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PER CERTI VERSI
Il vero il bello

IL VERO IL BELLO

A volte
Il bello e il vero
Coincidono
Senza fondersi
In un crogiolo
Di mistica indifferenza
Sono loro
Tali restano
Ma coincidono
Si prova gioia
Quasi ti pesta
Si prova dolore
A tutto
Dai piedi alla testa
Dolce inferno
Non si prova nulla
Assente il tutto
Si riempie l’eterno

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tornare alla meraviglia

Restare attoniti è come essere colpiti dal fragore del tuono. È come stupire di fronte agli arabeschi dei fuochi d’artificio generati dall’esplosione delle polveri piriche.
Stupore e meraviglia generano il pensiero alla ricerca del bello, dell’equilibrio tra noi e ciò che è fuori di noi. È l’incontro con l’inatteso che genera il “thauma” dei greci: la gioia per il nuovo, l’angoscia per l’ignoto.

L’estetica come fondamento della sensibilità umana, l’intensità del piacere e dell’ammirazione che producono meraviglia e felicità. Ci manca così tanto l’etica nella nostra vita di tutti giorni, individuale e collettiva, che neppure più ci sfiora il bisogno di estetica: la necessità del bello, il bisogno di meraviglia. Nelle nostre vite quotidiane le emozioni sono continuamente sollecitate dai piazzisti di beni materiali e immateriali, dal mercato alla politica, dallo spettacolo alle nuove tecnologie. È la modernità, bellezza! Le emozioni hanno di gran lunga soppiantato i temi storici della ragione e della virtù, di qui l’etica è divenuta un’emergenza della nostra convivenza civile.

Un eccesso di emozioni ha finito per inaridire la nostra sensibilità, non siamo più in grado di farne un buon uso. L’equilibrio tra emozione e reazione si è spezzato, come quello tra sentimento e ragione. Ritornare all’arte non per consumarla, ma per provare a percorrere un cammino di rieducazione, di recupero dell’umano che abbiamo bruciato. Provare a riconoscere quanta poesia e quanta prosa costellano ancora le nostre giornate.

È uscito l’ultimo libro di Edgar Morin, ‘Sull’Estetica‘, in cui raccoglie trent’anni di note relative alle sue esperienze letterarie, poetiche e musicali, oltre ad appunti su cinema, fotografia e pittura. Esperienze del bello, esperienze di emozioni, dal ‘Vascello fantasma’ di Wagner a ‘Una stagione all’inferno’ di Rimbaud, da Picasso a Kandinskij, da Balzac a Zola. Shakespeare e Dostoevskij, come Sergio Leone e Francis Ford Coppola. L’estetica, come “aisthesis”, come sensazione e sentimento, prima di essere il carattere proprio dell’arte, ci ricorda Morin, è un dato fondamentale della sensibilità umana. Cita il pensatore americano Ralph Waldo Emerson: “Ogni uomo è così profondamente poeta da essere suscettibile degli incanti della natura”. L’emozione estetica, dunque, non è solo propria della fruizione dell’opera d’arte, ma risiede nella capacità di ognuno di noi di mantenere intatta la propria forza d’incanto.

Lo sciamano che è in noi è andato perduto, il genio che ha l’occhio per guardare diverso dallo sguardo di tutti i giorni, dallo sguardo di tutti gli altri. Non c’è tempo per questi tempi nel nostro tempo. Non è previsto e neppure pensato, le lunghezze d’onda sono altre. Ma il tempo così si svuota di intelligenze, dell’opportunità di capire e di crescere, della possibilità di uscire verso il futuro. Le occupazioni delle nostre società da queste dimensioni sono distanti e neppure hanno le orecchie per ascoltare e gli occhi per vedere.

Il bello non appartiene più ai nostri orizzonti. E la nostra follia che ci conduce ai precipizi non è il prodotto del disagio estremo che prelude ai territori fertili dell’arte.
Nella civiltà del calcolo, del profitto, della frammentazione, dell’esistenza anonima, avremmo bisogno di essere nutriti oltre che di pane anche di poesia, scrive Morin. Non deve stupire, perché basta guardarsi attorno per scoprire che nella moltiplicazione dei festival cresce un neo-tribalismo come espressione del bisogno di condividere, di godere insieme di un bel concerto, di una bella opera. Ma non cresce l’umanità, non germina una coscienza nutrita da una filosofia umanista rigenerata, anzi, ognuno si fa tribù.
È l’esperienza estetica che manca, il ritorno a essere capaci di meraviglia e di stupore, acceleratori della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo.
Ciò di cui abbiamo bisogno secondo Morin è di ri-educare all’estetica, essere curiosi, cercare di sapere, cercare di conoscere, indagare il senso della vita e la sua complessità.
Recuperare la comprensione umana attraverso l’arte, dal romanzo al teatro, dal cinema alla poesia, alla pittura, per tornare a ri-vedere con lo sguardo pulito, a ri-conoscere il bello e la meraviglia, per ri-prendere il controllo delle nostre vite contro l’ascesa dell’insignificanza.

Arte e tecnologia

di Francesca Ambrosecchia
foto di Fabio Bianchi

Una stretta connessione tra arte e tecnologia esiste da sempre. Forse Leonardo da Vinci ne è l’esempio più lampante: l’arte si intreccia con le scoperte e le ricerche in ambito tecnico scientifico. Nascono nuovi strumenti e nuove tecniche operative che influenzano anche il mondo artistico.
Il tempo passa e la tecnologia avanza: siamo senza dubbio soggetti 2.0 immersi in un mondo 2.0 e anche l’arte viene sopraffatta da tale realtà.
Sempre più artisti si avvalgono di supporti tecnologici per creare le proprie opere o per allestire mostre: pannelli, led e proiezioni video sono solo alcuni esempi di ciò a cui mi riferisco.
Si può apprezzare la stravaganza e l’effetto prodotto dall’arte contemporanea pur rimanendo legati ai classici ma spesso vengono a crearsi due scuole di pensiero, o meglio, “ di preferenza e gusto”. Voi a quale appartenete?

DIARIO IN PUBBLICO
Del bello e del brutto nella lingua e per le strade

In un buffo gioco condotto sulle pagine di fb cercavo d’individuare oggetti, luoghi, situazioni, ma soprattutto le parole che li descrivono, decisamente insopportabili. Si è giocato specie con quelle parole che, tradotte da una lingua della tecnica come l’inglese, producono risultati da brivido: da ‘ciattare’ a ‘performante’, da ‘endorsement’ fino all’uso divenuto comune di parole difficili come ‘pervasivo’.
Gioca che ti gioca si arriva a situazioni, mode, atteggiamenti e cure del corpo che producono un mio disperato rifiuto: dalla barba, barbona, barbetta, come segnale di essere alla moda, agli sciarponi che ti eliminano il collo, all’eterno uso dei tattoo molto amato dagli unici divi che in questo terribile momento storico-politico superino ancora la prova della popolarità: vale a dire i calciatori, modello epico insostituibile nell’immaginario (eccolo!) popolare.
Mi ritorna in mente, non ‘bella come sei’, ma il discorso che si svolge nella pubblicità televisiva fra signore che si raccontano all’ora di pranzo la qualità preziosa dei loro pannoloni/pannolini che non lasciano odore o bagnaticcio. Avete in mente lo sguardo d’intesa delle sdegnose modelle che reclamizzano i profumi, che lanciano tremende occhiate di fuoco promettendo il paradiso per poi rifiutare il contatto, loro, le divine, mentre una secca voce racconta la marca del profumo in un francese anglicizzato?

Cosi trascinandomi stancamente nel mio doveroso status di casalingo per caso e riguardando con occhio distaccato le meraviglie mangerecce e vestimentarie esposte nei mercatini natalizi mi trovo a ragionare ‘così per non morire al primo incontro’ dei luoghi esteticamente più brutti della città delle cento meraviglie, tenendo presente quello che il genio assoluto dell’architettura contemporanea, Renzo Piano, ha confidato a ‘La repubblica’ su cos’è un museo o una mostra; lui che ha costruito il modello straordinario del Beaubourg per tutto quello che verrà dopo. Un museo o una mostra rovinati e distrutti dai selfie.
Orbene, ma è ormai situazione storicamente accertata, Ferrara ha luoghi specifici nella loro bruttezza che possiedono la capacità malvagia di distruggere quel patrimonio estetico fondamentale della perfetta urbanistica di una città il cui centro è patrimonio dell’umanità. Sono le torri del grattacielo o il palazzo degli specchi, ma anche luoghi apparentemente segreti che, come uno schiaffo in faccia (un’attività che riesce molto bene ai miei concittadini), producono danni estetici terribili.
Nel mio quartiere c’è una chiesa non agibile che da molti decenni è chiusa. Una facciata neo-gotica, un interno senza pretese, ma dignitoso. Fino all’anno scorso un piccolo sagrato accompagnava il non esaltante complesso. Sant’Antonio Abate un tempo richiamava folle di persone che facevano benedire i loro animali all’interno di un quartiere che si concludeva con la piazzetta resa famosa dal film di Visconti ‘Ossessione’. La novità che ha reso quell’angolo un vero obbrobrio estetico è stata trasformare il sagrato in una specie di piazzetta minacciosamente chiusa da paracarri e illustrata da un enorme vaso quadrato in cui svetta un alberello striminzito probabilmente morto. La pietas del vicinato ha addobbato quel moncherino d’albero con alcune palline natalizie che forse non esistono più nemmeno in villaggetti sperduti della campagna ferrarese rendendone ancor più obbrobriosa la vista. Non siamo nei brutti quartieri di periferia, ma in pieno centro storico. Il gusto del ferrarese per adottare situazioni urbanistiche di dubbia qualità estetica rimbalza dalla Galleria Matteotti alla revisione di san Romano fino al disastro di Piazza Travaglio. Così ci s’ingegna a correggere ciò che con entusiasmo si era tentato di costruire. Un ‘crossover’? Non lo so.

Eppure la bellezza offesa potrebbe risollevare il capo e proporre nuove soluzioni e nuove scelte. Basterebbe avere più coraggio e forse più attenzione. Così, non per infierire sulla parola ormai esecrata da tutta la città: calotta. Ovviamente della spazzatura. Perché posizionarla in via Mayr davanti a una celletta religiosa?
Certo si fa presto ad emettere giudizi che, lo capisco, s’imperniano su una paroletta che propone esecrabili pensieri: bellezza.
Bellezza non è un fatto, né una condizione. E’ una verità o meglio una virtù. Resa impronunciabile da chi non appartiene a quella sempre più esigua schiera di ‘radical chic’ presi nelle loro utopiche prestazioni lontane dai ‘fatti’ che tutti ormai chiedono: dai politici, ai giornalisti, dai manovratori del vapore, costruttori ed edili, alle associazioni spesso definitesi da loro stesse culturali.
Bellezza dovrà essere sacrificata perché così la storia ha deciso. Non c’è più posto per l’assioma platonico del bello=buono.
Così ‘ciatteremo’ ancora una volta predicando una virtù astratta che al di là dei ‘like’ non ha più diritto di cittadinanza.
Ferrara: esempio di ciò che accade in tutte le città dal Nord al Sud.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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