Tag: bassani

La maturità di Bassani, un monito contro i razzismi

“Chi è Bassani?”. Si calcola che su mille ragazzi, tre su quattro non conoscano lo scrittore ebreo, a differenza dei ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, dove anche il romanziere affrontò la maturità e fra gli studenti è ben noto.
Il Miur sceglie le persecuzioni razziali con Il Giardino dei Finzi Contini tra le tracce della prima prova di italiano della maturità 2018. Ai maturandi, che hanno fatto questa scelta, si chiede di analizzare un brano in cui compare la figura di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica di Ferrara dal 1930. Una storia vera e tragica, dove l’epilogo sarà la deportazione e la morte ad Auschwitz di tutta la sua famiglia. Prima della deportazione, Magrini racconterà l’amarezza e la rabbia nel momento in cui, a causa delle leggi razziali, verrà cacciato dalla sua amata biblioteca di Ferrara.
Il tema principale è l’antisemitismo, una scelta prevista, quella del Miur, in occasione della ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Una giusta attenzione accompagnata forse ad un collegamento alla politica attuale? A tal proposito, ecco alcuni commenti: “Quanto mai attuale!”, “Siamo in tema direi”, “Un caso?”. Ogni giorno giornali, tv e istituzioni fanno allusioni alle leggi razziali del 1938 e alla Shoah per futili motivi politici che offendono tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi nei campi di sterminio. Bisognerebbe evitare manipolazioni del passato e strumentalizzazioni al presente.
Auguriamoci, invece, che la scelta della traccia possa essere un invito rivolto alle nuove generazioni, alla riflessione affinché ciò che è stato non si ripeta o, come suggerisce Ruth Dureghello, presidente della comunità Ebraica di Roma, agli studenti: “Cogliete l’occasione di comprendere meglio come si arrivò a quella tragedia e soprattutto raccogliete quel testimone per impedire che si verifichi di nuovo”.

L’antisemitismo esiste ancora e non minaccia solo Israele (che da ieri si trova sotto attacco missilistico nell’indifferenza totale dei media, italiani compresi, pronti a “colpire” solamente quando Israele reagisce e si difende), come dimostrano le violenze e le uccisioni nei confronti anche di giovanissimi in Francia e in Germania. L’unica loro ‘colpa’? Essere ebrei.
Come possiamo insegnare ai giovani il rispetto quando li costringiamo ad assistere a violente manifestazioni antiebraiche come è accaduto e continua ad accadere anche in Italia, da parte di estremisti politici antisemiti?
I giovani devono comprendere che l’antisemitismo diventa pericoloso quando in uno Stato europeo si forma una forza politica che crede che gli ebrei siano la causa di tutti i mali della società.

N.B,. Questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 23 giugno 2018 

Il Meridione ritrovato

Il tempo scorre come un fiume maestoso e solo a tratti il ricordo l’arresta per impedire di dissolvere al vento l’esperienza accumulata. Rivedo le puntate televisive del L’Amica geniale dal romanzo di Elena Ferrante in attesa della nuova stagione e i luoghi mi si stampano a fuoco nel cuore prima che nella mente. La mia Napoli, la Galleria Umberto dove siamo stati tante volte a mangiare e a far compere, Toledo, il molo Beverello raggiunto in macchina per imbarcarsi per Lipari ma anche per Ischia e soprattutto per Procida, l’Isola di Arturo, in adorante pellegrinaggio sulle orme di Elsa Morante.

Risiedevamo nell’albergo sotto il penitenziario dove ancora sembrava esplodere l’urlo malvagio di “Parodia”. La Lilla fedele e pelosa compagna s’appropriava del giardino che invece era di pertinenza del gattone di casa, ma gli girava lontana emettendo (falsi) urletti di protesta eppure fondamentalmente rispettando le proprietà gattesche. A Procida veniva spesso Roberto De Simone, allora si ricordavano i tempi lontani della sua Gatta Cenerentola che il maestro Muti amava particolarmente e si scendeva a pranzo al ristorante che fu location del film Il postino a Marina di Corricella.  Ogni anno l’amico Sergio Gullini mi portava a Pollara di Salina quando si passavano le vacanze da lui a Lipari. A Procida si fece amicizia con un marinaio-poeta che ogni giorno con la sua barca ci portava in giro per l’incantato golfo. Quasi sempre ad Ischia dove le terme esercitavano su di me un fascino straordinario quasi come quelle di Abano. Poi a scoprire i giardini e la musica. E le vacanze si ampliavano anno dopo anno alla riviera amalfitana, alla sublime Sorrento tra Tasso e i succulenti ristoranti, alle spiagge,  alle isole fino ad approdare alla meta del desiderio quella Capri  che per sempre attrasse il mio spirito con l’esaltazione della decadence. E si arrivò anche  a Taormina dove, non ricordo più per quale occasione, fui invitato a parlare nel teatro e mi fu regalata una spilla di Musa che sempre mi accompagna dopo decenni messa all’occhiello quando devo affrontare discorsi non facili.

Tutti questi luoghi stanno racchiusi , scriverebbe Amos Oz, nella scatola nera dei ricordi. Basta che l’aereo mentale precipiti e solo allora la metaforica scatola  si riapproprierà di una/tante verità.

Quando queste note saranno pubblicate, nella stessa notte si saprà del destino politico della mia Regione. Quella scelta, come si può facilmente intuire, sarà fondamentale per capire quale sarà  il clima con cui affronterò il ‘percorzo’ (mi raccomando, pronunciato con la z secondo la dizione del politicume romano) che ribadirà o che cambierà il mio ‘train de vie’ socioculturale.

Che mi aspetterà dietro l’angolo? Unica cosa certa che non smetterò nonostante i diktat che arriveranno – e se arriveranno! – di studiare, capire, operare nel nome di due grandi Bassani e Canova.

E ora m’aspetta l’ascolto  di un’edizione meravigliosa della musica per due piano di Rachmaninov suonata dalla divina Martha. Ovviamente e solamente Argerich.

DIARIO IN PUBBLICO
Non è triste Venezia ma Ferrara

Come ribolle la patria materna! E Ferrara, ormai spesso e solo ‘Ferara’, diventa la città più problematica dell’Emilia-Romagna. Per non farmi mancare nulla mi trascino a Venezia per partecipare a Ca’ Foscari al convegno dannunziano rimandato di un mese per l’acqua alta. Accompagnata da una cara amica con cui ho lavorato decenni, faticosamente m’arrampico sul ponte di Calatrava e lungo le calli m’addentro nella città che nulla o nessuno saprà strapparmi dal cuore. Le mie esitazioni fisiche e psichiche sembrano quasi una difesa alla valanga dei ricordi che s’abbattono impietosi per riaprire ferite e malinconie e ravvivare soprattutto quello che mi aveva sempre coinvolto della città acquatica. Ricordo allora il quadro di Matisse Calme, luxe et volupté tratto da L’Invitation au voyage, la sublime poesia di Baudelaire nella raccolta dei Fleurs du Mal. Ma anche Morte a Venezia, la novella di Thomas Mann e ancora, Com’è triste Venezia la canzone di Charles Aznavour. La mia spietata nostalgia veneziana di cui mi sono nutrito per una vita intera trova alla fine un sicuro rifugio a Malcanton la (brutta) sede in tanta bellezza di Cà Foscari, E ritrovo amici carissimi tra i quali Marzio Mutterle, con cui parlerò, il compagno fido di tante esperienze compresa la prima e la più importante: quella che ci portò ad essere ‘pavesini’ non biscotti ma fedeli allievi di Cesarito, il ‘nostro’ Pavese.
E accanto a lui amiche e amici del temps d’antan.
Inesorabilmente nella discussione s’affaccia (e come non avrebbe potuto accadere?) il rapporto tra Bassani e d’Annunzio che già il libro coordinato da Portia Prebys e da me indicava chiaramente nello stesso titolo, Vivere è scrivere. E il particolare dannunzianesimo dello scrittore ferrarese, mediato anche dalla fedeltà a quello che considero il più grande poeta del secolo breve, Eugenio Montale, si arricchisce di un altro importante tassello. E’ ben conosciuta la passione di Bassani per il poema dantesco che conosceva e recitava quasi tutto a memoria ma una fonte sicura mi conferma che lo scrittore ferrarese recitava tra amici, sempre a memoria, una splendida e rara poesia di d’Annunzio: I camelli della raccolta di Alcyone. Eccoli i pazienti animali rappresentati nella tenuta pisana, che faticano e nello stesso tempo evidenziano la loro estraneità al mondo in cui sono stati condotti per lavorare. Il loro lento adattarsi diventa emblema di una condizione esistenziale che è cosi vicina metaforicamente al mondo dell’autore del Romanzo di Ferrara.
Si passa poi a commentare un testo, quello di Laura Melosi che pubblica sulla scorta dell’archivio Olschki un libro straordinario, D’Annunzio e l’edizione 1911 della ‘Commedia’.
Alla fine ci si scambiano abbracci metaforici e reali tra amici riuniti da una comune passione.
Il ritorno alla realtà ferrarese rende ancor più acuta la nostalgia di quei momenti. Si spalancano imbarazzanti crepe nella nuova gestione della città. A Piazza Pulita, il programma di tv7 condotto da Formigli, scoppia il caso Solaroli, vicecapogruppo della Lega che offre a una troppo – secondo lui – invadente membro della giunta leghista, Anna Ferraresi, uno scambio tra una sua dimissione dal consiglio a un lavoro ben pagato che l’avrebbe vista alla guida del trenino che percorre la città come illustratrice dei luoghi artistici che il mezzo toccava. Se il fatto sostenuto fosse dimostrato vero sarebbe un gravissimo atto di prevaricazione. E di questo si dice nella telefonata erano al corrente e il sindaco e il vice sindaco. Non voglio continuare a ricordare le tristezze di Ferrara che sembra continuino anche nel fatto quasi inaudito della mancanza all’inaugurazione della Mostra donata dal Presidente della Repubblica Mattarella al Meis delle massime autorità dell’amministrazione cittadina. Almeno così commenta un membro della minoranza presente all’inaugurazione.
Allora si può cantare Com’è triste Ferrara?

DIARIO IN PUBBLICO
A proposito di sardine: il movimento e l’azione

Cerco di arrivare a tempo all’appuntamento con le sardine ferraresi, ma la strada è lunga “eppur bisogna andar”. Sono di ritorno da Bassano dove un’importante riunione ha rimesso in carreggiata l’ingombrantissimo carro dei lavori canoviani. Ma giunto in città erano ormai le venti passate. Mi rimane quindi un’unica possibilità: quella di guardare le foto delle città invase dai pesci. Da Firenze mi giungono le immagini di Dora Liscia, la nipote di Giorgio Bassani, che esibisce – non per nulla è storica dell’arte cosiddetta ‘minore’ – la più bella e raffinata immagine del pesce (vedi immagine di copertina).
A Ferrara Sandra Chiappini fotografa un cartello del Castello insardinato alzato davanti a quello vero; ma ciò che mi piace è la compostezza, la serenità di queste folle che hanno in sé un requisito di cui si era persa da tempo ogni traccia: la gentilezza. Che è un comportamento non ipocritamente insegnato a noi generazioni del passato ma una riconquista dei giovani, stanchi dell’urlo, dell’odio, delle risse televisive che inquadrano bocche urlanti, canine, pronte ad azzannare e a farsi strada con ‘i vers’, avrebbe detto in dialetto mia nonna. Ecco contro chi s’oppone la meglio gioventù delle sardine: a quel film visto fino alla nausea che si potrebbe titolare “L’urlo e il sibilo” ,che come folate di vento distruttore soffia dovunque, da destra, da sinistra impelagandosi in mulinelli micidiali al centro della tempesta politica.
Sorge dunque una speranza. Riusciranno i nostri a imporre un cambiamento; o meglio a suggerirlo?
Non sono eroi per fortuna. Non ne abbiamo bisogno. L’atrocità o meglio la lugubre esaltazione di un eroe della strage del London Bridge dove un assassino accoltella la folla e quello che è divenuto l’eroe dei tabloid inglesi lo insegue e lo blocca. Si scopre che anche lui ha ucciso, spietatamente.
Si è ormai innestata una coerente immagine del movimento che appare finalmente lontana dalle strumentalizzazioni ma porta con sé un grande interrogativo. Ce la faranno questi ragazzi a far coincidere l’impulso della massa-persone con le regole della politica? Domenica sera ascoltavo il portavoce dei quattro ragazzi che hanno coordinato e proposto i raduni delle sardine che incalzato da Fazio non si esponeva, non si voleva esporre alle tentazioni della politica attiva. L’intento è più che nobile. La difficoltà consiste nel trovare quel ‘quid’ che trasformi la proposta, l’offerta in prassi politica. E qui che noi ‘grandi’ d’età, ricordando le lotte passate e le tante proposte avanzate nei decenni che poi si sono estinte proprio perché proposte ammirano e nello stesso auspicano che la flotta delle sardine riesca a risalire il mare e trovare un porto che le accolga e le trasformi in azione politica, solida barriera ai sovranismi e alla istigazione all’odio.

Ferrara-Antica

DIARIO IN PUBBLICO
Ferrara e quel fervore d’arte e di cultura

Con l’arrivo dell’autunno si mette in pieno movimento l’attività culturale delle associazioni ferraresi che nel giro di una settimana presentano importanti avvenimenti che coinvolgono la città e i suoi protagonisti. Tra questi il ricordo di un Maestro quale fu Claudio Varese – promosso dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia contemporanea – e l’analisi della figura di Lucrezia Borgia condotta dall’Istituto di studi Rinascimentali nell’ormai classica Settimana di Alti Studi. A rendere più completo (e complesso) il percorso, ecco la presentazione di un libro importante e pluripremiato di Lina Bolzoni, “Una meravigliosa solitudine” che prende in esame il senso del leggere e la funzione della lettura in rapporto all’oggi dove la lettura tradizionalmente intesa si confronta e si scontra con altri e diversi modi di comunicazione. L’autrice dialoga con Benedetta Craveri, finissimo critico nonché nipote di Benedetto Croce. Questa occasione è stata propiziata dagli Amici della biblioteca Ariostea.

