Tag: bilancia commerciale

Eurozona:
Gli squilibri della bilancia commerciale

La Banca Centrale Europea ha pubblicato i dati sulla bilancia dei pagamenti dell’Eurozona chiusi a febbraio del 2021 e da questi risulta un saldo attivo di 259 miliardi, che rappresenta il 2,3% del Pil. Il valore è in lieve calo rispetto a Febbraio dell’anno precedente ma rimane sotto stretta osservazione da parte della Commissione europea che l’ha giudicata una delle principali fonti di squilibrio per i paesi che utilizzano la moneta unica.
Questi i saldi:

L’infografica di seguito ci dice verso chi vantiamo questi crediti.

Come si nota, gli Stati Uniti sono il partner privilegiato per volume di interscambio e con loro abbiamo un saldo attivo di 79 miliardi mentre la Cina si trova in territorio negativo, cioè l’eurozona compra dai cinesi più di quello che loro comprano da noi.
Il Regno Unito è stato invece il Paese che ci ha dato più soddisfazioni. Anche in questo caso l’interscambio è molto alto, il che è sintomo di ottimi rapporti commerciali, ma è anche chiaro che i britannici comprano dall’Eurozona molto di più di quello che vendono ed infatti vantiamo nei loro confronti un surplus di 151 miliardi di euro. Elemento che dovrebbe essere tenuto in debita considerazione quando si discute di accordi politici post brexit.
All’inizio si è parlato di squilibri, ma perché un surplus sarebbe pericoloso almeno quanto un deficit?
Nell’eurozona abbiamo una sola moneta per 19 paesi ma non abbiamo una sola bilancia commerciale e di conseguenza il surplus non è distribuito equamente, come si vede dai dati Oecd.

Il deficit di un paese nei confronti dell’estero può essere percepito dai mercati come un elemento di rischio, questo perché quel paese potrebbe ritenere che per ristabilire la propria competitività con il resto del mondo sarebbe conveniente uscire dall’euro in modo da abbassare il proprio rapporto di cambio, cioè per poter svalutare in modo da rendere le proprie merci più convenienti.
I paesi in surplus commerciale consistente avrebbero pochi vantaggi a lasciare una moneta che tiene basso il loro cambio e che quindi rende competitive le loro merci, ma poiché il rapporto con l’estero di tutta l’Eurozona è determinata da un unico tasso di cambio, il surplus di alcuni paesi implica il deficit di altri paesi dell’area euro.
Ciò che bisognerebbe incentivare, secondo la Commissione europea, è un aumento della domanda interna in quei paesi che riescono ad accumulare maggiore risorse finanziarie dall’estero. L’invito ad incrementare le politiche fiscali, a seconda del portafoglio, era arrivato anche da Draghi quando era presidente della Bce.
Buoni risultati si potrebbero ottenere con una diminuzione della tassazione diretta oppure con aumenti salariali, cioè lasciando o dando più soldi ai cittadini, in particolare sarebbero chiamati a farlo Germania e Olanda. Paese quest’ultimo che a fronte di una popolazione di poco più di 17 milioni di abitanti ha un surplus maggiore di quello dell’Italia.
Oltre allo squilibrio interno ne esiste comunque anche uno esterno e relativo proprio al cambio nei confronti del dollaro, che sta continuando pericolosamente ad apprezzarsi con il rischio di ulteriori tensioni. Un aumento dell’inflazione dovuto ad un aumento della spesa interna porterebbe dei benefici, farebbe da calmiere e porterebbe a un deprezzamento del rapporto di cambio. L’euro, bisogna ricordare, non può contare su aiuti diretti in tal senso dalla Bce, a cui è vietato per statuto, e quindi se l’eurozona non imparerà a risolvere i suoi squilibri in nome di una migliore convivenza, l’equilibrio sarà sempre di più demandato al mercato, cioè alla forza e non alla solidarietà, oppure alla volontà degli stati più forti, che dovrebbero decidere di pensare un po’ di più agli altri e un po’ meno a se stessi.

Monti, Cottarelli, l’austerità, le partite correnti, il lavoro e la movida ferrarese.

