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Roberto Bin: sì a una riforma costituzionale che è meglio di niente

Roberto Bin, docente di diritto costituzionale a Unife e direttore della rivista on-line “Forum di Quaderni costituzionali” e dell’Istituto di Studi Superiori Iuss di Ferrara, è sempre stato a favore del sì alla riforma costituzionale della ministra Boschi, fin dall’inizio di questa campagna referendaria, che a suo parere “è andata oltre i livelli della decenza: si ragiona poco sulle cose e si straparla”. Non stupisce quindi di trovare un suo contributo nel volume intitolato “Perché sì” (Laterza), presentato nei giorni scorsi nella Sala dell’Oratorio San Crispino all’ultimo piano della libreria Ibs-Libraccio.

Roberto Bin
Roberto Bin

Il professor Bin è chiaro: al referendum del 4 dicembre bisognerebbe votare sì “per dare una svolta al modo con il quale questo paese affronta le politiche pubbliche”, dalla scuola al lavoro, all’assistenza alle famiglie, “non c’è un tavolo di discussione comune” e quindi “di fatto non ci sono politiche condivise perché non ci sono istituzioni per raggiungere accordi a livello legislativo e non amministrativo”. Il vero clou della riforma per Bin è, infatti, il cambiamento delle camere e del procedimento legislativo fra i due rami del Parlamento. “Siamo l’unico paese al mondo ad avere due Camere uguali che fanno le stesse cose”, sottolinea il costituzionalista: con la riforma ci sarà una camera che rappresenterà i territori e si metterà in moto così un “principio di collaborazione istituzionale” fra chi farà le leggi, la camera dei deputati, e chi poi le dovrà applicare, il Senato con i componenti provenienti dalle regioni. A suo parere su questo nuovo Senato c’è molta confusione: “non rappresenterà i territori nel senso che i rappresentanti del Molise cureranno gli interessi del Molise e quelli della Lombardia tuteleranno la propria regione. Il Senato servirà per la rappresentanza del sistema delle autonomie, assicurandosi che le leggi dello Stato non ne ledano gli interessi”. Insomma, spiega ancora Bin, “la seconda camera serve a portare la rappresentanza democratica locale: perché le leggi dovrebbero essere imposte alle istituzioni locali?”
Qui, a chi scrive, sorge un’obiezione: se, come afferma lo stesso professore, starà comunque alla Camera che legifera accettare o meno le istanze e le obiezioni del Senato, questo ‘principio di collaborazione istituzionale’ non è piuttosto precario?
“È affidato al buon senso della Camera legislativa, fra Istituzioni non ci pesta i piedi: la Camera dovrà tener conto seriamente e avere rispetto delle opinioni del Senato”, è la risposta di Bin. “Lei pensi a cosa è successo nei giorni scorsi con la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Madia: è un vistoso esempio del Governo che ha proceduto senza una giusta consultazione delle regioni. La conseguenza è il conflitto, che non fa bene a nessuno: se la Camera decide di approvare una legge specialistica che scavalca il sistema delle autonomie, la reazione è di conflitto, mentre se passa la riforma il Senato potrebbe segnalare la cosa alla Camera”.

E proprio a proposito del contenzioso Stato-Regioni, altro punto caldo della campagna referendaria, Bin confessa: “non cambia niente” perché “la riforma non fa che riprendere ciò che quindici anni di giurisprudenza della Corte Costituzionale hanno sedimentato”. Però ci sono “due accorgimenti non da poco: lo Stato può dettare solo disposizioni generali e comuni e sono indicate alcune competenze regionali”. In altre parole se la tutela della salute è competenza dello Stato, la programmazione spetta però alle Regioni.
La riforma del Titolo V quindi “non distrugge le competenze regionali come dice il Comitato per il no, che sostiene che il centralismo non avrà più confini: il centralismo c’è già e la causa è che non c’è un Senato che intervenga nella formazione delle leggi per difendere le autonomie”.
Secondo Bin “la follia del nostro sistema è non aver immaginato e inserito un procedimento di collaborazione e concertazione fra Stato e Regioni”, costringendo la Corte a decidere a tal proposito solo in base “all’interesse prevalente, regionale o statale”, un criterio piuttosto “aleatorio”, afferma Bin.

