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Mattarella, Draghi e il Gioco dell’oca dei partiti

 

Quel giorno Luigi Pintor superò se stesso: “Non moriremo democristiani”, così titolava la prima pagina del manifesto il 28 giugno 1983. La DC aveva sostanzialmente perso le elezioni politiche e, per la prima volta dal lontano 1948, la Sinistra (allora esistevano ancora il PCI e il PSI) poteva sperare di andare al governo, scalzando il lunghissimo dominio scudocrociato.
Non andò cosi. A sbriciolare la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista ci pensò una decina di anni dopo Mani Pulite, mentre il PCI aveva già perso nome, simbolo e direzione politica dopo la Caduta del Muro di Berlino.

La fine dei vecchi partiti portò in scena una nuova classe politica. Nuovi partiti e nuovi leader (figli senza passione e senza memoria, quindi peggiori dei padri) che avrebbero dovuto aprire una era diversa ed inedita nella nostra storia repubblicana. Perciò si parlò tanto di “Seconda Repubblica”, e quindi, nei decenni a seguire, di Terza o Quarta Repubblica.
Anche questa volta, non andò così. Siamo rimasti alla Prima Repubblica.

O meglio, alla infinita, mortificante, sgangherata agonia della Prima Repubblica. Intanto, ci sono passati sotto gli occhi (e sulla schiena) molte stagioni. “Gli anni di panna montata” di Bettino Craxi. La discesa in campo del Cavaliere Azzurro e il suo sogno di Stato-Azienda. L’utopia qualunquista di Beppe Grillo. Il bonapartismo di Matteo Renzi. Il populismo pecoreccio di Matteo Salvini. Infine, dopo alcune prove generali, i tecnici hanno sostituito i politici, diventando essi stessi politici. Più politici dei politici. Non è forse un politico Mario Draghi?

Siamo a oggi, o appena a ieri. A quella indegna settimana di accordi mancati, veti incrociati e candidati bruciati. Giorni e notti per cercare inutilmente l’intesa su un nome da votare come Presidente della Repubblica. Ognuno ha mosso le proprie pedine, come in un grande Gioco dell’oca… per ritrovarsi poi, tutti insieme, alla casella numero uno. Mattarella presidente e Draghi a capo del governo.

Tutti (apparentemente) felici e contenti. Ma nessuno ci crede. La crisi dell’Italia dei partiti è ormai conclamata e irreversibile. Non comandano nel governo, nel parlamento, nel Paese. E non comandano nemmeno i loro governatori e i loto deputati. Iscritti, militanti e simpatizzanti si sono ridotti all’osso.
Dietro il paravento del povero Mattarella e lassù, sopra i partiti, governa Draghi e la sua squadra. A lui, l’ha detto chiaramente in conferenza stampa, sarebbe piaciuto tanto fare il Presidente della Repubblica, ma ci proverà di nuovo e con più chances fra un annetto.

Intanto, l’unico vero vincitore del grande gioco dell’oca, complice la pandemia, è proprio Mario Draghi, l’uomo solo al comando. Con lui, desideri e progetti dei partiti politici sono stati decisamente subordinati ai diktat dell’economia e della finanza. Con lui, anche senza un formale presidenzialismo, la Seconda Repubblica è già cominciata. E non è una buona notizia.

La sobrietà degli altri

Chi auspica la decrescita e detiene molte proprietà e molti soldi dovrebbe essere più prudente nelle affermazioni. Chi dichiara di voler abolire con referendum il reddito di cittadinanza e poi va in vacanza su uno yacht che costa 35.000 euro a settimana non pecca di imprudenza, ma di superbia. Chi infine paragona il reddito di cittadinanza al “metadone per un tossico”, paragona una persona senza lavoro o senza reddito ad una persona che soffre di una dipendenza. Con la differenza che per lei nessuna delle due è una persona, ma uno scarto.

Esiste un concetto che in ogni caso sembra scomparso dall’orizzonte della politica nostrana: la sobrietà, che non è solo moderazione nei consumi, ma anche abito mentale.

“La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari.”

Josè Mujica

DOPOELEZIONI
La vocazione populista per il sedere e l’autogol di Naomo

Jean Paul Sartre sosteneva che l’universo intero gira intorno ad un paio di chiappe, senza sospettare che un giorno il fondo schiena sarebbe assurto agli onori della politica, nel qual caso forse anche lui ne avrebbe avuto ‘nausea’.

Dall’enfasi di Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna ormai diversi anni fa, alle ultime minacciose esternazioni parapolitiche del Naomo de noantri, il ‘culo’ è assurto agli onori delle dirette televisive, dei social e dell’informazione in generale. Pare che il turpiloquio degli italiani si sia aggravato e a trionfare sul sedere sia l’organo sessuale maschile, dall’etimo incerto, che per pudore sui giornali continua a essere scritto “c.zzo”, come se una ‘a’ facesse la differenza. Ma è dalla loro accoppiata che parte il più minaccioso degli strumenti di persuasione ora usato con generosità di eloquio anche dal nostro vicesindaco.

Non siamo più all’evocazione del sedere per mandare a quel paese un’intera classe politica, propria del grillismo della prima ora, adesso si promettono asfaltamenti di elettori del centrosinistra con esecuzioni di massa a carico dei loro posteriori da parte di intere legioni di leghisti, disposti a sospendere per una simile evenienza anche la loro risaputa omofobia. Minaccia preoccupante dai tempi del ‘celodurismo’ del loro fondatore, che sta a significare come l’organo maschile, con annessi e connessi, costituisca una tara genetica del leghismo.

Così Ferrara, tra i siti patrimonio dell’umanità, Ferrara città del Rinascimento che si candida ad essere capitale europea della cultura, viene umiliata facendo il giro delle reti televisive e della stampa nazionale attraverso l’immagine burina e volgare del suo vicesindaco.

Qui bisogna decidere se è il signor Nicola Lodi, detto Naomo, ad essere incompatibile con la nostra città o se è la città ad essere incompatibile con questo vicesindaco. Non ho sentito scandalo in giro. Il rischio, nel migliore dei casi, è che si accetti per indifferenza di  vivere come i personaggi di una commedia dell’assurdo all’Achille Campanile tra il grottesco e il paradosso. Personalmente credo che ci sia una dignità della cittadinanza, dell’essere cittadini, dello stare insieme, dell’abitare lo stesso territorio che non può ammettere di erigere mura da cui sparare le proprie bordate nei confronti dell’altro che non nutre le nostre stesse idee. La diversità, anche quando le distanze sembrano agli antipodi, è una ricchezza che va rispettata,  ascoltata, mai minacciata, semmai sfidata, sfidata al meglio senza umiliare e calpestare chi sta dall’altra parte.

Non vorrei che con il cambio della guardia alla guida della città avessimo perduto un patrimonio importante che è quello di saper stare insieme, rispettandosi anziché covando la tentazione di annullare l’altro. Avrei voluto una città che reagisse in massa alle parole di Lodi e alla pistola di Solaroli, che non archiviasse questi fatti come episodi di costume, della normale dialettica politica. Il vulnus creato al nostro tessuto sociale dalle parole del vicesindaco avrebbe dovuto indurre tutti coloro che credono in una cittadinanza amichevole, anche se diversi, a chiedere le immediate dimissioni del vicesindaco. Lo stesso sindaco Fabbri ha il dovere di tutelare la città dissociandosi dal suo vice, ricordando di essere il sindaco di tutti e, dunque, anche di quella parte della città che si è sentita ferita dalle parole e dal comportamento di Lodi.

Ritengo gravissimo tollerarne la condotta, derubricarla a macchietta, perché potrebbe essere molto vicino il giorno in cui in tanti non ci riconosceremo più come cittadini di questa città e il suo tessuto umano e culturale, che è costato la fatica di tanti anni di storia, potrebbe essere lacerato per sempre.

In conclusione, sebbene senza speranza, inviterei Naomo e anche il sindaco Fabbri a consultare il dizionario della lingua italiana del Battaglia, ammesso che ne conoscano l’esistenza, potrebbero chiarirsi le idee, e Naomo scoprirebbe che a esprimersi sui social e sulle reti televisivi con un certo linguaggio può rivelarsi un autentico autogol. Perché, scrive il Battaglia, “Fare il culo a qualcuno” significa ingannarlo, imbrogliare, primeggiare su di lui con mezzi sleali. A questo punto, è lo stesso Naomo  ad averlo ammesso pubblicamente.

Per i miei concittadini ferraresi citerò invece il Tommaseo – Rigutini: “Perdoni il lettore l’enumerazione… ‘Natica’…’Chiappa’…’Culo’ è voce bassa che non dovrebbe mai comparir né negli scritti né risonar sul labbro delle persone”. Specie, aggiungo io, se persone chiamate ad amministrare la cosa pubblica.

Il Movimento Cinque Stelle e la festa della nuova Repubblica

Il 2 giugno, a margine dei festeggiamenti per la Repubblica, a Roma si sono avvicendati su un palco allestito alle spalle del Circo Massimo parlamentari e ministri pentastellati, Davide Casaleggio e, in chiusura, Beppe Grillo, che ha dato la sua personale interpretazione del futuro prossimo.

I parlamentari che si sono dati il cambio sul palco, senza presentarsi, senza dire il loro nome, hanno lanciato un messaggio: il protagonista è il programma e non le persone chiamate ad attuarlo. Il Movimento è in un periodo di transizione, esisterà fino alla realizzazione del progetto, poi ci sarà altro. Non sono loro i protagonisti, ma quello che stanno facendo e lo hanno sintetizzato molto bene in un susseguirsi di proclami che molti definiranno populisti. Hanno tracciato il solco dai loro: quelli che hanno spremuto l’Italia come un limone, a partire dai tempi delle grandi svendite di Prodi e compagni fino ad arrivare alle ‘cordate’ e ai ‘capitani coraggiosi’ di berlusconiana memoria, che alla fine sono serviti solo ad arricchire i soliti noti. Dall’altra parte il noi: il popolo, le persone ingannate dalla retorica del potere, dalla macchina succhia soldi e risorse che toglie ai poveri per dare ai ricchi.
Uno stop all’Europa degli interessi e la voglia di ripartire dall’Italia e dagli italiani, dalla difesa dei nostri confini non come chiusura ottocentesca e oscurantista, ma come ricerca di un’ancora o di un porto sicuro da cui partire perché anche in un mondo aperto, solidale e multiculturale si ha bisogno di radici definite. Del resto, a cosa serve difendere il lavoratore cingalese se in Sicilia siamo costretti a distruggere le arance prodotte oppure paghiamo un lavoratore a 1 euro all’ora sul nostro territorio?

Il nuovo concetto di democrazia, per la cui realizzazione è stato approntato addirittura il Ministero per la Democrazia Diretta, che parte dal superamento dei partiti  – che per definizione “tutelano solo una parte, dall’etimologia latina pars” – per approdare alla rappresentanza generalizzata e a una vera giustizia sociale. Attraverso la conoscenza, l’informazione e dando importanza a una scuola attenta all’individuo e che superi ovviamente la Buona Scuola renziana. Il richiamo all’unità, alla partecipazione, uno vale uno, alla condivisione degli sforzi tra chi è sul palco e chi è dietro le transenne, che è chiamato al controllo e all’iniziativa. Il taglio dei privilegi che è già stato iniziato con l’abolizione degli affitti d’oro, le spese di viaggio agli ex parlamentari, le assicurazioni per le punture di insetti e che proseguirà con il taglio dei vitalizi attraverso un progetto di legge già confezionato e consegnato al Presidente della Camera.

I ministri, emozionati e semplici nel loro presentarsi alla folla. Persone di cui si percepiva la voglia di cambiare le cose, a tratti increduli, che facevano fatica a chiamarsi Ministri della Repubblica e tantomeno a sentirsi tali. Ognuno di loro però deciso a dare dignità al Ministero di competenza, all’ideale e agli uomini che sono stati chiamati a rappresentare. Il ministro della Giustizia vuole che finalmente il principio “la legge è uguale per tutti” trovi un suo fondamento nello snellimento dei processi; mentre il ministro dell’Ambiente dichiara da subito guerra a coloro che hanno creato le varie terre dei fuochi. Il ministro della Difesa rivendica la dignità degli uomini in divisa e il ministro della Sanità dichiara di voler partire dall’ordinario perché è proprio quello che in gran parte della sanità italiana manca. Il Ministro della democrazia diretta ricorda che Gianroberto Casaleggio aveva detto che il M5S era nato per andare al Governo e poi sparire, diventare qualcos’altro. Quindi tutto è processo, transizione, fatto per uno scopo e ciascuno stadio perde la sua ragion d’essere una volta che l’obiettivo venga raggiunto. Migliorata l’Italia si assolve allo scopo e poi non si ha ragione di rimanere, di ancorarsi alla posizione. Noi abbiamo al potere ancora gente che ha realizzato le pessime riforme degli anni Ottanta e Novanta, quindi questo vuol dire che non sono stati in grado di assolvere allo scopo oppure che lo scopo non era risolvere i nostri problemi ma i loro. La democrazia diretta si propone di realizzare il governo di tutti, la partecipazione e il controllo dei cittadini sul processo democratico, la cittadinanza attiva insomma. Gli strumenti che vengono proposti per il suo conseguimento sono: la legge di iniziativa popolare a data certa e togliere a questa e ai referendum il quorum. Questo per impedire che le proposte popolari trovino spazio solo nei cassetti del dimenticatoio e che si invitino i cittadini ad andare al mare invece di andare a votare.

E infine è arrivato Beppe Grillo, ringraziato da tutti al pari di Gianroberto Casaleggio. Il Beppe nazionale con una visione del futuro innovativa, seria e comica a tratti. A cui non siamo abituati in tali contesti istituzionali, ma di certo più realistica e condivisibile di quella del Casaleggio giovane. Un invito a guardare avanti, a non arroccarsi su posizioni oramai fuori dalla storia. A cosa vale difendere la produzione di acciaio o le fabbriche che producono ciò che oramai rappresenta il passato come le auto a carburante, quando già ci sono paesi che producono milioni di auto elettriche? Il lavoro si crea guardando all’innovazione, alla tecnologia. E il lavoro del futuro non sarà più schiavitù, ma dovrà essere ben pagato, dignitoso e, soprattutto, concederà più tempo libero. Un invito, quello di Grillo, a guardare a noi stessi e in maniera più solidale: “Quando fai qualcosa per gli altri allora sei libero”, ha detto. Partecipazione, condivisione e disponibilità a essere “statisti”, cioè a guardare oltre il quotidiano e a immaginare la nostra vita tra trent’anni o a come sarà quella dei nostri figli e nipoti. Non ha chiesto un sacrificio come quelli che finora sono stati chiesti dalla Fornero oppure da Monti, Draghi e Cottarelli, non sacrifici finanziari, ma di abbandonare le convinzioni che ci impediscono di immaginare un futuro migliore, con meno energia fossile e più rinnovabili, ma anche con più condivisione che competizione.

Sul palco di Roma c’erano tre mondi diversi anche se tutti si professano abitanti dello stesso pianeta. C’erano ragazzi cresciuti insieme alle loro idee di rinnovamento, alla loro capacità genuina di immaginare caparbiamente un futuro migliore per tutti e non per pochi. Un futuro in cui si possa superare non le Istituzioni, ma la parte delle istituzioni che blocca l’inventiva, la partecipazione, l’innovazione democratica. Il tutto partendo da basi sicure, dall’affermazione dell’italianità, del territorio, dalla temperata difesa dei valori costituzionali, dei confini intesi come struttura saldante gli interessi economici nazionali e la contemporanea apertura al mondo multiculturale con una particolare attenzione all’innovazione tecnologica. E c’era Grillo che salda quest’attenzione alla tecnologia, che per lui vuol dire robot che liberano dal lavoro, non sostituiscono l’uomo ma lo aiutano e fanno quello che l’uomo del futuro non sarà più costretto a fare. La tecnologia regalerà tempo e per questo dobbiamo sforzarci di ragionare almeno a 25-30 anni in avanti, svincolarci dalle catene del pensiero ancorante, che rallenta il processo di immaginazione. Grillo è un comico, non un politico e nemmeno uno statista. Un visionario, e quando parla a volte blatera, ma in mezzo ai suoi discorsi c’è sempre qualcosa da cogliere e molti dei parlamentari e dei ministri sul palco lo hanno colto agli albori del Movimento. E a sentir parlare la maggior parte dei parlamentari su quel palco si comprende che hanno colto il messaggio senza però perdere il contatto con la realtà come invece Grillo può permettersi di fare, avendo scelto di rimanere fuori dal Parlamento. Davide Casaleggio, il terzo mondo, invece preoccupa e sembra fare discorsi fuori dal tempo non per preveggenza, ma per contenuti hard. Preoccupa l’ossessione della rete che va a cozzare con la centralità reale dell’essere umano che si concretizza nella quotidianità e sul territorio, sulle differenze, sul multiculturalismo. La rete ci ha dato tanto e di sicuro continuerà a farlo ma la sfida, almeno per quanto mi piace pensare, dovrebbe essere la difesa della vita reale, la percezione della rete come strumento tecnologico atto a migliorarci la vita e non a inglobarci. Le parole di Casaleggio, come sempre, mettono dunque un po’ paura, un futurismo che si fatica a immaginare, l’uomo messo al centro, ma attraverso l’ossessione della rete, la connessione virtuale che più che libertà ricorda il controllo totale e asettico. Casaleggio rappresenta il mondo ‘altro’ del fenomeno grillino, di cui non sarei troppo sicuro che i pentastellati abbiano realmente bisogno. Al di là della riconoscenza che continuamente i Cinque Stelle gli dimostrano a parole, non si vede una chiara volontà ad addentrarsi nelle oscurità dei ragionamenti della ditta Casaleggio, e questo mi sembra un bene.

Il Movimento Cinque Stelle, una novità assoluta nel panorama politico e oggi al Governo di un Paese in difficoltà non tanto per mancanza di inventiva, produttività, know how, ma per cattiveria e distacco dalla realtà del popolo da parte di quella cerchia di intellettuali, politici, industriali e banchieri che sono diventati l’élite dell’Italia e l’hanno condotta a un futuro di sottomissione agli interessi finanziari e trans-nazionali. Un piccolo concentrato di persone avulse dalla realtà, che dalle loro ville faraoniche e fine settimana ai tropici ci parlano di austerità da condividere, supportati da conduttori tv con stipendi milionari, intellettuali pagati a presenza ed economisti incapaci di vedere la differenza tra uno Stato e una famiglia, ma chiaramente interessati al proprio bilancio personale e alle proprie rendite di popolarità. Una novità assoluta, sebbene si percepisca dalle parole e dai movimenti impacciati una certa impreparazione, la mancanza di quella furbizia e di quel ‘saper fare’ a cui siamo abituati. Ma davvero questo ci potrà sembrare peggio della presenza di Renzi, della Boschi e dell’inutilità delle parole di Martina o della Boldrini sempre a caccia di un nemico immaginario, dei fascisti o dei razzisti? Magari, invece, siamo tutti un po’ stufi di Tajani, di Junker, dei francesi e dei tedeschi, che ci richiamano alle nostre responsabilità rinfacciandoci la nostra pochezza, e del fatto che nessuno gli risponda per le rime. E magari, forse, siamo anche stanchi delle narrazioni ufficiali sulla storia dal dopoguerra a oggi e ci viene voglia di aprire qualche libro e di ascoltare voci diverse. Di smettere di dare consenso a coloro che ci hanno regalato lavoro precario e scuole fatiscenti.

È una sfida, è richiesto coraggio, ma anche incoscienza, visione e poca paura del vuoto. Pazienza, perché in fondo 5 anni passano in fretta, e un pizzico di riconoscenza, perché senza il M5S ci sarebbero state le sicurezze del Pd, la paura del debito pubblico e l’austerità, che forse cominceranno a segnare il passo. E per i più timorosi, ricordiamoci che di questo Governo fa parte la Lega, che può vantare almeno un ventennio di partecipazione, a vario titolo, alla vita politica italiana, Salvini non è il primo ministro dell’Interno che il partito ha prodotto e questa volta può contare su un Bagnai, un Borghi, un Savona e su tante nuove competenze oltre che su uomini navigati, sia per esperienza che per anagrafica. Insomma, diamoci una possibilità, i tempi non sono mai stati così maturi per aspettarsi qualcosa di nuovo.

DIARIO IN PUBBLICO
Spigolature d’Aprile (compresi i pesci)

L’affidarsi alle tecniche sadomasochistiche è una pratica che sta impazzando sulla rete e sui giornali. Si analizza l’inaudita relazione di Macron con la sua professoressa, ora moglie e candidata al ruolo di première dame, come un classico esempio di pedofilia. Naturalmente non sono accusati di reato simile il B. con le sue numerose alunnine o il ciuffo di paglia americano con le sue mogliettine sempre più giovani.

Ma volete paragonare l’asciutta, virile, macha consapevolezza che insegna e diffonde a furor di stadio che non è che donna vecchia fa buon brodo, ma lo fanno solo le gallinelle di prima piuma?
E la moralità?
Seriosissime signore che (forse) pensano come ad una ghiottoneria farsi il ragazzetto, ma poi secondo bon ton starnazzano che è immorale una simile liason, urlicchiano in rete la loro disapprovazione. Al solito le parole più sagge e straordinarie vengono da una specialista di comportamenti e di cinema, la sempre grande Natalia Aspesi, che sottilmente fa un parallelo tra quella che al momento è la ‘vecchia’ più affascinante del mondo, Isabel Huppert, e la (speriamo) futura prima signora di Francia. E a tutti consiglio il film più consapevole del problema: ‘Il condominio dei cuori infranti’ reperibile in rete.

Altri due argomenti di primaria importanza, ma senza paragoni al confronto del delirio del ‘Forza Spal’ classicamente pronunciata con al ‘elle’ ferrarese, riguardano il boccoluto signore dei 5Stelle e il suo rapporto con la stampa. L’analisi che ne fa Sebastiano Messina su ‘La Repubblica” del 27 aprile è rivelatrice. Le ingiurie e i commenti che il mister genovese pronuncia oracolarmente contro stampa e giornalisti ci dicono spietatamente a quale livello culturale ed etico si arrivi con le sparate dei giudizi grillini. Con feroce ironia Messina conclude: “Ora, vogliamo considerare tutto ciò ‘intimidazioni verbali’? Ma no, via. Erano battute, gag, scenette per farci ridere un po’. Perché Beppe Grillo, in fondo, è solo un comico. O no?”

Secondo Reporter senza frontiere il peso di Grillo nella libertà d’informazione sarebbe proprio l’intimidazione verbale.
Degno al solito di una lettura attenta il raffinatissimo commento di Francesco Merlo ne ‘La Repubblica’ della stessa data: “ Matteo da sei politico. I rivali ridotti a spalla”.
Ma prima di proseguire mi sembra onesto, politicamente onesto, dichiarare quale sarà il mio voto alle primarie del 30 aprile. Per fortuna, anche se suona come excusatio non petita, a quella data sarò a Dublino finalmente a vedere la grande mostra ‘Beyond Caravaggio’ assieme all’Associazione Amici dei musei e a Francesca Cappelletti preziosissima guida. Quindi anche se il carissimo amico Federico Varese indica il seggio dove si potrà votare a Oxford, lungi da me l’idea d’interrompere le magiche visioni di Caravaggio per andare ad esprimere con un voto la scelta di un candidato, nel caso specifico Orlando che dei tre sarebbe stato il prescelto, che non mi convince del tutto o quasi per nulla.

Ecco allora con soave perfidia il commento di Merlo che disapprova il miele sparso a cucchiaiate nelle dichiarazione dei tre candidati. Meglio sarebbe stato per tutti che non di educati competitors ci fosse stato bisogno cioè di “un vincitore e due spalle” ma di “ un pugnale sotto la cravatta” perché “Alla fine, Renzi che disperatamente cerca la nuova parola della sua rinascita, sia il mangiafuoco pugliese che crede nella bulimicrazia e fa il Masaniello illuminista, l’uomo di popolo, la risposta di sinistra al sempre più confuso vaffa del grillismo, e sia il vecchio ragazzo saggio che sognava di fare il muratore, hanno ricordato che i nemici sono Berlusconi e Grillo [vero!!!ndr], e che tra il vecchio autocrate di Arcore , e il ceffo di Grillo, è comunque meglio la democrazia stanca ma non ancora in liquidazione del Pd”

Cautamente ci si esprime nella città estense tra rievocazioni dell’ingresso delle truppe che liberarono Ferrara nell’aprile del 1945, cortei di cavalli e tante altre manifestazioni turbate in parte dalla polemica dell’Anpi e della brigata ebraica dove un delicatissimo problema diventa una dolorosa frattura che fa più danno che ragionevole volontà di ricomposizione.
Gli ‘umarèl’ assistono incuriositi ma turbati alle calibratissime parole che marcano l’assenso e il dissenso. C’è nell’aria una volontà di sopire, sedare. Gli stessi incontri in vista delle primarie sono poco frequentati o esprimono concordia.
D’altronde come distogliere i ferraresi dalle due vicende che incatenano l’attenzione e li estraniano da altri commenti e pensieri?
Da una parte la vicenda di Igor e dall’altra le magnifiche sorti e progressive della Spal.

Infine nell’aprile ventoso e piovoso una lieta sorpresa ha rallegrato il laborioso procedere nell’analisi delle pieghe più nascoste o meno studiate dell’opera e della vita di Giorgio Bassani. Nel giorno della morte di Gramsci ho avuto l’onore di parlare in Ariostea del rapporto tra lo scrittore ferrarese e il mondo politico. Rare volte mi sono commosso come a questa. Allievi, compagni, persone care e giovani che ti rallegrano perché pensi che non tutto è perduto allorché ci si misura con la Storia, quando la si sente ancora forza dominante e non inutile orpello da eliminare. E ripercorrere i momenti di una nobile scelta tra antifascismo, ebraismo e impegno civile della poliedrica carriera di Bassani ci fa riflettere sulla deriva pericolosamente sciocca di chi non ha più tempo né voglia di confrontarsi eticamente non solo con il presente ma con un passato che è garanzia del futuro. Siano essi politici, opinionisti, economisti ma soprattutto coloro che si spacciano o vogliono indossare i panni dell’’intellettuale’. Una brutta parola ormai il cui vero significato andrebbe ricercato in quei padri che stiamo tradendo non perché la rivolta non debba essere la caratteristica del figlio ma perché rivolta non è.
E’ solo opportunismo.

Il dopo referendum
Un’estenuante narrazione

La campagna elettorale è stata talmente lunga ed estenuante che verrebbe voglia di chiudere questa pagina e di non parlarne per un po’. Una pagina non gloriosa per i toni divisivi, il linguaggio da tifoserie sportive, la demagogia altisonante di chi (come il Premier) aveva voluto il referendum per segnare un cambiamento di passo radicale della politica italiana. Per il tono rissoso di chi ha usato questo evento come occasione per regolare i conti in un partito in cerca di una strategia. Per il tempo sprecato, mentre tutti i problemi che il nostro Paese vive restano lì e non potranno certo giovarsi di una fase, inevitabilmente lunga, di instabilità. Per le macerie che restano e renderanno più difficile abbassare i toni, come molti auspicano. Le logiche plebiscitarie sono sempre pericolose, in esse vi è un implicito rischio di autoritarismo. Il populismo ha comunque vinto qualche populista più autentico degli altri (Grillo e Salvini) resterà il primo titolare dell’incasso.

Sarà difficile non parlarne soprattutto perché l’alta percentuale di partecipazione al voto ha detto quanta frustrazione e quanta rabbia alberghi negli animi degli italiani. Sarà interessante analizzare la composizione sociale (e non solo regionale) dei due schieramenti, per comprendere meglio la profondità della crisi di rappresentanza a cui i partiti si trovano di fronte. La politica non è solo una questione di regole, anche se le regole hanno la loro importanza, per preservare la democrazia da derive illiberali. La politica è una questione di capacità di proposta, di indirizzo e di visione. La democrazia è anche una questione di risultati e la possibilità di rimettere in moto la crescita è l’imprescindibile condizione per ridare fiducia e consentire al nostro Paese di non essere progressivamente emarginato nel complesso quadro internazionale.

La sinistra ha di fronte un periodo molto difficile, credo che nessuno abbia nulla da festeggiare: le difficoltà persisteranno a lungo e meriteranno molto più che un regolamento di conti interno al PD. La sinistra deve imparare almeno due linguaggi che non le appartengono per storia e cultura e che non è facile praticare nel contesto odierno. Il primo è il linguaggio della crescita e dell’innovazione, che non può essere dichiarato solo ritualmente e considerato, di fatto, un prezzo da pagare al mondo dell’economia. Il linguaggio della crescita deve assumere fino in fondo la realtà della globalizzazione (ormai inconfutabilmente inscritta nella traiettoria del mondo), dimostrando di comprenderne appieno i vantaggi, senza ignorarne gli effetti critici nel breve periodo. Il secondo è il linguaggio della mediazione, che ha caratterizzato importanti leader politici nel primo dopoguerra, ma che non ha mai coinvolto i militanti ed è stato, negli anni senza eccezioni, interpretato come necessità tattica, piuttosto che come valore in sé.

Il linguaggio del conflitto ha sempre prevalso (basta scorrere le pagine di FB di queste settimane per vederne esempi), mentre il linguaggio della mediazione è stato storicamente subito dalla necessità di una legittimazione nell’area di governo, piuttosto che come costitutivo carattere di un partito interno al gioco democratico. Il PD si trova, quindi, di fronte ad un drammatico e impegnativo dilemma: trovare un’identità e una strategia compatibili con la presente fase storica. Gli appelli alla ricomposizione suonano molto retorici di fronte all’evidente dilemma politico che alberga nel PD. Mi auguro che le ragioni del no non occultino una tale enorme sfida.

Referendum, l’affondo di Dibba:
“Se vince il sì, al Senato solo lecchini o delinquenti”

di Lorenzo Bissi

È giunto anche a Ferrara il ‘treNo’, che sta percorrendo tutta Italia carico di grillini, ma il loro rappresentate dov’è?
Beppe Grillo non ha mostrato il suo volto a Ferrara in piazza Trento Trieste ieri pomeriggio alle 5, ma i suoi portavoce sì.
Il tour #IoDicoNo del Movimento Cinque Stelle è arrivato anche nella nostra piazza come una delle tappe incluse fra le 47 prestabilite (una per ogni articolo della Costituzione modificato dalla “schiforma”).

Nonostante il freddo e l’umidità, i cittadini hanno riempito il Listone e gli esponenti e parlamentari pentastellati hanno espresso a gran voce le loro motivazioni per il ‘no’ alla riforma proposta da Renzi, e magari per convincere gli indecisi passanti della loro opinione.
Paola Taverna, Alessandro di Battista, Roberto Fico, Riccardo Nuti, Vittorio Ferraresi, Matteo Dall’Osso, Roberta Lombardi e molti altri, provenienti da tutte le parti d’Italia, accomunati dalla voglia di spiegare i motivi per cui esprimersi contrari alla riforma costituzionale parlando direttamente alle persone, sono saliti sul palco e hanno trasmesso un messaggio di rabbia contro l’establishment, di voglia di cambiamento, e più volte hanno ribadito che non ci deve essere alcuna differenza fra loro sul palco e tutti gli altri al di fuori di esso. “Al Senato ci andranno i leccac**o, cioè i fedelissimi alle direttive del partito, o i delinquenti, per avere l’immunità parlamentare e rimanere impuniti”: queste le pungenti parole di Di Battista al microfono. E continua fino a esaurire il fiato: “di più di girare le piazze noi non possiamo fare, ora tocca a voi votare no il 4 dicembre”.
C’è chi dal palco afferma con fervore che “Il 4 dicembre è Repubblica contro Monarchia”. E i pareri contro la riforma, e più ampiamente il Governo Renzi sicuramente non scarseggiano: la propaganda sulla riforma non ha niente a che fare con il testo in sé, ormai “siamo arrivati alla ‘Repubblica dei bonus’ dove, per tenere buoni i cittadini, si elargiscono 500€ qua, 500€ là”.

Foto di Chiara Argelli [clicca sulle immagini per ingrandirle]

Eppure, forse può stupire, ma fra il pubblico c’è anche chi non è così convinto dal Movimento Cinque Stelle. Per esempio Mario, di diciotto anni, che voterà per la prima volta a dicembre, era già convinto di votare ‘no’: è d’accordo con i pentastellati sul nuovo Senato, ma trova che alle volte “abbiano una retorica da piazza, spiccia, che non approfondisce la materia del diritto”.
Anche Laura ed Ester sono in piazza già convinte del loro ‘no’, ma vogliono rafforzare le loro posizioni e trovare nuovi argomenti. La prima appoggia il Movimento, la seconda dice di amare la “sua Costituzione”, e di non trovare motivo di cambiarla.
Infine, fra il pubblico c’è anche chi è indeciso, come Francesco, che è venuto ad ascoltare il comizio per avere un’informazione più diretta: “trovo che i Cinque Stelle possano sembrare un po’ troppo sempliciotti e un po’ troppo contrari alle posizioni politiche a cui siamo abituati, però secondo me possono fare bene. Sinceramente avevo più fiducia in loro tempo fa. Sono l’unica alternativa nuova che ci rimane”, sottolinea.

Di certo il movimento di Grillo non ha convinto tutti, e tutti coloro che voteranno ‘no’ non sono stati per forza convinti da loro, ma la censura della parola ‘sì’ durante il comizio, e le dichiarazioni fatte – “Il no vincerà” – mostrano la speranza che anima i pentastellati, che anche questa volta non si sono tirati indietro e hanno preso una forte posizione sul futuro del nostro Paese.

L’enfiata labbia e la rabbia di Grillo. Miserie e spregio del populismo incolto

Quivi trovammo Pluto il gran nemico.// “Papè Satàn, papè Satàn aleppe!”/ cominciò Pluto con la voce chioccia/… Poi [Virgilio] si rivolse a quella enfiata labbia e disse: “Taci maladetto lupo:/ consuma dentro te con la tua rabbia.” (Inferno, VII).

Dante che come si sa esprime sempre la verità attraverso la realtà delle situazioni, da buon profeta ha anticipato il profilo di un comico che centinaia d’anni dopo ha assunto le sembianze di Pluto, il dio degli inferi posto a guardia del luogo dove si consuma la malvagità in eterno. Quel comico che si chiama Beppe Grillo ha osato con una parodia dissacrante mutare le parole che un altro vero profeta ha posto a incipit del luogo dell’orrore e della negazione dell’umano come una sua “sacra” testimonianza. Non è bastata l’infamia della ignobile parodia, ma il nuovo Pluto con la sua ‘enfiata labbia’ ha osato ritoccare la scritta che campeggia a monito dell’invalicabile, sul cancello del campo di concentramento di Auschwitz. E per cosa? Per una ancor più miseranda lite politica dove il capo-popolo travalica il confine del lecito per spingersi nella sua satanica rabbia a colpire la sacralità dell’umano. E questo è un commento che nasce dalla convinta analisi di un laico che sa però che il “sacro” – e il “sacro” legato all’uomo – va rispettato, condiviso, per non ricadere nel gorgo dell’indicibile e del disumano.
Ai miei commenti forse anche troppo blandi che ho affidato a Facebook mi si risponde “pragmaticamente” che, pur non condividendo l’uscita del capo-comico (ma sarebbe meglio dire del capo-tragico), questo putiferio su una parodia e su una immagine non viene recepito da chi lotta nel presente e non sa come arrivare a fine mese, e che la sorte di noi “intellettuali” è non capire le esigenze primarie. Vale a dire lasciare chi non arriva a fine mese, i giovani, chi ha perso il posto di lavoro nell’ignoranza della storia o nella manipolazione della storia stessa. Un presente cieco e senza via d’uscita dove un falso profeta può manipolare la testimonianza di chi ha osato ergersi da uomo contro l’inaudito del genocidio. Mai. Nell’immondezzaio di ciò che tutti dicono, proclamano, esortano (vi ricordate il “kapò pronunciato dall’ex cavaliere al parlamento europeo? Vi ricordate la teoria del negazionismo, vi ricordate la tournée in Francia del cantante nazista Dieudonné? La gravissima parodia “La parodia – dalla lingua  greca  parà (παρα,  simile) e odè (, canto) – è l’imitazione di uno  stile letterario,musicale o artistico destinata  a essere riconosciuta come tale o anche l’imitazione caricaturale di un quantomeno noto personaggio esistente o fittizio” viene a essere un gravissimo reato, anzi la forma più abietta della sacralità comunque essa si esprima. Dante lo sapeva bene, se descrive Satana come parodia della Trinità o anche in tempi recenti Elsa Morante che nell’Isola d’Arturo fa lanciare l’insulto di “parodia” dal carcere in cui è rinchiuso, proprio dall’amante del padre di Arturo, Wilhelm Gerace. Dirò allora che il pensiero di Beppe Grillo è “parodia”, che mi pare la condanna più grave per chi si è macchiato di una simile infamia.
E i politici? Quelli che dovrebbero essere colpiti più profondamente da questa orgia di populismo? Quelli nostri locali o quelli nazionali? Dov’erano? Dove sono? Facile fare i programmi delle magnifiche sorti e progressive dell’economia, della cultura, del sol dell’avvenir e non rabbrividire e non protestare di fronte alla forma più evidente del disprezzo dell’eticità che comunque e nonostante tutto dovrebbe essere ancora presente nello svolgere l’attività che si chiama “politica”.

20-febbraio-2014-ichiarazionedi-antidemocrazia

20 febbraio 2014: Dichiarazione di antidemocrazia

Alla fine lo ha detto chiaramente: “Io non sono democratico”.
È la frase che, probabilmente, ha più colpito durante le consultazioni tra il presidente del Consiglio incaricato di formare il nuovo governo, Matteo Renzi, e il leader Cinquestelle, Beppe Grillo, trasmesse in diretta streaming giovedì 20 febbraio.
Solo che, a differenza della prima diretta, dalla quale Bersani uscì con le ossa rotte, stavolta parrebbe che l’urlatore genovese si sia fatto un clamoroso autogol.
Perché ha rivelato in modo plateale che si chiama fuori dal discorso democratico, che non tollera il contraddittorio e chi mette in dubbio la sua verità.
Rimane fermamente convinto che per rimettere in carreggiata l’Italia sia sufficiente decimare le indennità ai parlamentari e azzerare il finanziamento ai partiti. Tutto il resto non conta. O meglio: se si accettano le ricette pentastellate bene, altrimenti non si fanno accordi con nessuno, perché dietro ci sono i poteri forti, le banche (in qualcuna di queste magari ci sono pure i risparmi di Grillo), il marcio, il vecchio.
Quindi, per riassumere, la scatoletta di tonno del Parlamento va aperta, mentre la sua va presa così com’è: chiusa.
Il tutto poi deve andare in onda alla luce del sole, perché non ci deve più essere alcunché da nascondere nelle stanze del Palazzo.
Salvo spegnere le telecamere quando fa comodo e, guarda caso, proprio se dentro il movimento qualcuno vuole discutere.
Soprattutto guai a parlare con i giornalisti, tutti moribondi.
Ancora, ci sono decine e decine di parlamentari eletti dal febbraio 2013, ma per capire se andare a parlare con il presidente del Consiglio incaricato si deve fare una consultazione on line per convincere il capo, che non vuole nemmeno essere chiamato tale, il quale comunque è dell’idea di non andarci. E quando si presenta davanti a Renzi dice che glielo hanno chiesto. Vostra Grazia!
Tra un po’ non ci sarebbe nemmeno da stupirsi se i grillini ricorressero ad una consultazione via rete per decidere se sia il caso di consultare la rete.
Conclusione: ruolo dei rappresentanti di Camera e Senato eletti democraticamente dai cittadini uguale a zero.
Per inciso, il comico genovese non siede nemmeno in Parlamento anche se di questi tempi, per la verità, non è un’eccezione.
Poi c’è l’altra frase detta da Grillo in faccia a Renzi: “Ci hai rubato metà programma”. Chiunque si gonfierebbe il petto se alcune proposte avessero fatto breccia nei programmi degli altri. Pare di sentire la manfrina ripetuta da chiunque: “Avete visto che avevamo ragione noi”, e via con la sfilza delle cose, tutte rigorosamente concrete.
Invece qui c’è l’ostentazione orgogliosa del tipico atteggiamento infantile: è mio.
Il pensiero corre a ritroso a Jean Jacques Rousseau e alla sua idea della volonté générale: tutti cittadini, tutti liberi e tutti che contano allo stesso modo, senza più gerarchie sociali.
Praticamente la fine delle ingiustizie, la fine dell’ancien régime e l’inaugurazione del regno dell’uguaglianza totale. Oggi, si direbbe, nell’orizzontalità assoluta del web.
I problemi nascono quando qualcuno si mette in testa di parlare in nome e per conto della volontà generale. Assolutismi, autoritarismi e totalitarismi, sono in fila, uno dietro all’altro, e ancora ci parlano. Basta leggere qualche libro di storia.
Fino all’esaltata follia del nazismo: un popolo, uno stato, un führer, o alla perdurante realtà del caro leader nordcoreano.
Per restare invece coi piedi per terra, c’è chi ha letto nello show di Grillo una mossa meticolosamente studiata in ogni dettaglio, per sottrarre a Renzi ogni possibilità di parlare al proprio elettorato, in una prospettiva di voto più o meno vicina.
Il tutto mentre si va verso la formazione del sessantaquattresimo governo in sessantotto anni di storia della Repubblica, su una maggioranza parlamentare dai contorni poco chiari, se si pensa alle parole di stima e incoraggiamento provenienti da Forza Italia, che si colloca all’opposizione, mentre scricchiolii si sentono dall’alleato Alfano e da Pippo Civati, quest’ultimo dato a un passo dalla decisione di uscire dal PD.
Per quanto claudicanti e criticabili, continuare a deridere le istituzioni in nome di una sacrosanta indignazione civile, può essere una strategia, ma può portare ad esiti diametralmente opposti a quelli desiderati; e chi ha scritto la Costituzione lo ha fatto con la penna in mano e negli occhi l’orrore lasciato da un’ideologia totalitaria.
La stessa scena dei forconi rappresentati da uno che gira in jaguar è una spia accesa.
Gli esperti li chiamano effetti perversi, e già l’espressione dovrebbe mettere in guardia chi ha ancora un po’ di sale in zucca.

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