Come si può comprendere assai agevolmente per le personalità ‘ferraresi’ c’è in questo momento un fervore di attività che coinvolge anche un’altra figura fondamentale dell’universo culturale della città, vale a dire Giorgio Bassani. Recentemente il Centro Studi bassaniani è stato visitato dalla organizzazione Biblia che assieme al suo presidente Piero Stefani ha portato al Centro più di quaranta soci provenienti da ogni parte d’Italia. E in stretta relazione con la visita bassaniana i soci di Biblia sono intervenuti ad una conferenza su Lucrezia Borgia tenuta nello stesso monastero in cui la duchessa verrà sepolta e che fu il suo ultimo rifugio. Altre e differenti attività culturali fanno da contorno a questi avvenimenti , attività che coinvolgono le scuole come è accaduto per la ricerca sulle opere e i luoghi di Bassani ma anche offrendo l’occasione per una bella mostra di quadri di Maria Luisa Genta dal titolo, “La reggia di Vulcano” dove l’artista evoca nella pittura le esplosioni del vulcano osservate dalla sua casa di Lipari, una nuova modalità di espressione di questa intellettuale che non si è limitata alla sua professione di Accademico.
Ma l’eco della cultura ferrarese si amplia ad una serie di mostre importantissime che si aprono in questi giorni in Italia. Dalla grande mostra su De Pisis alle Gallerie del Novecento di Milano che da marzo si trasferirà a Roma e che esibisce pitture fondamentali del grande artista molte delle quali provengono dal ferrarese Museo de Pisis alla splendida e irripetibile mostra ‘Canova / Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna’ alle Gallerie d’Italia di Milano dove, nel percorso, una sala è dedicata al primo amico di Canova vale a dire il conte Leopoldo Cicognara che ospita tra l’altro il busto scolpito da Canova e aiuti per il conte ferrarese.

Molto importante è stato il ricordo di un maestro come Claudio Varese, di cui si celebrava il centodecimo anniversario della nascita. Nella cornice offerta dall’istituto Gramsci, alla presenza dei familiari dell’intellettuale sardo d’origine poi approdato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, amico di tanti studiosi di primaria importanza operanti nell’Italia del secolo scorso, a confronto e in opposizione al regime fascista, Claudio Varese, divenuto cittadino onorario della nostra città nel 1987 fu una figura fondamentale della cultura novecentesca a cui offrì un ingente patrimonio di indicazioni di ricerca che vanno dalla letteratura, alla storia dell’arte e al cinema. Ne hanno parlato gli allievi Anna Dolfi e Gianni Venturi oltre a Daniele Lugli (amico e collaboratore di Aldo Capitini) che con Claudio Varese ebbe rapporti di amicizia.

Ferrara dunque si appresta a rivivere e a non dimenticare la sua vocazione di città d’arte e di cultura.

DIARIO IN PUBBLICO
Treni, cultura e vecchi merletti

Nella mia lontanissima infanzia il treno nell’Italia che usciva dalla catastrofe della guerra e si avviava alla ricostruzione degli anni Sessanta del secolo scorso rappresentava il mezzo più usato e ambito. Per anni il nonno portava me e mio fratello alla stazione ad ammirare quelli che mi apparivano mostri d’acciaio avvolti in nuvole terrificanti di fumo mentre ruggiti e brontolii uscivano dalle loro pance di ferro. Poi nei beati anni dell’infanzia la zia Lea (da noi chiamata ‘Eia’ con rapido movimento della lingua) ci portava al mare a ‘Riczone’ come veniva chiamata la favolosa spiaggia frequentata dal duce che aveva tra le altre qualità quella di possedere alcune terme. Per me luogo terrorizzante in quanto a causa di un ascesso alla gola (o qualcosa di simile) venni fatto rioperare proprio in quel luogo da un equipe di medici militari. Andavamo alla pensione Borghesi ora un ottimo tre stelle dove, per risparmiare, noi bambini venivamo fatti dormire in camera da pranzo su delle brandine tolte frettolosamente alle 7 di mattina per permettere di servire la prima colazione. Erano i nostri alberghi di lusso. Ma il viaggio! Quello era il vero godimento. Prestissimo si partiva in tramway che ci portava alla stazione dove ci attendeva un accelerato che faceva la costa fino a Cattolica, d’estate. Sempre in seconda classe come era d’uopo per la media borghesia mentre noi bambini bramosi osservavamo il caos della terza classe spesso rallegrata oltre dalle grida dei piccoli o dai versi di qualche gallinaceo o a volte dai belati timidi di agnellini battufolosi.

I nomi dei treni, scoprii più tardi quando il treno divenne la mia stanza – quella che mi portava da Firenze a Ferrara e viceversa tutte le settimane – erano affascinanti: Rapido, Direttissimo, Diretto, Accelerato, Littorina. Talvolta ‘treno locale’ o al limite ‘regionale’. E la scansione strascicata dell’annuncio che poi divenne un mito con cui si avvertiva dell’arrivo dei treni e che cominciava con una voce stanca ‘Ferara’, stazione di ‘Ferara’. Di treni e sui treni esiste una letteratura che io stesso cerco di alimentare con un futuro romanzo che dovrebbe appunto chiamarsi “Il romanzo del treno”, ovviamente mutuando il titolo dal bassaniano “Il romanzo di Ferrara”. Giorgio Bassani molto s’intendeva di treni e basta percorrere le sue prime prove per scoprirne non solo l’attrazione come soggetto letterario ma la necessità. Nella sua giovinezza sul treno che lo portava da Ferrara a Bologna e viceversa incontrava gli amici del cuore che attorno a Roberto Longhi avrebbero creato quella consapevolezza di una Italia che esulava dai prodromi fascisti o anche attraverso quelli costruiva una nuova idea di letteratura, poesia e arte. Così in treno Micòl nel Giardino dei Finzi-Contini si reca a Venezia dai nonni e a seguire le lezioni all’Università. In treno si compie il destino di Athos Fadigati nel primo romanzo, Gli occhiali d’oro (G. Bassani, Opere, Mondadori, pp.232-33).

Ormai il rapporto treno-letteratura è uno dei filoni più frequentati nella letteratura mondiale. Basti pensare al libro di Christian Wolmar, o da noi quello di Gabriele Crepaldi, ma il fascino esercitato da un possibile romanzo del treno e in treno è insuperabile. In altre occasioni ho parlato e scritto delle ‘novità’ che venivano ad interrompere la monotonia del viaggio risaputo, con le sue tragedie come lo scoppio del treno sotto la galleria Bologna -Firenze negli anni di piombo oppure regolamenti e regole che dovevano giustificare i ritardi giornalieri che avvenivano sulle linee importanti come la direttissima Milano-Roma. In quel tempo si accusavano i viaggiatori di non essere abbastanza solleciti nel chiudere le porte, un compito affidato a loro con risultati deludentissimi. Oppure i venditori di cibo abusivi che intasavano i marciapiedi delle stazioni regolarmente dispersi dagli addetti. Si formò in quegli anni la fama di alcuni ristoranti che avevano cominciato con il pranzo al sacco venduto in stazione come a Cesena.

Oggi i treni non più mostri ma idee portano nomi affascinanti come le mète che debbono raggiungere: Freccia rossa, argento, bianca; intercity, interregionale. Non si nomina più l’accelerato che era il treno dei lavoratori. Su quei carissimi e lussuosi oggetti spaziali – e si pensi alle ferrovie monorotaia del Giappone – stretti in uno spazio minuscolo specie nelle carrozze Smart non si odono che sussurri e non più grida, tutti intenti come siamo a cercare affannosamente l’alimentatore di pc e di telefonini. Altere signorine dal foulard svolazzante ti chiedono freddamente copia del biglietto che tu esibisci dal telefonino ma anche nel regno della tecnologia, nell’Eden del viaggio si è inserito un serpente traditore dal nome prettamente italiano. E’ malamente ospitato dalle ferrovie italiane, i suoi stand non sono quelli del legittimo possessore della rete ferroviaria. Deve drighignare i denti e come il serpente tende trappole. In quattro giorni di viaggio ho avuto un ritardo di 55 minuti (attenzione al sessantesimo scattava la penale per loro), sono stato incomprensibilmente trasferito da una carrozza all’altra senza alcuna spiegazione (colpa del ‘materiale’ mormorava la bella mora dallo sguardo imbarazzato); ho dovuto aspettare 15 minuti a Roma fuori dalla porta sbarrata perché erano in corso le pulizie dei vagoni che nascevano nella stessa città. E ancor più ingenuamente avevo fatto il biglietto pieno per la tipologia Smart che portava lo stesso costo della prima scontata perché non essendo sicuro di partire non volevo perdere tutto il costo del biglietto, cosa che sarebbe accaduta se avessi dovuto rinunciare al viaggio.

Insomma l’alta velocità specchio a misura della nostra politica.

Uno sguardo letterario sul cinema: a ricordo di Guido Fink

Ferraraitalia pubblica in anteprima il testo che il professore emerito Gianni Venturi leggerà domani (5 settembre) alla Sinagoga di Firenze

Un ricordo per l’amico scomparso Guido Fink

“Dopo il saluto del rabbino capo della Comunità di Firenze Josef Levi, ha preso la parola il figlio Enrico che ha sottolineato come il padre sia stato un uomo fortunato perché ha vissuto cosi come voleva, con l’amore di una madre, amante della poesia, della moglie e del figlio. «Ha voluto insegnarmi ad amare l’ebraismo – ha aggiunto – ed io sono stato molto fortunato di averlo come padre»”

Questa è la dichiarazione pronunciata da Enrico Fink nella Sinagoga del Cimitero ebraico di Ferrara durante la cerimonia di addio per il padre Guido, come riferisce la cronaca locale del “Resto del Carlino”. E mentre parlava mi si svolgeva davanti, come un film, la lunga storia dell’amicizia che ci legò – Guido la sua famiglia e la mia – per più di settant’anni ritrovandoci in occasioni le più disparate. Alcune di queste le ho già ricordate e, non ultima, quella che ho scritto nel capitolo a lui dedicato nel volume curato da Portia Prebys e da me, “Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani”, Ferrara, Edisai, 2018.

Guido Fink era nato a Gorizia nel 1935, figlio d’un ebreo russo, Itzak (Isacco) scomparso ad Auschwitz. La madre Laura, donna di grande intelligenza e cultura, il cui cognome Bassani poteva ricordare una parentela con lo scrittore, che tuttavia non esisteva, bensì un grande amicizia, durante la guerra iniziò una attività singolare: la confezione di paralumi raffinatissimi che proseguì per diversi decenni fino alla sua scomparsa. Nel 1938 in seguito alle leggi razziali, con la madre, Guido si trasferisce a Ferrara presso i nonni, mentre il padre si reca a Roma. La situazione precipita quando, in seguito all’uccisione del ‘ras’ ferrarese, il federale Igino Ghisellini nel 1943 venne organizzata una rappresaglia che portò all’uccisione di 11 persone sugli spalti del Castello. Tra costoro, rappresentanti importanti della comunità israelitica ferrarese: come il dottor Umberto Ravenna, ottantenne, l’avvocato Giuseppe Bassani, l’ingegnere Silvio Finzi, il professore Mario Magrini, Vittorio e Mario Hanau, padre e figlio, l’uno di 65 e l’altro di 41, entrambi commercianti di pellami. L’episodio è stato raccontato da Giorgio Bassani ne “Le cinque storie ferraresi” e dal regista ferrarese Florestano Vancini nel film “La lunga notte del ’43”.

Guido Fink nell’immediato dopoguerra è ormai inserito nella sua reale passione, la storia del cinema; tuttavia non sarà questa l’attività del suo lavoro accademico bensì l’insegnamento della letteratura anglo-americana prima a Bologna poi a Firenze. Nodo centrale della sua vita e delle sue scelte culturali sarà in primis Ferrara. Dopo le leggi razziali gli ebrei vengono allontanati dalle scuole, dalle università, dalle istituzioni pubbliche. Giorgio Bassani laureando, raduna attorno a sé nella Sinagoga di via Vignatagliata gli ebrei allontanati dalle scuole pubbliche e tra gli allievi più giovani avrà Guido che si legherà a lui con un’amicizia fraterna. Nel ’46, alle medie, mio fratello sarà per un anno compagno di banco di Fink e attraverso questo contatto comincerà la mia amicizia con lui. Prestissimo la sua passione per il cinema esplode e si nutre del rapporto con registi, sceneggiatori, uomini del cinema: da Aristarco ad Antonioni, da Zavattini al gruppo di ‘Cinema Nuovo’. Nei tardi anni ’50 si laurea all’Università di Bologna, dove consegue la Laurea in Lingua e Letteratura Inglese con una tesi su Henry Fielding. Nello stesso anno inizia la collaborazione con la rivista Cinema Nuovo, per la quale scrive, nell’arco di un quindicennio, numerosi saggi, articoli e recensioni di film. Da poco ho scoperto una straordinaria storia parallela che si svolge tra Ferrara e Firenze sotto il segno dei paralumi.

A Firenze, in via degli Alfani, di fronte al Conservatorio c’è una straordinaria bottega artigianale oggi gestita da Leonardo Becucci che tramanda l’antica e raffinata arte dei paralumi: “L’esercizio venne avviato dal nonno di Leonardo, Livio, nel 1940; inizialmente lavorava alla Galleria dell’Accademia poi si mise in proprio ma già prima di iniziare l’attività sagomava fusti per altre botteghe che erano già presenti nel quartiere. Nel 1946 si aggiunse il babbo Franco che qui è rimasto fino a due anni fa. Leonardo Becucci è entrato a bottega per aiutare il padre subito dopo il servizio di leva, nel ’94 e da circa un anno e mezzo è rimasto da solo a tirare avanti: “Mio padre è stato qui fino all’ultimo perché il vero artigiano sta in bottega fino a che può”. In questa bottega il nonno di Leonardo nascose dopo le leggi razziali e l’invasione tedesca alcuni ebrei, nel soppalco e tra questi alcuni membri della famiglia Rimini. Così mi raccontò il signor Franco quando gli commissionavo alcuni paralumi; per cui la mia casa porta l’impronta testimoniata dai paralumi confezionati dalla signora Laura Bassani Fink e dal Beccucci.
Guido sposa Daniela Mantovani figlia di Marisa, celebre diva dei telefoni bianchi e da questo felicissimo matrimonio, saldissimo nel tempo, nasce Enrico che sceglie la carriera di musicista: Così nella sua biografia:

“Enrico è nato a Firenze il 4 Settembre 1969. Ha sempre vissuto e studiato a Firenze, tranne che per due brevi periodi di circa un anno ciascuno passati negli Stati Uniti con la famiglia, a New York e a Berkeley. Da bambino era certo di voler fare l’astronomo, e ha seguito questa idea per buona parte della sua vita, giocando a fare lo studente modello (e suonando, certo, ma da dilettante) e ottenendo a pieni voti prima la maturità classica e poi la laurea in Fisica. Dopo una pausa per il servizio civile (svolto presso l’Arci di Firenze, a cui collabora tuttora come responsabile delle attività culturali), nel 1996 ha dovuto scegliere fra una borsa di studio ottenuta per studiare presso l’Università di Cornell, a Ithaca, NY (Usa) e la possibilità di incidere con l’Orchestra Regionale Toscana e il quartetto “Klezmer Klowns” con cui all’epoca si esibiva, il suo primo disco di materiale ebraico; tra l’incertezza di un futuro nell’astrofisica e l’insicurezza di un futuro nello spettacolo, ha scelto la strada che quantomeno gli garantiva di divertirsi un po’ di più, e ha detto addio all’astronomia.”.
Memorabile a ricordarlo quando Enrico nel quarantennale della pubblicazione de “Il giardino dei Finzi-Contini”, cantò la tiritera del “capret d’al nostar Sgnior mentre la sorella di Giorgio Bassani, Jenny Liscia, commentava i ‘bocconi’ del pranzo raccontato nel romanzo.

Guido compie una straordinaria carriera come anglo-americanista. Ricopre la cattedra di questa materia all’Università di Bologna e poi di Firenze che diventa, dopo Ferrara, la sua patria. Qui, destino o caso, i ferraresi sono di casa alle Facoltà di Magistero e di Lettere dove insegnano due maestri quali Claudio Varese, sardo ma cittadino onorario di Ferrara e Lanfranco Caretti di origini ferraresi che teneva però corte in altro ambiente e con altri studiosi.

Per anni, al martedì o al mercoledì sera, i ‘ferraresi’non necessariamente d’origine ma di cultura si riunivano in Viale Volta nella casa di Claudio e Fiammetta Varese. Gli allievi e collaboratori, Giorgio Cerboni Baiardi, Gianni Venturi e più tardi Anna Dolfi e Marco Ariani. Qui s’incontrava il poeta Rinaldi compagno di Lina Baraldi un tempo moglie del romanziere Dessì, il critico d’arte Alessandro Parronchi e naturalmente i Fink che abitavano a poche centinaia di metri, in via della Piazzola.

La passione di Guido per il cinema non si estingue nel tempo.Si lega di solida amicizia con Sandro Bernardi che ricoprirà la cattedra di Storia del Cinema dopo il pensionamento di Edoardo Bruno che deteneva quella cattedra . Sono per me anni importanti che mi riporteranno a Firenze dopo un ‘esilio’ urbinate di cinque anni a ricoprire quella cattedra di Letteratura italiana che fu del mio Maestro Claudio Varese.

I rapporti con Guido s’infittiscono in quanto lui docente allo Smith College di Firenze ottiene per me una borsa di studio per un insegnamento annuale a quel College prestigiosissimo in Massachusetts negli anni ’80 del secolo scorso.
Viene nominato dal Ministero degli Esteri direttore del Centro di Cultura Italiana a Los Angeles (luglio 1999 – giugno 2003) e nel 2004 riceve un premio dall’AACUPI (Association of American College and University Programs in Italy).
In quegli anni, grazie anche al suo rapporto di lavoro e di amicizia con Roberto Benigni, all’attore e regista italiano verrà assegnato un Oscar per La vita è bella, madrina d’eccezione, Sofia Loren. Un capitolo a sé meriterebbe l’elenco delle sue numerosissime incursioni nell’ambito della storia del cinema, i suoi lavori su grandissimi autori tra cui of course quelli su Michelangelo Antonioni che ribadisce il complesso e affascinante percorso della ferraresità ormai mondiale: Giorgio Bassani e Michelangelo Antonioni. Rimando a un suo libro che mi è particolarmente caro, Nel segno di Proteo (2015) il cui sottotitolo rimanda al maestro che gli fu caro: Da Shakespeare a Bassani. Dalla lingua del Bardo che insegnò per una vita a quella dello scrittore ferrarese siglate in ben quattro capitoli: “Le tre Notti del 1943”; Prefazione a “Cinque storie ferraresi”; “La scuola ebraica di Via Vignatagliata”; “In fondo a Via delle Vigne”.

L’università di Firenze decise di festeggiare sia Guido che me quando lasciammo il lavoro. Andai a prendere Guido a casa con il taxi; ma giunto davanti al Rettorato Guido mi disse che non si sentiva di affrontare quell’incontro. Nonostante fossimo vicini di casa a Firenze fu l’ultima volta che lo incontrai di persona.

Ciao Guido.

DIARIO IN PUBBLICO
Odio l’estate

Odio l’estate,
il sole che ogni giorno ci scaldava,
che splendidi tramonti dipingeva
adesso brucia solo con furor…

Chi non ricorda la canzone, cavallo di battaglia di Mina?
E materialmente il sole brucia con furor anche qui nelle valli tra i prati in fior, mentre contemplo boschi e cascate sotto la minacciosa presenza dei 30 gradi. Abolite le passeggiate oltre i venti minuti, vezzeggiato da Delberta e Peter che ci scortano in luoghi incantevoli. Ogni giorno, per fortuna, il ritorno allo Zum Engel il nostro fantastico hotel, è assicurato dai ragazzi – cavalli – Poldo e Paghira, che trotterellano scuotendo dubitosi la testa ai miei tentativi di farmeli amici.

E nella landa infuocata? A ‘Ferara’, per intenderci, che accade?
S’avverte il nuovo?
Le pagine del più autorevole quotidiano cittadino parlano di grandi attività della nuova giunta: armi alla polizia municipale, sgombero campi rom, rivoluzioni previste nel campo culturale. E io a crogiolarmi al fresco, si fa per dire, en attendant Godot.
Devo confessare, pieno di vergogna, che comincio a stancarmi della ‘città delle 100 meraviglie’ ormai ripetitiva in ogni sua decisione: anche quella del cambiamento. Associazioni culturali smarrite, almeno a parole. L’eterno ritorno dell’uguale, come proclamava Friedrich Nietzsche, che se ne intendeva! E così dagli con Palazzo dei Diamanti o Palazzo Massari! Mentre la vibrata protesta di Ranieri Varese e Roberto Pazzi sulla Palazzina Marfisa non ha riscontri.

Come dire: si sta ungarettianamente in attesa.
Di cosa?
Spero di saperlo, o perlomeno di intuirlo, in autunno.

Mi aspetta, dopo Sterzing, il Laido degli Estensi con i suoi immutabili riti sempre più declassati. E’ stata tolta al bagno la possibilità di accedere all’ultima fila di ombrelloni in bicicletta; così ci accontenteremo di un ombrellone in zona giochi, appena varcata la soglia dello stabilimento. Sai che divertimento! Ma ormai alla categoria degli anziani questo e altro per punirli di esserci.

Qui, nel paradiso verde, invece, è tutto un fiorire di nonni che operano prodezze per la gioia dei nipoti. Io mi limito a due o tre vecchie versioni di ‘facce’, ma compio il mio dovere assistendo alle prodezze dei ‘veri’ nonni che, come m’insegna Fiorenzo Baratelli tra una sottile interpretazione della scrittura pavesiana e un commento politico, rimane mio maestro e mia guida anche se ancora si proclama discepolo. Non è il caso di commentare perché ancora non ho preso contatto con la nuova realtà della amministrazione. Il Centro studi bassaniani procede alla grande sotto la illuminata guida della curatrice Portia Prebys che riceverà gruppi di studiosi dall’estero per tutta l’estate e ha appena registrato un’intervista con la radio olandese. A settembre presenteremo a Firenze alla Syracuse University il grande volume su Bassani da noi curato, ‘Vivere è scrivere’, e io m’appresto a organizzare un altro volume fotografico su Ferrara per l’editrice Sate. Il vecchietto perciò spera in una ‘civil conversazione’ con la nuova amministrazione, pur non nascondendo le sue solite e mai sconfessate scelte politiche, né volendo ricorrervi per dialogare con la nuova amministrazione.

Guardo i fiori del giardino ‘dell’Angelo’ e penso con terrore in quale stato troverò il mio giardino ferrarese; ma confido ancora nella forza trainante di Bassani e Leopoldo Cicognara, i miei ferraresi.

DIARIO IN PUBBLICO
Le mani, i gesti, gli eventi nella città delle 100 meraviglie

Ho resistito fino all’ultimo, ma non ce l’ho fatta! E penso alla faccia dell’ottimo direttore, Sergio Gessi, che con aria fatalistica sarà costretto a pubblicare il mio pezzullo quando ormai le jeux sont faits, dopo le 23 di domenica.

Questa volta partiamo dal movimento delle mani evidentissimo in tutte le trasmissioni o nelle informazioni social.
Salvini le congiunge in atto di preghiera secondo quella mistica del rosario che ha fatto furore in questi ultimi giorni.
Di Maio le strofina come se le lavasse. Probabilmente gesto apotropaico a scongiurare eventuali interventi in Europa.
Calenda avvicina pollice e indice quasi a sottolineare la minimalità della presenza del Pd nel ‘dibbattito’ nazionale e internazionale
Nicola Zingaretti le sbattacchia rumorosamente o ne alza una in timido segnale dei suoi trascorsi di sinistra radicale anche, diciamolo, radical chic.

E i nostri?
Uso contenuto del candidato Pd Aldo Modonesi che se le infila spesso in tasca.
Alan Fabbri le usa per non mollare il microfono o per stringere in morsa d’acciaio Matteo Salvini.
Ds gran signora l’uso che ne fa la Fusari: non gesticola ma al massimo delinea cerchietti in aria.
E avanti così.

Mentre i nostri dunque si esercitano nella speranza di arrivare primi, a Ferrara e per Ferrara sono successe cose ed eventi mirabili, spesso ignorati da tutti. Vale a dire la strepitosa presentazione alla J. Cabot University di Roma del volume su Bassani “Vivere è scrivere” presenti un’ottantina di studiosi americani, inglesi, italiani con commovente finale di una cena alla casa della Fornarina. Sì! Proprio la casa della giovanetta immortalata da Raffaello. Al premio Ippogrifo d’oro assegnato a Portia Prebys per i meriti acquisiti nel donare a Ferrara opere e oggetti appartenuti al grande scrittore e ora depositati nel bellissimo Centro studi bassaniani allocato in Casa Minerbi di Via Gioco del Pallone, ha fatto seguito un importantissimo convegno in cui si sono misurati i migliori critici di Bassani delle due sponde dell’oceano. Probabilmente l’argomento non sembrava adatto al tempo e alla curiosità dei ferraresi se solo una ventina di qualificatissimi uditori si sono presentati all’appuntamento che si è concluso con una visita speciale al Meis condotta dalla direttrice Simonetta della Seta che ha illustrato la splendida mostra sul Rinascimento ebraico, ricca di capolavori e di idee. Il convegno darà luogo a un volume di Atti che sanciranno l’attività scientifica del Centro studi bassaniani per il 2019/2020.

Dopo un giorno ecco che nell’afoso pomeriggio mi sovviene con un po’ di ansia di dovermi recare al Meis per sentire il concerto dedicato alle musiche di Salomone de’ Rossi nell’ambito della mostra sul Rinascimento ebraico. E’ stata un’esperienza straordinaria. Quelle musiche inducevano alla gentilezza e alla cortesia. Di là dal muro spuntavano le cime degli alberi e mi sembrava di essere in un racconto di Amos Oz o di David Grossman. I profumi del giardino si mescolavano al profumo dei sentimenti e accanto a me una deliziosa bambina batteva le mani e si lasciava andare accarezzandosi i lunghi capelli all’armonia. Che pace dei sentimenti, che nobiltà del cuore! Grazie al Meis e al Conservatorio Frescobaldi e a tutti gli straordinari artisti che hanno permesso questo momento di ‘cortesia’.

Ecco allora che in tutta la sua potenzialità si spiega l’attività culturale di questa strana città che s’inventa in una turbinosa ripresa di motivi, interventi, spunti, un passato e un presente degno di alta considerazione.

E domani? Chissà.