“Well, we are gaining a better position in terms of competitiveness because of the structural reforms. We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation. Hence, there has to be a demand operation through Europe, a demand expansion.
As you pointed out, most clearly, we, for example, in Italy, are having problems because we have achieved very good fiscal results, but will they really be sustainable in the longer term unless the dominator, GDP, increases through growth.”
È la trascrizione di una famosa intervista della Cnn a Mario Monti avvenuta il 20 maggio 2012. E’ stata usata dai sovranisti per dimostrare che l’allora Presidente del Consiglio si vantava demoniacamente di aver distrutto la domanda interna ma anche dai difensori dell’austerity per dimostrare che i sovranisti distorcevano a propri fini le sue parole. Come sempre tutto e il contrario di tutto, motivo per cui l’ho riproposta in originale e senza traduzione. Ma cosa vuol dire distruggere la domanda interna?
La questione diventa importante perché il 9 luglio scorso Carlo Cottarelli, in uno degli articoli periodici sulle pagine dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani di cui è presidente, ha messo giù delle riflessioni davvero interessanti, e che al netto delle interpretazioni del testo di cui sopra, si riallacciano necessariamente, e suo malgrado, a quelle parole.
La domanda interna, o domanda aggregata, in macro economia rappresenta la capacità di spesa di un paese. Ed è ovvio che se un paese è in salute spende di più, sia dal lato della spesa pubblica sia dal lato della spesa privata. Un po’ un termometro all’incontrario, quando il mercurio va su vuol dire che il paese spende e sta bene, quando cala il paese spende poco e sta male. Il mercurio, in questo caso, è l’inflazione. Un po’ di inflazione rappresenta la ripresa in atto e, come dice il prof. Sapelli economista e docente all’Università degli Studi di Milano, il 2% previsto dai Trattati europei non è ancora inflazione.
Nel 2012 venivamo da due momenti di crisi, il 2008 e il 2011, che avevano piegato l’Italia, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna in particolare ma un po’ la maggioranza dei paesi industrializzati. Gli Usa, la Gran Bretagna ed il Giappone ad esempio. Ma mentre proprio questi ultimi tre intraprendevano subito la via della monetizzazione dei debiti pubblici per aumentare il denaro in circolazione e quindi la capacità di spesa dei loro cittadini e a tutela delle loro imprese, a noi veniva imposta l’austerità e la conseguente “distruzione della domanda interna”.
Il motivo principale della differenza tra le due risposte alla crisi stava nel fatto che in quei paesi c’era coincidenza tra l’autorità monetaria con l’autorità fiscale (cioè esisteva ed esiste un minimo di controllo da parte del Tesoro sulle banche centrali). Nei 19 paesi dell’eurozona invece non esistono più queste relazioni istituzionali. Di conseguenza per avere tale stimolo si è dovuto aspettare il 2015 e il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi.
In eurozona comunque ci si è arrangiati e si è proceduto all’italiana proprio mentre l’Italia decideva di germanizzarsi e quindi si decideva il rispetto dei parametri mentre gli altri come Irlanda, Francia, Spagna e persino Germania baravano alla luce del sole. Gli uni spendendo in deficit fino al 33,1%, gli altri eccedendo sulla quota permessa di surplus della bilancia commerciale. Chiaramente nessuno è stato mai multato dalla solerte Commissione europea mentre lo si voleva fare quest’anno all’Italia che, come si vede, ha sforato meno di tutti e per soli tre anni il fatidico 3%.

Dunque, in piena crisi, Monti doveva scegliere se fare tanto deficit come stavano facendo gli altri colleghi dell’eurozona oppure “distruggere la domanda interna”. Non aveva le possibilità del Giappone, della Gran Bretagna o degli Usa ovvero decidere autonomamente politiche monetarie, non poteva agire sul cambio e non poteva nemmeno fare politiche fiscali accomodanti.
Quindi scelta obbligata a carico dei cittadini. Il problema fondamentale in quel momento era il riequilibrio delle partite correnti, cioè avere un risultato positivo nel rapporto tra import ed export. I paesi del mondo, tranne i 19 dell’eurozona, hanno gli strumenti propri e legittimi della politica economica per poterlo fare (cambio, banca centrale, politica fiscale), e questo gli ha permesso di operare per aumentare la domanda interna. Il contrario di quello che abbiamo fatto noi, costretti a “distruggerla”.
Distruggere la domanda interna vuol dire limitare il credito alle aziende, tenere gli stipendi bassi, poter licenziare più facilmente. Tenere una disoccupazione “strutturale” abbastanza alta in modo da poter contrattare al ribasso sui salari e sui diritti dei lavoratori. Basta guardarsi indietro dal 2012 e osservare cosa hanno fatto dopo Monti i governi Letta, Renzi e Gentiloni per una plastica dimostrazione di quanto appena scritto.
L’operazione riuscì perfettamente e siamo passati da un deficit di bilancia commerciale di 68 miliardi di dollari nel 2011 ad un surplus di 51 miliardi nel 2018.

