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Quando lo Stato sceglie la disoccupazione: l’economia neoclassica e la strategia del ribasso occupazionale

Scegliere tra sotto-occupazione e disoccupazione è la regola nell’economia neoclassica, economia che predilige l’alta disoccupazione e vince grazie al consenso dei cittadini.

L’Ansa ci informa che all’ILVA ci saranno all’incirca 4.000 esuberi, cioè dovranno essere licenziati 4.000 dipendenti. A coloro che rimarranno sarà applicato il jobs act, quindi niente garanzie assicurate dall’art. 18, e saranno cancellate anzianità e precedenti trattamenti economici.
Di certo non sarà il caso di lamentarsi per le nuove condizioni contrattuali, infatti rispetto ai licenziati che andranno ad aumentare l’esercito dei disoccupati italiani, chi rimarrà potrà ritenersi “fortunato” perché almeno avrà conservato il lavoro. E in tempo di crisi e di disoccupazione che supera il 10 per cento, si sa, un impiego a “tutele crescenti” pagato magari anche 800 euro al mese è, più o meno, una manna dal cielo.
Il punto è che l’italiano medio, oggi, può scegliere tra un’occupazione sottopagata e la disoccupazione, e persino nel pubblico, per la gioia dei neoliberisti della domenica tipo il censore Giannino, non si sta più tanto bene come una volta. Sempre di più i lavoratori convergono verso lo stesso punto, lo stesso destino ma incoscientemente divisi verso il baratro. Infatti se è vero che le grandi ditte assumono i nostri ingegneri a 1.400 euro al mese, che le banche non offrono più le belle condizioni lavorative di una volta, che le aziende del mitico nord-est faticano a rimanere aperte e che multinazionali come Ikea o MacDonald offrono quel che il mercato richiede, nel pubblico non si sta poi tanto meglio.
Il precariato continua ad esistere nell’insegnamento ed è stato introdotto nelle forze armate, le forze dell’ordine invecchiano perché si assume molto di meno anche se la sicurezza dei cittadini ne risente, infermieri e medici sono palesemente sotto organico. Tutti hanno visto i loro stipendi bloccati per anni e per tutti, e in maniera solidale, le pensioni verranno calcolate con il contributivo e saranno sempre più basse e distanti nel tempo.
La struttura sociale nella quale viviamo accetta questa condizione perché viene presentata ad arte come unica possibile. La scuola neoclassica che attualmente governa l’economia, e che non è più politica proprio per eliminare la possibilità di un coinvolgimento sociale o statale nelle decisioni che strutturano la nostra vita, non ammette l’esistenza di altre teorie economiche e quindi modella le sue decisioni in base a quello che c’è al momento.
E cosa c’è oggi? Abbiamo l’euro e i cambi fissi pur non avendo più una moneta legata all’oro, i capitali sono liberi di circolare senza restrizioni anche se questo causa crisi continue e dipendenza dai mercati finanziari, la finanza a sua volta è stata deregolamentata nonostante si sia concordi nell’attribuirle la colpa delle continue bolle, la BCE stampa soldi come se piovessero ma nulla arriva ai cittadini. Le banche falliscono ma vengono salvate dagli Stati a spese dei cittadini o dei risparmiatori (che stranamente vengono fatte sembrare categorie separate), Stati che però mai si spingono a salvare piccole o medie aziende in crisi il che potrebbe salvare tanti posti di lavoro e magari evitare il ristagno dell’economia reale.
Quindi la scuola neoclassica dell’economia (non economia politica) ragiona su quello che c’è e non su quello che potrebbe essere. Su una struttura che vede da una parte i ricchi che diventano sempre più ricchi nonostante le crisi, e dall’altra i lavoratori ai quali si possono togliere diritti e abbassare gli stipendi e quindi diventano sempre più poveri. Una struttura, insomma, che funziona molto bene per qualcuno e meno bene per altri. Altri che però si lamentano poco e si distraggono facilmente.
Infatti mentre i parlamentari (solo casualmente di sinistra) digiunano per lo “ius soli” che di sicuro gli porterà molto consenso, tutti si disinteressano delle politiche di austerità che vengono applicate solo ad alcune categorie sociali e del fatto che tutti gli interventi economico-politico-sociali non cambiano il quadro generale, anzi bloccano la crescita e aumentano la disuguaglianza a causa della elitaria distribuzione del benessere. Scelte che mantengono costantemente alta la disoccupazione, che in un mondo normale dovrebbe essere la preoccupazione principale per un governo di sinistra.
Mai far mancare però al ragionamento che, negli ultimi anni, ogni volta che si sono tenute delle elezioni la gente ha votato per i partiti che propendevano all’austerità (cioè abbattimento dei debiti pubblici, eliminazione della spesa a deficit e privatizzazioni con condimento di libero mercato e globalizzazione) e quindi, conseguentemente, ha accettato il mantenimento di un’alta disoccupazione e, per chi lavora, la perdita dei diritti acquisiti e di un trattamento pensionistico decente. Quindi perché lamentarsi? Forse l’idea che non esista alternativa è davvero incredibilmente profonda.
L’economia al comando tende a lasciare tutto come è adesso, con il beneplacito dei cittadini, e sposta le risorse esistenti da una parte all’altra a seconda del consenso che vuole ottenere senza mai crearne di nuove. Senza mai nemmeno provare a riformare la struttura affinché si possa scegliere, finalmente, tra un lavoro pagato bene e un lavoro pagato meno bene, tra un lavoro sedentario e uno che ti faccia viaggiare. Una struttura che tenda, finalmente, al pieno impiego con tutte le garanzie conquistate in decenni di lotte.
Ma per fare questo bisognerebbe vedere oltre la dottrina economica neoclassica al potere, immaginare che possano esistere altre dottrine economiche e, soprattutto, capire che se un governo decide di mettere risorse per la ricostruzione dopo un terremoto togliendole ai fondi per i diversamente abili, non ha cambiato politica economica, ha solo spostato risorse.
E anche che, se verranno licenziate 4.000 persone senza intervenire, ha fatto una scelta, quella di aumentare il numero dei disoccupati in modo tale che tanti altri accettino condizioni sempre peggiori pur di lavorare.

Banconote

Politica e finanza: il “whatever it takes” di Mario Draghi

Fonte: Il Sole24ore

Questo eloquente grafico mostra l’espansione del bilancio della Banca Centrale Europea (Bce) e ci dice che ha superato i 4.000 miliardi. In realtà potremmo osservare lo stesso fenomeno se guardassimo il grafico della Fed americana o della Boj giapponese, ma cerchiamo adesso di comprendere per bene il dato.
Per qualsiasi azienda nel mondo, e anche per qualsiasi famiglia, se aumenta la cassa vuol dire che sono aumentati i soldi a disposizione e quindi è aumentata la capacità di spesa. Questo può avvenire perché ho venduto un maggior numero dei beni o servizi che produco o perché ho abbassato i costi. Per le famiglie, perché magari ha cominciato a lavorare anche uno dei figli oppure perché tutta la famiglia sta risparmiando per progetti futuri più di quanto spende.
Da dove arrivano invece i soldi della Bce che le hanno permesso di espandere il bilancio? Non produce beni e tantomeno ne vende. Elargisce servizi (o almeno dovrebbe), simili per esempio alla scuola che produce cultura, oppure alle forze armate che producono sicurezza, cosa rende quindi così speciale il suo bilancio?
Proprio il fatto di essere una banca centrale, non un’azienda e tantomeno una famiglia. Un grave errore di metodo, se davvero si vogliono capire questi fenomeni, è proprio fare questi paragoni. Si rischia di ragionare, per esempio, come Giannino quando urla da Radio24, ovvero si parla di economia senza capirne il senso, con l’aggravante di confondere le idee a chi cerca di avvicinarsi al tema.

Una Banca Centrale il denaro lo crea e se funziona bene ne crea esattamente quanto ne serve al sistema. Infatti, se ne immette in circolazione troppo poco si ha la deflazione, se ne immette di più del necessario, si ha l’inflazione. Quale di queste situazioni è la peggiore? La deflazione protegge i creditori, cioè chi i soldi li ha, mentre l’inflazione protegge i debitori, cioè chi i soldi non li ha e quindi li chiede in prestito. Negli anni Ottanta si pagavano, per esempio, interessi del 20%, ma se l’inflazione era al 18% allora si pagava realmente il 2% netto. Con l’attuale deflazione se l’interesse da pagare è il 3%, questo è un dato reale, senza sconti per lo Stato e per i cittadini che poi sono chiamati a ripagare in un modo o nell’altro.

Il “whatever it takes” di Mario Draghi, pronunciato nel 2013, era una minaccia ai mercati, un messaggio per dir loro che dovevano smetterla di speculare sui cosiddetti paesi a rischio dell’eurozona. E che cosa stava minacciando esattamente? Minacciava… di stampare moneta, tanta e fino a quando fosse stato necessario, senza limiti di sorta, attraverso i prestiti alle banche a basso costo (1.000 miliardi di Tro e Ltro) e l’acquisto di bop, utilizzando l’operazione in codice “quantitative easing” (a oggi oltre 2.000 miliardi di euro).
Ecco, di conseguenza, spiegata l’espansione di bilancio della Bce: ha stampato / creato soldi.

Dunque, scriviamolo di nuovo. Per uscire da quella terribile crisi è bastato che il governatore della banca centrale dicesse ai mercati che in caso di bisogno avrebbe stampato soldi. Non so se noi tutti abbiamo ben compreso la faccenda, ma i mercati, da parte loro, compresero molto bene e, infatti, i tassi sui nostri titoli di Stato sono scesi dal 7,5% di allora a circa il 2,5% di oggi.
Oltre l’espansione dei bilanci e i tassi di interesse ci sono anche altre riflessioni da fare. Vedo il punto interrogativo sulla testa dei lettori che chiedono: ma se uno Stato attraverso una Banca centrale può riacquistare i suoi btp (titoli di Stato) precedentemente emessi stampando semplicemente la somma di denaro corrispondente, allora a che serve emetterli? A questo punto si potrebbe direttamente immettere nell’economia i soldi necessari senza passare per i mercati finanziari e sottostare all’altalena degli interessi.
Per quelli più attenti si può andare addirittura oltre ed ipotizzare che lo Stato in questo modo potrebbe tranquillamente spendere per assorbire l’11% di disoccupazione e ricostruire dopo i terremoti, sistemare gli argini dei fiumi, assumere altri vigili del fuoco e forestali e via discorrendo.
Beh, credo proprio di sì: lo Stato in linea di principio potrebbe farlo. Ma lo Stato oggi non siamo noi. Lo Stato oggi è la politica e la politica è quella che si vede in tv, niente altro. E il grosso problema o limite all’intervento politico è contenuto nelle parole “senza passare per i mercati finanziari”. E non c’è niente da fare, si dipende sempre da qualcuno: eliminata la dipendenza dai cittadini si è passati alla sudditanza dai mercati, dalle banche e dalla finanza.

La speculazione, da parte sua, opera e vince solo se lo Stato non controlla i fenomeni macroeconomici. Questi, infatti, non funzionano da soli come blaterano i neo liberisti e se non li controlla lo Stato sono alla mercé del più forte, che ovviamente ne approfitta. E come dargli torto? Purtroppo a noi non sembra dispiacere più di tanto l’ovvia sudditanza di quelli che decidono in nostro nome, nonostante continuiamo a pagarli come se fossero nostri dipendenti. E riusciamo a convivere molto tranquillamente con tassi di disoccupazione oltre il 10%, con risparmi che evaporano, governi tecnici che si rimbalzano senza passare mai per le elezioni, pensioni che si allontanano dalla nostra visuale e i soliti noti che si ingrassano e dibattono della struttura delle pietre delle Dolomiti.
E ben vengano gli appassionati e distraenti dibattiti sullo ius soli e la teoria gender o su chi è stato il primo a presentare la legge sull’eliminazione dei vitalizi ai parlamentari.

Ma torniamo alle domande che a questo punto si rincorrono, sono conseguenti, con la speranza si cominci a svilupparle anche a livello dei bar di periferia, tra un gol di Totti e i drammi di Angelina Jolie: a chi conviene che l’Italia non abbia una Banca Centrale pubblica visto che qualche macro problema potrebbe risolverlo? A chi conviene che l’Italia sia costantemente sotto attacco della speculazione? Perché abbiamo creato una Banca Centrale Europea che non lavora per gli Stati e i cittadini, ma decide le sue azioni in autonomo e interviene solo dopo che i disastri si sono già palesati?

Intervista al professor Cesaratto: “La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano”

Di seguito l’intervista al prof. Sergio Cesaratto dell’Università degli Studi di Siena e autore del libro “Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come uscirne)”, Imprimatur, 2016.
L’austerità è causata dal debito pubblico o dai deficit esteri? E questi interagiscono con l’occupazione? Le politiche monetarie e la moneta, le politiche keynesiane e il neoliberismo, il capitalismo, il socialismo e i politici che leggono poco, il ruolo della Germania nel mondo oltre che in Europa e gli Stati Uniti, il professor Cesaratto ha accettato una lunga chiacchierata su questi temi.
In fondo all’articolo l’intervista è scaricabile in pdf.

Professore, a chi si rivolge il suo libro?
A tutti. Naturalmente a chi voglia fare un minimo di fatica. Non solo agli economisti di professione ma anche ai cittadini che in questi anni si sono resi conto che bisognava capire meglio quello che stava accadendo. Il libro si rivolge naturalmente anche agli studenti che scoprono un mondo nuovo, si rendono conto che esiste anche una analisi economica alternativa, poi ci sono i giornalisti, quindi un po’ a tutti direi. Chi si riesce a penetrare di meno sono i politici, un po’ forse perché non leggono, anche se debbo dire che D’Attorre, Fassina, Ferrero o altri magari lo fanno ma lì, nel mondo della politica, è più difficile, non sono abituati a leggere probabilmente.

Lei mi ha nominato tutti politici dell’area di sinistra.
Guardi io non ho tanta fiducia nei politici della sinistra ma ancor meno nei politici della destra per tantissimi motivi, insomma. Non ho fiducia nella maggior parte della sinistra. Totalmente disastrosa, insegue dei principi astratti, si sta allontanando sempre di più dalla gente normale. È elitaria, cosmopolita, fondamentalmente neoliberista.
In Italia non abbiamo nemmeno però la Le Pen che viene da una tradizione francese che vede al centro lo stato, l’intervento pubblico. In Italia abbiamo Salvini che insieme ai suoi economisti di riferimento sono molto liberisti e penso che lui, come anche la Meloni, sia interessato a rimettersi con Berlusconi e ritornare al Governo. Non ho nessuna fiducia politica né nelle loro idee ne in quello che presumibilmente farebbero se fossero eletti al Governo.
Ho pochissima fiducia anche nella cosiddetta sinistra però, come dire, quello è il mio mondo. In ogni caso sono disposto a parlare con tutti.

Torniamo al libro per parlare del sovrappiù, quella parte di produzione che eccede il consumo o i bisogni immediati. Ricardo lo enuncia come contrasto tra capitalisti terrieri e industriali, poi viene ripreso da Marx per diventare motivo del contendere tra lavoratori e capitalisti, perché secondo Marx questi ultimi se ne appropriano togliendolo ai lavoratori che lo hanno creato. Si arriva a Keynes dopo la crisi del ’29 e si passa alla domanda aggregata come concetto macroeconomico di termometro del benessere collettivo, della distribuzione del reddito. Perché se c’è una buona domanda aggregata, cioè se la gente spende, acquista, vuol dire che ne ha la possibilità, che il sovrappiù è stato distribuito a tutti e viene utilizzato spendendo, comprando più beni. Se la spesa si contrae e con essa la domanda aggregata, allora è un sintomo che qualcosa non va nell’economia e nella distribuzione del reddito.
Assolutamente sì.

Monti però in un’intervista alla CNN dichiarò che il suo governo stava distruggendo la domanda aggregata, quindi di fatto cosa voleva fare, aumentare le disuguaglianze?
Beh sicuramente è strutturale all’economia di mercato che, da un lato, chi ha il controllo dell’economia, semplificando i capitalisti, è interessato a che il sistema sia diseguale, quindi salari bassi e profitti alti. Naturalmente, non è che siano sciocchi e in certe fasi sono anche disponibili a ricorrere a Keynes e anche Monti conosce Keynes, ovviamente, e sa anche come stanno le cose.
Sono ricorsi a Keynes per due o tre decenni dopo la 2^ Guerra Mondiale. In quel periodo c’era la sfida sovietica e quindi il capitalismo doveva funzionare, ed essere anche eticamente presentabile, si estese la giustizia sociale, si stimolò la domanda. Quando la sfida sovietica è venuta meno il capitalismo è tornato alla faccia cattiva.
Gli Stati Uniti, ma anche la Cina, hanno adottato politiche Keynesiane per uscire dalla crisi, certo non dal punto di vista della distribuzione del reddito ma comunque hanno fatto spesa pubblica, infrastrutture e quant’altro.
Purtroppo in Europa abbiamo la Germania che è legata tenacemente ad un modello che non sostiene la propria domanda interna ma si basa sull’espansione della domanda negli altri paesi, a maggior ragione se questi sostenendo la propria la domanda interna creano lavoro e occupazione lasciando crescere i salari. In tal modo la Germania guadagna competitività. La Germania è il vero scandalo europeo, il vero impedimento ad una vera unificazione. Senza, forse, l’Europa si sarebbe unificata magari a guida Francese. I francesi certo non sono dei santi, e lo testimonia il loro operato in Libia, però forse con francesi e inglesi ci si ragiona un po’ di più mentre con i tedeschi ragionare è impossibile.

Un’Europa a guida tedesca non sembra un buon affare. Nel capitolo IV del suo libro Lei dice che Mitterand dovette abbandonare l’idea di fare una politica estera accomodante e cooperativa perché i tedeschi non rinunciavano a un mercantilismo spinto. Come ci si difende dagli esportatori di professione, e senza unione monetaria pensa sarebbe più facile?
Certo. La flessibilità del cambio è una forma di difesa. Mettersi con i tedeschi è pericoloso, Federico Caffè (un grande abruzzese!) diceva “mai con i tedeschi”. Anche la Banca d’Italia prima del disastro della guida Ciampi, e con Visco ancora peggio, era contro l’euro. La Germania era un problema anche prima dell’euro, negli anni ’50 perseguiva lo stesso modello appoggiandosi ai cambi fissi concordati nel 1944 a Bretton Woods. Lasciava fare il keynesismo agli altri e lei si lasciava guidare dalle esportazioni.
Subito dopo la guerra di Corea si creò un boom di domanda. Sfruttando le sue capacità tecnologiche, perché anche se l’industria all’epoca era distrutta aveva i suoi ingegneri, il surplus commerciale tedesco raggiunse subito un volume che negli anni ’50 un autore definì grottesco. Quindi la storia è vecchia, la Germania è il problema dell’economia mondiale e non è un paese cooperativo. E non è nemmeno un paese imperiale nel senso buono, quelle di cui ha bisogno il mondo, come gli Stati uniti nel secondo dopoguerra e come lo era l’Impero Romano. Un impero deve dare garanzia di pace e sicurezza e fare da “demand of last resort”, avere quindi un mercato interno che sostenga l’economia mondiale.
Gli Stati Uniti lo hanno fatto e lo fanno, hanno la moneta di riserva per eccellenza e quindi tutti accettano di essere pagati in dollari. Tutti acquisiscono dollari ma vendono nel mercato americano, l’impero deve fare così, la Germania è una pessima potenza imperiale. E’ un impero nel senso più deteriore, non dà una leadership ma opprime.

Quindi il problema della Germania è che vuole solo vendere e non comprare. Lascia fare il keynesismo agli altri perché non è interessato alla propria domanda interna, vuole vendere i suoi prodotti all’estero e se gli altri paesi si sviluppano possono comprargliene di più e questo gli sta bene, ma non si preoccupa nemmeno di deprimerli come fa nel mercato dell’eurozona. Quindi approfitta del presente ma non crea le condizioni per il futuro dimostrando oltretutto di non avere visione e un Paese senza visione non può esercitare una leadership credibile.
Gli Stati uniti possono comprare i prodotti esteri potendo pagare con i dollari, e questo va benissimo. Certo bisogna dire che il capitalismo è una forma economica del tutto irrazionale. La forma economica razionale sarebbe il socialismo che a sua volta ha dimostrato una serie di problemi, è fallito per altre ragioni. È vero che il capitalismo, nella sua irrazionalità, qualcosa ti dà in cambio, è basato sull’egoismo e l’egoismo qualcosa ti porta, fa leva su una parte dell’indole umana non particolarmente encomiabile, cioè l’egoismo individuale. Il socialismo paradossalmente fallisce perché l’egoismo purtroppo viene fuori anche lì, magari c’è la piena occupazione, ma la gente, sicura del “posto”, non vuole lavorare. Un grande problema il socialismo, se dovessi scrivere un altro libro, un altro capitolo lo dedicherei ai problemi del socialismo.
Il problema è che oggi non c’è un’alternativa al capitalismo di conseguenza capire le difficoltà del socialismo è molto importante. Non si capisce perché le vicende umane, il nostro stesso benessere, devono essere guidate da un meccanismo esterno alla nostra volontà e alla nostra ragione, che fanno leva sull’egoismo. Qualcosa di meglio, in fondo, si potrebbe trovare.

Euro sì euro no, mi sembra ci sia indecisione nello stesso mondo accademico. Anche chi come lei non è un fautore della moneta unica non mi sembra proponga una risposta chiara.
Ammetto di sfuggire un po’ a questo problema. L’euro potrebbe cadere se Draghi interrompesse il sostegno ai titoli pubblici attraverso il Quantitative Easing, gli interessi sui titoli italiano risalirebbero a livelli insostenibili e allora dovremmo decidere se uscire o accettare la troika, una deriva Greca quindi, se non peggio. Li sarà la gente a decidere se accettare la troika e finire in una maniera terribile o a quel punto l’alternativa sarebbe affrontare le difficoltà di una rottura con l’euro.
Non lo so se l’euro è destinato a rompersi o meno, comunque vedevo stamattina un articolo su un giornale importante (17 febbraio n.d.r.) che raccontava che le famiglie greche sono oramai al collasso, affidano i figli a istituti di carità.

Qualche economista pensa che una svalutazione dovuta ad un’uscita dalla moneta unica e conseguente ritorno ad una moneta nazionale potrebbe far crollare i salari. Lei cosa ne pensa?
Direi che questi stanno crollando anche adesso e crollano fondamentalmente per due ragioni: la prima è che i salari reali sono diminuiti e in secondo luogo perché c’è disoccupazione. Io non guardo al salario ma guardo al reddito complessivo di una famiglia, se prima lavoravano padre, madre e il figlio maggiorenne, adesso lavora solo la madre (magari ad orario ridotto), quindi il reddito delle famiglie nel suo insieme è crollato. Allora come diceva giustamente Bagnai sul Financial Times, e credo che riprenda il mio pensiero, può darsi pure che la svalutazione, almeno all’inizio, incida negativamente sui salari reali, però se favorisce l’occupazione i redditi delle famiglie aumentano, cioè aumenta il complesso dei salari reali delle famiglie (cioè la capacità di acquisto n.d.r.). Quando riprende l’occupazione, l’ammontare dei redditi che va alle famiglie aumenta.
Se l’economia riprende ad espandersi finalmente riprende, la produttività che adesso langue per mancanza di domanda che a sua volta fa marciare le imprese a ritmi ridotti. Riprende la produttività e poi riprenderanno anche i salari reali.

Quindi non è una svalutazione che provoca una diminuzione dei salari ma la volontà (o la necessità) di volersi sviluppare attraverso le esportazioni, cioè compressione salariale per essere competitivi.
Se vuoi acquistare competitività verso l’esterno devi contemplare anche una diminuzione salariale, può darsi, almeno nel breve periodo, però se riprende l’occupazione riprendono i redditi delle famiglie. Magari il padre lavora, la madre guadagna un po’ di meno di prima, ma lavora a tempo pieno e il figlio magari part time ma lavora, insomma riprende tutto. E non è che questo è un modello “export led”, vuol dire solo che riprendere la competitività esterna ti consente di espandere poi la domanda interna utilizzando la politica fiscale senza incorrere appunto nel vincolo estero. Stai esportando di più quindi puoi anche permetterti di importare di più e abbassare le tasse.

Volendo sintetizzare il suo ragionamento direi così: all’inizio comprimo i salari per essere più competitivo e poter esportare di più. Accumulo soldi per poter spendere e comprare all’estero e quando la bilancia dei pagamenti sarà in equilibrio potrò utilizzare la leva fiscale, cioè potrò abbassare le tasse, per lasciare più soldi ai cittadini da spendere e aumentare così la domanda interna.
No, più che alla diminuzione dell’imposizione fiscale penso a una espansione della spesa pubblica (che ha anche la forma di salario indiretto ovvero di servizi sociali). Circa i salari reali, questi devono assolutamente crescere nel lungo periodo per sostenere la domanda.

Lei parla anche del Quantitative Easing, operazione della BCE attraverso la quale vengono comprati i titoli di stato dei paesi dell’eurozona e quindi anche i BTP italiani. Questa operazione dovrebbe servire a diminuire i debiti degli stati attraverso quello che in contabilità si chiama consolidamento. A marzo sono stati acquistati un totale ormai di 233 miliardi di titoli, verranno quindi consolidati e cioè stracciati e scalati dai 2.228 miliardi di debito pubblico contabilizzato?
Sì, in via di principio è così. Anche se non venissero comprati più titoli di debito pubblico non è che la Banca d’Italia si mette a rivendere quelli comprati. E questo è un consolidamento. C’è anche da dire poi che è vero che si pagano degli interessi su questi titoli ma una parte ritornano indietro al Tesoro.

Sì ma il debito pubblico reale dovrebbe essere più basso di quello indicato, al di là degli interessi pagati o incassati per opera del cosiddetto signoraggio. Una volta ricomprato il debito, i titoli che lo attestavano dovrebbero essere eliminati.
Certo, se la banca centrale appartiene allo Stato, emette liquidità, si ricompra i titoli e quindi li può stracciare. Se ha ricomprato 233 miliardi di titoli questi non fanno più parte del debito pubblico. In realtà la BCE potrebbe ricomprarsi tutto il debito, certo è chiaro che si crea liquidità e non è che questo è senza problemi.

Come dire, si può fare ma va fatto con criterio. Altrimenti la liquidità creata creerebbe inflazione?
Chi possedeva i titoli non è che spenderebbe la liquidità ricevuta, perché chi aveva i titoli li acquistati per investire dei risparmi, impiegando dunque dei quattrini che non aveva intenzione di spendere. Nel momento che li riavesse indietro, evidentemente continuerà a non volerli spendere. Quindi l’idea che si inonda il mercato di liquidità, che la gente spende e si crea inflazione non è fondata. Le persone che non avevano intenzione di spendere dei fondi prima, non li spenderanno dopo.
Certo questo potrebbe portare squilibri a vario titolo. Ci sono rischi sia con il QE americano che con quello europeo perché questa liquidità spesso finisce nei mercati dei paesi emergenti, fondi pensione, fondi comuni, mercati in cui i rendimenti sono più alti. Questo potrebbe portare ad una svalutazione di dollaro ed euro e ad una rivalutazione delle valute di quei paesi che si ritroverebbero monete forti che danneggiano la loro competitività. In più questa abbondanza di liquidità in questi mercati può creare bolle speculative, un esempio classico sono le bolle edilizie. Quindi paradossalmente il nostro Q.E. può essere un problema per i paesi emergenti mentre per noi rappresenta parte della soluzione.

Funzionerebbe meglio per il sistema e a livello macroeconomico se la liquidità immessa col QE fosse utilizzata per acquistare titoli deteriorati o di aziende a rischio fallimento?
Di quali aziende, con quali criteri selettivi… in effetti il QE è stato esteso alle grandi corporation, però qui entriamo un po’ nel libero arbitrio. Di fatto è già stato esteso. Comunque la Banca Centrale potrebbe benissimo intervenire per sistemare le banche a rischio fallimento, comprare i titoli tossici insomma.

Direi che non mi sembra poco. Adottare una soluzione del genere, che quindi mi sembra di capire sia possibile, risolverebbe i problemi di tanti risparmiatori e darebbe più fiducia al sistema bancario. Il QE dimostra, comunque, che è possibile stampare moneta senza necessariamente creare inflazione e rispettando determinati criteri. Che è possibile monetizzare il debito degli stati e che quindi in questo modo il debito pubblico potrebbe essere sotto controllo.
Da un punto di vista keynesiano lo Stato prima spende e poi raccoglie le tasse o i risparmi dei cittadini (se le imposte fossero sufficienti). Però prima lo Stato spende, crea moneta, e da un punto di vista keynesiano deve essere così. Poi quando riscuote le imposte, ritira questa moneta, quindi non è che questa moneta aumenta ogni anno di più proprio perché con l’imposizione fiscale la ritira. Questo è assolutamente vero in generale però qual è il punto, e questo anche per rispondere alle idee della MMT, qual è il limite della spesa pubblica finanziata dalla Banca Centrale attraverso la stampa della moneta? Il vincolo estero!
Vale a dire che, a meno di essere gli Stati Uniti, va benissimo spendere anche facendosi finanziare dalla banca centrale per sostenere la domanda e l’occupazione, ma se cresce troppo la domanda interna questo conduce ad importazioni troppo forti dall’estero e questo comporta indebitamento. La MMT ritiene che si possano pagare le importazioni in lire e questa è un’assoluta falsità, che illude qualche migliaio di persone che seguono la MMT.
Certo possiamo fatturare in lire ma dobbiamo garantire che la lira sia convertibile in moneta di riserva, dollari o monete forti, quindi questo è il limite a cui bisogna stare molto attenti, che non vuol dire che per crescere non ci si possa indebitare con l’estero, però deve farlo entro limiti molto forti.
Quindi è vera una parte dell’affermazione, lo Stato può benissimo spendere finanziandosi presso la banca centrale ma attenzione, un limite c’è insomma.

Si però immagino che questo limite sia più forte nel momento in cui si parli di uno stato debole, con poca capacità produttiva.
Beh storicamente l’Italia, ma anche la Francia hanno incontrato dei limiti.

Non mi sembra che abbiamo avuto storicamente grandi problemi con la bilancia dei pagamenti, direi che siamo sempre stati in grado di affrontare anche le situazioni più drammatiche come le due crisi petrolifere degli anni ‘70.
Possono permettersi di finanziarsi in questo modo Stati Uniti, i paesi di origine anglosassone, forse meno la Gran Bretagna, più il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia perché sono paesi affidabili, hanno un sacco di risorse naturali. La loro moneta è abbastanza accettata anche se sono in disavanzo estero e questo non è sostenibile per tutto il resto dei paesi del mondo. Punto. La MMT può raccontare quello che gli pare e piace, io ho messo sul blog una sorta di settima lezione del libro su questo argomento perché Wray, Mosler e altri scrivono spesso tutto e il contrario di tutto, e con chi usa questo metodo poi è difficile anche discutere.
Io mi sento a disagio con alcuni degli “economisti” che impazzano sul web, spesso improvvisatori e autodidatti. Ci vogliono studi solidi e maestri.

Lascio aperto il discorso esportazioni e capacità dell’Italia di tenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, magari merita un approfondimento. Chi è il più improvvisatore?
Non facciamo nomi

Va bene. Mi chiedo e le chiedo: se è possibile monetizzare il debito, se una banca centrale può comprare titoli degli stati e quindi il suo debito, allora perché non lo fa? Immagino perché tenendo alta la paura del debito pubblico nelle persone, si rendono lecite tutte le politiche di austerity, alta tassazione, calo dei servizi e via dicendo.
L’austerità ha come strumento l’abbattimento del debito pubblico, ma il vero obiettivo dell’austerità è il debito estero. In questo modo i paesi riducono le loro importazioni, quindi una parte del loro disavanzo commerciale, e segnatamente le partite correnti, e cominciano a restituire o comunque non aumentano ulteriormente il loro debito estero. È questo che si vuole tenere sotto controllo.
In un certo senso è anche ragionevole, ma dipende dal contesto. È da ricordare che il debito italiano è piccolo, il debito estero della spagna è molto più grande. Il nostro debito netto è il 25% del PIL, la Spagna il 90%. La Spagna ha un debito privato elevato e un debito estero elevato. In linea di principio è messa peggio dell’Italia. Però siccome la Spagna ha fatto riforme del lavoro più feroci di quelle italiane la Commissione Europea è più accomodante. E questo le permette di fare politiche in disavanzo senza incorrere in procedure per levato deficit, come invece succede a noi.

Professore, ha senso la frase “non ci sono soldi”?
Come dicevamo sopra, se avessimo una banca centrale i soldi ci sarebbero per definizione, con i limiti del vincolo dell’indebitamento estero. Non possiamo pensare di espandere la domanda interna e cominciare a importare dall’estero e indebitarci. I soldi li creiamo noi ma se cominciamo ad importare troppo poi non possiamo pagare utilizzando questi stessi soldi, abbiamo bisogno che ci prestino altre valute, che ci prestino dollari, valute di riserva. Possiamo anche fatturare in lire, certo, ma la gente si confonde, il seguace della MMT dice: noi possiamo fatturare in lire. Certo! Basta però che assicuri la convertibilità della lira. Che chi è pagato in lire possa rivolgersi a quello che una volta si chiamava ufficio italiano dei cambi, una branca della banca d’Italia, che possa cambiare i tuoi soldi in dollari. Ci può essere un po’ di flessibilità ma un po’ di dollari li devi avere.

La MMT considera troppo poco l’importanza delle banche commerciali nella creazione del denaro/credito?
Questo non saprei, ma protendo più per il no. Anzi siamo d’accordo con il fatto che la creazione di credito da parte delle banche vada tenuta sotto controllo se no si creano queste bolle che descrive Minsky che è il loro economista di riferimento e spiega le bolle edilizie o finanziarie che poi si trasformano in crisi conseguenti. Siamo d’accordo che queste attività, la creazione della moneta bancaria, il credito, vadano tenute sotto controllo.

La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano?
Naturalmente.

Pdf dell’intervista:
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ECONOMIA
Banche centrali e libero mercato.
Ora siamo di fronte al baratro

Fino al 1981 la Banca d’Italia era prestatrice di ultima istanza, cioè comprava tutti di titoli di Stato emessi dal Ministero del Tesoro che eventualmente fossero andati invenduti alle aste periodiche. Questo voleva dire principalmente due cose: la prima, era possibile tenere sotto controllo l’interesse al quale si voleva vendere i titoli; la seconda, conseguente alla prima, nel caso il mercato avesse preteso interessi troppo alti lo Stato italiano si sarebbe potuto rifiutare di pagarli avendo a sua disposizione un Ente pubblico che li avrebbe comunque comprati.
Un’altra considerazione da fare, anzi altre due: a quel tempo, quindi, si monetizzava il debito; in fondo se era possibile monetizzare i titoli allora sarebbe stato possibile anche evitare di inscenare la farsa dell’asta pubblica per la vendita di tali titoli.
Detto in maniera più chiara: se il Ministero del Tesoro poteva ordinare alla Banca d’Italia di comprare tutti i titoli invenduti, allora avrebbe potuto anche non emetterli chiedendole direttamente di stampare il corrispettivo in lire. Ma in ogni caso farlo, all’interno di un sistema controllabile, significava pur sempre dare un qualche guadagno al risparmio privato, un altro modo di rispettare la nostra Costituzione, quindi perché non farlo?

Dopo il 1981 si è deciso che bisognava affidarsi ai mercati, quindi che lo Stato non doveva più stampare moneta, ma poteva solo chiederla in prestito e di conseguenza si è decisa l’indipendenza della Banca d’Italia dallo Stato e la sua contemporanea sottomissione alle leggi del mercato. A distanza di ‘qualche’ anno e guardando i dati di crescita, di occupazione e di benessere ci sarebbe da fare qualche considerazione in merito a questa scelta.

Cosa succede oggi? Più o meno procediamo nella stessa direzione: verso il baratro. Lo Stato ha ceduto ulteriormente la propria sovranità monetaria alla Bce, ma mentre fino all’avvento dell’euro avrebbe potuto in ogni momento ritornare sulle sue decisioni e quindi ritornare a monetizzare il suo debito, oggi questa possibilità diventa sempre più remota. Diventa sempre più difficile riprendere il controllo della gestione statale anche perché tutte le leggi in programma per il futuro prossimo sono tese a ribadire questo concetto e sempre più a determinare la supremazia dei mercati in tema di finanziamento degli Stati. In pratica si rende possibile il loro fallimento qualora operassero scelte non gradite alle maestà regnanti il ciclo finanziario. Quindi: perenne ricattabilità.

Tuttavia, che soluzioni diverse siano possibili è sotto gli occhi di tutti, e questo è persino stupefacente. Basta seguire le orme dei nostri Btp decennali e le altalene dello spread. Per farlo partiamo da alcuni dati.

La Bce ha un capitale di quasi 11 miliardi versato dai paesi aderenti all’euro, più altri 120 milioni versati dai paesi che invece non vi fanno parte (per esempio Uk o Danimarca). In base all’ammontare versato si stabilisce la percentuale di partecipazione al capitale della stessa e quindi l’Italia avendo versato 1.332.644.970,33 milioni di euro ha una partecipazione del 12,3108%, in termini assoluti in questa graduatoria siamo terzi dopo Germania e Francia.

Dopo il marasma Berlusconi nel 2011, in cui il nostro spread nei confronti degli ottimi bund tedeschi era arrivato a più di 500 e si slanciava verso i 600, il governatore della Bce Mario Draghi annunciò che avrebbe avviato una grande operazione a sostegno del debito degli Stati attraverso l’acquisto di titoli sul mercato secondario. Operazione questa non nuova: si chiama ‘quantitative easing‘ (alleggerimento quantitativo) e serve per immettere soldi nel circuito monetario attraverso le banche commerciali. La banca centrale, che ha il potere di emettere moneta, ricompra cioè dalle banche commerciali i titoli di Stato che queste detengono e gli dà moneta fresca. Queste ultime, bontà loro, dovrebbero utilizzare questi soldi per immetterli nell’economia reale attraverso il credito alle imprese e i mutui alle famiglie.
Quanti titoli italiani possono essere comprati con questo sistema? Appunto una somma che equivale al 12,3108% del totale, meno la quota utilizzata per comprare obbligazioni, così come previsto dal programma della Bce, delle migliori aziende in circolazione. Insomma una cifra di cui abbiamo già ampiamente detto su queste pagine in altri articoli, ma il punto qui è un altro.

Attualmente il nostro spread oscilla tra i 170 e i 180, la Francia sopra 60, il Portogallo sopra i 350 e la Grecia sopra i 600. Più alto è lo spread più interessi si pagano e poiché uno stato per finanziarsi deve chiedere soldi sul libero mercato, più è alto lo spread e meno questi è propenso a prestargli soldi perché se lo spread è alto vuol dire che fai fatica a rimborsare il prestito per cui il mercato si fida di meno e se deve rischiare di più vuole essere per questo remunerato altrettanto di più. Può sembrare complicato, ma è semplicemente una ruota che gira su se stessa oppure il classico cane che si morde la coda.

Per abbassare lo spread, come abbiamo ampiamente verificato, c’è bisogno dell’intervento di una Banca Centrale e non tanto di un governo nuovo: quello che è successo a noi a partire dal 2011 insomma. Risolse la situazione il “whatever it takes…” di Draghi più che il governo Monti, che semplicemente aveva il compito di fare le riforme strutturali, ovvero di assicurare ai mercati che lo Stato sarebbe intervenuto sempre meno a sostegno di imprese e famiglie italiane. Compito che, tra l’altro, assolse in maniera ineccepibile!