Candidiamo Ferrara a capitale italiana della cultura

Certo, corrispondere ai bisogni dei cittadini avanzando proposte precise e concrete è il miglior modo di affrontare le elezioni e vincerle. E a ogni lista che si presenta nel campo del centro sinistra dovrebbe essere affiancato un programma scritto e concreto con cui l’elettore possa misurarsi e riconoscersi. Specie in momenti come questi in cui le istanze populiste che dominano la politica italiana, anche nello stile del linguaggio e dell’informazione, parlano alle sensazioni irrazionali, alla rabbia (motivata ma cieca), alla “pancia delle persone”, come si dice, invece che intervenire sulle loro necessità.
Tuttavia, per aggregare e aumentare consensi credo che serva anche una visione, un obiettivo futuro e condiviso di trasformazione e valorizzazione della città. Non un sogno ma un ‘disegno’ certo, di medio periodo, da enunciare, discutere, condividere prima e implementare con la partecipazione di tutti dopo il voto. Per essere più espliciti: nel programma ci dev’essere quello che il Comune farà per i cittadini in caso di vittoria. Nel ‘disegno’ c’è quello che la città (singoli e associazioni e Comune) contribuiranno a realizzare per il futuro della loro comunità.

In questo senso mi permetto di fare un appello alle liste di centro sinistra (tutte) perché ancor prima di decidere il proprio posizionamento elettorale, condividano un percorso strategico di trasformazione e rinnovamento della città. So che i ferraresi, io per primo, sono cauti rispetto ai progetti di cambiamento perché tanti ne hanno sentiti e nessuno è riuscito a far superare in loro la nostalgia della Ferrara di un tempo… Ma ci sono dei temi in cui molti si riconoscono anche per aver contribuito alle migliori stagioni, spesso non coordinate, degli anni passati.
Il mio suggerimento a tutte le liste di centro sinistra è di candidare Ferrara a “Capitale nazionale della cultura”. Capitale nazionale, perché da quel che mi risulta la prossima capitale europea è disponibile per l’Italia solo nel 2033. Capitale della cultura perché lo siamo stati davvero nel passato e potremmo ben meritarci questo riconoscimento per il futuro (dopo Ravenna e Mantova). Basta ricordare la riqualificazione urbana degli anni 80, le grandi mostre dei decenni successivi, gli spettacoli teatrali d’avanguardia internazionale e i concerti e le opere di Claudio Abbado, il progetto del Meis che si sta completando. Ma non solo questo. Anche l’intensa attività di documentazione e ricerca storica e letteraria. I festival e il Palio. E gli eventi molto numerosi che la città realizza ogni anno (spesso senza coordinamento e valorizzazione).
Ci si potrebbe chiedere come mai una città Patrimonio Unesco da qualche decennio e “patrimonio culturale” del Paese da qualche secolo (da Boiardo, Ariosto, Tasso, fino a Bassani, dalla pittura ferrarese del rinascimento fino a Boldini e De Pisis, dal teatro rinascimentale fino ad Antonioni, Sani e Vancini…) nessuno abbia mai formalizzato la richiesta di diventare “Capitale italiana della cultura”. Almeno a mia conoscenza. Tanto più che abbiamo avuto sia un sottosegretario che un ministro al Mibac… ma lasciamo stare. Invece che guardare al passato è più utile pensare a un rilancio futuro di Ferrara come “patrimonio di cultura” per tutti.
Non è solo uno slogan: sarebbe auspicabile che tutte le liste di centrosinistra si unificassero su questo punto. Condividere la proposta non significa burocraticamente avanzare la candidature di Ferrara e aspettare il responso. Al contrario, significa iniziare subito a rimettere in moto le tante energie positive che ci sono in città e coordinare i progetti: tracciare orientamenti e sollecitare la partecipazione.

Delitti e segreti alla corte estense. Il nuovo romanzo di Elettra Testi

L’attesissima presentazione del romanzo di Elettra Testi, “Il segreto di Barbara. Un delitto alla Corte estense”, Minerva, 2019 che si è svolto nella sala dei Comuni in Castello è stato organizzato impeccabilmente da Ethel Guidi. Dialogava con l’autrice l’ottimo Fabrizio Fiocchi e le letture erano affidate a Riccarda Dalbuoni. E’ già difficile nel mestiere di critico essere obiettivo con chi non si conosce se non per la sua opera; ancora di più se l’autore, come in questo caso, è legato da profondissima amicizia tanto che se non sei capace di equilibrio critico può accadere che più che parlare del libro finisci per parlare di te stesso.
Questo è il terzo romanzo della Testi; i primi due si titolano, ‘La sorella. Vita di Paolina Leopardi’ (1992) e ‘Tavor’ (2005).
Così il profilo della scrittrice:
Elettra Testi, di nobile origine romagnola, vive da quarant’anni a Ferrara, città che adora e che coccola con attività culturali di vario genere. A Ferrara ha a lungo insegnato negli istituti superiori. Nel 1992 con la casa editrice La Luna di Palermo ha pubblicato ‘La Sorella. Vita di Paolina Leopardi’, romanzo che le è valso il premio Bellonci con la segnalazione quale libro di lettura per le scuole. Oltre a Ferrara adora gli amici, suo marito e gli animali, però ha un debole per le pellicce.

Per questo mio intervento occorre ricordare un articolo che pubblicai nel 2005 su ‘Ferrara. Voci di una città’ dal titolo ‘Un secondo viaggio nella realtà letteraria ferrarese’:
“La lettura come baluardo alla disgregazione della psiche, la scrittura come difesa al male di vivere, l’ironia come medicina dell’anima e del corpo intrecciandosi tra realtà autoriale ed esistenziale sostengono, illuminano, chiarificano le pagine di questo singolare e bellissimo racconto di Elettra Testi, ‘Tavor’ (Minerva Edizioni, Bologna, 2005), che conferma la maturità raggiunta da questa scrittrice e le premesse mantenute del debutto, ‘La sorella. Vita di Paolina Leopardi’ (La Luna editrice, Palermo, 1992).
Se sono stato un fedele lettore delle opere di Elettra l’occasione del libro rinvia ad anni lontani quando entrambi insegnavamo, giovanissimi docenti, all’Istituto per Ragionieri di Ferrara ‘Vincenzo Monti’. Ci organizzammo per prepararci all’esame di abilitazione all’insegnamento con la serietà (forse) degna di miglior causa perché gli esaminatori si rivelarono meno preparati di quello che noi fossimo. Cominciò allora una complicità intellettuale che non si è mai spenta e che ha influito anche sulle scelte esistenziali di entrambi, fosse la garbata presa in giro delle mie ossessioni floreali nel buen retiro della campagna veneta quando alla stagione della fioritura delle gardenie, il Conte, cioè chi scrive, riceveva fasci dell’amatissima pianta fiorita secondo un racconto dell’amica scrittrice o, da parte mia, l’accusa di “slealtà” nell’incantare lettori e ascoltatori con la sua splendida voce – rimasta intatta nel tempo – per attrarli nel suo universo fantastico dove la realtà si tinge di vero e il vero trascende nel fantastico.
La laboriosa preparazione de ‘Il segreto di Barbara’ contempla non solo la lettura di ponderosi volumi il cui accesso è riservato solo agli storici di mestiere, ma anche la minuziosa esegesi di testi che una volta si sarebbero definiti “allotri” cioè estranei alla composizione di un’opera letteraria; vale a dire studi come quello di Stefania Macioce sugli ori nell’arte o di Elisabetta Gnignera sui soperchi argomenti doverosamente ringraziate come tutto il personale della Biblioteca Ariostea.
Ma veniamo al romanzo che così viene presentato:
‘Il segreto di Barbara’ è un romanzo storico nel quale si dipanano personaggi e vicende dell’età rinascimentale a Ferrara. Barbara Torelli, originaria di Montechiarugolo, una piccola contea vicino a Parma, sposa senza amore il capitano Bentivoglio, di origine bolognese, che la porta a vivere a Ferrara. Se l’amore per la città aumenta, il rapporto con il marito si fa sempre più difficile finché Barbara s’innamora del grande poeta e giureconsulto ferrarese Ercole Strozzi che ricambia il sentimento. La situazione precipita al punto che Barbara organizza, per sé e per la figlia una rocambolesca fuga dal tetto coniugale. Dopo la morte del marito Barbara sposa Ercole Strozzi, il cui assassinio notturno con 23 pugnalate è rimasto impunito. Non si trovò o non si volle trovare il colpevole. In base alle proprie ricerche l’autrice, per la prima volta, ne svela il nome…”
Il tema dunque s’incentra su un fatto indubitabile come la stessa consistenza storica dei personaggi e la verità letteraria segnata dal sonetto della Torelli tra i più grandi risultati della letteratura italiana del Rinascimento e oltre. Questi fatti si trasformano nella scrittura di Elettra Testi in un universo fantastico dove Barbara è l’autrice e l’autrice è la protagonista. Il tutto avviene per vis stilistica che a mio avviso rappresenta la novità e la bellezza del romanzo: la contemporaneità come prodotto del passato e nello stesso tempo indicazione per il futuro.
La dedica ‘A Giampietro’ nasconde nella semplicità dell’enunciazione una lunga connivenza tra l’autrice e il marito che condividono tutto, anche il nome se non nella vocale finale: Giampietro Testa, Elettra Testi, Nella ricostruzione della scrittrice è stato il marito a farle conoscere il personaggio Barbara e nel primo intento il romanzo doveva essere scritto a quattro mani; ma secondo prassi l’intento non ebbe un seguito e di Giampi rimane solo la dedica, apparentemente ma non solo, come si può riscontrare, in ben più solidi contributi. La lettera a p. 149 che comincia con ‘Amore caro’ non è né della Torelli, né di Ercole Strozzi o di qualche altro letterato bensì de marito. E qui si rivela la capacità stilistica di Elettra che proprio nella “inventio” di una lingua riesce magistralmente a fondere in un’unica, straordinaria prosa lingue classiche e contemporanee, dialetti, piani strutturali diversi fino a ricorrere alla raffinatissima “mise en abyme” o come si suol scrivere anche “mise en abîme”.
Da questo momento l’universo fantastico di Elettra-Barbara si spiega in tutta la sua forza sia nel prato-giardino della Smarrita dove Barbara e la sua “copia” vivono i fremiti e i sogni dell’infanzia-adolescenza:
“Si incamminava per il sentiero dei campi di quella terra parmense che le apparteneva e arrivava fino al limite estremo della proprietà nella spianata del querceto che in casa chiamavano ‘la Smarrita’ […] Era, quel bosco buio, il teatro ideale di una rappresentazione della quale la piccola si appagava di essere l’unica regista e interprete” (p.14). Ecco le parole della trasformazione fantastica affidata ai mezzi di comunicazione contemporanea: “regista e interprete”. Qui è possibile come nei romanzi cavallereschi interpretare le grandi eroine del passato secondo il modello del trobar: Cleopatra, Didone, la fata Melusina, Isotta la Bionda e, of course, Francesca da Rimini. Dalla solitudine fantastica della ‘Smarrita’ fa parte anche il fratello di Barbara Amorotto ‘l’innocente’ che condivide le scelte della protagonista e che nonostante la malattia morirà quasi centenario.
Nel mondo di Barbara-Elettra sfilano paesani e signori, gente umile e potente come l’amica più cara di Barbara che diverrà duchessa di Ferrara: Lucrezia Borgia o le suore e le abitanti del monastero del Corpus Domini. Ma anche la zia Venusta, la mitica zia di Elettra.
E poi Ferrara, che si prende la scena diventando come in Giorgio Bassani la protagonista del romanzo con i suoi palazzi, piazze, cattedrali, castelli. Infine, alla morte dell’amatissimo Ercole, s’apre il mistero che non è giusto svelare e che, pagando pegno, diventa necessità perché chi vorrà svelarlo dovrà leggere fino all’ultima pagina dell’opera.
Brava Elettra!

Nella foto Elettra Testi e Gian Pietro Testa al Premio stampa 2017 (foto Giorgia Mazzotti)

Incredibile Sgarbi

Vittorio Sgarbi si candida a sindaco di Ferrara. Ovviamente, niente da eccepire: è nel suo diritto. Leggo la sua dichiarazione riportata tra virgolette dai quotidiani locali: “Una pseudosinistra opportunista ha rimosso tutti i ferraresi illustri per non riconoscerne la superiorità morale e culturale. Così, oltre a non aver nessun dipinto metafisico di de Chirico, Ferrara ha respinto e umiliato Italo Balbo, Giorgio Bassani ecc.”. Rileggo perché non credo ai miei occhi vedere affiancati nel riconoscimento morale un gerarca fascista tra i più violenti negli anni dell’affermazione del Fascismo, a capo di imprese squadriste con seguito di morti nelle campagne ferraresi, Ravenna, Parma ecc., oltre che essere stato il mandante dell’assassinio di don Giovanni Minzoni e l’autore del racconto “Una notte del ‘43”. No, neanche la tradizionale ‘esuberanza’ del critico o il continuo sconto che si fa alla sua maniera ‘colorita’ di esprimersi può consentire di passare sotto silenzio una tale scandalosa e vergognosa dichiarazione. Per non essere frainteso voglio essere chiaro su un punto fondamentale. Non è accettabile che si superi il confine che separa la libera ricerca storica su tutto ciò che ha riguardato il dramma della dittatura fascista e una strisciante e ‘normale’ riabilitazione di uno tra i capi più importanti e responsabili della dittatura fascista.

*Fiorenzo Baratelli è presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Ferrara città aperta

È difficile condensare in poche righe le riflessioni per una Ferrara futura. Ci provo, scrivo alla Città che vogliamo per dirle che vorrei Ferrara fosse la città dell’ebreo antifascista Giorgio Bassani. O meglio vorrei che la città prendesse dalla sua opera i temi dell’esclusione e della discriminazione e li capovolgesse: se Bassani testimonia per gli esclusi e i discriminati, allora la città che vogliamo – l’antidoto – è quella dell’apertura e della costituzione antifascista.
Mi sembra un buon punto di partenza, tuttavia per l’apertura non basta.

