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LA PARABOLA DEL PIL, LE SCELTE SBAGLIATE, UN’ITALIA SEMPRE PIU’ POVERA

Secondo i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2019 era a quota 2.409 miliardi di euro, in calo rispetto ai circa 2.446 miliardi del mese precedente e al massimo storico registrato a luglio 2019 di 2.466 miliardi di euro.
Anche se in lieve e momentaneo calo dovuto al fortunoso calo dei tassi di interesse, rimane un debito ‘fuori controllo’. Studiosi ed economisti concordano sul fatto che per abbassarlo sarebbe necessaria una crescita nominale (cioè comprensiva di inflazione) attorno al 2-3%. Una crescita del genere eviterebbe la necessità di ricorrere alle classiche manovre lacrime e sangue, a cui del resto siamo abituati e che ormai, almeno a parole, si è compreso deprimano ancora di più il ciclo economico mentre svuotano le tasche degli italiani.

Purtroppo sembra davvero poco credibile l’idea di una crescita di tale portata, proprio perché l’impostazione generale del sistema non permette gli investimenti che sarebbero invece necessari per ottenerla. E che sia necessario spendere lo hanno detto persino Draghi, Lagarde e Von Der Leyen, ma sembra che sostanzialmente l’invito sia caduto nel vuoto perché a spendere dovrebbe essere soprattutto la Germania che ha i necessari surplus per farlo. Ma la Germania non vuole, quindi siamo punto e a capo.
Come si vede dal grafico, la crescita del nostro Pil è diminuita seguendo l’intensità dell’applicazione delle teorie neoliberiste. Il declino inizia dalla fine degli anni ’70, quando c’è l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo nel ’79, poi l’indipendenza della Banca d’Italia dal 1981 in avanti, fino all’Eurozona e ai giorni nostri.

Contemporaneamente iniziava la cessione dei diritti, dalla scala mobile fino all’abolizione dell’art. 18 e alle continue leggi sul lavoro tese a diminuire l’importanza del noioso “posto fisso” a favore del più allegro precariato. La pressione fiscale, grazie anche alla riduzione delle aliquote Irpef, si spostava a carico dei ceti più poveri.
Dagli anni ’90 si sono cedute aziende e banche attraverso privatizzazioni selvagge che impediscono oggi di poter intervenire con programmi e piani industriali che avrebbero potuto mitigare le ultimi devastanti crisi economiche anche evitando i tanti licenziamenti che continuamente il ‘libero mercato’ pretende. Numerosi studi hanno dimostrato che queste cessioni non hanno prodotto adeguati introiti e hanno causato mancati guadagni, ma ancora non abbiamo imparato la lezione.
Tanti stati hanno operato scelte diverse ottenendo risultati sicuramente migliori, dalla Germania a Singapore, dal Giappone alla Francia passando per la Corea del Sud, il mondo è pieno di esempi da prendere a modello che si sono tenuti aziende e capacità di credito attraverso il controllo della propria banca centrale o di banche pubbliche.

L’Italia è un Paese in continuo affanno, non si controlla credito e non si hanno aziende strategiche da tutelare e da utilizzare come paracadute, non si riesce nemmeno a definire una lite condominiale ma ogni anno abbiamo bisogno di emettere 400 miliardi di euro per finanziare altro debito. E cosa ci dicono in merito? Che la condizione necessaria per farlo è avere la fiducia dei mercati, uno spread basso, lasciare al loro posto i soliti politici che possono occuparsi di piantare alberi, dell’accoglienza ai migranti, della parità di genere e di scacciare i fascisti, qualora riuscissero a trovarne qualcuno. tutto il resto è tabù altrimenti la BCE non ci compra i btp con il quantitative easing.

Spendiamo per interessi il 3,6% del Pil, attorno ai 60 miliardi l’anno, cioè più che per investimenti, scuola, ricerca e difesa. Una cifra mostruosa più del debito stesso che toglie margini di manovra a qualsiasi governo, di destra e di sinistra (semmai se ne vedesse la differenza) per eventuali investimenti sulla crescita.
Quindi cosa fare? Nessun dubbio per gli esperti: lotta all’evasione, riduzione della pressione fiscale, riordino della macchina pubblica, riforma organica della giustizia civile, investimenti mirati in ricerca, innovazioni, tecnologie digitali e green ecomomy, rilancio di una vera politica industriale e di una politica dell’offerta che apra il mercato attraverso liberalizzazioni mirate e coraggiose in settori in cui tuttora dominano interessi corporativi diffusi.
A tanta saggezza potremmo solo obiettare che: 1) l’evasione non è stata la causa dei 3.100 miliardi di interessi che abbiamo pagato dal 1980 ad oggi, quindi bisognerebbe cercare altrove oltre che magari farla davvero questa lotta (ma se non ci fosse l’evasione, a chi addosserebbero la colpa del fallimento?;  2) visto che in questo sistema gli ospedali, le scuole e le pensioni si finanziano con i soldi delle tasse, se lo Stato incassa meno come le finanzia?; 3) ricerca, innovazione e green economy presuppongono investimenti, se lo Stato non può spendere aspettiamo i privati e la mano invisibile del mercato? intanto ad isolare il coronavirus allo Spallanzani è stata una lavoratrice precaria, una figura sempre più stabile nel panorama italiano; 4) il rilancio di una politica industriale in un paese senza spina dorsale, ovvero senza aziende di proprietà e banca centrale che risponde al Ministero dell’Economia, è pari a zero in quanto non ha strumenti per influenzare il ciclo economico; 5) sulle liberalizzazioni o privatizzazioni abbiamo già detto, notiamo semplicemente che prima o poi riusciranno a vendere anche l’aria che respiriamo convincendoci che è nel nostro interesse.

La soluzione a questo punto è accettare la lenta agonia oppure riprendere in mano le redini del destino (economico) attraverso un ritorno alle politiche keynesiane, una riscrittura delle regole europee, assicurare almeno una condivisione del debito e nessun freno agli investimenti, soprattutto nella ricerca e nell’istruzione.

Tra miliardari e milionari c’è spazio anche per il conflitto generazionale

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, avevamo dato un po’ di dati sulla distribuzione della ricchezza nel mondo (Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà), vediamo ora se ci sono stati cambiamenti utilizzando gli stessi Rapporti: il Billionaire Census 2018, il Global Wealth 2019 del Credit Suisse e il Rapporto “Non rubateci il futuro” di Oxfam che fotografa la situazione italiana.

I miliardari nel mondo nel 2018 diminuiscono del 5,4% passando da 2.754 a 2.604 e diminuisce anche la quota di ricchezza detenuta del 7%, passando da 9.205 a 8.562 miliardi. La diminuzione è dovuta sostanzialmente ai problemi causati dalle guerre commerciali tra Usa e Cina e al conseguente ridimensionamento del Msci World Index, l’indice che rappresenta la performance azionaria globale di grandi e medie capitalizzazioni dei maggiori paesi industrializzati, nonché al graduale ridimensionamento della liquidità concessa dalle banche centrali a seguito delle crisi del 2008 e del 2011.

Il Report, inoltre, aggiunge altre motivazioni che giustificano questo calo, tra le quali: le nuove normative sulla produzione del settore automobilistico, l’instabilità geopolitica, il crescente sentimento anti-elite e anti-immigrati, il crescente isolazionismo degli Stati Uniti, il tortuoso processo della Brexit, il cambiamento populista in Sud America e le tensioni internazionali causate dal conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Nel 2018 i primi 15 paesi in classifica per numero di miliardari ospitavano il 75% di miliardari e il 79% della loro ricchezza totale. In termini assoluti, i primi 15 Paesi hanno avuto 84 miliardari in meno (per un totale di 1.942) rispetto al 2017, con un patrimonio netto complessivo che è sceso a 6.800 miliardi di dollari.

San Francisco è invece la città con più miliardari per abitanti, uno ogni 11.600. Londra ne ha uno ogni 135,198 e Instanbul uno ogni 462,629.

L’Italia, secondo questo Rapporto, vede un decremento del 13% nel numero di miliardari a differenza della Francia che vede invece un aumento del 2%. Flessione italiana causata da “instabilità politica”, secondo questo Rapporto, che non permette ai nostri 47 miliardari di superare la soglia dei 141 miliardi di dollari, con una diminuzione dell’8,3% rispetto al 2017. E mentre in Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud la maggior parte di questi super ricchi sono sotto i 50 anni, in Italia, Spagna e Australia sono invece per il 56,9% over 70.

Secondo il Global Wealth 2019 del Credit Suisse, giunto alla sua decima edizione e che si accredita come la fonte di informazione più completa e aggiornata sulla situazione finanziaria globale delle famiglie, nell’ultimo anno la ricchezza globale è cresciuta, ma a un ritmo molto modesto rispetto al passato.

Infatti, anche se la ricchezza per adulto ha raggiunto il nuovo record di 70.850 dollari per un totale complessivo di 360.6 trilioni nella metà del 2019, supera di solo l’1,2% il livello toccato nella metà del 2018. Più della metà degli adulti in tutto il mondo ha un patrimonio netto inferiore a 10.000 dollari americani mentre i milionari sono l’1% degli adulti e possiedono collettivamente il 44% del patrimonio mondiale della ricchezza. Tuttavia e nonostante le apparenze, la tendenza all’aumento delle disuguaglianze si è attenuata, ed infatti la quota detenuta da questo 1% risulta inferiore al picco raggiunto nel 2016. Personalmente non sono convinto della reazione positiva a questo dato da parte del restante 99% della popolazione, ma questo è il dato.

In Italia ci sono, sempre nel 2019, 1.496 milionari e si prevede diventeranno 1.992 nel 2024. In Germania vi sono 2,2 milioni di milionari e un livello di disuguaglianza che supera tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale, con il 41% della popolazione che ha un patrimonio inferiore ai 10.000 dollari. Di seguito l’infografica con i dati

In sintesi, e secondo Billionaire Census e Global Wealth, la ricchezza aumenta, i miliardari e i milionari flettono ma si riprenderanno, ci sono segnali, secondo il Credit Suisse, addirittura di un miglioramento sul tema delle disuguaglianze. Ma proviamo ad ascoltare campane diverse.

Ci aiuta il rapporto Oxfam “non rubateci il futuro” del settembre 2019 che descrive la situazione italiana e di cui riportiamo qualche dato.

Secondo Oxfam non solo la disuguaglianza in Italia sta crescendo ma si configura sempre di più come un vero e proprio scontro generazionale, a supporto dell’idea che qualcosa non funziona nel sistema complessivo e che sia proprio qui che si dovrebbe concentrare l’attenzione della politica.

I giovani devono fare i conti con un mercato del lavoro disuguale caratterizzato dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili. Quello che sostanzialmente oggi viene chiamato “aumento della produttività” oppure “bilanciamento del sistema concorrenziale” e che aiuta gli esportatori, si traduce sostanzialmente in un peggioramento generalizzato del quadro complessivo a spese ovviamente della parte più indifesa della società.

Carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, sotto-occupazione giovanile, scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera, questi in sintesi la carrellata di problematiche che avrebbero bisogno di risposte che sembrano non esserci vista la loro persistenza negli ultimi decenni.

In Italia, ma sfido a guardare i dati degli altri, ci si colloca tra i Paesi con una forte influenza delle origini familiari sul successo occupazionale dei figli e con persistenza generazionale dei redditi, a partire dalla generazione dei nati negli anni Ottanta. Insomma non è un caso che più ha preso il sopravvento la dottrina neoliberista e più sono aumentati privilegi e stagnazione della società, quindi si parte dagli anni ’80, dall’inizio della lotta all’inflazione e al debito pubblico, fino al totale scollamento generazionale dei giorni nostri.

I giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni percepiscono un reddito più esiguo se paragonato ai livelli retributivi dei loro genitori all’epoca del loro ingresso nel mercato del lavoro e, a livello reddituale, quelli tra i 15 e i 29 anni mostrano un trend costante di riduzione delle retribuzioni annue medie e più marcato rispetto alle classi dei lavoratori in età tra i 30 e i 49 anni e gli over50. Un trend che “viene da lontano” e che ha visto, fatta 100 la media dei redditi sulla popolazione in un dato anno, i redditi dei giovani ridursi da 76.3 del 1975 a 60 del 2010 per calare ancora a 55.2 nel 2017.

Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano poi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando, sebbene con intensità diversa, quelle che esistevano tra i rispettivi genitori. In media, il figlio di un dirigente ha, a parità di istruzione, un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato.

Cioè persiste e viene codificata una sorta di divisione della popolazione per censo, che poi scandalizza se appare nei resoconti finali di qualche scuola.

Del resto la spesa pubblica per l’istruzione, al 3,8% del Pil nel 2017, colloca il nostro Paese tra gli ultimi Paesi dell’Unione Europea per il finanziamento ed è in calo dal 2008. Continuiamo ad applicare cioè quel principio dell’austerità espansiva impostaci dalla Bce e codificata nella nostra Costituzione dal governo Monti all’art.81.

Se non si rischiasse di essere troppo banali, si potrebbe dire che “si stava meglio quando si stava peggio”. In realtà stiamo semplicemente applicando pedissequamente i principi neoliberisti che vogliono “lo Stato come una famiglia”, il controllo dei bilanci pubblici attraverso il commissariamento di entità sovranazionali, la supremazia della finanza sulla politica, la tutela degli interessi privati rispetto a quelli collettivi, la confusione degli stessi interessi di classe per cui oggi vale l’idea che “siamo tutti nella stessa barca” e quindi i sindacati perseguono gli stessi interessi dei capitalisti.

Di conseguenza, nel nostro modello di società, i dati Oxfam non servono, sapere che in Italia tre persone hanno più soldi di quanti ne ha il 10% del resto della popolazione è gossip. Quello che conta alla fine è che miliardari e milionari alimentano i nostri pruriti emozionali.

Il sistema classista crea scuole classiste

Nei verbali dell’ultimo meeting dell’Istituto Centrale Europeo tenutosi il 16 gennaio scorso e presieduto da Christine Lagarde c’è scritto che non ci saranno cambiamenti di politica monetaria di rilievo. Il target del 2% d’inflazione sarà ancora per un po’ all’attenzione della Bce perché appare ancora lontano dall’essere raggiunto, ma anche perché si comincia a ragionare soffusamente di un suo superamento.

Ovviamente sono accenni perché l’inflazione è uno dei nemici storici della Germania e di conseguenza appare difficile entrare in contraddizione con l’economia più importante dell’eurozona. Ma, tra le righe, la Lagarde non esclude una rivisitazione delle regole di ingaggio contro quello che, insieme al debito pubblico, è diventato il peggior mostro dagli anni ‘80.

Un interessante paper della Bis, la Banca dei Regolamenti Internazionali, il nr.339 del dicembre 2012, parla della possibilità delle banche centrali di monetizzare il debito e di rendere immuni gli stati dal default. Cioè a scadenza dei titoli di stato, e in caso di difficoltà, la banca centrale può intervenire per rinnovarli grazie alla sua capacità di creare denaro.

Per fare un esempio pratico, il bilancio dello Stato italiano prevede una spesa annuale di circa 900 miliardi di cui 500 escono per coprire le esigenze proprie di uno stato (welfare, stipendi, pensioni, ecc.) e 400 per rinnovare i titoli in scadenza che poi alimentano altro debito grazie agli interessi e agli interessi sugli interessi. La Banca centrale Europea potrebbe permettere a Bankitalia di rinnovare questi titoli, senza le tante storie a cui ci hanno abituato, vendendone una parte ai cittadini e tenendosene una parte per se (monetizzandoli).

Una mossa del genere, ovvero il ricorso parziale al mercato o addirittura nessun ricorso al mercato, è pienamente legittima, possibile e in alcuni casi sarebbe persino auspicabile. Il problemone, per dirla alla Cottarelli ma non nascosto nemmeno dalla Bis, potrebbe essere l’inflazione, il mostro contro cui combatte la nostra Bce. Cioè se si crea moneta invece di utilizzare quella che già è in circolo, si rischia di causare un aumento generalizzato dei prezzi.

Lo statuto della Banca Centrale dei Paesi europei prevede lotta dura all’inflazione ma messo a confronto con il paper della Banca dei Regolamenti Internazionali (che in fondo è la Banca Centrale delle banche centrali) dovrebbe far comprendere che siamo di fronte a scelte e non a necessità assolute e perenni nel tempo. Quindi tale statuto potrebbe tranquillamente essere cambiato in caso di adozione di differenti teorie economiche o di eventi congiunturali che richiedano specifiche politiche economiche. In termini pratici e popolari, cosa fa la Bce e quali conseguenze poi sopportano i cittadini è una scelta politica che implicitamente favorisce una classe sociale rispetto ad altre. E’ una scelta anche la lotta all’inflazione ma viene fatta passare per necessità.

Quello che ho scritto in tema di “classi sociali” non farà sobbalzare dalla sedia nessuno, ma lo ha fatto quando una scuola di Roma ha diviso gli studenti ai fini statistici a seconda del censo a cui appartengono. Questo vuol dire che è accettabile il fatto che l’intero sistema tuteli i ricchi e svantaggi i poveri ma ci arrabbiamo quando ne vediamo qualche conseguenza. Tra l’altro ci fa rabbia la divisione per censo ai fini statistici anche se magari rappresenta solo la realtà, di cui non ci occupiamo e che ci interessa un po’ di meno evidentemente.

Il comportamento della Bce decide quale classe sociale avvantaggiare e in ultima analisi anche se ognuno di noi dovrà curarsi presso un ospedale pubblico che funziona a perfezione, in uno che funziona malissimo, in una struttura convenzionata oppure in una completamente privata e a nostre spese. Comportamenti e logiche conseguenze che attengono a scelte di censo a cui hanno partecipato le istituzioni delegate a più alti e oscuri livelli. Dove eravamo quando questo accadeva?

La politica monetaria sta modellando la società mentre il popolo si accontenta di occuparsi di episodi, di fatti laterali che non intaccano il sistema per cui non cambiano la direzione che sta prendendo il quotidiano. Noi ci troveremo ben presto in una società basata completamente sul censo, da una parte chi guadagna 800 euro al mese, senza assistenza pubblica o scuole decenti, e dall’altra chi guadagna tanto da non essere più visibile. In mezzo tante persone che galleggiano e che non faranno la differenza perché impegnati con Sanremo o con le manifestazioni di piazza delle sardine o dei pinguini. Indignarsi per le ovvie conseguenze della nostra incapacità di analisi della società non serve proprio a niente se non a permettere il galleggiamento di cui dicevo sopra.