Tutti gli economisti e i politici del mainstream ad elogiare questa crescita e il nuovo miracolo italiano. L’export come soluzione a tutte le crisi, anche se la maggioranza della popolazione, in considerazione dell’aumento del numero dei poveri, dei disoccupati e dei salari fermi ai livelli della fine degli anni Novanta sembrava non accorgersene. Ma si sa, gli italiani sono distratti e sarà per questo che paghiamo Cottarelli, per ricordarci cosa ricordare.

Detto questo, cosa aggiunge Cottarelli con il suo articolo? Ebbene, come a dimenticare tutto quello successo dal 2012 ad oggi e soprattutto che i risultati ottenuti sono dovuti alle scelte fatte da coloro che lo sostengono e che lui sostiene, ci informa che i nostri attuali avanzi sulla bilancia commerciale sono in realtà una specie di fake news. Questo perché se dal 2008 i salari avessero seguito un normale trend di crescita e quindi gli italiani avessero continuato a comprare almeno quanto erano soliti comprare fino al 2008, ed ovviamente se lo Stato avesse seguito lo stesso trend di spesa, non avremmo l’attuale avanzo di bilancio tra import ed export.
Il surplus della bilancia commerciale e quindi l’avanzo delle esportazioni rispetto alle importazioni è dovuto piuttosto che alle buone capacità delle nostre aziende esportatrici, al fatto che agli italiani era stata sottratta la capacità di spendere e quindi acquistavano meno prodotti italiani e tanto più meno prodotti stranieri.
Insomma per aggiustare un bilancio si è distrutto un pezzo di vita reale. Per noi niente di nuovo sotto le stelle ma per i Cottarelli una nuova storia distorta da vendere al popolo ignorante (nel senso che ignora).
In perfetta lingua orwelliana si lamenta del fatto che l’aumento dell’export è dovuto alla nostra mancanza di capacità di spesa, piuttosto che ad un reale aumento delle esportazioni. Abbiamo un surplus perché sono diminuite le importazioni, e solo per questo. Sembra quasi che per l’ennesima volta la colpa sia nostra, o del tempo che è cambiato e si sta mettendo al brutto. Chi può controllare del resto il cambiamento del tempo? Tutto per far dimenticare che in economia succedono invece cose prevedibili, che dipendono dalle politiche economiche messe in atto che a loro volta dipendono dalle teorie economiche che le supporta. Quello che sta succedendo è solo la logica conseguenza della scelta di tutelare tutto tranne i cittadini e i lavoratori.
La giusta analisi dovrebbe appunto prendere in considerazione le politiche economiche messe in atto dall’era Monti e portate poi avanti dai governi di sinistra che si sono succeduti fino a Gentiloni. Ci si è piegati alle logiche austere volute dall’Europa della finanza e degli speculatori che vogliono una banca centrale autonoma e che non solo ogni paese faccia da se in caso di crisi ma lo faccia senza utilizzare gli strumenti propri della macroeconomia, che sono cambio e politica fiscale. Una mission impossible, dunque.
Chi ha ancora a disposizione questi strumenti ha ottenuto i seguenti risultati nel 2018 sul piano della disoccupazione: Usa 3,9% (nel 2010 era 9.6%), Uk 4% (nel 2010 era 7,8%), Giappone 2,4% (nel 2010 era 5%).
È andata bene anche a chi ha speso a deficit nei 19 paesi dell’eurozona preferendo tutelare i propri cittadini piuttosto che i parametri (forse non hanno il Pd): Irlanda 5,7% (nel 2010 era 14,5%), Spagna 15,3% (nel 2010 era 19,9%); Francia 9,1% (nel 2010 era 8,9%); Portogallo 7% (10,8%); Belgio 5,9% (nel 2010 era 8,3%); Olanda 3,8% (nel 2010 era 5%)
Insomma tutti hanno diminuito la percentuale di disoccupazione, la Francia più o meno stabile, l’Italia peggiora. Di seguito graficamente la situazione

L’analisi dovrebbe tener conto del perché questo è successo, e non si dovrebbe prescindere dal confronto con gli altri paesi e sul fatto conseguenziale che questi hanno potuto mettere in campo strumenti che noi abbiamo deciso di non utilizzare sacrificandoli sull’altare… di cosa?
Cottarelli cercando di dire altro e sviare come al solito l’attenzione, non fa che confermare che la politica dell’austerità non ha fatto bene al paese e quindi che chi ne ha fatto una fede ha sbagliato e ha trascinato l’Italia alle soglie del baratro. La tutela della domanda interna, sinonimo di benessere soprattutto per le classi medie e basse, dovrebbe essere la bandiera della sinistra ma è stata invece lasciata in mano alla Lega e ai 5s mentre Cottarelli e l’Osservatorio Cpi oggi attentano ancora alla memoria storica.
La sinistra dopo aver perpetrato all’infinito le ricette sbagliate di Monti si è inventata Cottarelli e Fazio, la difesa dei migranti e della movida ferrarese, tralasciando le istanze di giustizia sociale e di difesa della Costituzione, quindi del credito, dell’uguaglianza e dei confini nazionali, ultimo baluardo al movimento del capitale e della finanza speculativa.

Neoliberismo: il miraggio dell’abbondanza

“Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando”

Sono le parole del Papa di qualche giorno fa e fotografano una realtà in continuo peggioramento, sempre di più aumentano i poveri e le persone in difficoltà in un mondo in cui le risorse sono abbondanti e potrebbero soddisfare tutti.

Ma non solo il Papa, sono in tanti i commentatori a rendersi conto di queste disparità crescenti. Oxfam da anni traccia la situazione e rappresenta l’evidenza che pochi ricchi nel mondo detengono la maggior parte delle ricchezze. L’Africa viene oggi persino costretta a cedere migliaia di ettari di terra a ricchi emiri che li usano per la caccia, a ricchi cinesi che costruiscono città fantasma o alle tante ricche società d’affari americane ed europee che li usano per i loro investimenti mettendo a rischio le coltivazioni e lo sviluppo locale.
Sarebbe il caso di chiedersi perché tutto questo succede, passare dal constatare i fatti al passo successivo, all’azione. L’Africa, del resto, non è la sola a subire questo neocolonialismo moderno, la povertà cresce anche da noi, nella ricca e opulenta Europa. La Grecia è stata ridotta alla fame e tutte le sue attività produttive sono state vendute al miglior offerente, in Italia le persone in difficoltà superano oramai i 5 milioni di persone.

La risposta affonda sicuramente le sue radici nell’ultimo pezzo di storia contemporanea. Dal secondo dopoguerra e fino agli anni ’70 c’erano stati segnali di miglioramento generali, tassi di crescita oggi inarrivabili e una distribuzione del reddito sicuramente più equilibrata. Le società crescevano dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista sociale e politico, si viveva un’epoca di capitalismo dal volto umano.

Si arriva poi agli anni ’80, ai tempi in cui Margaret Thatcher pronunciò la famosa frase “There Is No Alternative” ovvero non c’era alternativa alle nuove politiche di austerità, di ritiro dello Stato dall’intervento pubblico e dall’affidare le sorti delle società agli interessi dei privati, dei mercati e della finanza.

Fu appoggiata in questo da Reagan, Mitterrand e Kohl, i potenti di allora, ed insieme cambiarono il futuro e la prospettiva dell’umanità. La cooperazione sociale fu sostituita dalla concorrenza, l’individualismo fu la regola, ognuno per se e solo il più forte può farcela.

Istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, nati per aiutare i Paesi e le popolazioni, diventarono il braccio armato del nuovo colonialismo e di una nuova idea imperialista. La cornice di questo quadro era una dottrina economica che aveva le basi di una “religione del tutto” e aveva visto il suo maggior esponente, Milton Friedman, vincere il premio Nobel per l’economia nel 1976: il neoliberismo.

La forza di questa teoria economica è stata proprio la diffusione del concetto che ad essa non ci si poteva opporre, che non esiste alternativa. Gli Stati possono operare in un recinto chiuso che non prevede cambiamenti, sono concessi accorgimenti e limature, ma devono procedere su una strada segnata.
Agire e pensare come se non fosse mai esistito Keynes o trecento anni di storia economica, “There Is No Alternative (Tina)”. E in tale contesto il fondamento di questa dottrina economica è quanto di più semplice poteva essere posto nelle mani di politici, intellettuali ed accademici che avevano il compito di diffonderne il verbo, tutto in sette parole come i giorni della settimana: togliere ai poveri per dare ai ricchi.

Esportazioni, debito pubblico, inflazione, borse, spread, mercati. Tutto, all’interno delle politiche economiche della teoria neo liberista, funziona per portare ricchezza dai poveri ai ricchi.

La crescita attraverso surplus della bilancia commerciale, cioè attraverso le esportazioni, è un metodo predatorio perché nel confronto tra gli Stati vince sempre il più forte e quelli che guadagnano dal “libero” commercio sono appunto gli Stati più forti, concorrenziali, con aziende che hanno già superato le fasi iniziali e sperimentali della produzione. Non a caso il “libero mercato” fu imposto alla storia e ai paesi più deboli dall’Inghilterra quando ebbe la necessità di esportare i prodotti post rivoluzione industriale. Un colpo di genio: una Nazione resa forte dal protezionismo inventò il concetto di libero mercato per essere libera di esportare il suo surplus commerciale.

Il debito pubblico, attraverso gli interessi, ingrassa i banchieri, le società d’affari e la finanza mentre il controllo dell’inflazione fa sì che i loro crediti non si deteriorino.

Le borse sono diventate delle vere sale da gioco d’azzardo dove i ricchi vincono sempre e se le cose si mettono male intervengono gli Stati a rimettere insieme i cocci aumentando le tasse ai poveri.

Lo spread è solo l’ultima delle armi delle politiche neo liberiste, serve per diffondere il terrore e per far digerire alle popolazioni le politiche di austerity, cioè, ancora, spostare ricchezza dal basso verso l’alto attraverso l’aumento delle tasse e la diminuzione dei servizi.

In tutto questo disastro ci siamo lasciati convincere che il mercato, se lasciato libero di agire nella sua saggezza, possa risollevare e migliorare le condizioni di vita delle persone e quindi ci opponiamo se un Governo interviene per alleviare le pene agli ultimi mentre approviamo distrattamente quando si stanziano soldi per salvare le banche.

Il mondo dietro l’angolo è sempre più un mondo segnato dalla contrapposizione tra una decina di ricchi e una massa di poveri ma noi ci fermiamo alle analisi e lottiamo per la forfora nei capelli, lasciamo che il “There Is No Alternative” del neo liberismo prosperi ma siamo attenti alle virgole nei decreti dei Governi. Magari partecipiamo alla raccolta fondi per le catastrofi delle alluvioni mentre Draghi dice in conferenza stampa che il denaro della Bce non può finire.

“Se sulla terra c’è la fame non è perché manca il cibo! Anzi, per le esigenze del mercato si arriva a volte a distruggerlo, si butta…”, continua il Papa.

“Houston abbiamo un problema” e fin qui ci siamo arrivati tutti. Il punto non è più rilevare il problema come giustamente fa il Papa ma anche il barbiere, il barista e l’intellettuale di sinistra, il punto è cercare di risolverlo. E questo può avvenire solo con una reale presa di coscienza delle masse ed un’idea precisa di come schierarsi. La scelta non è tra le righe del decreto sicurezza o tra pane e brioche ma tra elysium e civiltà, tra progresso e barbarie, tra accettare l’economia o ridisegnare il ruolo della Politica.

Quantitative easing senza fine

La Banca Centrale Europea ha deciso che l’operazione di Quantitative Easing si concluderà a fine 2018. Il suo Governatore, Mario Draghi, ha precisato che si tratta di una sospensione, ma che lo strumento esiste e, se ce ne dovesse essere bisogno, potrà essere utilizzato di nuovo in futuro.
Il quantitative easing (qe) era stato introdotto nel 2015 e in tre anni e dieci mesi di vita ha prodotto (e produrrà) acquisti di titoli di varia natura, ma soprattutto titoli di Stato, per 2.595 miliardi di euro. 600 miliardi acquistati nel 2015, 900 nel 2016 quando gli acquisti mensili furono portati a 80 miliardi, 780 nel 2017 e 315 nel 2018, considerando che da gennaio a settembre gli acquisti mensili equivalgono a 30 miliardi per poi attestarsi a 15 come operazione di tapering (diminuzione degli acquisti) nell’ultimo trimestre.
Il proseguimento degli acquisti ha determinato un incremento dello stato patrimoniale consolidato dell’Eurosistema, che è aumentato del 22% portandosi a quota 4.472 miliardi di euro (3.661 miliardi nel 2016).

Cosa prevede il post-que?
Un primo ed evidente dato tecnico sarà assistere alla diminuzione dello stato patrimoniale della Bce, che appunto calerebbe non avendo più 2.595 miliardi di asset. Oppure no. La Bce potrebbe infatti decidere di mantenerlo reinvestendo il controvalore dei titoli o, ancora, vendere i titoli prima della scadenza.
Il motivo? Mantenere liquidità nel sistema. Opzioni che al pari dello stesso qe sostituiscono le parole, ma non cambiano il concetto dello ‘stampare moneta’, che non si può dire. Come aveva detto in conferenza stampa qualche tempo fa Mario Draghi rispondendo alla domanda di un giornalista: “la Bce ha ampie risorse per affrontare qualsiasi crisi”, “possono finire i soldi?”. I soldi non possono finire in quanto c’è qualcuno che ha il potere di crearli al bisogno, ma se la si facesse troppo facile allora crollerebbero le azioni di chi ha il potere di farlo, qualcuno perderebbe insomma potere e anche la possibilità di imporre sacrifici.

La logica dovrebbe poi aiutarci a comprendere che in un sistema deve per forza esserci qualcuno che la moneta la immetta, altrimenti quanto meno non sarebbe più possibile effettuare scambi (e far crescere il pil). E chi ha il potere di farlo, viene da sé, ha costi di emissione irrisori a meno di non voler far credere che debba andarli a cercare chissà dove o scavarli nelle miniere.
Ora, tenere in piedi una messinscena così complessa per fare l’ operazione più semplice dell’universo può portare all’ilarità ma purtroppo, nella nostra vita reale, porta più spesso alla disperazione, alla chiusura delle aziende, ai licenziamenti, all’impoverimento dei cittadini. Alla regressione totale di intere nazioni in termini finanziari, sociali, di fornitura di servizi, di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza.

In conclusione prendiamo atto, come sempre, delle decisioni di fare e disfare sulla nostra pelle, senza motivi reali o veramente necessari. Accettiamo di buon grado, non potendo fare altro, l’imminente interruzione dell’acquisto di titoli da parte delle banche centrali quando nemmeno il target dell’inflazione al 2% è stato raggiunto e nonostante questa operazione avesse dimostrato ai più che era possibile tenere lontano la speculazione e gli alti tassi d’interesse a carico degli Stati.
Dopo la fine del qe crescerà la vulnerabilità degli Stati, si alzeranno i tassi di interesse sui titoli, e quindi più costi sul piano debito pubblico, e gli spread (almeno per alcuni Paesi). Probabilmente ci sarà anche un rialzo dell’euro sul dollaro, il che peggiorerebbe i rapporti di bilancia commerciale, ovvero potrebbe intaccare la quota di surplus raggiunta sulle esportazioni. Da considerare che proprio grazie al qe il rapporto euro-dollaro aveva subito una svalutazione più o meno del 30% e tale svalutazione ci ha avvantaggiato senza portarci le catastrofi che invece si invocano quando si parla di una possibile svalutazione di una eventuale “lira” in caso di uscita dal sistema di cambi fissi dell’euro.
Insomma, se si ha a disposizione un’arma per allontanare la speculazione e migliorare anche la bilancia commerciale, perché non utilizzarla? Misteri delle regole europee, ma anche delle convinzioni indipendentiste rispetto alle banche centrali, le quali, si dice, devono operare per mantenere inalterato le leggi del mercato anche a discapito di Stati e cittadini.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi