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Muri e sbarramenti: monumenti alla paura

Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, costruito il 3 agosto 1961. Con quel muro si sgretolava, idealmente e materialmente, il confine che segnava la cortina di ferro tra est Europa e ovest, tra le zone di influenza americana e quella sovietica, finiva anche la grande illusione del comunismo. Quella di un nuovo ordine liberale sta finendo adesso. Quando quel muro veniva abbattuto, nel mondo ce n’erano altri sedici. Oggi i muri e le barriere sono settanta.
Da sempre nella storia le opere murarie delle civiltà umane costituiscono un potente codice dai contenuti politici e programmatici e diventano chiaro simbolo di progresso, accoglienza e positività oppure chiusura e respingimento. Fino al 1989 l’Occidente voleva abbattere le barriere e oggi, 2019, vuole innalzarle per allontanare chi vuole entrare. Muri che fanno capire come sia cambiata la storia dei popoli in soli tre decenni. Tra Stati Uniti e Messico, una recinzione di più di mille chilometri, munita di sensori elettronici e visori notturni, è diventata la struttura di contenimento per quei messicani che aspirano al varco del confine e non è ancora finita. A loro volta i messicani ne hanno creata una per non permettere ai guatemaltechi di entrare nel loro Paese. E quell’Ungheria che durante la Guerra Fredda aveva aperto un varco nella frontiera con l’Austria, neutralizzando il filo spinato elettrificato e permettendo a molti transfughi dell’Est di raggiungere l’Ovest, ora costruisce una barriera di 175 km, tre metri e mezzo di altezza , sul confine con la Serbia per arrestare gli immigrati. Muri, barriere, sbarramenti, blocchi, ghetti sono testimonianze fisiche di una volontà precisa: fermare, escludere, negare. E dove c’è il mare e non si possono costruire i muri, si chiudono le frontiere o i porti.

Si dice che “Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti, chi ha speranza costruisce strade” e niente di più vero e corrispondente è accaduto nella storia. Sulle strade dell’Impero romano hanno viaggiato culture e civiltà, popoli e idee, merci e soldati, pellegrini e viandanti di ogni dove. Una rete di vie lastricate che si dipanava per 100.000 km e univa tra loro territori che corrispondono a trentadue nazioni dei nostri giorni, sistema viario che ha posto le basi per l’Europa di oggi. Tra i grandi esempi di muri eretti a difesa, spiccano sempre la Grande muraglia cinese e il Vallo di Adriano. La prima, oggi patrimonio Unesco, venne costruita nel lunghissimo periodo tra il 215 a.C. e il secolo XIV; conta su una lunghezza stimata 21.196 km e la sua edificazione iniziò sotto la dinastia Quin, dopo la conquista di tutti gli Stati avversari da parte di Quin Shi Huang. Un’opera mastodontica che alla fine si rivelò inutile perché Pechino, capitale da difendere, cadde non già per mano dei tartari, ma per insurrezioni interne. Il Vallo di Adriano è il secondo significativo esempio di muro fortificato nella storia: un’imponente fortificazione in pietra che correva per 117 km sul confine tra la provincia romana della Britannia e la Caledonia, nell’Inghilterra del nord, corrispondente grossomodo all’attuale Scozia. Venne eretto dall’imperatore Adriano nella metà del II secolo e percorreva il nord dell’isola da costa a costa, baluardo contro i Pitti. Diventò nel tempo un confine doganale e linea di controllo, perdendo il suo valore militare e strategico. Vecchi muri della storia che hanno assistito agli avvicendamenti e resistono nel tempo, simbolo di imponenti icone di controllo dei territori, strategia deterrente e minaccia. Caratteristiche che riguardano sempre e ancora gli attuali sbarramenti di ora, ipertecnologici o spartani che possano essere a seconda delle zone.

Nell’Europa dell’area Schengen si contano tredici sbarramenti o muri, tra cui quello tra Grecia e Turchia, tra Belfast cattolica e Belfast protestante in Irlanda, tra l’enclave spagnola di Ceuta e il resto del Marocco, tra la popolazione greca e quella turca a Nicosia, capitale di Cipro, tra Ungheria e Croazia, Bulgaria e Turchia e addirittura attorno al porto di Calais in Francia. Perfino i Norvegesi non hanno resistito alla loro modestissima barriera di 200 m al confine con la Russia presso Storskog, costruita nel 2016. Anche tra Austria e Slovenia corrono dal 2015, 3 km di filo spinato, in Stiria, nella zona di Spielfeld – piccola frazione di 968 abitanti – nome che, ironia della sorte, significa ‘campo da gioco’. Tra i muri nel resto del mondo si contano quello tra le due Coree, tra Cisgiordania e Israele, tra India e Pakistan, Arabia e Yemen, Kuwait e Iraq, Botswana e Zimbabwe, e molti altri. Un mondo recintato da costruzioni di paura, creature di regimi dittatoriali ma anche democratici che si blindano per arginare i flussi migratori e proteggere i territori, generando spesso ulteriore xenofobia. Globalizzazione e guerre hanno messo in movimento milioni di esseri umani, cambiando i termini e le convenzioni della convivenza dei popoli. La risposta sempre più frequente è ‘il muro’, la chiusura in se stessi e l’autodifesa estrema senza appelli: la negazione del cosmopolitismo e il rischio di mettere in crisi permanente i valori dello scambio umano di culture ed esperienze, della solidarietà e della comprensione.