Occorre il linguaggio. Occorre una città in cui chi amministra si chieda costantemente come abbattere le barriere tra cittadini, come diminuire la distanza, attenuare i confini e i divari, come rendere imitabili, democratizzabili le buone pratiche di cittadinanza, gli stili di vita virtuosi, ed eliminare le forme di dominio o privilegio.
Per questo serve investire sul linguaggio: cultura, lingue, sport, arte, musica, cibo, scuola, saperi. Occorre per i bambini una politica della gratuità e dell’accessibilità a tutte le principali forme di linguaggio, che è capacità di esprimersi e comunicare, di partecipare, di coinvolgere. Il linguaggio è autonomia e educazione, costruzione di senso e ponte verso gli altri.

Ancora, una città come Ferrara può costruire un laboratorio politico-culturale permanente, fucina di confronto multidisciplinare in grado di rispondere alle esigenze cittadine attraverso l’analisi di caratteristiche e condizioni del luogo, questo per produrre idee e soluzioni mirate, efficaci, e per non esser preda di confuse emulazioni e mode posticce importate puntualmente dall’esterno o dalle tv. Ci sarebbero, a questo proposito, in pochi chilometri quadrati, enormi saperi e capacità, sono chiuse però in compartimenti stagni (università, studenti, scuole, associazioni). Alla politica il compito di liberarli, di trattenere i numerosi laureati, facilitando l’interazione e la partecipazione.

Tutto questo è possibile, a patto che Ferrara abbia presente, difenda e consolidi il suo immaginario collettivo. Se la città è stata così ben rappresentata nella storia della cultura italiana, credo lo si debba al suo corpo, alla sua comunità di vivi e defunti. Stiamo parlando di qualcosa che la rende unica e speciale, che sarebbe imperdonabile non tutelare e divulgare.
Custodire quindi i suoi luoghi, la memoria, renderli vivi e accessibili senza stravolgerli, e nel contempo difenderli dal turismo di massa, dalla ricerca puerile di uno sviluppo distruttivo.
Conosciamo l’aridità prodotta dal grande turismo e dalla grande industria. Abbiamo visto i luoghi più ricchi moltiplicare disuguaglianze e violenze, ingiustizie, incertezza. Li abbiamo visti trasformarsi in luoghi angusti, di indifferenza, odio e xenofobia.
Direi di provare altre strade.
Bisogna visitare Ferrara, certo, e farlo perché non è Firenze, né Venezia. Visitarla perché magari ha un’altra idea di mondo: basata su più spazio e più tempo, su più capacità di autodeterminazione (alloggi, affitti e mobilità, istruzione a basso costo, solidarietà, cooperazione).
Un giorno, chissà, forse sarà non più ricca ma più avanzata e giusta in termini ecologici e di risparmio energetico, nel rispetto del territorio, nella sinergia con la ruralità circostante e con le imprese che si occupano di profitto sociale, nella riduzione dell’orario di lavoro, nel bilinguismo, nell’assenza di sfruttamento, nella capacità conviviale.
È chiaro che mi rivolgo a chi amministra, e a quel che resta della sinistra ferrarese. I punti toccati presuppongono il riappropriarsi della dimensione “politica”, mi riferisco alla dimensione ideale, teorica, alla critica della società propria di una politica alta; perché politica è, sì, amministrare, ma anche combattere idealmente e concretamente per ciò in cui si crede.

elezioni-amministrative

DIARIO IN PUBBLICO
Notizie dalla città murata

“Sous le ciel de Ferrare… L’espoir fleurit au ciel de Ferrare” per imitare la celebre canzone “Sous le ciel de Paris”.

Basta sostituire Paris con Ferrare e… les jeux sont faits. Poi se invece di cantarla Yves Montand la canta Roberta Fusari allora veramente ci siamo. Che la sua candidatura sia un fatto a mio parere positivo è indubitabile nonostante le riserve Dem; che la sua lista civica abbia un rapporto con i radicali a cui guardo non tanto per i rappresentanti cittadini quanto per la grande Emma che continuo a considerare tra le persone più oneste della nostra politica allora qualche speranza si apre per una ripresa della sinistra sprofondata nell’umiliazione di un baratro da cui spero voglia sollevarsi come appare anche dalla determinazione della pugnace Ilaria Baraldi. Spero solo che altri nomi, altri rappresentanti di un rinnovamento (e il pensiero corre a Fulvio Bernabei) sentano il richiamo di un dovere che la politica impone come primario.

Frattanto son trascinato in avventure culturali sempre più complesse e affascinanti che in ordine alfabetico suonano A B C e che risultano Ariosto, Bassani, Canova.

Si sta preparando la serata conclusiva del centenario ariostesco che coinvolge poesia musica e filmati di spessore davvero straordinario. Il 10 dicembre dalle 20.30 al Teatro comunale Abbado si celebrerà “l’evento”( e con le lacrime agli occhi uso la tremenda parola che impazza sia quando è usata per mangiare un panino innaffiato da vino scadente o per partecipare a questo spettacolo davvero imponente) che ovviamente sarà gratuito.

Il nome, la voce, la scrittura di Bassani richiamano nella sua città poeti e traduttori, attori e intellettuali. Il primo dicembre in Castello gli eredi Ravenna doneranno al Comune di Ferrara documenti e lettere. E anche questo è un segno che ormai Ferrara, la città dello scrittore, si è impegnata a custodirne le memorie .

Frattanto in équipe si lavora per comporre uno straordinario libro visivo dove le fotografie commenteranno la vita e le opere di Giorgio Bassani.

Continuo con l’autore il tour per presentare lo straordinario libro di Andrea Emiliani “Opere d’arte prese in Italia” che racconta attraverso documenti originali la missione di Canova di riportare in Italia i capolavori strappati da Napoleone alle città italiane. Questa volta è toccato a Faenza dove nella cornice unica del neoclassico Palazzo Milzetti diretto con garbo, intelligenza e passione dalla nostra concittadina Enrica Domenicali si è parlato anche dell’amicizia Cicognara-Canova. Il libro sarà presentato a Ferrara in Marzo alla Pinacoteca di Palazzo dei Diamanti all’interno dei cicli di conferenze organizzati da Francesca Cappelletti.

Direte: “Ma allora perché ti lamenti?”
Perché il troppo stroppia, perché la volontà di non fare l’“umarel” che commenta in piazza i fatti del giorno alla fine poi ti atterra per troppo lavoro.

Guardo e spero che i giovani o i maturi (lontani dal ‘de senectute’ che sto vivendo) accolgano un’eredità culturale senza la quale Ferrara diventando ‘Ferara’ rischia di perdere le sue qualità che l’hanno fatta unica. Quella Ferrara che nella indimenticabile mostra di Bruxelles sotto l’egida della comunità europea organizzò una mostra esemplare il cui titolo era “ Ferrare. Une Renaissance singulière” che si potrebbe tradurre anche come “Ferrara. Un Rinascimento speciale”.

Altro che i “me ne frego” che qualcuno potrebbe pronunciare! La cultura deve essere gestita con la consapevolezza di quel che si vuol fare e si deve fare. Anni tristi ci aspettano causa i danni del terremoto che hanno lesionato tanti palazzi e chiese così che la depisissiana “citta delle 100 meraviglie” si trova in fase di restauro. Non so se riuscirò a vedere lo splendore dei suoi monumenti rimessi in sesto. Ma lavoro per quello, per una speranza che va trasmessa ai più giovani a cui ci si si affida per trasmettere il testimone.

Ci riusciremo? Chissà! Comunque è la Speranza l’ultima dea.

Fisiognomica e filologia: ‘Me ne frego’

Riguardo con stupore le foto del balcone che scatenano l’applauso della folla sotto raccolta, e mentre Di Maio alza la mano nel gesto di vittoria, ecco che la memoria involontaria scatta non tanto perché, è ovvio, di trionfi annunciati sotto il balcone è assai prodigo il Novecento ma perché scenografia, luci, impostazioni rimandano a certi attori e tecniche del cinema espressionista con impressionante coincidenza. Così il vice-ministro è la copia perfetta di un grande attore cinematografico la cui carriera è indissolubilmente legata alla nascita del filone dei film horror: Bela Lugosi la cui vita scopro ha molti punti di contatto con quella del vice-ministro. Ecco alcune informazioni:

“Bela Lugosi, pseudonimo di Béla Ferenc Dezső Blaskó (Lugoj, 20 ottobre 1882 – Los Angeles, 16 agosto 1956), è stato un attore ungherese, inizialmente attivo anche come sindacalista. È rimasto celebre per le sue interpretazioni nei film horror, prima fra tutte quella del personaggio di Dracula. Ha recitato in piccole parti teatrali in patria prima di prendere parte al suo primo film nel 1917, ma dovette lasciare il suo paese a seguito della fallita rivoluzione sovietica ungherese del 1919”.

Sappiamo, sappiamo: la Storia non si ripete ma crea impressionanti contatti tra il passato e il presente. Vedere dunque il ghigno di Lugosi e l’inquadratura del politico sul balcone fa una certa impressione, così come sapere che la carriera dell’attore comincia come sindacalista. In più, la sua fama venne presto offuscata da Boris Karloff, insuperato attore inglese che gli contese e alla fine vinse il ruolo di Frankenstein (ogni riferimento alla realtà attuale NON è casuale ma voluto).

D’altra parte le preoccupate note del presidente Mattarella sulla tenuta dei conti e sul rapporto con l’UE provocano in Matteo Salvini una vibrata reazione che si esprime in questa frase: “La Carta non impedisce un cambio di rotta. Mattarella stia tranquillo. Dell’Europa me ne frego“. E nel contesto della giornata mondiale del sordo, così il ministro dell’Interno replica al rischio di una bocciatura della manovra: “Abbiamo fatto una manovra che investe soldi per chi di soldi non ne vede da molti anni: giovani, pensionati, le pensioni di invalidità. E se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare me ne frego e lo faccio lo stesso”.

Ma una parola evidentemente imbarazzante (non per lui) le cui origini sono di natura dannunzian-mussoliniana e che Berlusconi che se ne servì nel 2018 per replicare a chi gli domandava se fosse in ambasce per la decisione di Strasburgo sul suo ricorso (poi ritirato), vale una piccola indagine filologica che s’accoppia per me alla lettura di un libro fondamentale che sta avendo, per fortuna, un successo di pubblico impressionante: M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani 2018) che, uscito agli inizi di settembre, sta già esaurendo la seconda edizione. Sappiamo quanto l’innovazione linguistica in età mussoliniana andasse di pari passo con il rifiuto dell’altro, dello straniero, e quindi fosse ineluttabilmente legato all’ignobile giornale che diffuse nel tempo il concetto della difesa della razza (encomiabile da questo punto di vista, specie nel corredo iconografico, il numero dell’Espresso uscito il 30 settembre che ripercorre il terribile tema nella propaganda mussoliniana). Che si sia poco attenti alle traduzioni e quindi nel recepire una fake news è ormai consuetudine; come quella che riguarda la frase del presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker che, in polemica con l’allora premier Matteo Renzi, usò le parole “je m’en fous”: “La traduzione che andò per la maggiore fu “me ne frego”, con inevitabile coda di polemiche, anche se in francese il senso è tra “non m’importa” e il triviale “me ne fotto”.

Nella volontà di “nazionalizzare” il linguaggio voluta dal Duce e di quanti impressionanti neologismi la lingua italiana si appropriò che oggi suscitano ilarità se non perplessità, il me ne frego ha illustri radici. Fu coniato da d’Annunzio che (come riporta la Treccani): “Un motto “crudo” come lo definì lo stesso poeta, […]. Il motto apparve per la prima volta nei manifesti lanciati dagli aviatori del Carnaro su Trieste. Il motto era ricamato in oro al centro del gagliardetto azzurro fiumani (un gagliardetto che riporta “me ne frego” è presente al Vittoriale degli italiani di Gardone, nella dei legionari sezione “schifamondo. […]Trae origine dalla scritta che un soldato ferito si fece apporre sulle bende, come segno di abnegazione totale alla Patria”.

Accertate dunque le origini dannunziane del motto, quest’ultimo si diffuse presto tra gli squadristi e tra gli Arditi che nell’immediato dopo guerra sembravano divenire una mina vagante e che Mussolini usò per crearsi quel seguito di elettori che la defezione dei socialisti gli aveva fatto mancare, come spiega in modo straordinario il libro di Scurati. Il motto dunque si ripete nell’inno che accompagna le imprese dei fascista di cui diamo qui una strofe:

“Questa nostra bella Italia
non sia usbergo al traditore
e soltanto il tricolore
arra sia di civiltà
Per d’Annunzio e Mussolini
eia, eia, eia
alalà! …

Me ne frego,
me ne frego,
me ne frego è il nostro motto,
me ne frego di morire
per la santa libertà!…”

Con questo intendo dire che Salvini è un fascista? No certo ma che non sappia misurare le parole e non ne conosca l’origine è sicuramente accertato.

Per riprendere a proposito di impressionanti contatti il tema affrontato da Bassani e riproposto da Vancini nel film La lunga notte del ’43 leggo il rapporto esibito da Scurati dell’ispettore di pubblica sicurezza Gasti che nel 1919 scrive: “Benito Mussolini è di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide. Questa malattia particolarmente vergognosa secondo il senso comune ma che il Duce riscatta con le sue avventure amorose è quella che affligge il farmacista Barillari nel racconto bassaniano. Una malattia procuratagli dall’imposizione di Sciagura a frequentare le case di tolleranza tra un’impresa squadristica e l’altra e che procurerà l’atteggiamento di Barillari a non più giudicare ma ad osservare. La sifilide per lui non sarà più segno di virilità.

Come concludere? Mi sembra ovvio. L’attenzione della ‘ggente’ alle imprese dei due dioscuri giallo-verdi andrebbe ‘monitorata’ con un poco di Storia ma purtroppo sembra che questa fondamentale capacità dell’uomo di stabilire una connessione tra passato e futuro e leggerla nel presente sia la grande assente nell’impresa politica non solo italiana ma mondiale.