Sicuramente per il professore “la produzione delle leggi non è un problema”, al contrario di quanti sostengono la riforma per “avere leggi in tempi più rapidi”, come si legge sul sito del Comitato per il sì. Bin però precisa: “se non c’è qualcosa di delicato”. Come nel caso “del testamento biologico, della legge sulla prescrizione, del reato di tortura”, tutti provvedimenti fermi al Senato. Un’altra osservazione interessante del docente Unife riguarda un aspetto meno immediato e meno citato del nuovo iter delle leggi: “democrazia non significa solo votare ed eleggere, significa anche far valere la responsabilità di chi fa le leggi. Avere due camere che si rimpallano le leggi significa non sapere chi ha la responsabilità delle norme”. E fa l’esempio proprio della tanto vituperata immunità per i senatori, mantenuta anche per il nuovo Senato: “non si sa chi l’ha voluta, è apparsa in commissione al Senato, poi è stata tolta e rimessa più volte”.
Ed ecco un’altra obiezione: siamo sicuri di approvare un riforma costituzionale scritta da politici così, che per stessa ammissione del docente Unife “non guardano al di là del proprio naso”? Non sarebbe meglio cambiare loro piuttosto che la Costituzione?
La risposta di Bin – ahinoi! – non sembra fare una piega: “Le riforme le fanno i politici, non possiamo aspettare di avere gli angeli in Parlamento: i politici sono quello che sono, questa riforma risolve qualche problema, nel senso che ci porta a delle soluzioni istituzionali che sono quelle che hanno tutti i paesi moderni. Che anche i nostri politici abbiano raggiunto questa consapevolezza fa piacere, non possiamo dire che perché non sono lungimiranti tutto ciò che fanno è meglio che non lo facciano: dovrebbero fare di più, ma quello che abbiamo è questo”.

Per quanto riguarda il Cnel, secondo Bin “è un organismo superato nei fatti, non costa tantissimo, ma è sostanzialmente inutile”, mentre si dichiara “fortemente contrario alla logica di risparmiare sui costi della politica: è talmente importante che bisognerebbe investire in politica” dichiara il professore. Infine, per quanto riguarda la tanto paventata ‘deriva autoritaria’, il costituzionalista non ha dubbi: “i poteri del governo sono ristretti”.
Ed ecco la terza e ultima obiezione. Bin ha parlato di una maggioranza sottoposta al possibile ricatto delle minoranze con l’attuale sistema bicamerale, mentre con il nuovo procedimento la maggioranza di governo uscita dalle urne sarebbe meno soggetta ai veti delle minoranze: con il crescente astensionismo che si continua a registrare nelle ultime tornate elettorali – clamoroso il caso delle ultime amministrative nella nostra regione – si può davvero parlare di una maggioranza di governo che corrisponde a una maggioranza nel Paese?
“È un argomentazione un po’ strana: il drastico ridimensionamento di coloro che non vanno a votare si registra in tutto il mondo, non è un fenomeno solo italiano. Dopodiché chi non va a votare per definizione ha torto: se loro non vanno a votare la maggioranza è delegittimata? No, non vanno a votare e quindi preferiscono non esprimere la propria opinione. Ciò non toglie che dopo il voto una maggioranza esiste, non vedrei altra soluzione democratica. Il problema è cosa succede se i politici non sono in grado di mobilitare gli elettori”.

Del referendum dico: “Per fortuna che sta finendo”

di Diego Gustavo Remaggi

Per fortuna ci siamo, in lontananza si sentono ancora gli ultimi spari delle cartucce in tasca ai due schieramenti. In sostanza, poca a dir la verità, lo schieramento del sì ha avuto un approccio del tutto inadeguato alla campagna referendaria. I contenuti sono molto pochi, il terrorismo indirizzato alla paura del post 4 dicembre è tanto. Ad esso si legano tanti temi, dalla salute alle sorti economiche del Paese stesso. Questo, all’insegna di un cambiamento, ma non di un cambiamento positivo o negativo, di un cambiamento e basta, come se bastasse il significato lessicale stesso del termine a darne una connotazione squisitamente vantaggioso per il Paese. L’importante è arrivare al 5 dicembre e cambiare pagina, dice Renzi, poi si vedrà. Ma davvero funzionerà come scommessa sul futuro?

Essenzialmente la presa di posizione renziana è basata sull’accentrare i favori delle classi sociali che qualche soldino nelle tasche lo hanno ancora, quella che viene definita “maggioranza silenziosa”, storicamente e giornalisticamente parlando: “vari movimenti d’opinione di ispirazione cattolica, conservatrice o moderata”. Ma diciamo pure che dalla sua, Renzi, ha anche una bella mano d’aiuto da endorsment internazionali, dall’Ocse e quotidiani schierati con corrispondenti dalla camicia bianca slip fit d’ordinanza. Qualche esempio? Il Financial Times che profetizza il fallimento di otto banche italiane in caso di vittoria del no, il Daily Telegraph che calca la mano sul pericolo dell’uscita dall’euro, Figaro che sostiene l’inquietudine dei mercati facendo confusione tra Brexit e vittoria del No. Se vogliamo dirla tutta, nei noti pastoni da quarta o quinta pagina si butta nel mezzo anche il temutissimo fallimento del vertice di Vienna sui tagli alla produzione petrolifera. Sì, è chiaro che non c’entra assolutamente nulla, ma fa numero e fa gioco.