Ferrara città aperta

È difficile condensare in poche righe le riflessioni per una Ferrara futura. Ci provo, scrivo alla Città che vogliamo per dirle che vorrei Ferrara fosse la città dell’ebreo antifascista Giorgio Bassani. O meglio vorrei che la città prendesse dalla sua opera i temi dell’esclusione e della discriminazione e li capovolgesse: se Bassani testimonia per gli esclusi e i discriminati, allora la città che vogliamo – l’antidoto – è quella dell’apertura e della costituzione antifascista.
Mi sembra un buon punto di partenza, tuttavia per l’apertura non basta.

Occorre il linguaggio. Occorre una città in cui chi amministra si chieda costantemente come abbattere le barriere tra cittadini, come diminuire la distanza, attenuare i confini e i divari, come rendere imitabili, democratizzabili le buone pratiche di cittadinanza, gli stili di vita virtuosi, ed eliminare le forme di dominio o privilegio.
Per questo serve investire sul linguaggio: cultura, lingue, sport, arte, musica, cibo, scuola, saperi. Occorre per i bambini una politica della gratuità e dell’accessibilità a tutte le principali forme di linguaggio, che è capacità di esprimersi e comunicare, di partecipare, di coinvolgere. Il linguaggio è autonomia e educazione, costruzione di senso e ponte verso gli altri.

Ancora, una città come Ferrara può costruire un laboratorio politico-culturale permanente, fucina di confronto multidisciplinare in grado di rispondere alle esigenze cittadine attraverso l’analisi di caratteristiche e condizioni del luogo, questo per produrre idee e soluzioni mirate, efficaci, e per non esser preda di confuse emulazioni e mode posticce importate puntualmente dall’esterno o dalle tv. Ci sarebbero, a questo proposito, in pochi chilometri quadrati, enormi saperi e capacità, sono chiuse però in compartimenti stagni (università, studenti, scuole, associazioni). Alla politica il compito di liberarli, di trattenere i numerosi laureati, facilitando l’interazione e la partecipazione.

Tutto questo è possibile, a patto che Ferrara abbia presente, difenda e consolidi il suo immaginario collettivo. Se la città è stata così ben rappresentata nella storia della cultura italiana, credo lo si debba al suo corpo, alla sua comunità di vivi e defunti. Stiamo parlando di qualcosa che la rende unica e speciale, che sarebbe imperdonabile non tutelare e divulgare.
Custodire quindi i suoi luoghi, la memoria, renderli vivi e accessibili senza stravolgerli, e nel contempo difenderli dal turismo di massa, dalla ricerca puerile di uno sviluppo distruttivo.
Conosciamo l’aridità prodotta dal grande turismo e dalla grande industria. Abbiamo visto i luoghi più ricchi moltiplicare disuguaglianze e violenze, ingiustizie, incertezza. Li abbiamo visti trasformarsi in luoghi angusti, di indifferenza, odio e xenofobia.
Direi di provare altre strade.
Bisogna visitare Ferrara, certo, e farlo perché non è Firenze, né Venezia. Visitarla perché magari ha un’altra idea di mondo: basata su più spazio e più tempo, su più capacità di autodeterminazione (alloggi, affitti e mobilità, istruzione a basso costo, solidarietà, cooperazione).
Un giorno, chissà, forse sarà non più ricca ma più avanzata e giusta in termini ecologici e di risparmio energetico, nel rispetto del territorio, nella sinergia con la ruralità circostante e con le imprese che si occupano di profitto sociale, nella riduzione dell’orario di lavoro, nel bilinguismo, nell’assenza di sfruttamento, nella capacità conviviale.
È chiaro che mi rivolgo a chi amministra, e a quel che resta della sinistra ferrarese. I punti toccati presuppongono il riappropriarsi della dimensione “politica”, mi riferisco alla dimensione ideale, teorica, alla critica della società propria di una politica alta; perché politica è, sì, amministrare, ma anche combattere idealmente e concretamente per ciò in cui si crede.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Di fiume e di mare

L’orizzonte di questa città è il fiume che corre in periferia, viene da lontano e va al mare che ci è vicino. Una città di fiume e di acque. Una strada porta al Po, l’altra porta al mare. E dentro le nostre vite. Vite che non sono né di fiume né di mare. Siamo padani di terra, di quella terra nera che faceva i nostri frutteti, prima che ci togliessero anche quelli. Non siamo neppure più contadini, da tempo. Neppure cittadini.
La città è la cattedrale, il castello, il castrum con il suo poco di medioevo e poi il rinascimento. Ma non siamo noi. Noi siamo in un lembo di terra come tanti collocato nel mondo. La città la indossiamo come un abito interiore, noi siamo la nostra idea, la nostra memoria, la nostra interpretazione della città. Lei è fuori e noi ci stiamo dentro.
È questa città che non possiamo dimenticare e non possiamo tradire in un mondo globale che non è più locale. Sta ai nostri occhi vedere gli orizzonti, oltrepassare gli argini del fiume.
Ferrara è bella perché è un respiro, non è un’isola. Le sue porte sono aperte alla cultura e da sempre portano cultura. L’unico esercito che le serve per difendersi è quello dei saperi: l’intelligenza, il dialogo, la comunicazione, la ricerca, la creatività, l’arte e le idee. Di mura la città ne ha già abbastanza, non serve alzarne delle altre da sbrecciare ancora una volta.
È la conoscenza ad essere ora al centro dello sviluppo economico e sociale, la conoscenza dei nuovi saperi, delle più recenti conquiste della scienza, la conoscenza delle persone che vengono dagli altrove, lontani, distanti culturalmente per esperienze di vita, per modi di pensare, costumi e modi di vedere. Un fermento. Il fermento, non la stasi delle chiusure, delle difese, delle trincee.
È solo con questa sfida a conoscere, a conoscersi, a riconoscersi reciprocamente, nel nuovo e nell’inaspettato che il presente può impastare il futuro. Per tutto il mondo l’avvenire è nella società della conoscenza e nel progresso delle economie della conoscenza.
Invece sembra che sia proprio la conoscenza ad essere il nostro nemico. Pare che abbiamo paura del sapere, di conoscere, di scoprire che c’è un futuro che ci costringe ad abbandonare il passato, abbiamo timore ad inoltrarci nel futuro. Preferiamo ignorare nel sospetto che il sapere ci porti via parte delle nostre certezze, delle nostre sicurezze, ci costringa a rimetterci in discussione, ad aprirci, a confrontarci, ad utilizzare gli strumenti dell’intelligenza, che non sempre abbiamo o sappiamo gestire, addirittura paventando di impadronircene.
Alla fine la risoluzione che sembra più percorribile e sicura induce a stare dove siamo, anzi a tornare indietro, a come eravamo, quando pensavamo di godere di un lavoro sicuro, di un ambiente più pulito, quando stavamo a casa nostra senza che nessuno bussasse per chiedere ospitalità. L’ossimoro della crescita nella decrescita felice.
Ma la storia non si tira mai indietro, alla fine non è la storia che è fuori, siamo noi ad essere fuori della storia. Chi pensa di cambiare il corso degli eventi finisce solo con il ritardare gli appuntamenti dell’uomo con la storia, finisce per abdicare a quell’intelligenza che ci siamo conquistati con la ricerca, il sapere, il confronto e l’inventiva per fare la storia e non per subirla.
Si tratta di aprire noi stessi alle sfide, al nuovo, non credere a chi promette le ricette che già conosciamo, perché è di conoscenze e di strumenti nuovi che abbiamo bisogno, da ricercare e da conquistare tutti insieme, illudersi di avere davanti a noi certezze anziché sfide da affrontare e vincere è quanto di peggio ci possa accadere.
Il futuro della nostra città, la sua crescita e il suo sviluppo stanno tra chi crede di difenderla chiudendosi in casa sprangando porte e finestre, assoldando piantoni e chi invece ritiene che è necessario scendere tutti in strada a camminare insieme, a ricercare come percorrere uniti e solidali i nuovi itinerari disegnati dalla geografia del tempo e della storia, che luogo assegnare alla nostra città sulla nuova mappa del mondo.
Aprire non chiudere, aprire noi stessi, aprire la città. Scorrere come il fiume, offrirsi al mare aperto. Questo è quello che ci attende, o cogliamo questa sfida o la luce sul nostro futuro si spegnerà e ripiegheremo nello scuro delle caverne del nostro passato, illudendoci di essere sicuri e al riparo dal nuovo, dalla storia che procede, dai saperi che si moltiplicheranno celebrando la nostra ignoranza.
Una città è un’architettura di persone, di istituzioni, di imprese, nessuno oggi da solo ce la può fare. La conoscenza non è data ai singoli per i singoli, altrettanto vale per le istituzioni e per le imprese, la conoscenza è data per essere messa insieme, per essere condivisa, solo attraverso la collaborazione e lo scambio si può creare valore e nuove opportunità. Questo significa essere società della conoscenza, fare economia della conoscenza.
Ferrara necessita di compiere il salto da città della cultura a città della conoscenza. Città che facilita e promuove la collaborazione delle conoscenze e dei saperi tra amministrazioni pubbliche, industria, imprese, istituzioni, università, centri di ricerca, associazioni, artisti, creativi e altro ancora. Nella storia le città sono sempre state un centro naturale per lo scambio e il progresso della conoscenza. Pertanto, Ferrara città della conoscenza significa proporsi come il punto focale delle conoscenze per lo sviluppo, di una rete con le realtà intorno, con le altre città, aziende e fornitori di servizi di conoscenza, una rete di conoscenze globali in crescita. Nessuna città sa tutto, attraverso la rete ogni partner può accedere meglio alla conoscenza degli atri: città, soggetti e istituzioni.
Si può scegliere di entrare nella conoscenza o di uscirne, restando ai margini. Questa è una scelta che Ferrara deve compiere: se aderire alla rete mondiale delle città della conoscenza, contribuendo in modo significativo alla creazione dell’Agenda globale della conoscenza per lo sviluppo, per i diritti umani, della conoscenza come risorsa per la ricchezza, la pace e la sostenibilità nel mondo.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’altra parte del muro