La lotta all’inflazione ha semplicemente costruito un muro tra chi difende i grandi patrimoni e chi si vede costretto a convivere con alta disoccupazione, bassi salari e pochi servizi. La politica monetaria lasciata in mano ai mercati e alla finanza sta costruendo, o forse ha già costruito, un nuovo ordine mondiale. In sintesi la politica decide che la Bce tuteli finanza, mercati e concorrenza, istituisce il Mes perché faccia a pagamento quelle cose che la Bce potrebbe fare gratis, finge di occuparsi dei problemi del popolo ma diminuisce la capacità di intervento dello Stato con la privatizzazione persino della politica monetaria mentre i cittadini, giustamente confusi, si schierano dalla parte di Accelor-Mittal e di Atlantia che tengono bassa l’inflazione.

A questo punto informarsi se a Sanremo ci sarà o meno la Gregoracci o la Jebreal mi sembra la cosa migliore da farsi

Vanno a ruba i Btp in dollari. Ecco a chi conviene…

L’Italia ha appena emesso Bond in dollari americani, con scadenze varie e interessi allettanti, per un totale di 7 miliardi di euro. Le tre tipologie di Btp sono state collocate al 2,4% per i titoli a 5 anni, 2,9% per il quelli di durata di 10 anni, fino al 4,02% per il Btp trentennale. Interessi che hanno stimolato … l’interesse degli investitori, abituati a ricevere molto di meno sui bond europei emessi oramai, per la maggior parte, a tassi negativi.

I comunicati del Ministero dell’Economia e Finanza specificano che “I proventi derivanti dall’emissione potranno essere impiegati dall’emittente per necessità generali dell’emittente, ivi incluse finalità di gestione del debito”. In altre parole i soldi raccolti, che sono ovviamente nuovo debito, potranno essere utilizzati per saldare vecchi debiti, a dimostrazione del fatto che la più improduttiva delle spese dello Stato è proprio il pagamento degli interessi sul debito. Si fa debito per pagare altro debito.

Gli interessi sul debito pubblico che la comunità si è dovuta accollare negli ultimi due anni sono stati all’incirca 130 miliardi (dati Def e Nadef) che mentre da una parte rappresentano un’esigenza per la moderna economia, dall’altra dimostrano una specifica volontà politica di finanziarsi nel modo peggiore, ovvero vendendo Btp alle condizioni più favorevoli al mercato e meno vantaggiosi per chi li emette (aste marginali invece che aste competitive, conteggio nel debito dei Btp già ricomprati dalla Banca d’Italia, necessità di vendere tutto nella medesima asta a tutti i costi, nessun supporto di una banca pubblica ed ora Btp in valuta diversa dall’euro).

In tale quadro, ovviamente e chiaramente politico prima che economico, il debito pubblico italiano è un enorme contenitore che è arrivato alla astronomica cifra di 2.410 miliardi di euro al 31 luglio 2019. L’ultimo bollettino del Mef sulla composizione dei titoli di stato in circolazione al 30 settembre 2019, rende noto che del totale del debito pubblico 2.015 miliardi e 558,09 milioni sono titoli di stato. Di questi il 71,43% sono Btp, ovvero titoli a più lunga scadenza e sui quali si concentra la speculazione.

E’ ovvio che in un contesto di numeri di questo genere anche il senatore Bagnai, a capo della Commissione Finanze del Senato, abbia ridimensionato la portata degli spiccioli emessi in dollari. Quale danno potrebbero fare 7 miliardi di euro di bond emessi in valuta straniera rispetto ai già oltre 2.000 miliardi emessi in euro?

In realtà non è così semplice, soprattutto quando ci viene detto continuamente che il debito oggi accumulato graverà sulle future generazioni, affermazione che ovviamente non solo contesto io (poca cosa) ma che ha contestato persino Milton Friedmann, padre dell’attuale politica economica neoliberista.

E se dunque la spesa pubblica è a carico nostro, allora mi sembra giusto pretendere la miglior gestione possibile. Se persino i posti letto negli ospedali ed i tetti che coprono le scuole dei nostri figli sono soggette al buon risultato del bilancio statale, allora anche l’emissione di pochi “spiccioli” dovrebbe seguire la logica della buona amministrazione e della lungimiranza politica.

Gli esempi di default che vanno per la maggiore in tv fanno sempre riferimento sempre a stati che hanno emesso debito in valuta straniera, ovvero valuta che gli emittenti non potevano poi controllare. L’Argentina rappresenta l’esempio classico ma anche la Russia della fine dell’ultimo secolo si era indebitata in dollari prima del default.

Certo, se si parte dal presupposto che in ultima analisi non possiamo controllare nemmeno l’euro in quanto abbiamo demandato alla Bce la politica monetaria staccandola dalla politica fiscale e dai vari ministeri del Tesoro, allora cambia poco, siamo d’accordo. Anche l’euro è sostanzialmente una moneta straniera, presa a prestito. Ed a riprova di questo, e se si spulciano le voci del debito pubblico, si scopre che vi sono conteggiati anche i 179 miliardi di debito corrispondenti alla liquidità del Paese. Cioè alla moneta cartacea che utilizziamo, che appartiene alla Banca Centrale Europea e che ad essa devono essere restituiti.

Tornando al punto, le ultime emissioni di Btp in euro non hanno mai raggiunto il livello di interesse che invece dovremmo pagare per quest’ultima emissione. Anzi, nel comunicato stampa n° 173 del 03/10/2019 si legge che “Il Ministero dell’Economia e delle Finanze comunica i dettagli dell’emissione del nuovo Btp€i a 10 anni, con scadenza 15 maggio 2030 e cedola reale dello 0,40%”. Cioè emettere Btp in euro ci costa infinitamente di meno rispetto all’emissione in dollari che oltretutto è anche più rischiosa.

Ovviamente il Sole 24 ore ha spiegato che è solo “un effetto ottico” perché grazie alla stipula di derivati, ovvero di assicurazioni sul debito emesso, alla fine andremo a spendere la stessa cifra in interessi rispetto ad un indebitamento in euro. Una spiegazione con un po’ di buchi intorno e che non dice, ad esempio, che le assicurazioni vanno pagate, quindi ulteriori costi a nostro carico.

E nemmeno abbiamo voglia di andare a leggere le clausole, visto che di derivati qui a Ferrara abbiamo esperienza e che è storia il fatto che i contratti per derivati siano talmente complicati da essere ostici persino a chi li predispone.

La realtà è che vendere titoli in Btp conviene agli investitori e a noi, in fondo, piace far felici gli investitori tanto che dagli anni ’80 gli abbiamo già versato in interessi più di 3.000 miliardi di euro. Perché smettere?

Il ritorno della Modern Monetary Theory, l’Europa forse ci ripensa

In principio fu Paolo Barnard a portare la Mmt (Modern Monetary Theory) in Italia. Lo fece con forza raggruppando i suoi massimi esponenti all’Itt di Rimini del 2012 ovvero Michael Hudson, William Black, Stephanie Kelton, Marshall Aurback e Alain Parquez di fronte a quasi duemila persone. Un record assoluto per un convegno di economia, segno che la crisi stava colpendo duro. Le aziende chiudevano, la disoccupazione saliva e le misure di austerità divennero il leitmotiv del governo Monti che avrebbe poi addirittura costituzionalizzato il pareggio di bilancio.
A Rimini c’era invece voglia di conoscere qualcosa di innovativo che potesse dare vita ad un nuovo corso nelle manovre economiche ed una spiegazione alternativa alle teorie sulle colpe dei Piigs, i Paesi maiali (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Ma, come spesso succede, il fuoco si spense presto, insieme alle speranze dei partecipanti e dei tanti gruppi territoriali a supporto della Mmt che si formarono.
Paolo Barnard, autore de “Il più grande crimine”, ancora scaricabile dal suo sito in maniera gratuita, accompagnò Warren Mosler nel 2013 in un tour che toccò anche Ferrara, poi ebbe dei momenti nella trasmissione di Gianluigi Paragone “La gabbia”, articoli vari, blog e follower ma con una condanna all’oblìo già scritta.
Il suo modo graffiante di dire la verità senza compromessi, di essere scomodo al sistema non poteva permettergli di più di qualche rara apparizione sui media, nonostante fosse anche stato autore e co-fondatore di una trasmissione televisiva come Report. Ispiratore di scoop sul commercio internazionale, sugli intrighi di palazzo a Bruxelles, sulle case farmaceutiche e profeta di una crisi economica già scritta nei rimedi prospettati dal 2008.
La Mmt è una teoria che affonda le sue radici in numerosi autori di inizio Novecento. Prevede l’intervento dello Stato in funzione anticiclica e lo Stato garante, attraverso il controllo della Banca Centrale, del suo debito. Vede quindi una fusione tra politica monetaria e politica fiscale e la spesa pubblica in funzione di riequilibratore del mercato, si taglia quando l’economia si riscalda e si alimenta quando si è in recessione.
I deficit governativi non rappresentano sempre un pericolo, almeno per le nazioni che utilizzano la propria moneta e che sono in grado di controllare.
L’esperienza keynesiana e il new deal rooseveltiano supportano storicamente l’idea di un saggio intervento statale teso alla tenuta della domanda.
L’applicazione di questi principi, secondo Mmt e Barnard, avrebbe evitato migliaia di suicidi e tanti sacrifici. Se l’ossessione per i tagli della spesa e gli equilibri del bilancio dello stato fosse stata meglio compensata con la necessità di supportare la domanda aggregata e sostenere aziende e lavoro, la storia degli ultimi anni sarebbe stata diversa.
Ma perché ne stiamo parlando ora?
Contro l’austerità e i vincoli di bilancio che frenano lo sviluppo e per la capacità di spesa dello Stato in deficit per migliorare le condizioni di vita dei cittadini si era pronunciata l’astro nascente della politica americana Alexandria Ocasio-Cortes. Abbracciando dunque la Mmt come teoria economica utile per far fronte ai bisogni sociali, dall’estensione del programma Medicare al salario minimo di quindici dollari, dall’istruzione gratuita per tutti al diritto alla casa. La Ocasio-Cortes ripeteva quello che tanti economisti americani dicono da anni, da Warren Mosler a Mark Blyth, da Joseph Stiglitz a Paul Kraugman.
Ma anche qui in Europa il dibattito sembra volersi aprire e segnali importanti, seppur timidi, cominciano ad intravedersi nelle stanze del potere. Mario Draghi, rispondendo alla domanda di un eurodeputato sul modo migliore di incanalare i fondi all’economia reale in modo da combattere il cambiamento climatico o compensare le diseguaglianze, ha citato proprio la Mmt e uno studio dell’ex vice presidente della Federal Reserve, Stanley Fischer.
Tale studio sostiene che le banche centrali dovrebbero immettere moneta direttamente nelle mani di chi spende nel settore pubblico e privato. “Sono idee piuttosto nuove.” ha affermato Draghi, “Non sono state discusse dal Consiglio direttivo ma dovremmo farlo, anche se non sono state testate.”
Succede poi che la candidata alla successione di Sabine Lautenschläger, ex vice presidente della Bundesbank, uno dei sei membri dell’Executive Board e del Governing Council della Bce in carica dal 27 gennaio 2014 e che ha lasciato con due anni di anticipo in dissidio con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, sia Elga Bartsch, tedesca ed economista di Black Rock.
È proprio Elga Bartsch, in occasione dell’incontro annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole lo scorso agosto, insieme agli economisti Stanley Fischer, ex governatore della Bank of Israel ed ex vice presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, Jean Boivin, ex vice governatore della Bank of Canada, aveva stilato un documento. Una proposta per un coordinamento più esplicito tra le banche centrali e i governi quando le economie sono in una recessione in modo che la politica monetaria e fiscale possano lavorare meglio in sinergia. L’obiettivo è di andare diretti con denaro ai consumatori e alle società per ravvivare i consumi.
Si tratta, in entrambi i casi, della controversa teoria dell’helicopter money (denaro buttato giù dall’elicottero). Far arrivare soldi alle persone perché possano spendere per rimettere in circolo l’economia.
Poi c’è la Lagarde, prossimo Governatore della Bce e a suo tempo spietata sostenitrice dell’applicazione alla martoriata Grecia dell’austerità senza sconti, che afferma “non pensiamo che la Mmt possa essere la panacea. Non pensiamo che questa teoria sia sostenibile e possa funzionare in tutti gli stati ma i modelli matematici sembrano reggere. Potrebbe funzionare per risollevare alcuni paesi dalla trappola della liquidità e dalla deflazione”. Un’apertura ad una sua possibile applicazione anche se in momenti e situazioni specifiche, comunque uno sdoganamento.
Il prossimo commissario agli affari economici sarà Paolo Gentiloni che ha affermato di aver capito come deputato l’importanza sia di salvaguardare la sostenibilità del debito pubblico sia la capacità di sostenere l’economia in tempi di crisi. Per cui, in caso di conferma per il ruolo di commissario, dice “cercherò di fare in modo che la Commissione applichi il patto di Stabilità e crescita facendo pieno uso di tutta la flessibilità prevista dalla regole”.
Significa quindi un appoggio a politiche di deficit almeno al 3%? Forse non arriverà a tanto ma sembra aver compreso l’importanza che le regole in tempo di crisi non possono essere le stesse dei tempi buoni.
E poi c’è il nuovo ministro dell’economia Gualtieri che oltre a saper suonare la chitarra ha affermato di voler trovare risorse anche dalla spesa a deficit tenendosi tra ilo 2,04 di flessibilità avuto dal precedente governo e quanto da questi a suo tempo chiesto, il 2,4%. Affermazione poi confermata nella Nadef di questi giorni dove il deficit viene fissato al 2,2%.
Non si può pretendere di più. I tempi sono cambiati dal 2012 e tante scelte non possono essere messe in discussione come sarebbe stato possibile fare allora. Il tempo passa e le politiche economiche andrebbero adattate sempre alla situazione, così come dovrebbero cambiare le persone al comando. Negli Usa c’è la faccia pulita della Cortes, nella vecchia Europa, invece, si aspetta che coloro che a suo tempo decisero la giustezza degli equilibri di bilancio e dell’austerità, ovvero gli stessi che ancora prima avevano deciso per la moneta unica e per un’unione europea senz’anima, e che ancora prima di prima avevano deciso la separazione della politica monetaria dalla politica fiscale, adesso decideranno se è il momento di cambiare perché forse si è andati troppo oltre.
Anche noi siamo gli stessi e, come sempre, aspetteremo che gli stessi di sopra decidano come dovrà essere il nostro futuro.

La mossa della Bce

La mossa della Bce di alimentare il circuito monetario con un nuovo Qe e il rilancio dei tassi zero non raggiungerà molti risultati se non sarà seguita da una politica fiscale altrettanto accomodante da parte degli stati. E il richiamo a spendere di più è stato fatto dallo stesso Draghi, in particolare rivolto alla Germania che ha accumulato abbastanza negli ultimi anni per poter operare un cambio di politica interna.
Anche dal Fmi sono venute indicazioni in tal senso, è un bene accumulare e pensare ai bilanci durante le fasi espansive dell’economia ma lo è altrettanto spendere quando questa necessita di stimoli. Seguire i cicli porta ad un eccessivo riscaldamento oppure a maggiore contrazione e quindi lo stato dovrebbe sempre operare in fase anticiclica, cosa che dopo anni di ostentata austerità e divinizzazione dei vincoli di bilancio si fatica a fare.
Il primo paese a raccogliere la sfida dovrebbe essere, per forza di cose, la Germania. E’ la prima economia dell’eurozona e quella anche la più influente politicamente. Invece ancora una volta il governatore della Bundesbank Jeans Weidmann ha apertamente criticato le mosse della Bce in un’intervista al Bild che ha oltretutto titolato “il Conte Draghila succhia i risparmi tedeschi”.
Dimenticano i tedeschi che anche grazie alle politiche della Bce i loro bund vengono prezzati a tasso zero oramai da anni sui mercati finanziari. E che questo ha prodotto come risultato un sostanziale abbassamento degli interessi pagati sul debito. Dai 63 miliardi di interessi pagati nel 2012, infatti, sono passati a pagarne 30 miliardi nel 2018, un aiutino considerevole all’abbassamento del debito pubblico sotto la soglia del 60%, uno dei target previsto dai Trattati europei.
Debito che complessivamente dal 2012 è diminuito di oltre 200 miliardi di euro e a cui si devono aggiungere gli oltre 500 miliardi di titoli di stato acquistati dalla Bce che contribuiscono appunto a tenere sotto lo zero gli interessi da pagare al mercato.
Il prof. Cesaratto, economista dell’Università di Siena, disse in un’intervista a questo giornale (https://www.ferraraitalia.it/intervista-al-prof-sergio-cesaratto-economista-alluniversita-di-siena-123315.html) che il problema della Germania è che pur avendo i fondamentali per assumere una leadership europea e mondiale non potrà mai farlo senza scrollarsi di dosso l’egoismo che la caratterizza. Gli Usa, pur con tutte le loro contraddizioni, alimentano il commercio mondiale attraverso una continua richiesta di beni ed un persistente deficit della loro bilancia dei pagamenti. Perché se qualcuno produce e vende, qualcun altro deve pur comprare. La Germania vuole solo vendere ed accumulare e i suoi costanti surplus di bilancio estero ed interno rendono impossibile lo sviluppo di un’economia equilibrata sia all’interno dell’eurozona che mondiale.
Il piano green della Merkel appena varato riflette questo modo di pensare. Si prevedono 50 miliardi di spesa entro il 2023 e di 100 miliardi entro il 2030, il che fa all’incirca 10 miliardi all’anno. Assolutamente insufficienti allo scopo e ad un riequilibrio strutturale interno ed estero e che lasciano intravedere la solita attenzione ai bilanci, che vengono posti sempre davanti a tutto e nonostante i grandi accumuli di capitali fatti finora.
Di questi 50 miliardi poi solo 5 dovrebbero venire dall’Amministrazione pubblica, gli altri da investimenti privati. Insomma, permane tutto l’egoismo dell’accumulo e l’attenzione ai propri bisogni. Niente che faccia pensare alla volontà di assumersi le responsabilità derivanti dalla sua posizione egemonica e l’intenzione di voler abbandonare il loro modello mercantilista di sviluppo destabilizzante “export-oriented”.