In realtà nulla di tutto ciò ha un qualche fondamento reale. Partecipando, per lavoro, a diverse iniziative da parte dei diversi schieramenti ho potuto notare una cosa, interessante ma al tempo stesso significativa delle due diverse organizzazioni referendarie. Quasi tutte gli eventi organizzati dai sostenitori del sì hanno avuto in cartellone nomi “grossi” della politica nazionale e regionale, che non si sono fatti mancare di nulla, dalle spillette ai materiali informativi stampati con un design certosino e ovviamente costoso, a meno che pure chi si è occupato della parte editoriale non lo abbia fatto a gratis, ma ne dubito. Gli eventi organizzati dal comitato per il no hanno basato la loro campagna su una diffusione capillare di micro-esposizioni, mini-relazioni con cui hanno intrattenuto un vasto pubblico votante. Dalla loro, associazioni come Anpi, Arci, sindacati, comitati civici eccetera, con pochi nomi in vista e tanta discussione data dagli incontri con cultori della materia, accademici o costituzionalisti.

Personalmente ho trovato più convincente la campagna referendaria del No, e non solo perché io mi trovi già politicamente vicino ad un partito che sostiene un tale esito del referendum, ma perché è stata nella sostanza più efficace sotto ogni punto di vista, sia dal campo comunicativo che da quello più strettamente politico. Ritengo che Matteo Renzi abbia in qualche modo voluto dividere in due il Paese con una riforma costituzionale e questo per me è già un segnale “sospetto” della sua politica aperta al cambiamento indefinito di una identità sociale e civile come quella italiana. Un cambiamento in cui non riesco a vedere nessuna accezione positiva, specie se considerato esso stesso come punto di forza della campagna per il si. Un cambiamento non è un valore di per se: le cose possono cambiare in meglio o in peggio. Tralasciamo pure il fatto che sia di per sé improprio che un governo si faccia promotore di una revisione costituzionale, non è affatto inclusivo non permettere a tutte le forze politiche rappresentative degli italiani di potersi sentire parte di un così importante cambiamento.

Ne va del ritenere l’Italia un paese unito e nel volerlo disgregare soprattutto nella sua rappresentanza politica. E questo a me proprio non piace. Per tale motivo, assieme a tanti altri, voterò con molta serenità e sicurezza il mio no al cambiamento della Costituzione.

Referendum, a ‘giuri’ una lotta tra titani:
la singolar tenzone tra Violante e Onida sul si e sul no

[Pubblicato il 25 novembre 2016]

La corsa ai posti a sedere inizia presto questa mattina alla Facoltà di Giurisprudenza di Ferrara: sono centinaia le persone che si affollano nell’Aula Magna della facoltà per assistere all’incontro-scontro sul tema del prossimo referendum costituzionale del 4 Dicembre.
Presenti alla conferenza, oltre agli studenti di legge, diversi alunni dei licei ferraresi e della provincia (collegati all’evento anche in streaming) e tantissimi professionisti e cittadini curiosi di capire qualcosa di più su quello che è indubbiamente l’argomento caldo del mondo politico.
La conferenza, presieduta dal professor Daniele Negri, in sostituzione del direttore del dipartimento di Giurisprudenza De Cristoforo, e coordinata dalla costituzionalista Giuditta Brunelli, vede la partecipazione di due mostri sacri del diritto costituzionale: Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati e Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale.
La coordinatrice Brunelli pone domande dirette riguardanti tutti gli aspetti che riguardano il referendum e i relatori, Violante favorevole al ‘sì’ e Onida al ‘no’, non si tirano indietro a spiegare le ragioni della loro scelta.

La prima domanda che Giuditta Brunelli pone riguarda la reale necessità di questo referendum.
Risponde Onida:”Dipende da cosa si intende per necessità. Di certo non è una questione di vita o di morte per il Paese, ma di una certa rilevanza di sicuro ‘sì’. Da sempre c’è troppa enfasi intorno al discorso di cambiare la nostra Costituzione, come se fosse un documento datato da rinnovare. Nessuna Costituzione è inviolabile ma c’è una certa differenza tra superamento e rinnovamento dell’assetto costituzionale”. Per Violante invece la necessità di adeguare la Costituzione a quelle che sono le nuove e reali esigenze dell’Italia è stringente:”Sono trent’anni che si discute sulla necessità di rinnovare la Costituzione: mi sembra quindi evidente che tale necessita ci sia. La nostra Costituzione non contiene disposizioni in materia politica, ma solo principi generali, perché è stata concepita in un momento storico in cui c’erano due blocchi contrapposti: blocco filosovietico e blocco filoamericano e la materia politica venne quindi affidata ai partiti, che allora erano solidi e funzionavano. Con la crisi dei partiti, alla fine degli anni ’80, invece si è sentita l’esigenza di inserire delle regole politiche anche nella Costituzione, proprio perché gli attuali partiti non garantiscono quella stabilità ed efficenza di cui il Paese ha bisogno”.

La coordinatrice introduce poi l’argomento sull’eventuale superamento del bicameralismo perfetto (Camera e Senato con gli stessi poteri).
Valerio Onida vede nella proposta referendaria di cambiamento un modo per mascherare il vero intento del Governo: quello di passare da una democrazia rappresentativa ad una per investitura, con un Capo del Governo che accentra in sé i poteri, facendo diventare il Parlamento un comprimario della scena politica. E sottolinea che “Se vincesse il ‘sì’ il Senato sarebbe composto da 100 senatori di cui 74 consiglieri Regionali, 21 sindaci e 5 scelti dal Presidente della Repubblica. Ognuno rappresenterà la propria realtà comunale e farà gli interessi del proprio partito. Questo non significa portare maggiore rappresentatività regionale all’interno del Senato”.Luciano Violante ribatte citando un episodio storico: “Nel 1984 durante una intervista, Giuseppe Dossetti, rappresentante DC nell’Assemblea Costituente, disse che il sistema bicamerale era un “garantismo eccessivo”, giustificando la scelta di tale sistema con la preoccupazione di De Gasperi che il PC potesse arrivare a governare l’Italia. La società è cambiata: il sistema bicamerale non assicura quella rapidità decisionale fondamentale per avere un Paese competitivo. Lo dimostra il fatto che nessun Paese in Europa, a parte noi e la Bosnia, prevede questo tipo di sistema governativo. Il Parlamento è schiacciato da una situazione di lentezza che vede progetti di legge rimanere al vaglio del Senato anche per trecento giorni”.

E se entrambi concordano sul fatto che l’attuale legge elettorale “Italicum” sia un pasticcio, e vada cambiata, sulla riforma del Titolo V, che disciplina i rapporti Stato e Regioni, il contrasto è netto. Per Violante: “Le Regioni non sono tutte uguali: il problema è garantire i diritti di chi abita le diverse regioni e non alle Regioni stesse. Ora si assiste a quello che io chiamo “policentrismo anarchico”: troppi uffici e competenze poco chiare. Con la riforma si migliorerebbe la situazione riportando allo Stato competenze importanti quali sanità e infrastrutture”. Per Valerio Onida invece la competenza concorrente Stato-Regioni è già garantita dal sistema attuale. Lo Stato detta i principi generali che le Regioni applicano a seconda delle loro diversità: “Il vero problema è che lo Stato è assente e non promuove le Leggi-quadro necessarie per il buon operato delle Regioni. Con la riforma verrà meno anche l’autonomia finanziaria delle Regioni e senza autonomia non c’è responsabilità. Si spenderanno soldi statali ma senza che nessuno a livello locale ne sia responsabile”.
Gli applausi del pubblico sottolineano di volta in volta gli interventi dell’uno e dell’altro relatore, non facendo intuire, nel loro perfetto bilanciamento, se al referendum di dicembre gli italiani diranno ‘sì’ o ‘no’.

In parole povere? Speriamo solo di non perderci tutti

Vediamo di seguire la logica e di non farci prendere dal panico. Se non si vuole avere un Senato zavorra, bisogna votare ‘Sì’. Poi però dobbiamo cuccarci quella nuova subcreatura composta di consiglieri regionali potenziati. Per forza. Non si scappa: questa è la legge ‘causa-effetto’. Allora aspetta, forse è meglio votare ‘No’. E rimarrà tutto così com’è. In ogni caso è del tutto inutile: hanno detto in tv che il problema è la legge elettorale. Il Primo Ministro invece avverte che quella di domenica è la nostra unica occasione per smetterla di pagare così tanto i politici. O meglio, così tanti politici, che è un po’ diverso. Quindi che fare? Panico. Aspetta. Ritorniamo al punto di partenza.

Dunque io voglio abolire il Cnel. Oh, su questo non ci piove. Mi ha sempre dato fastidio il nome Cnel. E questo è risolto. Poi continui a pensare. Da una parte togliamo il potere alle Regioni, dall’altro creiamo una nuova casta di consiglieri intoccabili. Di nuovo il panico di prima. Aspetta. Ritorniamo al punto di partenza.

La verità è che questo è un referendum difficile. Non che votare sia mai stato facile. Tuttavia in questo caso c’è qualcosa in più. La complessità è data non tanto dall’indecisione del cittadino, ma dal labirinto di strade e stradine, vicoletti, rotonde, bivi che sono impliciti nel quesito referendario. Se almeno ci avessero lasciato l’illusione di votare pro o contro il Presidente del Consiglio, pro o contro l’Europa. Questo quesito referendario nasconde un mare di questioni, nessuna visione bianca o nera. Bisognerebbe votare per il “Sì, però…” o per il “No, tuttavia…”. Oppure creare caselle apposite come “Ciononostante dico…”, o altre.

Aggiungici che, presentato come è stato presentato dai nostri politici, l’insidioso sopracitato quesito non sembra neppure una domanda vera e propria, ma un ricatto: “Se non voti così sappi che poi…”. Di poche cose siamo certi, una di queste è che entrambe le strade al bivio sono salti nel vuoto, con la complicazione di una legge elettorale non riformata che è come un coltello puntato alla gola.

Noi di FerraraItalia abbiamo deciso di lasciare ai talk e agli altri giornali tutta la retorica politically correct, le pagine equamente separate, i tempi attentamente cronometrati. Abbiamo chiesto a qualche nostro autore di fare ‘coming out’ allo scopo di svincolare il politicamente corretto e di confrontarci a carte scoperte. Non so se ci siamo riusciti, ma di sicuro potremo aiutare un po’ gli indecisi a formarsi un’idea, cambiare prospettiva, buttarsi.

Non sappiamo chi vincerà, noi speriamo solo di non perderci tutti.

La scempio costituzionale dei figli destituenti

Un referendum rappresenta un momento di democrazia. Il 17 aprile abbiamo avuto un’occasione per esprimere il nostro punto di vista ma lo abbiamo fatto in pochi ed è stata un’occasione persa. Certo la non partecipazione è stata presentata come un’espressione di volontà valida quanto la partecipazione e illustri esponenti della politica italiana hanno giocato sulla stanchezza del popolo rispetto alla chiamata alle urne, stanchezza che loro stessi hanno ampiamente contribuito a creare.
Del resto assistiamo da tanti anni, forse troppi, a campagne elettorali dove si promette di tutto e poi, una volta conquistata l’agognata poltrona, si riprendono indirizzi di politica economica e sociale fatti di tagli alla spesa pubblica, ai servizi, al deficit, nonché di poca o scarsa attenzione alle problematiche sociali e occupazionali. E lo stesso succede per i referendum: se i cittadini votano per la fine dei finanziamenti pubblici ai partiti o perché l’acqua resti un bene pubblico i nostri rappresentanti al Parlamento o al Governo trovano il modo per ignorare la volontà popolare. Persino in Europa succede la stessa cosa: se gli olandesi e i francesi votano contro la costituzione europea, allora si evita di farla votare agli altri Paesi Europei e la si introduce direttamente sotto forma di Trattato (di Lisbona).
Insomma la politica che dribbla l’avversario, cioè il cittadino. Nel gioco però qualcuno che perde c’è sempre. E, infatti, abbiamo imparato che il cittadino viene chiamato a pagare il conto, sia che si tratti di banche che falliscono o di aziende che chiudono e disoccupazione che aumenta, sia che si tratti di famiglie sempre meno tutelate, di genitori sempre più precari e di figli che piano piano si abituano a stipendi da 800 euro al mese, ma solo quando va bene e magari in Germania. Nel nome del mercato, dell’Eurozona, del liberismo sfrenato e della finanziarizzazione dell’economia i cittadini perdono e pagano il conto.
Se il problema nasce dalla politica, allora anche la soluzione al problema è politica: la cattiva politica si combatte con la buona politica e non con altro. Il prossimo autunno abbiamo un altro appuntamento, il referendum costituzionale, partito male come tante altre cose nel nostro Paese, ma a cui forse, grazie all’informazione e a una partecipazione attiva, possiamo porre rimedio. Cogliamo quest’occasione per riprenderci la nostra sovranità, parlo di quella individuale di cittadini, per dire no al primo tentativo di una riforma costituzionale fatta in una democrazia occidentale da un Governo e non dal Parlamento, seguendo uno schema da Eurozona: un Parlamento messo in condizioni di non decidere nulla e una Commissione che decide tutto.

Oggi ne parliamo con Giuseppe Palma, avvocato che ci aiuterà a evidenziare le criticità di questo costrutto. Palma vive e lavora a Milano, dove svolge la sua professione di avvocato. Ha scritto diversi libri, tra i quali “Il tradimento della Costituzione” e “Figli destituenti”, vari articoli  non solo su argomenti giuridici e costituzionali e ha pubblicato un progetto di riforma del codice di procedura civile (Diritti & Diritti, 2014) e due papers, l’uno sull’incompatibilità tra la Costituzione e i Trattati dell’Unione Europea (Diritto e Diritti, 2015), l’altro sull’incompatibilità tra la Costituzione e l’eventuale costruzione degli Stati Uniti d’Europa (Diritto Italiano, 2015). Scrive per il blog scenarieconomici.it e per le riviste Diritto & Diritti, Diritto Italiano, Diritto e Processo e Fanpage.it.
Insomma non gli si può certamente contestare di non essere un uomo e un professionista impegnato.

Avvocato non me ne voglia, ma parto un po’ a gamba tesa: ha senso una riforma fatta quasi in autonomia da un Governo e che addirittura prende il nome da un suo rappresentante? È opportuno?
Piero Calamandrei sosteneva, a ragione, che il Presidente del Consiglio dei ministri non dovrebbe neppure essere presente nelle aule parlamentari durante la discussione in materia di revisione costituzionale. L’art. 138 della Costituzione attribuisce la materia di revisione costituzionale solo alle Camere, tuttavia non esclude che sia il Governo a presentare un progetto di revisione. Ciò detto, sensibilità costituzionale vuole che il Governo non si occupi di questo tema. Ma si sa, la sensibilità costituzionale è cosa sconosciuta a chi ci governa. Tanto più che le necessarie e aspre discussioni avvenute nel corso del procedimento di revisione costituzionale sono sempre state ‘zittite’ dal Presidente del Consiglio, con la conseguenza che – a parte qualche importante modifica – il testo sul quale i cittadini saranno chiamati al referendum costituzionale è quello del ddl Boschi.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, dovrebbe unire tutti i cittadini e farli sentire a casa. Non sembra che il percorso di questa riforma sia stato condiviso, ci sono casi in cui le opposizioni sono uscite dall’aula.
È un aspetto gravissimo! La nostra Costituzione fu scritta e approvata con l’importante contributo di tutte e tre le principali forze politiche del dopoguerra: Dc, Psi e Pci. La revisione costituzionale portata a compimento nel corso di questa Legislatura è invece frutto del solo Partito Democratico (più qualche cespuglietto delle opposizioni), che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto poco più del 25% dei voti. È un fatto gravissimo che mina le basi della convivenza democratica. Tanto più che la maggioranza parlamentare che ha votato la riforma è frutto di meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali (Sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014, che ha dichiarato l’incostituzionalità del porcellum, sia nella parte in cui questo non prevedeva la possibilità per i cittadini di esprimere le preferenze, sia perché il premio di maggioranza scattava senza la previsione di una soglia minima di voti).

Cosa c’è secondo lei di diverso dal percorso affrontato dai Padri Costituenti?
Quelli erano Padri Costituenti. Questi sono ‘Figli Destituenti’. Oltre al metodo (nel biennio 1946-47 furono coinvolte tutte e tre le principali forze politiche di quel tempo), è mutata anche la legittimazione democratica: l’Assemblea Costituente fu eletta con sistema elettorale proporzionale puro e con le preferenze, l’attuale Parlamento che ha riformato la Costituzione è stato invece eletto con legge elettorale maggioritaria dichiarata incostituzionale. Ma poi, mi scusi, vuole mettere Calamandrei, Croce, Ruini e Mortati con Boschi, Verdini, Alfano e Rosato?

Ma chi le ha fatte davvero queste riforme? 
La riforma costituzionale l’ha scritta Maria Elena Boschi sotto la supervisione di qualche costituzionalista approdato poi in Corte Costituzionale. Il tutto sotto la supervisione del Presidente del Consiglio e di qualche referente di Bruxelles e Francoforte. In pratica è stato ucciso il metodo costituzionale!

Si parla molto dell’eliminazione del Senato, o della sua riformulazione in nome del risparmio: “basta un sì per ridurre i parlamentari del 33%”. Io non credo che ridurre i parlamentari sia una mossa del tutto sbagliata, ma non sono convinto che meno parlamentari voglia necessariamente dire più democrazia e più efficienza.
Ridurre il numero dei parlamentari passando dagli attuali 945 ai futuri 730 non è proprio una riduzione, semmai è una ‘sforbiciata di ciuffetto’. Battute a parte, il Senato non viene affatto eliminato: si passa da un sistema di bicameralismo paritario a un sistema di bicameralismo differenziato. Per quanto riguarda il risparmio, sono solo sciocchezze per dare in pasto al popolo una motivazione stupida e priva di senso. Il risparmio ci sarà in merito all’indennità dei senatori, ma resteranno salvi i costi più alti: quelli relativi ai dipendenti di Palazzo Madama. In ogni caso, il risparmio – di per sé – non è necessariamente sinonimo di miglioramento!

Passando alla velocizzazione del processo legislativo, si può fare l’esempio della norma sul pareggio di bilancio: è stata approvata in poco tempo e nonostante due Camere.
Non solo. Per ratificare il Fiscal Compact (che è un Trattato intergovernativo) ci vollero appena 8 giorni! Il problema italiano non è certo il bicameralismo perfetto. Il nostro Paese ha conosciuto il benessere, diventando la quinta potenza economica mondiale, dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Novanta, con in vigore la Costituzione del 1948, quindi col bicameralismo perfetto. Il problema non è tanto voler eliminare il bicameralismo paritario (che ci può anche stare), ma l’assenza di adeguati pesi e contrappesi, cioè di quel sistema di garanzie che il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum non rispetta assolutamente. Per quanto riguarda la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio, questa riforma costituzionale avrebbe potuto certamente abrogare la formulazione dell’art. 81 Cost. novellata dalla Legge costituzionale n. 1/2012, ma così non è stato. Ciò mi porta a concludere che la necessità di voler a tutti i costi riformare la Costituzione risponda esclusivamente a logiche sovranazionali di cui Parlamento e Governo sono soltanto vili esecutori.

Cosa vuol dire, invece, avere una sola Camera così come è stata inserita nel processo di riforma e soprattutto in contemporanea con la riforma elettorale che si vuole far passare?
Vuol dire che la funzione legislativa (cioè il potere di fare le leggi) spetterà unicamente (fatta eccezione per alcune materie) alla Camera dei deputati. L’aspetto più grave, come dicevo pocanzi, non è tanto il superamento del bicameralismo paritario, ma l’assenza di pesi e contrappesi: di fronte ad un sistema tendenzialmente monocamerale, con l’unica camera legiferante eletta con sistema elettorale maggioritario, che attribuisce il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, sarebbe stato opportuno – a mio parere – prevedere l’elezione diretta (cioè da parte del popolo) del Presidente della Repubblica.

Quindi in sintesi: una Camera potenzialmente dominata di un solo partito con deputati graditi alla segreteria che fa le leggi, decide sulla fiducia al Governo, che è sua espressione ed elegge anche il Presidente della Repubblica? Come funziona il meccanismo dell’elezione del Capo dello Stato? Nel suo “Figli Destituenti” lei spiega perché anche questa procedura potrebbe essere un altro punto a favore solo della maggioranza parlamentare.
Esatto. La riforma prevede che il Presidente della Repubblica continui a essere eletto dal Parlamento, cioè da Camera e Senato in seduta comune. Nelle prime tre votazioni sarà richiesta la maggioranza dei 2/3 dei componenti, dalla quarta alla sesta votazione la maggioranza dei 3/5 dei componenti, mentre dalla settima votazione in poi la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Ciò detto, dalla settima votazione in avanti – qualora una minima parte delle opposizioni non partecipasse al voto – il Capo dello Stato potrebbe essere espressione del solo colore politico della mono-lista assegnataria del premio di maggioranza. Faccio un esempio: se anche la maggioranza del Senato fosse dello stesso colore politico della maggioranza premiale della Camera, dalla settima votazione in avanti – qualora i votanti fossero 650 – il Presidente della Repubblica risulterebbe eletto dalla sola lista assegnataria del premio. La matematica non è un’opinione: i 3/5 di 650 sono 390. Se sommiamo i 340 deputati della mono-lista camerale che ha ottenuto il premio di maggioranza ai 51 senatori del medesimo colore politico, abbiamo 391 voti. E il gioco è fatto! Tale situazione è tuttavia subordinata alla condizione che una parte delle opposizioni non partecipi al voto. Ma non è questo il punto. Il problema serio è dato dal fatto che, di fronte a un sistema tendenzialmente monocamerale con legge elettorale maggioritaria, che assegna il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto rappresentare un forte contrappeso sia alla maggioranza mono-lista (e forse anche monocolore) della Camera, sia alla figura del Presidente del Consiglio dei ministri, che è espressione diretta e fiduciaria di quella stessa maggioranza!

Mi sembra di capire che la combinazione tra la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale ponga dei seri dubbi di funzionalità, evidenziate tra l’altro anche dal suo collega Marco Mori.
Si, Marco ha evidenziato questo aspetto come uno dei più gravi della riforma e ha ragione! Il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum produrrà gravissimi squilibri anche in ordine alla composizione della Corte Costituzionale, trasformando la Consulta in un ‘braccio armato’ al servizio del Governo e della maggioranza camerale. Ma c’è di più: dei 5 membri della Consulta di competenza del Parlamento, 2 saranno di competenza esclusiva del Senato, organo eletto con sistema di secondo livello. Pazzesco, ma è così.

L’attuale Presidente del Consiglio afferma che con il sì al referendum si potranno abbassare gli stipendi ai consiglieri regionali. Serve una riforma della Costituzione per abbassare un po’ di stipendi e indennità sproporzionate?
No, per ridurre gli stipendi dei politici è sufficiente una legge ordinaria.

Cambia qualcosa con il nuovo art. 117 e il riferimento all’Unione Europea?
In realtà la subordinazione delle norme di diritto interno alle norme comunitarie è già prevista dalla Costituzione vigente, infatti, l’attuale disposizione dell’art. 117 della Costituzione parla di “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali“. La riforma ha solo mutato il termine “comunitario” con “Unione Europea“, quindi è la stessa cosa. Del resto, la medesima subordinazione è già stata dichiarata da diverse pronunce della Corte Costituzionale, che tuttavia, in altre sentenze ha sottolineato che le norme europee e quelle internazionali trovano un limite invalicabile sia nei Principi Fondamentali dell’Ordinamento costituzionale sia nei diritti inalienabili della persona. Ciò detto, la norma introdotta dal Legislatore con questa riforma costituzionale avrebbe potuto fare menzione dei ‘controlimiti’ di cui sopra, fugando ogni dubbio. Ma così non è stato!

Quali altre modifiche sono previste al Titolo V?
La riforma del Titolo V introduce – tra le altre cose – una “clausola di supremazia”: lo Stato centrale (Governo e Parlamento) potrà legiferare in quelle materie non riservate alla sua potestà legislativa esclusiva qualora lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Quindi si riportano più competenze allo Stato? È una cosa buona o forse qualcosa ci sfugge?
Le dico la verità: io sono per un maggior accentramento delle competenze nelle mani del potere centrale. La spesa pubblica italiana dal 2001 al 2016 è quasi raddoppiata. E questo soprattutto a causa della riforma del Titolo V realizzata nel corso della XIII Legislatura (1996-2001, maggioranza di centro-sinistra).

Quella riforma aveva attribuito più potere di spesa alle Regioni, aveva decentrato.
Agli inizi degli anni 2000 la spesa pubblica era di circa 550 mld di euro annui. Oggi, a distanza di appena 15 anni, siamo arrivati ad 800 mld. Secondo me l’aver attribuito maggiori competenze in materia di sanità pubblica alle Regioni è stato un errore gravissimo. L’aumento della spesa pubblica è dovuta soprattutto alla gestione decentrata della sanità. Se godessimo di sovranità monetaria ciò non costituirebbe un problema, ma con l’euro è una iattura.

L’attuale riforma del Titolo V non mette a rischio le utilities – cioè le società di proprietà dei Comuni e Regioni che gestiscono beni comuni e vitali tipo acqua, luce e gas – come paventato da qualcuno? Lo Stato si riserva una eventuale competenza per la tutela dell’interesse nazionale, la “clausola di supremazia”: non dobbiamo temere che attraverso queste modifiche si tenti di togliere agli Enti Locali responsabilità da attribuire all’ente centrale che poi li può mettere all’asta con meno difficoltà? Viste le riforme in gioco, per un Governo più attento alle regole di bilancio che all’interesse dei cittadini, l’interesse nazionale potrebbe essere l’abbattimento del debito pubblico o la diminuzione del deficit a tutti i costi.
Tutto è possibile. Anche quello che Lei dice. Ma gli aspetti di criticità della riforma sono molteplici: i più gravi sono quelli connessi alla mancanza di pesi e contrappesi dovuti principalmente al combinato disposto riforma costituzionale-Italicum.
Aggiungo che il vero problema italiano non è il bicameralismo perfetto. Il vero problema è rappresentato dall’euro, che per sopravvivere impone la svalutazione del lavoro, e dai parametri capestro contenuti nei trattati europei. Questa riforma costituzionale, diciamocela tutta, serve solo a Bruxelles e a Francoforte. L’Unione Europea e il capitale internazionale vedono nelle Costituzioni del dopoguerra un ‘elemento irritante’ per il perseguimento dei loro scopi. Fosse solo per questo, a ottobre votiamo no! Salviamo la Costituzione del 1948 e liberiamo l’Italia dai vili esecutori dei progetti sovranazionali.

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