Il mio amico G. mi parla di muri, capperi e picconi. “… Ma dimmi tu quale muro non presenta un buco, un punto d’appoggio, qualche semplice increspatura che non consenta di provare quanto meno ad arrampicarsi. E questo perché? Per la curiosità e anzi il bisogno struggente di vedere cosa c’è dall’altra parte, di scoprire il lato nascosto delle cose e tutto ciò che di buono o di bello e perfino di ributtante esso può presentare alla vista”.
Caro G., gli rispondo, su certi muri, a salirici in cima, mi sono venute le vertigini di fronte allo spettacolo del panorama, su altri non ho trovato nessuna crepa in cui potermi infilare e sono rimasta a terra. Però hai ragione, lo struggimento ci spinge ad attrezzarci il più possibile e a sfidare l’altezza e la ruvidità, ma rimango dell’idea che i tentativi di scalata non debbano essere infiniti. Tu mi ricordi che se è vero che perdere le sfide fa male e insinua in noi qualcosa di rinunciatario, una inclinazione a lasciar perdere, ad abbassare le braccia, è vero anche che i capperi, a Roma, fioriscono nel tufo.
Lo so che mi vuoi dire che la sfida, il coraggio, la curiosità sono il motore della vita e dell’approccio agli altri, affermi che il muro va affrontato come uno dei tanti ostacoli che troviamo sulla nostra strada o come un nemico, quindi per distruggerlo.
Tu le mie sfide le conosci bene, ce ne sono state di impossibili, muri respingenti che abbiamo guardato insieme provando a vedere se c’era lo spazio anche solo per una pianta di capperi. Quella volta, mentre stavamo mangiando cicoria in una trattoria di Roma, hai provato a fornirmi tutti gli attrezzi, ma poco più di un gradino non sono riuscita a fare di fronte a quel muro. È per questo che ti rispondo che certo ci provo, ma ora riservo un po’ meno tempo e solo quando sento che possa valere davvero la pena. Non è detto che tutti i muri nascondano orizzonti spledidi, a volte si affacciano sul nulla e lo vediamo nel momento in cui li scavalchiamo o li sgretoliamo.
E poi, caro G., per fortuna ci sono anche i muri solidi a cui possiamo appoggiarci per trovare un po’ di riparo.

Voi come ve la siete cavata con barriere, ostacoli insormontabili, pareti ruvide o scivolose?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Siamo tutti diversi!

di Francesca Ambrosecchia

Perché siamo portati a respingere ciò che è diverso da noi? Ad innalzare muri e barriere per difenderci da ciò che è ignoto?
Il diverso, l’altro spaventa. Spesso conduce al confronto, alla messa in discussione e quindi al cambiamento.
Ci sentiamo al sicuro nella nostra quotidianità perché circondati da ciò che conosciamo: dalle nostre abitudini e dal mantra “lo faccio perché così fan tutti”.
Forse bisognerebbe sviluppare la voglia e l’attitudine a “mettersi in gioco”, a buttarsi nel confronto con un approccio aperto e disponibile. Si può crescere e imparare da ciò.
Il diverso può essere inaspettatamente positivo se ci poniamo nei suoi confronti senza paura. È diverso ma non per questo sbagliato.
Concetto chiave è forse condivisione.