E in Europa qualcosa cambia: l’assist di Mario Draghi per sostenere investimenti e occupazione

Mario Draghi questa volta ha accontentato tutti, tassi sempre più negativi e un nuovo quantitative easing da 20 miliardi al mese a partire dal 1° novembre prossimo. Erano stati 80 miliardi al mese nei momenti di crisi degli spread ma non si poteva ripresentare la stessa ricetta, troppa liquidità crea anche problemi oltre che risolverne alcuni e i banchieri avevano cominciato ad alzare le barricate.
Christine Lagarde troverà quindi avviato il processo di aiuto monetario all’economia dell’eurozona il che dovrebbe eliminare problemi con gli spread futuri. Soprattutto perché, per la prima volta, non è stato indicato il termine degli acquisti dei Titoli.
La borsa ha già festeggiato collocandosi oltre i 20.000 punti mentre lo spread è calato sotto i 140 punti in forte discesa verso il target dei 100. Anche i titoli bancari hanno seguito l’onda delle notizie provenienti dalla Bce e hanno allungato il passo.
Di più non ci si può attendere dalla politica monetaria e la mano passa adesso alla politica. La Germania è in recessione tecnica e si avvia a chiudere l’anno con un pil in crescita di uno striminzito 0,5% contro l’1,5% del 2018. Seguono previsioni fosche fino al 2021. La politica, a questo punto, potrebbe trovare il coraggio di emergere partendo proprio da questi dati.
Sia Mario Draghi che i più attenti politici ed economisti europei si aspettano che i tedeschi comincino a spendere perché, come ha avuto modo di dire anche l’economista Giulio Sapelli, la scintilla dovrebbe partire da lì per cominciare a discutere del superamento degli obsoleti parametri di Maastricht.
Vincoli come il fiscal compact e il tetto al deficit hanno creato continue tensioni in Europa alimentando le richieste sovraniste francesi passando per l’Italia e l’Ungheria e movimenti di destra pronti a cavalcare l’insoddisfazione popolare. E proprio in Germania l’aumento della spesa potrebbe essere il freno ai consensi che sta raccogliendo il crescente partito di ultradestra Afd, altro fattore che sembra possa spingere il governo ad un deficit di circa 50 miliardi in aperta controtendenza alle politiche di rigore finora operate.
Certo, si dirà, la Germania può permetterselo. In realtà potrebbero permetterselo tutti ma in ogni caso è il principio che conta. Spendere per stimolare l’economia ovvero lo Stato che opera in maniera anti ciclica. Un ritorno alle teorie keynesiane? Azzardato prevederlo adesso, ma anche Trump vorrebbe muoversi in tal senso e attacca Powell e la Fed che invece mantiene tassi positivi.
Intanto in Europa i più arditi cominciano a sperare addirittura in una revisione dello statuto della Bce per permetterle di operare a favore degli Stati in maniera automatica, comprando appunto i titoli di debito senza troppi vincoli. Di certo molti nodi sono giunti al pettine, è necessario un cambiamento in economia e molti se ne sono resi conto.
Troppe regole ingessano e impediscono agli stati di operare per riequilibrare i cicli sfavorevoli o contenere quelli che rischiano di essere troppo espansivi. In Europa dal 2008 ci si è affidati troppo alla convinzione che il pilota automatico potesse essere buono per tutte le manovre, ma questo non succede mai. I risultati ottenuti sono stati il consolidamento delle posizioni e quindi gli stati forti si sono ulteriormente rafforzati mentre quelli deboli continuano a barcamenarsi. Questo non poteva durare e sembra finalmente giunto il momento di reintrodurre il pilota, magari riscrivendo le regole.
Autorizzare maggiori spese in investimenti con conseguenti positive ricadute sull’occupazione e sul sociale nonché uscire fuori dalle logiche di spread e austerità attraverso gli interventi costanti della Bce potrebbe farci ritornare ad un dialogo politico più sereno e sicuramente costruttivo.

E ora l’Europa pensa agli euro bond per favorire le politiche sociali

L’Europa potrebbe riservarci qualcosa di nuovo nel prossimo anno. Christine Lagarde succederà a Mario Draghi alla presidenza della Bce ed ha annunciato di voler proseguire nelle politiche di alleggerimento quantitativo introdotte dal suo predecessore. Certo il quantitative easing (l’acquisto di titoli di debito pubblico da parte delle banche centrali) e i tassi zero stanno collezionando un bel po’ di critiche da parte dei banchieri centrali, le ultime pervenute dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann e dall’olandese Klaas Knot, apertamente contrari a questo tipo di politiche. Il punto, affermano questi ultimi, è che le politiche monetarie molto accomodanti sono state già ampiamente utilizzate e hanno dato i loro frutti.
I banchieri ritengono che continuare a inondare il mondo di liquidità porterebbe più problemi che soluzioni per cui i tecnici stanno pensando a soluzioni di compromesso come, ad esempio, rimandare il quantitative easing oppure limitarne gli acquisti da parte della Bce.
Sui tassi zero, invece, si discute dei danni che questi procurano agli Istituti di credito e, di riflesso, ai risparmiatori che si ritrovano a pagare per tenere i loro soldi in banca. In Germania si sta pensando di tutelare per legge i depositi fino a centomila euro proprio per evitare questi problemi e, contestualmente, lanciare un messaggio all’Istituto di Francoforte.
Ma fibrillazioni dei banchieri centrali a parte, il momento sembra essere propizio per importanti cambiamenti nelle regole di bilancio europee perché Lagarde ha parlato anche di condivisione dei rischi e quindi, in sostanza, di euro bond, sul modello dei T-Bond americani. Cioè mettere in comune i rischi legati ai debiti sovrani, il che allenterebbe le tensioni sui debiti pubblici e permetterebbe una maggiore concentrazione sulle politiche sociali e del lavoro, ovvero si potrebbe dare maggiore possibilità alle politiche espansive.
Il perché oggi sembra essere più semplice immaginare politiche monetarie accomodanti è presto detto. Mario Draghi lanciò il quantitative easing in ritardo rispetto agli Usa e al Giappone a causa dell’opposizione della Germania con il vento in poppa in economia grazie all’ottimo andamento delle esportazioni. Oggi invece è in difficoltà e un po’ tutti in Europa sono in recessione tecnica compresi i paesi centrali, tra cui appunto la Germania.
Come ha rilevato l’istituto federale di statistica tedesco, sono in calo gli ordini manifatturieri del 2,7% rispetto a quelli del mese precedente e del 5,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In calo anche la domanda estera del 4,2% rispetto al mese precedente dovuto soprattutto alla guerra dei dazi in corso e alla misure protezionistiche messe in atto dagli Usa che danneggiano il settore automobilistico.
Il Pil tedesco è visto in ribasso, la Bundesbank parla apertamente di recessione tecnica, ed ecco che oggi è possibile ciò che non era possibile quando a soffrire erano i paesi mediterranei. Di necessità virtù, altre soluzioni al momento non ci sono e quindi è bene incanalarsi nel solco del “cambiare da dentro” l’Europa del rigore e dei bilanci in ordine.
L’Italia con il cambio di maggioranza al governo va in questa direzione. Ritorna il Partito Democratico, da sempre sulla scia delle politiche di Bruxelles, e sparisce l’euroscetticismo confusionale della Lega. Operazione benedetta dai mercati che vedono il Ftse Mib lanciato verso i ventiduemila punti e lo spread scendere sotto i 150 punti. Ma apprezzata anche dagli italiani, visto che un recente sondaggio di Milano Finanza attribuisce oltre il 44% di consensi al Conte bis.
In ogni caso sarebbe da ricordare sempre che ciò che è buono per mercati e finanza non è necessariamente un bene per la gente comune ma, come dicevamo sopra, quello che potrebbe succedere nel prossimo anno è il meglio che la dirigenza politica europea ci può offrire. Un piccolo miglioramento, forse illusorio, perché c’è bisogno di alleviare le sofferenze ai grandi e quindi c’è speranza che qualcosa possa arrivare anche ai piccoli. Una specie di trickle down (gocciolamento verso il basso), come quando si sono dati soldi alle banche con la speranza che qualcosa arrivasse anche alle famiglie oppure come quando si vuole introdurre la flat tax sperando che i milioni risparmiati in tasse dai ricchi diventino investimenti e posti di lavoro per i meno fortunati.

L’economia capovolta

Nell’era dei tassi zero gli investitori pagano per investire in titoli di stato.
Fino a poco tempo fa si parlava di una normalizzazione della politica monetaria. Sembrava si stesse ritornando a tassi di interesse positivi e archiviando definitivamente il programma di quantitative easing, cioè di quello stimolo monetario da 2.600 miliardi di euro emessi dalla Bce a favore delle banche con la speranza che queste aumentassero i prestiti a famiglie e aziende il che avrebbe aumentato la liquidità in circolazione e riportato un po’ di inflazione.
Di seguito possiamo apprezzare l’imponenza del programma e la produzione di moneta effettuata dalla Bce

La maggior parte è stata utilizzata per l’acquisto di titoli di stato nel mercato secondario, tra il 9 marzo 2015 e il 19 dicembre 2018 infatti, l’Eurosistema ha effettuato acquisti netti di titoli del settore pubblico (Pspp in blu). Il resto è stato utilizzato per acquisti di obbligazioni societarie nel settore aziendale (Cspp in giallo tra l’8 giugno 2016 e il 19 dicembre 2018), per acquisti di titoli garantiti da attività (Abspp in verde tra il 21 novembre 2014 e il 19 dicembre 2018 e per acquisti di obbligazioni garantite (Cbpp3 in rosso tra il 20 ottobre 2014 e il 19 dicembre 2018).
Tutto sembrava sul punto di essere archiviato, almeno fino a qualche giorno fa. Poi Mario Draghi ha dichiarato a Sintra in Portogallo, dove si trovava per il simposio delle banche centrali: “Il programma di acquisto di asset (appunto il quantitative easing, ndr) ha ancora uno spazio considerevole … Ulteriori tagli dei tassi e misure per mitigare qualsiasi effetto collaterale continuano a far parte degli strumenti a nostra disposizione. In assenza di un miglioramento, al punto che sia minacciato il ritorno di un’inflazione sostenibile ai livelli desiderati, sarà necessario un ulteriore stimolo”.
Quindi si apre la strada ad un’eventuale nuovo programma di acquisto di Titoli di Stato sul mercato secondario, ovvero quelli detenuti dalle banche, oltre che mantenere la linea dei tassi zero. La Fed, dal canto suo, paventa un taglio dei tassi dello 0,25% dall’attuale 2,5%, facendo di fatto cadere l’annuncio di novembre scorso relativo ai due aumenti programmati per il 2019.
Operazioni che indicano il cattivo stato dell’economia, o almeno quello che le banche centrali si aspettano sarà il trend, per cui corrono ai ripari e si preparano al peggio. Nel frattempo si è registrata una fuga dal mercato azionario e, come riporta Ilsole24ore nelle sue analisi, da inizio anno i fondi obbligazionari hanno raccolto 199 miliardi di dollari netti di sottoscrizioni a fronte di riscatti per 151,9 miliardi di dollari dei fondi azionari. Non si è mai vista prima d’ora una rotazione di portafoglio tanto marcata stando a un’elaborazione di Bank of America Merrill Lynch.
In pratica una conferma da parte degli investitori che quando percepiscono segnali negativi tendono a dirigersi su asset ritenuti più sicuri, anche a costo di non guadagnare, che è sempre meglio che rischiare di perdere. Ed infatti molte obbligazioni e titoli di stato non pagano interesse. Il bund tedesco, ad esempio, è sceso a – 0,33% e in generale ci sono quasi 13mila miliardi di dollari di titoli che, a scadenza, ripagano l’investitore con una cifra inferiore al capitale iniziale, cioè vale a dire che gli investitori pagano per prestare i loro soldi. Un quinto degli oltre 53.500 miliardi della capitalizzazione mondiale dei bond non paga interessi.
Bisogna tener presente che in genere vengono indicati i tassi nominali, cioè non depurati dell’inflazione. I tassi reali sono infatti sottozero da anni. In Europa, ad esempio, solo Italia e Grecia oggi pagano tassi reali positivi insieme a un buon numero di Paesi emergenti
E questo succede quando il sentiment è negativo. Guerra dei dazi, incertezze geopolitiche e atteggiamento prudente da parte delle banche centrali creano una certa avversità al rischio e all’investimento in generale. Quando ci si aspetta che le cose peggiorino si assume un atteggiamento attendista e ci si rivolge al mondo obbligazionario. Meglio avere in tasca un titolo di stato piuttosto che detenere altre forme di investimento, seppur potrebbero sembrare più redditizie. Un po’ come confermare che gli investitori, quelli seri, sanno perfettamente che uno Stato ripaga sempre il suo debito. Tanto convinti che sono pronti a rimetterci dei soldi pur di avere i loro titoli in portafoglio.
Più che economia, in fondo, è psicologia.

I minibot spiegati in modo chiaro

Per comprendere i minibot è necessario comprendere ciò che viene prima.
Un’economia è la somma delle transazioni che la costituiscono. Una transazione non è altro che uno scambio di merce o servizio all’interno di un sistema economico.
Le transazioni avvengono all’interno di un determinato mercato e poiché esistono diversi tipi di mercato (ad esempio frutta, azioni o valute vengono scambiati all’interno dei loro rispettivi mercati) è la loro somma che costituisce l’economia.
Ad effettuare le transazioni sono i cittadini e le imprese oppure le banche e lo Stato. Tutti scambiano, i cittadini comprano scarpe dal calzolaio ma anche lo Stato compra anfibi per le sue Forze Armate. Le banche comprano scrivanie per i loro impiegati e vendono consulenze allo Stato. I cittadini sono impiegati dalle imprese, dalle banche e dallo Stato e da essi ricevono uno stipendio oppure acquistano dei servizi. Tutto avviene all’interno del sistema economico, viene conteggiato sotto il nome di Prodotto Interno Lordo e questo viene poi messo in relazione al debito pubblico dello Stato.
Per convenzione si è deciso qualche millennio fa di effettuare questi scambi, queste transazioni, utilizzando un mezzo denominato moneta.
La moneta più vicina alla nostra comprensione è il biglietto da 5 fino a quello da 500 euro oppure le monete in circolazione che vanno da 1 cent. a 2 euro. Quando invece paghiamo la camicia nuova con il bancomat stiamo utilizzando il nostro conto corrente, moneta elettronica insomma. Attraverso un sistema di compensazione il nostro conto corrente diminuirà di 100 euro mentre quello del negoziante aumenterà dello stesso importo.
Del primo tipo di moneta, cartaceo e metallico, ne viene emesso davvero poco rispetto all’economia in cui viene immesso, ed è autorizzato a farlo solo una Banca Centrale.

