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L’Europa in treno

Partiam, partiamo!!! Nonostante la quarantennale frequentazione di quel viaggio, l’organizzazione è sempre difficoltosa. Trovare il driver che ci accompagni all’Inferno, ovvero al cupo binario 16, dal quale a Bologna partono le Frecce rosse. Provare ansia nel domandarsi se a Milano si abbia sufficiente tempo materiale. Calcoliamo di prendere il treno che ci lascia uno spazio di 34 minuti per il cambio. Arriva il lussuosissimo treno atteso prima del nostro e, catastrofe, non riparte!!! Sembra per colpa di un filino che non permette la chiusura delle porte (beati i tempi della manualità sul bellissimo Espresso Belvedere che da Venezia andava a Roma e mi depositava a Firenze.)
Orde disordinate di giapponesi s’avventano con ferocia sul treno anche se il personale leggermente (!!) seccato urla che non ci sono posti: “Full! Full”. Macché! Dominiamo l’impulso di avventarci anche noi, ma “più che il dolor poté il digiuno”, e attendiamo pazienti il nostro treno, che si palesa con solo 10 minuti di ritardo. “Felicità raggiunta” sillabava il poeta “si cammina/per te sul fil di lama”. E si giunge nella metropoli.
Ricordiamo che sicuramente l’eurocity svizzero sarebbe partito dai primi binari e così è. Ma….il treno sembra non aver mai fine. Decine di carrozze illuminano una scritta “più avanti”, che come si sa è il motto della dinastia estense: il Worbas che campeggia sulle torri del Castello. Finché, dopo forse un chilometro, appare un altro treno che porta la scritta salvifica: “carrozza 5”! Non il glorioso parfum di Chanel, ma il luogo dove ci accasciamo ai nostri posti. Esprimiamo ad alta voce il nostro disappunto e una gentile signora, con la divisa delle ferrovie italiane e un lampo d’allegria negli occhi, dice che la situazione è dovuta alle ferrovie svizzere e che se volessimo potremmo fare un esposto a “quelle”. E il mito ferroviario svizzero va in pezzi. Accanto a noi una bambina bellissima sgranocchia carote crude e risponde allegra ai nostri saluti. Per incuriosirla le dico che ho abitato nel castello di Rapunzel. Mi ha mandato un’occhiata di commiserazione ma ha accennato un timido sorriso.
Berna ci accoglie con il suo aspetto migliore, cielo blu cupo e freddo glaciale, perciò ci avviamo alla vicina Bären Platz (La piazza degli Orsi) e entriamo al “Santa Lucia” un’accogliente pizzeria-ristorante dal carattere italiano, ma evidentemente gestita da pakistani. Mi vergogno a dirlo, ma odio la pizza; eppure la mia focaccia con la pasta della pizza è la più buona che abbia mai mangiato. Siamo in piena globalizzazione: pizza italo-pakistana e la sera polenta come si mangia solo nelle valli del Nord Italia. E il giorno dopo le vetrine del più imponente grande magazzino della città ospitano casette da cui escono ed entrano indaffarati conigli di ogni colore e forma.
Dopo le necessarie spese cioccolataie (ah il paradiso delle pralines di Tschirren!) vaghiamo per la città dei negozi sotterranei, un tempo soluzione ammiratissima e ora talmente banale da essere copiata in tutte le stazioni del mondo, salvo forse a Ferrara.
Da Berna a Milano il viaggio è allietato da bambini paffuti che accettano il mio cioccolatino il cui nome è un inno all’internazionalizzazione. Si chiama Ragusa. I guai cominciano in terra italiana. A Domodossola sale una “jeune fille en fleur”, per citare il Maestro, piuttosto prosperosa che, attaccata alla sua protesi telefonica a cui rimarrà fedele fino a Milano, ci aggiorna sulla sua situazione sentimentale con un – almeno si pensa – giovane uomo sposato che tende a ingrassare e i “dolci sospiri” sono puntualmente interrotti dalla severa analisi della dieta. Così la voce sensuale magistralmente modulata ripercorre le tappe del pasto. Viene elencato uno splendido repertorio degno delle pagine immortali della letteratura di quella specie: da ‘Bolero’ a ‘Chi’. Ogni tanto la tragedia sembra sopravvenire. Ecco allora il fermo scatto dell’interruzione della conversazione, ma si sa, dopo trenta secondi la suoneria riprende la supplica e così siamo edotti che almeno una “schifezza” al giorno poteva essere concessa: un cioccolatino. Mi sento sprofondare in una marea di colpe. Come? Uno? Ma se almeno quattro o cinque sono la mia dose giornaliera e la colpa si riversa sul pacco delle cioccolate, compresa la formula gigante di una da quattro etti, che medito di dividere fraternamente con i pronipoti. Ma finalmente il treno arriva e le colpe si dissolvono col passo svelto ed elegante della severa giovane.
Carrozza 10 del Freccia Rossa per Salerno. Ovviamente la più lontana per cui canticchio la canzone di colui che per amore andava “a piedi da Lodi a Milano” per incontrare la bella Gigogin:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Immortale canzone portata al successo dal Quartetto Cetra nel 1954.
Ci accomodiamo, ma il clima, anzi il ‘climax’ come qualsiasi buon filologo dovrebbe recitare, è totalmente diverso: funerario.
Un isterico ticchettio e dita svolazzanti marcano e siglano l’attività comune. Digitare sempre e comunque!!! Sospiri cupi e angoscianti rivelano la difficoltà dell’impresa. Fermare per un momento il nulla, lasciare una traccia, anzi una bava di sé nei fatti banali che si intrecciano e si mescolano nella giornata. Sfiniti dal battere e levare delle dita sull’aggeggio qualcuno stancamente s’infila nelle orecchie il microfonino per ascoltare altri ticchettii, forse musicali.
Impavido un uomo urla al telefono la sua preoccupazione per lo stato di una finestra del suo appartamento al Vomero (beato lui…) mentre invano alzo a mo’ di messale il libro che tento di leggere. Tutto inutile.
E fra svolazzi di dita, “finesta ca lucive” e l’angoscia sorda dei fatti di Bruxelles che arrivano inesorabili si giunge di nuovo all’inferno bolognese.
E via a casa e a riprendere Lilla pelosa in vacanza da due giorni e che s’abbatte tutta un fremito sul petto di chi ritorna dall’Europa.

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