DIARIO IN PUBBLICO
Ricordi d’infanzia

Alle notizie sui disordini di Tripoli e della situazione in Libia, la memoria involontaria riporta in superficie le canzoncine che a noi quasi infanti venivano insegnate negli asili e nelle scuole. Dalla roboante
Tripoli bel suol d’amore
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli terra incantata
Sarà italiana al rombo del cannon!
Un classico scritto nel 1911 al tempo della conquista della Libia a cui se ne accompagnava un’altra, la più intrigante, in dialetto ferrarese, e da noi figli della lupa amatissima perché ci permetteva di urlare una parola proibita senza essere ripresi. Ecco la prima strofa e vado a memoria:
La muier dal Negus
L’è andada in bicicleta
L’ha fatt na curva stretta
La s’è rusgà na teta
Bim Bum Bam
Al rombo del canon.
Quale importanza ci veniva dal poter pronunciare ‘teta’! proibitissima nel lessico familiare. Tra le due il trait-d’-union era “il rombo del cannon”.
Il nostro razzismo fatto in casa si esprimeva con queste esplosioni di cantate marziali sotto l’aura del protettorato del ferrarese Balbo sulla Libia. Educare i bambini alla mentalità di guerra produceva oltre il solito effettaccio retorico – e si pensi ai tanti film di guerra prodotti tra Roma e Venezia sotto il regime – ad una scelta estetica. Se vedo le mie foto in divisa scaturisce l’immagine di una volontà di eleganza fatta e prodotta con materiali poveri come, del resto erano tutti quelli confezionati in regime autarchico: calzettoni di lana che pizzicavano maledettamente, camicia cucita in casa sulle preziose Singer a pedale (per chi se lo poteva permettere) e il cappelletto d’orbace. Un’autarchia che ancora nelle scelte politiche del presente si posta perentoriamente con il diktat salviniano “prima gli italiani” che si spiega, per lui, con “solo” gli italiani.
Ora, se si pensa alla situazione libica derivata dalle scelte dei francesi e dalle trame tra Gheddafi e B. non possiamo se non preoccuparci di quello che potrà succedere anche di fronte alla proclamata (ma per quanto?) neutralità italiana così come viene sbandierato dal governo in carica.
La Giornata europea della cultura ebraica che si è tenuta a Firenze domenica 2 settembre al Giardino del Tempio dal titolo Storytelling – Le storie siamo noi è stata organizzata principalmente da Enrico Fink e dalla moglie Laura Forti assessore culturale della comunità ebraica di Firenze ed ha avuto un successo di pubblico strepitoso. Nella giornata più di mille persone hanno partecipato agli eventi tra incontri culturali, musiche e cibi della tradizione ebraica. Il primo incontro dedicato al rapporto tra memoria e contemporaneità, moderato dallo scrittore Wlodek Goldkorn, ha visto tra gli altri gli interventi del giornalista Gad Lerner, della filosofa Donatella Di Cesare e della grande Lia Levi che ci ha affascinato nel raccontarci come a lei bambina sotto le leggi razziali ha dovuto assimilare un concetto per lei ancora sconosciuto: la sua identità ebraica.
Al pomeriggio toccava a noi con una comprensibile ansia. Il tema era “Narrare l’Italia ebraica del ‘900: Giorgio Bassani in collaborazione con il Centro Studi bassaniani del Comune di Ferrara. A parlare Portia Prebys curatrice del Centro, il sottoscritto co-curatore e Anna Dolfi tra le massime studiose dello scrittore ferrarese e cara amica dello scrittore. Partiamo da Ferrara con Claudio Cazzola, autore di un importante libro su Viviani, il professore di greco e latino di Giorgio Bassani al Liceo Ariosto di Ferrara e a Firenze ritroviamo Portia e tanti amici di quell’entourage culturale; tra gli altri Carlo Sisi, a David Palterer, il presidente della casa editrice Giuntina, Enza Biagini, Laura Dolfi e una folta rappresentanza degli gli allievi della sorella Anna. Ci raggiunge pure reduce da Cortona il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani con la moglie Paola e da Roma Daniele Ravenna presidente delle celebrazioni per il centenario bassaniano con la moglie Anna. E per stare in famiglia i figli della sorella di Bassani, Jenny, David e Dora Liscia con i rispettivi consorti. Portia ha prodotto un power point di straordinaria efficacia raccontando luoghi e momenti e cose appartenute a Giorgio che ora si trovano nel Centro a casa Minerbi- Del Sal a Ferrara. Anna Dolfi, da par suo, ha interpretato l’aspetto politico delle opere del primo Bassani ed io ho ripercorso la presenza dei ferraresi a Firenze nel secolo scorso: da Claudio Varese a Lanfranco Caretti, da Guido Fink a me, più le ‘giovani generazioni’ Claudio Cazzola, Mario Vayra, Monica Farnetti per parlare solo dei ‘letterati’. Ho raccontato il mio incontro con Guido Fink nel 1947 e le riunioni a casa Varese a Firenze in cui si riuniva tutto l’entourage ferrarese-fiorentino.
Alla fine due premi. Il primo quello donatomi da Lia Levi che non ha voluto ritornare a Roma senza avermi ascoltato. Il secondo che per un momento ha fermato il tempo. Mi s’avvicina una signora apparentemente della mia età. Si complimenta e mi sussurra che le ricordavo il suo professore delle medie a Ferrara. Quel professore era Giorgio Bassani che la ebbe allieva nella scuola israelitica del Ghetto dopo l’espulsione degli studenti ebrei dalle scuole statali.
E questo è stato il premio più ambito della giornata fiorentina.
Tra poco si svolgeranno importanti manifestazioni al Centro e a Ferrara dove si svolgerà anche il Premio Bassani.
Speriamo che questo luogo diventi una consuetudine culturale della città.
Noi ce la mettiamo tutta.

Testimonianza: democrazia del pensiero e della parola

Per una sera il tempo sembra esseri fermato. Presento a Firenze un volume straordinario: gli atti del Convegno ‘Gli intellettuali/ scrittori ebrei e il dovere della testimonianza. In ricordo di Giorgio Bassani’, a cura di Anna Dolfi (Firenze University Press). Con me e la curatrice, David Palterer e Portia Prebys. La sala è strapiena: 90 persone. Ad assistere i nipoti di Bassani David e Dora Liscia, intellettuali ebrei come David Vogelmann della casa editrice Giuntina e una serie di studenti, allievi di un tempo e colleghi. In quasi due ore di colloquio si sviluppa un dialogo straordinario sul dovere-diritto della testimonianza che la recente decisione polacca riporta ad anni bui. A questo proposito scrive ‘La stampa’: “La Camera alta polacca ha approvato con 57 voti favorevoli contro 23 contrari e 2 astenuti la legge controversa sui campi di sterminio della Seconda guerra mondiale. La legge stabilisce pene fino a tre anni di carcere per chiunque si riferisca ai campi nazisti come campi “polacchi” o accusi la Polonia di complicità con i crimini della Germania nazista. Ora il provvedimento dovrà essere firmato dal presidente Andrzej Duda, che ha il potere di bloccarlo e imporre modifiche. “E’ negazione dell’Olocausto””. Una vicenda complessa che apre un non richiesto, per i tempi, contenzioso proprio nel momento nel quale i venti dell’ultradestra soffiano violenti su molte nazioni europee.

In questo modo la presentazione del volume al Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis che avverrà il prossimo 1 marzo assume una importanza significativa. E’ già stato autorevolmente affermato che i contributi degli Atti rivestono un significato scientifico, sociale ed etico di grandissimo valore ed è per questo che a parlarne al museo dell’ebraismo italiano saranno chiamati studiosi come Daniel Vogelmann, Giulio Busi oltre che la curatrice Anna Dolfi e, per il coté dedicato a Bassani, Portia Prebys e chi scrive queste note coordinati da Simonetta della Seta, direttore del Meis.
Per rendere più efficace il senso della giornata, prima della presentazione al Meis gli invitati saranno accolti in un’apertura straordinaria al Centro Studi bassaniani per una breve visita.
Sono momenti importanti di scelte che non solo confermano un percorso assai complesso ma dimostrano, se ce ne fosse bisogno, come Ferrara sia sensibile a quelle esigenze di una democrazia della parola e del pensiero in cui il tema della cultura ebraica-italiana risulta di estrema sensibilità.

Altre testimonianze rendono ricco questo fine settimana in cui l’incontro-scontro con gli avvenimenti artistici e politici assorbono clamorosamente le pagine dei giornali locali e nazionali. Ma è assai più proficuo osservare l’air du temps attraverso la riscoperta di alcuni film, due in particolare: ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni del 1950 e la prima versione parlata del ‘Grande Gatsby’ di Elliott Nugent con Alan Ladd, Betty Field, Macdonald Carey, Ruth Hussey, Barry Sullivan, Howard Da Silva, Shelley Winter del 1949.

Rivisto dopo anni ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni risulta un capolavoro ‘ferrarese’. Uno degli elementi di forza è rappresentato da Ferdinando Sarmi, costumista e attore nel film, dove interpreta il marito di Lucia Bosé. La sua audacia nell’inventare i costumi dell’attrice rimane unica; ma a quel mondo di lusso volgare a cui aspira la borghesia alta del dopoguerra, in fondo accarezzata pur nella evidente condanna, dal regista come da Bassani resta indissolubilmente legato il segno del tempo. Per chi come me è giunto al traguardo della trasformazione della cronaca in Storia colpisce ancora la nascita di certi miti del tempo: l’amaro Cora, il bianco Sarti, le sigarette Giubek dal pacchetto, giallo, l’eterno e irraggiungibile, per noi ragazzi, Negroni e i riti della joie de vivre dei ‘ragiunatt’ milanesi divenuti industriali, il bridge, ballare la rumba, trovarsi al bar degli alberghi di lusso. E ancora una volta l’occhio che li filtra è quello della provincia: Ferrara. Scrive Elisabetta Antonioni, nipote del regista: “Antonioni è sempre stato meticoloso nel suo lavoro. Bravo il costumista, ma posso assicurare che nulla è mai stato lasciato alla libera scelta del costumista. Tutto doveva passare al vaglio del regista. Per il film ‘Le amiche’ ci sono alcune foto che testimoniano la presenza di Antonioni nella sartoria delle sorelle Fontana. Ricordo una lunghissima ed accurata scelta per un indumento intimo che si doveva intravedere per pochi secondi, nel film ‘Identificazione di una donna’. Bravissima la Bosè, indimenticabile interprete di questo film”.

Testimonianza di un tempo, questa volta americano il film di Nugent, la prima versione parlata tratta dal capolavoro di Scott Fitgerald. Qui la volgarità del lusso si spiega in tutta la sua potenza americana. Alan Ladd, attore dal bellissimo viso totalmente inespressivo, s’innamora di Daisy e per lei gareggia col marito della ragazza in lusso e pacchianeria. Ancora una volta sono i tempi del sogno hollywoodiano a renderlo memorabile: le giacche ampie e tozze degli uomini, gli orrendi vestiti femminili – altro che i raffinati costumi del film di Antonioni! – gli ambienti dove sono accatastati il peggio di ciò che dovrebbe essere raffinato, il modo di ballare (stupendo il braccio alzato delle coppie…). Il vestire e l’abitare secondo il tempo e la classe sociale.

Non è un caso che, per esempio Melania Trump affidi all’abbigliamento il suo modo di fare politica e i segnali da inviare al marito fedifrago. Così, dopo la sua assenza minacciosa per l’evidente storiaccia del presidente con una porno diva, ecco che appare in uno stupendo vestito bianco, ovviamente francese. E pensare che il costumista Sarmi del film di Antonioni era divenuto il sarto ufficiale della Casa Bianca!
Un altro segnale o meglio testimonianza, l’abito bianco, contro le testimonianze delle women in black che protestano contro la brutalità maschile.

Ferrara, una città alla ribalta

Questa settimana, si sono succeduti alcuni eventi che hanno portato Ferrara al centro della cultura non solo cittadina, ma nazionale. Tra i più importanti: la riapertura del Centro studi bassaniani, l’inaugurazione dello slargo dedicato a Paolo Ravenna, l’apertura del restaurato Mof, l’edificio che ospitava gli uffici del mercato ortofrutticolo, ora divenuto la sede dell’Ordine degli architetti e dell’Urban Center con i begli affreschi di Galileo Cattabriga. E poi anche altri e importanti eventi, tra cui la presentazione al Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah della seconda edizione ampliata di un libro fondamentale uscito la prima volta nel 1994: quello di Michele Sarfatti, ‘Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938’. Basterebbe, per chi è ferrarese, citare i nomi dei protagonisti degli eventi per ricostruire, secondo il titolo del volume complessivo di Giorgio Bassani, ‘Il romanzo di Ferrara’, ciò che da cronaca si è presentata nel suo aspetto artistico e da qui è stato di nuovo collocato nel flusso della Storia attraverso la memoria.

Si potrebbe allora riassumere il significato di queste celebrazioni proprio attraverso il filo rosso della memoria.
E di quale memoria.
La generosità della compagna di Giorgio Bassani, Portia Prebys, che ha stipulato una convenzione con il comune di Ferrara per attuare il progetto di trasportare in un palazzo storico della città, la casa Minerbi-Del Sale, i luoghi abitati dal grande scrittore con tutto quello che ha rallegrato gli ultimi sereni anni della sua vita. C’è la sala da pranzo con il tavolo attorno al quale s’alternavano, invitati, grandi scrittori suoi amici; c’è il salotto con le poltrone rosse su cui sedevano Portia e Giorgio; c’è parte della straordinaria collezione delle stampe di Piranesi, tutte in primo stato tra cui le due vedute della Colonna Traiana e quella di Marco Aurelio lunghe tre metri; ci sono gli argenti, le porcellane, i servizi di piatti e le preziose posate; c’è il ritratto di Bassani dipinto da Carlo Levi che ci trafigge con l’intensità dello sguardo; ci sono le foto, le porcellane, i ricordi del nonno Cesare Minerbi e quelli più attuali e commoventi della sorella Jenny, pittrice, allieva di Galileo Cattabriga e straordinaria bricoleuse, regalati dai figli Davide Dora Claudio Liscia. E c’è il fac-simile del manoscritto del Giardino dei Finzi-Contini donato al Comune da Ferigo Foscari Widmann Rezzonico nipote di Teresa Foscolo Foscari, amata dallo scrittore alla quale il manoscritto fu dedicato e regalato. Il manoscritto è ora custodito alla Biblioteca Ariostea. E c’è il manoscritto originale de Gli occhiali d’oro che arricchisce filologicamente e storicamente il progetto perseguito dalla professoressa Prebys, quello cioè di offrire un luogo di studio e di lavoro che raccolga le testimonianze più importanti per coloro che sono interessati non solo allo scrittore ma alla cultura del Novecento letterario italiano. Con pazienza e dedizione Portia Prebys ha raccolto negli anni tutto quello che si poteva reperire su Giorgio Bassani e il volume che contiene l’indicazione bibliografica di questo lavoro non a caso si chiama La memoria critica su Giorgio Bassani e un secondo che raccoglie la più esaustiva Bibliografia di Giorgio Bassani. I documenti debitamente schedati in Internet sono consultabili al Centro in cinque copie cartacee che possono essere fruite senza toccare gli originali. Si aggiunga una biblioteca di più di settemila volumi e si capirà la portata di questo Centro che da marzo offrirà a tutti la possibilità di trascorre un tempo di studio e di relax tra le mura di uno dei palazzi storici più belli della città, di proprietà di quel grande intellettuale che fu Giuseppe Minerbi responsabile della sezione di Italia Nostra di Ferrara a cui Bassani dedica la prima edizione dell’Airone.

Giuseppe Minerbi affidò a una grande archistar del Novecento, Piero Bottoni, la sistemazione della quattrocentesca casa Del Sale in cui si può ammirare uno dei più bei cicli d’affreschi del tempo. Il rapporto tra i luoghi e i suoi abitanti si fa stringente: Minerbi, Bassani, Paolo Ravenna, il figlio del podestà ebreo. E quasi a ribadire quello stretto legame tra ebrei che sono prima di tutto intellettuali e italiani, a seguire l’apertura del Centro si è svolta la cerimonia della dedicazione di una piazzetta titolata a Paolo Ravenna nel luogo più carismatico di Ferrara, la via degli Angeli ora Corso Ercole I d’Este dove Bassani collocò il giardino del suo romanzo più famoso. Paolo Ravenna è stato amico e allievo di Giorgio Bassani. Un intellettuale che ha svolto il suo mestiere di avvocato privilegiando l’aspetto culturale della sua professione, prodigandosi in campagne culturali prodotte da Italia Nostra che hanno fatto il giro del mondo: da quella sul restauro delle mura ferraresi a quella del cimitero ebraico, agli studi sulla Sinagoga dei Sabbioni, alla rivelazione delle lapidi delle tombe ebraiche divenute materiale per la costruzione della colonna su cui si erge la statua del duca nell’Arco del cavallo pensato dal grande architetto Leon Battista Alberti per l’ingresso al palazzo degli Estensi.

Sembra quasi che una stella benigna presiedesse a questo 19 gennaio 2018 poiché nello stesso pomeriggio si è svolta la riunione di studio del comitato nazionale per la commemorazione della morte del più grande architetto ferrarese, Biagio Rossetti.
Il giorno seguente si è poi inaugurato il Mof restaurato, l’antica sede del mercato ortofrutticolo ornato da bellissimi affreschi del pittore bondenese Galileo Cattabriga. E qui il cerchio si chiude. Alla scuola di Cattabriga studiarono pittura Paolo Ravenna e Jenny Bassani Liscia, sorella dello scrittore. Ma implicitamente quel luogo mi ha coinvolto personalmente. Il direttore del Mof, dottor Cocchi, sposò l’amica più cara di mia madre, Clinia, proprietaria con le sorelle di un piccolo negozio unico nel suo genere proprio alla fine della via Mazzini, la via principale del Ghetto. Il negozio, una profumeria si chiamava ‘Il piccolo Parigi’ e i miei ricordi infantili evocano sulla toilette di mamma un profumo dalla bottiglia bellissima, blu cobalto. Il profumo si chiamava ‘Soir de Paris’ e ancora ne ricordo l’aspetto. Così come ricordo i tempestosi giochi con i figli di Clinia e mio fratello, che facevano risuonare di vita le figure stupefatte degli affreschi di Cattabriga.
Potenza della memoria che mi ammonisce ancora una volta che per conoscere Ferrara l’unica possibilità è quella di uscire dalle sue mura per tornarvi solo e con un passato che, escludendola, la riconquista.

“Gli occhiali d’oro” di Bassani in tre quaderni scritti a mano

Tre quaderni grandi come fogli protocollo con una copertina in cartoncino giallognolo e, dentro, la rigatura rettangolare per i conteggi commerciali tutta riempita da una calligrafia fitta fitta che – pagina dopo pagina – costruisce uno dei romanzi più famosi di Giorgio Bassani: “Gli occhiali d’oro”. Eccoli lì, giovedì 9 marzo 2017, quei quaderni compilati a mano sul vetro del tavolone ovale della sala di Giunta, nel Municipio di Ferrara. Con molta disinvoltura li tira fuori da una busta di carta marroncina Portia Prebys, compagna dello scrittore nella seconda lunga parte della sua vita, che racconta di averli trovati da un privato e di averli acquistati per farne dono al Comune. Top secret il prezzo che li avrebbe pagati (“comunque molto meno del loro valore”) e top secret pure l’identità della persona che se li sarebbe trovati tra le mani, salvo il fatto che “no – racconta Portia – non era la stessa persona a cui Giorgio li aveva donati in origine, come faceva sempre con i manoscritti delle sue opere, che dava a chi riteneva avesse svolto un ruolo importante per lui, una volta che ne aveva rielaborato il contenuto in una o più copie scritte a macchina, fino alla stesura finale che consegnava all’editore”. L’obiettivo è di conservare il manoscritto originale e metterlo a disposizione in forma di copia identica per gli studiosi che ne faranno richiesta al Centro studi bassaniani allestito nel palazzo di via Giuoco del pallone 15, nel centro medievale di Ferrara. Lì con altre due donazioni l’insegnante americana ha già fatto confluire libri, carte e arredi che hanno accompagnato lo scrittore fino agli ultimi anni della loro vita insieme, a Roma.

Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani al Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Dà un po’ di batticuore vedere la calligrafia dello scrittore su quelle pagine di comune quaderno, sapere di stare affacciandosi sul punto esatto in cui uno dei suoi romanzi più famosi ha avuto inizio, pensare di potere assistere a tutto il processo che ha dato forma alla storia. Su quelle righe si coglie lo scorrere incalzante dell’inchiostro blu che compone le parole scritte con caratteri piccoli e un po’ spigolosi, modella le frasi cancellate e quelle aggiunte. “Qui si vede la rivincita della scrittura a mano sull’E-book, che invece fa svanire nel nulla tutto il lavoro di elaborazione che sta dietro alla composizione di un’opera”, commenta soddisfatto Gianni Venturi, già docente di letteratura italiana all’Università di Ferrara, che insieme con la Prebys è curatore del Centro studi.

Pagina finale degli “Occhiali d’oro” nel manoscritto donato al Centro studi bassaniani (foto Ufficio stampa del Comune di Ferrara)
Pagina finale degli “Occhiali d’oro” pubblicato all’interno del volume “Le storie ferraresi” (Einaudi, 1960)
Angelo Andreotti, Giovanni Lenzerini e il sindaco Tiziano Tagliani ricevono la Donazione del manoscritto de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani da Portia Prebys
Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Portia Prebys dona il manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Portia spalanca le pagine del terzo e ultimo quaderno, il sindaco Tiziano Tagliani ne apre un altro e il direttore dei musei civici d’arte antica Angelo Andreotti un altro ancora. Li mostrano agli occhi di giornalisti e fotografi, ma non li mollano. “Sarà l’ultima volta che li potrete vedere così da vicino”, ammonisce sorridendo un po’ possessivo Venturi. Perché lo studioso e critico letterario fa notare che, dopo questo momento di presentazione, i quaderni verranno messi sotto chiave, a temperatura e umidità controllate, tra le mura di Casa Minerbi che, per il momento, non è ancora aperta al pubblico. “Ma lo sarà presto”, rassicura il dirigente del Settore comunale delle Attività culturali, Giovanni Lenzerini, che proprio un anno fa aveva voluto aprire il Centro per due giorni ai visitatori, perché tutti potessero vedere il salotto dove Bassani riposava, lo scrittoio su cui lavorava e gli scaffali pieni delle diverse edizioni dei libri suoi e di quelli che amava e che sono stati in qualche modo punti di riferimento della sua scrittura: “In via Giuoco del pallone – continua Lenzerini – è già stata trasferita tutta la biblioteca e il fondo archivistico. Manca la risoluzione di alcuni problemi di ordine tecnico, di impiantistica, e l’attivazione dell’ascensore a garanzia di una completa accessibilità. Ma contiamo di potere aprire in tempi molto rapidi, anche se non altrettanto rapidi di questo dono”.

Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La presentazione finisce, ma il piccolo pubblico presente sembra faticare ad allontanarsi, a staccare gli occhi da quei fogli rilegati, come se ognuno volesse carpire qualcosa di più, un piccolo scoop o un dettaglio illuminante. Portia li tiene saldi, ma concede la visione di alcune pagine, quella di apertura con la scritta della marca (Scia) sopra al quaderno, che – racconta – “Giorgio Bassani andava a comprare sempre dalla Cartoleria sociale, il negozio che fino a pochi anni fa era in corso Martiri della libertà e dove lui ha continuato a servirsi anche dopo che ci siamo conosciuti nel 1977 per l’acquisto di fogli e penne ogni volta che venivamo a Ferrara”. È lei che fa notare come in copertina sia riportato un altro titolo (“Una brutta fine”), poi da lui stesso rimpiazzato dal definitivo “Gli occhiali d’oro” scritto a penna sotto alla sua firma. La signora mostra la pagina finale e si coglie il commento del romanziere, consapevole di essere arrivato alla conclusione di questa fatica, che scrive: “Milano, 27 ottobre 1957, ore 11 di sera, after her no” e poi, sotto, “Respirai profondamente”. Anche molti dei presenti sospirano mentre un quaderno dopo l’altro tornano a essere riposti nella busta. Il manoscritto se ne va, ma per restare insieme ai fogli dell’atto notarile che Portia ha firmato rendendo definitiva la donazione dell’opera al Comune di Ferrara, alla città e a tutti quelli che l’amano e l’hanno amata attraverso queste pagine.

LA LETTURA
Il confine fra Giulia Bassani e Ignazio Silone nell’Europa squassata da totalitarismi e venti di guerra

confine di giuliaGennaio 1931. Giulia Bassani, giovane poetessa raffinata e tormentata, vive in un hotel di Zurigo come in esilio, lontana da tutti e indifferente a quanto le accade attorno. È in cura dallo psicoanalista Carl Gustav Jung, nella speranza che la psicologia del profondo la aiuti a superare il suo malessere interiore. Tra i frequentatori dello studio di Jung c’è anche un rivoluzionario italiano rifugiato in Svizzera, Ignazio Silone. La sua esistenza è a una svolta: è accusato da Togliatti di tradimento e doppio gioco, vuole abbandonare il lavoro politico e diventare uno scrittore. Ha terminato il suo primo romanzo, Fontamara, ed è in cerca di un editore.
Giulia e Ignazio si conoscono in una fredda mattina al parco Platzspitz e per un anno, nel pieno dell’ascesa del nazismo e della crisi della democrazia, si amano. Si amano nonostante un’incolmabile distanza intellettuale e uno sguardo antitetico sul mondo, che li condurrà verso destini divergenti.
Con una scrittura accurata e sensibile, Giuliano Gallini si muove tra finzione e verità storica per raccontare, attraverso una vicenda intima, un momento cruciale della storia europea del Novecento, e le vicende e contraddizioni di una delle figure più rappresentative della letteratura italiana di quel periodo.

Il romanzo “Il confine di Giulia” sarà presentato venerdì 27 gennaio alle 17,45 alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogherà Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia

L’autore: Giuliano Gallini è nato a Ferrara e vive a Padova. È dirigente di una delle maggiori aziende italiane di servizi, dove si occupa di sviluppo e marketing. Il confine di Giulia è il suo primo romanzo.