Come si può vedere dal grafico (fonte Banca d’Italia) in questo momento ne abbiamo in circolazione poco più di 181 miliardi. Somma che è conteggiata come passivo e quindi debito pubblico. Per intenderci, il debito dello Stato italiano ammonta a 2.315 miliardi comprensivo della moneta cartacea e metallica di cui sopra. Se togliessimo dalla circolazione quei soldi il debito pubblico scenderebbe di 181 miliardi portando il suo rapporto con il Pil al 123%, più o meno.
Chiaramente si potrebbe anche pensare di non toglierli dalla circolazione ma, per esempio, restituirle alla Bce e decidere di immettere nel nostro sistema economico la stessa cifra senza però conteggiarla come debito, magari seguendo le orme delle 500 lire create qualche decennio fa da Aldo Moro. Ma questo non è possibile perché l’emissione di moneta a “corso forzoso” oggi può farla solo la Bce. A corso forzoso vuol dire che una volta emessa tutti i cittadini devono accettarla in pagamento delle obbligazioni che sono insite in ogni transazione. Pago 1 euro per estinguere l’obbligazione contratta quando ho chiesto il quotidiano all’edicolante.
Riepilogando, fino ad adesso abbiamo individuato due tipi di moneta utile per le transazioni e quindi per tenere in piedi l’economia: quella della Bce e quella elettronica che si muove attraverso il sistema bancario delle compensazioni.
La parte più importante dell’economia è costituita da una terza forma di moneta: il credito.
Il credito compare quando si ha voglia di comprare qualcosa che normalmente non potremmo permetterci tipo una casa, un’auto o una ristrutturazione dell’appartamento. Si chiede un prestito ad una banca che eroga appunto quella forma di moneta che si chiama credito e che quando arriva al richiedente diventa debito.
Questa transazione, richiesta credito, si chiude alla restituzione del prestito più gli interessi. Nel frattempo quel credito permette al debitore di effettuare un certo numero di transazioni e ogni volta che lui spende crea un reddito per chi gli avrà venduto qualcosa. Il credito, quindi, permette di muovere l’economia, permette le transazioni. Permette che queste continuino e non si fermino causando una crisi (economica).
La somma di tutti i crediti delle banche diventa sostanzialmente l’ammontare complessivo del debito privato dei cittadini e delle imprese.
In ogni caso quando una persona, o un soggetto qualsiasi, all’interno del sistema economico di riferimento, spende, questa spesa diventa reddito per qualcun altro.
Il credito è dunque creato dalle banche che, se lasciate a se stesse o al mercato e ai cicli economici, lo faranno in funzione dei propri interessi e solo quando l’economia va bene. Questo per assicurarsi di rientrare di quanto emesso e relativi interessi, il che non è sbagliato ovviamente.
Quando il ciclo è positivo, è soprattutto il credito ad oliare il circuito e a farlo scorrere regolare, le transazioni avvengono e la produttività generale cresce. Alcuni vendono e altri acquistano. Alcuni producono e altri usufruiscono volentieri di quanto prodotto.
È importante dunque che le persone spendano, che abbiano abbastanza moneta in tasca o in banca o sotto il materasso per poterla utilizzare, perché il fine è far girare l’economia, non la moneta utilizzata per farla girare. La spesa di qualcuno diventa reddito per altri che a loro volta potranno spendere ed acquistare alimentando positivamente il ciclo. Fino a quando l’olio finisce o scarseggia e la macchina si inceppa, ovvero fino a quando si entra in un ciclo economico negativo (crisi economica).
Spero a questo punto di aver chiarito alcuni aspetti della faccenda, ovvero: l’economia si basa sugli scambi, per fare gli scambi in un sistema economico basato sulla moneta è fondamentale avere… moneta. Tutta la moneta che viene fornita ai cittadini è a debito, crea debito pubblico oppure debito privato. Comunque crea debito. E per avere moneta qualcuno la deve fornire, magari con regolarità, oppure preoccuparsi di controllare che il flusso sia regolare.
Poi abbiamo compreso che la moneta esiste sotto varie forme e che tutte quelle attuali sono debito ma anche reddito e che tutte servono allo stesso scopo: permettere gli scambi. Inoltre, che i cittadini e le imprese non possono creare moneta ma solo spostarla.
Io spererei che avessimo chiarito implicitamente anche un altro aspetto: la moneta non ha un valore in sé ma serve in funzione di qualcosa, ha uno scopo che è quello di far girare l’economia. E che l’economia è la somma delle transazioni che avvengono in un determinato sistema economico, cioè le transazioni determinano il Pil di una Nazione.
E ai più attenti non sarà sfuggito che il fine ultimo di tutti queste parole che ho scritto è per dimostrare che ciò di cui un popolo necessita è la produttività generale del sistema, cioè produrre beni e servizi da potersi poi scambiare, perché ognuno di noi non è autosufficiente. Il fine non è la moneta, il mezzo di pagamento, ma la possibilità di avere accesso a beni e servizi prodotti. Di poterseli scambiare.
Se riusciamo ad avere un punto di partenza accettato da tutti, cioè se riusciamo ad essere semplicemente logici, allora possiamo passare al punto successivo e che ci riporta al titolo di questo articolo: i minibot.
Non è importante se i minibot creino debito pubblico o meno, perché non è la domanda giusta da porsi. L’importante è uscire dalla crisi economica e quindi fornire ai cittadini un mezzo che possa far riprendere gli scambi. Un mezzo che possa rendere accessibile i beni prodotti a chi li vorrebbe acquistare. Se si accettasse semplicemente il presupposto dei minibot poi si potrebbero sviluppare i Certificati di Credito Fiscale, se dovessero piacere di più. Oppure tante monete complementari secondo gli insegnamenti dell’economista belga Bernard Lietaer. Ma anche sviluppare un sistema completamente nuovo e proposto addirittura dal Pd o da Forza Italia.
Oggi il problema non sono i minibot, ed è totalmente inutile andare ad analizzare se possano creare debito o meno oppure se siano simili ai soldi del monopoli, come dice qualcuno. Perché qualsiasi moneta è tale se viene accettata come pagamento, come diceva l’economista Nando Ioppolo. Ma se devo preservarmi la possibilità di poterla utilizzare a mia volta, allora deve essere lo Stato a darle validità. Quindi la deve accettare in pagamento delle tasse, cosa che in questo caso sarebbe garantito. E se lo Stato accettasse in pagamento delle tasse i soldi del monopoli allora anche questi sarebbero buoni per acquistare le scarpe o la frutta.
Sarebbe invece carta straccia la banconota firmata da Draghi se non fosse garantita dallo Stato. Ricordate quando con i gettoni telefonici ci si poteva comprare il gelato? Succedeva perché poi le persone li accettavano come resto, e perché tutti, prima o poi, entravamo in una cabina telefonica per telefonare ridandoli alla Sip (Società Italiana Per le Telecomunicazioni).
Creano debito? Crea debito pubblico la moneta emessa da Draghi, eppure non ci poniamo il problema. E creano debito tutte le monete che devono essere restituite a qualcuno ma non abbiamo mai pensato di farle emettere direttamente dallo Stato. Ci sono debiti che accettiamo e altri che rifiutiamo, chiediamoci il perché e rivediamo le nostre priorità. Magari la nuova scoperta ci piacerà.
Come scrive l’economista Marco Cattaneo, “Sì, i minibot possono creare debito.”
“Ma non secondo Maastricht Debt,” continua, “che è l’unico rilevatore per i parametri di controllo presi in considerazione nell’ambito dell’Eurozona.”
Lo creerebbero per perdita di gettito fiscale se chi lo ricevesse lo utilizzasse immediatamente per pagarci le tasse, ma a questo punto lo Stato lo potrebbe cedere ad altri per tentare di far partire il ciclo.
Di sicuro non sono illegali perché circolerebbero su base volontaria aggirando i vincoli della Bce.
Ma se solo la Bce può creare moneta, se gli Stati devono attenersi scrupolosamente ai parametri europei e se le banche devono essere libere di creare credito allora vuol dire che non si può oliare il circuito economico e quindi permettere all’economia di risollevarsi attraverso l’aumento delle transazioni. Quindi si sta legalizzando la crisi economica e rendendo illegale cercare vie d’uscita. Ed è questo che dovrebbe sembrare pazzesco, di questo si dovrebbe parlare.
Smettiamo di chiederci se i minibot creano debito o se sono moneta. Sono discorsi inutili e non portano a niente se non alla confusione e all’inasprimento dei rapporti sociali. Chiediamoci piuttosto se vogliamo uscire o meno dalla crisi.
E se qualcuno pensa che si possa farlo senza un intervento degli stati e delle banche centrali allora ci sta prendendo in giro. Perché è vero che potremmo farlo. Seguendo la strada indicata dai mercati, dallo spread e dalla finanza: l’austerity e i sacrifici (nostri). Possiamo continuare a vivere immersi in cicli economici altalenanti e distruttivi e soprattutto continuare a spostare sempre più ricchezza reale dalla maggioranza dei cittadini ad uno sparuto gruppo che muove i fili e ci dà in pasto argomenti come: i minibot creano debito?
Potremmo… ma vogliamo veramente farlo?

Per crescere all’Italia servono meno letterine e più spesa pubblica

Calo del Pil e aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo in sintesi il motivo per cui il debito non scende e l’Europa manda letterine.
Nel primo caso è presto detto. Per fare un bel matrimonio devi spendere, per rendere felici gli invitati e magari per ricevere bei regali in cambio. Perché ci possa essere crescita bisogna spendere in investimenti, opere pubbliche, assunzioni e magari incentivare aumenti di stipendio.
Ovviamente, quando si lanciano i semi sul terreno poi bisogna aspettare che l’albero cresca ed è inutile nel frattempo piangere sui semi versati. I frutti ci saranno ma bisognerà aspettare. Quindi l’investimento oggi, sotto qualsiasi forma si decida di farlo, produrrà frutti tra qualche anno ma nel frattempo il debito crescerà perché quegli investimenti saranno il risultato di una spesa dello Stato.
Ciò che serve è allentare la borsa, aumentare i deficit per fare investimenti e fare in modo che le persone abbiano più soldi da spendere. Poi si aspettano i risultati che non potranno arrivare prima di due o tre anni almeno.
Impossibile contabilizzare annualmente gli investimenti e stupido pretendere di fare questi conti anno per anno. Quindi quello che non funziona, come sempre in questa Europa, è il metodo e l’ossessione per il debito e la spesa dello Stato conteggiata anno su anno e nelle previsioni per gli anni a seguire. Il problema non è certo il governo di turno, soprattutto se si pretende che l’unica cosa che debba fare e accondiscendere i mercati e controllare se i bilanci siano in linea con le attese dei fantomatici investitori. L’impedimento alla crescita viene dalle regole economiche che si pretende debbano essere in posizione privilegiata rispetto alla politica.
Il secondo caso contempla gli interessi che annualmente si pagano sul debito pubblico. Anche qui si guarda al dito e non a quello che il dito mostra. Il debito cresce perché non migliora il rapporto con il Pil, cioè se è vero quanto abbiamo detto ai precedenti punti, sarà vero anche che il debito è destinato a crescere.
Si potrebbe però abbatterlo in tanti modi. Vendendo i btp attraverso aste competitive piuttosto che aste marginali (vedi precedente articolo qui I continui autogol nella partita degli interessi sul debito), oppure si potrebbe non considerare nel conteggio del debito i btp già riacquistati e in possesso della Banca Centrale. Ancora, si potrebbe incentivare l’acquisto dei btp da parte delle famiglie e aziende italiane seguendo il modello giapponese oppure si potrebbe concordare con gli altri paesi dell’eurozona un efficace e costante intervento a sostegno dei debiti pubblici da parte della Bce, sul modello giapponese, americano, coreano, svedese, ecc…
E si potrebbe soprattutto pensare seriamente alla crescita. Ma bisognerebbe rilanciare gli investimenti. E per rilanciare gli investimenti potrebbe seriamente intervenire una Banca comune europea che lo faccia “senza scopo di lucro” perché agirebbe come una banca pubblica e quindi si dovrebbe preoccupare che gli investimenti vengano effettivamente fatti sui territori, e non certo di riavere indietro gli interessi su quanto prestato.
E poi si potrebbe aumentare la liquidità in giro con l’idea dei mini bot, oppure con i certificati di credito fiscale. Ovvero strumenti che potrebbero essere paragonati ad una moneta parallela. Strumenti che permetterebbero l’aumento degli scambi all’interno della Nazione senza creare debito perché funzionerebbero come una moneta complementare e non si toccherebbe l’euro. Ma anche qui parte la litania dello spaventare i mercati e gli investitori.
Siamo all’isteria. Non è più nemmeno possibile immaginare delle soluzioni che, ancor prima che qualcuno si spaventi realmente, ci pensa Ilsole24ore a mettere in guardia, a frenare qualsiasi possibilità di scostamento dalla linea tracciata dai padri fondatori della gabbia neoliberista.

Il consiglio è sempre lo stesso. Provare a capire chi si sta difendendo quando si rifiuta di prendere in considerazione strade diverse, quando si attacca chi propone qualcosa di nuovo e si impone la strada vecchia. La stessa che sta distruggendo la nostra economia e costringe uno Stato a programmare l’esistenza dei suoi cittadini affinché siano in grado di pagare dai 50 ai 70 miliardi di interessi all’anno, quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.
Tutti i modi per aumentare il benessere dei cittadini passano da decisioni politiche e non da regole tratte dal manuale del piccolo economista. Tante soluzioni o strade che sarebbe possibile seguire, o tantomeno discutere, affinché la crescita sia non solo possibile ma anche equa e costante e che si basi su cooperazione e condivisione piuttosto che su mercati finanziari, borse, guerre commerciali, competizione e letterine dei soliti noti.

Dalle clausole di salvaguardia al Fiscal Compact l’Europa ci chiede ancora soldi

Il 2019 sarà fondamentale dal punto di vista della tenuta dei conti pubblici futuri principalmente in ordine a due questioni: le clausole di salvaguardia e il Fiscal Compact.
Nel primo caso sarà necessario trovare 20 miliardi al fine di bloccare l’aumento dell’iva mentre nel secondo un po’ più di 1.200 miliardi distribuiti sui prossimi 20 anni se il Fiscal Compact dovesse essere incorporato, come previsto, nell’ordinamento giuridico dell’Ue entro il primo semestre del 2019.
Tutto questo non per colpa di questo Governo ma semplicemente perché “ce lo chiede l’Europa”.

Le storie
Di clausole di salvaguardia si comincia a parlare molto tempo fa, addirittura durante l’estate del 2011 cioè nel periodo della manovra finanziaria dell’allora Governo Berlusconi.
In quel periodo, come qualcuno ricorderà, andava molto di moda la parola default, si parlava cioè del pericolo che lo Stato italiano potesse dichiarare l’impossibilità di rimborsare i Titoli del debito pubblico causa aumento eccezionale dello spread che, ad Agosto 2011, era arrivato quasi a toccare i 400 punti dai circa 100 registrati a inizio anno. Al 10 novembre sarebbe poi arrivato a 572, data del memorabile “Fate presto” del sole 24 ore.
Il sen. Mario Monti, in un’intervista televisiva a inizio 2013, dichiarò che 100 punti di spread costavano allo Stato, e quindi ai cittadini italiani, 20 miliardi di risparmi. In realtà l’affermazione era frutto di un calcolo abbastanza grossolano (sicuramente “voluto” e per semplificare) in quanto non teneva conto che l’aumento del tasso di rendimento conseguente all’aumento dello spread non andava applicato su tutto il debito pubblico ma solo sulla parte in btp, titoli a lunga scadenza, e quindi su circa (allora) 1.500 miliardi. Inoltre, non veniva detto che ovviamente si parlava di nuovo debito in scadenza e da rinnovare e che sarebbe stato spalmato sugli anni a venire e quindi che i costi maggiori si sarebbero palesati almeno dopo 4-5 anni.
In conclusione una cifra plausibile di quanto sia potuto costare la democrazia potrebbe essere circa 40 miliardi spalmati su un decennio. E questo per un Paese che conta un pil di circa 1.700 miliardi ed è tra le prime 9 potenze economiche mondiali.
In ogni caso il momento era grave, e Berlusconi non poté fare altro che stringere un patto con l’Unione Europea al fine di poter approvare le misure previste nella sua manovra. Pena la crisi dei conti pubblici, un po’ quello che è successo con l’ultimo Governo quando è andato a chiedere un deficit del 2,4% ma stavolta risoltosi in maniera meno drammatico e con un accordo tra le parti.
All’epoca Berlusconi dovette invece capitolare all’attacco orchestrato dai mercati, anche perché Il “wathever it takes” di Mario Draghi era ancora lontano da venire. L’intervento della Bce arrivò solo un paio di anni dopo (a differenza degli interventi più tempestivi della Fed, della Boj e della Banca Centrale inglese), a suggello della constatazione dell’ovvio: non serviva l’austerity ma un intervento di politica monetaria per riequilibrare i conti.
Con le clausole di salvaguardia il Governo si impegnava a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.
Il Governo Berlusconi resse fino a novembre quando il picco dello spread e la minaccia del default sul debito pubblico (che senza una Banca centrale di proprietà non era gestibile, come abbiamo visto) presero il sopravvento, poi lasciò il governo del Paese a Mario Monti e alla sua schiera di “tecnici”, ad anni di tagli e di riforme lacrime e sangue, tra cui la riforma delle pensioni del Ministro Fornero, che potrebbe essere arrivata al capolinea nel caso l’attuale governo giallo-verde sopravvivesse a se stesso, cosa non scontata.
Ed è dunque dall’insediamento di Monti che i governi cercano, annualmente, di reperire i fondi necessari per disinnescare e sterilizzare parzialmente e temporaneamente le clausole di salvaguardia Iva. Un regalo indigesto che si rinnova di anno in anno e che ogni Governo fatica sempre più a passare a quello successivo.
Ma se 20 miliardi possono sembrare tanti pensate a quelli che bisognerà sborsare per il Fiscal Compact. Il Trattato, denominato appunto Fiscal Compact, è entrato in vigore il 1° gennaio 2013, quando cioè fu ratificato da dodici Paesi dell’Eurozona (Austria, Cipro, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Grecia, Italia, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Slovenia). L’Italia lo ha ratificato con la legge n. 114 del 23 luglio 2012. In seguito fu ratificato da tutti gli altri.
L’art. 16 del Fiscal Compact prevede che, al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del Trattato stesso (e dunque, entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, siano adottate le misure necessarie per incorporarne il contenuto nella cornice giuridica dell’Ue.
Quest’anno, come si legge sul sito della Camera dei Deputati, il Parlamento europeo e il Consiglio sono invitati ad adottare la proposta di incorporazione del Fiscal Compact nell’ordinamento giuridico dell’Ue entro il primo semestre del 2019. Insomma bisogna sbrigarsi, darsi da fare per… aumentare i nostri problemi dicendo però che li stiamo risolvendo.
Il Fiscal Compact prevede che i debiti pubblici non debbano eccedere il 60% del rapporto con il pil e per l’Italia, che è al di là del doppio consentito e registra un debito pubblico di oltre 2.300 miliardi, significa dover restituire qualcosa come 50-60 miliardi di euro all’anno (in misura decrescente) per 20 anni che ovviamente ogni Documento di Economia e Finanza dovrà prevedere e ogni legge di bilancio dovrà sostenere.
Sommati Clausole di Salvaguardia + Fiscal Compact fanno dunque circa 70-80 miliardi all’anno da aggiungere ai nostri saldi primari, ovvero al bilancio dello Stato prima degli interessi. Attività reali che dovranno essere oggetto di tagli ad uso di attività finanziarie.

Riflessioni
Il punto non è ovviamente, e spero che non vi sia sfuggito, dove trovare tali risorse. A tutti è chiaro che saranno i cittadini a pagare il prezzo delle decisioni prese ai tavoli di Bruxelless e Francoforte e dovremo farlo accettando aumenti di tasse e contenimento delle spese da parte della Pubblica Amministrazione, cioè meno ospedali, scuole, strade, investimenti, pensioni e salari. E anche meno democrazia, visto che il Movimento 5 Stelle si sta affrettando a promuovere la sua ricetta del risparmio anche nei confronti del numero dei parlamentari che porterà ad un astronomico risparmio di 500 milioni. Come tentare di svuotare il mare con un cucchiaio.
Nel 2011 l’Italia era sotto attacco della speculazione e per un possibile aumento del debito futuro di (forse) 40 miliardi ci siamo addossati l’onere di trovarne 20 subito. Nel 2013 si accettò il Fiscal Compact perché gli interessi sui debiti sovrani non cessavano di crescere e questo portò a pensare che l’euro come valuta stesse arrivando al capolinea.
Ma risolto il perché e chiarito che tutto quello che ci viene tramandato come un dogma è solo il frutto avvelenato di trattati di cui molti firmatari si stanno in larga parte pentendo (Il fiscal compact l’ha definito sbagliato Berlusconi, Fassina, Renzi, Grillo, Meloni e Salvini ma stranamente non si registrano azioni concrete sulla strada della sua cancellazione), perché non cominciare a discutere dell’opportunità di queste regole piuttosto del come trovare i soldi?
Sia le clausole di salvaguardia che il Fiscal Compact sono accordi che derivano in larga parte dalla paura dei debiti pubblici instillata in Europa dalla Germania. Una paura che serve sostanzialmente per imporre a paesi come l’Italia riforme strutturali che servono a far funzionare in maniera autonoma mercati e finanza, non certo a ricercare il benessere per i cittadini europei.
Un’Europa politica non esiste come non esiste una condivisione di valori sui quali costruire un nuovo Stato che sostituisca quelli esistenti. Questa Europa che si fonda sulla competizione tra gli Stati è tenuta insieme esclusivamente da una politica monetaria completamente disgiunta dagli interessi dei popoli, ma accomunati dal terrore del debito pubblico che permette la ratifica di richieste inutili ed assurde.
Fuori da questo schema tutto nostro non esiste un Paese normale che sia stato chiamato a ripagare il debito pubblico. Ciò che l’anomalia dei principi su cui si basano i Trattati Europei ci sta’ regalando è solo un futuro peggiore del presente, per la prima volta nella storia dal secondo dopoguerra. Un futuro di disoccupazione e di diritti negati.
In altri stati il debito pubblico si affronta come si conviene e per quello che è. Ci si preoccupa sostanzialmente di rinnovare i Titoli di Stato in scadenza e si riesce ancora a fare un minimo di distinzione tra contabilità e vita reale. Rinnovare il debito è una cosa sempre possibile anche se hai un debito che sfiora il 260% come in Giappone, perché il debito pubblico è un fatto contabile e così viene affrontato nel mondo. Quando lo Stato spende costruisce ospedali e scuole o paga pensioni e stipendi e quindi la sua spesa diventa un credito per i cittadini che lo ricevono. Senza un debito contabile di qualcuno non ci potrebbe essere il credito contabile di qualcun altro. Una Nazione per sopravvivere in dignità ha bisogno di una costante spesa da parte dello Stato.
Nei Paesi dell’eurozona si sono firmati accordi che prevedono il governo dei mercati finanziari, accordi che certo conoscono bene anche gli altri paesi nel mondo. Ma da noi abbiamo anche reso indipendente la Banca Centrale Europea dopo avere declassato le nostre banche centrali nazionali, rendendo di fatto incontrollabile spread e interessi sul debito, fenomeni che solo a casa nostra, indubbiamente, sono diventati per questo un problema.
Un problema creato ad arte e non fisiologico o naturale, un problema dovuto alla natura distorta della normativa europea intenta a tutelare interessi diversi da quelli dei cittadini. E se l’Europa è indubbiamente la nostra casa non vuol dire che debba esserlo anche l’Unione Europea.

In copertina: illustrazione di Carlo Tassi

Titoli di Stato: non sono loro il pericolo per le banche

Nei tempi moderni, con comici meno geniali di Charlie Chaplin, uno dei problemi della banche è la loro ‘esposizione’ in titoli di Stato. Le banche italiane hanno in pancia circa 400 miliardi di titoli italiani per una percentuale di oltre il 10,7% del totale degli attivi. Rispetto ad altri Paesi europei una specie di primato, la Spagna, ad esempio, arriva solo a circa 200 miliardi per un 7,6% del totale degli attivi.


Esposizione in titoli domestici delle banche europee. Dati in miliardi di euro, scala sinistra e in percentuale, scala destra (Fonte: grafico elaborato da Ilsole24ore su dati Bce)

Ovviamente parliamo soprattutto di titoli a lunga scadenza perché è su questi titoli che si concentra l’altalena dello spread e soprattutto la speculazione, che per poter guadagnare dalle variazioni di prezzo ha bisogno di operare su lunghi periodi di tempo.
Quando lo spread sale il prezzo dei titoli cala e di conseguenza ha effetti negativi sul capitale di vigilanza delle banche, ovvero sul cosiddetto Cet1 Ratio, quel parametro che serve a misurare la solidità di un istituto. Per effetto dello spread in rialzo nel 2018, ad esempio, Intesa Sanpaolo ha ridotto la sua capitalizzazione di 45 punti mentre Unicredit di 39 punti; Ubi Banca di 52; Banca Mps di 67; Banco Bpm di 70 punti (fonte: Ilsole24ore).
Ovvia conseguenza di tale situazione è una perdita del valore degli istituti bancari anche sulle borse dove, appunto, i titoli bancari stanno registrando perdite continue contribuendo alla perdita generale di capitalizzazione delle stesse.
Eventi che si vuole far passare come eccezionali, distribuendo genesi e colpe e mistificando la semplice normalità di un sistema lasciato a se stesso. Tutto si dice e si scrive, tranne ammettere che quanto accade è la logica conseguenza della scelta di affidarsi alle dinamiche del mercato piuttosto che all’indirizzo statale e ai bisogni reali della maggioranza delle persone, che ha generato, tra le tante conseguenze, anche quella dell’instabilità bancaria e dell’insicurezza dei risparmiatori.
In un sistema del genere i titoli di Stato, utilizzati per finanziare lo Stato attraverso lo strumento delle Banche Centrali nate per garantire e rendere sicuro il debito del “sovrano”, diventano spazzatura e fonte di preoccupazione. Il tutto, per quelli attenti, a volte si confonde con la mistificazione politica.

I giornali e le pagine finanziarie si fermano ai dati tecnici, raccontano di come o cosa fare per ridurre l’esposizione dei titoli di stato al fine di evitare che le banche diventino troppo fragili e siano troppo esposte ai mercati, ma non arrivano alla scelta di base. I mercati sono amici del sistema e anzi tutti, dalla banca centrale europea a Bankitalia, dai rappresentanti europei a quelli nostrani, fanno a gara per tutelarli e lasciarli quanto più indipendenti si possa immaginare. Perché tutti, in particolare prima delle elezioni, ci tengono a dichiararsi liberali o liberisti, non senza la necessaria confusione semantica, perché nell’immaginario collettivo oltre il liberale e il liberista c’è il fascista o il comunista passando per il populista e il sovranista. Insomma quello che ci dicono realmente è: tranquilli noi vogliamo che tutto rimanga esattamente com’è adesso, anche le vostre lamentele.
Di conseguenza nessuno affronta seriamente il fatto che il problema nasce dalla scelta che il prezzo dei titoli di stato debba farlo il mercato, nessuno lo mette in discussione e nessuno dà i necessari spazi di discussione, o di democrazia, per rielaborare la scelta e quindi, di grazia, perché poi lamentarsi?

E come sostituire i 400 miliardi di titoli di stato in pancia alle banche? Potremmo fare come suggerisce il movimento internazionale Positive Money, molto attivo in Gran Bretagna, e quindi assicurare una specie di ‘pareggio di bilancio’ tra attivi e passivi, cioè prestare solo quello che si ha in cassaforte. In parole povere le banche dovrebbero avere tanti risparmi per quanti prestiti hanno intenzione di fare, ma a me piace utilizzare la carta di credito e quindi non sono di quest’opinione, anche se qualche tempo fa l’idea non mi era sembrata malvagia.
Nella nostra economia moderna le banche hanno il compito di far girare l’economia fornendo credito ma hanno anche il dovere di essere solide, di non fallire, di rassicurare i risparmi dei cittadini e di assicurare la moneta in circolazione sotto forma di credito. Per farlo non hanno molte opzioni, sempre se vogliamo rimanere in un’economia moderna e quindi attuale.
Le banche devono essere garantite e controllate dallo Stato attraverso una banca centrale dipendente dalle istituzioni pubbliche e non dai mercati. Le banche devono essere garantite a monte perché è ovvio che non hanno il denaro che prestano e che mettono in circolazione, creano denaro quando prestano e quindi quello che gira, e che permette all’economia di sostenere se stessa attraverso gli scambi, non può essere garantito solo dalla banca di turno o dall’allineamento di Giove con Marte, ma deve essere garantito da un solido sistema Parlamento-Stato-banca centrale. Altrimenti crolla, e per ricordarlo ai ferraresi c’è Carife.
Nel momento in cui il sistema riprende il suo corso normale i Btp ritornano a essere un asset sicuro perché uno Stato non può fallire su questo, potendo in ogni momento soddisfare le richieste di rinnovo dei titoli. Ma questo è vero solo se uno Stato è proprietario della sua moneta e della sua politica economica e di bilancio, ovvero se è sovrano come ad esempio lo stato italiano citato nella Costituzione, che però non esiste più da tempo. Oggi il titolo di stato non è più un titolo sicuro semplicemente perché è affidato al libero gioco dei mercati finanziari, a differenza di quanto succede ad esempio in Giappone dove i titoli di stato sono venduti alle famiglie e agli istituti giapponesi e quindi rappresentano solo un modo tra quelli possibili di far girare la moneta e quindi l’economia.
Certo, si dirà, però il Giappone cresce meno dell’Europa, il che è quanto dire! Sarà pure vero se calcoliamo la crescita attraverso il pil e le ‘fredde’ statistiche, ma se consideriamo la cosa, per esempio, dal punto di vista della disoccupazione scopriamo che quella giapponese ruota intorno al 3%, mentre noi fatichiamo a scendere sotto il 10%. Oppure potremmo calcolare la cosa in termini di efficienza e capacità di spesa, e qui scopriamo che loro ricoprono baratri e rifanno strade in un paio di notti mentre noi impieghiamo anni, quando ci viene permesso, per coprire un paio di buche nella piazza principale del paese. Loro ricostruiscono dopo gli Tsunami e i disastri nucleari mentre noi fatichiamo a rifare l’orlo al Castello estense perché prima dobbiamo rimettere a posto il foglio di bilancio statale, cioè il nulla.

Quindi le banche non sono in pericolo perché hanno in pancia asset poco sicuri come i titoli di Stato, ma l’economia è in pericolo perché qualcuno ha scelto che bisogna rendere dipendenti dal mercato i titoli di Stato, che le banche non debbano essere garantite dagli stati e che questi non possano controllare l’emissione dei titoli, l’interesse e la circolazione della moneta nonché l’emissione e la circolazione del credito bancario.
Le banche sono come il clima senza però una Greta Thunberg. Già tutte fallite e vittime di un sistema che non ha voglia di cambiare e di rigenerarsi perché costringerebbe troppi ricchi e potenti a fare un passo indietro.

Il debito pubblico è un problema? Vediamo cosa ne pensano Fmi e Bce

In un interessante ed elaborato paper pubblicato dal Nber (‘Public debt and low interest rates’ che trovate qui) l’economista capo del Fmi Olivier J. Blanchard, prova a rispondere a una domanda che mantiene costante il suo fascino: siamo proprio sicuri che il debito pubblico sia un problema?
Blanchard arriva, molto prudentemente bisogna dire, alla risposta che sostanzialmente non lo sia. In realtà ponendo delle condizioni, di cui la principale è che il tasso d’interesse pagato sul debito sia inferiore al tasso di crescita, ovvero che i sia inferiore a g (i=tasso di interesse, g=tasso di crescita).
Lo studio si sofferma in particolare sull’economia statunitense e mostra che nonostante il debito pubblico sia andato crescendo vertiginosamente, come si prevede faccia anche per il futuro, questi non è mai stato un problema dato che il tasso di interesse è sempre stato inferiore. Così come si presuppone sarà anche per il futuro.
Negli Usa il tasso nominale decennale a fine 2018 era circa il 3%, e le previsioni di crescita nominale (ossia della somma del pil reale e dell’inflazione) è intorno al 4%.
Stessa situazione si riscontra negli altri paesi, del resto sappiamo tutti che, come si dice in giro, siamo nell’era dei tassi zero. Quindi passiamo da un decennale nominale all’1,3% con una previsione decennale di crescita del 3,6 della Gran Bretagna, al Giappone dove il decennale è quotato lo 0,1% e la crescita stimata e è dell’1,4%. Nella zona euro mediamente il decennale quota 1,2% a fronte di una crescita stimata del 3%.
Se poi il fatto di avere il debito sotto controllo possa portare più facilmente benessere ai cittadini rimane controverso in quanto l’economista conclude “Il paper raggiunge conclusioni forti e, a mio avviso, sorprendenti. Dicendola (troppo) semplicemente, il messaggio inviato dai tassi bassi non è solo che il debito può non avere costi fiscali sostanziali, ma anche che potrebbe avere costi di benessere limitati”.
Un’interpretazione di questo scetticismo potrebbe essere dato dal fatto che a dar da mangiare alle persone di sicuro non sono debito e moneta, bisognerebbe qui lasciare la teoria economica e continuare con la politica economica, ma andiamo avanti perché questo report è stato ripreso anche dalla Bce (lo trovate qui).
La Bce si affretta a precisare che “I modelli teorici non arrivano a formulare conclusioni chiare riguardo al segno e alle dimensioni del differenziale tra crescita e tassi di interesse sul debito pubblico”.
Il grafico seguente mostra che laddove persista un debito molto alto, statisticamente il differenziale è più alto, ovvero si pagano più interessi e il debito in generale è meno sostenibile nel lungo periodo, il che costringe un Paese a più alti avanzi primari per coprire gli interessi

Insomma, la situazione italiana dove la crescita non è bastata a pareggiare i costi del debito. La conclusione della Bce sembra proprio essere che seppure il debito pubblico possa non essere un problema, bisogna poterselo permettere. Ovvero il costo degli interessi deve essere inferiore a quello della crescita e non bisogna lasciare che aumenti, perché in questo caso aumentano le possibilità che il differenziale diventi sfavorevole (i>g).
Ma cosa non considera Blanchard e neppure la Bce? Semplicemente che a bloccare la crescita italiana è stata proprio la rincorsa di tutti i governi, dietro costrizione della Commissione europea, ad abbassare il debito. Rincorsa fatta a suon di avanzi primari e tagli alla spesa pubblica che ha depresso sostanzialmente la crescita a differenza degli altri Paesi che invece hanno usufruito o di ampi deficit (quindi spesa) come proprio gli Usa, la Uk e il Giappone oppure confidando sul surplus artificiale e non competitivo come la Germania. La Cina invece ha usufruito di tutti e due gli elementi (deficit reali intorno al 10% e surplus di bilancia commerciale molto alti grazie a un bel po’ di dumping commerciale), raggiungendo vette impareggiabili di crescita del Pil.
Se il debito pubblico sia sostenibile o meno potrà anche dipendere in parte dai tassi di interessi ma dipende soprattutto da altri fattori. In primis, la moneta con la quale ci si indebita e se questa è controllabile dall’emettitore. Se l’Argentina e il Venezuela emettono debito in dollari difficilmente potranno ripagarlo. In questa stessa situazione si trovano i paesi dell’eurozona perchè emettono un debito che non possono gestire.
A tal proposito cito un paper sempre della stessa Bce, Working Paper Series nr. 2072 del giugno 2017 “Con una moneta nazionale, l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono coordinarsi per garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta non sia inadempiente, vale a dire che i titoli di Stato in scadenza saranno convertibili in valuta alla pari, così come i depositi di riserva in scadenza presso la banca centrale sono convertibili in valuta alla pari.
Con questo accordo in vigore, la politica fiscale può concentrarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico finché non si è ottenuta la guarigione. In particolare, se l’autorità fiscale effettua un trasferimento forfettario alle famiglie, le famiglie sono più ricche a un determinato livello di prezzo e aumentano le spese.
Tuttavia, sebbene l’euro sia una valuta fiat, le autorità fiscali degli stati membri dell’euro hanno rinunciato alla capacità di emettere debito esente dal rischio di insolvenza.”
Il che dovrebbe chiudere il discorso. Il debito pubblico è un problema finché manterremo separate l’autorità fiscale e l’autorità monetaria, situazione che abbiamo voluto, ne abbiamo fatto oggetto di un trattato e lo rispettiamo come fosse scritto sulla tavole sacre nonostante l’evidenza economica e sociale gridi vendetta. Il tutto è diventato talmente dogmatico che le stesse autorità monetarie che ci impongono sacrifici al suon di alta disoccupazione e distruzione di servizi pubblici, possono permettersi di scrivere che stanno operando al di fuori della normalità senza che ci sia una minima reazione da parte di chi legge.
Non ci resta, dunque, che continuare a giocare con i grafici di Blanchard che pur ha un merito, visto che è stato ripreso dalla Bce e quindi dalla Banca d’Italia: tenere viva la debolissima fiammella del dibattito.

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

Meno debito pubblico non necessariamente vuol dire più benessere sociale

Il debito pubblico italiano è arrivato a 2.350 miliardi di euro mentre quello mondiale ha superato i 58.000 miliardi di dollari. Cifre enormi ma che allo stesso tempo non dovrebbero spaventare perché il debito pubblico non nasce per essere saldato, anzi la sua esistenza assicura che gli Stati stanno spendendo per il benessere dei cittadini. I dati di tutti gli indicatori mondiali confermano che un basso o inesistente debito pubblico corrisponde a un basso tenore di vita ovvero poca assistenza sanitaria, niente istruzione e risparmio assente.
Il debito pubblico mondiale nel suo complesso potrebbe essere tranquillamente coperto, da un punto di vista puramente contabile, dal fatto che il Pil mondiale supera gli 80.000 miliardi di dollari. Quello italiano, invece, attualmente non viene coperto dal Pil del Paese solo perché, da un trentennio, è al potere una classe politica non all’altezza dell’operosità dei suoi cittadini.
In ogni caso al di là del rapporto debito/Pil a cui siamo abituati a guardare, i 2.350 miliardi di euro sono comunque “coperti” finanziariamente dalla ricchezza dei privati residenti. Questa infatti supera i 4.000 miliardi, e tanto dovrebbe già bastare per dare solidità e ricevere giudizi lusinghieri da parte delle agenzie di rating, inutili e fastidiose mosche che vivono del cattivo odore delle società moderne.
In realtà il debito degli Stati non dovrebbe mai essere coperto dai cittadini e probabilmente nemmeno dovremmo pensare che debba necessariamente essere coperto finanziariamente da qualcuno, almeno quando si comprenda la differenza tra il finanziario e il reale. In ogni caso lo stesso Fondo Monetario Internazionale sollecita a che si guardi a tutti gli asset che uno Stato normalmente possiede, prima di lanciarsi in un confronto tra uno stock (debito pubblico) e un flusso (il Pil).
E allora si scopre che l’Italia ha ancora proprietà immobiliari, artistiche e, sempre secondo il ragionamento del Fmi, tubi fognari, strade, ponti e quant’altro di attivo a fare da contrappeso al passivo. Proprietà statali che hanno un senso e che dovrebbero essere salvaguardate anche in un’ottica neoliberista e di economia moderna, cosa che invece a partire dagli anni ’90 in Italia non è stato fatto. Abbiamo infatti rincorso il mito della privatizzazione a tutti i costi rinunciando a numerose proprietà, dalle banche alle industrie, che oggi avrebbero reso quel rapporto di cui parla il Fmi ancora più favorevole e confortante.
Ma c’è anche altro. Esiste anche il debito detenuto dalle banche centrali che in sostanza non è un vero e proprio debito, e la sua cancellazione è un fatto meramente contabile.
Procediamo con ordine.
La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (Bis) afferma nel Working Papers n.399 “Global safe Assets” del dicembre 2012 che “le Banche Centrali … sono state create per essere le banche del sovrano e i gestori del debito del sovrano. Per questo si potrebbe sostenere che le banche centrali furono create per rendere il debito pubblico un asset sicuro”. Ora, nei tempi moderni, il sovrano si identifica con lo Stato e quindi le banche centrali servono a rendere il debito dello Stato sicuro, esente da default e questo per la loro capacità di creare denaro.
Infatti, proseguendo il ragionamento con l’aiuto della Bce, nel documento n.169 dell’aprile 2016, dal titolo “Profit distribution and loss coverage rules for central banks“, nota n.7 a pagina 14, proprio la Banca Centrale Europea scrive che le Banche Centrali “sono protette contro l’insolvenza a causa della loro capacità di creare denaro e possono perciò operare con patrimonio netto negativo“. Cioè una banca centrale ha la capacità di creare denaro per cui può operare, a differenza di qualsiasi altra azienda, in negativo. Del resto, come potrebbe fallire finanziariamente chi può garantire il debito governativo in contanti e in pieno in tutti gli Stati del mondo? (cit. Benoît Cœuré del Comitato Esecutivo della Bce)
A questo punto però il Working Paper nr. 2072 del 2017, sempre della Bce, a pagina 4 e 5 nel confermarci quanto riportato in precedenza “… l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono coordinarsi per garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta non sia inadempiente, vale a dire che i titoli di Stato in scadenza saranno convertibili in valuta alla pari, così come i depositi di riserva in scadenza presso la banca centrale sono convertibili in valuta alla pari…” specifica “… Tuttavia, sebbene l’euro sia una valuta fiat, le autorità fiscali degli stati membri dell’euro hanno rinunciato alla capacità di emettere debito esente dal rischio di insolvenza”. Cioè sebbene le banche centrali siano nate (nel mondo) per rendere sicuro il debito degli Stati e sebbene queste possano sempre garantirlo attraverso la monetizzazione dello stesso, i 19 paesi che hanno aderito all’eurozona … hanno rinunciato a questa possibilità.
Lo so, non sembra una cosa possibile ma è così ed è scritto, per cui se noi non possiamo ricostruire dopo i terremoti oppure non possiamo avere sufficienti ospedali e istruzione a livello Norvegia è semplicemente perché abbiamo scelto che dovesse essere così. La buona notizia a mio avviso è che, essendo stata appunto una scelta, si può di nuovo scegliere, magari in maniera più logica e più confacente alle esigenze dei cittadini piuttosto che a quella della finanza. E questa frase è ovviamente rivolta a chi si dovrà recare alle urne il prossimo maggio.
A questo punto: una soluzione immediata per abbassare il debito pubblico domani? Cancellare il debito detenuto dalle banche centrali. Come abbiamo visto, la stessa Bce scrive che le banche centrali possono in ogni momento monetizzare i titoli acquistati e quindi i quasi 400 miliardi in possesso dalla Banca d’Italia potrebbero essere trasformati in moneta e messi in circolazione attraverso programmi di lavoro temporanei, centinaia di opere pubbliche per mettere in sicurezza i territori e magari gestiti dagli Enti Territoriali con ferreo controllo centrale.
Il debito pubblico passerebbe da 3.250 a 1.850 miliardi di euro, portando il rapporto debito/Pil a poco più del 100%. Ma non sarebbe questa la buona notizia, in quanto esclusivamente un dato finanziario. La buona notizia è che la disoccupazione potrebbe passare dall’11% al 3 o al 4%, cioè potremmo avere un dato reale di riferimento per il benessere piuttosto che le solite alchimie contabili.
Un’altra buona notizia potrebbe essere che, passando dai dati finanziari a quelli reali come misura del miglioramento sociale, la vita potrebbe apparirci migliore di quella che solitamente sembra essere.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

La Banca d’Italia e l’oro degli italiani

Di chi è l’oro detenuto dalla banca d’Italia? Non passa tanto tempo senza che qualcuno riporti l’argomento sotto i riflettori. Qualche anno fa fu Tremonti, ultimamente Borghi e adesso il M5S ne ricerca la paternità. Argomento ad interesse intermittente su cui vale la pena soffermarsi ma che, secondo me, dovrebbe essere inquadrato in un filone più generale e che andrebbe compreso bene. Anche al di là della stessa proprietà dell’oro in questione.
Proviamo dunque a dare qualche spunto di più ampio respiro partendo da questo bellissimo metallo giallo.
Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia e autore del libro “Oro”, chiarì a dicembre scorso in un’intervista a La7 che “dal punto di vista giuridico-formale è la Bce a doversi pronunciare sulla proprietà dell’oro in quanto abbiamo ceduto sovranità con la creazione dell’euro”. Ma poiché la nostra Banca Centrale è azionista della Bce in quota parte, allora ecco che, sembrerebbe, la proprietà potrebbe tornare di fatto a Bankitalia. Una proprietà assoluta visto che nel suo statuto si precisa che nulla spetta agli azionisti privati.
Sembra utile rimarcare che il dilemma è tutto italiano, ed infatti, come chiarisce anche l’Ansa nella sua pagina dedicata all’economia, “dagli Usa alla Germania alla Gran Bretagna, l’oro appartiene allo Stato” e non, quindi, alle rispettive Banche centrali che, tra l’altro “sono dello Stato”.
Cerchiamo allora di rispondere alle quattro domande di base, per poi arrivare a qualche conclusione e lasciarvi con qualche sano dubbio: 1) quanto oro abbiamo ; 2) dove si trova esattamente; 3) a cosa serve o potrebbe servire; 4) se possiamo utilizzarlo e quali problemi potrebbe eventualmente risolvere.
L’Italia ha la terza riserva di oro nel mondo nella classifica tra Stati, la quarta se si includono anche le riserve del Fondo Monetario Internazionale. Subito dopo Stati Uniti e Germania e prima di Francia e Cina con 2.452 tonnellate, come riportato nell’ultimo Bilancio 2017 di Bankitalia approvato nel marzo 2018. Un valore pari a circa 85,3 miliardi di euro (erano 87 miliardi ai prezzi di mercato di fine 2016), ovvero poco più del 9% del totale dell’attivo di Bankitalia che supera i 900 miliardi.
La maggior parte sono lingotti di varia forma, ma sono presenti anche una parte in monete per un totale di 4,1 tonnellate. Il prezzo dell’oro varia perché è quotato sul mercato e quindi anche il valore totale delle 2.452 tonnellate di oro italiano (in senso lato) è soggetto a variazioni. Attualmente, secondo Rossi, il valore si aggirerebbe intorno ai 90 miliardi.
La maggior parte di quest’oro è stato accumulato tra gli anni ’50 e ’60 e sul sito della Banca d’Italia se ne traccia la storia https://www.bancaditalia.it/compiti/riserve-portafoglio-rischi/evoluzione-riserve/index.html
Ma dove si trova materialmente questo tesoro? Nessun mistero anche in questo caso. 1.100 tonnellate (quindi poco meno della metà, il 44%) di quell’oro è in Italia nel caveau di Bankitalia in via Nazionale 91 di Roma, il resto è detenuto nei caveau di altre banche centrali per ragioni storiche, legate ai luoghi in cui l’oro fu acquistato ma anche per attuare a una strategia di diversificazione finalizzata alla minimizzazione dei rischi e dei costi di gestione: il 43,29% è negli Usa, il 6,09% in Svizzera e il 5,76% nel Regno Unito.
141 tonnellate sono state depositate presso la Bce nel 1999 in occasione dell’avvio dell’Uem.
Nella sostanza, a cosa serve o a cosa potrebbe servire questo tesoro di dubbia proprietà? 90 miliardi sono poco più di un anno di interessi sul debito pubblico che ha oramai superato i 2.300 miliardi. Il nostro Pil viaggia verso i 1.800 miliardi, e il nostro patrimonio artistico supera i 250 miliardi.
Lo Stato italiano possiede immobili e armamenti per 500 miliardi e la Banca d’Italia ha ricomprato debito pubblico, sotto forma di Titoli di Stato, per quasi 400 miliardi che adesso giacciono sempre in Bankitalia e contribuiscono al suo attivo quasi per la metà del totale.
L’oro piace a tutti ed è considerato un bene rifugio ma non ha nessun valore oltre quello di mercato che viene dato dal gioco della domanda e dell’offerta. È un metallo duttile e molto bello che va a ruba nelle gioiellerie e, finché il mercato lo considererà un bene rifugio, continuerà a mantenere un valore.
Bisogna precisare che nell’800 e per alcuni periodi nella prima parte del ‘900 è stato il collaterale della moneta circolante, cioè tutta la moneta in circolazione poteva essere convertita in oro e di converso si poteva emettere tanta moneta per quanto oro si era riusciti ad accumulare. Dopo la seconda guerra mondiale, e per il periodo in cui era in vigore il trattato di Bretton Woods, l’oro rappresentò invece il collaterale del solo dollaro al quale si rapportavano poi tutte le altre valute.
Nel 1971 il Presidente Nixon dichiarò unilateralmente sospeso quel trattato, decretando di fatto la fine definitiva di tutti i vari “gold standard” e la libera fluttuazione della moneta che finalmente fu sganciata dall’oro.
Gli Stati continuano a detenerne una determinata quantità come riserva insieme a valute estere particolarmente pregiate (ad es.: il dollaro) al fine di assicurarsi una certa considerazione nel commercio internazionale nonché una maggiore stabilità finanziaria, in ossequio al principio della diversificazione. Tutti accettano oro a scioglimento di un debito, per cui diventa saggio per uno Stato averne qualche tonnellata come riserva.
Ma possiamo utilizzare le riserve auree della Banca d’Italia per risolvere qualche ristrettezza di politica economica? L’articolo 123 del Trattato Ue prevede che le riserve auree siano sottoposte al divieto di finanziamento monetario, cioè non si possono utilizzare per farci ad esempio una clausola di salvaguardia contro l’aumento dell’Iva, poiché vengono considerate un baluardo a difesa delle crisi valutarie e contro il rischio sovrano. Insomma l’oro dello Stato serve per rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano, come si diceva sopra, e quindi anche di tutto il sistema che gira intorno all’euro. Il successivo articolo 127 dello stesso trattato attribuisce alla Banca centrale europea il compito di “detenere e gestire le riserve ufficiali dei paesi aderenti all’Eurozona”.
Queste ultime considerazioni ci portano all’ultima questione. Le riserve auree non possono servire a risolvere qualche nostro attuale problema perché sono pensate per risolvere il problema ultimo di un eventuale catastrofe finanziaria, una specie di ultima spiaggia per assicurarsi la possibilità di regolare in ultima istanza pagamenti internazionali.
Ma del resto 90 miliardi sono ben poca cosa di fronte ai numeri che ho mostrato in precedenza proprio per rapportare le grandezze in ballo nell’economia attuale. La sola borsa italiana il 7 febbraio scorso ha scambiato azioni per un controvalore di oltre 3 miliardi di euro mentre sul Forex, il mercato delle valute nato dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, vengono scambiati valori giornalieri in ordine alla migliaia di miliardi di dollari.
Il punto, che come al solito sfugge, è il principio. Ci dicono che l’oro dell’Italia, la Banca d’Italia e ovviamente la Banca Centrale Europea non appartengono né agli italiani né agli europei. Viviamo in un sistema dove tutto viene rappresentato e preteso indipendente. Oro, riserve, partecipazioni statali e qualsiasi forma di benessere non è riconducibile ai cittadini tranne i debiti. Questi, e in qualsiasi modo si chiamino (pubblici, privati, obbligazionari, azionari, subordinati, ecc.) vanno ripagati attraverso le nostre tasse, i prelievi sui conti correnti, il congelamento dei salari e l’abbassamento delle pensioni.
Tutto questo è quanto meno bizzarro.
E forse le vere risposte alle domande sulla proprietà dell’oro degli italiani, della Banca d’Italia e delle sue funzioni pubbliche, dello Stato stesso con tutti i suoi ministeri, dei suoi scranni dorati e delle belle scrivanie andrebbero ricercate magari attraverso un ragionamento filosofico e sociologico, lasciando da parte l’economia e i trattati europei di cui sono diretta emanazione.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Il demone dell’austerità manda all’inferno l’Europa

Quest’anno ricorre il ventennale dell’euro e questo ha dato modo a molti commentatori di esprimere il loro giudizio, ai giornali di aumentare le tirature con titoloni multi colonne e ai cittadini di saperne un po’ di più sulla moneta unica, in positivo o in negativo.
L’ultimo autorevole intervento è arrivato nientedimeno che dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La data è il 15 gennaio scorso, l’occasione è stata l’intervento a Strasburgo nella plenaria del Parlamento Europeo.
“C’è stata una mancanza di solidarietà” nella gestione “della crisi greca. Abbiamo coperto di contumelie la Grecia: mi rallegro nel vedere che la Grecia e il Portogallo hanno ritrovato un posto, non dico un posto al sole, ma un posto tra le vecchie democrazie europee”. “Sono stato presidente dell’Eurogruppo nel momento della crisi economica e finanziaria – ha aggiunto Juncker – sì, c’è stata dell’austerità avventata. Non perché abbiamo voluto punire coloro che lavoravano o coloro che erano disoccupati, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci si trova, restano essenziali”.
“Mi rincresce”, ha inoltre scandito Juncker, che nella gestione della crisi finanziaria l’Eurozona abbia “dato troppo spazio al Fondo Monetario Internazionale. Se la California entra in crisi, gli Usa non si rivolgono al Fondo, e noi avremmo dovuto fare lo stesso”.

Ovviamente questo ha scatenato gli oppositori storici alle politiche di austerità, dal M5S alla Lega, a Varoufakis, che ha chiosato: “Troppo poco, troppo tardi. Sarà condannato dagli storici”. E in effetti nell’ultima parte riportata si evince che siamo stati dati in pasto ai lupi (Fmi) e che in Europa non esiste né federalismo né solidarietà. Solo cattiveria, dunque, nessuna condivisione interna e poca lungimiranza politica.
Le parole di Juncker sembrano proprio voler dire “scusateci se siamo stati troppo cattivi”, che le ricette erano sbagliate e che si poteva fare altrimenti, un colpo all’idea trasmessa in Italia da Monti e dalla Fornero che “non c’è alternativa”. L’alternativa a quanto pare c’era. C’è sempre un’alternativa e quindi c’è sempre una scelta su chi difendere o quali interessi tutelare ed è quello che hanno fatto i governi italiani fino a oggi.
Si è fatta la scelta dell’austerità piuttosto che dello sviluppo, della difesa dei mercati piuttosto che dei cittadini, della rendita piuttosto che del lavoro.

Uno dei grossi errori imposti dall’establishment europeo è stato quello di ritardare e limitare l’intervento della Bce, come si evince dal mea culpa di Juncker, a favore degli ‘aiuti’ del Fmi, permettendo che i Paesi più in difficoltà dell’intera eurozona affrontassero senza difese gli attacchi speculativi del mercato senza mettere in campo quella solidarietà economica che poteva invece essere, in quel momento di bisogno, la base di un’Europa politica.
La Grecia è stato senza dubbio il Paese che ha sperimentato maggiormente l’austerità imposta dalla Commissione Europea. Nei giorni scorsi l’incontro tra Merkel e Tsipras ha evidenziato come ciò sia avvenuto anche in spregio della democrazia e della volontà del popolo, con una pretesa e salvifica superiorità della volontà delle élite nazionali e sovranazionali.
Questo incontro è stato addirittura celebrato da alcuni giornali, come La Repubblica che ha definito un “capolavoro politico”: il fatto che Tsipras abbia ignorato l’esisto del referendum del 2015 che lui stesso aveva fortemente voluto e quindi della volontà dei greci di rigettare le richieste di disumani e inutili sacrifici per rimanere nell’eurozona. Nonostante i greci avessero votato con ampia maggioranza il no al programma di ‘aiuti’ da parte delle Trojka, Tsipras decise di fare l’opposto, di cedere sacrificando sull’altare dell’euro una massiccia svendita di asset statali strategici, a favore soprattutto delle grandi aziende tedesche, assumendosi impegni gravosi ancora per i prossimi trent’anni. L’austerità di cui sembra pentirsi Juncker ha rimandata indietro la Grecia di decenni in tema di sviluppo e di riforme sociali, ha allargato il suo debito pubblico e l’ha consegnata nelle mani di mercati, finanza e speculazione.

In Italia il processo di austerità è iniziato come auto imposizione già negli anni Novanta ed è là che siamo ancora fermi. In quasi trent’anni è stato dilapidato un vero patrimonio che altrimenti sarebbe stato fondamentale nei momenti di crisi che sono intervenuti negli anni successivi e fino a oggi, e che hanno contribuito ad ancorare il nostro Paese alle altalene delle borse. Sempre La Repubblica scriveva l’8 settembre 2017: “Lo Stato azionista si prepara ad archiviare il 2017 con una buona notizia (in Borsa quest’anno ha guadagnato 4,6 miliardi) e una cattiva: il bilancio a lungo termine delle privatizzazioni è un mezzo flop. Se il Tesoro avesse tenuto in portafoglio tutte le principali aziende che ha collocato a Piazza Affari oggi si troverebbe in tasca – tra rivalutazioni delle partecipazioni e dividendi-extra – oltre 40 miliardi in più”. Certo puro esercizio teorico, ma dà l’idea di cosa stiamo parlando!

L’austerità riflessa sui salari ce la mostra il grafico seguente. Bloccati al livello del 1991.

In compenso, in periodi di ‘austerità espansiva’ e con i rimpianti di Junker, qualcosa cresce: la povertà.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

I continui autogol nella partita degli interessi sul debito

La partita ItaliavsBruxelles si è conclusa con un risultato non inedito, uno -0,4% che ribadisce un trend inaugurato in precedenza da Berlusconi e Renzi. Diversi premier dall’attacco scompaginato e nessun vero Ronaldo per sfondare la difesa della Commissione europea che invece è forte, ha in mano le leve del potere e non è disposta a cedere quando si tratta di scendere in campo contro l’Italia.
Quindi perché non prendere finalmente e definitivamente le sue indicazioni come leggi costituenti? Eviterebbe oltretutto di vedere i nostri Presidenti del Consiglio andare allo sbaraglio come dei novelli Don Chisciotte che poi tornano a casa con la coda tra le gambe.
Le manovre italiane, a differenza di quelle francesi, vanno realisticamente elaborate a ‘saldi invariati’, cioè devono essere sviluppate senza creare debito, all’interno di un sostanziale pareggio di bilancio. Lo Stato italiano è stato ridotto a comportarsi come il droghiere all’angolo, l’aberrazione Stato = famiglia in eurozona (e solo qui!) è realtà.
Allora accettiamo di essere in gabbia, che non siamo capaci di uscirne qualunque sia la guida politica, e proviamo pacatamente a partire dalla contabilità, quindi dall’ultimo Def, per capire cosa si potrebbe migliorare.

Come si vede dai riquadri in rosso, paghiamo e mettiamo in bilancio una cifra spropositata in interessi sul debito pubblico che, tra le tante cose, ci privano della possibilità di attuare politiche economiche autonome. I riquadri blu ci mostrano che la spesa diminuisce ogni anno rispetto a quanto entra da tasse e balzelli vari che sono invece rappresentati nei riquadri verdi.
Dall’avanzo primario (blu) si evince che lo Stato è un ‘buon padre di famiglia’ perché spende meno di quello che incassa ma, nonostante questo, continua a indebitarsi a causa degli interessi sugli interessi (rosso). Inoltre questi interessi non tendono a calare ma anzi si alzano a ogni minimo starnuto dell’economia mondiale, come abbiamo imparato dagli avvenimenti degli ultimi dieci anni, nonostante il papà chieda sempre più soldi alla sua famiglia (riquadri in verde).

La spesa per interessi è diventata la terza spesa dello Stato, subito dopo pensioni e sanità, e questo papà, per migliorare la situazione, accetta di andare a lavorare fino a 70 anni con una pensione più bassa ed evita di spendere in medicine. Propone poi alla moglie e ai figli la sua ricetta ‘miracolosa’ dicendo che in futuro staranno tutti molto meglio lavorando di più ed evitando di disturbare il pronto soccorso.
Ma come mai non pensa di agire sul debito che, invece, è l’unica spesa improduttiva per lui e la sua famiglia in quanto si sta indebitando da quarant’anni non per comprare l’auto, le scarpe, le palline per l’albero di Natale ma solo per pagare interessi sugli interessi?
Chiaramente il ragionamento è valido solo in contesto eurozona perché basterebbe avere una Banca Pubblica oppure che la Bce avesse voglia di continuare a comprare titoli di stato e allora il resto dell’articolo non avrebbe senso. Qui si cerca solo di evidenziare l’inerzia (o l’inezia) politica degli ultimi decenni e quindi si accetta che la situazione attuale sia scritta sulle tavole di Mosè, come del resto la Commissione europea sembra volerci far credere.

Dunque, fatta la necessaria premessa, riprendendo il discorso e rimanendo sulla contabilità, quale padre di famiglia va in banca per chiedere un mutuo e accetta la prima proposta che gli viene offerta? Penso nessuno, invece è più o meno quello che fa lo Stato italiano quando vende i sui titoli di Stato. Abbiamo infatti un sistema che prevede che tali debiti vengano in primis acquisiti dagli ‘specialisti dei titoli’ (mercato primario) e solo in seconda istanza da tutto il resto del mondo, cittadini compresi (mercato secondario). Dopo aver ristretto la possibilità di partecipazione alle aste e quindi aumentato la possibilità che aumentino gli interessi da pagare per mancanza di concorrenza, si stabilisce che il metodo da utilizzare per le vendite sia quello dell’asta marginale invece di quella competitiva.
Attualmente i ‘nostri’ specialisti sono i seguenti:

Banca Imi S.p.A
Barclays Bank Plc
Bnp Paribas
Citigroup Global Markets Ltd
Crédit Agricole Corp. Inv. Bank
Deutsche Bank A.G.
Goldman Sachs Int. Bank
Hsbc France
Ing Bank
Jp Morgan Securities Plc
Merrill Lynch Int
Monte dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese S.p.A
Morgan Stanley & Co Int. Plc
NatWest Markets Plc
Nomura Int
Société Générale Inv. Banking
UniCredit S.p.A

Queste banche, per ricavare il massimo possibile, non hanno che da mettersi d’accordo sulle offerte da presentare, infatti l’asta marginale che dovranno affrontare funziona pressappoco così: se c’è una emissione per 200 miliardi di euro di btp e vengono richiesti lotti al tasso del 3%, del 4% e del 5%, alla fine tutti i lotti vengono assegnati per il tasso offerto sull’ultimo lotto, ovvero tutto il debito produrrà interessi futuri per il 5%.
In Germania vengono invece preferite le aste competitive, il che garantisce già di poter controllare meglio gli interessi. E se non vengono venduti tutti i titoli? In Italia si rifà l’asta, e si può immaginare con quali risultati sugli interessi, mentre in Germania interviene la Bundesbank che congela l’invenduto classificandolo come “conto future vendite”, non potendolo comprare sul mercato primario per le regole dell’eurozona, per poi collocarli con comodo sul mercato secondario.
Nelle ultime aste i nostri vicini hanno invitato le seguenti banche/Istituti:

Bnp Paribas S.A.
Commerzbank Aktiengesellschaft
Nomura International plc
Hsbc France S.A.
UniCredit Bank Ag
Deutsche Bank Aktiengesellschaft
Citigroup Global Markets Limited
Goldman Sachs International Bank
Barclays Bank Plc
J.P. Morgan Securities plc
Dz Bank Ag Deutsche Zentral-Genossenschaftsbank
Morgan Stanley & Co. International plc
The Royal Bank of Scotland plc
Société Générale S.A.
Merrill Lynch International
Danske Bank A/S
Crédit Agricole Corporate and Investment Bank
Landesbank Baden-Württemberg
Bankhaus Lampe Kg
Rabobank International
Banca Imi S.p.A.
Ing Bank N.V.
Abn Amro Bank N.V.
Landesbank Hessen-Thüringen Girozentrale
DekaBank Deutsche Girozentrale
Girozentrale Natixis
Ubs Limited
Norddeutsche Landesbank Girozentrale
Bayerische Landesbank
Jefferies International Limited
Banco Santander S.A.
Mizuho International plc
Nordea Bank Ab
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria S.A.
Scotia Bank Europe plc
Oddo Bhf Aktiengesellschaft

Se sembrano di più e perché lo sono. 36 banche, più del doppio di quelle invitate dal Ministero del Tesoro italiano. A queste si aggiungono tutte le banche dei Lander e gli istituti centrali tedeschi.
Il nostro Stato sbaglia nello scegliere il tipo di asta, preferendo il sistema che fa salire gli interessi e accumulare conseguentemente più debito, e sbaglia invitando alle aste solo pochi competitors, falsando il mercato… a suo netto svantaggio.
Insomma, come dire, non abbiamo attaccanti che riescano a segnare nella porta avversaria ma neanche buoni difensori, visto che continuiamo a farci autogol.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Ecco perché il debito pubblico italiano continua a crescere

Il fatto che il debito pubblico italiano continui a crescere è dovuto esclusivamente all’impossibilità di controllare gli interessi. Nel sistema attuale, del resto, l’unica entità che potrebbe farlo è la Banca Centrale Europea acquistando i Titoli in ultima istanza, ovvero autorizzando le banche centrali dei 19 Paesi dell’eurozona a farlo.

Operazione del resto effettivamente autorizzata per quasi tre anni attraverso il programma denominato Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo), un programma lanciato in Europa dopo che anni prima anche altri Stati come gli U.S.A. e il Giappone avevano fatto altrettanto. In eurozona siamo partiti tardi e questo ha prodotto effetti incerti soprattutto sulla disoccupazione che mentre negli altri Paesi è scesa anche sotto il 5% in Italia si è tenuta ben al di sopra del 10%.

Quando una banca centrale fa da “pompiere”, raffredda le tensioni sui mercati intervenendo per comprare Titoli del debito pubblico, toglie alla speculazione parte del ricatto nei confronti degli Stati, tiene gli interessi bassi ed evita ai telegiornali di dover aprire tutte le loro edizioni gridando all’innalzamento dello spread e al prossimo e sicuro default.

Nel 2011, in pieno governo Berlusconi, lo spread arrivò a 552 e, nonostante l’arrivo di Monti, lo stesso altalenò fino a quando Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea, pronunciò la famosa frase “Watever it takes…”. Disse, in pratica, che la BCE avrebbe difeso l’euro, cioè avrebbe acquistato Titoli di Stato. Non lo fece, ma la sola “minaccia” fece calare definitivamente lo spread, cioè i tassi di interesse che si pagano sul debito pubblico. Da notare, infatti, che il programma di acquisto iniziò solo nel marzo del 2015, ben due anni dopo, ma la sola frase bastò ai mercati perché smettessero le loro azioni speculative e a riportare la pace nei telegiornali.

Durante i governi successivi e quindi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni però al debito pubblico successe questo

Grafico dal def 2017 fonte MEF

Una crescita esponenziale, un regalo per le “generazioni future”, volendo imitare Cottarelli, nonostante l’aiutino di Draghi.

In ogni caso, e grazie alle operazioni di acquisto della BCE, lo spread si è tenuto basso fino ad oggi che siamo in zona tapering, ovvero in dirittura d’arrivo. E’ stato infatti stabilito che tali acquisti si dovranno interrompere alla data del 31 dicembre 2018 e che in questi ultimi tre mesi le banche centrali potranno acquistare solamente 15 miliardi di titoli di stato al mese.

Bisogna, insomma, far riabituare il mercato ai suoi ritmi normali e, considerando che si era arrivati a comprare Titoli fino a 80 miliardi al mese, si comprenderà che siamo prossimi alla riapertura delle autostrade della speculazione. Già lo spread comincia a lanciare i suoi segnali di ripresa, nascosto però nelle sue ragione dalle urla di Salvini e Moscovici.

Purtroppo i Governi che si sono succeduti nonostante l’ombrello di protezione offerto dalla BCE non hanno saputo approfittarne per “manifesta incapacità gestionale”, né sul piano dello sviluppo, né per la riduzione della disoccupazione, né tantomeno per la riduzione del tanto temuto debito pubblico. La cattiva gestione della cosa pubblica degli ultimi anni, nonostante le ottimi condizioni generali relative ai tassi di interesse e al credito a buon mercato, lascia oggi una situazione difficile.

Alto debito, visto come la peste nera dagli euro burocrati, e in crescita per il rialzo degli spread, alta disoccupazione con poca capacità strutturale di poterla assorbire, condizioni internazionali sempre più critiche sul piano delle esportazioni per le crescenti tensioni tra USA, Germania e Cina (cioè tra chi compra – USA – e chi vende – Germania e Cina) che potrebbero portare a guerre commerciali e veti incrociati, non fanno ben sperare per il futuro. Soprattutto in virtù del fatto che dall’ultimo Marzo in Italia stiamo ancora attendendo operazioni politiche degne di questo nome.

Neoliberismo: il miraggio dell’abbondanza

“Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando”

Sono le parole del Papa di qualche giorno fa e fotografano una realtà in continuo peggioramento, sempre di più aumentano i poveri e le persone in difficoltà in un mondo in cui le risorse sono abbondanti e potrebbero soddisfare tutti.

Ma non solo il Papa, sono in tanti i commentatori a rendersi conto di queste disparità crescenti. Oxfam da anni traccia la situazione e rappresenta l’evidenza che pochi ricchi nel mondo detengono la maggior parte delle ricchezze. L’Africa viene oggi persino costretta a cedere migliaia di ettari di terra a ricchi emiri che li usano per la caccia, a ricchi cinesi che costruiscono città fantasma o alle tante ricche società d’affari americane ed europee che li usano per i loro investimenti mettendo a rischio le coltivazioni e lo sviluppo locale.
Sarebbe il caso di chiedersi perché tutto questo succede, passare dal constatare i fatti al passo successivo, all’azione. L’Africa, del resto, non è la sola a subire questo neocolonialismo moderno, la povertà cresce anche da noi, nella ricca e opulenta Europa. La Grecia è stata ridotta alla fame e tutte le sue attività produttive sono state vendute al miglior offerente, in Italia le persone in difficoltà superano oramai i 5 milioni di persone.

La risposta affonda sicuramente le sue radici nell’ultimo pezzo di storia contemporanea. Dal secondo dopoguerra e fino agli anni ’70 c’erano stati segnali di miglioramento generali, tassi di crescita oggi inarrivabili e una distribuzione del reddito sicuramente più equilibrata. Le società crescevano dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista sociale e politico, si viveva un’epoca di capitalismo dal volto umano.

Si arriva poi agli anni ’80, ai tempi in cui Margaret Thatcher pronunciò la famosa frase “There Is No Alternative” ovvero non c’era alternativa alle nuove politiche di austerità, di ritiro dello Stato dall’intervento pubblico e dall’affidare le sorti delle società agli interessi dei privati, dei mercati e della finanza.

Fu appoggiata in questo da Reagan, Mitterrand e Kohl, i potenti di allora, ed insieme cambiarono il futuro e la prospettiva dell’umanità. La cooperazione sociale fu sostituita dalla concorrenza, l’individualismo fu la regola, ognuno per se e solo il più forte può farcela.

Istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, nati per aiutare i Paesi e le popolazioni, diventarono il braccio armato del nuovo colonialismo e di una nuova idea imperialista. La cornice di questo quadro era una dottrina economica che aveva le basi di una “religione del tutto” e aveva visto il suo maggior esponente, Milton Friedman, vincere il premio Nobel per l’economia nel 1976: il neoliberismo.

La forza di questa teoria economica è stata proprio la diffusione del concetto che ad essa non ci si poteva opporre, che non esiste alternativa. Gli Stati possono operare in un recinto chiuso che non prevede cambiamenti, sono concessi accorgimenti e limature, ma devono procedere su una strada segnata.
Agire e pensare come se non fosse mai esistito Keynes o trecento anni di storia economica, “There Is No Alternative (Tina)”. E in tale contesto il fondamento di questa dottrina economica è quanto di più semplice poteva essere posto nelle mani di politici, intellettuali ed accademici che avevano il compito di diffonderne il verbo, tutto in sette parole come i giorni della settimana: togliere ai poveri per dare ai ricchi.

Esportazioni, debito pubblico, inflazione, borse, spread, mercati. Tutto, all’interno delle politiche economiche della teoria neo liberista, funziona per portare ricchezza dai poveri ai ricchi.

La crescita attraverso surplus della bilancia commerciale, cioè attraverso le esportazioni, è un metodo predatorio perché nel confronto tra gli Stati vince sempre il più forte e quelli che guadagnano dal “libero” commercio sono appunto gli Stati più forti, concorrenziali, con aziende che hanno già superato le fasi iniziali e sperimentali della produzione. Non a caso il “libero mercato” fu imposto alla storia e ai paesi più deboli dall’Inghilterra quando ebbe la necessità di esportare i prodotti post rivoluzione industriale. Un colpo di genio: una Nazione resa forte dal protezionismo inventò il concetto di libero mercato per essere libera di esportare il suo surplus commerciale.

Il debito pubblico, attraverso gli interessi, ingrassa i banchieri, le società d’affari e la finanza mentre il controllo dell’inflazione fa sì che i loro crediti non si deteriorino.

Le borse sono diventate delle vere sale da gioco d’azzardo dove i ricchi vincono sempre e se le cose si mettono male intervengono gli Stati a rimettere insieme i cocci aumentando le tasse ai poveri.

Lo spread è solo l’ultima delle armi delle politiche neo liberiste, serve per diffondere il terrore e per far digerire alle popolazioni le politiche di austerity, cioè, ancora, spostare ricchezza dal basso verso l’alto attraverso l’aumento delle tasse e la diminuzione dei servizi.

In tutto questo disastro ci siamo lasciati convincere che il mercato, se lasciato libero di agire nella sua saggezza, possa risollevare e migliorare le condizioni di vita delle persone e quindi ci opponiamo se un Governo interviene per alleviare le pene agli ultimi mentre approviamo distrattamente quando si stanziano soldi per salvare le banche.

Il mondo dietro l’angolo è sempre più un mondo segnato dalla contrapposizione tra una decina di ricchi e una massa di poveri ma noi ci fermiamo alle analisi e lottiamo per la forfora nei capelli, lasciamo che il “There Is No Alternative” del neo liberismo prosperi ma siamo attenti alle virgole nei decreti dei Governi. Magari partecipiamo alla raccolta fondi per le catastrofi delle alluvioni mentre Draghi dice in conferenza stampa che il denaro della Bce non può finire.

“Se sulla terra c’è la fame non è perché manca il cibo! Anzi, per le esigenze del mercato si arriva a volte a distruggerlo, si butta…”, continua il Papa.

“Houston abbiamo un problema” e fin qui ci siamo arrivati tutti. Il punto non è più rilevare il problema come giustamente fa il Papa ma anche il barbiere, il barista e l’intellettuale di sinistra, il punto è cercare di risolverlo. E questo può avvenire solo con una reale presa di coscienza delle masse ed un’idea precisa di come schierarsi. La scelta non è tra le righe del decreto sicurezza o tra pane e brioche ma tra elysium e civiltà, tra progresso e barbarie, tra accettare l’economia o ridisegnare il ruolo della Politica.

Il difficile rapporto tra debito/Pil e l’impresa del Ministro Savona

In questo ultimo periodo il Ministro Savona usa spesso dire che intende far crescere il Paese aumentando il Pil e che questa operazione renderà sostenibile il rapporto debito/Pil dell’Italia. Ma cosa può voler dire questa affermazione? Per comprenderlo forse abbiamo bisogno di fare dei passi indietro.
Per prima cosa bisogna ragionare sul fatto che il debito pubblico è uno stock, ovvero un blocco che ci portiamo dietro con costanza di anno in anno. “Stock e blocco che ci portiamo dietro” potrebbe però dare un’idea sbagliata, far pensare al classico macigno legato ai piedi che ci si trascina mentre si scala una montagna. In realtà stiamo parlando di spesa dello Stato e quando lo Stato spende non necessariamente butta i soldi dalla finestra. Nella maggior parte dei casi la spesa dello Stato si trasforma in scuole, ospedali, pensioni, assistenza agli anziani e ai disabili e, non ultimo, in risparmio privato cioè in tutte cose che dovrebbero rincuorare piuttosto che spaventare.
Ogni anno questa spesa dello Stato (se volete siete liberi di chiamarlo debito pubblico) si alimenta sostanzialmente per due motivi, perché si fanno delle spese non coperte da entrate (cioè dalle tasse) oppure perché si pagano degli interessi sui prestiti chiesti gli anni precedenti. Il primo caso è rappresentato dalla Francia, il secondo dall’Italia.
Assodato questo, il rapporto debito/Pil si può abbattere in due modi: smettendo di fare spese oppure abbattendo gli interessi. Un terzo modo in realtà ci sarebbe, ed è quello rappresentato da un taglio del debito stesso che può avvenire in vari modi, ne elenchiamo due (anche qui): il caso Gran Bretagna e il caso Grecia e li mostriamo con le immagini di seguito.
Nel primo esempio la Banca d’Inghilterra ci mostra un taglio del suo debito dopo averlo ricomprato. Cioè quando una Banca Centrale ha in pancia dei Bond che ha ricomprato sul mercato, può decidere di continuare a tenerlo in contabilità (come fa Bankitalia) e continuarlo a farlo figurare come debito oppure, appunto, cancellarlo.

Nel secondo esempio la Grecia, di cui mostro un grafico da me elaborato su dati Oecd, in cui si vede chiaramente che il debito scende in quanto ne viene “condonata” una parte con i piani di aiuto del 2012. La Grecia infatti non può tagliarsi da sola il debito come può fare la Gran Bretagna, la Svezia, il Giappone o gli Stati Uniti, in quanto è sottoposta alle decisioni di una Banca Centrale (la Bce) che non controlla direttamente.

In entrambi i casi, si sottolinea, a monte ci sono delle scelte politiche e non hanno nulla a che fare con l’economia o la necessità. Decisioni politiche che anticipano gli effetti economici, decidono prima cosa fare e magari chi tutelare.
Per comprendere, non solo Savona, ma anche le ricadute economiche sul sociale e sulla vita quotidiana, è necessario partire dall’inizio e l’inizio è il momento in cui qualcuno prende una decisione. Che ci siano soldi per le banche ma non per il reddito di cittadinanza è una scelta, non ci sono tavole sacre né tantomeno le regole economiche sono scolpite sulla pietra. E proprio per questo, fissare dei principi e delle regole economiche valide nei secoli, come è stato fatto con il Trattato di Maastricht e seguenti, è qualcosa che non può funzionare. Ciò che deve essere fissato sono le regole politiche, di convivenza civile e quali siano i valori che tengono insieme le persone. Su questo poi si possono prendere decisioni economiche (di politica economica).
Quindi, a meno che uno Stato non decida di interrompere o le sue spese o di cambiare sistema di finanziamento per tenere sotto controllo gli interessi (e per farlo l’unico modo sarebbe quello di non affidarsi ai mercati finanziari, cioè tornare ad un sistema di controllo della propria sovranità monetaria tipo Usa, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Giappone, ecc.) e a meno che non si voglia copiare il modello di “non spesa per incapacità tecnica” tipo Burkina Faso, Ciad, Nigeria, ecc. … si dovrà imparare a convivere con questa forma di contabilità che prevede un debito pubblico, cioè che preveda la spesa dello Stato.
Di seguito una serie di grafici che mostrano come i debiti pubblici nei Paesi progrediti presi in esame costituiscano una costante in continua crescita, a meno del verificarsi delle condizioni eccezionali sopra descritte.



Un altro caso in cui il debito rallenta è quando si ha un consistente surplus di bilancia commerciale. Cioè le spese si finanziano con il ricavato delle vendite all’estero, è il caso Germania. Ma non è da considerare un modello sano perché prevede che qualcuno si arricchisca a spese di altri, che ci siano tensioni internazionali, che il modello di sviluppo sia affidato alla sola concorrenza e non alla cooperazione.

Passiamo adesso al Pil che invece non è uno stock, quindi non è qualcosa che ci si porta totalmente in eredità anno per anno, ma bisogna costruire ogni volta da capo. Certo se un Paese ha un’economia solida, delle buone aziende, ingegneri preparati e magari qualche materia prima, o la capacità di trasformare queste materie prime, è chiaro che non si parte proprio da zero ma da una capacità consolidata di creare economia, cioè scambi all’interno dei propri confini e magari anche al di fuori di esso. Questa capacità di fare economia si trasforma in Pil.
Capirete ovviamente che però, per quanto ci siano consolidate capacità produttive e genialità individuali qualsiasi bene creato, inventato o prodotto, perché diventi Pil dovrà essere comprato da qualcuno. Questo perché il Pil, come detto sopra, conteggia ciò che in economia succede anno per anno, cioè ciò che viene scambiato durante un arco temporale.
Questo spiega cosa vogliono dire, ognuno a suo modo, Di Maio e Salvini quando dicono che vogliono dare agli italiani più capacità di spesa, uno con il reddito di cittadinanza e l’innalzamento delle pensioni minime, l’altro abbassando le tasse a tutti. Vogliono lasciare più soldi ai cittadini per “muovere” il Pil. Ma noi stavamo parlando di Savona e per questo, avendo tracciato i presupposti, mostriamo di seguito alcuni grafici i cui dati di base sono estratti sempre dal sito ufficiale di Oecd. E’ evidente la forbice che si crea tra debito e Pil è una forbice che si allarga, vedi in particolare il caso Italia, quando il Pil smette di crescere.





In altri termini e ricapitolando, nessuno Stato occidentale abbassa il tenore delle spese. Nella prima parte abbiamo visto che i debiti pubblici sono in costante crescita perché lo Stato ha bisogno di spendere e assicurare un certo grado di benessere ai suoi cittadini mentre nella seconda, con l’ultima serie di grafici vediamo che quando la forbice tra debito e Pil si allarga il suo rapporto cresce.
Quindi il target che questo Governo, finalmente, si impone è la crescita del Pil che alla fine porterà alla diminuzione del rapporto debito/Pil spostando l’attenzione perversa sul debito tipica di Cottarelli, di Boeri e di Martina. Perché un Paese civile non può cancellare realmente la spesa dello Stato. Chi continua a scagliarsi contro questo si scaglia in realtà contro la ricerca del benessere, contro i cittadini, i pensionati, le persone con disabilità, gli ammalati cronici, i disoccupati, le aziende che producono, la ricerca, l’università, l’istruzione e la civiltà.
I parametri europei si concentrano (insensatamente ma questo è!) sul rapporto debito/Pil e tale rapporto si crea considerando entrambe le variabili. Come si vede nel caso della Francia, il suo debito è in costante crescita ma cresce anche il Pil per cui nessuno si preoccupa quando afferma di voler fare anch’essa, ad esempio, una sorta di reddito di cittadinanza.
Anche il Pil della Germania e della Spagna cresce e quindi il rapporto non è in discussione, mentre l’Italia ha smesso di crescere e quindi il suo debito procede in solitaria staccandosi sempre più dalla linea del Pil.
Per quanto possiamo essere geniali, capaci di innovare e di realizzare, il mezzo per muovere il Pil non potremo mai crearlo noi perché questo mezzo, in un sistema monetario, si chiama moneta. E questa la può creare solo lo Stato che poi può metterla in circolazione in tanti modi. Tra questi ne esiste uno che io sceglierei, se potessi: dare lavoro pagato dignitosamente, stabile e con tutti i diritti conquistati negli ultimi due secoli di storia. Ma anche questa è una decisione politica.

Fonti
Dati per i grafici www.oecd.org
HM Treasury – Whole of Government Accounts – year ended 31 March 2013 www.gov.uk

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

La fine della storia non è la democrazia liberale

A chi spettano le decisioni in una comunità di persone organizzate in Stato? Sono le considerazioni economiche o quelle di carattere politico a determinare la necessità umana? La decisione sovrana deve rispettare l’esigenza dei popoli o l’urgenza e i tempi del ricavo finanziario?
L’economia è solo una conseguenza delle azioni umane e lo è esattamente come il progresso scientifico che il politologo Francis Fukuyama vede come traino per il raggiungimento della democrazia liberale, il massimo a cui l’essere umano può aspirare come ha scritto nel suo saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.
Io parto dall’idea che le aspirazioni di base e di necessità primarie degli uomini sono uguali ma poi, a differenza di tutte le altre specie viventi che a quel punto si fermano, divergono quasi su tutto e per questo abbiamo bisogno di un arbitro. Ne abbiamo bisogno per contemperare le pulsioni e per far sì che queste non diventino troppo distruttive.
Tutti abbiamo bisogno di mangiare, avere un riparo e allevare dei figli ma poi ci sono la poesia, l’ingegneria, la tecnologia, i viaggi, il vino del nonno e lo spumante di classe. Quindi c’è la legittima pretesa della distanza, dello spazio vitale e di crescita individuale, del rispetto. Ma c’è anche l’ingordigia e il desiderio della sopraffazione, dell’approfittare dello spazio e delle libertà altrui.
La democrazia liberale rappresenta il governo di coloro che riescono a far prevalere le proprie esigenze su quelle di tutti gli altri e plasmano l’economia in maniera tale che questa conduca e non segua le vicende politiche, perché l’economia è il mezzo attraverso il quale essi riescono a porsi in posizione di vantaggio e lo fanno anche con il continuo tentativo di superare le Costituzioni. Troppo impregnate, queste sconosciute, di giustizia sociale e di quella forma di organizzazione umana che potremmo chiamare socialismo illuminato, che nulla ha a che fare con il totalitarismo o la dittatura di qualcuno (popolo o élite) ma vuol dire semplicemente poter immaginare un mondo realmente democratico e governato dalla politica.
I periodi storici in cui è stata usata la politica economica Keynesiana potrebbe essere chiamata indistintamente capitalismo o socialismo di Stato. I vantaggi furono equamente e naturalmente distribuiti tra chi deteneva i mezzi di produzione e chi offriva forza lavoro, cosa pretendere di più?
Erano momenti in cui l’economia era appunto politica economica e funzionava. Fino a quando i pochi sono riusciti a togliere l’aggettivo e trasformare l’economia in un treno senza conducente e senza freni ma che, secondo la dottrina liberale e liberista, è guidato dalla logica della “mano invisibile” che persino il suo creatore, Adam Smith, riteneva imperfetta e bisognosa di controllo pubblico.
Nelle vicende di questi giorni il Ministro Di Maio sta facendo la Politica, cioè sta interpretando il bisogno di giustizia sociale che si leva dal popolo e il Ministro Salvini sta parlando alla pancia del Paese, cioè a coloro che hanno bisogno di pane e di soddisfare i loro bisogni primari tra i quali c’è quello di sentirsi tutti considerati allo stesso modo, di essere uguali nel loro diritto alla sicurezza e alla vita.
Il mercato e la borsa in questi giorni stanno riprendendo il posto che gli spetta nella storia, quello di venire dopo la “decisione sovrana” che spetta allo Stato rappresentato dai suoi ministri che, a loro volta, devono rappresentare i cittadini.
Ed è questo che mi è sembrato di vedere nell’ovazione ai rappresentanti di questo governo ai funerali di Genova, un’ovazione alla politica che per una volta e dopo tanti anni, sta mettendo loro, le persone, davanti agli interessi del denaro.
E finalmente sui giornali, dal fatto quotidiano al sole24ore, vengono riportate le vicende relative all’assegnazione delle concessioni delle autostrade che dovrebbero cominciare ad aprire uno squarcio di luce su tutta l’opera di privatizzazione e di (s)vendita di beni pubblici (cioè di beni di proprietà dei cittadini, dato che non siamo in una dittatura medievale).
Operazione che forse potrebbe aiutare a capire che la situazione di debolezza attuale dello Stato italiano è una diretta conseguenza di tutte le scelte scellerate che sono state fatte a partire dagli anni ’80 e ’90 da quel filone di pensiero a cui appartengono anche le persone che nonostante i funerali di questi giorni continuano a difendere a spada tratta le borse e i mercati, cioè l’economia. A difenderla come se questa fosse un essere soprannaturale che vive di vita propria e non una conseguenza delle scelte umane e una concessione della politica.
Paesi come la Germania o la Francia funzionano (apparentemente almeno) meglio di noi perché hanno mantenuto vivo un barlume di politica, con l’influenza sul credito (banche) per percentuali che vanno dal 55% al 35% mentre noi, a seguito della legge Amato degli anni ’90, passavamo dal 75% a zero partecipazioni nel settore bancario e contemporaneamente vendevamo aziende e autostrade.
Mentre loro tendevano al controllo di se stessi (e degli altri) attraverso la politica, noi facevamo dell’Italia una vera nazione a democrazia liberale, quella abbracciata dal PD, da Forza Italia e ovviamente dal potentissimo partito Radicale di Pannella e della Bonino (che nonostante striminzite preferenze da parte dei cittadini è stato più influente e vincente di partiti con consensi del 20% o 30% solo perché promuovevano la supremazia della BCE, dei mercati, delle politiche sovranazionali, delle privatizzazioni e del liberissimo mercato – insomma dei poteri forti – ed erano ben lontane dai reali bisogni della maggioranza del popolo).
Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore o Taiwan non si sono evoluti e non hanno fatto faville in economia perché si sono affidati alla forza del mercato, come dice qualcuno che evidentemente ha studiato poco o finge, ma perché hanno diretto credito e investimenti, hanno sovvenzionato negli anni del boom le loro aziende nascenti facendo anche uso di protezionismo, hanno mantenuto asset strategici e hanno vinto mentre noi continuiamo a perdere.
L’Inghilterra della rivoluzione industriale, poi gli Stati Uniti ma anche la Svezia, oggi campioni di civiltà e sviluppo, sono passati attraverso il protezionismo sfrenato e hanno mantenuto la possibilità del controllo politico dei mercati attraverso il controllo delle loro banche centrali.
Come potrebbe uno Stato prosperare se non aiuta le proprie aziende e le famiglie a prosperare, quindi attuando politiche di credito agevolato, di protezionismo iniziale, di indirizzo e di controllo? Lo facciamo con i bambini, gli forniamo cibo, li facciamo crescere sani, studiare e solo dopo li lanciamo alla libera concorrenza. Come mai i fautori del libero mercato che solitamente confondono a piacere Stato e famiglia oppure Stato e azienda non utilizzano anche questo esempio?
Lo Stato deve essere presente, a difesa e ad attuazione dei dettami costituzionali, perché la democrazia deve essere costituzionale oppure non è democrazia. Nelle Costituzioni c’è scritto quello di cui i cittadini hanno bisogno e quello che vogliono dallo Stato, alla politica il compito di dare vita a quelle parole.
Il socialismo ha bisogno dell’unione dei lavoratori perché i lavoratori sono sfruttati allo stesso modo in tutto il mondo dai capitalisti, cantava l’internazionale socialista, ma ciò che la sinistra ha fatto è stato creare un lavoratore senza volto e senza anima che fosse ugualmente sfruttato in ogni luogo ma non direttamente dal capitalista bensì degli intermediari: la finanza, il mercato, le borse. Quindi i diritti dei lavoratori sono stati confusi ed identificati con la globalizzazione che alla fine glieli ha tolti, togliendogli anche un nemico visibile e attaccabile.
In questo modo siamo tutti finalmente e fintamente uguali, sfruttati e sfruttatori, operai a 1.200 euro al mese e concessionari di autostrade con terreni in Argentina più grandi di tutta la provincia di Treviso. Tutti uguali perché le regole le detta il mercato e non il capitalista o i sindacati né tantomeno la politica, relegata al ruolo di osservatore.
E invece non è così, non può esserlo, ma dovrà svegliarsi dal torpore chi ancora accarezza l’idea di essere al di sopra degli altri perché ha qualche soldo in più in banca, che vive della certezza che se c’è qualche milione di poveri in Italia è perché questi non sono in grado di cogliere le opportunità o non si impegnano abbastanza. Il torpore di chi si ritiene classe media, quella che piano piano sta scomparendo, è uno dei pericoli più grandi di questo tempo.
Le opportunità sono create dalla politica e sono opportunità senza mezze misure, dettate dai nostri bisogni reali e senza le indicazioni dell’economia che invece dovrà venire dopo. E si può fare rispettando anche le leggi della natura, del biologico, della prossimità, dell’accoglienza e del rispetto dei diritti di tutti.
Messa in sicurezza delle strade e delle autostrade, tante piccole opere di miglioramento dei territori, ricostruzione post terremoti e opere di ammodernamento e messa a norma anti sisma di edifici e strutture, quanto lavoro potrebbe dare? E non è forse attraverso il lavoro che dovrebbe misurarsi il benessere e il raggiungimento degli obiettivi di un documento programmatico? Non sembra lo sia in questo mondo, visto che invece viene misurato tutto in termini di rispetto di vincoli di bilancio.
Un approccio volto alla tutela delle persone e al rispetto della dignità umana porterebbe a investimenti continui, alla creazione di posti di lavoro, ad un ciclo virtuoso che potrebbe dare di più a tutti ma già si leva, forte, l’opposizione che agita le bandiere del 3%, del debito al 60% e rilancia i dubbi sulla reazione delle borse e dei finanziatori esteri. In realtà l’opposizione (solo di sinistra perché gli altri sono al posto giusto) dovrebbe passare più tempo a chiedersi: ma cosa c’entrano Salvini e Di Maio con il socialismo, le Costituzioni, la dignità del lavoro, la supremazia della politica sull’economia?

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