“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”
Gregory Bateson

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Dall’epoca dei ‘lumi’ all’epoca dei ‘muri’: costruzioni ideologiche e nuove barriere

La parete è una delle creazioni (sia naturali che umane) con più funzioni in natura: una parete può essere scalata, le pareti delle caverne hanno protetto i nostri avi dalle intemperie nel paleolitico, le pareti sorreggono i tetti sotto i quali da millenni viviamo. Un sinonimo di parete, in ambito prettamente riferito alla nostra specie, è ‘muro’. Anche di quest’ultimo ce ne possono essere di diverse specie: muri in pietra, muri di terra, muri in cemento, in vetro e chi più ne ha più ne metta. Da questa premessa sembra che questo lemma abbia una valenza del tutto positiva, in realtà non è così. Senza dover scomodare per forza progenitori preistorici, i muri da secoli separano l’essere umano da ciò che lo spaventa, da tutto quello che può essere considerato un pericolo, vuoi che sia una tempesta di pioggia, un animale o, e questo è il caso più frequente, altri esseri umani. Sembra quasi ironico ma siamo una delle poche specie al mondo a temere così tanto i nostri simili da essere costretti a creare muri, barriere. Ma siamo andati oltre. Non potevamo fermarci al solo costrutto materiale, no, anche altri animali sono in grado di ergere questi oggetti, noi ci siamo spinti sino all’ideologico, ed ecco le barriere culturali, religiose, politiche. Aggiungiamoci anche quelle per disabili e direi che abbiamo un quadro completo. Di certo i muri più famosi sono quelli che ci separano in maniera fisica dal diverso, da ciò che reputiamo altro da noi. Potremmo partire, non retrodatando troppo, dal Vallo di Adriano, tutti ne avremmo sentito parlare: un’imponente fortificazione che divideva il ‘nomos’ dei romani dall’alterità dei barbari popoli del Nord. Altro famosissimo muro è sicuramente la Grande Muraglia in Cina: lunga, secondo recenti ricerche, complessivamente più di 8000 chilometri, e che aveva il compito proteggere il regno cinese dai nomadi della steppa. E’ quasi ironico quanto già all’epoca i nomadi facessero paura, peccato che poi arrivò Gengis Khan per la Cina, e i vari popoli dell’est e del nord per i romani, i confini servirono a ben poco. Ma la mia discussione non vorrebbe incentrarsi su questioni storiche. Anche il secolo scorso ha visto importanti costruzioni murarie: si potrebbe parlare del muro di Berlino, dell’album The Wall dei Pink Floyd, e della cortina tra le due coree. Il primo citato però, nel suo complesso, con la sua caduta sembrava aver segnato la fine dell’epoca delle barriere che separano, e per qualche tempo effettivamente lo è Stato.

Oggi però, prepotente più che mai, si è tornati a parlare di separare i popoli, in un Europa che sembra meno unita che mai, e in una situazione mondiale dominata dalla diffidenza e da un sentimento xenofobo latente. Senza dover parlare necessariamente del confine tra Israele e Palestina, bisogna necessariamente citare in questa mia disamina sui muri degli esempi magari poco conosciuti. Tra tutti il primo che vorrei citare tra le barriere ideologico-materiali c’è sicuramente quello tra Ungheria e Serbia. Sicuramente lo ricorderete per il famoso “sgambetto della reporter” ad un immigrato in fuga dalla polizia. Si tratta di 175 chilometri di filo spinato controllato militarmente per impedire, soprattutto ai profughi provenienti dal Medio Oriente, di poter tentare la traversata verso l’Europa occidentale. Di interessante questo progetto ha il suo ‘ideatore’, il sindaco di una piccola cittadina sul confine. Questo personaggio, contattato addirittura per la sua ‘lungimirante e funzionale idea’ dallo staff di Trump, il quale stava programmando il muro con il Messico, si ritiene del tutto soddisfatto del servizio offerto dalla barriera anzi, in spot promozionali, è lui stesso a partecipare alle ronde di un corpo speciale di polizia addetto al controllo sul confine. Fanno molto riflettere le sue parole, ricavate da un’intervista trovata sul web: “io voglio mantenere solo l’ordine naturale delle cose”. E’ vero, anche la natura crea barriere, ma dubito che il sindaco intendesse esattamente questo.

Tornando per un attimo a Trump qui c’è da parlare di un aneddoto divertente: hanno criticato in tutto il mondo il suo progetto di costruzione di un nuovo muro tra Messico e Usa, quasi nessuno però ha parlato della barriera tra Messico e Guatemala: più di 800 chilometri di barriera discontinua, che serve, indovinate un po’, a scongiurare l’immigrazione clandestina guatemalteca in Messico. Si perché ognuno ha il suo immigrato, ma ognuno è immigrato di qualcun’altro. Su questo spunto si staglia la barriera tra Italia e Austria, oppure lo stop dei frontalieri italiani in Svizzera, anche qui quasi ci scappa una risatina, si perché mentre si parla delle Ong che porterebbero da noi migliaia di immigrati potenziali spacciatori e usurpatori di lavoro, ci dimentichiamo che anche noi siamo ‘più a sud’ di qualcun’altro e quindi ben pensando di costruire una barriera, Svizzera ed Austria ci ricordano che “la fortuna è una questione geografica”. E proprio la fortuna deve essere quella che entra in gioco in Marocco, o meglio nell’enclave spagnola di Ceuta e Melilla, due città situate fisicamente nella penisola magrebina ma sotto lo status politico europeo. E parlo di fortuna perché centinaia di clandestini cercano illegalmente, tramite il porto, di entrare in Spagna (quella continentale) partendo proprio da qui. Ed anche da queste parti le barriere non sono proprio piccole: un totale di 18 chilometri, con un’altezza tra i 4 e i 6 metri. Un appunto: a pagare è stata la Comunità Europea, una trentina di milioni di euro. Ma quando si tratta di oltrepassare uno stretto, non si può non citare quello che separa Francia e Inghilterra: la Giungla di Calais è salita alla ribalta per le sue dimensioni e la popolazione di 8000 disperati che viveva al suo interno. Tutti, o quasi, con un unico obiettivo: raggiungere il Regno Unito. Il campo fu smantellato, il problema però non è stato risolto, anzi, sono nate tante piccole ‘giungle’ in giro per la Francia.

Insomma, siamo partiti dal Vallo di Adriano, passando per la Corea, fino a giungere anche ai nostri territori, un giro intorno al mondo e tra varie epoche unite da un sottile (ma non tanto) filo conduttore: il diverso fa paura, deve essere ostacolato e ci si deve difendere. Ma a parer mio non è solo questione di difesa. I muri oltre a difendere creano una ben netta linea di demarcazione tra ciò che noi consideriamo civile, e quello che reputiamo assolutamente inaccettabile, che ci spaventa, e così i muri ci creano tranquillità, ci fanno sentire sicuri, i muri “non mescolano e mantengono la purezza della razza” (volendo citare di nuovo il sindaco ungherese).
Insomma i muri, oggi più che mai, ci proteggono dai pericoli che ci circondano: un tempo poteva essere un animale selvatico, oggi invece è un altro essere umano che ha avuto la sfortuna di essere dall’altra parte del muro. Ma mai dimenticare che ognuno di noi è dalla parte opposta di qualcosa, che ci vuole un attimo a diventare l’immigrato di qualcuno, che spesso lo si è già. In questo la Svizzera docet…

Amici veri e amici social

di Francesca Ambrosecchia

Ognuno di noi è circondato da tanti volti, ma quali di questi possono considerarsi amici? Oggi, che valore viene dato a questo legame?
Senza dubbio è difficile mantenere rapporti saldi e duraturi nel corso del tempo ma ognuno di noi si affida a un certo numero di persone: quelle persone che si cercano per condividere qualcosa, dal momento di gioia a quello di sconforto. Con loro ci si apre e si diventa più se stessi, senza maschere o barriere.
Oggi però, viviamo in una società che “corre veloce” e con la sempre maggiore influenza dei social network si tende a cercare attenzioni proprio in questi. È quindi vero che si privilegiano i legami attraverso uno schermo piuttosto che quelli effettivi, reali? Un “mi piace” o un commento valgono più di un confronto diretto?

“Un Facebook-dipendente mi ha detto: ho fatto 500 amicizie e in un giorno. Io non le ho fatte in 86 anni. Ma quanti amici può davvero avere un essere umano? Risposta: 150. Non di più. È questo il numero di Dunbar: ovvero, la quantità massima di persone che possono far parte del nostro paesaggio emotivo. Andare oltre sarebbe un esubero, uno spreco di tempo”
Zygmunt Bauman

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

ATTUALITA’
Dal Messico a Israele: c’è muro e muro…
Fenomenologia delle fortificazioni odierne
 

Oggi vorrei affrontare un argomento, quello dei muri e delle barriere, non di facile comprensione ed espressione, soprattutto quando il mondo sembra concentrato esclusivamente sul conflitto israeliano-palestinese e dalle mura vaticane papa Francesco invita a “non costruire muri, ma ponti”.
Lo sguardo critico del mondo si sposta anche sugli Stati Uniti, dove l’attuale presidente Trump intende portare a termine ciò che i suoi predecessori Bush e Clinton avevano iniziato nel 2006, con tanto di approvazione da parte dei 25 senatori democratici, tra cui gli stessi Hillary Clinton e Barack Obama: la costruzione di un muro atto a separare Stati Uniti e Messico. In questo momento, il confine tra i due Paesi è intervallato da una serie discontinua di muri supportati da spiegamenti di forze militari. L’idea della costruzione del muro sembra attirare critiche rivolte unicamente al nuovo presidente. Vogliamo ricordare che durante l’amministrazione Obama vennero espulsi due milioni e mezzo di latinos?
Quando fu abbattuto il muro di Berlino (1989), esistevano nel mondo 15 muri, oggi sono circa 70, comprese le barriere difensive. Fra questi muri va ricordato anche la barriera difensiva lunga 600 miglia che Riyad sta costruendo al confine tra l’Arabia Saudita e l’Iraq. A questo si aggiungono il muro marocchino, eretto oltre trent’anni fa e lungo quasi tremila chilometri, il muro Spagna-Marocco, Bulgaria-Turchia, Ungheria-Serbia, Melilla-Marocco, Irlanda Belfast cattolica- Belfast protestante, India-Pakistan ecc…

Nonostante la lunga lista di mura e barriere esistenti, i soliti detrattori, pieni di livore antisraeliano e supportati da una cattiva e ipocrita ‘disinformazione’, che non verifica, appositamente, fonti e notizie con senso di responsabilità, sono la causa dell’aumento dell’antisemitismo, che in chiave moderna prende il nome di “politica israeliana”, come è stata definita ultimamente da uno scrittore rumeno.
Questi personaggi sono sempre pronti a colpire, ogni giorno, le barriere di difesa israeliane, senza nessun distinguo con altri Paesi in cui i muri impediscono l’ingresso ai migranti clandestini, mentre in Israele servono a garantire alla popolazione il diritto alla vita. E’ d’obbligo sottolinearne l’utilità, in quanto è un dato di fatto il netto decremento di attentati da parte degli arabi-palestinesi.
Bisogna considerare che troppi sono coloro che non conoscono la storia, o quantomeno non conoscono la vera storia di Israele e della Palestina.
‘Palestina’ indica la terra che, per migliaia di anni, è stata incubatrice dell’identità ebraica; sulla bandiera della Palestina, vi era disegnata la stella di David. Il popolo della Palestina è il popolo ebraico e gli ebrei sono i veri palestinesi. Infatti, fino alla creazione dello Stato d’Israele, gli ebrei erano noti come “palestinesi”. La Palestina è sempre stata ebraica, non araba.

Nel novembre del 1947, l’assemblea dell’Onu approvò a grande maggioranza il piano di spartizione della Palestina, dove gli ebrei e gli arabi si trovavano esattamente nella stessa posizione: non esisteva uno Stato, ma solamente due movimenti di liberazione contrapposti. Di fronte alla soluzione di compromesso proposta dall’Onu, il popolo ebraico ha accettato, sia pure a malincuore, mentre gli arabi hanno rifiutato. Il popolo ebraico, dunque, si erige a Stato, ma il popolo arabo cerca con tutti i mezzi possibili di impedirne l’esistenza, non mettendo mai fine agli attentati fino ai giorni nostri.
Israele deve sempre convivere anche con le minacce di essere raso al suolo, in passato dall’Iraq e oggi dall’Iran, e per questi motivi non può permettersi di dormire su comodi guanciali, visto che ha anche la consapevolezza che nessuno Stato europeo interverrebbe in suo aiuto. L’antisemitismo ha spalancato le porte alla Shoah e ha continuato a esistere anche dopo la sconfitta del nazismo, grazie anche a certi personaggi e a certa disinformazione che ogni giorno giocano sporco con il solo fine di fomentare odio.

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LA SEGNALAZIONE
Turismo accessibile, Gondola4All

“La libertà è quando si è liberi di poter andare dove si vuole”. Leggendo questa frase che lancia la campagna di crowdfunding dell’iniziativa che mira ad eliminare le barriere a Venezia permettendo ai disabili in carrozzina l’accesso alle gondole, ho ricordato la disagevole sensazione di frustrazione che si prova quando non ci si può muovere come si vuole.

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Un bambino in carrozzina a Venezia di fronte al canale
gondolas4all
Una bambina in carrozzina trasportata a braccia sulla gondola

La mia esperienza era ed è legata all’impossibilità o alla difficoltà di spostarsi liberamente in Paesi dove manca la sicurezza, quando devi sempre essere accompagnato, quando devi guardarti intorno con circospezione, quando non puoi camminare per le strade, salire su un taxi o un autobus qualsiasi, parlare con chi vuoi. Lì capisci quanto sia davvero importante la libertà di potersi muovere, quanto sia bello poter prendere un bus o un treno. L’esperienza di un familiare è invece, e purtroppo, legata all’impedimento fisico, quello motorio, che ti lega agli altri e alla speranza che barriere architettoniche impietose non t’impediscano di accedere a servizi fondamentali o a bellezze architettoniche o paesaggistiche uniche. Ricordo bene, in proposito, il maestro Bernardo Bertolucci quando si era corrucciato per l’impossibilità di accedere al Campidoglio con una sedia a rotelle. Il problema non era solo il suo ma quello, ovviamente, di tante persone nelle sue condizioni.

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Disegno del pontile che si vuole realizzare

Ecco alcuni dei motivi per i quali ci sembra importante segnalarvi un’importante iniziativa che vuole assicurare ai turisti in carrozzina la possibilità di ammirare, da una gondola, la bellissima, magica e romantica Venezia. Si cerca aiuto dalla rete, con il crowdfunding lanciato dalla Onlus Gondola4All che vuole permettere ai disabili l’accesso alle gondole. Si tratta di raccogliere 56.000 dollari per costruire un pontile galleggiante che ospiti una pedana automatica in grado di garantire un inserimento sicuro e controllato della persona con la sua carrozzina. Contribuire è davvero molto facile, basta donare un importo qualsiasi o scegliere un contributo fisso proposto dalla campagna che poi darà diritto anche alla scelta di uno dei premi (dalle t-shirt al giro in gondola in anteprima, fino alla sponsorizzazione con il proprio nome di uno dei quattro pali del pontile).

gondolas4allTutti devono poter provare l’emozione di percorrere i canali e le calli di Venezia affacciandosi ad essi direttamente dalla laguna, di percepire la magia che proviene dai riflessi delle piccole onde che accarezzano, leggere e spensierate, la gondola che sfreccia leggera.
Nessuno deve esserne escluso, la bellezza non va preclusa ad alcun essere umano che voglia sentirla scivolare sulla sua pelle. Tanto più se a impedire sono parti del nostro stesso corpo, di una vita che vuole vivere, comunque. La bellezza è di tutti e deve essere per tutti. Il vostro aiuto è molto importante, dunque, la campagna si conclude il 7 maggio. Pensateci!

Per aderire alla campagna:
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Per informazioni visita il sito di Gondolas4all [vedi] e la pagina Facebook [vedi].

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La spiaggia e l’offesa alla bellezza

RACCONTI LIDESCHI (PRIMO) ovvero I DIARI VENTURI

E il sole ritorna dopo le nuvole e la spiaggia riaccoglie i dannati della terra con le loro false mercanzie di un lusso datato e volgare che piace tanto alla casalinga di Voghiera, pronta a storcere il naso di fronte all’amica mentre il nero le si avvicina per venderle improbabili prodotti, tenuto al guinzaglio della necessità di sopravvivenza da mafie ben collocate tra Nord e Sud. Non posso chiudere gli occhi o ascoltare in cuffia la mia amatissima Marta (naturalmente Argerich). Il giornale che ho davanti racconta di barriere mobili che il solerte Comune di Ferrara intende innalzare sul sagrato della cattedrale per difendere dalle deiezioni, non animali ma umane, quei monumenti e quella storia e del viaggio che i Bronzi di Riace dovrebbero intraprendere per la necessità economica di rendere appetibile l’Expo milanese. All’offesa della bellezza, al mercimonio del pensiero, alla volgarità degli iloti (ah Giacomino, come avevi ragione nel disprezzare quel genere di umanità!) nulla può essere difesa se non la consapevolezza della piccolezza della stirpe umana. E il laico pensiero sulla necessità e democraticità della ragione si spezza contro la barbarie del branco o sulla volontà di rendere cosa e cosa mercificata la bellezza. La stolidità dell’espressione di Maroni, il ghigno di Sgarbi che propongono come soluzione “b” al rifiuto del viaggio dei Bronzi di porsi loro nudi per sei mesi, eccita al riso solo gli stolti o i mentecatti. Che vergogna e che tristezza. Un giovane prete don Zanella, risponde lui, non certo laico, che le barriere servono a poco ma che bisogna cambiare la mentalità del branco. Ve l’immaginate i gradini del Duomo di Firenze o di San Marco a Venezia, dove le orde dei turisti consumano bevute e pasti lasciando l’immondizia del loro scervellato aggirarsi tra i monumenti per consumarli, se fossero recintati? Ma va là! Basterebbe munirsi di sorveglianza umana e prevenire il degrado con multe e sanzioni, mettere contenitori, cambiare mentalità. Delle opere di cui la Lombardia è piena, perché strappare dalla loro sede naturale i capolavori di Riace? Ma ancora una volta, mentre mi accingo a lasciarmi incantare dalla giovane Marta che esegue il concerto di Chopin, il bambinetto dell’ombrellone accanto studiosamente con la paletta leva la sabbia dalla passerella e mi guarda con un sorriso che invita all’approvazione. Cadono le difese e un “bravo!” mi esce con voce tenera e convinta.
Qualcuna d’altronde ha stupendamente descritto la ragione e il sentimento.

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