Vai al sito del libro

 

“Tra realtà e invenzione, Gallini, attraverso l’intimità di una passione, ricostruisce un momento cruciale della storia europea del Novecento, delineando il ritratto di una giovane, focosa, confusa, promessa della letteratura italiana. Me ne sono innamorata subito. Leggetelo.”
Giulia Ciarapica – Il Messaggero [Leggi la recensione]

Leggere Bassani per capire i clichè ferraresi

Non si parla d’altro che di politica in questi giorni. Anche nella nostra città, quasi sempre assorta e lievemente adagiata nel mare di nebbia che dall’autunno all’inverno inoltrato l’accompagna incessantemente. Eppure quest’anno per la nostra città è stato molto importante e particolare. Le ha restituito una parte, benché minima, di quella vitalità che in tempi remoti la caratterizzava. Una vivacità culturale dovuta alle ricorrenze principali di eventi che in un modo o nell’altro hanno coinvolto Ferrara nel corso dei secoli. Principalmente il cinquecentenario dalla prima pubblicazione del Furioso, e il centenario della nascita dello scrittore Giorgio Bassani. Ed è su quest’ultimo che poniamo l’accento. Anche perché Messer Lodovico si è meritato fior fiore di articoli, è una meravigliosa mostra a Palazzo Diamanti, che sta richiamando migliaia di visitatori in città. Non che a Bassani non sia stata dedicata la dovuta attenzione, ma c’è ancora in città una sorta di ‘muro’ culturale che sembra inscalfibile. Una sorta di ipocrisia diffusa che per tante ragioni non permette all’esule Bassani di far ritorno a Ferrara. C’è, per chi ha letto attentamente le sue opere un motivo che evidentemente, sebbene siano passati anni e anni, resta la principale causa di questo rigetto. Nei libri dell’autore ferrarese sono evidenziate, in maniera assolutamente elegante e sottile tutte le abitudini, le chiusure ed i clichè di una città estremamente autoreferenziale , rimasta ancorata a inutili convenzioni e a comportamenti dettati da un buon costume piccolo borghese, tipico di una cittadina di provincia , che dopo la permanenza della signoria degli Este, non è mai stata capace di risollevarsi. La critica di Bassani è propio rivolta alla classe sociale alla quale lui stesso apparteneva. Non a caso in quasi tutti i suoi romanzi, Giardino, Romanzo di Ferrara e soprattutto ne “Gli occhiali d’oro” e in parte anche nella Notte del ’43, la borghesia, che dovrebbe essere la classe sociale che rappresenta l’elite economica, ma soprattutto culturale di una città, è inerte, ferma, oscura, buia. Rimane a guardare,osserva ma non agisce. Esattamente come il farmacista Pino Barillari (Enrico Maria Salerno, nel film di Florestano Vancini), che rimane attonito tra il vetro e la tapparella, guardando i suoi concittadini trucidati dai fascisti, solo perché ebrei. Forse è per questo che ancora a Ferrara si fa fatica a leggere e a capire Bassani. E forse è propio per questo che si deve leggere Bassani per capire i clichè dei ferraresi.

“Il Giardino” riposa in Paradiso: ecco chi è la vera Micòl Finzi-Contini

“Ora “Il Giardino” risposa in Paradiso” dice l’avvocato Ferigo Foscari, e in un bel gioco di parole racchiude tutto il senso di queste giornate ferraresi: l’esposizione del manoscritto originale del “Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, da questa mattina e fino a sabato pomeriggio, nella Sala Ariosto della Biblioteca Ariostea (Palazzo Paradiso).
Si è svolto, questa mattina, 17 Novembre, nella Sala dei Comuni del Castello Estense, l’incontro intitolato “Il Giardino dei Finzi Contini: la donazione del manoscritto autografo”, presenti il professor Gianni Venturi, il sindaco Tiziano Tagliani e l’avvocato Ferigo Foscari Widmann Rezzonico, durante il quale, proprio quest’ultimo, ha espresso tutta la sua gioia e soddisfazione nel vedere il manoscritto autografo del capolavoro scritto da Bassani tornare nella città che lo ha ispirato.
“Era giusto che il manoscritto tornasse in questa città – dichiara convinto Ferigo Foscari – si tratta di un oggetto unico che, in un momento storico che vede il sopravvento dei computer, non esisterà più. Quando mia nonna Teresa me l’ha donato, chiedendomi di tenerlo privato fino alla sua morte, ho da subito sentito di voler far così. Lo spirito della mia famiglia è quello di essere custodi delle cose e non proprietari. Ed è con questo spirito che il manoscritto è stato custodito ma ora è arrivato il momento che sia messo a disposizione degli studiosi che lo sapranno valorizzare al meglio”.

Fu “nonna Teresa”, la contessa Teresa Foscolo Foscari, discendente del poeta di Zante, a lasciare i manoscritti nelle mani del nipote, dopo averli custoditi per decenni, avvolti in una abbondante carta velina, dentro un cassetto della casa di Vienna. La convenzione siglata dal donatore con il Comune e con il Meis prevede che il manoscritto originale sia custodito per sempre nella Biblioteca Ariostea, mentre una copia sarà esposta al Meis non appena il restauro dell’ex carcere sarà ultimato. Dice il presidente Dario Disegni: “Il fatto che le carte di Bassani avranno ospitalità nelle stesse celle in cui lo scrittore fu rinchiuso aggiunge un notevole significato simbolico all’evento”.

A cento anni dalla nascita di Giorgio Bassani, e nell’ambito delle celebrazioni di questo evento che dal 14 al 19 novembre animano Ferrara e Roma con una serie di iniziative, conferenze, mostre e proiezioni di film tratti dai suoi libri, simbolicamente il manoscritto autografo torna a Ferrara. Si tratta di quattro quaderni cartonati di grande formato e due quaderni più sottili e con copertine morbide. I primi contengono l’intera elaborazione manoscritta de “Il giardino dei Finzi-Contini”, per un totale di circa ottocento pagine. Le etichette bianche sulle copertine portano, sotto il titolo dell’opera, i rispettivi anni: 1958-1959, 1960, 1961, 1961 (di sole «correzioni e aggiunte»). mentre gli altri due quaderni testimoniano ulteriori rifacimenti di numerosi passi senza indicazioni di data.
E’ questo straordinario materiale donato da Giorgio Bassani all’amica Teresa con una dedica, datata “Venezia, 17 dicembre 1961” e firmata “Giorgio”, che si trova nella controcopertina del primo quaderno e che esprime tutta la riconoscenza dello scrittore nei confronti dell’amica: “Cara Teresa, senza il tuo aiuto Il giardino dei Finzi-Contini non sarebbe mai stato scritto. Desidero che questi quaderni restino per sempre con te”.
L’amicizia tra i due era nata nell’ambiente di Italia Nostra, dove la Foscari conduceva battaglie per la salvaguardia di Venezia e della laguna mentre lo scrittore Bassani era stato tra i fondatori dell’associazione nel 1955 e presidente dal 1965 al 1980.

La contessa Teresa Foscari, bellissima e appassionata, sorprendentemente moderna per l’epoca, proprio come la Micòl bassaniana, è ricordata dal nipote Ferigo come francesista e grande amante della letteratura: “Aveva una biblioteca sterminata, era fiera di aver frequentato il liceo classico Marco Polo, anche se poi non proseguì gli studi. A 19 anni sposò Ferigo, mio nonno, con cui avrebbe avuto due figli, Leonardo e Antonio, mio padre”. Secondo il nipote Ferigo Foscari, anche sulla base dei racconti della nonna e di altre fonti documentali, Teresa è, nella fantasia di Bassani, Micòl Finzi-Contini, la ragazza con cui il protagonista del libro fa amicizia un pomeriggio del 1929, trovandola “affacciata al muro di cinta del suo giardino”.
“A me piace dire che Teresa è stata per Bassani una musa: glielo ripeteva lo scrittore e il dono del manoscritto, con quella dedica, lo conferma”, sottolinea Foscari.

Sicuramente nella figura e nella storia di Teresa si ritrovano tante somiglianze con Micòl Finzi-Contini, una donna fascinosa, ironica, intelligente e libera.Tratteggiare una simile personalità, scrivere le vicende degli altri personaggi, ripescare dalla memoria la “sua” Ferrara non deve essere stato facile per Bassani e i quaderni esposti alla Biblioteca Ariostea lo testimoniano.

La scrittura è minuta e i fogli sono molto “sofferti”: alle poche pagine iniziali relativamente pulite seguono fogli pieni di cancellature, annotazioni, rimandi, frecce che segnalano spostamenti di interi blocchi. Bassani prova a scrivere un passo e se ne è insoddisfatto tira una riga e lo riscrive sotto, per poi magari tirare un’altra riga e riscriverlo di nuovo. Un lavorio instancabile, che andrà analizzato con attenzione, specie se si pensa che finora il confronto era possibile solo tra le diverse edizioni dello stesso libro. Ora si apre un’epoca felice per gli studiosi di Bassani che potranno immergersi nel suo complesso mondo fatto di parole, riflessioni, correzioni e di una dedica speciale.

Dedica per la contessa Teresa Foscari
Manoscritto Giorgio Bassani
Manoscritto Giorgio Bassani
Prof. Venturi e Avv. Ferigo Foscari

DIARIO IN PUBBLICO
Ferrara, ovvero ‘Delle meraviglie’

Nel giorno clou di mille avvenimenti, la ‘MOSTRA’ (ovviamente d’Orlando) come ormai viene chiamata tutta in maiuscolo, il Premio Estense, la sagra dell’anguilla, la marcia contro i razzismi, è passato sotto silenzio un avvenimento memorabile: la conferenza di Gianni Clerici sul suo rapporto con Bassani; una conferenza che non poteva aver luogo se non alla Palazzina Marfisa organizzata dal glorioso Tennis Club che porta lo stesso nome.

Per fortuna il tam tam ha funzionato; si contavano tra le duecentocinquanta e le trecento persone in piena orgia di selfies. I ragazzi tennisti vestiti anni ’30 e le ragazze con gli abiti bianchi di Micòl accompagnano il grande scrittore. Appaiono le signore che hanno giocato a tennis con Bassani, leggermente fanées, ma sempre leggiadre. Alla fine del discorso interrotto da affettuosissimi applausi per la verve ed eleganza verbale del gran tennista-scrittore, ci rechiamo sui campi di terra rossa e leggiamo le poesie di Bassani affidate ai leggii di metallo al bordo dei campi. Clerici ci incanta con i ricordi legati all’amicizia con il grande scrittore ferrarese evocati con una leggerezza degna dell’insegnamento di Italo Calvino. Gioca con la smemoratezza, tutta letteraria ed ironica, della sua vita così sontuosamente divisa tra l’attrazione alla scrittura e il gesto e l’esercizio tennistici. Ricorda la sua partecipazione ai premi letterari come lo Strega presentato e sostenuto dai suoi amici Mario Soldati e Giorgio Bassani e si concede a foto di gruppo circondato dai giovinetti tennisti frastornati e ammirati da tanto onore. Accanto a me Daniele Ravenna ricorda la promessa del ministro Franceschini: quella di fare di quei campi un luogo inalienabile. Un museo dedicato a uno sport che in quegli spazi è diventato cultura, parte integrante della città: una memoria altrettanto importante di quella vista con gli occhi dell’Ariosto quando scriveva e che qui vedeva giostrare non con lance ma con racchette, tra gli altri, Giorgio Bassani, Michelangelo Antonioni cioè quegli autori-personaggio ormai imprescindibili dalla sostanza di una città: Ferrara e non ‘Ferara’. Alla fine minuti interi di applausi. Peccato che dell’amministrazione comunale non ci fosse traccia. Ma non si può avere tutto.

Nel frattempo, nel resto delle ore di una giornata così memorabile dove andare? A vedere le macchine d’epoca sul Listone o a immergersi tra i sapori e profumi degli stand culinari europei allestiti saggiamente al nuovo acquedotto, quindi nella zona GAD più infelice e pericolosa della città? Mi si dice che la ressa -per fortuna- è strepitosa. Nemmeno mi lascio tentare dalla distesa di piante fiorite che aspettano solo di essere comprate con il richiamo civettuolo del ‘prendimi! comprami!’.
No, per scelta annosa, alle prime e alle inaugurazioni, quindi niente Orlando o Premio Strega. Già fioccano i primi risentiti commenti sulle mie riserve della e sulla mostra orlandesca. Non è vero. Aspetto solo di vederla. D’altra parte la città è fatta così. Solo ciò che accade entro le mura è degno di essere ricordato come fatto memorabile. Ma la primazia non sempre è gesto di buon gusto intellettuale.

Il comitato per le celebrazioni dei 500 anni dalla pubblicazione dell’Orlando Furioso aveva indicato tre luoghi dove esse avrebbero avuto maggior risonanza: Ferrara, Villa d’Este a Tivoli, la Valtellina. Ecco le parole di Lina Bolzoni presidente del Comitato per le celebrazioni di Orlando 1516 nell’intervista concessa ad Anja Rossi del ‘Resto del Carlino’ il 23 aprile 2016:
“Di iniziative ce ne saranno molte. Ci può anticipare qualcosa? Oltre alla mostra di Palazzo dei Diamanti, pensata sull’immaginario di Ariosto al momento di scrivere l’Orlando Furioso, ce ne sarà un’altra altrettanto bella a Villa d’Este a Tivoli, incentrata sulla modernità dell’Ariosto e su come il poema ha influenzato scrittori e artisti successivamente. Quanto ai convegni, oltre uno a Ferrara in autunno, ce ne saranno molti altri: uno a Londra sulla fortuna del Furioso in Inghilterra, la settimana prossima alla British Academy, a New York sulla dimensione letteraria del poema, poi in California, Germania”.

Ma non sembra che a Ferrara la mostra di Tivoli o le manifestazioni in Valtellina possano interessare granché. Provvederemo con una trasferta ad hoc a Roma per vederla, pur inneggiando come ci si aspetta da un ferrarese alla strepitosa bellezza delle opere ospitate alla mostra dei Diamanti.

gite-scolastiche-ferrara

Tempo di gite scolastiche a Ferrara

La nostra città si presta particolarmente bene come mèta di gite scolastiche: centro storico ricco di arte e cultura; piazze, chiese e palazzi meravigliosi e, cosa non meno importante, praticamente tutto il visitabile si trova in zona pedonale.

Nelle pagine internet dell’Associazione guide turistiche di Ferrara e provincia, vengono offerti una trentina di percorsi [vedi], tutti molto interessanti e distinti per tipologia: si parte dalla Ferrara rinascimentale fino ad arrivare alla città bassaniana, dalla Ferrara “furiosa” dell’Ariosto a quella del ghetto ebraico e del cimitero degli ebrei (tappa inclusa quest’ultima nel giro delle Mura in bicicletta), dalla Ferrara monastica con la visita ai chiostri a quella delle architetture di Biagio Rossetti, ecc.

Forse anche ai nostri ragazzi farebbe bene una gita scolastica a Ferrara!

In foto: ragazzi in gita scolastica in Piazza Trento Trieste a Ferrara

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi