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LA SINISTRA PERDUTA E UN MATCH SENZA STORIA
Il passato di Renzi contro il futuro di Berlinguer

Sentire parlare Renzi di Berlinguer è come sentire Gelain parlare di Edson Arantes Do Nascimiento. Non è semplicemente offensivo, è fuori tema. Non c’entra nulla, sono piani contrapposti, è come scivolare sulle pendici del Montagnone seduti su un cartone e fare la discesa libera sulla Streif a Kitzbühel.
L’ex leader di un partito, che alcuni, ancora, purtroppo, imperterriti ritengono di sinistra, che con orgoglio dichiara di mai essere stato comunista, rivendicando, anche se non palesemente, le sue origini democristiane, è la vera nemesi della evaporazione dei valori di sinistra nella società italiana.
Sia chiaro, nessuna critica a chi è diverso da me, io sono il solito, anacronistico dinosauro e quindi non faccio testo. Ma è interessante analizzare, in maniera sociologica il percorso effettuato dal Partito Democratico, figlio della tradizione catto-comunista italiana, da prima della sua fondazione ai giorni nostri.
Il povero Renzi, figlio dei fantasmi dei Natali precedenti, non perde occasione per dimostrare il suo fastidio nei confronti dei rossi, ‘la lettera scarlatta! che lui e pure gli altri, rifiutano senza se e senza ma. Addirittura nel criticare Berlinguer ed il Pci addita il fatto di essere stato tra la gente, come un difetto, mettendo al primo posto la vittoria elettorale e non la rappresentanza di un popolo. Ricordo al ragazzaccio di Firenze che un Italiano su tre era comunista e che 12.600.000 nostri connazionali a metà degli anni Settanta votarono il primo partito in alto a sinistra nelle schede elettorali.
Il coinvolgimento, il sentirsi una piccola parte di una grande utopia, non ha eguali nel misero panorama politico dell’Italia di oggi.
Sarebbe bello un mondo dove i tasselli del puzzle riprendessero ad avere la loro consona collocazione.
Il Renzismo è un sepolcro imbiancato del neoliberismo attuale, il Partito Democratico è (a parere mio) un raggruppamento moderato di una destra liberale.
E la sinistra?
E’ un’altra cosa.
Non potrà mai esistere, e storicamente mai esistette, una ipotetica unità a sinistra, se non verrà fatta chiarezza su che cos’è o cosa vuole essere la sinistra italiana.
Mille anime, mille rivoli, mille raggruppamenti, che mai vinceranno le elezioni. Ma per ricreare un popolo e ritornare a parlare con quel medesimo popolo è fondamentale, partire da una vittoria elettorale? Ecco, io credo sia quello il problema. E’ come se una squadra di calcio dei dilettanti si ponga il problema di vincere la Champions.
Occorre camminare, prima di iniziare a correre.
La modernità di Berlinguer sta nelle sue idee, sta nell’aver capito che il mondo non è o bianco o nero, sta nella ottusa convinzione che gli ultimi sono la base di un qualsiasi raggruppamento di sinistra, che non si vergogna della bandiera rossa e che addirittura ne rivendica la forza trainante per il cambiamento della società.
Io ritengo legittime le posizione centriste e centripete di molti esponenti della sedicente sinistra italiana. Ma non sono le mie.
Non credo che si esca dalla crisi stando né a destra e né a sinistra, così facendo si diventa barricata, parafrasando Lenin. Semplicemente credo che l’evoluzione del capitalismo rapace, quello della mercificazione e privatizzazione del tutto, abbia fallito, così in Italia e così nel mondo.

La cosa pubblica, il welfare, il solidarismo, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (cit.), non sono concetti superati e nemmeno ottuse paturnie di pochi trinariciuti vetero comunisti. Sono il punto di partenza o meglio di ripartenza, di una sinistra di popolo, una sinistra dell’anima, che non ha la velleità di ricostruire uno sbriciolato centro sinistra, ma ha l’obbiettivo di ricostruire se stessa.
Matteo, non volermene, ma non metterti più contro Enrico, non ne hai il fisico, sarebbe come se Patricio Sumbu Kalambay avesse voluto sfidare Muhammad Ali.
Sarebbe stato un match senza storia.

Nota: questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 15.02.2019

DIARIO IN PUBBLICO
O bli-bli o bla-bla… Il racconto e la politica

Imperversa tra i protagonisti (invariabilmente gli stessi) dei nostri talk show televisivi il termine ‘racconto’ della e nella politica che viene declinato associandolo al tratto fisiognomico caratteriale del ‘raccontatori’ tra i quali si distinguono il Marco Travaglio dal sorriso sprezzante – pericolosissimo – l’arruffio della barba di Marco Damilano da cui esce una valanga di racconti – a volte contraddittori – la testa d’uovo (letteralmente) di De Angelis, la rada barbuzza bionda di Giannini, il pelo bianco di Beppe Severgnini e la bocca spalancata di Antonio Polito, tanto per citare i più assidui inquadrati tra i tacchi 45 cm della Gruber e le sue giacchette perfette, tra le spille di Barbara Palombelli e le improbabili mises di Bianca Berlinguer. Tutti con alle spalle i sorrisi minacciosi e carnosi di Maurizio Belpietro e la versione Crozza di Alessandro Sallusti. Zoro frattanto tenta di ‘raccontare’ in modo diverso, ma purtroppo la nuova versione dura lo spazio della trasmissione.

Informiamoci allora su cosa significa la parola racconto e affidiamoci alla Treccani:

Raccónto s. m. [der. di raccontare]

1. Relazione, esposizione di fatti o discorsi, specie se fatta a voce o senza particolare cura, oppure se relativa ad avvenimenti privati (si distingue perciò da narrazione come raccontare da narrare, ed è diverso anche da resoconto, più ufficiale e tecnico)

2. Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella).

3. Nel linguaggio della critica letteraria (specie nella critica formalistica), è sinonimo di intreccio, contrapposto alla fabula, ed è pertanto usato per ogni opera narrativa in versi o in prosa.

Escludiamo per amor di semplificazione la definizione 3 e – pur con qualche riserva – la 2.

Dovrebbe, dunque, il racconto della politica assumere il significato più pregnante di ‘resoconto’ di ciò che la politica fa. Il risultato è: “ciapal”, in ferrarese (“prendilo” in italiano) che nella versione dialettale meglio esprime l’impossibilità dell’azione…

Sembra che al resoconto ormai si assommi anche la seconda definizione del dizionario, in quanto i narratori ufficiali tendono motu proprio a trasformare il resoconto in componimento letterario, che ha per sua caratteristica quella di ‘presentare i fatti come realmente avvenuti.

E’ quello che gli ‘itagliani’ – ormai popolo avvinto alla narrazione – richiedono a gran voce, come insegna loro il gran Maestro, dantescamente parlando, Salvini.

Basta dire ciò che non lede il loro interesse, la loro priorità (prima gli italiani) e tutto può venir raccontato. Chi tra la comunità nazionale non avrebbe sognato di brindare al Papeete tra belle ‘femmine’ che sculettano ‘Fratelli d’Italia’?

Ciò che imperversa nel racconto e la politica è la volontà di narrare ciò che è già avvenuto come fosse una novità e predisporre un futuro perlomeno immaginifico a ciò che già si ‘suppone’ sarà l’andamento delle cose.

La più schifosa presenza della ‘narrazione’ è però ciò che racconta la parte più oscenamente fascio-nazista (sì, ne esistono tanti, e troppi di aderenti a questa orrida ideologia ) all’indirizzo di Liliana Segre. Da catalogare costoro come sub-umani, ma non da confondere con le bestie dotate di ben più alta capacità di comprensione.

Questo dovrebbe indignare i tanti italiani che non sono raggelati dalle interpretazioni narrative. Questo dovrebbe essere il cammino dell’umanità. Ben venga il progetto di Luigi Marattin che dovrebbe rendere legge la conoscenza dell’identità reale di chi usa i social per offendere e anche per esaltare a sproposito.

Il mio sogno odierno? Fare come il grande direttore d’orchestra Daniel Harding che, giunto all’apice della carriera, abbandonerà per un anno il suo lavoro, per volare. Sì. Volare materialmente. Volare quindi anche oltre la musica e riconquistare il diritto alle scelte e all’infinito del volo.

Ma io povero tapino dove volerei? Lo so e lo faccio da sempre: nell’infinito dell’arte e della poesia. Purtroppo chi ci trascina a terra è la necessità-dovere di fare i conti con la ‘narrazione’, la prosa della politica.

Renzi vs Berlinguer e gli equivoci di una Sinistra confusa

Da: Cristiano Mazzoni

Sentire parlare Renzi di Berlinguer è come sentire Gelain parlare di Edson Arantes Do Nascimiento. Non è semplicemente offensivo, è fuori tema. Non c’entra nulla, sono piani contrapposti, è come scivolare sulle pendici del Montagnone seduti su un cartone e fare la discesa libera sulla Streif a Kitzbühel.
L’ex leader di un partito, che alcuni, ancora, purtroppo, imperterriti ritengono di sinistra, che con orgoglio dichiara di mai essere stato comunista, rivendicando, anche se non palesemente, le sue origini democristiane, è la vera nemesi della evaporazione dei valori di sinistra nella società italiana.
Sia chiaro, nessuna critica a chi è diverso da me, io sono il solito, anacronistico dinosauro e quindi non faccio testo. Ma è interessante analizzare, in maniera sociologica il percorso effettuato dal Partito Democratico, figlio della tradizione catto-comunista italiana, da prima della sua fondazione ai giorni nostri.
Il povero Renzi, figlio dei fantasmi dei Natali precedenti, non perde occasione per dimostrare il suo fastidio nei confronti dei rossi, la lettera scarlatta che lui e pure gli altri, rifiutano senza se e senza ma.
Addirittura nel criticare Berlinguer ed il Pci addita il fatto di essere stato tra la gente, come un difetto, mettendo al primo posto la vittoria elettorale e non la rappresentanza di un popolo. Ricordo al ragazzaccio di Firenze che un Italiano su tre era comunista e che 12.600.000 nostri connazionali a metà degli anni settanta votarono il primo partito in alto a sinistra nelle schede elettorali.
Il coinvolgimento, il sentirsi una piccola parte di una grande utopia, non ha eguali nel misero panorama politico della nostra penisola.
Sarebbe bello un mondo dove i tasselli del puzzle riprendessero ad avere la loro consona collocazione.
Il Renzismo è un sepolcro imbiancato del neoliberismo attuale, il Partito Democratico è (a parere mio) un raggruppamento moderato di una destra liberale.
Mi assumo le responsabilità delle mie opinioni, criticabili, opinabili, ma mie.
Vedrei bene uno schieramento elettorale in stile Nazzareno, probabilmente competitivo alle elezioni.
E la sinistra ?
E’ un’altra cosa.
Non potrà mai esistere, e storicamente mai esistette, una ipotetica unità a sinistra, se non verrà fatta chiarezza su che cos’è o cosa vuole essere la sinistra italiana.
Mille anime, mille rivoli, mille raggruppamenti, che mai vinceranno le elezioni. Ma per ricreare un popolo e ritornare a parlare con quel medesimo popolo è fondamentale, partire da una vittoria elettorale ?
Ecco, io credo sia quello il problema. E’ come se una squadra di calcio dei dilettanti si ponga il problema di vincere la Champions.
Occorre camminare, prima di iniziare a correre.
La modernità di Berlinguer sta nelle sue idee, sta nell’aver capito che il mondo non è o bianco o nero, sta nella ottusa convinzione che gli ultimi sono la base di un qualsiasi raggruppamento di sinistra, che non si vergogna della bandiera rossa e che addirittura ne rivendica la forza trainante di cambiamento della società.
Io ritengo legittime le posizione centriste e centripete di molti esponenti della sedicente sinistra italiana.
Ma non sono le mie.
Non credo che si esca dalla crisi stando né a destra e né a sinistra, così facendo si diventa barricata, parafrasando Lenin.
Semplicemente credo che l’evoluzione del capitalismo rapace, quello della mercificazione e privatizzazione del tutto, abbia fallito, così in Italia e così nel mondo.
La cosa pubblica, il welfare, il solidarismo, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” (cit.), non sono concetti superati e nemmeno ottuse paturnie di pochi trinariciuti vetero comunisti. Sono il punto di partenza o meglio di ripartenza, di una sinistra di popolo, una sinistra dell’anima, che non ha la velleità di ricostruire uno sbriciolato centro sinistra, ma ha l’obbiettivo di ricostruire se stessa.
Matteo, non volermene, ma non metterti più contro Enrico, non ne hai il fisico, sarebbe come se Patricio Sumbu Kalambay avesse voluto sfidare Muhammad Ali.
Sarebbe stato un match senza storia.
Cordialmente rosso,
e senza vergogna.

DIARIO IN PUBBLICO
Il fallimento della cultura e le colpe degli intellettuali

S’allontana il delirio ferragostano funestato dalle terribili notizie del ponte crollato a Genova sul torrente Polcevera. Le immagini ripetute ossessivamente dalle tv e da internet ci mostrano uno dei più assurdi attraversamenti di una città. Un ponte che sovrasta case e scavalca un fiume, una situazione ambientale e paesaggistica indegna anche delle più spaventose realtà orientali. Una noncuranza etica e umana che è stata imposta ad una tra le città più importanti storicamente dell’Occidente. Rileggo in questa luce i contributi apparsi sull’‘Espresso’ del 12 agosto che propone una rivisitazione del “Caro diario” di Nanni Moretti nel 2018 a pochi giorni dalla tragedia di Genova. Moretti nel film ripercorreva in vespa Roma deserta tra il 1992 e il Ferragosto 1993; abbandona il suo alter ego Michele Apicella protagonista dei film precedenti, si riappropria della sua identità e per primo è capace di testimoniare la frattura tra la cosiddetta intellighentia e la scelta politica degli italiani, prodromo del governo giallo-verde. Ne dà conto l’articolo di Giovanni Orsina, Intellighenzia addio, che in exergo scrive “Gli italiani sono uno dei popoli più condizionati e volgari del mondo”.
Ed è verissimo.

Quando un popolo sospetta della sua identità culturale e la schernisce per rivolgersi al ‘fatto’ nudo e crudo la frattura sembra irreversibile (e questo ‘sembra’ invece di ‘è’ lascia ancora un esile filo di speranza). Orsina ribadisce un concetto assai chiaro: “Gli intellettuali sono in una spirale: più la realtà li ignora, più loro la detestano. Un fallimento politico macroscopico”.

Sulla ‘Repubblica’ del 15 agosto così scrive Nadia Urbinati. “Il degrado delle infrastrutture che la tragedia di Genova (a quanto pare annunciata e quindi evitabile) ha mostrato è il segno di un degrado etico e ambientale profondo. Sta insieme alla caduta di responsabilità del pubblico rispetto alla cura e alla valorizzazione dei suoi beni, che sono i beni della Repubblica, non di una parte della popolazione, non di uno specifico territorio. Il viadotto di Genova era parte della rete nazionale di autostrade, di un sistema di comunicazione che è come la spina dorsale del paese, ramificazione che connette le aree e la gente che le abita. E’ una componente essenziale del “paesaggio” che insieme al “patrimonio storico e artistico” l’articolo 9 della Costituzione assegna alla Repubblica il “dovere” di “tutelare”. Degrado etico e ambientale e caduta della responsabilità pubblica e politica verso i beni pubblici sono andati di pari passo”.
Una considerazione che considero fondamentale per capire il fallimento dell’intellighenzia.

Che la sconfitta della cultura fomentata da una politica tesa a sfruttare il consenso immediato senza più agganciarsi a un programma o un’adesione al progetto è la colpa più grave da imputarsi alla sinistra che dopo Berlinguer e fino a Renzi non ha saputo impegnarsi a risolvere una crisi che dai valori si è trasferita all’etica. Il riflesso più evidente di questo abbandono lo si nota anche nel costume e nel comportamento, le spie più evidenti di questa scelta al ribasso.

Dal mio osservatorio sotto l’ombrellone i commenti che ascolto sono l’esatta proiezione del non-pensiero che coinvolge ormai l’80% degli ‘itagliani’. Queste considerazioni potranno consolidare il mio pensiero da radical-chic o shit a seconda dei punti di vista ma è ormai fatto comune e ampiamente pervasivo. Ultra sessantenni di tagli forte esibiscono bikini che nella separazione tra le due culatte si riducono a un filo. Panciuti ‘umarel’ ciabattano verso la riva avvolti nella seconda pelle dei tatuaggi che li rivestono come i protagonisti di qualche film sulla mafia cinese. Sono gli eredi di quella classe sociale operaia o piccolo-borghese che erano i frequentatori delle feste dell’Unità o dei circoli Pci.

E noi intellettuali? Come ci sentivamo nel giusto a vendere il giornale la domenica illusorio esempio di una parità sociale improbabile! E all’Università? Il voto politico e l’assoluzione dell’anarchismo. Era una fede con quel che di sbagliato ma anche di costruttivo che si può richiedere a questo concetto.

Solo Pasolini predicava la sua complessa adesione alle ragioni dei figli del Sud impiegati nelle forze dell’ordine contro l’anarchismo dei giovani intellettuali. Ma lui poteva scrivere anche sulle pagine del ‘Corriere’ perché era un uomo di mondo, un artista e quindi sempre contro-corrente.

Errori dunque ma nei migliori dettati da una consapevolezza di far parte di una società che s’identificava in programmi politici.
Nel fallimento attuale ciò che manca, ciò che ci rattrista è la mancanza di una riflessione, di un atto di umiltà. Regna solo il silenzio.
E in attesa di questo necessario ripensamento che significa ritornare a un visione etica della politica assistiamo al trionfo corporale del ministro Salvini.

Nell’ansito che monta, nell’attesa di toccare il ministro del miracolo, di poterlo assimilare a ognuno di noi, di imitarne mosse, atteggiamenti, scelte da quelle vestimentarie a quelle politiche lasciandosi andare al fremito del minuto che lo si fa riconoscere simile se non uguale a chi implora un selfie con lui, la storia capitola e si sbriciola come attesta il proprietario Tonino Tringali della casa di Brancaleone Calabro in cui visse Cesare Pavese mandato al confino “La sua presenza qui ha un significato, non si può negare” (Brunella Giovara, ‘La Repubblica 18 agosto, 2018, p.21).

E allo studioso di Pavese scendono lacrime amare.

Incredibile risveglio

Un uomo che si risveglia dopo 30 anni di coma, un viaggio tra due generazioni in un mondo completamente, profondamente e inevitabilmente cambiato. Difficile immaginare di dormire per un tempo così lungo. Se solo si pensa, però, ai cambiamenti avvenuti in un simile lasso di tempo, si comprende come siano stati talmente tanti in un periodo che, alla fine, appare poi breve. Questa la riflessione che porta l’ultimo libro di Walter Veltroni, ‘Quando’, l’incredibile storia di Giovanni, una parentesi intima che mette a confronto momenti di dolore, sconforto, gioie e scelte difficili con l’evoluzione storica di un Paese, le differenze di generazioni, il cambiamento della sinistra.

Giovanni entra in coma a causa di un incidente avvenuto il giorno della morte di Enrico Berlinguer, il 13 giugno 1984, e si risveglia oltre 30 anni dopo, nel luglio 2017, in un mondo completamente cambiato, del quale deve imparare a capire tutto, dalla caduta del muro di Berlino all’arrivo dei cellulari, del web e dei computer. “Mi viene da piangere. Se Berlinguer muore, finisce tutto”, aveva detto allora Ettore, il padre di Giovanni, prima che suo figlio si addormentasse e partisse per un lungo sonno da cui nessuno pensava si sarebbe mai risvegliato. Quello del leader del Pci è un funerale che annichilisce una generazione, che si riunisce nel dolore a Piazza San Giovanni a Roma aprendo a quella trasformazione della sinistra ancora oggi alla ricerca di una sua nuova identità. Giovanni, in tutti questi anni, è stato amorevolmente e dolcemente accompagnato da Suor Giulia, la suora ‘tormentata’ figlia di padre comunista; nella sua nuova vita lo seguiranno Daniela, la psicologa malinconica con cui il protagonista stringerà un tenero e unico rapporto affettivo, e suo figlio Enrico, un ragazzino compito, preciso e saggio, forse troppo per la sua giovane età. La fidanzata Flavia dopo una prima pacata e delicata presenza, scomparirà verso un nuovo matrimonio, con una figlia in comune che non saprà di avere un padre “che dorme”. Tanti i personaggi e gli intrecci. Fitte le parole e i sentimenti.
Giovanni, ha cinquant’anni quando si risveglia ed è come un bambino che scopre il mondo, che si deve affidare agli altri per capire e camminare. Era e diventerà un uomo sospeso, accompagnato dall’implacabile riflessione di Enrico, per cui “siamo tutti soli, ma insieme, siamo veloci, ma superficiali, fragili, interconnessi ma fragili”. Le grandi battaglie collettive, le lotte, gli ideali, le manifestazioni, i movimenti studenteschi appartengono a un passato romantico e lontano. “Tu invidi i nostri sogni, io invidio la vostra realtà. Chi avrà ragione?”, si chiede Giovanni. “Spero tu, temo io”, è la risposta di Enrico. Un libro profondo, piacevole. Da leggere e regalare.

Walter Veltroni, Quando, Rizzoli, 2017, 320 p.

BORDO PAGINA
Gramsci e il Futurismo Sociale: una storia indicibile?

Gramsci captò lo spirito almeno rivoluzionario del futurismo storico originario e di Marinetti in particolare: ma la storia da rifare oggi appare quantomeno indicibile, molto complessa, oltre al discorso topico futurismo, s’infrange tutt’oggi nel negazionismo da “Sinistra” post 1944 (la morte di Marinetti e la fine del futurismo storico propriamente detto, ma non del futurismo…) per l’equazione sciagurata e mistificatoria Futurismo Fascismo; i files incompiuti di Gramsci captavano anche clamorosamente il modernismo fascista (nel male e nel bene) solo recentemente disvelato dai vari De Felice, Emilio Gentile.
Non a caso il tutto sullo sfondo di un Gramsci mediatico ante litteram, già oltre la dicotomia ideologica apocalittici e integrati poi ben nota – pur eccellente – di Umberto Eco, forse il miglior Gramsci in assoluto, capace di articolazioni e attraversamenti dialettici poi perduti spesso nella storia culturale della “sinistra” stessa in Italia e … tutt’oggi, persino fino alle news attuali di Matteo Renzi e lo stesso Beppe Grillo, per non parlare degli stessi Marco Pannella, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.
Emergono dinamiche non negoziabili con i pur – in certo senso – interlocutori, un Socialismo semi-utopico assolutamente inedito, perturbante, subito, se anche solo articolato in termini puramente speculativi degno secondo la solita vulgata di qualche Siberia virtuale, certamente dei ben noti copioni, noti in Italia dopo la mezza farsa di Tangentopoli eccetera.
Sia ben chiaro, a scanso di equivoci: qua non si discutono alcune verità storiche: tuttavia tempo di revisionismi critici (Dna degli storici!) sul Mussolini socialista anche se, almeno dalle leggi razziali, mero reazionario e totalitario; sul Craxi già postmoderno, sebbene espressione della crisi politica italiana (ma generale, eventualmente anche per estensioni illegali) esplosa con Tangentopoli stessa; sul Berlusconi liberale cibernetico, nonostante e certamente – nei fatti – uomo di stato molto deludente (ma non per questioni private o per altro ventennio di probabile persecuzione giudiziaria ideologica…).
Va da sé certa storia indicibile del Socialismo italiano mai nato, attraversa dinamiche del genere. Alla luce del comunismo internazionale, piaccia o meno, esattamente totalitario antidemocratico e criminale come il nazionalsocialismo, la stessa eccezione italiana positiva del PCI fino a Berlinguer, almeno parzialmente fondamentale in Italia, sia concettualmente con il Gramsci possibile, sia per la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo, sia per certo modernismo sociale vincente a favore del popolo italiano, non solo degli operai, nel secondo dopoguerra, va ormai riletta nello stesso solco virtuale del Socialismo progressista mai nato in Italia, figure scomode o meno, di ieri e di oggi.: Il Pci, stesso… quel che la Storia nei fatti verosimili legittima di downloadare oggi.
E la sequenza appare sconcertante ma verosimile: Mussolini fu il primo grande leader socialista, ruppe come noto nella prima guerra mondiale, il primissimo fascismo (vedi programma di San Sepolcro, ma in certa misura fu tale fino alle leggi razziali) files da più punti di vista sottovalutati, non ultimo la nascente rivoluzione mediatica – McLuhan stesso in certo senso docert, decenni dopo… (ma in America lo capirono persino negli anni 30!): Mussolini era anche Socialista e rivoluzionario.
Se ne accorse, come già accennato, persino Lenin che riteneva nel compagno futuro duce, l’unica figura rivoluzionaria politica in Italia ancora nel 1919! E s’incazzò praticamente con i socialcomunisti stessi.
Ebbene storicamente (ovviamente anche legittimo ma anche solo ideologico e già stile soviet…) l’ambivalenza letteralmente psicanalitica esplosa già con la rottura di Mussolini con il Partito Socialista da parte della “Sinistra” attraversa come un copione tutta la storia della Sinistra stessa italiana. Certo mito ancora forte in Italia, fascismo-antifascismo risale a quella faglia… e le scosse puntualmente non solo con il Comunismo sovietico diventarono Dialettica malata alla luce del Sole.
Persino con l’era Berlinguer… ogni nuova emersione di dinamiche politiche critiche da sinistra (almeno nominalmente ma non solo) al Partito… : Pannella era fascista, Craxi era fascista, persino Berlusconi era (ed è..) fascista (pur nel solco di Craxi … il premier del preteso da taluni secondo ventennio).
Con le novità di Matteo Renzi e Beppe Grillo, il ritornello sempre lo stesso, Renzi anche come Premier come la cronaca live ha registrato esplicitamente. Tutti fascisti quelli che rompono il Novecento ideologico a una dimensione in Italia, anche Renzi … Tutti demagogici tutti populisti tutti attentatori della Costituzione! Togliatti con la famosa amnistia ai fascisti nell’immediato secondo dopoguerra era più avanti di tanta intellighenzia “rossa” recente e attuale!
E guarda caso, fin dal primo Mussolini fascista di sinistra… altra costante insopportabile per certa Intellighenzia organica ieri, liquida ma nostalgica (nelle sinapsi se non nelle parole ovviamente rimodulate) oggi. La denuncia del collettivismo comunista, dell’essenza totalitaria del Comunismo! La priorità di una via Italiana sul serio, non Ogm soviet o postsoviet, del Socialismo o del Modernismo o del Progressismo, persino oggi dell’Ecoprogressismo potenziale post Web.
Ribadendo che tali files alla dinamite di cui sopra hanno oggi mero valore segnico e simbolico, ma fondamentale, per ben altri registri di sistema, sistemi operativi, tutti da esplorare e inventare, Matteo Renzi stesso e certa anti/Post politica post Internet, i primi come dire uploading in tal senso, riassumiamo, aggiungendo che Gramsci stesso, nella sua analisi allo stato nascente del futurismo, del primo fascismo, della prima ondata dei Media, captava ante litteram tale wireless marconiano….
E che scriverebbe oggi, cronaca live, Gramsci, in particolare su Matteo Renzi, Beppe Grillo, la Internet revolution, appena ieri la Pop Art e la rock pop revolution o la generazione delle discoteche e perrsino dei rave? Quel che oggi certa parasinistra intellettuale ancora liquida con epiteti antifascisti o radical chic, demagogia, populismo, certamente Gramsci , constatando milioni magari di italiani e lavoratori disoccupati difesi da certe caste d’oro o argento paladine del popolo, esplorerebbe certe dinamiche con analisi sorprendenti, complesse e critiche, ma non esorcistiche o peggio ostili inquisitorie.
Se i lavoratori e il popolo vivono e esprimono certi scenari, è il Partito, anche se liquido e postmodernissimo, che deve captare, capire, decifrare al passo con in nuovi bisogni (e sogni) che si manifestano! Gramsci amerebbe Andy Warhol e i Beatles e i Rolling Stones e i Pink Flooyd e David Bowie, (non l’acido lisergico del 68/77 degenerati, né i lifting cerebrali degl Intellettuali di Capalbio e di molti Istituti Gramsci!) E amerebbe la Internet Generation e la rivoluzione del Web…
Nuova Cultura popolare planetaria, una versione finalmente democratica almeno potenzialmente del fallimento de..l’Internazionale! Certamente, Natta… D’Alema, Veltroni, Prodi ecc, li getterebbe volentieri nel Mare di Sardegna! Matteo Renzi rottamatore gli piacerebbe e anche Grillo gli sarebbe come minimo simpatico… Non ultimo, raffinato intellettuale, pur amando anche la News epocale ambientalista ed ecologica… sorriderebbe violentemente verso certi teorici della Decrescita Felice, certi gesuiti “rossi” che sputano sempre sull’orrido consumismo (magari con gli Smartphone ultmo modello già prenotato!). La parola consumismo ricorda comunismo, una utopia fallita.
…Sempre meglio la pancia piena e gli scaffali dei supermercati e il sogno dell’abbondanza che presuppone oggi – concluderebbe Gramsci – anche il principio di precauzione ma nuovamente il Motore a energia solare del Progresso e del Futuro, in un tecnomondo con miliardi di esseri umani. E’ fallito il comunismo, ma non il progressismo, il socialismo mai venuto alla luce (non quello dei suoi tempi che sfociò nella svolta di Livorno). Il Netsocialismo?
Da Gramsci 2017…dell’autore (Armando editore, Roma, eBook 2014)

Info:
Ebook: http://www.armando.it/gramsci-2017
Recensione aprile 2017: http://www.cityandcity.it/tutti-gli-ismi-gramsci/
Convegno Ales Oristano Futurismo Neofuturismo 2013 Biblioteca Gramsciana: http://www.luukmagazine.com/gramsci-e-marinetti-un-inedito-dialogo/

Dietro i banchi: c’era una volta “la scuola”

(pubblicato il 10 ottobre 2015)

C’era una volta “la scuola”, quella che non aveva aggettivi, che significava lezioni, insegnanti e compagni, il bidello, la ricreazione e i compiti in classe. Quella che ti tirava giù dal letto da ottobre a giugno, che diventava argomento di discussione a tavola durante la cena, quella che ti accompagnava in un percorso abbastanza lineare da quando riuscivi a stare nel banchetto tre ore senza fare pipì fino quando riuscivi resistere tre ore senza accenderti neanche una “paglia”.
Pochi lo sanno ma la nostra idea di scuola non è tanto antica: materna, elementari, media (inferiore e superiore) sono state invenzioni del periodo fascista. Per la precisione correva l’anno 1923 quando il filosofo Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione del primo governo Mussolini, decretò l’obbligo scolastico fino ai 14 anni: 5 anni di scuola elementare uguale per tutti (preceduta da 3 anni di scuola materna), organizzata in classi omogenee per anno di nascita. Poi la media inferiore, che a secondo dell’indirizzo scelto apriva la strada alle scuole “alte”: il liceo, gli istituti tecnici e magistrali, il conservatorio. “Era sicuramente una scuola di classe – ha raccontato uno degli ex allievi della scuola elementare di Bologna in un documentario prodotto dal Dipartimento di Scienze dell’ Educazione dell’Università di Bologna dal titolo “La scuola elementare durante il fascismo”, del 2010 – che muovendosi dal centro città alla campagna deperiva visibilmente. Pensate che la maggior parte di noi nemmeno parlava italiano ma solo dialetto stretto!”.

Da lì a qui, Ferrara 2015, sono passate le scuole di avviamento professionale (abolite nel ’63 ma che furono la base della creazione di molti campi di eccellenza del nostro artigianato, quello che oggi esportiamo con il blasonato nome di “Made in Italy”), il ’68, l’accesso all’università da qualsiasi scuola superiore e non più solo dal liceo classico, i “decreti delegati” che portarono nelle scuole le rappresentanze di studenti e del personale Ata, il tempo pieno alle elementari e gli insegnanti di sostegno con la legge Falcucci del 1977, i progetti Brocca e Progetto ’92 che cercarono di rinnovare l’impianto didattico della scuola pubblica superiore senza però riuscire a cambiarne la struttura.
Fino alla “Riforma Berlinguer”. Quando la legge fu approvata definitivamente correva il febbraio del 2000: nuovo secolo, nuovo millennio, e l’Ulivo – che nel 1996 aveva vinto alle elezioni battendo quel Berlusconi che, per mettere mano a qualcosa, aveva abolito gli esami di riparazione – voleva rinnovare la scuola pubblica italiana per portarla al pari con le scuole degli altri paesi europei.
In effetti il ministro all’Istruzione Luigi Berlinguer, con alle spalle una commissione “di peso”, avrebbe voluto dare uno scossone al sistema scolastico nel suo complesso. La Riforma prevedeva un riordino dei cicli dell’istruzione in sette anni di ciclo primario (dai 6 ai 13 anni) e 5 per il ciclo secondario (13-18 anni), estendeva l’obbligo scolastico a 15 anni e quello formativo ai 18. Per questo inquadrò il sistema della formazione professionale, della formazione superiore non universitaria, l’ istruzione superiore universitaria e introdusse il concetto di formazione continua. Nel 1° articolo della legge si leggeva anche che “Tutti i giovani hanno diritto all’istruzione e alla formazione fino al diciottesimo anno di età” e che “Il sistema di istruzione e formazione si caratterizza per l’offerta lungo tutto l’arco della vita di percorsi formativi anche individualizzati, che, valorizzando tutte le capacità, consentano alle persone di realizzare in modo consapevole e responsabile il proprio progetto di vita.”, nonché “Lo Stato, le Regioni e gli enti locali, nell’esercizio delle proprie competenze, attuano gli interventi necessari a garantire la frequenza della scuola dell’obbligo.”.
Il passaggio “in corsa” da Berlinguer a Tullio De Mauro sulla sedia da ministro non variò l’impostazione della riforma ma i suoi principi andarono a cozzare con gli interessi dei sindacati, delle amministrazioni e dell’opinione pubblica. Occorre ricordare che nel 1997, con un provvedimento di carattere economico, si era delegata agli istituti l’amministrazione delle scuole, a livello economico e organizzativo: i direttori didattici diventavano manager, con il compito di traghettare di anno in anno le proprie scuole fra conti, supplenze, attività e proposte didattiche da offrire e realizzare con quattro fichi e tre noci gentilmente offerti dal governo. Inoltre Berlinguer aveva messo a punto il famoso “concorsone” per gli insegnanti (una prova basata su quiz e colloquio) con l’obiettivo di riconoscere e incentivare economicamente il lavoro professionale partendo dalla valutazione dell’attività svolta nel lavoro in classe. Su questa iniziativa si coagulò un clima di contrapposizione e di resistenza conservatrice e corporativa di una larga parte dei docenti (di destra quanto di sinistra) che si spostò sull’intero progetto di riforma dei cicli e della stessa autonomia scolastica. E gli studenti? All’epoca erano preoccupati che l’autonomia scolastica potesse creare disparità e diseguaglianze fra scuole e all’interno delle scuole stesse, ma pensavano anche che avrebbero potuto ottenere scuole aperte secondo le esigenze dell’utenza in orari extra curricolari e che magari avrebbero potuto usufruire di progetti innovativi, visto che il nuovo assetto dei cicli di studio avrebbe dovuto portare una ventata di aria fresca nelle aule e fra gli insegnanti. La riforma Berlinguer fu in parte congelata e con il successivo governo Berlusconi, che vide la discesa in campo della ministra Moratti, la scuola italiana fece retrofront.

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L’INCHIESTA
Dietro i banchi: “Moratti impara la lezione, non sai cos’è la pubblica istruzione”

2. SEGUE – Nel dicembre 2001 si tennero a Roma gli “Stati Generali della Pubblica Istruzione” e in questa occasione si palesarono chiaramente le direttive che la strada dell’istruzione pubblica italiana avrebbe seguito. Il sistema scolastico costava troppo: troppi insegnanti e troppe ore di insegnamento, troppe risorse destinate all’innovazione dei programmi. Abrogata la riforma Berlinguer si riscrisse un’altra riforma, la legge 53, che però di fatto veniva applicata con uno stillicidio di decreti attuativi puntuali. Fu riproposta la separazione tra la scuola elementare di 5 anni e la scuola media rinominata “secondaria di primo grado”, si decretò che l’orientamento alla scelta della secondaria di secondo grado iniziasse già a 13 anni e che l’orario scolastico settimanale fosse ridotto a 27 ore. Mentre dalla fine degli anni 1990 i maestri delle elementari erano 3 per classe, si tornò al maestro unico, definito però “tutor” – che fa più globale – e furono varati nuovi programmi didattici che di fatto diventarono legge, in contraddizione con l’autonomia didattica prevista dalla norma costituzionale.

Inoltre, nel 2005 l’intero sistema della secondaria di secondo grado e il sistema della formazione professionale furono resi di competenza esclusiva delle Regioni e non più dello Stato come sancito dal titolo V della Costituzione. Il decreto legge disegnava un sistema della secondaria superiore imperniato sui licei (artistico, classico, economia, linguistico, musicale coreutico, scientifico, tecnologico e delle scienze umane) teso a creare un sistema “duale” perché l’istruzione tecnica e professionale, insieme con la formazione professionale passavano di fatto alle Regioni, mentre il sistema dei licei rimaneva di competenze dello Stato. L’impianto della riforma Moratti in pratica non riformò nulla, ma delegò gli enti locali alla gestione di quote dell’istruzione pubblica che il governo non sapeva come amministrare, soprattutto a livello di pianificazione economica, e venne profondamente osteggiato dai sindacati, dalla componente studentesca, dal mondo politico che lo giudicavano un salto indietro nel tempo e a sostegno delle scuole private.

La mobilitazione in questa occasione fu forte e decisa: manifestazioni di piazza, scuole e università occupate, assemblee permanenti di tutto il movimento studentesco intorno al quale si condensarono anche le anime della sinistra più giovane e quello che fu definito per comodità “movimento no global”. In molte città le proteste durarono mesi, gli studenti chiedevano di essere ascoltati e non trattati come dei numeri da gestire e a loro si affiancavano insegnanti e presidi. Gli slogan delle manifestazioni anti-riforma sono rimasti impressi negli annali e nella memoria di chi partecipava al movimento. “Moratti devi imparare la lezione, non sai cosa è la pubblica istruzione”, “Moratti Moratti cosa hai combinato, anche l’inglese hai dimezzato”, ”L’istruzione è un diritto non un’occasione di profitto” erano i più amati.
“Quello della protesta contro le iniziative del ministro Maratti fu un periodo molto fecondo per noi. – ha raccontato una insegnante di lettere che ha preferito restare nell’anonimato – I ragazzi erano spinti ad informarsi, a capire, a confrontarsi fra coetanei e con noi adulti, insegnanti e genitori. Quando mi chiamarono al telefono a casa per avvisarmi che avevano occupato la scuola mi preoccupai moltissimo ma, una volta arrivata fuori l’edificio, mi resi conto che i miei studenti, quelli che facevano fatica ad ascoltare le mie lezioni, erano stati capaci di organizzare una scuola nella scuola, completamente gestita dai ragazzi: turni di pulizia, lezioni sperimentali, lezioni aperte… In pochi giorni ci stavano dando un modello empirico di quello che sarebbe dovuta diventare una scuola contemporanea. Avessimo avuto un ministro capace di ascoltare, forse le istanze di quei ragazzi sarebbero potuti diventare ottimi spunti per creare una buona scuola, ma buona veramente, che attrezzasse le generazioni successive alla vita.”.

Tornato al governo il centrosinistra, nel 2006 al ministero dell’Istruzione siede Fioroni. Questi, per spiegare che non aveva i mezzi di scompaginare il sistema dell’istruzione pubblica per rimetterne in piedi uno più sano, disse che si sarebbe servito della “strategia del cacciavite”, ossia che avrebbe aggiustato ciò che nel sistema non andava con piccoli correttivi, per rendere il sistema più efficace e moderno. Fioroni innalzò l’obbligo di istruzione a 16 anni e cercò di stabilire un sistema didattico allineato alle direttive dell’Unione Europea; rilanciò l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale, distinguendo chiaramente che allo Stato compete il rilascio dei diplomi, mentre le Regioni devono garantire le qualifiche triennale della formazione professionale e varò nuove indicazioni nazionale per la scuola dell’infanzia e per la primaria, puntando sul concetto di continuità e incentrandole sui traguardi di competenze. A proposito di competenze, nel 2007 vennero inserite fra gli obblighi della scuola le prove Invalsi, un test di esame somministrato a livello nazionale con scopi statistici. Semplificando all’osso, dai risultati delle Invalsi il ministero dovrebbe avere il quadro dell’andamento scolastico del Paese. “Le prove Invalsi sono una truffa, un test per sondare se abbiamo imparato la lezione a memoria – dichiarava al Tg Regionale della Sardegna una studentessa di una scuola tecnica – Sono diventate uno strumento di pressione per studenti e presidi: noi dobbiamo fare bene per far fare bella figura ai prof verso il preside, che a sua volta deve fare buona figura con chi sta sopra di lui. Ma noi che ci ricaviamo? Niente, solo tempo perso”.

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INTERNAZIONALE
Dì qualcosa di sinistra (ma senza disturbare). Orizzonti di cambiamento fra moderazione e radicalità

C’è poca speranza che la più celebre invocazione di Nanni Moretti trovi accoglienza. A sentire il dibattito di Internazionale, che ha scelto per titolo proprio quella sua esortazione (“Dì qualcosa di sinistra”), l’appello parrebbe destinato a restare inascoltato.
Bianca Berlinguer, la moderata moderatrice dell’incontro (che senta forse il bisogno di accreditarsi filo-renziana per salvaguardare la poltrona al Tg3?), mette subito le cose in chiaro (dal suo punto di vista) e traccia il solco di un confronto risultato un po’ al di sotto delle aspettative e degli standard consueti del festival: spiega che l’Italia in questa fase non è un’eccezione, ma si adegua a una tendenza europea che segnala un’eclissi della sinistra radicale e una decisa prevalenza delle politiche moderate, con la sola Inghilterra incidentalmente controvento causa la recente imprevista elezione di Corbyn alla guida del Labour party.

All’annotazione iniziale dell’intervistatrice, replica Michael Braun, solido corrispondente dall’Italia del Die Tagszeitung e unico a sfoderare qualche acuto: “Ma siamo sicuri che serva ancora una sinistra? – si domanda provocatoriamente – L’idea oggi dominante è che si vincano le elezioni solo se si conquista il consenso dell’elettorato di centro. Già da tempo, peraltro, lo spazio della socialdemocrazia si è ridotto perché i conflitti tradizionali sembrano sfumare. In realtà, però – spiega – ora un quarto dei lavoratori sono sottopagati ed emerge in pieno l’insufficienza dell’azione della sinistra e l’inadeguatezza della sua politica. Ma il problema è che la ‘sinistra-sinistra‘ in Italia ha da tempo perso aderenza con la base sociale, Rifondazione per esempio era diventato un partito di insegnanti più che di operai… Oggi, allora, in chi si può riconoscere il nuovo proletariato? Per molti la tentazione è restarsene a casa, perché tanti lavoratori non si sentono più rappresentati. E’ talmente vero, che per l’attuale sinistra a Roma è più facile prender voti ai Parioli che a Tor Bella Monaca…”.

“Ma la tradizionale monoliticità della sinistra è da tempo annientata da un fenomeno di disgregazione della base sociale” – ribatte tosta la Berlinguer, quasi a voler sollevare da colpe l’attuale condottiero. E passa palla.
“L’evoluzione post ideologia della sinistra, si verifica ben prima dell’avvento di Renzi – conferma Giada Zampano del Wall street journal, che onestamente si professa neofita di politica e in qualche passaggio un po’ tradisce questo limite -. Da anni – osserva – si guarda al leader più che al partito. Renzi cavalca bene questa tendenza e sfrutta a suo favore l’onda populista che da Berlusconi in poi caratterizza la politica italiana. Non ha fatto quasi nulla di sinistra, non parla per esempio di reddito di cittadinanza, ma taglia indiscriminatamente le tasse a tutti. Oggi il popolo di sinistra è composto principalmente da una classe media intellettuale messa in grande difficoltà dalla crisi. E poi c’è invece un ceto marginale che va alla ricerca di rappresentanza e magari si riconosce nelle derive leghiste più che nei partiti della sinistra”.

Eppure il Pd in Italia secondo i sondaggi risulta in ascesa“, nota la Berlinguer. La quale poi, accennando alla Grecia ascrive “alla leadership di Tsipras (più che alla linea politica di Syriza) le ragioni della recente duplice vittoria elettorale dell sinistra”.

Anche in questo caso Braun diverge: ammette la forza di traino di Tsipras, ma ricorda come “la crescita di Syriza nasca dal basso grazie a un capillare lavoro casa per casa, quello che la sinistra italiana non fa più da tempo. È questo che la rende credibile, si avverte un valore praticato di solidarietà in quel movimento. Poi c’è un leader attraente che senz’altro aiuta. Ma sarebbe sbagliato limitare a questo l’analisi”.
Spiega poi che c’è una profonda differenza in seno all’Europa e che il quadro va scisso fra nord e sud: “Nel cuore del Mediterraneo chi si sente vittima delle politiche dell’Unione europea, di fatto guidata dalla Merkel, riconosce nelle emergenti forze di sinistra un baluardo e una risposta credibile all’imperante diseguaglianza. Per questo crescono Syriza e Podemos; e anche il Movimento 5 stelle, che in Italia ha ormai chiuso lo spazio alla sinistra radicale perché ha assorbito lui questa domanda”.

“E la spaccatura est-ovest?” domanda Bianca Berlinguer…
“La rotte delle nuove migrazioni rappresentano un test di sopravvivenza per l’Europa che ancora non riesce a trovare una risposta unitaria. Il problema appare un’emergenza, ma in realtà ha origini antiche e sulla capacità di fornire soluzioni si basa la possibilità di sopravvivenza dell’Unione”, sostiene Giada Zampano

“E Corbyn invece come si spiega? Potrebbe essere quello laburista un modello valido per il Pd e una speranza per la sinistra interna?”, chiede la conduttrice dando la sensazione di non crederci troppo.
Braun considera “molto interessante capire quale meccanismo abbia consentito all’outsider Corbyn, da tutti descritto come candidato destinato a perdere, di sovvertire le attese e conseguire il successo. È risultato il rottamatore della situazione – spiega -. Solo in questo, ha qualcosa di comune con Renzi, ma… di segno opposto! Corbyn rappresenta l’anti ‘blairismo’ incarnato dai suoi tre antagonisti, tutti seguaci del celebre premier. Corbyn rottamatore, quindi, ma da sinistra. Renzi invece è la risposta moderata alla (presunta) precedente egemonia della sinistra nel Pd. Ma la vittoria di Corbyn è stata possibile perché in Gran Bretagna come in Germania buona parte della popolazione si sente esclusa dai giochi e avversa quella piccola parte che comanda e mantiene i propri privilegi”. Lì, nel gorgo del conflitto sociale, Corbyn ha trovato i suoi sostenitori.

“Sì però ora molti sostengono che il Labour a guida radicale sia destinato a dure sconfitte“, obietta la Berlinguer.
E Braun, serafico: “Lo dicevano anche di Vendola quando si è candidato in Puglia: è una fissa italiana quello di credere che le elezioni si vincano solo buttandosi al centro. Una sinistra che voglia avere successo deve partire invece proprio dalle domande che si è posto Corbyn e dai bisogni a cui offre soluzione”.
E qui il pubblico del teatro Nuovo, fino a quel momento solo spettatore, entra in scena con il primo convinto applauso.

Insiste la Berlinguer: “E perché non dovrebbe essere così anche in Italia?”. E non non è chiaro se alluda a una possibile rivincita della sinistra radicale o a una capacità del presidente del Consiglio di farsi interprete anche del malcontento. Giada Zampano la intende in questa maniera: “In effetti la politica di Renzi va proprio in questa direzione e mira a recuperare il voto di quelle persone che non votano più perché non si sentono rappresentate da movimenti radicali come M5s o Lega. È un salvagente lanciato all‘elettorato moderato, del tutto coerente con la sua storia personale di democristiano cresciuto nelle file della Margherita”.
“D’altronde Renzi ha costruito il suo successo sui fallimenti di chi lo ha preceduto e sull’insoddisfazione dell’elettorato del Pd”, acconsente e chiosa la conduttrice.

Braun invece pensa allo scenario alternativo, ma rileva che “la sinistra a sinistra del Pd ha fatto fatica persino ad accordarsi sulla lista per le politiche europee” e confessa tutto il suo scetticismo: “Lì non vedo alcuna progettualità, solo partiti-bonsai che reagiscono a Renzi senza avere una visione d’insieme e forse per questo inciampano in piccoli compromessi come nel caso della riforma del Senato. ‘E poi dicono abbiamo segnato un gol…’, con un linguaggio oltretutto che non si può ascoltare”. Aggiunge: “Cuperlo è certamente uomo di grande cultura ma che non sarà mai leader di partito né lo sarà Fabrizio Barca che fino a tre anni fa non aveva mai militato. Non vedo né leader né idee“, aggiunge sconsolato. E conclude: “È dal 2011 che il Pd ha imboccato deciso la strada della moderazione. Renzi non ha stravolto nulla, ha solo accelerato la marcia. Di diverso rispetto a quelli di prima ha il carattere, alla loro tristezza ha contrapposto l’allegria!”.

Arriva a questo punto (per un ritardo dell’aereo) il corrispondente di Liberation, Eric Jozsef, ma – come si direbbe con metafora calcistica – entrato a cinque minuti dal termine non cambia volto alla partita: “Renzi ha spazzato via l’ala sinistra del partito”, osserva in sostanza. E non pare proprio un rivelazione assoluta.
Sull’abilità comunicativa di Renzi si lancia di nuovo anche la cronista del Wall street: “Renzi si è accreditato come ultima speranza, speculando anche sulla crisi degli altri partiti. Si è presentato agli italiani come ultima possibilità per garantire all’Italia autonomia e sovranità rispetto all’Europa. Ma l’agenda di governo non è molto diversa da quella di chi l’ha preceduto”, conclude realista.

Alternative concrete?”, è l’ultimo quesito posta dall’attuale direttrice del Tg3.
Stoccata finale di Braun: “I Cinque stelle oscillano nei sondaggi fra il 22 e il 27% e sono quindi un’alternativa concreta, ma non sono certo che una loro eventuale vittoria possa fare bene all’Italia perché non li vedo ancora maturi per governare. Poi sostengono l’uscita dall’euro, un esperimento rischioso per Italia ed Europa. Però è l’unica alternativa, cosa che di certo non può essere Salvini”.

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NOTA A MARGINE
Quando la sinistra cominciò a cambiare verso

Quando si affacciò alla politica nei fatidici anni Sessanta, la mia generazione ebbe la fortuna di incontrare tanti (non tutti) buoni maestri che seppero contemperare passioni ed impeti giovanili con la quotidianità della politica, che prevedeva dialogo e mediazione, concretezza ed efficienza. Ci insegnarono anche che c’erano dei paletti oltre i quali non si poteva andare. Si creò una generazione critica e assetata del “nuovo” (vedi il Sessantotto), ma anche consapevole e salda nei valori, una generazione che doveva ascoltare e imparare da tutti, ma anche convinta di essere dalla parte giusta.
Questo dialogo intergenerazionale è venuto a mancare attorno alla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta. Sono stati gli anni in cui, sotto le macerie del muro di Berlino che ha sancito il fallimento storico del “socialismo reale”, il PCI divenuto PDS ha cominciato a “cambiar verso”. Qualcuno ha colto l’occasione, a nome e per conto della modernità e del realismo politico, per avviare un lento ma incessante processo di revisione che di fatto risponde a un fallimento, proponendo un’omologazione, adottando sistemi e metodi politici sino ad allora tenacemente avversati. Ci si è liberati dell’ingombrante figura di Berlinguer e si sono scelti con disinvoltura nuovi interlocutori a dritta (destra DC) e a manca (PSI craxiano). Sono arrivati gli anni di Tangentopoli e a Ferrara è scoppiata la vicenda CoopCostruttori. Segnali inequivocabili che qualcosa di serio stava avvenendo: il partito che aveva fatto della legalità e della questione morale un architrave su cui poggiare qualsiasi ipotesi di rinnovamento era in piena mutazione genetica.
Si avviava una stagione politica del tutto oscura e dagli approdi imprevedibili. Qualcosa di profondo stava cambiando in una sinistra che alternava segretari D’Alema, Fassino, Veltroni, Bersani, e sigle Pds, Ds, Pd, a getto continuo, sperando di coprire una crisi e un vuoto politico evidenti. Accusare, come fa Renzi, i suoi predecessori di eccesso di antiberlusconismo come causa prima dell’immobilismo è ridicolo. Assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Le colpe vere e gravi sono assai più complesse. Innanzi tutto, a differenza del premier, penso stiano nel non aver contrastato a sufficienza il fenomeno Berlusconi, portatore di modelli culturali, politici ed economici aberranti, che hanno intaccato la fibra morale del paese, facendo strame dell’etica pubblica (e privata). La mancata soluzione del conflitto d’interessi è un macigno che peserà in eterno su quel PDS, DS e ora PD. La sinistra di governo e di opposizione si ritagliò un ruolo subalterno e di ambigua acquiescenza. Secondo: in quegli anni forze retrive o conservatrici hanno imposto una globalizzazione economica che ha nelle leggi di mercato un totem intoccabile, un assioma sul quale ormai si sono allineate anche la sinistra italiana ed europea, che pure erano nate per cambiare mercati e rapporti di forza. Latitano progetti ed idee alternative. Risultato?
Siamo alla globalizzazione dei soprusi, non dei diritti per i ceti più deboli. Siamo alla mercificazione brutale del lavoro, alla violazione dei diritti elementari degli uomini, alla ideologizzazione della produttività come unico metro di misura. Si ritorna all’Ottocento con nuove, ma non meno brutali, forme di schiavitù (vedi caporalato o delocalizzazioni). Il primato della finanza sulla politica è strabordante e quest’ultima risponde cercando di strutturarsi anch’essa per oligarchie. Meno democrazia, meno partecipazione, meno controlli, uomini malleabili senza passato e storia, che imporrebbero coerenza, da catturare con il luccichio del potere. Un capo, un popolo.
Questa lunga premessa per dire che Renzi non è il nuovo. Chi pensasse questo prende un clamoroso abbaglio. Il fiorentino è chiamato a completare l’opera di cancellazione della sinistra italiana, confinandola unitamente ai sindacati in una posizione residuale. Vuole creare il partito “degli 80 euro”, che non si ponga grandi problemi di democrazia, partecipazione, di legalità, di rinnovamento. Mance contro acquiescenza. Si esagera? Di fatto la destra gongola e si prepara a completare la transumanza, già a buon punto, inalberando i vessilli renziani. Tutti gli italiani che considerano il potere un fine e non un mezzo sono attratti dalle sirene del premier, che da parte sua fa il possibile per rimuovere ostacoli. Le tesi è che berlusconismo e antiberluconimo si equivalgono nelle responsabilità per il mancato decollo del paese. Il messaggio “il primo Berlusconi (cioè quello della P2, di Mangano stalliere, di Dell’Utri mediatore con la mafia) non mi dispiaceva” non è incidentale, stende un tappeto rosso ai nuovi adepti provenienti da destra perché non impone una storia e dei valori da condividere, li assolve per il passato berlusconiano: Verdini, Previti, Dell’Utri, Cosentino, pari sono ai Rodotà, Zagrebelski, Borelli, Flores D’arcais.
La rottura con il renzismo di parte consistente del popolo di sinistra non è “sentimentale”, come sostiene D’Alema, ma è più grave: è valoriale, identitaria, e tocca la storia e la coscienza di molti di noi. È prevedibile che la disaffezione alla politica e al voto, che con Renzi è aumentata, vada crescendo. Che altri gufi si aggiungano ai due milioni già volati via nelle amministrative recenti, votando altrove o disertando i seggi.
Senza il Centro non si vince è l’altro mantra che si ripete ossessivamente. Ma quale centro? Quello che si conquista solleticandone egoismi, istinti irrazionali, corporativismi, oppure quello che pure il PCI si seppe conquistare in Italia arrivando al 34,4%? Un ceto medio “riflessivo” conquistato in nome del bene comune e di interessi generali. L’Emilia e non solo costruì un blocco sociale dagli orizzonti ampi: città vivibili, servizi efficienti, welfare di sostegno ai più bisognosi, piani regolatori rigorosi, zone industriali all’insegna di uno sviluppo economico ordinato e non selvaggio, città e centri impegnati a sviluppare saperi e cultura. Comunità si coniugava con solidarietà.

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Enrico Berlinguer

La politica ha l’enorme responsabilità di sollecitare negli uomini il meglio e il peggio di sé stessi. Non è l’arte del possibile, ma la quotidiana fatica di rendere possibile ciò che si ritiene giusto. Difficile sostenere che nella sua lunga storia la sinistra abbia lavorato per il tanto peggio tanto meglio. Guardare indietro si può e si deve, altrimenti i libri e la storia andrebbero al macero. Chi non ha passato non ha neanche futuro. Il Berlinguer della questione morale, del governo mondiale dell’economia, dell’austerità e della sobrietà per popoli il cui benessere derivava dallo sfruttamento del terzo mondo e dal saccheggio delle risorse del pianeta è quanto mai attuale (e scomodo). Di sedicenti innovatori le cronache politiche sono zeppe. Anche Craxi si considerò tale. Poi è finita come sappiamo

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L’OPINIONE
Perché la Grecia fa paura

Ma esistono ancora i “socialisti europei”? Man mano che i nodi vengono al pettine l’insipienza e la marginalità di quella che ancora si chiama pomposamente Internazionale Socialista ha del clamoroso. Emigrazione, terrorismo, economia, vedono i vari Renzi, Hollande, Schulze divisi (vedi questione immigrati) o subalterni alla tetragona Merkel e alla finanza internazionale. Si invoca pateticamente “un’altra Europa” dello sviluppo e della crescita ma il panzer tedesco e la famigerata troika hanno a cuore riforme che ancora una volta comprimano salari, pensioni, diritti dei ceti più deboli.
L’Europa che comanda non conosce parole come solidarietà, eguaglianza sociale, protezione dei ceti più deboli. Si programma “una disoccupazione fisiologica”, una crescita – questa sì – di nuove povertà, un indebolimento della democrazia. E’ quello che sta succedendo anche in Italia con il governo Renzi da cui ormai il silente e sofferente popolo della sinistra – ma non solo – ha preso le distanze.
Sono lontani i tempi dei veri socialisti riformatori. I Brandt, gli Olaf Palme, i Bruno Kreiski, i Mitterand avevano dato un senso alto e nobile alla parola socialdemocratico. Fu un periodo felice che vide Berlinguer e il Pci stabilire ampi e proficui rapporti con le idee e programmi che affondavano in un comune terreno di valori ed idealità. Purtroppo quella stagione si chiuse presto e ai creatori della nuova Internazionale socialista succedettero i vari Craxi, Blair, Schroeder (questi ultimi due felicemente accasatisi presso quel capitalismo rampante che dovevano contrastare).
La crisi viene da lontano e i leader (!) degli attuali schieramenti di “sinistra” la stanno accentuando sbiadendo prima e contraddicendo poi ruoli e funzioni che la storia e la politica vorrebbero alternativi ai conservatori lanciati alla rincorsa di un liberismo ottocentesco. Il caso greco è emblematico. Un nuovo gruppo dirigente che non porta nessuna responsabilità dei disastri combinati quasi sempre da governi conservatori politicamente e ideologicamente vicini a ‘frau’ Merkel viene lasciato vergognosamente solo nella speranza che l’accentuazione della crisi di quel paese lo travolga. Un obiettivo politico che va bene a tutta la consorteria politica europea che vede come il fumo negli occhi il nascere – e crescere – di movimenti come Syriza, Podemos, 5 Stelle, e perché no? qualcosa di nuovo anche in Italia che sgombri il campo dall’equivoco Renzi, ridando valore e senso alle parole riforme -che non sono solo quelle volute dalla Confindustria e Marchionne – democrazia, diritti, partecipazione oggi sviliti da leggi su cui la destra italiana ha battuto la testa ma che ora sono fatte proprie da un sedicente uomo della sinistra.
Il popolo greco con la nuova ‘governance’ ha segnato una svolta storica: gli uomini e le donne con i loro bisogni, necessità, propositi vengono prima delle banche, della troika, dello spread eccetera. La politica viene prima della economia. Il voto greco ci trasmette un po’ più di fiducia che rinnovamento – vero – e cambiamento possano trovare anche in chi era sfiduciato perché deluso dalla politica italiana ed europea, nuove ragioni di impegno e di lotta sapendo che gli avversari sono agguerriti e disposti sino in fondo a difendere il loro mondo ed i loro interessi.

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GERMOGLI
Coerenza
L’aforisma di oggi

Idee, valori, comportamenti: la forza dell’esempio e della coerenza.

enrico-berlinguer“E ora compagne e compagni, vi invito a impegnarvi tutti, in questi pochi giorni che ci separano dal voto, con lo slancio che sempre i comunisti hanno dimostrato nei momenti cruciali. Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”. (Enrico Berlinguer)

Sono le ultime parole pronunciate dal segretario del Partito comunista italiano, a Padova, dal palco di piazza della Frutta, il 7 giugno del 1984, durante il comizio di chiusura alla vigilia delle elezioni europee. Mentre le pronuncia appare in condizioni drammaticamente alterate. Ricoverato per un malore, gli viene riscontrato un ictus cerebrale. Morirà l’11 giugno.
Ai suoi funerali parteciperanno due milioni di persone.

 

Vedi le immagini finali dell’ultimo comizio

Vedi le immagini dei funerali

Vedi il film “L’addio a Enrico Berlinguer” di autori vari, a cura di Bernardo Bertolucci

Vedi il trailer del film “Quando c’era Berlinguer”, di Walter Veltroni

Berlinguer sul web:
http://www.enricoberlinguer.it/ [vai]
https://it-it.facebook.com/berlinguer [vai]

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ACCORDI
Una brava persona.
Il brano di oggi…

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Giorgio Gaber

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Giorgio Gaber – Qualcuno era comunista

Avrebbe compiuto oggi 93 anni Enrico Berlinguer, storico segretario del Partito Comunista Italiano. Politico amato, stimato, soprattutto rispettato da compagni e avversari, Berlinguer rappresenta nell’immaginario comune odierno quel modo di fare politica purtroppo ai nostri occhi lontanissimo, quasi dimenticato, ricoperto di un perenne alone nostalgico. “Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona…” affermava Giorgio Gaber in un famoso monologo (oggi doveroso brano del giorno): come non essere d’accordo, soprattutto per ricordare (e ricordarci) che i concetti di “brava persona” e “bravo politico” possono realmente coincidere, nonostante i tempi…

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ACCORDI
Il giorno dopo il crollo.
Il brano musicale di oggi

Il crollo del Muro di Berlino mette fine a un grande inganno: il comunismo secondo Stalin e i suoi epigoni. Una mostro che, in patria, prima Krusciov e poi Gorbaciov con ‘glasnost’ e ‘perestroika’ (trasparenza e riforme) avevano cercato di picconare.
Nell’autunno berlinese, crolla il falso mito e travolge ciò che aveva generato: ingiustizie, opportunismi, orrori. Ma sotto le macerie ideologiche restano anche sani ideali; quelli, per esempio, che l’eurocomunismo – di cui Enrico Berlinguer fu alfiere – aveva cercato di alimentare. Quelli dei movimenti di base, estranei agli appetiti e alle logiche del potere. Oggi resta il sogno dei resistenti, il bisogno non sopito di una comunità fondata su principi di partecipazione, uguaglianza, solidarietà…

Giorgio-Gaber
Giorgio Gaber

Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista

[clicca sul titolo per ascoltare]

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

 

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L’OPINIONE
Tutti pazzi per Renzi,
il mutante genetico

Il “renzismo” viene ormai spacciato come un fenomeno politico inarrestabile. O ti adegui allo stil novo (tortellini, gelato e docce comprese) o sei un residuato. Demodè. Si va affermando sulla scia del nuovo granduca di Toscana un nuovo ceto politico fiero ed orgoglioso di non avere nessun punto di riferimento con il passato. Né storico, né culturale.
Insofferente al richiamo ad affrontare senza pressapochismo e superficialità i temi istituzionali e le complessità sociali proprie di una modernità che ora più che mai deve fondarsi su valori ed idealità proprie storicamente dei movimenti progressisti. Il dato di fatto è invece che nell’accezione comune la distinzione tra destra-sinistra si va annullando. Il renzismo sta completando una mutazione genetica della sinistra che è di merito, di sostanza e persino simbolica. Un melting pot politico ed ideale che lascia interdetti.
“Cambierò l’Italia” ripete ossessivamente il premier. E per il cambiamento si appoggia a Berlusconi e le ventilate riforme hanno un che di ambiguo che fa temere pasticci. Vedi giustizia, jobs act, lotta alla corruzione, eccetera. Renzi ha pescato con il voto alle europee anche a destra e sopratutto in quella zona “grigia” che gli ha affidato speranze e voglie che con il cambiamento hanno poco a che fare. Lotta all’evasione fiscale? Non esageriamo. I sindacati? Vanno ridimensionati. I diritti dei lavoratori? Sono troppi. Le regole? Me le faccio io. La corruzione? Un male necessario. I partiti e la politica? Se ne può fare a meno. Ed altro ancora che ripropone quel qualunquismo italico origine di tanti mali.
Nell’azione di questo governo non c’è nessun tentativo di alzare l’asticella morale ed etica di costoro. Il senso di cittadinanza che prevede diritti ma anche doveri. Li si blandisce scendendo pericolosamente sul loro terreno. Di qui un voto ambiguo che assegna alle mitiche riforme significati diversi e contrastanti. Il “popolo” (quale?) ci chiede le riforme, urla l’allegra brigata renziana distruggendo Marx e le classi sociali e sempre più convinta di essere unta dal Signore con quel 40,8% ottenuto alle europee.

In molti si arrovellano sull’enigma Renzi. Chi è davvero Renzi? Un innovatore? Un furbo di tre cotte? Un uomo che ambisce solo al potere? E’ figlio di Berlusconi? E’ un novello Craxi? Le analisi si sprecano e “Matteo” fa di tutto per rendersi inclassificabile.
Probabilmente siamo di fronte ad un “ircocervo” (Togliatti) politico: un uomo contraddittorio, senza solide radici culturali – e quindi politiche – che vuole tenere insieme più cose. Cresciuto all’insegna dell’Italia “da bere” e dell’edonismo berlusconiano. Da questi ha ereditato la spregiudicatezza, l’affabulazione ammaliatrice, il gusto per le gag, le capacità manovriere. Da Craxi una certa arroganza e sicumera che si esprime contro i detrattori, “gufi e rosiconi” (tutti quelli che non condividono il suo operato), che fa il paio con la puntigliosità e scientificità con cui premia amici e adulatori. Il tratto che li accomuna è l’ambizione, l’autostima smisurata, la ricerca del potere.
Di certo Renzi dimostra che da Berlinguer non ha ereditato e non vuole ereditare niente. Moriremo dunque renziani? Non credo. Il 40,8% per cento colpisce e frastorna. Ma la realtà e più dura della propaganda. Il nuovo vate ha ottenuto di fatto meno del 20% del corpo elettorale complessivo. Due italiani su dieci. L’ottanta per cento – includendo quel 50% che non vota – sceglie altrimenti. Ormai la quasi totalità dei sindaci viene eletta con larga minoranza elettorale e quindi scarsa rappresentatività. La disaffezione e la sfiducia dilagano. Un dato che allarma e da cui partire per un vero cambiamento che esalti democrazia e partecipazione, giustizia sociale e rigore morale. Su questi valori si formò la sinistra scrivendo nobili pagine di storia che Renzi ed i renziani farebbero bene a non ignorare.

enrico_berlinguer

Berlinguer e la questione morale trent’anni dopo

Undici giugno 1984: muore Enrico Berlinguer. Dopo trent’anni, il tempo per un giudizio equanime sulla sua figura di politico e di statista non è ancora giunto. Questa rubrica non è certo il luogo per tentare un bilancio della sua leadership alla testa del più grande partito comunista dell’occidente democratico. Una cosa è certa: non va raccolto l’invito di Miriam Mafai che chiedeva di “Dimenticare Berlinguer”, come recitava il titolo di un suo infelice saggio.
In questa sede vorrei limitarmi a rilevare una drammatica conferma in occasione di questo anniversario. Negli ultimi anni della sua segreteria Berlinguer si caratterizzò per l’allarme che lanciò sui rischi di degrado morale che correvano la politica e il paese. Do per conosciuti gli elementi fondamentali della sua diagnosi. Ne cito solo i titoli: i partiti sono diventati macchine di potere e di clientela; la corruzione si combatte con pene severe e con la riforma delle istituzioni e della pubblica amministrazione; gli italiani onesti di tutti i partiti devono reagire e cacciare i corrotti dalla vita pubblica. Meno nota è la previsione fatta pochi mesi prima di morire: “Affrontare la questione morale è una condizione ineliminabile per poter proporre e fare accettare una politica severa di riforme e di risanamento finanziario. Ciò significa correttezza e onestà dal vertice alla base di tutta la vita pubblica. Come ha detto Norberto Bobbio, la prima riforma istituzionale consiste nel non rubare. Questo è lo stato di cose da cambiare per evitare una rivolta che sta maturando contro tutti i partiti”. Per i successivi decenni quella profezia fu ignorata e questo fu l’errore capitale commesso da chi si propose come erede innovatore di quella storia. Nessuna sorpresa se oggi dobbiamo fare i conti con Grillo e Casaleggio!
La denuncia di Berlinguer fu contestata fin dall’inizio. E’ doveroso ricordare che il segretario del Pci fu lasciato solo in questa difficile battaglia politica. Tranne Ugo La Malfa, tutti i partiti di quel momento lo snobbarono, e anche dentro il suo partito fu isolato e marchiato con il titolo di moralista. Cosa è accaduto da allora? La risposta è quotidianamente sotto gli occhi di tutti. La corruzione è diventata un sistema che impedisce di realizzare onestamente grandi opere pubbliche. Ecco l’elenco sommario degli scandali degli ultimi anni: mondiali di nuoto, G8 alla Maddalena, terremoto dell’Aquila, Expo 2015, Mose.
Che fare? Non esiste una misura in grado da sola di aggredire un fenomeno sistemico. Bisogna muoversi, contemporaneamente, su molti piani. Innanzitutto abolire tutte le leggi ‘ad personam’ e regolamentare la prescrizione in modo che non sia più usata per evitare le sentenze. Approvare nuove leggi che consentano controlli e pene adeguate da scontare in carcere. A questo riguardo basta un dato per segnalare lo scandalo dell’impunità di cui continuano a godere i corrotti: oggi, in tutto il Paese, i condannati per corruzione che si trovano in carcere sono meno di dieci. In Italia i colletti bianchi sono lo 0,4 per cento dei detenuti, a fronte di una media europea dieci volte superiore, anche se vantiamo il triste primato di essere uno dei paesi più corrotti del mondo. L’altro dato strutturale che ha contribuito a saldare nel malaffare pezzi di pubblica amministrazione-imprese-politici è l’ordinaria emergenza a cui si fa appello fin dagli anni ottanta per fare tutto in deroga, al di fuori di regole e trasparenza. Da questo sistema è nata una perenne mangiatoia di Stato. Insieme a queste misure vanno approvate le indispensabili riforme per rendere trasparente ed efficiente la gestione del denaro pubblico e il funzionamento dei controlli: riformare la Pubblica Amministrazione; rafforzare, aumentando organici e mezzi, le istituzioni e i corpi dello Stato addetti al controllo di legalità: magistratura, guardia di Finanza, carabinieri. Infine, è prioritaria la costruzione della cornice dentro cui collocare questa guerra quotidiana: la riforma della politica e dei partiti. Nella impostazione di Berlinguer questo elemento era centrale. Nella sua visione tutto si tiene: giustizia sociale, riforma morale e culturale, rinnovamento della politica e delle istituzioni. Bisogna investire sulla diffusione di una cultura della cittadinanza democratica fin dalle scuole per creare il deterrente più efficace contro la corruzione: la condanna e la sanzione sociale dei cittadini verso chi ruba il denaro pubblico. Il corrotto deve essere circondato dalla riprovazione generale della società senza distinzione tra destra e sinistra. Diventeremo un paese normale quando non accadrà più che un condannato per corruzione (l’on. Raffaele Fitto di Forza Italia) sia il secondo più votato in Italia, come è accaduto nelle recenti elezioni europee. Oppure che un capo di partito condannato in via definitiva per frode fiscale e in attesa di altri processi per reati infamanti, sia ricevuto al Quirinale o scelto come interlocutore per cambiare la Costituzione. E’ con questa speranza che ricordiamo e onoriamo la memoria di Enrico Berlinguer. Fu un politico capace e onesto, verso la cui integrità morale proviamo una legittima e sana nostalgia.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Il brano intonato: Dolce Enrico di Antonello Venditti

willy-brandt

L’Europa che vorrei nel segno di Bassani, Berlinguer e Willy Brandt

Da MONACO DI BAVIERA – Devo confessare che ho, per la prima volta dopo tempo, nutrito un po‘ di paura prima delle elezione per il nuovo Parlamento europeo. La rinascita di una mentalità populistica e demagogica contro il progetto di un Europa transnazionale emersa in quasi tutti i Paesi europei ha creato dentro di me il timore forte di un grande riflusso dei sogni della mia generazione, quella che in Germania ha combattuto dure e dolorose battaglie contro l’eredità del nazismo e del fascismo.

In questi anni si è polemizzato con toni duri, aspri e devo dire spesso anche argomenti giusti contro la prepotenza economica della Germania che ha in Merkel l’emblema politico e in Mercedes, Volkswagen e Bmw le principali espressioni di un sistema basato sul capitale. Ma talvolta le polemiche sono state un po‘ forzate e poco sensibile verso quei tedeschi giovani o coloro che hanno una forte volontà di superare il micro o macronazionalismo, attraverso un progetto di un Europa aperto verso il mondo. Anche per questo il risultato delle elezioni che conferma almeno in Germania la debolezza dei partiti di estrema destra è un segno di speranza per tutta l’Europa. La gran parte dei tedeschi ha imparato la lezione sull’orrore di un nazionalismo aggressivo ed arrogante contro gli altri, minoranze etniche o Paesi più deboli che siano.

Vivo a Monaco, la capitale della Baviera, il feudo della Democrazia cristiana. Si tratta di un partito certamente democratico, ma anche sempre molto ambiguo nel rapporto e nella considerazione degli stranieri‚ e devoto agli interessi economici di Siemens, Bmw e delle grande banche. Quel partito da anni egemoniale nel ‘Bel Paese Baviera’, è europeista’ e tifa per Europa solo quando serve ai propri fini e asseconda gli interessi sociali ed economiche dei gruppi che ad esso fanno riferimento.
A queste elezioni europee ha subito un vero terremoto fra i suoi sostenitori con un notevole calo di voti. Gli elettori bavaresi hanno dato al più arrogante e prepotente partito del panorama politco tradizionale della Germania una bella manica di schiaffi. Devo ammettere che questo risultato mi ha dato sollievo.
E‘ pur vero, tuttavia, che ha vinto il Partito di destra, Alternativa per la Germania“ con un sacco di voti raccolti in tutto il Paese, inclusa la Baviera. Ma tutti gli esperti politici prevedono ora un forte confronto dentro questo nuovo partito, fra gli estremisti (anche di stampo nazionalisti sopratutto nella Germania dell’Est) e i moderati di destra. Nessuno puo dire per il momento dove si indirizzerà quel progetto di difesa degli interessi tedeschi. Personalmente ho grande fiducia nelle istituzioni democratiche della Germania e anche nella società civile’ con la sua forte immunità anti-nazista.

Deve restare nella nostra memoria, ha detto una volta Giorgio Bassani, il ricordo di quegli anni drammatici del secolo scorso, perché essa ci trasmette grandi valori umani e civili, che vanno oltre il consumismo e l’egoismo che oggi dominano la vita quotidiana in Germania come in Italia come in tutta l’Europa della cultura e della ragione. Difendere queste radici dalla barbarie di un mondo che considera l’uomo come un semplice oggetto da consumare, è il nostro compito comune». E poi, come a riassunto di tutto ciò che ho detto sull’Europa, potrei richiamare ancora Bassani, quando citava «lo spirito, insieme ebraico e cristiano, ben presente nel mio Romanzo di Ferrara… In questo libro c’è il mio messaggio all’Europa, il senso profondo del mio impegno morale e civile».
Non a caso, dopo la sua morte, la critica, anche tedesca, ha riconosciuto nell’opera di Bassani un fondamento importante della cultura europea. Forse talvolta troppo astratto e idealistico nell‘affrontare alcuni grandi problemi della contemporaneità, come l‘emigrazione di massa, la disoccupazione, la dilagante precariato in tutti i Paesi europei (fortissimo in Germania ). Ma senza sogni trascinanti, senza visioni che orientino la concretezza del fare, senza un progetto comune (che – pur con tutti i limite – è e resta l‘Europa ) non si puo fare politica. Non è solo una semplice postfazione: Berlinguer è morto durante una manifestazione del suo partito per le elezioni europei proprio trent’anni fa e Willy Brandt ha lottato tutta la sua vita per un progetto post-nazionalista e democratico dopo i disastri storici del secolo scorso. Berlinguer e Brandt restano per me rappresentanti dell‘Europa che vogliamo.

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