche Landesbank Girozentrale
Bayerische Landesbank
Jefferies International Limited
Banco Santander S.A.
Mizuho International plc
Nordea Bank Ab
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria S.A.
Scotia Bank Europe plc
Oddo Bhf Aktiengesellschaft

Se sembrano di più e perché lo sono. 36 banche, più del doppio di quelle invitate dal Ministero del Tesoro italiano. A queste si aggiungono tutte le banche dei Lander e gli istituti centrali tedeschi.
Il nostro Stato sbaglia nello scegliere il tipo di asta, preferendo il sistema che fa salire gli interessi e accumulare conseguentemente più debito, e sbaglia invitando alle aste solo pochi competitors, falsando il mercato… a suo netto svantaggio.
Insomma, come dire, non abbiamo attaccanti che riescano a segnare nella porta avversaria ma neanche buoni difensori, visto che continuiamo a farci autogol.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

BORDO PAGINA
E’ a pezzi l’Europa delle banche a trazione francotedesca

“L’Europa è a pezzi e difficilmente potrà uscire da una crisi strutturale che sembra essere irreversibile. Non è la tesi di un qualunque organo di stampa “sovranista” o euroscettico ma di Foreign Affairs, l’autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali pubblicata dal Council on Foreign Relations. È un’analisi a tinte foschissime per il futuro dell’eurozona quella descritta da Helen Thompson, professoressa di economia politica presso l’università di Cambridge. Secondo Foreign Affairs, lo scontro tra il governo italiano e la Commissione Europea sulla manovra economica è la dimostrazione dell’incapacità dell’Ue di rispettare la sovranità e il voto democratico dei suoi stati membri” (leggi l’articolo)
In Italia, periferia della Terra, si discute ancora di antipolitica, populismo, del futuro (sic!) del Pd, della Tav, dei vaccini, dei migranti da accogliere con un Paese in semidefault, del ritorno del fascismo (dopo quasi 80 anni!) della Ferragni o di Fedez… mentre questa previsione autorevole dal cuore planetario degli Usa, molto semplicemente è come una Tac che viene da lontano sul problema invece probabilmente strutturale del nostro tempo che riguarda in primis proprio l’Europa e per cascata ovviamente l’Italia. E non a caso il monito viene dagli Usa, piaccia o meno al Bel Paese, dove nel 2018 l’Intelllighenzia sogna ancora miraggi anticapitalistici! E l’analisi indicata è impietosa: in Usa le 50 Stelle e passa delle nazioni federate funzionano sincronicamente con il Governo centrale senza problemi di sovranità relative nel rispetto della Sovranità generale americana: con regole però similari non solo monetarie e finanziocratiche come nell’Unione Europea, ma anche fiscali, penali, civili, militari e culturali. Quell’unione nella diversità culturale che poteva fare grande l’Europa, fallita come pure i punti chiavi non solo elusi nel miraggio europeo ma neppure – se non vagamente – all’orizzonte!
Se l’analisi previsionale è verosimile come probabile, quel che è anomalo non è lo scenario “distopico” annunciato ma persino la sua semplicità. E i segnali nello specifico italiano erano già visibili, come pure certuni – politicamente scorretti – proclamavano a suo tempo, eleggendo un 25 Aprile alla rovescia quando tutto il pseudo progressismo italiano inneggiò al golpe Napolitano-Merckel-Monti per fare saltare l’ultimo governo democratico e “sovranista” italiano dell’ex premier Berlusconi (almeno fino al 4 marzo scorso, ma come noto – e come scrive la testata americana – sotto ricatto dall’Europa): l’analista autorevole del Forreign Affairs è esplicita, al di là delle rivoluzioni liberali fallite per gravi limiti come politico e statista dell’imprenditore Berlusconi e quelle stagioni… Lì l’Italia ha iniziato la sua perdita di sovranità e s’è infilata nel Buco Nero dell’Unione Europea finanzocratica a trazione tedesca già in atto dall’Unione Monetaria (e solo quella!). Unione Europea a ben vedere, poi, nata morta (almeno nella sua versione dominante finanzocratica e francotedesca) quando in realtà fin da Yalta dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa era regredita a una grande periferia geopolitica della Terra, ma periferia, con il sistema nervoso del Pianeta pulsante soprattutto e strutturale in Usa, l’Urss, e via via l’emersione prima del Giappone e dopo la fine dell’Urss (con ulteriore regressione continentale con l’Europa dell’Est) della Cina. Nessuno ricorda che fino al Pci era zeit geist italico “progressista” sbandierare ai 4 venti l’inconsistenza dell’Europa colonizzata dal consumismo americano capitalista, altro modo di dire che dopo Yalta l’Europa non contava più nulla o quasi? Ecco, ai tempi della Guerra Fredda, poteva avere un senso una Super Nazione Europea (ma unitaria nei punti chiave di cui sopra) per bilanciare le superpotenze Usa e Urss. Invece, tra altri errori strutturali, non ultimo che una Nazione Nuova artificiale e non secondo i ritmi della Storia che è lenta a livello psicologico e antropologico, è impossibile come Istant Creazione… se non con un Regime Totalitario. Hanno fondato l’Unione Europea come fosse l’Esperanto!
Inoltre, l’Unione Europea è nata in realtà come supernazionalismo, fatta in quel modo, storicamente proprio mentre i mercati sono diventati globali e planetari, una grave contraddizione in termini. La nota crisi infine strutturale e occidentale ancora in corso è stata ed è il Marcatore neoplastico per l’Unione Europea…
Ergo, qualsiasi riflessione italiana sul Futuro , in qualsiasi ottica sociopolitica, neoconservatrice o neoprogressista non dovrebbe prescindere dall’abc di una Unione Europea strutturalmente in coma e nata geneticamente malata. Altrimenti, come poi i fatti segnalano fin da dopo Tangentopoli nel sottomenu italico rispetto al mondo, è, male o bene poco importa con sguardi – pensieri diversi futuribili (per dirla con Wittgenstein e altri “lungimiranti”) sempre Piccola Politica, mai quella Grande Politica che certi bivii nel divenire storico esigono, come ben pronosticava Nietzche, sul piano intellettuale il più grande degli Europei….

DIARIO IN PUBBLICO
La danza degli acronimi

E’ bello svegliarsi nel lento e inevitabile avanzare dell’autunno, stagione melanconica per eccellenza, e sentire il confortante suono che prelude la danza degli acronimi, più comprensibilmente ‘sigle’. Cosi il bip bip delle popolari cancella il ca ca delle Casse di Risparmio in estinzione; e mentre il bip che coinvolge la Caricento si estenua in quello di Sondrio, banca associata, e si spegne in una esse segno di silenzio, ‘bipsss’, a Ferrara il bp si arrota nella erre della Bper che ha sostituito la ex gloriosa Cassa di Risparmio di Ferrara: ‘biprrrrrrr’, come avveniva quando da bambini tiravamo la lingua fuori ed emettevamo un ‘cachinno’, ovvero un’imitazione fonica di una scorreggina. Nei giri ampi dei valzer spunta la lucida pelata di Pattuelli (le pelate sono ormai il simbolo delle banche vincenti, cfr. Alberto Roncarati della ex CariCento), che si presenta come presidente dell’abbecedario bancario, ovvero l’A.B.I. Mi si potrebbe ribadire; ma anche tu sei pelato. Certo! Ma con un’aureola quasi da santo che circonda la mia differente pelata.
Ormai non si può vivere senza acronimi, che si sono espansi a dismisura in tutte le attività umane. Manca ormai, ma tra poco accadrà, di parlar per acronimi con il proprio corpo. Così invece d’invitare la/il partner a fare l’amore useremo un rapido e sinistro acronimo. Proporrei ‘clic’.

La stagione dei restauri si complica per imprevisti problemi (attenzione! Faccio il gesto dell’ombrello e ribadisco ‘problemi’ e non ‘problematiche’). Così si cala dalla sua colonna la statua di Ludovico Ariosto per improvvisi ‘crac’ all’interno del fusto e da vicino vediamo la severissima e stralunata faccia di Ludovico. Tremenda! Cattiva e severa forse perché disgustata da ciò che vede di lassù. Ma non è finita. S’apre la storia ‘d’il bus’ (da pronunciare alla ferrarese con la esse dolce e sibilante: ‘bussss’) che s’aprono nell’appena restaurato ponte sul Po che unisce la sponda ferrarese a quella veneta. Sono ‘busss’ previste per l’assestamento dell’asfalto tra i giunti. Invano l’assessore Modonesi, con l’occhio giustamente smarrito, ribadisce che era un ‘problema’ previsto e ampiamente divulgato. La sua ‘narrazione’ (per l’uso del termine leggi QUI) non convince l’indignato utilizzatore del ponte e così si ripropone una delle ‘tematiche’ (temi no vero?) dell’ormai onnipresente campagna elettorale.

La vicenda più disgustosa della settimana è quella di una donna che indossa una maglietta di questo tenore (traggo la notizia dal ‘Resto del Carlino’): “E’ polemica per la maglietta indossata oggi a Predappio da Selene Ticchi, militante di Forza Nuova e già candidata sindaco a Budrio nel 2017 per la lista neofascista ‘Aurora Italiana’. La Ticchi, tra le organizzatrici della manifestazione che commemora l’anniversario della Marcia su Roma del 1922, ha infatti sfoggiato una t-shirt con la scritta ‘Auschwitzland’ con i caratteri tipici della Disney”. Per fortuna gli italiani, una volta tanto non ‘itagliani’ hanno reagito prontamente e firmato un manifesto di condanna. Frattanto sia la Disney ma – fatto ben più importante – il museo di Auschwitz hanno denunciato la pettoruta che indossava l’orrida maglietta.

Chiudiamo con liete note e con un acronimo amatissimo. Il MEIS – Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah – ha presentato la mostra ‘Il giardino che non c’è‘ di uno dei massimi artisti viventi Dani Karavan, che ha elaborato il bozzetto del monumento a Giorgio Bassani e al suo romanzo più conosciuto, ‘Il giardino dei Finzi-Contini’, da collocare a Ferrara. L’ottantottenne artista aiutato dalla bravissima figlia Noa ci ha intrattenuto, prima di entrare in mostra, cinque minuti d’orologio, sulle ragioni per cui ama Ferrara. Ne valevano ore.
Speriamo che questa città non solo subissata dagli acronimi possa vittoriosamente condurre a termine la sua battaglia culturale, sociale e politica.

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

Riflessioni sul ruolo del debito pubblico

Un grafico elaborato dalla Deutsche Bank ci regala degli spunti di riflessione molto interessanti:

Agli estremi dei Paesi presi in considerazione ci sono, e non a caso, il Giappone e la Grecia. Il primo è considerato tra i più affidabili al mondo nonostante un debito pubblico che è arrivato al 240%, ovvero per una cifra monster di 8.200 miliardi di dollari, mentre l’ultimo è da tempo considerato un Paese sull’orlo del default con un debito pubblico che sfiora il 180% del rapporto debito / pil, che equivale a circa 320 miliardi di dollari.
Perché il primo è affidabile e non rischia il default mentre nel secondo si grida al crollo un giorno si e uno no? Motivi tutto sommato abbastanza semplici, propaganda a parte, ovvero: diversa distribuzione o allocazione del debito e possibilità di controllarlo.
In nero, nel grafico, appare la quota di debito pubblico detenuta dalle rispettive banche centrali, Enti e privati nazionali, mentre i restanti colori indicano la dipendenza dall’estero, la quota detenuta da operatori di varia natura residente all’estero.
Il Giappone è considerato Paese sicuro perché il suo debito non è molto soggetto a investitori esteri, anzi è detenuto dalla Boj e da residenti il che significa sostanzialmente due cose: che è un debito solo nominale, e che quindi potrebbe anche essere in parte cancellato, e che rappresenta un investimento, un piccolo reddito per i cittadini giapponesi, un debito “buono” che aumenta il benessere del Paese senza comprometterne la stabilità.
La Grecia invece ha la maggior parte del suo debito nelle mani rapaci dei fondi di “salvataggio” europei, soldi che quindi deve restituire a entità estere che possono condizionarla, costringerla vendere i suoi beni nazionali e imporle determinate politiche economiche e sociali. Il grafico di seguito mostra la distribuzione del debito sovrano greco.


Grafico elaborato dalla fefacademy

Efsf sta’ per Fondo europeo di stabilità finanziaria che non nasce per dare solidarietà reale ma solo per rendere possibile quello che è stato reso possibile in Grecia, l’impoverimento di un intero sistema sociale.
Quindi, distribuzione e allocazione del debito il primo punto. Per il secondo, cioè in merito al controllo, la differenza tra i due estremi sta nel fatto che il Giappone controlla emissione monetaria e tassi di interesse, possibilità recluse al mercato, mentre la Grecia è alla mercé dei mercati, delle banche europee e della finanza internazionale.
Quello che produce è quindi un vero debito “cattivo”, senza controllo e che la impoverisce sempre di più mettendola anche a rischio di un default continuo, come l’Argentina o la Russia degli anni ’90 o come tutti i Paesi che scelgono di legare la propria economia ad una moneta che non possono controllare.
Andando oltre con l’analisi del grafico, in rosso possiamo apprezzare anche il fatto che l’Italia ha meno debito verso l’estero della Germania il che, messo insieme al livello del nostro risparmio privato, dovrebbe far vergognare chi continua ad impaurire le massaie sulla possibilità di un default italiano.
I fondamentali dell’Italia sono dunque innegabilmente buoni, ma torniamo al ragionamento fatto sopra per evidenziare le differenze tra Giappone e Grecia. Quando si parla di controllo della moneta, del credito, dei tassi di interesse si allontana il rischio Argentina che solitamente viene evocato proprio per il motivo contrario alimentando confusione sul funzionamento di Stati e banche centrali. Cosa comprensibile quando lo fanno i presentatori TV ma difficile da digerire quando a farlo sono laureati in economia, giornalisti economici ed economisti di varia estrazione. Quanto meno diventa difficile credere che lo facciano in buona fede.
Un debito pubblico ben gestito rappresenta la ricchezza dei suoi cittadini, il suo tenore di vita, la sua posizione nel mondo in termini di potenza industriale e di qualità della vita.


Questa infografica mostra la distribuzione del Debito Pubblico per Paesi

Il debito che uno stato produce viene tramutato in servizi e in surplus per i cittadini. Cioè lo Stato spende attraverso la spesa pubblica e questa spesa diventa guadagno e risparmio per i cittadini mentre se è lo Stato a risparmiare e a non spendere, i cittadini possono contare solo su se stessi e molti o i più, ovviamente, non ce la fanno. Del resto in un mondo dove la ricchezza è soprattutto ricchezza finanziaria, è necessario che qualcuno metta a disposizione la materia prima (il denaro) e questo può farlo solo uno Stato.
Pensiamo alla possibilità di essere curati, di poter usufruire di un’assistenza, di poter avere una bella auto ma anche una buona strada sulla quale guidarla, di avere dei diritti, una pluralità di sindacati, di informazione, scuole, salari minimi, ecc.. La possibilità di trovare tutto questo è molto alta dove c’è spesa dello Stato, intervento nella struttura sociale ed economica. E la troviamo proprio in quei Paesi che hanno una percentuale di debito pubblico alta.
E’ chiaro però che insieme alla spesa dello Stato che arricchisce i cittadini devono esserci anche quei due elementi di cui si è parlato prima: capacità di controllarlo, quindi moneta e tassi di interesse controllati dallo Stato e non dai mercati e, di conseguenza, anche la capacità di decidere come allocarlo.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Guardie e ladri

di Alice Ferraresi

L’intervento estemporaneo della signora Giovanna Mazzoni al comizio bolognese di Matteo Renzi, nel quale gli ha dato rumorosamente (e a favore di telecamere, piccola malizia necessaria nella società del sensazionalismo) del “ladro” di risparmi, ha suscitato diverse reazioni.
La signora Mazzoni era cliente di Carife e ha avuto, come tanti altri risparmiatori, perdite rilevanti dopo la decisione del Governo Renzi, il 22 novembre 2015, di mandare in risoluzione la banca ferrarese. Forse è il caso di ricordare come è avvenuta, tecnicamente, questa ‘risoluzione’, per poi valutare se ci sono dei “ladri” e in quali file militano.

Il 31 luglio 2015 i Commissari Bankitalia, che stanno gestendo la banca dal maggio 2013, fanno approvare all’assemblea degli azionisti Carife una soluzione di salvataggio che prevede una ricapitalizzazione della banca a opera del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd), ente che riceve denaro esclusivamente dai contributi delle banche, rilevando le azioni dagli attuali titolari a un prezzo poco più che simbolico (nemmeno trenta centesimi di euro), ma tale da disegnare almeno una prospettiva minima di continuità.
Passano alcuni mesi e i soldi del Fitd non arrivano. Non c’è stata alcuna interlocuzione formale tra il Governo e le autorità europee sulla natura ‘pubblica’ del Fitd e sulla conseguente censura della ricapitalizzazione per ‘aiuti di Stato’: soluzione individuata dalla Banca d’Italia, non da un estemporaneo creativo dell’economia bancaria. Non troverete nessuno che possa allegarvi dei carteggi ufficiali nei quali le autorità europee hanno vietato l’adozione di questa soluzione. Eppure alla stampa viene venduta questa versione: l’Europa non è d’accordo. Come e in che modo si sia manifestato questo disaccordo, non sarà mai chiarito. Di certo non è manifestato attraverso degli atti formali di contrarietà che, semplicemente, non esistono. Esistono invece le dichiarazioni del presidente di Banca Intesa (principale contributore del Fitd) a Cernobbio nel settembre 2015, il quale dice che non saranno certamente loro (Intesa) i soli a pagare per le malegestioni di altri. Chi lavora in banca, un po’ più esperto degli altri, viene attraversato da un brivido ascoltando queste parole: chi saranno gli ‘altri’ a pagare?
La risposta arriva il 22 novembre 2015. La fornisce (formalmente) il Governo: a pagare sono prima di tutto i risparmiatori di Carife (e di altre tre banche, tra cui Etruria). Infatti, la risoluzione abbatte a tavolino il valore di una parte dell’attivo della banca, cioè i crediti cosiddetti inesigibili, a livelli da liquidazione immediata: circa 17 euro su 100 di credito. Parliamo di crediti anche ipotecari, che in alcuni mesi o anni renderanno a chi li recupera ben più di quei 17 euro. Questo abbattimento è la ragione tecnica che giustifica l’azzeramento, di una parte del passivo della banca, che viene individuato nelle obbligazioni sottoscritte dalla clientela nel 2006, 2007 e 2008, anni nei quali il bilancio della Carife chiudeva con un utile di decine di milioni di euro.
Erano finti o gonfiati quegli utili? Probabile che fossero almeno eccessivi, ma se i bilanci venivano licenziati come regolari da profumatamente pagate società di revisione, cosa dovevano pensare i risparmiatori? Che nel 2007 la banca fosse sull’orlo del dissesto?
Alcuni accademici che fanno consulenza economica alla Presidenza del Consiglio continuano a dire che questi sono speculatori, da trattare alla stregua di scommettitori alle corse. Rappresentazione particolarmente odiosa e particolarmente falsa: basta guardare alla composizione sociale, anagrafica ed economica di queste persone per dedurne che ci sono i nostri nonni, i nostri genitori, i nostri vicini di casa. Se uno ha messo parte della sua liquidazione in un’obbligazione acquistata in tempi di banca ‘sicura’ e dopo dieci anni questo risparmio gli viene azzerato dalla sera alla mattina, dovrebbe stare zitto e non lamentarsi in quanto ‘speculatore’?

Non credo sfugga (adesso) alla signora Mazzoni che qualcuno le ha raccontato, al tempo, una mezza balla sulla solidità della banca. Ma chi le ha raccontato questa balla? Consigli di Amministrazione, Revisori contabili, società esterne che fanno questo mestiere. Guardie.
Invece chi, tecnicamente, le ha ‘preso’ i soldi? Difficile non pensare, nei suoi panni, che il ‘ladro’ sia stato il Governo Renzi. Che poi questo ‘furto’ (non in senso penalistico, per carità) abbia avuto diversi complici e più di un basista non fa che accrescere la rabbia e la frustrazione di chi ha perso il suo denaro.

Postilla: l’esperimento fatto sulle quattro banche può essere visto, già adesso, con il disincanto dato dal percorso fatto, nel frattempo, dal resto del sistema bancario. Questo percorso ha portato, tra l’altro, al dissesto delle banche venete e al loro acquisto da parte di Banca Intesa, con un contratto “confidenziale” (neanche parlassimo di segreti di Stato), ma di cui si sa che acquista un patrimonio immobiliare di 500 mln pagando un’imposta al Tesoro di 200 (avete letto bene) euro, una rete di circa mille sportelli, raccolta per 23 miliardi e plusvalenze fiscali per circa 2 miliardi. E il costo degli esuberi viene sostenuto interamente dal Tesoro. Il tutto al prezzo di un euro. E’ legittimo sospettare che l’Europa c’entri poco con il mancato intervento del Fitd? E sia molto più plausibile, invece, che Banca Intesa – che muove le leve del Fitd così come quelle di Banca d’Italia, nella quale detiene un sesto del capitale – abbia, diciamo, lasciato naufragare le banche piccole per uno spregiudicato e cinico calcolo di medio termine, che potrebbe tradursi così: il sistema non fallirà e io ne beneficerò; l’effetto domino sarà contenuto, non travolgerà il sistema e soprattutto io Banca Intesa, il più grosso del sistema, ci guadagnerò, perché potrò assorbire sportelli e immobili a costo zero, scaricando le sofferenze a terzi.
Con l’incredibile, beffardo premio di poter essere considerato il salvatore della patria.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Azzerati Carife: una fiaccolata per tenere accese le luci sul risparmio tradito

“Non vogliamo che su di noi cada il silenzio, il caso Carife è una parte importante in un discorso più ampio di scelte politiche che non tengono conto dei reali bisogni dei cittadini”, “la politica aveva una scelta e l’ha fatta! Ha scelto di aiutare le banche”.
Sono le parole di Katia Furegatti che riassumono l’essenza della conferenza stampa tenuta venerdì 21 luglio nelle sale di Agire Sociale di Ferrara, ospitata dal Gruppo Economia di Ferrara (Gecofe), e voluta dai Risparmiatori Azzerati di Carife di cui, appunto, la stessa è portavoce. Parole che sottolineano la volontà di tenere viva l’attenzione sul loro caso e che l’acquisizione da parte della Bper della ‘parte buona’ di Carife non è da loro considerato un ‘lieto fine’, come viene descritto.

Trentaduemila persone”, dice Furegatti, “sono state investite dal fallimento della banca ferrarese, ovvero quasi un quarto della città. Uno tsunami, un terremoto insomma, che ha lasciato molte macerie e che meriterebbe l’attenzione del caso”.
“La realtà”, proseguono all’unisono gli Azzerati, “è che lo Stato non è intervenuto a tutelare i risparmiatori così come sarebbe stato giusto e come previsto anche dall’art. 47 della nostra Costituzione, mettendo a rischio una comunità intera in un periodo, tra l’altro, già di crisi conclamata. Sarebbe bastata una garanzia statale per evitare tutto questo, invece si è preferito tutelare banche e business”.
E in effetti gli Npl sono un vero e proprio business. Basti pensare che vendendo un credito che valeva 100 al 17% si lascia un ampio margine di profitto a chi ha la possibilità di acquistarli. Quindi, come sempre, si difende e si avvantaggiano i soliti noti lasciando a se stessi e senza tutele tutti gli altri.
Poteva invece intervenire lo Stato in modo da salvare i risparmiatori – obbligazionisti o azionisti non speculatori – senza mettere così a rischio piccole imprese di un territorio già tanto colpito dalla crisi e senza impoverire tante famiglie. Lo Stato, con il tempo, avrebbe poi potuto recuperare quei crediti oggi deteriorati e farci anche un guadagno a vantaggio di tutti i cittadini.

I ferraresi però non si sentono soli in questa storia, continua Furegatti, “anche se i provvedimenti del governo sono altalenanti, per ogni fallimento o rischio di fallimento si è proceduto e si procede in modo diverso, a seconda degli interessi del momento o, forse, degli umori di qualche Ministro, ci sentiamo tutti colpiti allo stesso modo”.
Questi “risparmiatori traditi” ribadiscono la loro delusione nei confronti dei politici locali. “E’ stato assente il Sindaco per esempio, ed è di Ferrara il Ministro Franceschini, che non ha speso mai una parola per questo dramma che ha investito tanti suoi concittadini. E neppure l’ex assessore al bilancio della giunta Tagliani, Luigi Marattin, poi consigliere del Governo, ha mai dato una mano concreta”. E in molti, a questi politici, tengono a ricordare che le elezioni si avvicinano (sia locali sia amministrative) e loro sapranno mantenere buona memoria dei loro mancati interventi.
Perché a Ferrara il caso Carife ha fatto nascere una coscienza civica e di attenzione politica che forse va al di là del caso singolo e poi… “32.000 famiglie sono davvero tanti voti”.

Il dato importante, e per certi aspetti nuovo e confortante, è che le persone che ho ascoltato venerdì mattina hanno dimostrato di voler superare lo scoglio dei tecnicismi, hanno compreso che il problema non è economico, ma politico. Confortati in questo proprio dalle differenze che si vedono nelle soluzioni in ognuna delle recenti crisi bancarie che non fanno altro che dimostrare l’incoerenza e l’approssimazione di chi sarebbe chiamato a difendere gli interessi dei cittadini. “I mancati controlli da parte di Bankitalia, nessuna chiara responsabilità, le vaghe promesse non mantenute, tutti elementi che questa volta non passeranno facilmente nel dimenticatoio”, dicono. “Il problema è politico ed è la politica che deve e può risolvere la crisi delle banche” questo il nocciolo. E tutti concordi nell’addossare le responsabilità a chi, tra Parlamento e Governo, potrebbe risolvere concretamente le questioni sul tavolo, ma semplicemente non lo ha fatto e continua a non farlo.
Altro dato non secondario è, come ricorda sempre Furegatti, che “gli azzerati Carife non sono soli, si stanno coordinando sempre meglio con la Toscana, il Veneto ed il ponte di solidarietà ha raggiunto anche la Sicilia”.

Le richieste concrete che vengono avanzate sono riassunte in un documento consegnato venerdì ai giornalisti presenti (clicca qui per leggerlo)

AL GOVERNO, AL PARLAMENTO E A TUTTI I PARTITI
Il Governo ed il Parlamento devono intervenire per sanare la situazione di disparità creata nel Paese fra i risparmiatori con la gestione schizofrenica della crisi bancaria e l’adozione di provvedimenti difformi e contradditori coerenti in un solo aspetto: creare sofferenze per famiglie, piccole imprese, cittadini (la disparità di trattamento dei risparmiatori sembra creata appositamente per dividere e rendere più fragili persone senza più diritti di cittadinanza sanciti dal Patto Sociale che è la nostra Costituzione).

CHIEDIAMO
che si dia mandato a Banca d’Italia per mettere in atto azioni e provvedimenti necessari per:

  1. trovare e concordare con Bper e Ubi, le banche che sono oggi proprietarie delle 4 banche messe in risoluzione (Carife, BancaMarche, BancaEtruria e Carichiesti) iniziative commerciali a favore dei clienti retail che hanno sottoscritto azioni e bond subordinati esclusi dal rimborso forfettario.
  2. disporre che Bper e Ubi Banca integrino con il restante 20% gli obbligazionisti che hanno ottenuto il rimborso forfettario delle obbligazioni subordinate come ha fatto conIntesa San Paolo per le due banche venete.

CHIEDIAMO
al Vice Ministro Morando, come aveva promesso davanti a 1200 ferraresi il 3 aprile 2016, di esercitare concretamente la MORAL SUASION nei confronti di Bper e di Ubi Banca.
E’ notizia di questi giorni l’iniziativa, peraltro volontaria, della banca spagnola Santander, che rimborserà per un totale di 680 milioni di € i 110mila risparmiatori che avevano sottoscritto l’aumento di capitale di un anno fa del Banco Popular, perdendo tutto. Questo è un chiaro esempio di come si possa ricostruire la fiducia dei risparmiatori nel sistema bancario.

CHIEDIAMO di

  1. varare al più presto una riforma bancaria che definisca tempi brevi per la giustizia; l’imprescrivibilità dei reati dei “colletti bianchi”; l’istituzione di una Procura nazionale per i reati economici e finanziari, sulla tutela dei risparmiatori, perché sono pochi i magistrati profondamente conoscitori della complessa materia dei reati finanziari e bancari e vanno tutelati e sostenuti nella loro azione.
  2. Inibire sine die dalla gestione di patrimoni e finanze le persone condannate per reati connessi, una volta accertate definitivamente le colpevolezze…


Il prossimo appuntamento organizzato dai Risparmiatori Azzerati di Carife a Ferrara è per domenica 30 luglio con la ‘Fiaccolata del risparmio tradito’ con partenza da Piazza Municipale alle ore 21.00. L’invito a partecipare è per tutti.

ECONOMIA… OLTRE I GIOCHI DELLA FINANZA. IL DOSSIER N. 8/2017 – Leggi il sommario

Sfaccettature della disuguaglianza

Che la disuguaglianza stia diventando il problema principale e che vada affrontato nell’immediato mi sembra evidente almeno quanto il fatto che la nostra classe politica non abbia intenzione di metterla al bando.

I governi sembrano concentrarsi molto di più sulla crescita piuttosto che sulla distribuzione delle risorse e a fronte di Pil che si alzano (ultimamente poco in verità) e guadagnano le prime pagine dei giornali insieme alle politiche di abbattimento dei debiti pubblici confusi con il diavolo del XXI secolo, il muro delle divisioni sociali trova grandi spazio su Oxfam o su altri studi di settore, come se la cosa non avesse possibilità di suscitare grande interesse pubblico.

I Pil delle nazioni potranno pure crescere ma, come diceva Bob Kennedy, ex senatore statunitense e fratello di John, “il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Di sicuro non è un indice reale del benessere diffuso e i debiti pubblici, come quelli privati, non verranno mai veramente abbattuti perché sono per i mercati finanziari come la farina per il fornaio.

Il debito pubblico potrebbe essere estinto in ogni momento semplicemente monetizzandolo, cioè facendo ricomprare alle Banche Centrali i Btp emessi. Quando questo succede, infatti, il debito non è più un problema. E che sia possibile lo dice chiaramente anche chi di finanza vive, ad esempio Guido Maria Brera, tra i fondatori del Gruppo Kairos, che sulle pagine del Corriere della Sera (intervista di un paio di anni fa) dice: “…abbiamo un avanzo primario che ci permette di vivere alla grande, noi ristrutturiamo il debito, facendolo ricomprare agli italiani…”, cioè in pratica quello che fa la Boj, la Banca Centrale Giapponese, riuscendo in questo modo a tenere bassi i tassi di interesse e direzionando quest’ultimo verso i propri cittadini, un piccolo premio produzione piuttosto che un grande problema.

Invece qui da noi si preferisce combatterlo con l’austerità che come effetto, fino ad adesso ed oltre, ha avuto quello di aumentare la povertà, la disoccupazione, bloccare gli stipendi per anni e, quindi, non solo ci ritroviamo con redditi più bassi o bloccati, ma, manco a dirlo, ad aumentare è ancora sempre il debito pubblico (e molto di più quello privato), insieme alla disuguaglianza e ai guadagni di chi usa l’economia di mercato come un bancomat.

Le disparità sociali sono diventate addirittura macroscopiche e pochi ricchi hanno più ricchezza di interi Paesi. Il lavoro, ancora oggi, mezzo principe di inclusione sociale e acquisizione di potere democratico di partecipazione, è reso scarso attraverso il concetto di disoccupazione strutturale (in particolare nei paesi occidentali), e della precarizzazione, che rappresenta l’ingiusta compensazione al fatto di aver ceduto il potere ai mercati finanziari.

Lo Stato non ha svolto il suo compito di difesa del benessere dei suoi cittadini attraverso il rafforzamento delle politiche di difesa del lavoro né nell’offerta di congrui ammortizzatori sociali. Attraverso i suoi politici e le loro relative politiche continua a relegare la giustizia sociale a rappresentazioni grafiche satiriche o ai libri per pochi mentre di fatto rende impossibile il soddisfacimento dell’art. 1 della nostra Costituzione derubricandone quanto stabilito dai Padri Costituenti a mera e ingombrante statuizione di principio. Nei fatti continua a togliere diritti ai lavoratori.

Una delle ultime frontiere a cui si è lanciato l’attacco è il settore pubblico. Continua la diffusione delle statistiche che mostrano la differenza nelle assenze per malattie e personaggi come Giannino, dalle onde di Radio24, ne fanno una bandiera. Il diritto all’assenza per malattia diventa come l’art. 18, ultimi avamposti di civiltà da abbattere al più presto e non, invece, scarni esempi di tutele lavorative da estendere a tutti i cittadini lavoratori.

L’esempio da seguire dovrà essere il lavoratore che dopo una seduta di chemioterapia si precipiti al lavoro per tenere bassa la statistica delle assenze oppure la neo mamma che rifiuti i mesi spettanti di maternità. Dunque assistenza e figli ancora una volta sacrificati al totem della competitività, l’unica che ci potrà condurre nel secolo dell’abbondanza e del benessere. Sarebbe da chiedersi: “benessere di chi?”.

Sono esempi altri di disuguaglianza crescente e di come essa si crea. Si insegna alle persone ad essere competitive tra di loro e li si distrae dal fatto che le categorie sociali stanno diminuendo come gli scaglioni irpef, limitandosi ai grandi ricchi da una parte e tutti gli altri dall’altra. Si confondono gli interessi e persino il diritto alla malattia o alla maternità diventa motivo di dibattito assurdo “sono diritti buoni o cattivi?”.

L’occasione della scoperta di un dipendente infedele serve spesso per far fare un tuffo nel passato a tutta la categoria di lavoratori, sempre nel nome degli interessi della globalizzazione e dell’economia di mercato, che in se non è una cosa brutta ma che attualmente è afflitta da una presenza, o virus, ingombrante come pochi: quella del mercato finanziario.

In Italia l’1% della popolazione possiede più del 40% della ricchezza nazionale e di conseguenza ha più capacità di influenzare la politica e soprattutto di intorbidire le acque e confondere le prospettive e gli interessi in gioco. A chi conviene veramente che in Italia operino più multinazionali che piccole imprese locali? A chi conviene che lo Stato non intervenga nell’economia? a chi conviene che tutto ciò che è pubblico, compresi i dipendenti, divenga privato?

Alla maggioranza delle persone e ad un po’ di uguaglianza servirebbe semplicemente che le cose funzionassero bene. Purtroppo il concetto di “funzionare bene” è stato monopolizzato da una ristretta fascia di persone, il che dimostra un’alta percentuale di disuguaglianza già nella base decisionale, a favore dell’1% di cui sopra. Il risultato è che nel XXI secolo il grosso cruccio dei rappresentanti del popolo è quello di come riuscire a togliere diritti, più che aumentarli. E la cosa tragica che in questo riescono a farsi aiutare dallo stesso popolo che alla fine si ritroverà sempre più in fondo alla scala sociale.

Il fenomeno sociale del partito dei 5 Stelle, altro esempio, funziona perché dicono alla gente che una volta al governo del Paese “toglieranno”, “abbasseranno”, “cercheranno risorse nei rivoli degli sprechi”. Quindi usano verbi che sembrano funzionare a tutti i livelli: quello più alto, che non vuole interferenze nel suo mercato e nell’imposizione della legge dell’accentramento delle risorse, non vuole che si tolga alle alte sfere ma concede che si ridistribuisca tra il popolino senza infastidire il vero potere. E quello più basso, che oramai si è quasi convinto che il male sia lui stesso e quindi deve essere curato anche attraverso l’austerità, che è meglio essere governato che democratizzato. Cioè che ha bisogno di auto flagellarsi per redimersi da peccati che forse non è nemmeno sicuro di aver commesso.

E cosa fa l’Italia? si sta dimostrando incapace di prendere decisioni autonome, anche se si tratta di ricostruire dopo i terremoti, sempre alla ricerca di giustificazioni sovranazionali e di avalli dai Paesi più decisionali come Stati Uniti, Germania o Francia. Una linea che sta aumentando le differenze tra ricchi e poveri anche grazie alle scelte che favoriscono l’ingresso indiscriminato delle merci straniere, meno controllate, meno buone e ad uso di chi vive di concorrenza e di competizione (caratteristica animale). Abbiamo appena introdotto, fieri e inflessibili, il Ceta che ancora di più relegherà lo Stato in un angolo dando il potere alle aziende di regolare da se i propri rapporti a spese dei cittadini che saranno sempre di più indifesi di fronte alle esigenze di guadagno di potenti privati oramai autorizzati a disconoscere la superiorità dello Stato. Che in base a questi accordi non potrà bloccare l’importazione di prodotti scadenti e se lo facesse sarebbe soggetto a giudizio come una normale azienda, rappresentanza dei suoi azionisti e non più rappresentativo dell’interesse generale.

E grazie a questo il mondo sarà ancora un po’ più disuguale perché ci sarà meno Stato e più mercato e quest’ultimo, si dovrebbe sapere, non ha tra i suoi compiti la difesa dei più deboli.

Intervista al professor Cesaratto: “La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano”

Di seguito l’intervista al prof. Sergio Cesaratto dell’Università degli Studi di Siena e autore del libro “Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come uscirne)”, Imprimatur, 2016.
L’austerità è causata dal debito pubblico o dai deficit esteri? E questi interagiscono con l’occupazione? Le politiche monetarie e la moneta, le politiche keynesiane e il neoliberismo, il capitalismo, il socialismo e i politici che leggono poco, il ruolo della Germania nel mondo oltre che in Europa e gli Stati Uniti, il professor Cesaratto ha accettato una lunga chiacchierata su questi temi.
In fondo all’articolo l’intervista è scaricabile in pdf.

Professore, a chi si rivolge il suo libro?
A tutti. Naturalmente a chi voglia fare un minimo di fatica. Non solo agli economisti di professione ma anche ai cittadini che in questi anni si sono resi conto che bisognava capire meglio quello che stava accadendo. Il libro si rivolge naturalmente anche agli studenti che scoprono un mondo nuovo, si rendono conto che esiste anche una analisi economica alternativa, poi ci sono i giornalisti, quindi un po’ a tutti direi. Chi si riesce a penetrare di meno sono i politici, un po’ forse perché non leggono, anche se debbo dire che D’Attorre, Fassina, Ferrero o altri magari lo fanno ma lì, nel mondo della politica, è più difficile, non sono abituati a leggere probabilmente.

Lei mi ha nominato tutti politici dell’area di sinistra.
Guardi io non ho tanta fiducia nei politici della sinistra ma ancor meno nei politici della destra per tantissimi motivi, insomma. Non ho fiducia nella maggior parte della sinistra. Totalmente disastrosa, insegue dei principi astratti, si sta allontanando sempre di più dalla gente normale. È elitaria, cosmopolita, fondamentalmente neoliberista.
In Italia non abbiamo nemmeno però la Le Pen che viene da una tradizione francese che vede al centro lo stato, l’intervento pubblico. In Italia abbiamo Salvini che insieme ai suoi economisti di riferimento sono molto liberisti e penso che lui, come anche la Meloni, sia interessato a rimettersi con Berlusconi e ritornare al Governo. Non ho nessuna fiducia politica né nelle loro idee ne in quello che presumibilmente farebbero se fossero eletti al Governo.
Ho pochissima fiducia anche nella cosiddetta sinistra però, come dire, quello è il mio mondo. In ogni caso sono disposto a parlare con tutti.

Torniamo al libro per parlare del sovrappiù, quella parte di produzione che eccede il consumo o i bisogni immediati. Ricardo lo enuncia come contrasto tra capitalisti terrieri e industriali, poi viene ripreso da Marx per diventare motivo del contendere tra lavoratori e capitalisti, perché secondo Marx questi ultimi se ne appropriano togliendolo ai lavoratori che lo hanno creato. Si arriva a Keynes dopo la crisi del ’29 e si passa alla domanda aggregata come concetto macroeconomico di termometro del benessere collettivo, della distribuzione del reddito. Perché se c’è una buona domanda aggregata, cioè se la gente spende, acquista, vuol dire che ne ha la possibilità, che il sovrappiù è stato distribuito a tutti e viene utilizzato spendendo, comprando più beni. Se la spesa si contrae e con essa la domanda aggregata, allora è un sintomo che qualcosa non va nell’economia e nella distribuzione del reddito.
Assolutamente sì.

Monti però in un’intervista alla CNN dichiarò che il suo governo stava distruggendo la domanda aggregata, quindi di fatto cosa voleva fare, aumentare le disuguaglianze?
Beh sicuramente è strutturale all’economia di mercato che, da un lato, chi ha il controllo dell’economia, semplificando i capitalisti, è interessato a che il sistema sia diseguale, quindi salari bassi e profitti alti. Naturalmente, non è che siano sciocchi e in certe fasi sono anche disponibili a ricorrere a Keynes e anche Monti conosce Keynes, ovviamente, e sa anche come stanno le cose.
Sono ricorsi a Keynes per due o tre decenni dopo la 2^ Guerra Mondiale. In quel periodo c’era la sfida sovietica e quindi il capitalismo doveva funzionare, ed essere anche eticamente presentabile, si estese la giustizia sociale, si stimolò la domanda. Quando la sfida sovietica è venuta meno il capitalismo è tornato alla faccia cattiva.
Gli Stati Uniti, ma anche la Cina, hanno adottato politiche Keynesiane per uscire dalla crisi, certo non dal punto di vista della distribuzione del reddito ma comunque hanno fatto spesa pubblica, infrastrutture e quant’altro.
Purtroppo in Europa abbiamo la Germania che è legata tenacemente ad un modello che non sostiene la propria domanda interna ma si basa sull’espansione della domanda negli altri paesi, a maggior ragione se questi sostenendo la propria la domanda interna creano lavoro e occupazione lasciando crescere i salari. In tal modo la Germania guadagna competitività. La Germania è il vero scandalo europeo, il vero impedimento ad una vera unificazione. Senza, forse, l’Europa si sarebbe unificata magari a guida Francese. I francesi certo non sono dei santi, e lo testimonia il loro operato in Libia, però forse con francesi e inglesi ci si ragiona un po’ di più mentre con i tedeschi ragionare è impossibile.

Un’Europa a guida tedesca non sembra un buon affare. Nel capitolo IV del suo libro Lei dice che Mitterand dovette abbandonare l’idea di fare una politica estera accomodante e cooperativa perché i tedeschi non rinunciavano a un mercantilismo spinto. Come ci si difende dagli esportatori di professione, e senza unione monetaria pensa sarebbe più facile?
Certo. La flessibilità del cambio è una forma di difesa. Mettersi con i tedeschi è pericoloso, Federico Caffè (un grande abruzzese!) diceva “mai con i tedeschi”. Anche la Banca d’Italia prima del disastro della guida Ciampi, e con Visco ancora peggio, era contro l’euro. La Germania era un problema anche prima dell’euro, negli anni ’50 perseguiva lo stesso modello appoggiandosi ai cambi fissi concordati nel 1944 a Bretton Woods. Lasciava fare il keynesismo agli altri e lei si lasciava guidare dalle esportazioni.
Subito dopo la guerra di Corea si creò un boom di domanda. Sfruttando le sue capacità tecnologiche, perché anche se l’industria all’epoca era distrutta aveva i suoi ingegneri, il surplus commerciale tedesco raggiunse subito un volume che negli anni ’50 un autore definì grottesco. Quindi la storia è vecchia, la Germania è il problema dell’economia mondiale e non è un paese cooperativo. E non è nemmeno un paese imperiale nel senso buono, quelle di cui ha bisogno il mondo, come gli Stati uniti nel secondo dopoguerra e come lo era l’Impero Romano. Un impero deve dare garanzia di pace e sicurezza e fare da “demand of last resort”, avere quindi un mercato interno che sostenga l’economia mondiale.
Gli Stati Uniti lo hanno fatto e lo fanno, hanno la moneta di riserva per eccellenza e quindi tutti accettano di essere pagati in dollari. Tutti acquisiscono dollari ma vendono nel mercato americano, l’impero deve fare così, la Germania è una pessima potenza imperiale. E’ un impero nel senso più deteriore, non dà una leadership ma opprime.

Quindi il problema della Germania è che vuole solo vendere e non comprare. Lascia fare il keynesismo agli altri perché non è interessato alla propria domanda interna, vuole vendere i suoi prodotti all’estero e se gli altri paesi si sviluppano possono comprargliene di più e questo gli sta bene, ma non si preoccupa nemmeno di deprimerli come fa nel mercato dell’eurozona. Quindi approfitta del presente ma non crea le condizioni per il futuro dimostrando oltretutto di non avere visione e un Paese senza visione non può esercitare una leadership credibile.
Gli Stati uniti possono comprare i prodotti esteri potendo pagare con i dollari, e questo va benissimo. Certo bisogna dire che il capitalismo è una forma economica del tutto irrazionale. La forma economica razionale sarebbe il socialismo che a sua volta ha dimostrato una serie di problemi, è fallito per altre ragioni. È vero che il capitalismo, nella sua irrazionalità, qualcosa ti dà in cambio, è basato sull’egoismo e l’egoismo qualcosa ti porta, fa leva su una parte dell’indole umana non particolarmente encomiabile, cioè l’egoismo individuale. Il socialismo paradossalmente fallisce perché l’egoismo purtroppo viene fuori anche lì, magari c’è la piena occupazione, ma la gente, sicura del “posto”, non vuole lavorare. Un grande problema il socialismo, se dovessi scrivere un altro libro, un altro capitolo lo dedicherei ai problemi del socialismo.
Il problema è che oggi non c’è un’alternativa al capitalismo di conseguenza capire le difficoltà del socialismo è molto importante. Non si capisce perché le vicende umane, il nostro stesso benessere, devono essere guidate da un meccanismo esterno alla nostra volontà e alla nostra ragione, che fanno leva sull’egoismo. Qualcosa di meglio, in fondo, si potrebbe trovare.

Euro sì euro no, mi sembra ci sia indecisione nello stesso mondo accademico. Anche chi come lei non è un fautore della moneta unica non mi sembra proponga una risposta chiara.
Ammetto di sfuggire un po’ a questo problema. L’euro potrebbe cadere se Draghi interrompesse il sostegno ai titoli pubblici attraverso il Quantitative Easing, gli interessi sui titoli italiano risalirebbero a livelli insostenibili e allora dovremmo decidere se uscire o accettare la troika, una deriva Greca quindi, se non peggio. Li sarà la gente a decidere se accettare la troika e finire in una maniera terribile o a quel punto l’alternativa sarebbe affrontare le difficoltà di una rottura con l’euro.
Non lo so se l’euro è destinato a rompersi o meno, comunque vedevo stamattina un articolo su un giornale importante (17 febbraio n.d.r.) che raccontava che le famiglie greche sono oramai al collasso, affidano i figli a istituti di carità.

Qualche economista pensa che una svalutazione dovuta ad un’uscita dalla moneta unica e conseguente ritorno ad una moneta nazionale potrebbe far crollare i salari. Lei cosa ne pensa?
Direi che questi stanno crollando anche adesso e crollano fondamentalmente per due ragioni: la prima è che i salari reali sono diminuiti e in secondo luogo perché c’è disoccupazione. Io non guardo al salario ma guardo al reddito complessivo di una famiglia, se prima lavoravano padre, madre e il figlio maggiorenne, adesso lavora solo la madre (magari ad orario ridotto), quindi il reddito delle famiglie nel suo insieme è crollato. Allora come diceva giustamente Bagnai sul Financial Times, e credo che riprenda il mio pensiero, può darsi pure che la svalutazione, almeno all’inizio, incida negativamente sui salari reali, però se favorisce l’occupazione i redditi delle famiglie aumentano, cioè aumenta il complesso dei salari reali delle famiglie (cioè la capacità di acquisto n.d.r.). Quando riprende l’occupazione, l’ammontare dei redditi che va alle famiglie aumenta.
Se l’economia riprende ad espandersi finalmente riprende, la produttività che adesso langue per mancanza di domanda che a sua volta fa marciare le imprese a ritmi ridotti. Riprende la produttività e poi riprenderanno anche i salari reali.

Quindi non è una svalutazione che provoca una diminuzione dei salari ma la volontà (o la necessità) di volersi sviluppare attraverso le esportazioni, cioè compressione salariale per essere competitivi.
Se vuoi acquistare competitività verso l’esterno devi contemplare anche una diminuzione salariale, può darsi, almeno nel breve periodo, però se riprende l’occupazione riprendono i redditi delle famiglie. Magari il padre lavora, la madre guadagna un po’ di meno di prima, ma lavora a tempo pieno e il figlio magari part time ma lavora, insomma riprende tutto. E non è che questo è un modello “export led”, vuol dire solo che riprendere la competitività esterna ti consente di espandere poi la domanda interna utilizzando la politica fiscale senza incorrere appunto nel vincolo estero. Stai esportando di più quindi puoi anche permetterti di importare di più e abbassare le tasse.

Volendo sintetizzare il suo ragionamento direi così: all’inizio comprimo i salari per essere più competitivo e poter esportare di più. Accumulo soldi per poter spendere e comprare all’estero e quando la bilancia dei pagamenti sarà in equilibrio potrò utilizzare la leva fiscale, cioè potrò abbassare le tasse, per lasciare più soldi ai cittadini da spendere e aumentare così la domanda interna.
No, più che alla diminuzione dell’imposizione fiscale penso a una espansione della spesa pubblica (che ha anche la forma di salario indiretto ovvero di servizi sociali). Circa i salari reali, questi devono assolutamente crescere nel lungo periodo per sostenere la domanda.

Lei parla anche del Quantitative Easing, operazione della BCE attraverso la quale vengono comprati i titoli di stato dei paesi dell’eurozona e quindi anche i BTP italiani. Questa operazione dovrebbe servire a diminuire i debiti degli stati attraverso quello che in contabilità si chiama consolidamento. A marzo sono stati acquistati un totale ormai di 233 miliardi di titoli, verranno quindi consolidati e cioè stracciati e scalati dai 2.228 miliardi di debito pubblico contabilizzato?
Sì, in via di principio è così. Anche se non venissero comprati più titoli di debito pubblico non è che la Banca d’Italia si mette a rivendere quelli comprati. E questo è un consolidamento. C’è anche da dire poi che è vero che si pagano degli interessi su questi titoli ma una parte ritornano indietro al Tesoro.

Sì ma il debito pubblico reale dovrebbe essere più basso di quello indicato, al di là degli interessi pagati o incassati per opera del cosiddetto signoraggio. Una volta ricomprato il debito, i titoli che lo attestavano dovrebbero essere eliminati.
Certo, se la banca centrale appartiene allo Stato, emette liquidità, si ricompra i titoli e quindi li può stracciare. Se ha ricomprato 233 miliardi di titoli questi non fanno più parte del debito pubblico. In realtà la BCE potrebbe ricomprarsi tutto il debito, certo è chiaro che si crea liquidità e non è che questo è senza problemi.

Come dire, si può fare ma va fatto con criterio. Altrimenti la liquidità creata creerebbe inflazione?
Chi possedeva i titoli non è che spenderebbe la liquidità ricevuta, perché chi aveva i titoli li acquistati per investire dei risparmi, impiegando dunque dei quattrini che non aveva intenzione di spendere. Nel momento che li riavesse indietro, evidentemente continuerà a non volerli spendere. Quindi l’idea che si inonda il mercato di liquidità, che la gente spende e si crea inflazione non è fondata. Le persone che non avevano intenzione di spendere dei fondi prima, non li spenderanno dopo.
Certo questo potrebbe portare squilibri a vario titolo. Ci sono rischi sia con il QE americano che con quello europeo perché questa liquidità spesso finisce nei mercati dei paesi emergenti, fondi pensione, fondi comuni, mercati in cui i rendimenti sono più alti. Questo potrebbe portare ad una svalutazione di dollaro ed euro e ad una rivalutazione delle valute di quei paesi che si ritroverebbero monete forti che danneggiano la loro competitività. In più questa abbondanza di liquidità in questi mercati può creare bolle speculative, un esempio classico sono le bolle edilizie. Quindi paradossalmente il nostro Q.E. può essere un problema per i paesi emergenti mentre per noi rappresenta parte della soluzione.

Funzionerebbe meglio per il sistema e a livello macroeconomico se la liquidità immessa col QE fosse utilizzata per acquistare titoli deteriorati o di aziende a rischio fallimento?
Di quali aziende, con quali criteri selettivi… in effetti il QE è stato esteso alle grandi corporation, però qui entriamo un po’ nel libero arbitrio. Di fatto è già stato esteso. Comunque la Banca Centrale potrebbe benissimo intervenire per sistemare le banche a rischio fallimento, comprare i titoli tossici insomma.

Direi che non mi sembra poco. Adottare una soluzione del genere, che quindi mi sembra di capire sia possibile, risolverebbe i problemi di tanti risparmiatori e darebbe più fiducia al sistema bancario. Il QE dimostra, comunque, che è possibile stampare moneta senza necessariamente creare inflazione e rispettando determinati criteri. Che è possibile monetizzare il debito degli stati e che quindi in questo modo il debito pubblico potrebbe essere sotto controllo.
Da un punto di vista keynesiano lo Stato prima spende e poi raccoglie le tasse o i risparmi dei cittadini (se le imposte fossero sufficienti). Però prima lo Stato spende, crea moneta, e da un punto di vista keynesiano deve essere così. Poi quando riscuote le imposte, ritira questa moneta, quindi non è che questa moneta aumenta ogni anno di più proprio perché con l’imposizione fiscale la ritira. Questo è assolutamente vero in generale però qual è il punto, e questo anche per rispondere alle idee della MMT, qual è il limite della spesa pubblica finanziata dalla Banca Centrale attraverso la stampa della moneta? Il vincolo estero!
Vale a dire che, a meno di essere gli Stati Uniti, va benissimo spendere anche facendosi finanziare dalla banca centrale per sostenere la domanda e l’occupazione, ma se cresce troppo la domanda interna questo conduce ad importazioni troppo forti dall’estero e questo comporta indebitamento. La MMT ritiene che si possano pagare le importazioni in lire e questa è un’assoluta falsità, che illude qualche migliaio di persone che seguono la MMT.
Certo possiamo fatturare in lire ma dobbiamo garantire che la lira sia convertibile in moneta di riserva, dollari o monete forti, quindi questo è il limite a cui bisogna stare molto attenti, che non vuol dire che per crescere non ci si possa indebitare con l’estero, però deve farlo entro limiti molto forti.
Quindi è vera una parte dell’affermazione, lo Stato può benissimo spendere finanziandosi presso la banca centrale ma attenzione, un limite c’è insomma.

Si però immagino che questo limite sia più forte nel momento in cui si parli di uno stato debole, con poca capacità produttiva.
Beh storicamente l’Italia, ma anche la Francia hanno incontrato dei limiti.

Non mi sembra che abbiamo avuto storicamente grandi problemi con la bilancia dei pagamenti, direi che siamo sempre stati in grado di affrontare anche le situazioni più drammatiche come le due crisi petrolifere degli anni ‘70.
Possono permettersi di finanziarsi in questo modo Stati Uniti, i paesi di origine anglosassone, forse meno la Gran Bretagna, più il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia perché sono paesi affidabili, hanno un sacco di risorse naturali. La loro moneta è abbastanza accettata anche se sono in disavanzo estero e questo non è sostenibile per tutto il resto dei paesi del mondo. Punto. La MMT può raccontare quello che gli pare e piace, io ho messo sul blog una sorta di settima lezione del libro su questo argomento perché Wray, Mosler e altri scrivono spesso tutto e il contrario di tutto, e con chi usa questo metodo poi è difficile anche discutere.
Io mi sento a disagio con alcuni degli “economisti” che impazzano sul web, spesso improvvisatori e autodidatti. Ci vogliono studi solidi e maestri.

Lascio aperto il discorso esportazioni e capacità dell’Italia di tenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, magari merita un approfondimento. Chi è il più improvvisatore?
Non facciamo nomi

Va bene. Mi chiedo e le chiedo: se è possibile monetizzare il debito, se una banca centrale può comprare titoli degli stati e quindi il suo debito, allora perché non lo fa? Immagino perché tenendo alta la paura del debito pubblico nelle persone, si rendono lecite tutte le politiche di austerity, alta tassazione, calo dei servizi e via dicendo.
L’austerità ha come strumento l’abbattimento del debito pubblico, ma il vero obiettivo dell’austerità è il debito estero. In questo modo i paesi riducono le loro importazioni, quindi una parte del loro disavanzo commerciale, e segnatamente le partite correnti, e cominciano a restituire o comunque non aumentano ulteriormente il loro debito estero. È questo che si vuole tenere sotto controllo.
In un certo senso è anche ragionevole, ma dipende dal contesto. È da ricordare che il debito italiano è piccolo, il debito estero della spagna è molto più grande. Il nostro debito netto è il 25% del PIL, la Spagna il 90%. La Spagna ha un debito privato elevato e un debito estero elevato. In linea di principio è messa peggio dell’Italia. Però siccome la Spagna ha fatto riforme del lavoro più feroci di quelle italiane la Commissione Europea è più accomodante. E questo le permette di fare politiche in disavanzo senza incorrere in procedure per levato deficit, come invece succede a noi.

Professore, ha senso la frase “non ci sono soldi”?
Come dicevamo sopra, se avessimo una banca centrale i soldi ci sarebbero per definizione, con i limiti del vincolo dell’indebitamento estero. Non possiamo pensare di espandere la domanda interna e cominciare a importare dall’estero e indebitarci. I soldi li creiamo noi ma se cominciamo ad importare troppo poi non possiamo pagare utilizzando questi stessi soldi, abbiamo bisogno che ci prestino altre valute, che ci prestino dollari, valute di riserva. Possiamo anche fatturare in lire, certo, ma la gente si confonde, il seguace della MMT dice: noi possiamo fatturare in lire. Certo! Basta però che assicuri la convertibilità della lira. Che chi è pagato in lire possa rivolgersi a quello che una volta si chiamava ufficio italiano dei cambi, una branca della banca d’Italia, che possa cambiare i tuoi soldi in dollari. Ci può essere un po’ di flessibilità ma un po’ di dollari li devi avere.

La MMT considera troppo poco l’importanza delle banche commerciali nella creazione del denaro/credito?
Questo non saprei, ma protendo più per il no. Anzi siamo d’accordo con il fatto che la creazione di credito da parte delle banche vada tenuta sotto controllo se no si creano queste bolle che descrive Minsky che è il loro economista di riferimento e spiega le bolle edilizie o finanziarie che poi si trasformano in crisi conseguenti. Siamo d’accordo che queste attività, la creazione della moneta bancaria, il credito, vadano tenute sotto controllo.

La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano?
Naturalmente.

Pdf dell’intervista:
intervista-cesaratto

Risparmi a rischio, la grande paura non è finita

di Alice Ferraresi

Nove euro per azione offerti all’azionista di Popolare Vicenza (circa il 15% del prezzo massimo raggiunto dall’azione). Il 15% del prezzo di acquisto offerto all’ azionista di Veneto Banca. In cambio l’azionista deve rinunciare alle azioni legali. Insomma, chiamarsi contento di portare a casa una perdita dell’85%.
Detta così, uno non aderirebbe mai. Piuttosto mi tengo aperte le porte dell’azione legale, vediamo intanto che succede. Perché dovrei portarmi a casa un misero 15%?
Il perché si capisce guardando non il proprio particolare nel ritratto, ma il quadro complessivo. Se almeno l’80% degli azionisti non aderisce all’offerta, non si fa nulla. E se non si fa nulla, la prima alternativa è: bail in. Infatti la DG competition (Unione Europea) potrebbe non autorizzare la ricapitalizzazione precauzionale già varata per Monte Paschi. Non prima, si intende, di una dimostrazione di solvibilità delle due banche fornita prima ed indipendentemente dalla ricapitalizzazione. Rischia quindi di essere un casino a cascata se gli azionisti (almeno in misura pari all’80%) non aderiscono all’offerta, perchè stavolta le dimensioni delle due banche sono talmente grandi che, se il loro capitale non viene considerato sufficiente a fronteggiare il rischio delle cause legali, va a finire male anche il fondo Atlante, nato (oltre che per assorbire i crediti deteriorati del sistema) proprio per ricapitalizzare le due banche venete – di cui attualmente è proprietario pressochè totale.

L’ipotesi del bail in appare quindi folle, scellerata, ma non impossibile. In questo caso, andrebbe zero a tutti. Non solo (ovviamente) agli azionisti, ma zero agli obbligazionisti subordinati, zero agli obbligazionisti senior e zero anche, se necessario per recuperare valore dalla svalutazione degli attivi marci(o crediti inesigibili), sui saldi di conto corrente sopra i centomila euro. Tradotto in parole povere, un esproprio tale da far collassare l’economia dell’intero nord est. Una Cassa di Ferrara, Marche, Etruria e Chieti moltiplicata per dieci se si guarda ai singoli istituti (qui hanno pagato “solo” azionisti e subordinatisti), moltiplicata per mille se si guarda al sistema, date le dimensioni delle due banche venete. L’effetto che viene in mente è quello di una bomba atomica economica.

La cosa grottesca, se la si guarda dalla prospettiva della provincia di Ferrara, è che ci sono clienti anche importanti che sono scappati da Carife a Veneto Banca per la paura del fallimento della banca ferrarese, e che adesso non sanno più dove scappare. Molti potrebbero tornare all’ovile abbandonato, ora sotto l’ombrello della Popolare Emilia Romagna (dopo un’agonia di tre anni e mezzo). Ma non è così semplice: l’unica liquidità realmente trasferibile in tempo reale è quella sul conto corrente. Il resto è illiquido.

Nessuno può permettersi di dare suggerimenti a cuor leggero, e chi li dà in finanza spesso è interessato, per cui è difficile trovare un operatore realmente indipendente dalle commistioni di affari (in questo ragionamento inserisco anche alcune associazioni di “tutela dei consumatori” che si buttano come sciacalli sul cadavere per fare soldi con le adesioni, garantendo molto fumo e poco arrosto). Tuttavia, in questa situazione di autentica emergenza nazionale del risparmio, che diventa ed è già emergenza dell’economia produttiva, un istinto di sopravvivenza globale spingerebbe a dare un sommesso ed accorato suggerimento: quello di aderire all’offerta (il termine è il 22 marzo). L’alternativa potrebbe essere quella di precipitare in un burrone, e siccome l’economia del nordest è strettamente intrecciata con quella del resto d’Italia, nel burrone rischiamo di finire tutti, esattamente come una locomotiva che trascina con sé nel baratro i suoi vagoni.

Carife, una cesura da ricucire a partire dagli azzerati

“Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione” Henry Ford, imprenditore statunitense.

Dopo il caos, dopo il crac, dovrebbe tornare la quiete, la risoluzione. Oggi la fiducia dei cittadini ferraresi, dei risparmiatori, dei cosiddetti ‘azzerati’ è ai minimi storici. Il sentimento comune nei confronti del sistema bancario e nelle contromisure adottate dalla Banca d’Italia è di scetticismo e diffidenza. Dopo 178 anni di storia bancaria il rapporto Carife-cliente ha registrato una crepa profonda, che deve essere risanata nel nome di una ferraresità che da sempre ha caratterizzato il legame tra il cittadino e l’istituto di credito d’appartenenza.
Partendo dal concetto che l’austerità – in materia di politica economica – è una delle prime cause della decrescita (già dal 2008 alcuni segnali volgevano in tal senso), le banche, in particolare quelle statunitensi, europee ed italiane, denunciavano un cambiamento del mercato, la crisi dei ‘subprime’ e la grande depressione. In controtendenza rispetto agli altri paesi, l’Italia non ha impiegato interventi statali allo scopo di mettere in sicurezza le banche, un primo passo verso l’oblio finanziario.
Una delle contromisure più conosciute è quella entrata in vigore nel nostro paese a partire dal 1 gennaio 2016, il cosiddetto Bail In, consiste nel salvataggio della banca attraverso i soldi degli azionisti in primis, obbligazionisti e correntisti, escludendo quei clienti con conti deposito inferiori a 100.000 euro (protetti dal Fondo Garanzia Depositi).
Ma questo è solo uno degli aspetti denunciati dai gruppi di protesta, ai quali da ieri in città si aggiunge anche il Gruppo risparmiatori associati di Alberto Dolcetti e Ubaldo Ferretti. Le polemiche si diramano verso l’attribuzione delle responsabilità gestionali e politiche nei confronti di Carife stessa, denunciando prestiti provinciali ed extra-provinciali (Milano) mal gestiti e ingiustificati, la mancata supervisione da parte della Banca d’Italia è una nota dolente comune degli ultimi casi bancari italiani. Un insieme di concause che hanno aperto il famigerato vaso di Pandora, generando una perdita di appetibilità della banca, un fuggifuggi generale dei conti di deposito, allarmismo del mercato finanziario.
In seguito alle inchieste – ascrivibili alla Gdf di Ferrara – e alle analisi dei comitati di alleanza, è emerso che il territorio stesso ha subito un danno notevole, un approccio costruttivo è stato identificato nell’opportunità di unire sotto la stessa causa – quella ferrarese – amministratori comunali, partiti locali, azzerati e gruppi di protesta con l’obiettivo di porre la questione nelle sedi governative opportune.
Tutelare la salvezza delle banche equivale a tutelare la salvezza dei cittadini, regolamentarle e commissionarle potrebbe essere una soluzione soddisfacente per il futuro. Gli organi bancari di competenza devono tornare protagonisti nella tutela dei diritti del risparmiatore, un’assistenza funzionale è requisito fondamentale per instaurare un rapporto di fiducia tra banca e cliente.

Se gli Stati tornassero a emettere moneta secondo il fabbisogno reale della comunità

Possono finire i soldi? Dopo il 1971 la moneta non è più legata all’oro. Per avere più denaro non è più necessario scavare delle miniere e trovare oro che garantisca l’emissione di ulteriore moneta.

In questo video vediamo che il presidente degli Stati Uniti di allora, Richard M. Nixon, dichiara la fine degli accordi di Breton Woods che erano stati voluti dopo la conferenza nell’omonima località che diede il nome al Trattato e che vedeva il dollaro ergersi a moneta mondiale.
Il dollaro, appunto, diventava convertibile in oro e tutte le monete mondiali convertibili in dollari, si proclamava in pratica la supremazia monetaria degli USA e che per avere un pezzo di carta in più dovevi scavare un buco alla ricerca di oro perché serviva un sottostante (concetto del resto non nuovissimo).

Dal 1971 e a seguito della dichiarazione di Nixon, che tra l’altro chiama temporanea ma diverrà la regola, la moneta diventa moneta ‘fiat’, cioè come nella Bibbia viene detto ‘fiat lux’ e fu luce, così doveva succedere per la moneta, creata dal nulla. Senza sottostante o collaterale, insomma, ma solo strumento di politica economica di uno Stato.
Per avere moneta uno Stato non avrebbe mai più avuto bisogno di miniere e di ricercare metallo prezioso, ma bastava un ragionamento mirato in relazione agli scopi che si era dato di aumento del benessere dei suoi cittadini. Un evento epocale che doveva cambiare gli schemi del mondo.
Sono passati 45 anni da quella dichiarazione ma ancora sono in tanti a non rendersi conto di quanto successo e di come la moneta dovrebbe o potrebbe funzionare. Forse perché chi ha saputo cogliere l’occasione l’ha ben sfruttata per raggiungere altri scopi rispetto al benessere generalizzato. Infatti ha saputo sfruttare un’opportunità per tutti in ricchezza per pochi, iniziando da lì a poco la trasformazione del capitalismo in capitalismo-finanziario, cioè il denaro diventa non solo merce scarsa di nuovo ma addirittura mezzo fine a se stesso.
Si crea denaro dal denaro attraverso il debito, si privatizza la produzione della merce denaro e la si fa circolare nella quantità giusta (cioè poca) perché ce ne sia sempre bisogno e si sia sempre alla disperata ricerca di essa (insomma come se ci fosse l’oro dietro, vedi eurozona per l’esempio migliore, ma con la possibilità di controllare la miniera, cioè l’ente emettitore, le banche centrali).

Il lavoro diventa non più il mezzo per assicurare la sopravvivenza all’interno di una società o anche il mezzo attraverso il quale ci si possa approcciare con dignità alla soddisfazione dei propri bisogni nel rispetto degli spazi altrui, ma uno dei termine della nuova schiavitù. Anche il lavoro diventa scarso, sufficiente ad assicurare la sopravvivenza, che non dà più dignità alla partecipazione ma solo un altro mezzo per procurarsi la moneta necessaria a pagare le tasse, da contendere ad altri lavoratori sulla base della concorrenza indotta dalla necessità.
Ogni banconota, moneta, impulso elettronico in circolazione rappresenta un debito perché emesso dietro la necessità della restituzione. Le nostre società si nutrono di debito e pretendono di sfamarsi con pezzettini di carta colorata.

Sono passati 45 anni ma ancora molti non se ne rendono conto e siamo costretti a riparlarne. Professori, accademici che ancora impostano ragionamenti economici come se il 1971 non ci fosse mai stato e studenti che imparano ad applicare formule sull’inesistente.
La moneta legale viene creata da una Banca centrale che rappresenta lo Stato, e tanto tempo fa in Italia rappresentava e dipendeva dal Ministero del Tesoro. Lo Stato ha il potere di decidere quanta moneta ci debba essere in circolazione e il suo sforzo non è quello di creare la moneta, che oggi nemmeno si stampa più, ma di decidere quanta ne sia necessaria nel sistema economico. Nel caso attuale mi sembra evidente ce ne sia troppo poca per cui se l’Italia fosse sovrana, cioè potesse decidere senza Eurosistema alle spalle, creerebbe semplicemente la quantità necessaria per ricostruire, ad esempio, le cittadine distrutte dal terremoto.

Chiediamoci quanto denaro è stato creato per salvare le banche negli Usa dopo il 2008 e confrontiamolo con i quattro soldi di cui adesso avremmo bisogno adesso in Italia. Qualche economista di scuola liberista e quindi chiaramente disinformato o in mala fede direbbe comunque a questo punto che non si può stampare moneta, che immettere moneta ha un costo e infine parlerebbe dell’inflazione. Si potrebbe semplicemente rispondere che dal 2008 in poi negli USA, in Gran Bretagna e poi in Eurozona sono stati creati migliaia di miliardi ed in quest’ultima senza quindi tener conto di altro, con il Quantitative Easing quasi 2.000 miliardi ma continuiamo a rimanere in deflazione. Quindi stampare moneta di per se non crea inflazione. E non la crea in nessun sistema che ne ha bisogno. Quando la moneta serve, ha un’utilità, non crea problemi né tantomeno inflazione.

La moneta di per se è un pasto gratis, dipende tutto da chi ha il potere di crearla perché la moneta è uno strumento in mano ad uno Stato, è una questione politica e giuridica prima che economica.
Allora perché mai questo ragionamento non funziona? Perché non ci permettono di spendere nemmeno quando serve? Perche Draghi stampa insieme a tutti i suoi colleghi delle Banche Centrali e noi continuiamo ad essere in deflazione e vivere una continua e disastrosa mancanza di soldi. E perché nonostante la verità venga detta da coloro che veramente controllano il denaro e il potere (http://www.ferraraitalia.it/debito-e-moneta-le-leve-per-sbloccare-la-crisi-116322.html), noi continuiamo ad ascoltare gli urli di Giannino oppure a tollerare l’arroganza di un Marattin?

La risposta sta nel fatto che se la moneta fosse alla portata di tutti, cioè sufficiente per le esigenze reali delle persone, allora non ci sarebbero le storture del nostro sistema che accentra la ricchezza nelle mani di pochi, che saranno sempre di meno. La moneta non è un bene e tecnicamente vale la carta sulla quale è stampata e come detto sopra sarebbe possibile crearne a sufficienza. Ma se lo facessero allora sarebbe democratica, le aziende tornerebbero a funzionare, gli operai a lavorare, gli ospedali potrebbero essere pubblici e funzionare benissimo così come le pensioni e gli enti pubblici che le erogano. Le autostrade potrebbero funzionare senza essere privatizzate e non si parlerebbe di vendere ne l’acqua ne le condutture che invece potrebbero essere adeguate e perfettamente funzionanti benché di proprietà dei cittadini.
Se lo facessero saremo liberi di immaginare un futuro, pulito e green. Ci sarebbero vaccinazioni e medicine per tutti i tipi di malattie, fornite dallo Stato e anche per gli africani che non dovrebbero più chiederci 9 euro al mese di elemosina televisiva. E le televisioni senza pubblicità in mezzo ai cartoni animati e la nonna potrebbe sorridere un po’ di più quando le arriva un nipote.

E perché le persone non comprendono tutto questo? Non ho una risposta assoluta ma un’idea me la sono fatta. Ovviamente l’informazione giusta bisogna cercarla, le interviste che ho citato all’inizio non hanno mai occupato spazio nei Tg nazionali e tantomeno se ne è parlato dalla Gruber o dall’Annunziata. In questi luoghi si parla della corruzione o degli stipendi dei parlamentari o della Raggi. E poi bisogna considerare che in Occidente e in Italia c’è ancora tanto benessere e non si può fare prevenzione perché non c’è visione del futuro. Anzi, questa è stata sostituita dal presente nella sua totalità per cui si “naviga a vista” e si mettono le toppe. Le ricette piacciono se sono difficili e magari poco comprensibili in modo che si possano delegare ad altri e lavarsene le mani. La ricchezza degli italiani ammonta a circa 9.000 miliardi, il che significa che ancora tanti stanno bene. Usufruiscono di seconde o terze case, terreni, beni mobili o stipendio decente per cui riescono anche a tenersi i figli trentenni a casa, cosa che loro, invece, non potranno fare.
Per adesso falliscono piccole banche e cominciano a volatilizzarsi piccoli patrimoni di tanta brava gente ma ancora pochi perché si possa trovare una solidarietà generalizzata. Si attacca un pezzo alla volta fino a quando quei 9.000 miliardi scompariranno e pochissimi gestiranno milioni di persone che lavoreranno per un tozzo di pane, solo allora ci potrà essere un risveglio ma sarà troppo tardi.

Salvare le banche è di sinistra

di Alice Ferraresi

Giorgio Gaber cantava “se la cioccolata svizzera è di destra, la nutella è ancora di sinistra” e snocciolava altri luoghi comuni su cosa è considerato di destra e cosa di sinistra.
“Salvare una banca” non è considerato né di destra né di sinistra: è impopolare e basta. Il concetto è la conseguenza di due postulati, entrambi errati: che salvare una banca significhi salvare i banchieri; che la banca sia un’azienda come tutte le altre.

Primo postulato: salvare una banca significa salvare i banchieri. Dovrebbe essere il contrario. Infatti, se si riuscisse a riportare nel capitale della banca almeno parte dei denari sottratti dalla mala gestio o dalla malversazione dei cattivi banchieri, tra punizione e sanzione dei primi e cura delle seconde ci sarebbe una relazione diretta: recupero capitali sottratti alla buona gestione e li reimmetto nella banca. Purtroppo in questo recupero l’attuale legislazione di diritto privato commerciale (anche internazionale) è gravemente carente di strumenti idonei a colpire gli interessi di chi ha soldi da nascondere. Semplicemente, gli strumenti della “libera finanza” sovrastano gli anticorpi normativi.
Peraltro questa è solo una parte del problema. La cattiva gestione dilapida denaro aziendale che non può essere tutto recuperato dalle tasche dei top manager: l’azienda che perde valore e capitalizzazione perde infatti tanto denaro, perchè scelte sbagliate la depauperano profondamente. Tuttavia sarebbe già un grande passo in avanti se alcune retribuzioni milionarie venissero rigorosamente agganciate al raggiungimento di risultati di buona gestione (che non significa la massimizzazione dei profitti di breve periodo). Invece, anche in questi giorni di grandi crisi bancarie, assistiamo a scandali come il trattamento economico – preceduto da un incredibile “bonus in entrata” – dell’AD di Pop Vicenza Iorio, che in 18 mesi di reggenza in una banca in grave dissesto (e nella quale i dipendenti rischiano posto di lavoro e parte della retribuzione) ha percepito circa diecimila euro al giorno. Una follia, un insulto. Un pactum sceleris tra privati che dovrebbe essere reso giuridicamente impossibile, dentro aziende in crisi. Non parliamo delle banche commissariate: qui la gravità delle sperequazioni è accentuata dalla segretezza da cui vengono circondati i compensi della compagine commissariale – che non aiuta una banca a guarire, casomai la aiuta a sprofondare; ma di questo parleremo magari un’altra volta…
Secondo postulato: la banca è un’azienda, quindi se è in dissesto deve poter fallire, come qualunque altra azienda. La banca è un intermediatore di denaro: raccoglie i soldi di proprietà dei suoi clienti, e li impiega prestandoli al territorio che ne ha bisogno per svolgere le sue attività economiche. Se una banca viene lasciata fallire, le due conseguenze immediate sono le seguenti: primo, una parte dei risparmi dei clienti viene espropriata, esattamente alla stregua di un credito che viene succhiato ed attratto nella massa di crediti di una procedura fallimentare, che verranno pagati se e quando sarà realizzato un attivo (questo drammatico effetto si è già visto a Ferrara, con la crisi Carife); secondo, la banca chiede ai suoi clienti di rientrare (ad un certo tempo) dai prestiti erogati, ma soprattutto ed immediatamente interrompe il sostegno economico ai suoi affidati. Questo secondo effetto è ancora più drammatico, perchè si porta dietro l’implosione del tessuto economico di un territorio. E’ infatti strettissimo il legame tra sistema produttivo e banche (specie banche del territorio): le imprese del territorio funzionano a debito. Pochissime sono quelle che lavorano esclusivamente con mezzi finanziari propri.
Questa descrizione dovrebbe far percepire una banca per quello che è realmente: una infrastruttura del territorio, esattamente come un tessuto stradale, una fognatura, una ferrovia. Questo rischio è tanto più alto quanto più la banca che entra in crisi finanzia ancora (anche se non esclusivamente) la maggior parte delle aziende di un territorio. E’ questo il caso di banche grandi(come MPS) ma anche di banche più piccole ma di estrazione territoriale (le due venete, Cassa Ferrara), che sostengono in maniera decisiva, piaccia o no, le aree di riferimento. Lasciare andare una banca del genere al suo destino equivale a far crollare un’autostrada ad alta percorrenza, un sistema viario. Sarebbe come far deragliare i treni perchè ci sta sulle scatole l’AD di Ferrovie dello Stato. Equivale a staccare il bocchettone dell’ ossigeno alle aziende del territorio. E’ quindi mistificatoria l’opinione di chi ritiene che il salvataggio di una banca non debba gravare sulla collettività, perchè è esattamente il contrario: è il dissesto irrimediabile di una banca che scarica tutto il suo fardello sulla collettività.

Per liberamente interpretare Giorgio Gaber: credo che salvare un cattivo banchiere sia di destra, mentre credo che salvare una banca sia di sinistra, perchè significa salvare i risparmi dei cittadini e il tessuto economico. Il nuovo governo, che nasce nel segno della continuità con il precedente, afferma di essere di centro-sinistra. E’ auspicabile che decida di affrontare la crisi del sistema bancario con un salto di qualità rispetto alla passata gestione. Le premesse purtroppo non sono buone.

Il “vaffa” dell’economia al cittadino: crisi pilotate, schiavitù monetaria e dulcis in fundo… reimpasto di governo come piace all’Europa

Come ha avuto modo di dire lo stesso Monti, per fare riforme strutturali hai bisogno di una crisi, altrimenti diventa difficile farle accettare. Del resto, quando ti dicono che dovrai andare in pensione a 70 anni con la metà della retribuzione non la prendi proprio bene. Quindi si crea il problema della crisi e poi in piena emergenza si presenta la soluzione che, guarda caso, è sempre sfavorevole al cittadino. Soluzione, ovviamente, da attuare in fretta e senza pensarci troppo, altrimenti questi ultimi potrebbero avere il tempo di ragionarci su e capire che magari ci sono altre strade a loro più favorevoli.

I 5 miliardi necessari al Monte Paschi Siena, per esempio, diventano una delle ragioni alla base dell’affidamento al Ministro Gentiloni di un incarico pieno a Presidente del Consiglio. Il perché si arriva a questo, ovviamente, è relegato agli esperti o ai soliti catastrofisti antisistema e antieuro. Quindi non se ne parla o si rende la strada alla comprensione troppo tortuosa.In realtà basta fare un po’ di considerazioni per mettere le cose al posto giusto e farlo serve anche a capitalizzare il no al referendum. Ovvero di capitalizzare la pretesa di non essere continuamente ignorati e che il popolo non è un’entità astratta da manipolare a piacere da un gruppo di politici che si ritiene insostituibile.

Attualmente il sistema prevede che lo Stato non debba intervenire nei salvataggi delle banche, anzi bisogna affidare il tutto ad azionisti, obbligazionisti ed eventualmente risparmiatori. In un sistema del genere piano piano non sarà possibile neppure più garantire i correntisti fino a 100.000 euro perché saranno troppe le banche a fallire e perché l’Unione Bancaria non prevede la necessaria liquidità. Ma del resto bisogna comprendere che i risparmiatori non sono nei pensieri di chi sta scrivendo le regole (almeno non quanto lo sono i loro risparmi).

Regole che:
– affidano tutto al mercato e non prevedono interventi statali, gli unici che possono stabilizzare il sistema. E’ utile ricordare che per i mercati sono un affare anche i crediti deteriorati e che questi guadagnano sia quando la borsa va giù che quando va su. La speculazione non dorme mai, come invece fanno risparmiatori e onesti cittadini;

– invece di alzare un muro, come ci si aspetterebbe, a difesa del risparmio e contro i mercati finanziari e la speculazione, abbattono le barriere e lo rendono sempre più attaccabile, con l’aggravante delle dichiarazioni di chi ci dovrebbe difendere che descrive tutto questo come interventi a nostro favore;

– deregolamentano il sistema bancario in nome della concorrenza libera e spietata, dove vince il più forte e il più debole perisce, i reali responsabili di crack si salvano e i risparmiatori pagano i danni, la mano invisibile del mercato crea boom e crisi. Dove in piena filosofia neoliberista si legittima un sistema per cui, semplicemente, i cittadini saranno i pagatori di ultima istanza, sostituti di una banca centrale e stabilizzatori di un sistema monetario privatizzato;

– prevedono la scomparsa delle piccole banche territoriali a favore di poche, enormi istituti “too big to fail” che possano decidere a chi fare credito, quando farlo e come condizionare le scelte degli Stati. Ricordiamoci sempre che chi controlla il denaro controlla tutto il resto. Meno persone lo controllano, meno persone sono al comando.

Purtroppo da questo non si uscirà finché troppi continueranno a credere che non vi sono altre soluzioni, che bisogna fare in fretta, senza fermarsi a ragionare e che bisogna invece pretendere come prima cosa la partecipazione e quella democrazia, quel potere decisionale che Padoan e soci non vogliono proprio concederci.
Una banca non fallisce se ha delle regole chiare e sostenibili, se ha delle leggi alle spalle che le vietino di investire i soldi depositati in operazioni rischiose e quando ha alle spalle uno Stato che si sia dotato di leggi in grado di intervenire e punire chi le violi. Non fallisce se in ultima istanza esiste una Banca Centrale, di proprietà dello Stato, che non solo controlla e agisce, ma che ha mandato di intervenire a sostegno della liquidità in caso di imprevisti. Una Banca Centrale che non permetta gli oligopoli, l’accentramento bancario, ma al contrario permetta e sostenga la proliferazione di piccole banche territoriali, gestibili in termini di liquidità e che si faccia carico, quando serve, di acquistare i crediti deteriorati in maniera tale da salvare subito la banca e poter anche guadagnare sull’acquisto di tali crediti.

Questo è l’ordine naturale delle cose. Un ordine naturale che mette al sicuro sia le banche che i risparmiatori. Perché la logica dice che uno Stato non dovrebbe preoccuparsi di dove andare a trovare 5 miliardi se ha una ricchezza privata stimata di 9.000 miliardi di euro, immobili di proprietà dello Stato, artistici e non, demanio inestimabile, ecc. ecc.. Siamo un Paese solvibile e con garanzie di tutto rispetto, che altri Paesi si sognano. Dire che abbiamo un problema in tal senso è strumentale alla volontà di farlo credere per gli interessi di qualcuno.
Chi ha interesse a che le banche diventino mercato aperto e in preda a fallimenti facili? Forse gli stessi che ignorano i voti e le richieste popolari?

Il nostro Parlamento e la maggioranza di cui godrebbe Gentiloni in fondo è lo specchio della realtà, per chi vuole vederla ovviamente. Il Pd si rimescola in quanto principale imputato della disfatta referendaria ma si ripropone come se stesso, come se nulla fosse accaduto, Ncd è inamovibile con i suoi ministri e il suo centro di potere, supera governi e maggioranze e permette al Pd di continuare il suo piano fino a quando non si metteranno in discussione le sue poltrone. Verdini per adesso viene messo da parte perché i suoi numeri non servono, altrimenti pur di rimanere al comando Gentiloni gli avrebbe offerto un ministero di sicuro. Anche a tutto questo siamo indifferenti? Pensiamo non ci sia soluzione e che sia l’unica possibilità?

Un esecutivo dunque nel pieno delle sue funzioni che gioca sull’ineluttabilità dei problemi economici e delle richieste dell’Europa. Per questo anche Padoan diventa inamovibile. L’uomo che ha lavorato per il Fmi e per l’Ocse, che ha avuto responsabilità per la Grecia e il Portogallo (che probabilmente gli sono molto grati per la loro situazione attuale fatta di lavoro precario, salari al ribasso e pensioni ridotte al lumicino).
Ma di sicuro anche qui, per la Grecia, non c’era altra scelta che colpevolizzare i cittadini e renderli partecipi al risanamento dei disastri creati da altri. E questo resta ineluttabile. E’ l’unica via riconosciuta ufficialmente, anche dopo che televisioni e giornali hanno reso pubblico il fatto, per esempio, che le centinaia di miliardi pagati dagli Stati per risanare i problemi greci sono serviti invece a risanare le banche tedesche e francesi.

Questo grafico tratto dal Sole24ore mi sembra abbastanza chiaro

grafico-pisapia

Fino al 2009 i cittadini (Stato) non avevano esposizione nei confronti dei titoli greci ma i problemi erano solo delle banche, dopo gli interventi europei il problema è passato dalle banche ai cittadini (Stati). Il bello è che l’Italia è passata da un’esposizione delle sue banche di poco meno di 7 miliardi ad un’esposizione dei suoi cittadini (Stato) di quasi 41. Di questo dobbiamo ringraziare i governi Monti, Letta, Renzi che hanno operato nel pieno “interesse dell’Italia”.

Ma torniamo ai ministri che non lasciano mai, tantomeno quando dichiarano di farlo, e ai messaggi inascoltati dei cittadini, e vediamo che addirittura è rimasta Boschi come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e che Vittoria Fedeli diventa ministro dell’Istruzione, dopo che aveva dichiarato poche settimane fa che una vittoria del no sarebbe stato un messaggio chiaro di sfiducia. Si sa il ‘Gattopardo’ insegna, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Quindi non è un problema che i cittadini abbiano richiesto un cambiamento che non viene concesso. Ma sono un problema i 5 miliardi di euro per MPS. Un problema così grande, insieme ai soldi per la falsa accoglienza dei migranti e per la messa in sicurezza del territorio, che consente di sovvertire per l’ennesima volta la volontà popolare (come per il referendum per l’acqua o per il finanziamento pubblico ai partiti). Al grido degli impegni europei, del “ce lo chiede l’Europa”, tutto è permesso e tutto viene prima.
Quindi anche la possibilità di dover chiedere soldi al Mes (fondo salva-stati) con conseguente e previsto commissariamento.

Anche qui si vede tutta l’assurdità del costrutto: non è stato un problema aderire a questo meccanismo che ci costa la promessa di pagare 125 miliardi di euro, se richiesti, in quanto per adesso ne sono stati versati solo 80 divisi per quote tra gli aderenti (quindi diamo dei soldi che se richiediamo indietro ci costa interessi a usura e sovranità). Ma accettiamo l’idea che ci potrebbero costringere ad altre manovre lacrime e sangue se gliene chiediamo indietro 5 oppure 15! E sarebbe anche il caso di ricordare che abbiamo versato dal 2000 ad oggi circa 75 miliardi in più all’Unione Europea di quello che abbiamo ricevuto indietro.
Insomma, come si diceva, è un problema tutto quello che si vuole lo sia. Diamo soldi a Unione Europea e vari fondi che dovrebbero salvarci in caso di bisogno ma se ne chiediamo indietro ben meno di quelli che abbiamo dato, allora siamo poco seri, poco affidabili e deve venire qualche commissario europeo a sospendere la nostra democrazia (in ogni caso arrivano in ritardo perché ci hanno già pensato i nostri governanti….).
A quale scopo tutto questo? Ancora qualche dubbio? Ovviamente togliere ai cittadini qualsiasi tipo di protezione statale, consegnarli alle bizze dei mercati in pieno stile neoliberista e far sì che tutti i loro patrimoni siano attaccabili. Basti osservare quello che succede nella realtà, quindi banche che falliscono, imprese che vengono assimilate da gruppi stranieri e sovranazionali, totale impunità di chi crea i disastri e responsabilizzazione di cittadini e risparmiatori, leggi sempre più a favore della parte alta della società, privatizzazioni e calo costante delle tutele sociali.

Economia e comunicazione: due narrazioni a confronto

In sintesi il sistema bancario (pubblico) tedesco
note a penna di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Un’intervista di Sky TG24, ripresa ovviamente e rilanciata dai social, e che vede da una parte l’economista Nino Galloni, attualmente presidente del nuovo Movimento Alternativa per l’Italia, e dall’altra l’ex assessore al bilancio di Ferrara, Luigi Marattin, e attuale consigliere economico della Presidenza del Consiglio, dà l’occasione per alcune considerazioni sia di tipo economico che di comunicazione.

A Nino Galloni, a cui viene data per primo la parola, viene chiesto cosa potrebbe succedere in caso di un eventuale vittoria al prossimo referendum del no. La risposta di Galloni è di ampio respiro e da persona che in fondo ha vissuto da protagonista tutta la storia dagli anni Ottanta in poi cerca di dare un colpo d’occhio generale. Parla delle pressioni internazionali, delle grandi banche che si sono apertamente dimostrate a favore di un ridimensionamento dell’attuale Costituzione in senso più liberista e più controllabile dai mercati e dagli interessi dei mercati. Un processo che parte da lontano e che si potrebbe concludere oggi con la richiesta agli italiani di ratificare il processo in atto.
E quindi, cosa succederà in caso non ci riescano? I mercati faranno sentire il loro dissenso fomentando la speculazione. C’è un però, la Bce si è impegnata a comprare titoli di Stato sul mercato secondario almeno fino al 2017. Se la Bce compra i titoli di Stato la speculazione vede diminuita o azzerata la possibilità di speculare e a questo proposito basti ricordare le vicende passate dello spread e del “whatever it takes” di Mario Draghi.
In effetti, i titoli di Stato possono essere venduti ai mercati oppure li può comprare una Banca Centrale. Nel primo caso i tassi di interesse salgono a seconda di quanto i mercati vogliono speculare, nel secondo caso sono sotto controllo perché, essendoci un attore istituzionale a comprare “in ultima istanza”, gli interessi vengono tenuti bassi.
Sul mercato primario, dice sempre Galloni, le banche che adesso comprano i titoli di Stato, che partecipano alle aste, continueranno a farlo perché, in particolare in tempi in cui c’è molta incertezza, sono quelli che danno maggiori garanzie di essere rimborsati. Uno Stato, checché se ne dica, non è un’azienda.
E il Mps? Anche qui dipende, continua. Chi specula sicuramente non è preoccupato. I risparmiatori normali sarebbero interessati a soluzioni meno rischiose per cui sarebbe auspicabile una discesa del prezzo del titolo fino al punto che la Banca possa essere comprata dallo Stato, nazionalizzata. Lo Stato in questo momento ha bisogno di una banca pubblica per fare le stesse e identiche cose che fanno da anni i tedeschi e i francesi, quindi collateralizzare i titoli e ricevere in cambio euro. In Italia questa possibilità manca in quanto non abbiamo una banca pubblica.

Marattin interviene, come sempre, a gamba tesa affermando che Galloni dice cose “strampalate” sulla Bce, “spara sciocchezze”, sempre sulla Bce, e costringe Galloni a ripartire con una lezione di storia ricordando che 40 anni fa c’era più occupazione e più sviluppo. Ricorda il “divorzio” tra Banca Centrale e Ministero del Tesoro (operato quasi in autonomia e con un semplice scambio di lettere tra Ciampi e Andreatta), che costò il raddoppio del debito pubblico (in 12 anni si passò dal 55 al 105%). Fu un autentico regalo ai potentati finanziari, dice Galloni. E per chi non vuole proprio comprendere: il debito è debito per noi, guadagno per qualcuno, che ha quindi interesse a che ci sia e si alimenti senza controllo dello Stato o di una Banca Centrale che lavori per gli interessi dello Stato.
Risposta di Marattin: “cosa vuole che commentiamo, lasciamo perdere” e spiega suo modo l’evento del 1981. In quella data si disse, dice lui, smettiamola di fare in modo che se lo Stato non piazza sul mercato i titoli pubblici, lo Stato possa fare una telefonata e li faccia comprare alla Banca Centrale, perché se succede questo, lo Stato, il bubbone del debito pubblico non lo guarisce mai. Se c’è qualcuno che me li compra stampando moneta… il debito è raddoppiato perché lo Stato spendeva più di quello che entrava. Perché la generazione sua (rivolto al “vecchio” Galloni) e quelli come lei ci hanno lasciato in eredità uno Stato che spendeva più di quello che poteva entrare e adesso il conto è finito sulle nostre spalle… guardi cosa è successo alla storia economica di questo Paese”.

Ora, il primo elemento è la comunicazione. Il nuovo e il giovane, Marattin-Renzi, che etichetta come sciocchezze pezzi di storia reali con frasi ad effetto che tendono a screditare chi propone ricette diverse dal mainstream economico. È ovvio che siamo noi (giovani e rampanti) il futuro e facciamo cose diverse dagli altri, mettendo al muro voi (vecchi e con questo pallino della storia) che proponete cose diverse. Comunicazione veloce, sprezzante, ad effetto e frasi facilmente comprensibili da tutti perché nel vocabolario quotidiano grazie all’opera delle tv, giornali e università sono di uso comune (corruzione, debito cattivo, mercato libero, Europa e accoglienza).
Comunicazione efficace, non vera o falsa, solo efficace. Si dice ciò che la gente ha già assimilato e crede vero, rinforzando queste convinzioni e denigrando gli altri e buona pace se dall’altra parte c’è un economista che ha scritto libri, partecipato alla vita economica del Paese e dimostrato ampiamente di conoscere gli argomenti.

Ma alla fine chi ha ragione davvero? Quali sono i fatti? Partiamo proprio dal 1981.
Fino a quel momento avevamo una banca pubblica che come dicono entrambi comprava in “ultima istanza” i titoli di Stato invenduti. Cosa vuol dire? Lo Stato aveva bisogno di finanziare le sue necessità, poteva farlo stampando moneta (uno Stato sovrano può farlo, l’ho scritto diverse volte) oppure può emettere titoli di Stato, cioè dice alle famiglie, aziende, fondi, banche, ecc.: se mi date soldi vi do un titolo che a scadenza vi rimborso con un interesse.
Questo significa due cose: che alla scadenza il debito assunto deve essere onorato e che si genera un interesse altrettanto da onorare. Se però questo debito viene assunto nei confronti delle famiglie italiane si fa più o meno quello che succede in Giappone, si tiene sotto controllo il debito stesso e quando si paga un interesse si aumenta la capacità di spesa dei cittadini.
Se lo Stato decide di finanziarsi per 100 e ha una sua banca centrale allora può decidere il tasso di interesse con il quale indebitarsi. Quindi se i mercati pretendono un interesse più alto di quello pensato dallo Stato, questi dirà alla sua Banca Centrale di acquistare l’invenduto. Si sta indebitando? Sta creando debito pubblico?
Se la banca centrale appartiene allo Stato il debito è assunto con se stesso, è stato monetizzato si dice. E se è stato fatto in base a delle esigenze reali non crea ovviamente inflazione (se ho necessità di finanziarmi vuol dire che so quanta moneta mi serve e cosa voglio farci, se stampo senza questi presupposti creo inflazione, non è che l’inflazione non abbia un motivo o si generi per opera dello spirito santo). Se invece la banca centrale non lo fa sono i mercati a fissare il tasso di interesse, ad acquistare i titoli e a chiederne il rimborso, quindi in questo modo si crea un debito reale, in particolare se viene acquistato da operatori esteri, attualmente parliamo di un 30% scarso sui BTP a 10 anni.
Si può avere una banca centrale pubblica? Certo, è previsto dal Trattato di Lisbona, art. 123 comma 2 e, come ricorda Galloni, ce l’hanno, tra l’altro, la Germania e la Francia in percentuali diverse. A questo punto la domanda diventa: perche noi no? Ecco a questo dovrebbe rispondere il Governo senza denigrare o affidandosi alla facile e giovanile comunicazione.
Quanto sopra risponde anche al “debito sulle nostre spalle” e a come si è creato e spero anche al fenomeno dell’inflazione, continuamente e strumentalmente tirato fuori a sproposito. Sulle inesattezze poi sulla Bce, quali sarebbero?
Che Draghi ha promesso di comprare titoli fino al 2017 e probabilmente oltre è su tutti i giornali. Che quando ha deciso di farlo lo spread è automaticamente sceso lo è altrettanto. E che sarebbe quantomeno strano che decidesse di non comprarli più all’improvviso dopo un eventuale vittoria del no al referendum significherebbe schierarsi contro gli interessi dell’Italia mi sembra altrettanto evidente. Che la JP Morgan abbia fatto delle dichiarazioni sulla necessità di cambiare le Costituzioni del Sud Europa è su tutti i giornali. Insomma perché dobbiamo tacciare e tentare di rendere ridicoli chi propone finalmente delle soluzioni diverse da quelle adottate negli ultimi trent’anni in Italia?

Finiamo con qualche grafico.

In sintesi il sistema bancario (pubblico) tedesco
note a penna di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Le Banche Centrali acquistano titoli di Stato, cioè debito pubblico.

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Note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Ma quanto denaro possono stampare le banche centrali? Ce lo dice la Bce, tutti i documenti sono di dominio pubblico sul loro sito.

banca-centrale
note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Cosa succede quando una Banca Centrale compra titoli di stato, cioè debito pubblico? Che si annulla, sopra è quanto succede in Gran Bretagna.

debito-pubblico

Qui dovrebbe cadere anche il famoso mainstream: “è stata tutta colpa di Craxi e della corruzione” che equivarrebbe a dire che la corruzione in Italia ha una data di nascita, il 1981-1982.

tasso-di-disoccupazione

Qui vediamo l’impennata del tasso di disoccupazione giovanile dagli anni ’80 che poi cala e dai giorni riprende a salire. Qui la situazione è meno intuitiva. Forse le politiche attuate dai primo ’80 non funzionavano per l’occupazione, questa sale e permette negli anni ’90 di cominciare a togliere tutele ai lavoratori, ad esempio la scala mobile. Questo procura un beneficio a chi dirige: convincere che togliere diritti fa bene al lavoro. Con la deregolamentazione dei mercati e della finanza si muove il mercato, aziende sbocciano on line e fuori ma con i piedi di argilla. Si creano quelli che si chiamano boom – bust cycle, le onde che muovono i cicli economici, alti e bassi che ci portano al 2008 e poi al 2011 e adesso vedremo dove. La costante è che non si costruisce niente di strutturale, finalizzato alla crescita ma ci si affida al libero e deregolamentato mercato in nome della non funzionalità e inefficienza dello Stato. Come si controllano i cicli economici e si mettono a disposizione di tutti? Con le leggi e il controllo, cioè tutto ciò che i nostri governanti si sono adoperati a togliere.

indice-di-poverta

Da questo potremmo farci un’idea se le politiche portate avanti dai nostri rappresentanti stanno funzionando.

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Qui invece chi sta beneficiando delle politiche economiche attuate dai governi degli ultimi trent’anni. E’ ora di cambiare?

Carife, un anno dopo: i meccanismi all’ombra di un tracollo

di Alice Ferraresi

Il ventidue novembre 2016 si è celebrato l’anniversario della prima risoluzione bancaria in Italia, una specie di undici settembre del risparmio tradito. Tra esse figura la (un tempo) “gloriosa” Cassa di Risparmio di Ferrara; in pratica l’azienda più grande del nostro territorio, tra quelle rimaste in vita.
Chi ha deciso questo esito (il Governo e la Banca d’Italia) ha deciso di dare esecuzione brutale e bovina alla direttiva dell’Unione Europea sui dissesti bancari. Nulla, infatti, obbligava a passare di punto in bianco da una situazione di sostanziale impossibilità a fallire delle banche italiane, ad una situazione di fallimento pilotato con espropriazione di risparmi privati. Si poteva, ad esempio, stabilire una fase transitoria e nel frattempo mettere sull’avviso la clientela. Invece no: l’Italia è rimasta inerte per tre anni (la direttiva europea è del 2013) e improvvisamente si è svegliata, decidendo che quattro banche andavano “salvate” a spese dei soldi dei loro clienti.
E’ molto importante capire quale sia, in questa incredibile evoluzione normativamente farraginosa e tecnicamente complessa, il “pasto nudo” (quello che effettivamente abbiamo sulla punta della forchetta prima di mangiarlo, come avrebbe detto William Burroughs).

Le banche italiane che sono andate in dissesto vi sono andate per alcune ragioni, ma una ragione è comune a tutte ed è prevalente: sono rimaste travolte dalle sofferenze, ovvero da crediti dati a clienti che non hanno più pagato.
Secondo un rapporto di Unimpresa (dati aggiornati ad Agosto 2016) in Italia appena il 2,63% dei clienti ha causato il 70% delle sofferenze bancarie. Sul 97% dei clienti passati in sofferenza, pesa solo il 29% circa delle sofferenze, in termini di importi. I crediti maggiormente non pagati sono di importo superiore ai 500.000 euro. Ancor più nel dettaglio: 24 miliardi di euro di sofferenze (il 12% del totale) sono riferibili a 571 soggetti, lo 0,05% del totale. Volendo ulteriormente approfondire e segmentare i dati, si scoprono altre cose interessanti: ad esempio, che questo fenomeno di concentrazione dei prestiti più alti (poi insolventi) nelle mani di pochi prenditori (grandi aziende e grandi famiglie) avviene con particolare intensità al Sud.
Questo stato di cose ha prodotto due effetti: il primo effetto è che tanti buoni pagatori sono stati penalizzati nell’offerta di nuovo credito, per colpa di pochi cattivi pagatori (il cosiddetto credit crunch); il secondo effetto è che il governo italiano, ma soprattutto la vigilanza bancaria, hanno deciso di trasformare dei rischi puntuali nelle mani di pochi privati in perdite diffuse in tutta la popolazione dei clienti bancari – un vero e proprio caso di socializzazione di perdite private.

Come è stato ottenuto questo secondo effetto? E’ abbastanza semplice: quando una banca detiene crediti inesigibili, deve svalutarli prudenzialmente fino al valore di presumibile incasso reale di quel credito (ad esempio, trenta su cento, che vuol dire svalutarlo del 70%). Questa massiccia svalutazione di crediti incide sul risultato di bilancio, provocando una perdita di esercizio, che obbliga a far ricorso al capitale per coprire la perdita. Infine, per ricostituire il capitale assottigliatosi sotto il livello regolamentare, la vigilanza bancaria “obbliga” la banca a ricapitalizzare. Ebbene, la vigilanza bancaria italiana, soprattutto per le banche di piccole dimensioni (ma non solo), ha avallato la scelta di un destinatario principale di queste offerte di capitale bancario: il piccolo risparmiatore. Il cliente da venti, trenta, cinquantamila euro. I cosiddetti “investitori istituzionali”, forse proprio perché istituzionali, quindi avvezzi ai rischi, hanno abboccato molto meno. In estrema sintesi, le banche (soprattutto quelle di piccole dimensioni) sono state spinte, con l’avallo o la pressione della vigilanza bancaria e della vigilanza sulle società quotate in Borsa, a ripristinare il capitale “mangiato” dai notabili da loro finanziati, attraverso il ricorso massiccio agli aumenti di capitale proposti ai nonni, ai pensionati, ai lavoratori a reddito fisso, ai piccoli imprenditori, agli artigiani.

Mi permetto, a questo punto, di tradurre in parole povere i passaggi per far emergere, credo non indebitamente, il “pasto nudo”:
il “patto scellerato” commisto alla peggiore politica, per cui le banche erano il bancomat di alcuni grandi gruppi, ad un certo punto è saltato. Per non far saltare il sistema delle banche si è deciso di scaricare le perdite probabili sulla collettività. Nel frattempo, i responsabili di queste scelleratezze hanno avuto il tempo di nascondere i loro beni al sole – che quindi, non sono più al sole, ma nascosti all’ombra di qualche paradiso.
In tutto questo, giusto per precisarlo: i dipendenti delle banche non c’entrano. Non più di quanto, ad esempio, possono entrarci i dipendenti della Basell nell’inquinamento di Ferrara o gli operai dell’Ilva nell’inquinamento di Taranto, o i giornalisti del Sole24ore nel dissesto della loro società. Questo non perché siano dei meri esecutori robotici, ma perché (salve responsabilità individuali di carattere penale) hanno fatto con il massimo di responsabilità possibile il loro mestiere, avendo delle disposizioni cui attendere ed in perfetta buona fede (lo dimostra il fatto che tanti, fra loro e i loro familiari, sono caduti nella rete dei risparmiatori azzerati). Un effetto collaterale particolarmente odioso di questa “risoluzione” è il fatto di avere messo nel mirino dei cittadini i bancari, e non i banchieri.

Alice Ferraresi è bancaria, avvocato e blogger; svela dall’interno alcuni segreti delle banche, cercando di sfatare alcuni luoghi comuni.

CONTINUA

I conti con l’Europa e gli interessi di pochi

t1

Questo grafico, di cui è indicata la fonte, arriva fino al 2014 e mostra in maniera inequivocabile il nostro rapporto finanziario con l’Unione Europea. In totale dal 2000 al 2014 abbiamo versato 72 miliardi in più di quelli ricevuti indietro. Un po’ come dire che per la ricostruzione post terremoto chiediamo il permesso all’Europa di spendere 4 miliardi di euro dopo che a loro ne abbiamo già dati circa 6! Interessante non vi pare?

Intanto finanziamo gli altri Paesi dell’Unione che magari hanno più bisogno di noi, non è bello del resto chiudersi in egoismi nazionalistici e nemmeno piangersi addosso. Spendere per l’accoglienza dei migranti, ad esempio, è un chiaro dovere di ogni buon cittadino italiano e anche addossarsi responsabilità che altri fratelli europei stentano a prendersi. Il fatto che in Italia ci sia un livello di disoccupazione pari al 11,4% e quella giovanile al 39,2% (fonte: Il Sole24ore e Istat di luglio), che il 2015 è stato l’anno record per il calo delle nascite (segnale di un peggioramento di prospettive per il futuro?) e che sei giovani su dieci sono costretti a vivere con i genitori è un dettaglio che i nostri economisti di governo non sentono la necessità di mettere in relazione. E pazienza anche se non abbiamo potuto salvare le banche ultimamente fallite per mancanza di 4 miliardi, che non abbiamo potuto ricostruire l’Aquila per mancanza della stessa cifra e poi chissà cosa succederà nel prossimo futuro per i terremotati del Centro Italia.

I dati sopra finiscono però nel 2014 e cosa sarà mai successo nel 2015? Ci sarà stata un’inversione di tendenza? Lo andiamo a vedere direttamente dal sito dell’Unione Europea (www.europa.eu) che opera con totale trasparenza, del resto chi mai andrebbe a leggere tali dati. Il cittadino segue di più gli urli e gli isterismi del momento, la ricerca dei dati la lasciamo sempre agli altri.

“Bilancio e finanziamenti
Qual è il contributo dell’Italia al bilancio dell’UE e quanti finanziamenti riceve?
I contributi finanziari degli Stati membri al bilancio dell’UE vengono ripartiti equamente, in base alle rispettive possibilità. Più grande l’economia del paese, maggiore il suo contributo, e viceversa. Il bilancio dell’UE non mira a ridistribuire la ricchezza, bensì si concentra sulle esigenze di tutti i cittadini europei in generale.
Rapporti finanziari dell’Italia con l’UE nel 2015:
• spesa totale dell’UE in Italia: 12,338 miliardi EUR
• spesa totale dell’UE in % del reddito nazionale lordo dell’Italia (RNL): 0,75 %
• contributo complessivo dell’Italia al bilancio dell’UE: 14,232 miliardi EUR
• contributo dell’Italia al bilancio dell’UE in % del suo RNL: 0,87 %”

Anche per il 2015 niente di nuovo, una perdita di poco più di 2 miliardi rispetto alle risorse tornate in patria.
Questo modo di scrivere potrebbe sembrare duro, sarcastico, anche fastidioso. Bene è l’intento di chi scrive!
Andiamo in giro a cercare spiegazioni sul perché le cose non funzionino, sul perché c’è la crisi, perdiamo tempo a decidere se votare si oppure no a uno stupido referendum che non avrebbe nemmeno la legittimità di essere proposto. Facciamo questo leggendo i titoli dei giornali e forse il finale, ma non ci fermiamo a cercare di capire e interpretare le righe in mezzo.
Su internet c’è tutto e questo è oramai un problema. Perché c’è anche il contrario di tutto e allora non c’è verso, bisogna lavorarci un po’ per arrivare alle fonti giuste e ci hanno abituati a ragionare sempre di meno perché si è saputo abilmente inserire tra l’informazione e le persone la Gruber, i talk show, gli ufo, il calcio e i politici fuorvianti.
A volte si parla del fatto che l’1% della popolazione possiede di più del restante 99% e che tutto il sistema funzioni per quell’uno. In realtà tra queste due percentuali c’è dell’altro, a differenza di quello che dice la logica, ci sono quelli che operano perché tutto sembri fatto per il benessere collettivo, che l’interesse dei pochi si confonda con l’interesse dei molti, ad esempio che distruggere tutte le piccole banche territoriali sia interesse sia dei finanzieri sia della gente comune e quindi sia giusto tendere agli accorpamenti e ai grandi gruppi.
In quel solco non segnalato dalle statistiche e dalle percentuali operano molti nostri politici, economisti di governo, universitari scarsamente preparati che confondono il prosciutto con la mortadella ma operano benissimo per togliere le scelte.
Ma i grafici, i dati, se interpretati per quello che sono, lasciando i commenti ai commentatori della domenica, i mestieranti della mistificazione, dicono la verità. Un esempio:

t2

È un grafico tratto dai lavori di Giovanni Zibordi, economista indipendente, (www.cobraf.com) che mostra come tra i fatti economici c’è sempre una relazione, niente succede per caso. Svalutare aiuta a controllare il costo del lavoro. Se non puoi, devi farlo usando altro. E allora anche in questo caso la domanda è: perché ci hanno tolto questa possibilità? Conveniva al 100% degli italiani?

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