Quindi il senso di tutto ciò è che una Banca Centrale può fare la differenza, è l’unica che può cavalcare i mercati, abbassare gli spread (e quindi gli interessi che si pagano sul debito emesso) e permettere a uno Stato di difendersi dall’ingordigia della finanza privata. Basterebbe per esempio che ci fosse un sistema mutualistico e di cooperazione tra i paesi dell’eurozona con cui superare il principio del Capital Key, secondo il quale la Bce compra i titoli di debito solo in proporzione al capitale versato a similitudine di quanto può avvenire e sembrare giusto in una sana competizione tra aziende private.
Quando, invece, si parla di Stati e non di aziende e interessi privati si dovrebbero tutelare gli interessi dell’intera cittadinanza, comprese donne e bambini, anziani e incapaci, lavoratori e pensionati. Quindi in questo momento la Bce dovrebbe aiutare, per esempio, Portogallo, Grecia e Italia. In altri momenti, altri paesi eventualmente in difficoltà.
Ma questo non potrà mai succedere in questo tipo di Europa da film dell’orrore. Perché i principi sono diversi, ognuno deve fare da e per sé, come nella giungla dove si sa dall’inizio chi vince: il più forte. Oggi il più forte è la Germania e quindi bypassa le regole che impone agli altri e fa il suo comodo; domani, quando il quadro normativo sarà completato e tutto il debito degli Stati sarà consegnato ai vari Soros del mondo, i più forti saranno i mercati finanziari e gli Stati saranno definitivamente distrutti e asserviti al ‘libero’ mercato.

Una Banca centrale che ha il potere di creare i soldi e che, come dice lo stesso Draghi, “ha ampie risorse per affrontare qualsiasi momento di difficoltà”, dovrebbe operare a favore degli Stati (cioè donne, bambini, vecchi, malati, pensionati e diversamente abili, poveri con redditi troppo bassi per essere dignitosi) e non a favore del mercato, il cui essere ‘libero’ non ci fa star meglio.
Certo queste decisioni le dovrebbero prendere i politici che dovrebbero adoperarsi per riprendere il controllo dell’economia e porsi come primo obiettivo quello di dare un’anima a questa Europa che al momento ne è totalmente priva.

Scopriamo il Target 2 e il surplus commerciale.
Le pretese di Draghi e l’opinione dell’economista Giovanni Zibordi

Il sistema Target 2 è quel sistema che registra i pagamenti tra le banche commerciali e le rispettive banche centrali dei vari paesi dell’eurozona, pagamenti garantiti dalla Banca Centrale Europea che supervisiona. Sostituisce il vecchio Target dal 2007. Quindi immaginiamo una piramide alla cui base ci sono le banche commerciali, poi le banche centrali dei vari paesi aderenti ed infine la Bce. Le banche centrali operano attraverso le riserve, cioè i conti corrente delle banche commerciali accreditati presso di loro. Ogni banca ha un conto corrente presso una Banca Centrale, come i cittadini ne hanno uno presso la loro banca. La differenza è che i conti corrente delle banche presso le Banche Centrali si chiamano riserve. Le riserve possono essere manipolate dalle Banche Centrali, cioè aumentate o diminuite per determinati motivi. Nel 2008 la Fed aumentò le riserve dell’Aig di 130 miliardi, schiacciando un tasto e senza toccare i soldi dei contribuenti, per salvarla dal default.
Altro concetto importante è che le Banche Centrali non possono finire i soldi (su questo rimando alle dichiarazioni di Draghi in un mio precedente articolo: leggi).

In sintesi il Target 2 funziona così: se acquistiamo un paio di scarpe prodotte in Germania il corrispettivo passa da una banca italiana a una banca tedesca. L’operazione viene registrata ai sensi appunto del Target 2, di conseguenza la registrazione certifica una fuoruscita di soldi dall’Italia verso la Germania e le riserve delle Banche Centrali dei due Paesi vengono diminuite o aumentate.
Ma cosa succede se l’Italia compra troppe scarpe dalla Germania e nessuno compra, invece, i calzini che noi produciamo? Che cominciamo ad avere problemi di liquidità e per continuare a comprare scarpe in Germania, ma anche prodotti in altre parti del mondo, una Banca Centrale ci deve mettere a disposizione della liquidità oppure, nel nostro sistema monetario, bisogna trovarla sui mercati ai prezzi correnti.
Fino al 2008 la liquidità veniva trovata attraverso la vendita dei btp, poi la crisi del 2008 ha cambiato un po’ le percezioni degli investitori e fino al 2011 si sono fermati gli acquisti, per cui questa liquidità ha cominciato a essere automaticamente fornita dai paesi in surplus, come la Germania e l’Olanda, senza che questi potessero rifiutarsi. A quella data questi paesi vantavano crediti Target 2 per circa 1.000 miliardi di euro.
Il Target 2 prevede l’intervento automatico della Banca Centrale del Paese in surplus commerciale, nel nostro caso la Bundesbank, e quindi che la Germania finanzi gli altrui deficit, cioè fornisca liquidità per poter continuare a comprare eventualmente le loro stesse scarpe, ma anche le macchine giapponesi e le noccioline americane.

Teniamo sempre presente che l’economia reale, mentre le Banche Centrali sviluppano questi conti e aumentano o diminuiscono riserve, continua a vivere indipendentemente: chi deve ricevere, riceve i suoi crediti e chi deve pagare, paga i suoi debiti. Quindi il Target 2 procede sulla sua strada e l’economia monetaria gira, o piuttosto si è bloccata proprio quella dei Paesi a cui è stata imposta l’austerità (espansiva) per rimettere a posto queste benedette riserve.
È importante comprendere quindi che la liquidità agli utenti viene fornita e l’azienda che ha effettivamente venduto incassa il suo credito nella sua banca, mentre chi ha comprato effettivamente si vede scalare quella cifra dal suo conto. Questo perché le Banche Centrali hanno fornito la credibilità necessaria all’operazione attraverso aumento e diminuzione delle riserve detenute.
Del resto, mi chiedo, come potrebbe essere diversamente? Se si uniscono Paesi con differenti capacità produttive, competitive, tecnologiche e quant’altro, bisognerebbe accettare anche di compensare gli squilibri esistenti. Non si può fare un’unione monetaria con il Burkina Faso e pretendere che produca quanto produciamo noi, sia competitivo e presente sul mercato mondiale, senza che nemmeno abbia le infrastrutture o il Know how per poterlo fare. Se facciamo questa unione la portiamo a termine accettando dall’inizio di dover sacrificare qualcosa a meno che non lo facciamo solo per sfruttare lo sfruttabile e poi buttare il resto a mare.
Rifiutarsi di fornire liquidità ai Paesi aderenti che ne hanno necessità, dopo che questi hanno rinunciato alla possibilità di creare liquidità sul mercato dei cambi o attraverso le operazioni della propria Banca Centrale, avrebbe significato far saltare l’euro con largo anticipo rispetto a quando salterà sul serio. Il fatto che si creino squilibri, come spiegato sopra, è del tutto naturale e non è attribuibile a nessuno, tantomeno ai paesi più deboli della catena. È uno squilibrio insito nelle differenze esistenti fra paesi diversi e risolvibile solo con una unione politica in cui sia ovvio che ognuno aiuti l’altro, insomma un sistema cooperativo e collaborativo, federale, tipo tra gli stati degli Stati Uniti, per capirsi.

Invece gli Stati ‘forti’ dell’eurozona hanno imposto dal 2011 l’austerità con tutte le conseguenze del caso agli stati ‘deboli’, altro che condivisione. Il senso è stato: non vogliamo rischiare di perdere crediti. Questo dimostra anche che, oltre alla diffidenza che male si addice a una eventuale idea di unione politica, il problema è sempre più del creditore che del debitore, in particolare quando le cifre sono consistenti.

Vediamo cosa ne pensa Giovanni Zibordi, economista e sicuramente uno dei migliori conoscitori del funzionamento di mercati finanziari e contabilità bancarie che abbiamo in Italia.

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Giovanni Zibordi

Questi crediti da una parte e debiti dall’altra sono soldi veri e vanno compensati come dice Draghi?
In realtà non si tratta di soldi come molti di noi sono abituati a pensare, si tratta di riserve presso la Banca Centrale Europea e presso le Banche Centrali dei vari Paesi. E le riserve gestite dalle banche centrali funzionano in maniera diversa rispetto alle transazioni che avvengono tra banche commerciali. Il Target 2 è una convenzione contabile, si registrano delle transazioni, ma non producono crediti esigibili, sono ‘soldi’ che vengono spostati da una Banca Centrale all’altra e tra Banche Centrali ci si fida. In più non esiste un termine per l’eventuale saldo, è come ricevere un mutuo senza scadenza e senza garanzia. Sono operazioni che servono per far funzionare il sistema soprattutto in virtù del fatto che non esiste più il mercato dei cambi e non abbiamo più le monete nazionali né una banca centrale che può fare in autonomo determinate operazioni.
Inoltre, le Banche Centrali sono degli Istituti che possono operare in negativo e letteralmente creano il denaro che viene usato poi nell’economia e quindi possono aumentare o diminuire le riserve delle banche commerciali. Una perdita di 356 miliardi di euro non rappresenta un problema per loro perché è solo una questione contabile e nessuna azienda o ditta tedesca fallirà per questo. Il buco è solo ed eventualmente a livello banca centrale.
Certo il discorso non piace ai tedeschi che vorrebbero moneta sonante, a loro piace pensare di avere dei crediti che qualcuno deve pagare, ma questo è un problema loro. Pensano di avere una perdita, ma in questo caso se una perdita esiste, la perdita è della Germania e non c’è nessun obbligo di ripagare quella perdita. Perché si è creata nell’ambito di accordi specifici presi quando il gioco è iniziato e nessuna persona sana di mente pretenderebbe una cosa del genere.
Draghi dice due cose sbagliate: la prima è che si tratta di una perdita reale e la seconda che ricade sull’Italia. In realtà dice ciò che probabilmente e politicamente piace alla Germania, cioè che quei debiti andrebbero ripagati, ma ha dimenticato di aggiungere “anche se nessuno può obbligarli a farlo”.
Del resto parliamo di una persona che ha affondato Monte dei Paschi spingendola a comprare Antonveneta a 13 miliardi quando ne valeva 3, ha spinto l’Italia a fare dei derivati sui tassi di interesse 12 o 13 anni fa per i quali ogni anno si pagano 4 o 5 miliardi di interessi.

Una annotazione per finire è d’obbligo: fanno parte del Target 2 anche sei Paesi che non sono nell’eurozona (Danimarca, Bulgaria, Polonia, Lituania e Romania). Se noi prima di uscire dobbiamo rimettere a posto le riserve della Bundesbank, questi che limiti temporali di pagamento hanno? E con quale valuta?

Debito e moneta, le leve per sbloccare la crisi

Uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni e che ha determinato la situazione attuale di crisi perdurante, sia in termini prettamente economici che anche di valori, è la privatizzazione dell’emissione monetaria con la quale si è sostituita la moneta con il debito. Cioè lo Stato ha rinunciato sempre di più al suo potere di emettere moneta e bilanciare così il rapporto tra i beni in circolazione e lo strumento per farli girare. Oggi siamo un po’ alle strette per cui potrebbe essere logico cominciare a fare un discorso inverso, cioè sostituire il debito con la moneta.
All’atto pratico quanto sta facendo la Bce di Draghi va in questa direzione, infatti sta comprando Btp, cioè debito degli Stati, dietro moneta che però non è direttamente destinata ad attività economiche reali e per questo non ce ne stiamo accorgendo più di tanto.
Questa operazione portata avanti per un certo numero di anni potrebbe persino portare alla sparizione dei debiti pubblici con conseguente fine dello stress a cui siamo sottoposti per rispettare uno dei parametri di Maastricht, Psc e Fiscal Compact ovvero che il debito pubblico di uno Stato deve essere compresso fino a raggiungere il 60% del rapporto con il Pil.
Considerando che la Bce, in realtà Bankitalia, sta ricomprando circa 8 miliardi di euro di debito pubblico sotto forma di Btp al mese che vuol dire poco meno di 100 miliardi all’anno e considerando ancora che i Btp da ricomprare sono circa 1.700 miliardi, possiamo facilmente calcolare che se questa operazione durasse 17 anni sparirebbe il nostro debito pubblico, quella parte diciamo così “pericolosa” per i motivi spiegati in uno dei miei ultimi articoli (la speculazione sui Btp).
In tutto questo per avere chiara la situazione bisogna considerare che una Banca Centrale non può finire i soldi, come ha detto lo stesso Draghi, ed è un’istituzione che può operare in negativo, senza obblighi, perché i soldi che crea non deve ridarli a nessuno.
Il punto è che se togli qualcosa senza immettere niente si è al punto di partenza. Convergere al 60% del debito pubblico o eliminarlo non crea di per sé più moneta e non aumenta la sua quantità in circolazione rimettendo in moto gli scambi, quindi ci sarebbe bisogno di spesa reale dello Stato, un abbattimento dell’altro parametro, quello del 3%.
E come riferimento ci dovrebbe essere la crescita e non il rapporto deficit-pil, crescita al 3% o al 6% al quale fare riferimento e quindi spendere fino a quando si raggiunga quel livello. Per ulteriore chiarezza, quando lo Stato commissiona un’opera pubblica immette moneta nel circuito perché paga quel lavoro, se abbassa l’Iva aumenta gli scambi con conseguente necessità di aumentare la produzione dei beni in circolazione e soprattutto lascia più moneta in circolo e quindi non frena lo sviluppo e l’economia in generale.
Togliendo debito si tolgono dalla circolazione anche un po’ di interessi sui quali contano i vari fondi e anche le famiglie che detengono titoli di Stato e in generale chi lavora su questo. Il tutto però sarebbe benefico per l’economia reale in generale grazie alla conseguente crescita e ad una migliore distribuzione del benessere non più legato al debito e agli interessi di pochi. Perché questo sia possibile, ovviamente, necessità di controllo e l’unico che possa farlo è uno Stato nel pieno delle sue funzioni, sovrano e che utilizzi democraticamente i suoi poteri nell’interesse generale.
In questo contesto probabilmente l’informazione sulle dinamiche macroeconomiche sarebbe di importanza basilare. I giornali dovrebbero amplificare al massimo tali informazioni, una su tutte: l’intervista a Mario Draghi in cui sorridendo ammette che la Bce non può finire i soldi (leggi). Ma anche quella in cui Ben Bernanke (Governatore Federal Reserve) ammette che per salvare l’Aig non si sono usati i soldi dei contribuenti ma si è semplicemente cliccato su un tasto (leggi), e poi Sir Marvin King (Governatore Banca Inghilterra) che informa che la maggior parte della moneta in circolazione è creata dalle banche commerciali, quindi moneta privata per scopi privati.
Tali informazioni dovrebbero trovare più spazio sui media in modo da creare consapevolezza rispetto a frasi del tipo: non ci sono soldi! e aiutare poi anche a comprendere che il problema è come è stato disegnato il sistema monetario attuale che dopo aver abbandonato come collaterale l’oro nel 1971, cioè dietro una moneta non c’è più oro ma aria fritta, ha cominciato ad usare come collaterale il debito.
Ogni moneta in circolazione rappresenta il debito di qualcuno e prima o poi deve ritornare alla base, per comprenderlo bisogna sempre guardare il sistema in grande, non al proprio portafoglio. Ragionare per un momento macro, in modo da spiegarsi il perché ci sono le crisi e perché la vita in fondo è tanto problematica. Capire il sistema nel suo insieme aiuta a migliorarlo mentre affrontare i problemi in maniera separata e parziale aiuta la confusione e a far sì che le crisi persistano.

Gli effetti del voto sui mercati finanziari

Continuano le sempre meno velate minacce alla stabilità economica dell’Italia in riferimento all’esito del referendum ma anche, come scrive qualcuno, semplicemente perché la speculazione agisce dove trova terreno fertile per aumentare i guadagni e quindi prescinde dal referendum stesso.

Probabilmente sono vere entrambe le visuali, ma a questo punto sarebbe interessante capire come funziona questa speculazione.

Il punto centrale sono i rendimenti dei BTP, rendimenti condizionati dalla variazione su acquisti o vendite degli stessi che conseguentemente determinano l’interesse. Importante è sapere che:
– i BTP offrono rendimenti a tasso fisso e questo rende possibili le considerazioni che faremo di seguito;
– sulla quota del debito pubblico italiano incidono per circa 1.600 miliardi e quindi è su questa somma che agisce la speculazione.

La speculazione si può fare sia se l’interesse sulle nuove emissioni aumenta sia se questa diminuisce perché in entrambi i casi esiste un mercato secondario sul quale questi titoli possono essere sempre messi in asta. Di conseguenza se il rendimento sui nuovi BTP si abbassa, quelli che ne hanno acquistati ad un tasso di interesse maggiormente remunerativo possono rivenderli complicando la vita a chi ne sta vendendo di nuovi. Se l’interesse proposto sui nuovi è più alto, chi ha acquistato a meno può rivendere abbassando il valore stesso del BTP in suo possesso in modo che per chi compra sia indifferente comprare il nuovo o il vecchio.

Per una spiegazione più approfondita ho trovato questo articolo a cui rimando, perché qui si cerca semplicemente di fare informazione corretta http://www.comeinvestiresoldi.it/bot-e-altri-titoli-di-stato/btp-valore-nominale/ oppure http://www.comeinvestiresoldi.it/bot-e-altri-titoli-di-stato/investire-in-btp/

Il governatore della BCE, Mario Draghi, come si sa sta acquistando Titoli di Stato italiani nella misura di circa 9 miliardi al mese che fanno circa 108 miliardi in un anno con l’operazione denominata Quantitative Easing e che è prevista fino al 2017 ma che sembra possa anche continuare (inizialmente, si precisa, il programma prevedeva una durata di 19 mesi e acquisti per 60 miliardi all’anno e la quota riservata all’Italia in totale era di 167 miliardi. Poi è variata la quantità mensile, portata a 80 miliardi, ed esteso il periodo lasciando incertezza sulla durata finale). Avverte però in questi giorni “pre – referendum”che tali acquisti sono finalizzati all’aumento dell’inflazione e quindi, seppur assicura che nel caso di vittoria del no saranno effettuati acquisti supplementari ciò avverrà solo per qualche settimana. Sarà il MES (ESM) a doversi occupare di eventuali altre e successive necessità.

Cosa vuol dire questo? C’è una bella differenza tra un acquisto effettuato da una Banca Centrale e un acquisto effettuato dal Fondo di aiuti per gli Stati dell’eurozona istituito con il MES.

Primo caso: una Banca Centrale può effettuare tutti gli acquisti di BTP che vuole perché è l’unico Ente che può andare in negativo senza conseguenze (dichiarazioni in tal senso chiarificatrici dello stesso Draghi che potrete trovare qui https://m.youtube.com/watch?v=mA2cK83SeQw ). Una Banca Centrale spende e non deve dar conto a nessuno se non allo Stato da cui dipende (e qui il primo problema: da chi dipende la BCE?). Nel suo “bilancio consolidato” gli acquisti di BTP effettuati sul mercato vengono semplicemente annullati e causano un abbassamento del debito pubblico, e qui spiego. Se io ho un debito con Tizio e a ricevuta di questo debito gli do un foglietto con su scritto “alla scadenza ti ridarò la cifra x”, quando estinguerò il mio debito lui mi ridarà quel foglietto. La mia obbligazione è estinta, prendo il foglietto e lo strappo, non esiste più.
Vedere per questo il bilancio della Gran Bretagna degli ultimi anni che si è ricomprato qualche centinaio di migliaia di sterline del suo debito e di conseguenza lo ha annullato dal suo bilancio (potete scaricare da qui un paper molto interessante sull’argomento www.monetazione.it/DocumentiScaricabiliCobraf/77_PDF.pdf oppure cercare qualche dichiarazione di Claudio Aquilini Borghi o altri, insomma affermazioni documentabili e dimostrabili).
La domanda è: perché il nostro debito continua a salire nonostante gli acquisti della BCE effettuati a mezzo Bankitalia da qualche anno? E perché Draghi ci rimanda al MES? di seguito.

Secondo caso: quando il MES acquista titoli pretende garanzie a supporto e prevede penalità. Della serie, abbiamo una Banca Centrale che può fare quello che dovrebbe fare per istituto ma non qialcuno decide diversamente. Perché? Perché la filosofia dell’euro, dei trattati europei e delle sue istituzione è che noi dobbiamo sempre agire sul mercato libero, tenere fuori gli Stati, ognuno deve fare per se e il debito non deve essere estinto (altrimenti di cosa vivrebbero i mercati?). Ai lettori il giudizio sulle convenienze di questo sistema!

Cerchiamo ora di collegare il tutto di nuovo alla proposta riforma costituzionale e al referendum del prossimo 4 dicembre. Il tutto, nell’ottica di comprendere bene i messaggi che vengono lanciati attraverso TV e giornali dai nostri rappresentanti politici, cioè alla ricerca del messaggio reale dietro le parole.

Per farlo bisognerebbe sempre stare negli spazi o tra le righe, facciamo un esempio semplice andando a pescare una dichiarazione di Renzi: “Il giorno dopo il referendum, se le cose andranno bene, chiederò al Parlamento di mettere il veto sul bilancio europeo se l’Unione non cambia atteggiamento sulla politica sui migranti. Sull’immigrazione bisogna voltare pagina”.

Che bisogno c’è di aspettare l’esito del referendum per fare un’operazione del genere? Se si è ravvisato la scorrettezza del bilancio europeo si contesta a prescindere e in virtù dell’interesse nazionale. Con questo atteggiamento invece il messaggio è chiaramente ai soli fini elettorali e di interessi personali: faccio se votate per me, altrimenti…

E dello stesso tenore il Ministro Gentiloni: “Il referendum domenica in Italia non riguarda soltanto alcuni aggiustamenti del funzionamento delle istituzioni del paese. Le poste in gioco sono molto più elevate e riguardano l’Europa intera. L’approvazione di queste riforme stabilizzerà il nostro paese e accelererà ulteriormente il cammino delle nostre riforme”.

Negli spazi o tra le righe c’è scritto anche qui altro. Che in realtà le nuove regole previste dalla riforma costituzionale non sono importanti per il nostro Paese ma per la sua integrazione nel sistema europeo, comprese le storture che abbiamo visto sopra e compresa la speculazione finanziaria. Quindi la stabilità significa che tutti questi meccanismi saranno ancora più automatici e grazie alle previsioni dei nuovi art. 55 e 70 e 117, grazie ai quali i Trattati Europei salgono a rango Costituzionale, sarà molto più complicato discostarsene.

Interessi dei cittadini e interessi portati avanti dai riformatori sono completamente agli antipodi. Di questo non se ne parla, ovviamente, ma si va avanti per spot e problemi marginali.

Ultima nota sullo spread, che comunica da solo in quanto tale e in forza semplicemente di un numero. In questi giorni sta salendo ed è arrivato a quota 190, ne ho già scritto su queste pagine poco tempo fa per cui non mi ci soffermo più di tanto. Se si eliminasse la speculazione o se semplicemente la si controllasse tramite operazioni di banche centrali che acquistino nella maniera descritta sopra e se a corredo i parlamenti nazionali o addirittura a livello di parlamento europeo (ops: il parlamento europeo non può fare leggi!!!) facessero delle leggi contro la speculazione sugli stati mettendo l’interesse nazionale e dei cittadini davanti agli interessi della finanza. In questo caso: lo spread sarebbe un problema?

Lo spread è un problema e lo sarà fino a quando si vorrà che lo sia così come la speculazione. Semplice. Ora si capisce perché mi piace pensare, e dire, che basta un NO, non per rimanere fermi ma per pretendere un serio cambiamento.

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Economia e comunicazione: due narrazioni a confronto

Un’intervista di Sky TG24, ripresa ovviamente e rilanciata dai social, e che vede da una parte l’economista Nino Galloni, attualmente presidente del nuovo Movimento Alternativa per l’Italia, e dall’altra l’ex assessore al bilancio di Ferrara, Luigi Marattin, e attuale consigliere economico della Presidenza del Consiglio, dà l’occasione per alcune considerazioni sia di tipo economico che di comunicazione.

A Nino Galloni, a cui viene data per primo la parola, viene chiesto cosa potrebbe succedere in caso di un eventuale vittoria al prossimo referendum del no. La risposta di Galloni è di ampio respiro e da persona che in fondo ha vissuto da protagonista tutta la storia dagli anni Ottanta in poi cerca di dare un colpo d’occhio generale. Parla delle pressioni internazionali, delle grandi banche che si sono apertamente dimostrate a favore di un ridimensionamento dell’attuale Costituzione in senso più liberista e più controllabile dai mercati e dagli interessi dei mercati. Un processo che parte da lontano e che si potrebbe concludere oggi con la richiesta agli italiani di ratificare il processo in atto.
E quindi, cosa succederà in caso non ci riescano? I mercati faranno sentire il loro dissenso fomentando la speculazione. C’è un però, la Bce si è impegnata a comprare titoli di Stato sul mercato secondario almeno fino al 2017. Se la Bce compra i titoli di Stato la speculazione vede diminuita o azzerata la possibilità di speculare e a questo proposito basti ricordare le vicende passate dello spread e del “whatever it takes” di Mario Draghi.
In effetti, i titoli di Stato possono essere venduti ai mercati oppure li può comprare una Banca Centrale. Nel primo caso i tassi di interesse salgono a seconda di quanto i mercati vogliono speculare, nel secondo caso sono sotto controllo perché, essendoci un attore istituzionale a comprare “in ultima istanza”, gli interessi vengono tenuti bassi.
Sul mercato primario, dice sempre Galloni, le banche che adesso comprano i titoli di Stato, che partecipano alle aste, continueranno a farlo perché, in particolare in tempi in cui c’è molta incertezza, sono quelli che danno maggiori garanzie di essere rimborsati. Uno Stato, checché se ne dica, non è un’azienda.
E il Mps? Anche qui dipende, continua. Chi specula sicuramente non è preoccupato. I risparmiatori normali sarebbero interessati a soluzioni meno rischiose per cui sarebbe auspicabile una discesa del prezzo del titolo fino al punto che la Banca possa essere comprata dallo Stato, nazionalizzata. Lo Stato in questo momento ha bisogno di una banca pubblica per fare le stesse e identiche cose che fanno da anni i tedeschi e i francesi, quindi collateralizzare i titoli e ricevere in cambio euro. In Italia questa possibilità manca in quanto non abbiamo una banca pubblica.

Marattin interviene, come sempre, a gamba tesa affermando che Galloni dice cose “strampalate” sulla Bce, “spara sciocchezze”, sempre sulla Bce, e costringe Galloni a ripartire con una lezione di storia ricordando che 40 anni fa c’era più occupazione e più sviluppo. Ricorda il “divorzio” tra Banca Centrale e Ministero del Tesoro (operato quasi in autonomia e con un semplice scambio di lettere tra Ciampi e Andreatta), che costò il raddoppio del debito pubblico (in 12 anni si passò dal 55 al 105%). Fu un autentico regalo ai potentati finanziari, dice Galloni. E per chi non vuole proprio comprendere: il debito è debito per noi, guadagno per qualcuno, che ha quindi interesse a che ci sia e si alimenti senza controllo dello Stato o di una Banca Centrale che lavori per gli interessi dello Stato.
Risposta di Marattin: “cosa vuole che commentiamo, lasciamo perdere” e spiega suo modo l’evento del 1981. In quella data si disse, dice lui, smettiamola di fare in modo che se lo Stato non piazza sul mercato i titoli pubblici, lo Stato possa fare una telefonata e li faccia comprare alla Banca Centrale, perché se succede questo, lo Stato, il bubbone del debito pubblico non lo guarisce mai. Se c’è qualcuno che me li compra stampando moneta… il debito è raddoppiato perché lo Stato spendeva più di quello che entrava. Perché la generazione sua (rivolto al “vecchio” Galloni) e quelli come lei ci hanno lasciato in eredità uno Stato che spendeva più di quello che poteva entrare e adesso il conto è finito sulle nostre spalle… guardi cosa è successo alla storia economica di questo Paese”.

Ora, il primo elemento è la comunicazione. Il nuovo e il giovane, Marattin-Renzi, che etichetta come sciocchezze pezzi di storia reali con frasi ad effetto che tendono a screditare chi propone ricette diverse dal mainstream economico. È ovvio che siamo noi (giovani e rampanti) il futuro e facciamo cose diverse dagli altri, mettendo al muro voi (vecchi e con questo pallino della storia) che proponete cose diverse. Comunicazione veloce, sprezzante, ad effetto e frasi facilmente comprensibili da tutti perché nel vocabolario quotidiano grazie all’opera delle tv, giornali e università sono di uso comune (corruzione, debito cattivo, mercato libero, Europa e accoglienza).
Comunicazione efficace, non vera o falsa, solo efficace. Si dice ciò che la gente ha già assimilato e crede vero, rinforzando queste convinzioni e denigrando gli altri e buona pace se dall’altra parte c’è un economista che ha scritto libri, partecipato alla vita economica del Paese e dimostrato ampiamente di conoscere gli argomenti.

Ma alla fine chi ha ragione davvero? Quali sono i fatti? Partiamo proprio dal 1981.
Fino a quel momento avevamo una banca pubblica che come dicono entrambi comprava in “ultima istanza” i titoli di Stato invenduti. Cosa vuol dire? Lo Stato aveva bisogno di finanziare le sue necessità, poteva farlo stampando moneta (uno Stato sovrano può farlo, l’ho scritto diverse volte) oppure può emettere titoli di Stato, cioè dice alle famiglie, aziende, fondi, banche, ecc.: se mi date soldi vi do un titolo che a scadenza vi rimborso con un interesse.
Questo significa due cose: che alla scadenza il debito assunto deve essere onorato e che si genera un interesse altrettanto da onorare. Se però questo debito viene assunto nei confronti delle famiglie italiane si fa più o meno quello che succede in Giappone, si tiene sotto controllo il debito stesso e quando si paga un interesse si aumenta la capacità di spesa dei cittadini.
Se lo Stato decide di finanziarsi per 100 e ha una sua banca centrale allora può decidere il tasso di interesse con il quale indebitarsi. Quindi se i mercati pretendono un interesse più alto di quello pensato dallo Stato, questi dirà alla sua Banca Centrale di acquistare l’invenduto. Si sta indebitando? Sta creando debito pubblico?
Se la banca centrale appartiene allo Stato il debito è assunto con se stesso, è stato monetizzato si dice. E se è stato fatto in base a delle esigenze reali non crea ovviamente inflazione (se ho necessità di finanziarmi vuol dire che so quanta moneta mi serve e cosa voglio farci, se stampo senza questi presupposti creo inflazione, non è che l’inflazione non abbia un motivo o si generi per opera dello spirito santo). Se invece la banca centrale non lo fa sono i mercati a fissare il tasso di interesse, ad acquistare i titoli e a chiederne il rimborso, quindi in questo modo si crea un debito reale, in particolare se viene acquistato da operatori esteri, attualmente parliamo di un 30% scarso sui BTP a 10 anni.
Si può avere una banca centrale pubblica? Certo, è previsto dal Trattato di Lisbona, art. 123 comma 2 e, come ricorda Galloni, ce l’hanno, tra l’altro, la Germania e la Francia in percentuali diverse. A questo punto la domanda diventa: perche noi no? Ecco a questo dovrebbe rispondere il Governo senza denigrare o affidandosi alla facile e giovanile comunicazione.
Quanto sopra risponde anche al “debito sulle nostre spalle” e a come si è creato e spero anche al fenomeno dell’inflazione, continuamente e strumentalmente tirato fuori a sproposito. Sulle inesattezze poi sulla Bce, quali sarebbero?
Che Draghi ha promesso di comprare titoli fino al 2017 e probabilmente oltre è su tutti i giornali. Che quando ha deciso di farlo lo spread è automaticamente sceso lo è altrettanto. E che sarebbe quantomeno strano che decidesse di non comprarli più all’improvviso dopo un eventuale vittoria del no al referendum significherebbe schierarsi contro gli interessi dell’Italia mi sembra altrettanto evidente. Che la JP Morgan abbia fatto delle dichiarazioni sulla necessità di cambiare le Costituzioni del Sud Europa è su tutti i giornali. Insomma perché dobbiamo tacciare e tentare di rendere ridicoli chi propone finalmente delle soluzioni diverse da quelle adottate negli ultimi trent’anni in Italia?

Finiamo con qualche grafico.

Le Banche Centrali acquistano titoli di Stato, cioè debito pubblico.

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Note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Ma quanto denaro possono stampare le banche centrali? Ce lo dice la Bce, tutti i documenti sono di dominio pubblico sul loro sito.

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note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Cosa succede quando una Banca Centrale compra titoli di stato, cioè debito pubblico? Che si annulla, sopra è quanto succede in Gran Bretagna.

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Qui dovrebbe cadere anche il famoso mainstream: “è stata tutta colpa di Craxi e della corruzione” che equivarrebbe a dire che la corruzione in Italia ha una data di nascita, il 1981-1982.

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Qui vediamo l’impennata del tasso di disoccupazione giovanile dagli anni ’80 che poi cala e dai giorni riprende a salire. Qui la situazione è meno intuitiva. Forse le politiche attuate dai primo ’80 non funzionavano per l’occupazione, questa sale e permette negli anni ’90 di cominciare a togliere tutele ai lavoratori, ad esempio la scala mobile. Questo procura un beneficio a chi dirige: convincere che togliere diritti fa bene al lavoro. Con la deregolamentazione dei mercati e della finanza si muove il mercato, aziende sbocciano on line e fuori ma con i piedi di argilla. Si creano quelli che si chiamano boom – bust cycle, le onde che muovono i cicli economici, alti e bassi che ci portano al 2008 e poi al 2011 e adesso vedremo dove. La costante è che non si costruisce niente di strutturale, finalizzato alla crescita ma ci si affida al libero e deregolamentato mercato in nome della non funzionalità e inefficienza dello Stato. Come si controllano i cicli economici e si mettono a disposizione di tutti? Con le leggi e il controllo, cioè tutto ciò che i nostri governanti si sono adoperati a togliere.

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Da questo potremmo farci un’idea se le politiche portate avanti dai nostri rappresentanti stanno funzionando.

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Qui invece chi sta beneficiando delle politiche economiche attuate dai governi degli ultimi trent’anni. E’ ora di cambiare?

Il sapore dello spread

In un eccesso di semplificazione potrei invitarvi a prestare più attenzione alla produzione di pomodori, patate e verdure piuttosto che all’alzarsi dello spread. Perché semplicemente non ho mai capito che sapore possa avere lo spread e di sicuro, comunque, allo spread preferirei la “pastasciutta”.
Anche la qualità dell’acqua e dell’aria ha la sua importanza e non per il futuro, ma fin da subito, perché respiriamo in continuazione e altrettanto dicasi per il bere.
Certo il futuro non vorrei dimenticarlo nelle mie semplificazioni e proprio per questo l’attenzione deve essere viva anche sulla qualità dell’istruzione per i nostri figli: pensare a come formare gli insegnanti e poi costruire buone strutture dove farli apprendere con dignità. Accoglienti, includenti, magari dando lo stesso a tutti perché tutti insieme sono il nostro futuro.

E lo spread? Beh certo, quello da le sue preoccupazioni. Sta crescendo ed è arrivato a 180 il differenziale con i temutissimi Bund teutonici a cui ci paragoniamo in questa ‘singolar tenzone’. Significa che paghiamo più interessi sui BTP, sono saliti al 2,2%, ma questo succede non perché ce n’è bisogno sul serio, per riflessi di vita quotidiana, ma solo perché per esempio le grandi banche di investimento magari potrebbero non gradire l’eventuale vittoria di un ‘no’ al prossimo referendum. Perché? Perché la Costituzione italiana, se applicata, andrebbe a favore degli interessi per cui è nata, cioè quelli dei cittadini che quasi mai si identificano con quelli delle banche. E forse addirittura metterebbe un freno ai grandi interessi dei liberi capitali e della finanza.
E allora cosa fa la finanza per dimostrare la loro contrarietà alla democrazia e alle libere scelte? Semplice, non li comprano più (i BTP) o vendono quelli che hanno già in pancia oppure Draghi comincia a dire che, forse, si potrebbe interrompere il Quantitative Easing, cioè potrebbe smettere di comprare anche lui i BTP (ma in realtà basta anche solo annunciarlo per avere gli stessi effetti).
Se Draghi lo dice, o lo pensa e gli scappa, e se le banche che possono comprare titoli di stato sul mercato primario (sono poche in fondo, ma molto potenti) lo dicono, o fanno filtrare l’informazione, le agenzie di rating si regolano di conseguenza e degradano il debito di uno Stato e l’effetto è sempre quello: lo spread sale, che noia.
Ma altri fattori incidono sullo spread, Trump ovviamente è uno di questi. Cosa mai farà nel futuro? Metterà i dazi alla Cina, potenzierà l’industria interna, importerà più acciaio o naftalina? Tutto questo muove il mercato, le azioni, le borse i titoli, le scommesse e lo spread sale oppure scende oppure non si sa. Del resto le scommesse sono scommesse, c’è chi guadagna e chi perde. Purtroppo noi persone comuni, dei pomodori e delle patate, non scommettiamo ma subiamo gli effetti dello spread di cui non sappiamo nemmeno che sapore abbia.
E c’entra anche la FED? Certo. Alzerà i tassi sembra. Manovre di politica economica, ci sta tutta. Ma se alzi i tassi succede qualcosa per forza, per esempio che potrebbe salire l’inflazione e allora meglio vendere i BTP decennali. E lo spread anche qui si alza.

Ma come rientra poi lo spread nella tua vita? Se lo spread si alza e si pagano più interessi sul debito che lo Stato è costretto a fare per poter finanziare le attività di pubblico interesse è un tuo problema. Perché lui deve chiedere più soldi ai suoi cittadini per far quadrare il bilancio e quindi deve aumentarti le tasse o offrirti meno servizi. Quindi lo spread ecco che diventa più importante della verdura per i cittadini? Dipende, come sempre!
Se lo Stato, il Governo, i Ministri e i Deputati hanno fatto la scelta di rendere più importante il denaro e gli interessi finanziari rispetto alle reali esigenze di vita quotidiana delle persone, allora sì. E se per fare questo hanno imposto che i BTP fossero la nostra fonte di finanziamento e che dovessero essere venduti solo alle banche e ai mercati, allora ancora sì. Se poi ci hanno imposto una eurozona dove non hai nemmeno lontanamente il controllo della banca centrale attraverso la quale ti finanzi in nome del libero mercato, allora di nuovo sì.
Ma operando in questo modo hanno invertito l’ordine naturale delle cose, hanno fatto dello Stato una scatola vuota senza reali poteri di controllo sull’attività economica ad uso e consumo dei grandi interessi, quelli che sanno dare un sapore anche allo spread.
Ma può fare davvero male lo spread? Dipende. Perché la moneta, i soldi servono a tutti se ci sono e se si fanno girare. Servono al capitale e alla finanza se si fa finta che sono pochi e che vanno razionati cioè trattati proprio come i pomodori e le patate in tempo perenne di carestia. Se vuoi rendere prezioso un bene devi farlo diventare scarso e far si che la gente combatta per averlo. Ma la moneta non nasce come bene, non lo è per niente. Siamo noi che lo pensiamo e solo perché crediamo supinamente in quello che ci dicono. La moneta è talmente abbondante che non la si stampa più, non serve, si crea schiacciando tasti.
Chi lo dice? Basta cercare qualche intervista dei banchieri centrali come lo stesso Draghi o l’ex della FED Ben Bernanke o l’ex della Banca d’Inghilterra Sir Mervyn King. Insomma chi sa lo dice, perché non ascoltiamo? Forse non ci rendiamo conto della portata di tali affermazioni, basterebbero a fugare tutti i dubbi. Purtroppo i primi a non capirli sono i giornalisti che fanno diffusione di notizie, per cui non gli danno la stessa importanza, ad esempio, del profugo che pulisce i giardinetti all’angolo della stazione di Ferrara o alla busta con indirizzo sbagliato inviata da Renzi in Palestina.
Si possono fare le cose diversamente? Certo. Basterebbe riappropriarsi dei poteri di controllo, delle leggi che sono state abolite e che andavano tenute, rivedere con spirito critico tutto ciò che si è fatto dagli anni ’80 e rimettere in discussione tali politiche economiche. Ah, ovviamente cambiare questa classe politica che non è interessata alle esigenze reali della popolazione, ad aumentare l’occupazione mantenendo i diritti, a fornire i servizi pubblici, ad aumentare gli insegnanti di sostegno, a rinforzare i tetti delle scuole.
Il punto è che tutto, se visto dalla giusta angolazione, appare come un gioco, e lo è. Bisogna decidere se siamo ancora interessati a continuare a far parte di esso e in maniera così passiva. È solo un gioco, niente di più. E lo spread serve per ricordare chi comanda, almeno finché tutti saranno convinti che la loro arma, la moneta, sia più importante dei pomodori, delle patate e dell’istruzione.

moneta

NOTA A MARGINE
Sovranità e moneta in mano ai cittadini: la proposta di Moneta Positiva

Del Quantitative Easing for the People nell’ultimo periodo si sono occupate molte testate giornalistiche, da Il Manifesto a La Repubblica, passando per l’Itforum di Rimini fino addirittura alla Bce. In realtà è un argomento che da parecchio tempo sta proponendo in Inghilterra Positive Money, una delle diramazioni più attive del Movimento Internazionale per la riforma Monetaria (Immr International Movement for Monetary Reform) che vede rappresentanze in 28 paesi non solo europei e di cui l’associazione Moneta Positiva Italia ha raccolto il testimone. Fabio Conditi (ingegnere e autore del libro “Manuale in 12 passi per uscire dalla crisi”) è l’attuale Presidente del movimento italiano che ha aperto un sito internet collegato alle altre realtà internazionali (www.monetapositiva.it). Dato che l’Immr è stato il primo movimento a parlarne sembra anche giusto spiegare che cosa esso sia.

L’Immr, e la sua rappresentanza italiana Moneta Positiva, propongono una riforma del sistema monetario che passa attraverso tre punti principali: 1) uno Stato deve avere la sovranità monetaria in modo da controllare la quantità di denaro da immettere nel circuito economico e la sua destinazione; 2) il denaro creato deve essere libero dal debito e di proprietà della collettività, piuttosto che creato e gestito dalle banche; 3) il denaro creato deve essere destinato all’economia reale, cioè quella che dà da mangiare alla gente, non ai mercati finanziari.
Sono concetti semplici, facili da digerire e contemplano fondamentalmente il controllo delle banche e della loro attività di elargizione del credito. Questo perché il credito oggi ha ampiamente sostituito la moneta legale, quella che viene creata dalla Banca Centrale, in un rapporto che va dal 93 al 97% a seconda degli Stati contro un misero 3-7%.
Per essere ancora più chiari su come funziona il credito/denaro bancario possiamo fare l’esempio di quando ci si reca in banca per chiedere un mutuo. La banca ci chiederà delle garanzie e poi digiterà la cifra richiesta su un computer accreditando la somma su un conto corrente intestato al mutuatario. La banca non ha bisogno, per concludere questa operazione, di avere delle banconote (se non in una minima parte, pari alla riserva obbligatoria dell’1% sui depositi), cioè moneta legale, e chi richiede il prestito non si recherà in banca con la valigetta dotata di combinazione perché sa benissimo che non riceverà contanti. Quando si recherà dal notaio per la compravendita di una casa o in concessionaria per ritirare la sua auto nuova fiammante, non farà altro che effettuare un trasferimento di fondi, dal suo conto al conto di chi vende (bit elettronici che scompaiono da una parte e riappaiono dall’altra): insomma un sistema di compensazione che funziona fino a quando chi ha richiesto il prestito si recherà mensilmente in banca a restituire il suo debito attraverso il deposito di soldi reali venuti dal suo lavoro, più gli interessi che rappresentano il guadagno della banca per aver schiacciato un tasto.
Sudore, impegno e inventiva in cambio di un click sul computer. Del resto proprio la mancanza di collaterale, a fronte di prestiti effettuati, rende il nostro sistema bancario continuamente a rischio fallimento. E per togliere tutti i dubbi a quanto affermato possiamo aggiungere che Basilea III, l’ultimo accordo europeo in tema di banche e prestiti, prevede un capitale, come collaterale di un prestito elargito, pari all’8% del rischio di credito. Rischio che per un mutuo residenziale è quantificato nel 35%. Cioè se chiedo un mutuo di 100.000 euro, moltiplico l’8% di 35.000 euro e ottengo 2.800 euro. Questo è il capitale che una banca deve dimostrare di possedere per poter concedere un mutuo, quindi non avete più bisogno di chiedere perché una banca può fallire.
Senza perdersi tra i meandri delle contabilità e dei molteplici monumentali regolamenti bancari, l’analisi di Moneta Positiva conclude che le cause delle crisi del sistema economico sono dovute a come il denaro viene creato dal nulla dalle banche con i prestiti: le banche prestano qualcosa che non hanno, pretendono un interesse, danno linfa al sistema finanziario, decidono quando, come e se fare prestiti all’economia reale e poi, se non paghi qualche rata, si riprendono anche la casa. Se, invece, falliscono chiedono allo Stato di tappare i buchi con i soldi della collettività perché se fallimento c’è stato la colpa è anche del cittadino che non è stato attento a controllare.

Spiegato il messaggio di Moneta Positiva e dell’Immr, torniamo al Quantitative Easing for the People; anche qui il concetto in fondo è molto semplice. Forse la sua semplicità lo rende a volte poco accettabile. Del resto come si fa a far passare il concetto dopo che la Banca Centrale Europea ci ha costretto all’austerità per più di sette anni, durante i quali il mantra del “non ci sono soldi” ha portato al suicidio numerosi imprenditori, fatto chiudere aziende che hanno dovuto licenziare tanti dipendenti, peggiorato continuamente i servizi e portato a tal disperazione i Comuni da dover ricorrere alle pecore per far brucare l’erba intorno alle città in sostituzione dei tagliaerba. Dopo tutto questo, come accettare che la Bce, schiacciando semplicemente un po’ di tasti, potrebbe darci dei soldi direttamente nei nostri conti corrente?
Sarebbe da pazzi in effetti crederci se a dirlo non fosse stata proprio la Bce nella persona di Peter Praet, membro del Consiglio Direttivo, in un’intervista rilasciata il 15 marzo scorso a “La Repubblica” e postata in versione integrale anche sul loro stesso sito (qui potete trovate tutti i link e gli stralci dell’intervista http://qe4people01.blogspot.it/2016/03/quantitative-easing-for-people.html).
Ebbene, esiste la possibilità concreta che una Banca centrale dopo averle tentate tutte, anche i tassi negativi di questi giorni, possa lanciare questa operazione. In fondo, a pensarci, il discorso non è poi tanto assurdo, per spiegarlo utilizzo un esempio molto calzante che ho ascoltato da Giovanni Zibordi (autore di “La soluzione per l’euro”) qualche tempo fa: un corpo umano per poter funzionare ha bisogno di sangue altrimenti si ferma, così l’economia per poter funzionare ha bisogno di soldi, moneta che circoli, altrimenti va in crisi e si bloccano produzione e transazioni, quindi se c’è mancanza di moneta/sangue ne va immessa in qualche modo. Lavori pubblici, assunzioni da parte dello Stato o abbassamento delle tasse, e se non funziona si crea denaro e lo si immette direttamente nei conti corrente. L’importante è raggiungere lo scopo: rimettere in moto l’economia, far ripartire le transazioni.

Nella realtà vera, dopo aver compreso che l’operazione è possibile ed è alla portata di una Banca Centrale, quello che probabilmente succederebbe – secondo l’economista – è che l’assegno sarebbe staccato non per i cittadini direttamente, ma per lo Stato, a cui sarebbe fornita la liquidità necessaria attraverso l’apertura di un conto corrente a esso intestato. Lo Stato, a sua volta, farebbe confluire i soldi nel sistema attraverso una serie di operazioni che potrebbero andare da una seria riduzione delle tasse (immaginate se scomparisse l’iva quanto i consumi potrebbero aumentare) a un impegno di lavori pubblici (magari non il ponte sullo Stretto di Messina, ma tanti lavori necessari sui territori come riqualificazione energetica dei fabbricati, messa in sicurezza dei territori stessi).

Rimaniamo in attesa degli sviluppi con la certezza che le politiche economiche attuate finora non hanno dato frutti e che senza un po’ di coraggio dei nostri rappresentanti politici, associato ad altrettanta consapevolezza da parte dei cittadini su cosa realmente sia possibile in economia, continueremo a vivere di promesse disattese, Pil stagnante e livelli di disoccupazione indegni per un Paese civile.

Ma la manovra della Bce non porta benefici reali ai cittadini

A qualcuno sarà venuto in mente di chiedersi se questa nuova ‘arma’ di Draghi, l’estensione del quantitative easing, porterà benefici all’economia reale, cioè se le nostre tasche e la nostra vita quotidiana ne trarranno un vantaggio. Certo di fronte ad argomenti così complessi la reazione più comune è fidarsi di quanto gli esperti dicono e fanno. Draghi, Padoan e Renzi ci piaceranno magari poco, ma di politica economica ne sapranno di sicuro più di noi. Però, piano piano, vogliamo provare lo stesso a fare due conti.
Con la nuova operazione di quantitative easing annunciato pochi giorni fa la Bce emetterà fino a 1.750 miliardi di euro; per l’Italia vuol dire acquisti di titoli di Stato da parte della BdI per 80 miliardi al mese, un aumento di 10 miliardi rispetto ai primi due quantitative easing. Questi, sommati ai prestiti alle banche attraverso le aste di Tltro (Targeted Longer Term Refinancing Operations), porteranno le erogazioni totali della Bce a quota 2.200 miliardi di euro.
Cifre di questo genere dovrebbero inondare di liquidità il sistema economico dell’eurozona, ma qualcuno se ne è accorto? Il fatto che l’inflazione sia ancora prossima allo zero e che anzi si continui a parlare di deflazione dovrebbe far pensare che qualcosa non stia funzionando, perché anche se una parte di questi soldi ancora non sono stati erogati queste operazioni sono iniziate dal 2011.
Insomma, verrebbe da pensare che le pure operazioni finanziarie non stabilizzino il sistema e che forse sia venuta l’ora che siano i governi a muoversi, magari abbassando le tasse e procedendo attraverso politiche espansive di spesa pubblica. Vita reale, suvvia. Anche politiche monetarie che andassero nella giusta direzione potrebbero servire: per esempio, considerando solo i 10 miliardi in più del quantitative easing numero 3, ipotizzando di accreditarli direttamente nei conti correnti dei cittadini italiani avremmo circa 150 euro al mese ognuno e, per una famiglia tipo di 4 persone, ben 600 euro di maggiori entrate. Soldi che si trasformerebbero immediatamente, visti i tempi, in maggiore spesa e quindi in un aumento del Pil nazionale con miglioramenti reali per tutti.

Certo qualcuno potrebbe puntualizzare che anche quando la Banca d’Italia compra semplicemente titoli e li detiene deve corrispondere allo Stato delle tasse sugli utili, ovvero sugli interessi. Su 30 miliardi di btp detenuti nel 2013, considerando un’aliquota Ires del 27,5% e il 5,5% di Irap, ha portato un introito di circa 700 milioni nelle casse dello Stato. Ben poca cosa, e magari poi destinati come gocce nel mare degli interessi sul debito pubblico da ripagare, ritornando così da dove sono venuti: da quel circolo vizioso Bce, banche private, finanza. Dare invece diretto sostegno all’economia reale bypassando le alchimie finanziarie porterebbe vantaggi molto più consistenti e immediati.
La Bce prevede anche l’acquisto di obbligazioni di aziende, ovviamente di quelle che stanno meglio, come Fiat o Telecom, che hanno rating alti. La Bce agisce cioè come un’azienda che presta a chi sta meglio, l’opposto di quanto dovrebbe fare una banca centrale.
Una banca centrale che voglia realmente aumentare la liquidità degli Stati, migliorare e aumentare gli scambi all’interno di una economia che arranca, dovrebbe rivolgersi ad aziende e cittadini in difficoltà, quindi comprare per esempio obbligazioni dalle aziende prossime alla chiusura, permettendo così la continuazione della loro attività, di non licenziare e rimanere sul mercato. Lo stesso per le famiglie che, vedendosi accreditata una cifra sui loro conti correnti, stimoleranno l’economia reale con la loro aumentata capacità di spesa. Insomma si parla di mantenere o aumentare la capacità di spesa delle persone e delle aziende, in termini macroeconomici di aumentare la domanda aggregata, l’unico modo di fare la differenza (per le persone però, non per la finanza).

Perché tutto questo sia accettabile e possibile però è necessario uscire dalle logiche dell’attuale sistema economico e avere la capacità di immaginare che il mondo possa funzionare in maniera diversa, più equilibrata e più propensa ai bisogni del 99% della popolazione. Soprattutto, accettare che il benessere della finanza e delle banche non corrisponda quasi mai al benessere dei popoli.
Nel momento in cui si vive con l’idea che l’unico modo possibile di stimolare la crescita sia erogare montagne di moneta che devono passare per l’oligopolio delle banche, che lo Stato si debba finanziare esclusivamente attraverso le concessioni della Bce e l’emissione di titoli di Stato venduti al mercato (cioè alle 18 banche che possono comprare titoli sul mercato primario), tutto quanto detto risulta comprensibilmente fantasioso e irrealizzabile. In effetti la nostra mente rifiuta tutto ciò che appare troppo semplice e così continuiamo ad affidarci a chi è tanto bravo da farci sembrare le cose complicate e materia per pochi esperti. Teniamoci quindi deflazione, disoccupazione, privatizzazioni e disperazione, facendo finta che le cose stiano migliorando.
E per chiudere: qual è la logica per cui una banca centrale deve far finta di dover operare come se fosse una normale azienda dando soldi a chi ha alti rating? Perché una banca centrale dovrebbe rientrare della moneta che ha emesso? Probabilmente perché, per usare una frase che piaceva al compianto professor Ioppolo: “non bisogna far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere”. Cosa succederebbe se i cittadini capissero finalmente che gli si fa pagare così cara l’operazione di schiacciare un pulsante?

VIDEOCONFERENZA
N-€uro: politica monetaria e politica industriale, le strade per uscire dalla crisi

IMG_0343Dopo il successo riscontrato nel 2015, sono tornati in biblioteca Ariostea gli appuntamenti con il ciclo di incontri “Chiavi di lettura” organizzati dal nostro giornale. “N-€uro – Lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche” è stato il primo dei cinque eventi che si susseguiranno fino a maggio con cadenza mensile, svoltosi lunedì e caratterizzato da una folta presenza di pubblico; d’altronde, causa la complicata situazione economico-finanziaria odierna e con la nota vicenda Carife ancora assoluta protagonista della vita pubblica ferrarese, tutto ciò che ruota attorno a banche e moneta non può che suscitare interesse e necessità di chiarezza da parte dei cittadini.

Chiarezza, appunto, è il termine migliore per definire gli interventi dei relatori chiamati ad animare il dibattito: il professor Lucio Poma del dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara e Claudio Pisapia con Fabio Conditi del Gruppo Cittadini Economia hanno infatti cercato di illustrare in modalità a larghi tratti didascaliche, quasi scolastiche, come funziona il nostro sistema economico, qual è il ruolo della moneta, quali i numeri e le statistiche che caratterizzano questo complicato mondo troppo spesso permeato di concetti astrusi e difficilmente intuibili dai non addetti ai lavori. Solo dopo queste doverose introduzioni, all’apparenza scontate ma oggi appunto quantomai necessarie per meglio comprendere dinamiche e protagonisti, sono state poi argomentate le diverse tesi, perlopiù opposte ma con diversi punti di accordo individuati durante i ragionamenti.

IMG_0352Parti in gioco messe sul tavolo del dibattito le problematiche legate alla moneta e al sistema economico, il ruolo della Cina all’interno del mercato finanziario, quello della Bce e la mancanza di un’economia politica industriale sufficientemente forte: da un lato le considerazioni di Conditi e Pisapia, convinti della continua incapacità di risolvere un’economia monetaria debole, causa principale di una pronosticata previsione che vede la prossima generazione più povera dell’attuale (per la prima volta nella storia), oltre che una forbice di disuguaglianze relativa alla distribuzione della ricchezza in costante e vertiginoso aumento (confermate le recenti statistiche che attribuiscono il possesso del 50% della ricchezza distribuita nel globo all’1% della popolazione mondiale), e ancora il ruolo smaccatamente speculativo della Bce, considerata tra le principali cause della difficoltà di immissione di ricchezza all’interno dell’economia reale; dall’altro quelle di Poma, il quale individua il nodo della questione nella difficoltà di creare una politica economica europea sufficientemente omogenea e in grado di garantire la giusta stabilità ad ognuno dei paesi dell’Unione, così come la grande problematica legata ai beni primari che ogni paese non è in grado di produrre e quindi alla relativa necessità di una netta revisione soprattutto delle politiche economiche industriali, in modo tale da essere così in grado di puntare sulle materie prime già a disposizione.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 29 febbraio, sempre alle 17, per il secondo evento della rassegna dal titolo “Solidali e felici, un altro mondo è possibile: dal mutualismo alla sharing economy”.

Guarda il video integrale dell’incontro “N-€uro – Lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche” (durata 18 minuti circa ogni filmato)

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

Parte 5

L’APPUNTAMENTO
N€uro, lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche

Dentro o fuori dall’euro? L’interrogativo ricorre quotidianamente nei dibattiti politici ma anche nelle chiacchierate che si fanno al bar o al mercato rionale. Il tema divide partiti e cittadini. E non è l’unico dilemma insoluto. Oggi più che mai è forte la preoccupazione relativa alla tutela del risparmio e alle garanzie offerte dalle banche. La crisi ha diminuito la ricchezza e aumentato i dubbi, dilatando i margini di insicurezza su molti fronti, anche perché economia e finanza sono temi ostici, difficili da maneggiare.
‘Chiavi di lettura’, il ciclo di incontri organizzato da FerraraItalia, ritorna in bliblioteca Ariostea lunedì prossimo, 25 gennaio, alle 17, con un appuntamento dedicato proprio all’euro e alle banche. A dipanare la matassa saranno un docente universitario, il professor Lucio Poma, del dipartimento di Economia dell’ateneo di Ferrara, e due storici esponenti del Gruppo Cittadini Economia, Claudio Pisapia con l’ausilio di Fabio Conditi.
Il tema della moneta unica e il ruolo degli istituti di credito sono elementi centrali nella riflessione relativa alle cause della crisi che ci attanaglia: quanto ha inciso l’euro, quanto pesa il ruolo della Bce e l’assenza in Italia di un banca centrale dello Stato? Da più parti si richiama l’esigenza di ricostituire una banca pubblica e qualcuno invoca il ritorno alla lira… Altri osservatori ritengono invece dannosa un’eventuale fuoriuscita dall’euro e non considerano sostanziale il ruolo che potrebbe svolgere la Banca d’Italia, neppure se fosse ricondotta sotto il controllo statale. Insomma su questi argomenti si dice tutto e il suo contrario.
Lunedì il confronto sarà estremamente lineare: i due interlocutori esporranno con chiarezza i loro punti di vista. In principio ciascuno puntualizzerà in maniera facilmente comprensibile il quadro di riferimento e illustrerà la proprie opinioni. Seguirà un breve dibattito fra Poma e Pisapia. E poi il pubblico potrà porre le proprie domande. Obiettivo di questi incontri, come sempre, è favorire una maggiore conoscenza e comprensione delle variabili in gioco, affinché ciascuno possa maturare un’edotta e autonoma opinione in proposito.

L’ANALISI
Banca d’Italia non è dello Stato ma è in mano ai privati che dovrebbe controllare

​”I soldi della Banca d’Italia sono soldi degli italiani”, ha replicato con sufficienza il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti (ospite qualche giorno fa a La7) a Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, che una volta tanto aveva fatto un’affermazione condivisibile, chiedendo che il buco delle quattro banche salvate dal governo non fosse ripianato con i soldi dei risparmiatori e neppure con quelli dello Stato, ma con denari di Bankitalia, che male ha svolto il proprio ruolo di controllore. Ma l’obiezione è infondata: l’affermazione di Zanetti (deputato di Scelta civica) è un enorme sciocchezza! I soldi della Banca d’Italia sono soldi degli azionisti. E lo Stato ha quote per poco più del 5% complessivo. Il resto è nelle mani di privati. Ma al rilievo dell’esponente del governo nessuno ha controbattuto; neppure la Meloni e nemmeno il conduttore Gianluigi Paragone lo ha corretto, pur trattandosi di un autorevole giornalista che si presume esperto della materia.
Gli equivoci che circolano su questo tema pongono la necessità ribadire una verità che evidentemente non scontata come si potrebbe immaginare: la Banca d’Italia non è una banca pubblica poiché non appartiene allo Stato né ad altri enti pubblici, ma è un istituto di credito i cui proprietari sono soggetti privati. Il principale azionista è Banca Intesa con il 30,3% delle quote, poi Unicredit 22,1%, Assicurazioni Generali 6,3%, Cassa di Risparmio di Bologna 6,2% (pure confluita in Intesa)… Lo Stato partecipa al capitale con il misero 5% dell’Inps e con una minuscola quota di proprietà di Inail. E fra i piccoli azionisti c’è persino Carife!

Concretamente, questa situazione dà luogo a due effetti pericolosi.
Innanzitutto il ruolo di controllati e controllori viene di fatto a sovrapporsi e coincidere, perché Banca d’Italia che è l’ente preposto alla vigilanza è a sua volta fatto controllato dagli stessi soggetti dei quali si deve occupare.
Inoltre, la politica monetaria del Paese, orientata dalle scelte di Bankitalia (e della Bce, ovviamente), è inevitabilmente condizionata dagli interessi privati che in quegli istituti trovano rappresentanza e voce attraverso le banche che sono socie di capitale.

A questo assetto si è giunti a seguito di un lungo percorso di cui è precursore l’iter di distacco della Banca dallo Stato, avviato già nel 1981 dal ministro del Tesoro, Beniamo Andreatta (Dc), che portò come conseguenza l’esplosione del debito pubblico. Il successivo processo di privatizzazione segue tappe contrastate, passa attraverso la trasformazione degli istituti di credito pubblici in banche di diritto privato (fra il 1990 e il 1997), segna un punto decisivo fra il 1998 e il ’99 con la riforma  Ciampi-Amato e giunge a compimento nel 2004 con la piena definizione del ruolo delle fondazioni bancarie. La conseguenza è una privatizzazione che ‘di fatto’ investe anche della Banca d’Italia, poiché proprio gli istituti di credito privatizzati sono i suoi principali azionisti, unitamente ad alcune società assicurative [leggi sul sito della Banca d’Italia la composizione ufficiale dell’azionariato].
E’ vero che Bankitalia resta assoggettata al diritto pubblico: ma ciò significa solamente che è vincolata a specifiche normative che ne riconoscono il particolare rilievo e ne impediscono, per esempio, il fallimento. E questo non toglie nulla al potere di condizionamento esercitato dai soci, i quali non sono rappresentanti indicati dai cittadini, bensì dirigenti scelti dai vari potentati economico-industriali che detengono le quote della banca.

È vero che la nomina del Governatore viene formalizzata dal capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio. Ma è altrettanto vero che il capo del Governo di norma recepisce il suggerimento formulato dei vertici stessi della Banca d’Italia. E in tutti modi, aldilà del ruolo di indirizzo certamente significativo del Governatore, nell’ordinario funzionamento della banca contano assai anche tutti gli altri dirigenti e i ruoli intermedi, sulla cui nomina e azione è impensabile che i soci (privati) non esercitino influenza.

Ieri sera il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Ma neppure in questa circostanza si è fatto minimamente cenno al tema degli assetti proprietari di Banca d’Italia e dei condizionamenti che da questi ‘asset’ derivano. La questione evidentemente è ritenuta marginale o – più realisticamente – imbarazzante e quindi da evitare con cura. Un certo imbarazzo il fatto suscita di sicuro. Tant’è che fino al 2005 non fu resa pubblica la composizione del capitale poiché era considerata materia riservata (alla faccia della trasparenza). Si arrivò poi a conoscerla solo grazie a un ottimo lavoro di giornalismo investigativo condotto dal settimanale Famiglia cristiana che nel 2004 per primo rivelò chi erano i soci di Bankitalia.
Al termine dell’intervista su Rai 3, Visco ha segnalato come Banca d’Italia “è un istituzione molto seria che lavora per la collettività” ed è per gli italiani garanzia del buon funzionamento del sistema bancario. Ma come può esserlo fino in fondo se le scelte strategiche non sono determinate in maniera libera ma subiscono al contrario il condizionamento degli operatori di mercato, che compongono il suo azionariato, fatto di banche private le quali hanno per soci imprenditori, industriali, capitalisti, cioè soggetti con radicati interessi economici di parte da tutelare e difendere?

Così, di fatto, le politiche monetarie – disegnate da quella che nel sito ufficiale viene pomposamente definita come “Banca della Repubblica italiana” – sono ispirate da soggetti privati che non hanno a cuore l’interesse collettivo ma il tornaconto dei propri grandi finanziatori. Per dirla in termini semplici, sono i potenti che reggono la Banca d’Italia e condizionano le scelte monetarie ed economiche del Paese. Lo stesso avviene anche a livello europeo con la Bce, i cui azionisti sono le banche centrali dei Paesi membri dell’Unione che, nella maggior parte dei casi, come la Banca d’Italia sono rette da azionisti privati. In questo modo, sotto una patina di rispettabilità istituzionale, i ricchi signori di ogni nazione esercitano la propria posizione di comando.
A governarci, cioè a determinare le scelte economiche che sempre più condizionano quelle politiche, non sono dunque i membri eletti democraticamente dal popolo, i rappresentanti dei cittadini, ma i potenti, resi tali dalla capienza delle loro tasche, dall’accumulo di ricchezze. Detta banalmente, ma in modo chiaro e diretto, oggi come ieri, chi ha i soldi governa il mondo. E lo fa pure con una parvenza di formale intangibilità. È il trionfo mascherato, ma assoluto, del capitalismo.

L’OPINIONE
Il dramma di un’economia che non persegue progresso e benessere

“L’economia non è una scienza esatta”.  Il Medioevo, il mercantilismo, il liberismo, il socialismo, il comunismo, la scuola austriaca, le teoria neoclassica, l’economia Keynesiana, hanno storicamente dimostrato che in economia a diversi fini e diversi scopi, corrispondono differenti leggi e dinamiche. L’Unione Europea e l’Eurozona sono frutto dell’incomprensione di questo “relativismo economico” e proprio l’incapacità di comprendere il carattere mutevole dell’economia ha portato al più grande disastro dal dopoguerra. Un’incomprensione che ha radici profonde storiche da analizzare. E’ necessario accantonare la tanto acclamata quanto ingenua idea secondo cui l’Unione Europea è derivata dal volere popolare e dal “senso comune europeo”, in realtà il progetto dell’Unione Europea è proprietà dell’elité finanziaria e industriale statunitense e nordeuropea che a metà degli anni quaranta pianificò il rafforzamento del capitalismo globale.

Anche di questo si è parlato lunedì alla sala Estense a “L’altra faccia della moneta”, incontro organizzato dal ‘Gruppo di cittadini per l’economia’, un’aggregazione informale e spontanea che da tre anni cerca di colmare quella pericolosa ‘asimmetria informativa’ tra chi sa tutto e chi invece poco o nulla conosce delle dinamiche macro economiche. Una parte fondamentale della conversazione civile è stata dedicata proprio all’analisi della natura e della funzione dell’economia.

Il punto cruciale focalizzato è che non esiste in economia qualcosa che corrisponda alla legge di gravitazione universale e ancor meno un concetto che abbia valenza universale nei diversi contesti storici e culturali. Per questo la riflessione dell’economista e le coerenti risoluzioni economiche diventano estremamente complesse: non esistendo principi economici universali l’economia, strettamente collegata all’azione della politica, si è sviluppata nel corso della storia attraverso azioni estremamente diverse tra loro. Con questa eloquente premessa ha avuto inizio la lunga serata – iniziata alle 20.30 e conclusa pochi minuti dopo la mezzanotte.

L’economia è dunque riconducibile al novero delle cosiddette “scienze sociali” e come tale è condizionata da variabili culturali, contestuali e orientata coerentemente al fine di volta in volta perseguito. Se ad esempio il liberismo ha teorizzato e applicato i principi di libero mercato, di massimo profitto e di possibilità di azione marginale da parte dello Stato, il comunismo ha concepito un’economia che prevede il soddisfacimento di tutti i bisogni fondamentali dell’uomo, ma che implica la cessione allo Stato di una parte della libertà dell’individuo; da questa convinzione viene l’abolizione della proprietà privata e l’eliminazione del principio di libero mercato.

Ma l’Unione Europea, e ancor di più l’Eurozona che ne è l’espressione puramente finanziaria, è – a prescindere – un progetto antistorico: come mettere insieme la Grecia e la Finlandia, l’Italia e la Germania? Paesi estremamente diversi e con specificità inconciliabili, quali la lingua, la cultura e, nel caso particolare che stiamo trattando, la politica economica. Basti pensare alla situazione esemplare dell’Italia fino al 1980 (l’anno del divorzio fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia) in cui veniva applicata una politica monetaria espansiva e quando lo Stato aveva un diretto controllo sul proprio credito, e quindi sulla propria banca centrale. Pensate all’assurdità dell’idea di vincolare l’Italia alle regole della politica economica propria della Germania. E’ emblematico il fatto che in lingua tedesca la parola “debito” sia Schuld, termine che sta ad indicare anche la “colpa”; ciò mette in luce la radicata eredità luterana e protestante nella società tedesca. Capire questi presupposti ci fa comprendere che nulla in economia avviene per “disgrazia divina”, al pari delle piaghe d’Egitto.

La situazione in cui i Paesi europei, chi prima e chi dopo, stanno progressivamente sprofondando, è logica conseguenza dell’applicazione di politiche economiche di austerità, l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione, la cessione della sovranità monetaria. La scelta, non certo determinata da consultazioni popolari attraverso i mezzi democratici, ha arricchito i maggiori speculatori internazionali, i cosiddetti “squali” della finanza. La politica economica attuale, che continua ad essere proposta dalle forze di governo di quasi tutti gli stati aderenti all’Eurozona, ha privilegiato chi fondamentalmente non produce alcun bene e scommette su numeri in un computer (speculatori e colossi finanziari), danneggiando fatalmente il lavoratore. Solamente smascherando chi sostiene una politica di austerità e di privatizzazione e continua a sostenere che il fine ultimo delle sue politiche è il “bene comune”, solamente smascherando questi uomini e donne – fantocci nelle mani di potenti lobby – si diventa lucidi e capaci di impostare una politica economica e monetaria diversa.

Senza ipocrisie e senza mistificazioni è necessario ammettere che l’unica dottrina economica che garantisce il “bene comune” è quella che nel lavoro non riconosce una merce, bensì la vera ricchezza e il mezzo fondamentale attraverso cui distribuire la ricchezza. Per permettere che questo sia, dobbiamo considerare la moneta un semplice mezzo (fiat money) in grado di permettere lo scambio di lavoro. La moneta non è quindi la vera ricchezza, paragonabile ad una vera e propria merce (come i mercati, la Borsa come i ‘liberali’ vogliono far credere), tant’è che durante il cosiddetto “comunismo di guerra” nel periodo post-rivoluzionario russo la moneta era stata abolita.

La moneta finalmente sovrana deve essere emessa per monetizzare l’operosità di una comunità. Con l’euro l’Italia è stata punita perché troppo operosa: nel sistema dell’Eurozona ad ogni prestito che la Bce (istituto creditizio privato) concede ad una nazione corrisponde un tasso d’interesse arbitrario, che varia cioè a seconda del Paese richiedente. Se analizziamo il bilancio dello Stato italiano dal 1990 al 2011 (anno di insediamento del governo tecnico Monti) risulta evidente come il bilancio dello Stato sia in attivo (surplus primario, cioè senza considerare interessi attivi e passivi); comparando a questo dato l’ammontare del valore effettivo degli interessi sul debito si noterà come questo superi di misura il surplus primario del bilancio statale. Il “nostro” debito è quindi pressoché totalmente composto da interessi sul debito (attualmente in media circa 70-80 miliardi all’anno).

Siamo ora in grado di carpire il significato genuino e rivoluzionario della frase che il pensatore statunitense Ezra Pound pronunciò durante un ciclo di conferenza all’Università Bocconi di Milano nel 1933: “Dire che un governo non ha soldi per fare opere pubbliche è come dire che un ingegnere non ha abbastanza chilometri per progettare autostrade”: capendo questo principio capiamo la grande bugia della classe dirigente e la condanna a cui ci siamo sottoposti cedendo di fatto la sovranità monetaria ad un ente ‘estero e privato’ come la Banca centrale europea.

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SGUARDO INTERNAZIONALE
“L’economia mondiale è in crescita. Sono Europa e Stati Uniti che vanno indietro”

“Non è vero che la crisi è mondiale come ci raccontano. L’economia del pianeta nel 2012 segna un più 3,9 per cento. E’ il vecchio mondo che è in crisi. E il vecchio mondo siamo noi: Europa, Giappone e Stati Uniti. A trainare lo sviluppo sono quei Paesi che ci ostiniamo a definire emergenti: Cina in primo luogo e India. Non so cos’altro dovranno fare per convincerci di essere ampiamente emersi, mentre noi sprofondiamo…”

Per oltre un’ora di lezione, avvincente come un thriller, brillante come una commedia, il professor Lucio Poma dell’Università di Ferrara ha tenuto inchiodati alle sedie il pubblico di Internazionale, che ha riempito l’aula magna e altre due sale approntate per l’occasione, spiegando ciò che di norma gli altri economisti non dicono. “Tutti i modelli che abbiamo utilizzato finora non funzionano più”, ha affermato. Ecco in pillole la sua analisi.

La crisi parte da lontano, non dal 2008 come si tende ad affermare, è strutturale e non congiunturale. E’ dal 1999 che la forbice fra import ed export si è ribaltata a danno di Europa e Stati Uniti. Da allora il divario è costantemente cresciuto a vantaggio dalla Cina sino alle attuali impressionanti proporzioni.

Con una crescita annua costante del 14 per cento dal 1986, la Cina ha ormai quasi raggiunto il livello del Prodotto interno lordo degli Stati Uniti, se continua così fra 7 o 8 anni lo supererà. Ma cresce anche l’Africa, dove i cinesi stanno investendo.

La Cina, oltretutto, dal 2004 è creditrice degli Stati Uniti, questo la pone in una posizione di forza. Ha acquistato parte del debito americano e come ogni creditore può chiedere in ogni momento la restituzione del prestito. Se ciò dovesse succedere l’economia americana si troverebbe in grandissima difficoltà. Perciò la Cina è in grado di condizionare le scelte degli Stati Uniti e di conseguenza di controllare le mosse sullo scacchiere internazionale nel quale gli Stati Uniti restano principali attori.

In Europa, la politica della Bce, che ha ridotto a zero il costo del denaro, non funziona poiché – spiega il prof con un esempio calzante – gli imprenditori, se hanno già in casa 10 macchinari e tre sono fermi per mancanza di lavoro, non prendono l’undicesimo nemmeno se glielo regalano, perché poi la manutenzione costa.

Il problema non sono le banche, il debito o il tasso di interesse. La produzione ristagna perché non riusciamo più a competere a livello di costi, le incidenze da noi sono tali da squilibrare il mercato dei prezzi. Il nostro prodotto costa troppo e non è appetibile. I cinesi ci hanno copiato come negli anni Sessanta facevano i giapponesi. Irrisi gli uni e gli altri. Poi s’è visto come è andata.

Pensiamo anche all’impatto esplosivo, in termini di consumi, di oltre un miliardo e 300 milioni di persone, finora sempre escluse dal benessere, che si stanno avvicinando ai livelli minimi di comfort. Moltiplichiamo per quel numero il semplice fabbisogno di pavimenti, pneumatici, pannolini…

Funziona la manifattura cinese che si alimenta di grandi squilibri economici e sociali. I vantaggi competitivi della Cina derivano da un mercato del lavoro privo di tutele. Ma se Obama alza la voce per imporre alla Cina il rispetto dei diritti dei lavoratori o protesta per lo sfruttamento dei minori si sente rispondere: non c’è problema però tu ridacci il nostro prestito. E allora deve subito spiegare che stava scherzando. Questa è la situazione.

Noi occidentali siamo vecchi, vecchi dentro. Sopraffatti dai monopoli che non hanno interesse a innovare perché dominano i mercati. Dal 1989, dopo il crollo del muro, si è sopita la competizione internazionale e la concorrenza, lievito dell’innovazione. L’innovazione si fa in Oriente e negli Emirati, dove si investe perché c’è ansia di riscatto e di affermazione di status.

Come se ne esce allora? C’è una speranza, in particolare per noi italiani? Sostanzialmente non abbiamo risorse minerarie, non siamo produttori, ma operiamo da sempre nel segmento della trasformazione. La nostra forza è la conoscenza, coniugata alla cultura del fare. Dobbiamo valorizzare questa leva. Abbiamo le università più antiche del mondo, dobbiamo mettere il sapere e la ricerca al servizio dell’industria e della produzione. Ciò che ci ha sempre reso grandi è stata la capacità di tramutare un bene in un manufatto a forte valore aggiunto. E’ indispensabile ritrovare la capacità di fare fruttare il nostro talento e il nostro genio.

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L’OPINIONE
Con una banca pubblica ogni anno l’Italia risparmierebbe
70 miliardi di interessi

Moneta: mezzo di scambio per la compravendita, rappresentato da un dischetto metallico. Questo recita il dizionario. La moneta è un mezzo. Purtroppo si è invece da tempo diffusa l’idea di moneta come merce. Questa è una delle tante distorsioni della macroeconomia che stanno influenzando noi, i nostri governanti e di conseguenza le politiche economiche, le decisioni dell’Unione Europea.

E’ necessario capire, a questo proposito, il meccanismo attraverso cui gli stati dell’Ue ottengono il ‘mezzo monetario’: con l’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea – uno dei documenti non sottoposti a referendum nazionale – si afferma che la Banca Centrale Europea (Bce), organo incaricato dell’attuazione della politica monetaria per 18 dei 28 Paesi dell’Unione europea che hanno aderito all’euro (Eurozona), non può prestare direttamente agli Stati, ma deve prestare a enti creditizi privati (banche) che, a loro volta, prestano poi la moneta, con tassi d’interesse variabili, agli Stati dell’Unione. Parliamo di numeri ed esempi concreti: la Bce presta la moneta alle banche private (fra cui Unicredit, Mps, Banca Intesa, altri) ora allo 0,05% di interesse, queste prestano denaro agli Stati applicando tassi determinati da criteri di mercato: fino a qualche settimana fa, quando ancora il tasso era dello 0,15%, la Germania ha ottenuto la moneta euro a circa l’1% di tasso d’interesse, l’Italia al 4.75%, la Spagna circa al 7%, fino ad arrivare alla Grecia con il tasso record del 17% (nei momenti più difficili).

E’ fin troppo chiaro che gran parte delle difficoltà economiche in materia di risorse e debito pubblico sono causate anche da un’impostazione distorta dell’Eurozona. E capiamo altrettanto bene che in questo modo la moneta non è considerata più un mezzo sovrano per dare corso a progetti di sviluppo a beneficio dei cittadini ma una merce, soggetta a speculazioni finanziarie dei colossi privati grazie all’applicazione dei tassi d’interesse. L’adozione della moneta unica euro, nel 1999 con il governo D’Alema, ha determinato l’asservimento dell’Italia ai parametri prima descritti. Proviamo ad immaginare la moneta come ossigeno e la Banca d’Italia, con cui l’Italia aveva ancora diretto controllo sul proprio credito (in “soldoni” poteva decidere quanta moneta emettere), il polmone. La classe dirigente (italiana ed europea) d’allora ha deciso di privare l’Italia e ogni Paese aderente all’Eurozona del proprio polmone e di attaccarsi ad un polmone artificiale estero (Bce) su cui l’Italia non avrebbe avuto più controllo. Perché privarsi del proprio polmone e attaccarsi ad un meccanismo estero, che potrebbe un giorno non essere più dalla parte dei cittadini ma potrebbe favorire esclusivamente gli interessi dei colossi della finanza? Questo è un meccanismo estremamente pericoloso perché ci espone agli interessi delle banche private che decidendo con l’appoggio politico di speculare sui tassi d’interesse, sul prestito della moneta (l’ossigeno), sulle ‘crisi’ dei paesi più deboli, drenando beni reali in cambio di moneta creata dal nulla ed emessa nel sistema. E’ questa scarsità di presenza del mezzo monetario nell’economia reale (le immense e disastrose iniezioni che Draghi, descritto dalla stampa economica mondiale come il peggior banchiere centrale di tutti i tempi, restano nelle banche, che non erogano credito in situazione di ‘crisi’) che non permette la fondamentale remunerazione della laboriosità del nostro Paese e distrugge la capacità d’acquisto del cittadino e lo Stato sociale italiano. Quindi non si stupisca chi legge che il tasso di disoccupazione è arrivato al 12% (che è solo una media) o che l’Italia è nella famigerata deflazione.

Ripetiamolo allora, perché gli euroburocrati e i politicanti del nostro Paese non vogliono, o non hanno l’interesse a capirlo:

  • Il denaro non è una merce, ma una convenzione sociale, un mezzo.
  • Lo Stato dispone del credito, non è quindi necessario che si indebiti. Deve semplicemente spendere a deficit con moneta sovrana (anche l’euro andrebbe benissimo se lo diventasse), per remunerare la produttività di famiglie e imprese in azioni e progetti concepiti per lo sviluppo della collettività (non certo per arricchirsi in modo fraudolento).
  • Questi i capisaldi postulati da Ezra Pound, pensatore statunitense, nel 1933, ma condivisi da economisti del calibro dei premi Nobel Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Milton Friedman e tanti altri.
  • Lo Stato deve quindi riacquistare la propria sovranità monetaria, ottenendo nuovamente il diritto di decidere sulla propria politica monetaria, calibrando l’iniezione monetaria nel Flusso circolare (J.M. Keynes) con tasse e finanziamenti.

Ma, se gli italiani non volessero uscire dall’Eurozona, anche dopo aver capito le distorsioni e le menzogne del sistema euro, si può fare ancora qualcosa.
C’è una soluzione? Sì, ce la suggerisce il comma 2 dell’articolo 123 del Tfue: il governo può creare una banca di proprietà statale che lo finanzi. Il sistema è semplice: la Bce crea il denaro (dal nulla, va ribadito) e lo presta alla banca pubblica allo 0,05% e la banca pubblica lo presta allo Stato magari anche con un interesse dello 0,50%, ma non con l’attuale tasso del 4% (nel caso dell’Italia). Su 2.000 miliardi di debito pubblico nel nostro paese arriveremo a risparmiare 70-80 miliardi l’anno. Così funziona già da tempo in Germania e in Francia con banche pubbliche create ad hoc che sostengono l’economia reale, gli investimenti della rete di imprese nazionali, mentre in Italia nonostante sussistano le condizioni per operare in questo senso, non si è fatto ancora alcun passo… Perchè?
Conflitti di interesse? Strapotere degli Istituti di credito e delle lobby finanziarie? Forse a pensar male non si fa peccato (diceva un vecchio “signore” della politica italiana), sta di fatto che proprio in questi ultimi mesi l’ex ministro all’Economia Vittorio Grilli (governo Monti) è approdato in JP Morgan, uno dei più grandi istituti finanziari, gli stessi che poi speculano sulla crisi indotta. E’ solo uno dei tanti casi di assunzioni, o meglio ‘promozioni’ di esponenti politici e manager pubblici. Le strade per uscire dallo stato letale di recessione (in realtà ci stiamo avviando al processo di deflazione) sono molteplici: banca nazionalizzata o uscita dall’euro, la scelta è politica, ma almeno si faccia qualcosa per le nostre aziende che non hanno risorse e per i cittadini che devono fare i conti con l’Euro, ogni giorno.

Banconote

L’OPINIONE
E adesso anche la Bce vuole aumentare la moneta in circolazione

Alleluia. La Bce ha praticamente azzerato i tassi di riferimento portandoli allo 0,05%, ha alzato i tassi negativi sui depositi bancari da 0,1 a 0,2% e il board dei governatori delle banche Ue ha cominciato a discutere del quantitative easing, cioè del volume di denaro da riversare nell’economia reale, a famiglie e imprese, che si concretizzerà nei prossimi mesi. I mercati hanno esultato, lo spread Btp decennali – Bund tedeschi è finito a 138 punti base, mai così basso.
Anche se la decisione è stata giudicata “inaspettata” e “sorprendente” da diversi media finanziari internazionali, sorprendente non è affatto. Da diverse settimane il presidente della Bce Mario Draghi aveva lasciato capire che servivano misure stimolatrici dell’economia e per frenare la deflazione, favorendo politiche espansive nell’Eurozona. Ed è assai probabile che questa mossa sia stata al centro del meeting economico di Jackson Hole, negli Stati Uniti.

La Bce agisce quindi con una sua coerenza, seguendo l’esempio della Federal Reserve americana e della Banca centrale del Giappone. Ma le politiche monetarie non hanno effetti eterni, non agiscono sulla struttura delle economie. Queste manovre possono correggere i cicli economici per un breve periodo, ma se poi le economie non si riprendono, gli stimoli monetari perdono la loro efficacia. E non possono durare per sempre: negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha deciso di diminuire gradualmente il programma di erogazioni di risorse finanziarie al sistema economico (cominciato con 40 miliardi di dollari al mese nel settembre del 2012) per farlo terminare nel prossimo mese di ottobre. Significativamente, il sito internet del Washington Post del 13 luglio scorso commentava che il quantitative easing (Qe) non sarà affatto il quantitative eternity (Qe-ternity).

Il dibattito nell’Eurozona non ha finora chiarito se il rigore deve essere a senso unico, un credo assoluto, oppure no; se le deroghe al patto di stabilità chieste dall’Italia e da altri Paesi saranno approvate o meno e cosa produrranno. Sicuramente la sola Bce non potrà far molto, se non si aggrediscono nodi strutturali. Come farlo? Mario Draghi ha chiarito che l’elasticità è possibile, ma rispettando le regole che l’Eurozona si è data, ed evocando la necessità di riforme precise nei mercati del lavoro e del prodotto, e migliorando l’ambiente economico in cui si muovono le imprese.
Criteri generali, in cui ognuno può muoversi nel bene e nel male. Ma a ben vedere la parola chiave dell’economia è una sola, e vale ormai per tutta l’Eurozona: ricostruzione, su basi nuove e più eque , e rapporti tra gli Stati improntati alla cooperazione, non a logiche di primazia più o meno mascherate. Altrimenti, a che serve l’Europa?

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Marattin: “Contro la crisi ora serve liquidità, ma la miglior moneta è la fiducia”

“Ci devo riflettere”. Con un’inattesa apertura di credito Luigi Marattin si impegna a riconsiderare la soluzione anticrisi prospettata da Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi nel volume “Soluzione per l’euro” e recentemente ribadita anche a Ferrara [leggi]. I due erano stati pesantemente criticati sui social network dal giovane assessore del Comune di Ferrara, docente di economia all’Università di Bologna.
Ma andiamo per ordine seguendo il filo di un dialogo possibile che si è sviluppato a partire dall’unico punto certo e condiviso: la crisi.

Ritiene efficaci e adeguate le misure adottate per contrastarla?
Partiamo dall’efficacia e cominciamo col dire che uno choc di queste dimensioni è probabilmente superiore persino a quello del ’29. La domanda da porsi non è se i provvedimenti abbiano propiziato un aumento del Pil o dell’occupazione, ma cosa sarebbe successo se non fossero stati adottati. Avremmo avuto una recessione molto peggiore…

Chiaro, ma la controprova non c’è…
L’econometria si occupa di questo, valutare e prevedere teoricamente gli effetti.

Certo, ma la previsione è fatta sulla scorta di un modello matematico coerente con il paradigma adottato, cioè con il postulato di base. Sarebbe interessante cambiare punto di vista e valutare scenari possibili che abbiano a riferimento modelli alternativi.
E l’adeguatezza? La cura a suo avviso è appropriata e deve solo essere ricalibrata?
Io non sono convinto che si sia fatto tutto ciò che si doveva nel modo giusto. Il deficit è stato ridotto solamente con l’aumento delle tasse, mentre al contrario di quel che si dice la spesa pubblica è cresciuta.

La percezione dei cittadini però è diversa.
La ‘gggente’ si lamenta dell’aumento delle tasse, al bar non c’è nessuno che imprechi per il calo della spesa pubblica.

La gente forse no, ma gli amministratori pubblici sì, a cominciare dal suo sindaco che spiega come certi interventi non si possono fare perché mancano i finanziamenti e le coperture.
E ha ragione, perché sono stati tagliati selvaggiamente i trasferimenti agli enti locali, ciononostante la spesa dello Stato è aumentata.

Insomma, è sempre colpa degli altri!
I tagli agli enti locali non sempre sono un’ingiustizia (anche se noi in percentuale siamo stati penalizzati più degli altri). Va riconosciuto che prima c’erano grandi sprechi e che i tagli hanno indotto una forzata razionalizzazione. Margini ce ne sono ancora per ridurre gli sprechi, magari non a Ferrara. Ma quel che non è accettabile è che lo Stato abbia messo a dieta gli enti locali ma abbia poi speso altrove quel che è stato risparmiato.

Quindi il difetto non è nella cura, ma nella mancanza di rigore con cui è stata applicata?
Il problema andava affrontato. Per dire: il debito pubblico è cresciuto dal 60% del 1981 al 122% del 1994. Ma un conto sarebbe stato sistemare la finanza pubblica riducendo la spesa, altro farlo alzando le tasse perché questo ha favorito la recessione.

E quindi ora come si propizia la crescita?
Contesto che si faccia solo aumentando la spesa pubblica e osservo che non esiste un solo Paese al mondo che abbia percorso con successo questa strada. Aggiungo anche che i nostri conti sfasciati hanno una storia antica e non dipendono dalla Merkel. Per ridare competitività al nostro Paese bisogna intervenire con riforme strutturali serie: della pubblica amministrazione, della giustizia, del fisco, del mercato del lavoro, della formazione professionale… E’ il pacchetto di riforme al quale lavora il governo, che può rimettere correttamente in moto il sistema e favorire la crescita.

Sul ruolo delle banche non ha nulla da eccepire? Non le pare che abbiano abdicato al loro ruolo di sostegno all’economia preferendo invece puntare su investimenti certi, funzionali ai propri interessi particolari?
La banca è un’impresa che compra e vende soldi e persegue un profitto come ogni altra impresa.

E allora non sarebbe meglio ripristinare un sistema di banche pubbliche?
Non rimpiango i tempi in cui c’erano e le nomine erano fatte a livello ministeriale per soddisfare interessi politici e per conseguenza i prestiti venivano garantiti agli amici degli amici.

Sta dicendo che un corretto meccanismo stenta a funzionare a livello pubblico?
E’ il confronto con il mercato che garantisce, nella competizione, il rispetto delle regole.

Torniamo al tema della moneta. Cattaneo e Zibordi dicono che sono necessari 200 miliardi per rimettere in moto l’economia, Corrado Passera parla di 350. Ha senso porre la questione in questi termini e, nel caso, chi ha ragione?
L’ordine di grandezza è molto superiore ai 200 e anche ai 350 miliardi. Un anno fa la Bce aveva immesso mille miliardi di nuove banconote, una somma adeguata, ma le banche li hanno utilizzati per tappare i loro buchi o per comprare titoli di Stato. Ora ha fatto un’altra operazione, con presupposti differenti: 400 miliardi per famiglie e imprese a un tasso scontatissimo dello 0,25% legato a un’intimazione alle banche stesse: se non li presti te li tolgo… Dovrebbe funzionare, ma ci vorrà un anno prima che produca effetti concreti.

Però concettualmente lei riconosce che una robusta immissione di moneta serve?
Serve eccome, l’offerta di moneta va aumentata, siamo ben distanti dal rischio di inflazione. Ma attenzione, l’iniezione di liquidità non è la panacea di tutti i mali, serve a contrastare la crisi ma non può essere permanente se non l’inflazione poi esplode…

Questo è evidente, ma oggi farebbe comodo, giusto?
Sì, ma ribadisco che gli effetti diretti non sono immediati. Ciò che invece determina un effetto immediato è il meccanismo psicologico basato sull’aspettativa, cruciale è agire su questo versante. Mi spiego: l’intervento della Bce va bene, ma si potrebbe fare di più. Per esempio, se anziché 400 avesse destinato mille miliardi a famiglie e imprese, avrebbe determinato un positivo choc e una potente iniezione di fiducia per gli operatori del mercato. Il problema è che la Banca centrale europea è frenata da vincoli ed equilibri di natura politica che hanno a che fare con le reciproche diffidenze fra i partner comunitari: è chiaro che dopo quel che è accaduto in Grecia, la Germania guardi con sospetto a un’ipotesi di eurobond. Ma il problema è evidentemente più di natura politica che di natura economica e per risolverlo servirebbe una solida leadership europea che ora manca.

Torniamo al merito della proposta Cattaneo-Zibordi per affrontare la crisi senza uscire dall’euro: l’emissione di certificati di credito fiscale a scadenza differita di almeno un paio d’anni, da attribuire come bonus a famiglie e imprese. Titoli di credito concepiti di fatto come una sorta di valuta interna che gli intestatari potrebbero eventualmente monetizzare immediatamente cedendo sul mercato i crediti ai tassi di interesse corrente…
Ci devo riflettere.

Marattin appare un poco sorpreso, come se in precedenza non avesse considerato con la dovuta attenzione questo aspetto. Ma non c’è tempo per approfondire, perché l’assessore riceve una telefonata e viene risucchiato dagli impegni istituzionali. Però la risposta arriva in differita: “Immaginiamo che io sia lo Stato e nell’economia ci siano solo due consumatori, A e B. Io emetto un titolo di 20mila euro, e lo do a B. A se lo compra per 18 mila euro. Ma se è vero che ora B ha 18 mila euro di liquidità in più, è altresì vero che A ha 18 mila euro in meno… l’effetto aggregato quindi è nullo. Come dicevo, è solo un gioco delle tre carte. Del resto anche in economia ‘nulla si crea e nulla si distrugge’ o meglio, ‘nessun pasto è gratis’.”

Avanziamo un’obiezione: è altresì verosimile che B induca A a scongelare 18mila euro che A avrebbe trattenuto come riserva, con l’effetto che sul mercato vengono immessi 18mila euro che altrimenti sarebbero rimasti immobilizzati.
Replica: “e che ne sai? E se invece A li avesse spesi? In realtà sono sempre quei soldi che il governo (o la banca centrale) ha immesso nel sistema economico all’inizio. Ma allora tanto vale ridurre le tasse per quell’ammontare (con interventi di politica fiscale) o aumentare la base monetaria per quell’ammontare (politica monetaria). Null’altro al di fuori di questo”.

Null’altro, ma ce n’è abbastanza per intavolare il confronto. L’appuntamento pubblico è per la seconda metà di luglio.

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Marattin: “Da Cattaneo e Zibordi cialtronate sulla crisi”. La replica: “Pronti al confronto”

Per Luigi Marattin, docente di Economia all’università di Bologna e assessore del Comune di Ferrara, si tratta di “monnezza intellettuale”. Giuseppe Fornaro, candidato sindaco a Ferrara della lista Valori di sinistra, viceversa, rivendica il fatto di essere stato “l’unico in campagna elettorale a sostenere queste posizioni”. Insomma, dopo l’intervista apparsa su ferraraitalia [leggi], attraverso i social network si sta animando il dibattito attorno alla via d’uscita dalla crisi economica proposta da Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, autori per Hoepli del recente volume “Soluzione per l’euro”.

Afferma Marattin: “Alla domanda (intelligente) del giornalista su come si possa evitare l’iper-inflazione che deriverebbe dall’aumento della base monetaria in circolazione (fenomeno che ha distrutto svariate economie negli ultimi 100 anni), questi finti economisti rispondono: ‘semplice! Si aumentano le tasse!’. Ma l’aumento di tassazione, diminuendo la domanda aggregata come loro stessi – in un delirio di contraddizioni – riconoscono, vanifica l’effetto espansivo dell’aumento di base monetaria. In pratica, ad una politica monetaria espansiva si fa corrispondere una politica fiscale restrittiva, con effetti totali nulli. Anzi, si potrebbe argomentare che poiché la politica fiscale restrittiva ha effetti anche sul lato dell’offerta (diminuendo l’accumulazione dei fattori produttivi, che determinano la produzione e quindi il Pil), l’effetto complessivo sarebbe anche pesantemente recessivo. Tutta roba che si insegna nell’arco delle prime tre settimane di un qualsiasi corso base di economia a ragazzi di 19 anni”.

Fornaro, spiega di essere stato persuaso da un seminario tenuto da Claudio Bertoni (referente ferrarese del gruppo), e a Marattin replica: “Non sarei così sprezzante. Non c’è bisogno degli insulti. Sarebbe interessante, invece, un confronto pubblico tra te (Marattin, ndr) e Bertoni, o i due autori di cui si parla nell’articolo, con un moderatore, sui temi dell’economia. Ci sono alcuni punti delle loro tesi che sono convincenti, altri meritano di essere approfonditi”. E conclude: “Ci stai ad un confronto pubblico?”.

All’invito, Marattin controbatte: “Il confronto pubblico con quei finti economisti io lo chiedo da almeno due anni. Sono sempre scappati a gambe levate. Non certo per me, ma perché gli è rimasto un briciolo di onestà tale da comprendere che le loro cialtronerie verrebbero completamente distrutte da un semplice studente del primo anno. Proprio per questo si ostinano a fare iniziative a voce unica. Nell’improbabile ipotesi che vogliano – dopo tanto tempo – accettare un contraddittorio, certamente sarei disponibile. Non ho mai avuto problemi a confrontarmi”.

A questo punto entra in campo Cattaneo, che ha seguito a distanza il contraddittorio su Facebook: “Non so a chi si riferisca Luigi Marattin affermando che ‘il confronto pubblico con quei finti economisti io lo chiedo da almeno due anni. Sono sempre scappati a gambe levate’. Sicuramente non parla di me, e credo nemmeno di Giovanni Zibordi. Personalmente, non ho mai avuto occasione di incontrare Marattin e questa richiesta di confronto, evidentemente, a me non è stata rivolta. Ma colgo con piacere l’occasione per raccogliere l’invito e sollecitare un confronto-dibattito pubblico, e per quanto mi concerne do piena disponibilità a organizzare, per esempio a Ferrara, in qualsiasi data dal 15 luglio prossimo in poi”.

Dunque, emerge da tutte le parti la volontà di guardarsi in faccia e chiarire i rispettivi punti di vista. Ferraraitalia si rende disponibile a organizzare il confronto, secondo i crismi dell’imparzialità.

Sarebbe davvero interessante poter ascoltare in contraddittorio le voci dei protagonisti. Lo spirito crediamo debba essere quello del giovanissimo Fabio Zangara che, intervenendo anch’egli nel dibattito su Facebook, si rivolge direttamente a Marattin raccontando che “anch’io ho partecipato ai seminari del dott. Bertoni e, oltre che simpatico, mi è sembrato anche molto preparato e documentato. In tutta sincerità non comprendo la sua perplessità circa la risposta di Zibordi e Cattaneo riguardo il controllo della base monetaria in circolazione. Se la moneta in circolo è ‘scarsa’ si applicano iniezioni di liquidità nel sistema, se si rischia il fenomeno inflattivo viene applicata una studiata imposizione fiscale che riequilibra la base monetaria in circolazione, per garantire il giusto equilibrio del ‘flusso circolare’. Si controlla quindi la base monetaria tramite la funzione sinusoidale (sinx), usando investimenti e tasse come contrappesi. Non vedo, quindi, il pericolo di un fenomeno recessivo riguardo le tesi di Zibordi e Cattaneo. Sono convinto che sarebbe molto utile un confronto pubblico fra di voi per spiegare ai cittadini cosa sta accadendo oggi in Eurozona. Mi piacerebbe anche sapere perché istituti creditizi privati e Bce di fatto emettono moneta dal nulla attraverso i prestiti. Ritengo estremamente importante che lo Stato possa emettere denaro per monetizzare l’operosità dei cittadini, garantendo lo scambio di beni, sostenendo l’economia reale”.

Argomentazioni e quesiti chiari, scaturiti da una mente fresca e non imbevuta di dogmi, che esprimono anche l’anelito di un giovane cittadino alla ricerca di un orizzonte di stabilità per il proprio futuro.

Ma, anche nei suoi confronti, Marattin usa espressioni tranchant che mal si conciliano con la volontà al confronto che pure manifesta: “Fabio, sul confronto pubblico vale quanto scritto sopra. Sono sempre scappati, e c’è da capirlo. Sul resto, sei ancora giovane ed in tempo per non farti sedurre da colossali castronerie (quali quelle che sembri ripetere) che non hanno né fondamento logico, né empirico. Le persone che citi non hanno una formazione accademica completa, non hanno posizioni presso università o centri di ricerca degni della benché minima notorietà scientifica, e non hanno pubblicazioni comunemente accettate presso la comunità scientifica (cioè in riviste internazionali con doppio referaggio anonimo). Spacciano colossali panzane come teorie economiche alternative, ma in realtà usano solo tutti voi in buona fede per acquisire un minimo di notorietà e per facili guadagni. Fai un favore a te stesso, studia l’economia quale scienza sociale. Ti accorgerai che per mettere in discussione alcuni dogmi troppo facilmente accettati non c’è bisogno di uscire totalmente fuori dal perimetro scientifico con questa spazzatura intellettuale”.

In realtà Cattaneo e Zibordi pongono un problema reale e drammatico, quello della crisi, al quale gli economisti gallonati ai quali Marattin fa riferimento non hanno saputo porre rimedio. Se ci sono debolezze o fragilità vanno discusse. Ma se il punto di partenza è buono, sbagliato è rifiutare il ragionamento.
Credo si debba fare molta attenzione ad additare visionari ed eretici a pubblici roghi.
Il pregiudizio è una bestia pericolosa. Il padre dei fratelli Wright, agli albori del secolo scorso, sentenziò “Mai e poi mai l’uomo volerà per mezzo di una macchina”. Proprio i suoi figli lo smentirono. Non degli anatemi si alimenta il progresso della civiltà.
Quando si tratta di questioni vitali come questa è saggio guardare la luna e non il dito che la indica.

Banconote

“Basta con l’austerity, ecco una proposta concreta per uscire dalla crisi”

“La cura non funziona: allora aumentiamo la dose”! Loro dissentono, ma sono i paria, gli inascoltati: quelli ‘che semplificano’, accusati a torto di voler uscire dall’euro, di spaccare l’Europa. Tacciati di leggerezza, sospettati di ambigue contiguità, avvolti in un alone oscuro. Tutto questo perché vanno controcorrente e alla crisi rispondono con soluzioni originali, invise agli economisti dell’establishment. Il paradosso che indicano è realmente tale: finora si è cercato il rilancio attraverso politiche di austerity, siccome non hanno dato i frutti sperati ci viene detto di stringere la cinghia ancora di più. “Intanto perdiamo il paziente”, commentano a ragion veduta. E il paziente siamo noi.
Loro invece, gli outsider, sono Marco Cattaneo, Giovanni Zibordi e altri che fanno riferimento alla dottrina del neo-cartalismo. “Economisti pragmatici, non accademici”, dicono di se stessi; anche se alle spalle, fra i riferimenti teorici, ci sono giganti come Kenneth Galbraith…
Vale dunque la pena ascoltare le loro teorie, ragionarci su. Per capire se cambiando medico e terapia non si possa propiziare la guarigione.

“Questa è una crisi assurda – afferma Cattaneo -. Ci sono beni disponibili, forza lavoro disponibile, strutture produttive adeguate. Ma tutto resta incagliato perché mancano i soldi”
E quindi?
I soldi non sono un problema, se mancano si fanno.

Come, ‘si fanno’?
Si fanno! Si stampano. Uno Stato che gode di sovranità monetaria si regola così: immette moneta in rapporto alla capacità produttiva del sistema e l’economia ricomincia a funzionare.

Scusi ma un eccesso di moneta circolante, dato che i beni non sono illimitati, non porta poi all’aumento dei prezzi e quindi all’inflazione?
Sì, ma quando serve lo Stato interviene per drenare la liquidità in eccesso agendo sulla leva della fiscalità. In altri termini, quando si deve favorire la ripresa si aumenta la quantità di moneta in mano a cittadini e aziende diminuendo le tasse; quando invece si vuole contrastare l’aumento dei prezzi dovuto a un eccesso di domanda si fa il contrario.

Ma se è così semplice, com’è che predicate nel deserto?
Perché ci sono molti interessi in gioco e potentati da tutelare; c’è gente che di crisi muore e altra che guadagna facendo enormi fortune.

Mi sta dicendo che c’è una congiura in atto a discapito dei cittadini?
Beh, non siamo gli unici a pensarlo. Altri più autorevolmente di noi lo hanno detto e scritto. Luciano Gallino gode di prestigio a livello internazionale e parla di golpe di banche e governi…

E quindi quanto servirebbe per fare ripartire l’economia?
Almeno duecento miliardi. E’ la somma che abbiamo perso per strada negli ultimi anni per pagare gli interessi sul debito. Il Pil infatti in questi ultimi 20 anni ha continuato a crescere con una media costante. Il problema è che da quando lo Stato italiano ha perso la sovranità sulla moneta, i debiti virtuali sui prestiti sono diventati debiti reali nei confronti delle banche prestatrici. Il processo si origina ben prima dell’euro e ha a che fare con la perdita di controllo sulla Banca d’Italia.

C’è qualcuno che la pensa come voi?
L’ex ministro ed ex Ad di banca Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, sta dicendo qualcosa di simile, perlomeno come logica di ragionamento. Lui stima la necessità di 350 miliardi di euro, ma al di là delle cifre, l’impostazione concettuale è la medesima: serve liquidità per fare ripartire l’economia. Non si possono chiedere altri sacrifici, con la stretta creditizia e l’austerità il Paese muore. C’è bisogno del contrario: uno slancio per ripartire con forza.

Ma le vostre teorie hanno trovato mai applicazione?
Sì, nella Germania degli anni Trenta storicamente è accaduto qualcosa di molto simile. Mi rendo conto che sia brutto da dirsi, ma è così. Prescindiamo dalla situazione politica e dai protagonisti dell’epoca, lo scenario economico era molto simile: stagnazione e deflazione. La salvezza è stata l’immissione di moneta nel sistema.

Sarà un caso, ma fra le forze politiche l’unica ad avere preso posizione in maniera netta a favore della soluzione che voi proponete è proprio Forza Nuova…
In questo caso forse suggestione e dimensione simbolica funzionano per una compagine politica che fa esplicito riferimento a un certo passato. Ma noi dobbiamo prescindere da questi aspetti. Il nostro appello si rivolge a tutti, non ha connotazione politica, mira al rilancio del Paese.

Nonostante vi si attribuisca l’intenzione contraria, non siete per l’uscita dall’euro, giusto?
L’euro non è all’origine del problema – interviene Giovanni Zibordi – e la questione della sovranità monetaria si può affrontare e risolvere anche in presenza dell’euro e nel rispetto del ruolo del Banca centrale europea. Non è quindi necessario per l’Italia rimettere in discussione la propria collocazione nel consesso dell’Unione Europea o l’uso della moneta. Noi abbiamo immaginato che la liquidità si possa creare attraverso la disponibilità di titoli di credito sulle imposte che di fatto costituirebbero una sorta di moneta interna.

Cioè?
Titoli di valore predeterminato ma differito, pagabili a due anni (il tempo per fare ripartire l’economia) che lo Stato attribuirebbe ai cittadini da utilizzare per il pagamento delle imposte e delle tasse. Di fatto una sorta di emissione di ‘buoni del tesoro’ per il valore complessivo dei 200 miliardi di cui stiamo parlando. Un meccanismo simile a quello concepito da Renzi, ma altro che 80 euro in busta paga! Trattandosi di titoli certi ed esigibili, chi ha necessità potrebbe farsi anticipare le somme garantite dallo Stato tramite il normale meccanismo del prestito ai tassi di mercato. Immaginiamo una famiglia che vanta un credito di imposta garantito dai nostri certificati per duemila euro, potrebbe ottenerne subito 1.950 per esempio, pagando un interesse del 2,5%, cioè avrebbe subito a disposizione 1950 euro da spendere invece di duemila dopo due anni. E si tratterebbe di soldi veri, intendiamoci, non di somme da restituire: il contante immediato in cambio della cessione del titolo. Quindi soldi da investire o da spendere. Soldi che arrivano sul mercato, circolano e rimettono in moto l’economia.

I pagamenti fatti dai cittadini con questi titoli di credito sarebbero però, nella sostanza, pagamenti virtuali, poiché allo Stato non entrerebbe denaro ma cedole. Inoltre voi sostenete anche la necessità di un drastico taglio delle tasse. E come può lo Stato garantire i servizi se non percepisce più i corrispettivi attraverso le imposte?
Emettendo la moneta necessaria! E’ un falso problema quello che lei pone, frutto di un illusione. Ci dicono che le tasse servono per pagare i servizi, ma lo Stato può stampare quanta moneta vuole (cioè quanta gliene serve) per sé e per gli enti locali, in maniera da garantire l’erogazione delle prestazioni attraverso la copertura dei relativi costi senza intaccare il welfare aytteso dai cittadini. I soldi sono una convenzione. Lo Stato, se è sovrano, regola la circolazione della moneta, aumentandola o riducendola secondo necessità.

[Leggi la presentazione dell’incontro che si è tenuto a Ferrara a giugno: clicca qua]

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Marattin sui tagli della Bce: “Utili, ma per gli effetti
serve un anno”

“Nonostante il taglio dei tassi d’interesse sia una misura relativamente ‘veloce’ ci vuole circa un anno per poter osservare qualche cambiamento reale”. Lo ha dichiarato Luigi Marattin, assessore del Comune di Ferrara e docente di Economia politica all’Università di Bologna, in un’intervista al periodico “Quindici” realizzato dagli allievi dalla scuola superiore di giornalismo “Ilaria Alpi” di Bologna.
Rispondendo a una domanda di Giovanni Panebianco relativa ai presupposti e all’efficacia della manovra recentemente adottata dalla Bce, la Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi, Marattin ha spiegato che “si tratta di misure che servono a stimolare la domanda aggregata: servono per fare affluire più liquidità nel sistema. Ma, per quanto riguarda la loro efficacia, non ci si può aspettare di vedere risultati nell’immediato. Un altro equivoco frequente nel giudicare il successo o meno di manovre di questo tipo – ha aggiunto – sta nel pensare che bastino da sole. Servono a prendere un po’ di tempo ma vanno affiancate da riforme strutturali che risanino l’economia dei singoli stati in difficoltà”.
Perché dopo i tagli del 2013 non si è verificato il previsto abbassamento dei costi dei mutui per le famiglie?, ha domandato poi l’intervistatore.
“I tassi fissati dalla Bce – afferma Marattin – rappresentano un indicatore di riferimento, ma la durata del prestito erogato dalla banca centrale agli altri istituti di credito è a brevissimo termine. Mentre, per quanto riguarda mutui e prestiti alle imprese, si parla di prestiti a lunga scadenza. Nell’equazione, oltre alla durata, entra inoltre in gioco anche il rischio che una banca si assume quando decide di prestare soldi ai cittadini. Il mancato abbassamento del costo dei mutui si può imputare anche a un intoppo nel meccanismo di trasmissione dei tassi. I motivi sono due: scarsa solidità delle singole banche e finanze pubbliche non sane”.
Infine, l’ultimo interrogativo: dopo gli ultimi tagli si può parlare di un allentamento delle politiche di Austerity?
“Sì, se parliamo dell’Austerity monetaria, di cui la principale fautrice è la Bundesbank (l’austerity fiscale è una cosa diversa) – è la replica -. Ma non sono tanto significativi i tagli dei tassi d’interesse, quanto, piuttosto, le misure non convenzionali comprese nel pacchetto dell’operazione di Draghi. Mi riferisco al tasso negativo sui depositi (allo 0,1%), allo stop alla sterilizzazione del Security market program (che si traduce in un piccolo aumento nell’offerta di moneta) e al prestito della durata triennale di 400 miliardi di euro alle banche (targeted long term refinancing operations il termine tecnico) per far ripartire l’economia reale”.

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La crisi? Il problema
non è l’euro
ma la sovranità monetaria

Dentro o fuori dall’euro? Posto in questi termini l’interrogativo è fuorviante. Il problema vero, infatti, è il controllo dello Stato sulla banca centrale, condizione da cui discende la sovranità monetaria.
Quanti sanno che la Banca d’Italia è una banca di diritto pubblico – ma sostanzialmente privata – sulla quale lo Stato non ha praticamente alcun controllo? E che l’emissione di moneta e l’imposizione del tasso di interesse viene fatta da banche private al di fuori dell’autorità statale? La drammatica crisi attuale si può superare solo se lo Stato riacquisterà la prerogativa di emettere moneta nella quantità adeguata a ripagare l’operatività del sistema.
A sostenerlo, da tempo, è un gruppo di studiosi che fanno riferimento alla cosiddetta “Teoria monetaria moderna” messa a punto a fine Ottocento dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp con il contributo di tal Alfred Mitchell-Innes. Attorno a questa impostazione, nota come cartalismo, circola un certo scetticismo, alimentato dagli accademici del pensiero dominante. Però Knapp non doveva essere proprio uno sprovveduto se è vero che viene citato nientemeno che da Keynes nel suo “Trattato sulla moneta” e che fra i più illustri sostenitori del neo-cartalismo c’è addirittura Kenneth Galbraith, insigne economista americano, acuto critico del capitalismo moderno.

Cerchiamo dunque di comprendere la questione, scavalcando i pregiudizi.
In Italia, il problema della perdita di sovranità dello Stato nasce ben prima dell’euro e si origina nel luglio del 1981 con la separazione fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia; un processo che si completa nel 1992 con la totale privatizzazione delle principali banche nazionali partecipate dallo Stato (Commerciale, Bnl, Banco di Roma), detentrici delle azioni della Banca d’Italia che per conseguenza – a seguito di quella che è stata definita una “svendita” – passa dal controllo statale a quello esercitato da privati che operano sul mercato: oggi i principali azionisti sono Intesa Sanpaolo, Unicredit e assicurazioni Generali.
Da oltre 20 anni lo Stato, dunque, non ha più la facoltà di decidere autonomamente quanto danaro immettere nel sistema operando, come si faceva nel passato, con le leve della politica monetaria e soprattutto non ha più la possibilità di emettere denaro di sua proprietà e quindi libero da debito ma è obbligato a prendere in prestito la stessa quantità di denaro dal sistema bancario privato indebitandosi.

Ma veniamo all’oggi e alle possibili vie di soluzione della crisi attuale. Il paradosso attuale è che c’è ampia disponibilità di merce, ma non ci sono i soldi per comperarla. C’è disponibilità di forza lavoro, ma non ci sono risorse per remunerarla. Ci sono bisogni inappagati dei singoli e delle famiglie (quindi un mercato potenziale), ma non c’è denaro per soddisfarli. Insomma, tutto ruota intorno ai soldi. Se ricominciassero a circolare, il sistema si rimetterebbe in moto: pago i lavoratori che producono merci che i consumatori acquistano ripagando i costi sostenuti dalle imprese (per materie prime e manodopera) e il surplus costituito dal profitto che giustifica la loro operatività.

Se magicamente il denaro fosse disponibile nella giusta quantità il meccanismo si alimenterebbe da sé: lavoro e produco; per il mio lavoro sono pagato e con quei soldi acquisto ciò che mi serve alimentando il mercato che dovrà continuare a produrre per soddisfare nuovi bisogni; producendo e vendendo, si genereranno altre ricchezze che assicureranno il pagamento dei lavoratori. E così via…

Ma il denaro scarseggia. E chi ci impedisce di crearlo?, domandano i sostenitori della teoria monetaria. Teoricamente nessuno. Si produce quanta moneta serve per rimettere in movimento il sistema e quando eventualmente dovesse circolarne troppa, con il rischio di inflazione, si drena attraverso l’imposizione delle tasse. Perché il problema, che potrebbe derivare dalla sovrabbondanza di liquido, è che la disponibilità di beni non sia sufficiente a soddisfare totalmente la richiesta; cioè potrebbe accadere ciò che in termini tecnici si definisce “esubero di domanda” (con corrispettiva insufficienza dell’offerta). E’ il caso in cui si verifica un rialzo dei prezzi, conseguenza del fatto che gli acquirenti hanno molti soldi e sono disposti a spendere: e quando la merce comincia a scarseggiare si determina una sorta di asta pubblica… Ecco allora che lo Stato, attraverso la leva impositiva, rimette ordine: preleva attraverso le tasse soldi da destinare a servizi e opere pubbliche e riduce gli appetiti dei singoli mantenendo i beni in circolazione a livelli di prezzo standardizzati.

Perché non si fa? Non perché c’è l’euro, ma perché c’è la Bce, la Banca centrale europea! Ma se non ci fosse la Bce, ci sarebbe la Banca d’Italia: e non cambierebbe nulla. Perché nemmeno lei, come abbiamo ricordato, è sotto il controllo dello Stato, ma risponde a logiche e interessi privati. L’unica “banca” pubblica in Italia in questo momento è la Cassa depositi e prestiti, che però non funziona come una normale banca, ma opera solo come finanziaria a supporto dello Stato e degli enti locali.

Quindi il problema, secondo questa intrigante prospettiva di analisi, è ricreare una banca pubblica e porla sotto il controllo del ministero del Tesoro, cioè dello Stato, in maniera che il Parlamento possa definire gli indirizzi e le scelte della politica economica e monetaria del Paese.
Di questo si parlerà questa sera alle 20,45 alla sala San Francesco (presso l’omonima chiesa all’angolo di via Savonarola) con Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, autori del volume “Soluzione per l’euro” edito da Hoepli.

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