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EOLICO INDUSTRIALE IN APPENNINO
Opportunità verde o grandi affari per grandi imprese?

di Marina Carli

Vicchio (Mugello – FI) – Voglio partire da quanto sta succedendo sopra casa nostra: da circa un paio di anni in provincia di Firenze, in Mugello, sul crinale appenninico del Giogo di Villore-Corella pende l’ennesima spada di Damocle della realizzazione di un nuovo impianto industriale eolico, di produzione di energia dal vento. Ennesima, perchè sull’Appennino Tosco-Ligure e Tosco-Romagnolo sono già stati progettati una cinquantina di grandi impianti del genere, alcuni dei quali sono stati sfortunatamente già realizzati, molti sono in fase di progettazione, diversi sono stati bocciati [Qui]

Opportunità verde o grandi affari per grandi imprese? Questo è l’interrogativo a cui rispondere con chiarezza: un imbroglio che vogliamo chiarire una volta per tutte, perché già troppi sono gli impianti realizzati sui crinali degli Appennini; le nostre ‘montagne umili’ certo non godono della fama e dello sfruttamento economico-turistico delle Alpi, ma sono ugualmente ricche di biodiversità e di habitat preziosi lungo ben dieci regioni italiane, dalla Liguria alla Calabria.

Non si tratta di essere nimby, come vengono definiti in inglese coloro che non vogliono essere ‘disturbati’ nel loro piccolo ed esclusivo giardino, ma di ragionare guardando più in là, con una visuale ampia al territorio ed estesa nel tempo, al futuro delle generazioni che abitano l’Appennino e non vogliono abbandonare questi luoghi e più in generale al futuro del pianeta Terra nel suo complesso; ormai, infatti, dovremmo essere tutti consapevoli che locale e globale sono strettamente interconnessi.

Di seguito procederò indicando le criticità ambientali dell’impianto eolico del Giogo di Villore-Corella:

1. La dimensione enorme delle 8 torri reggenti e delle pale, che complessivamente raggiungono i 160 metri di altezza e che necessitano ciascuna di un’ampia superficie di istallazione (ogni piazzola sarà grande circa come un campo di calcio) e profonda fino a 15 metri di escavo, tanto devono essere le fondazioni del plinto (quasi 700 mc di calcestruzzo armato, tanto per avere un’idea pensiamo al Battistero di S. Maria del Fiore di Firenze), che andrà a sorreggere la pala; il calcestruzzo sarà prodotto in loco, pertanto si prevede di realizzare un cantiere di betonaggio in quota e di muovere il materiale con camion, uno ogni 5 minuti, che dovrà rifornire i materiali, su e giù per un pendio al 28% di pendenza. Questo significa la movimentazione di grandissime quantità di materiali lungo la pendice montuosa e le strada di accesso con un disturbo inimmaginabile per la fauna e per gli abitanti dei comuni e delle frazioni di passaggio e limitrofe.

2. La rumorosità e la visibilità, a detrimento di chi abita nei pressi e di chi ambisce a godere del panorama appenninico da vicino e da lontano. Diversi sono gli studi sulla rumorosità effettuati anche dalle agenzie ambientali regionali e dall’ISPRA e tutti concludono ammettendo come l’impatto acustico sia elevato ed importante, sia con l’impianto in funzionamento, che con l’impianto fermo o addirittura spento; a causa delle diverse componenti del rumore, non è solamente quello di origine aereodinamico generato dall’impatto delle pale col vento, ma anche quello cosidetto ‘residuo’ prodotto dal sistema di raffreddamento del generatore elettrico, quello legato agli organi di posizionamento della navicella e delle pale, quello generato dagli apparati elettrici ed elettronici posti per il corretto funzionamento della pala; non ultimo il rumore dei dispositivi elettrici quali trasformatore, inverter, ecc., necessari per la corretta utilizzazione dell’energia elettrica prodotta per una efficace immissione nella rete elettrica*. A detta del prof. Tabarelli, di Nomisma, recatosi a Casoni di Romagna in visita all’impianto eolico dell’AGSM le pale “fanno un rumore che intimorisce”. Difficile quindi sostenere che la realizzazione dell’impianto eolico possa diventare un’attrattiva turistica, come addirittura sosterrebbe la stessa AGSM nella relazione presentata in Regione Toscana e ai sindaci mugellani, a promozione del progetto per l’impianto sul Giogo di Villore-Corella;

3. La necessità di realizzare per 40 km, dall’uscita dell’autostrada A1 di Barberino di Mugello, passando per i territori comunali di Scarperia e S.Piero, Borgo S. Lorenzo, Vicchio, Dicomano, fino ai boschi dell’Alto Appennino sopra San Bavello, Villore e Corella, un’ampia viabilità per il trasporto in loco del materiale di realizzazione dell’impianto. Per trasportare sul crinale appenninico materiali estremamente ingombranti, oseremmo definire enormi, come i pezzi unici delle pale, quelli per l’alzata delle torri e il rotore che le sostiene, si devono impiegare mezzi di straordinaria lunghezza e rigidità, bilici che arrivano a misurare dai 60 ai 70 m di lunghezza; questo vuol dire intervenire su tutta la viabilità, dalla cosidetta Traversa del Mugello, alla Statale 65 del passo del Muraglione, alla strada comunale di Corella. 21 sono gli interventi ipotizzati nella prima parte del tracciato, 24 quelli sulla strada comunale da San Bavello alla valvola Snam; ulteriori 3 km di strada/pista per l’accesso al crinale. Da una parte il disagio per polveri, rumore e traffico pesante e lento sulle principali direttrici viarie del Mugello e della Val di Sieve, dall’altra le modifiche ai tracciati esistenti della viabilità comunale con estesi e quantomai improbabili tagli della montagna per realizzare gli allargamenti necessari, in zone ad alto rischio idrogeologico, sensibili a frane, smottamenti, erosione, in particolare nel tratto che da Dicomano arriva ai piedi del Giogo di Villore-Corella. Da lì in poi, lasciando il presente tracciato per inerpicarsi sul pendio, dobbiamo immaginare cosa potrà succedere a boschi, prati, pascoli fino a raggiungere il crinale: la distruzione dello stato naturale incontaminato dei luoghi. L’intervento, unito all’abbandono della montagna e della collina e ai cambiamenti climatici in atto, darà origine a rovinosi eventi, creando ulteriori disboscamenti di ampie aree forestali e opere di sbancamento di intere pareti rocciose. Il dissesto idrogeologico peggiorerà con conseguenze difficilmente prevedibili in un territorio estremamente fragile da questo punto di vista, per il quale le amministrazioni locale e regionale dovrebbero prevedere invece utili interventi di ripristino ambientale.

4. Non meno importanti le ricadute sulla biodiversità animale e vegetale. La perdita di habitat per le specie aviarie sedentarie nei pressi delle pale, dovuta al disturbo dell’alimentazione e della nidificazione, la decimazione degli uccelli migranti nel passaggio sul crinale, punto in cui anche l’altezza di volo è ridotta e l’impatto contro le eliche è molto probabile, sono i principali fattori di riduzione delle popolazioni di uccelli nelle zone d’istallazione delle pale eoliche. Tra l’altro, studi stranieri (Janss et al. 2001) hanno evidenziato che a farne le spese sono proprio le specie di maggiori dimensioni, come i rapaci, che hanno maggior difficoltà nella riproduzione e le cui popolazioni necessitano di più tempo per riprendersi: l’Aquila, il Gheppio, l’Astore, il Biancone, il Pellegrino. Relativamente all’Italia, Magrini (2003) ha riportato come nelle aree dove sono presenti impianti eolici, è stata osservata una diminuzione di uccelli fino al 95% per un’ampiezza fino a circa 500 metri dagli aerogeneratori.

5. Dalle Osservazioni al progetto di eolico industriale di AGSM sul Giogo di Villore e Corella formalizzato alla Regione Toscana da Italia Nostra il 12/03/2021, leggiamo:
“… nelle linee guida per la valutazione d’impatto ambientale per gl’impianti eolici la Regione Toscana scrive: – Considerato che in Toscana il paesaggio assume un valore di particolare rilievo, in alcune situazioni è opportuno considerare inclusi nell’Area d’Impatto Potenziale ‘punti di eccezionalità‘, cioè di alta riconoscibilità e di elevato valore paesaggistico e culturale, sulla base di un’analisi della situazione locale da parte dei proponenti, anche se, in base al solo criterio della distanza, ne sarebbero esterni. Dai punti di eccezionalità individuati devono essere elaborati dei fotoinserimenti”. Tale analisi doveva essere richiesta ad AGSM nel rispetto delle linee guida nazionali e regionali, che avrebbe dovuto individuare in modo puntuale il bacino d’influenza visiva dell’impianto e riportarlo in scala opportuna su una base cartografica. Cosa che non è stata fatta e che dovrebbe mettere in allarme non solo la Sovrintendenza, chiamata a dare il suo parere in Conferenza dei Servizi, ma anche tutti gli enti territoriali che hanno a cuore il turismo e la fruibilità pubblica del territorio Mugellano e non solo. Scrive ancora Italia Nostra: “le linee guida nazionali prevedono una ricognizione dei centri abitati e dei beni culturali e paesaggistici […] distanti in linea d’aria non meno di 50 volte l’altezza massima del più vicino aerogeneratore, documentando fotograficamente l’interferenza con le nuove strutture. Le linee guida regionali prevedono altresì che “l’area d’impatto visuale assoluto rappresenta un’area circolare di raggio pari alla massima distanza da cui l’impianto eolico risulta teoricamente visibile nelle migliori condizioni atmosferiche possibili, secondo la visibilità dell’occhio umano e le condizioni geografiche […]. Assumendo la relazione che permette il calcolo del raggio dell’aivat (area d’impatto visivo assoluto teorico) r= hx600 (dove r raggio dell’AIVAT, H altezza al mozzo della pala) risulterebbe che le pale con mozzo alto 99 metri sarebbero visibili a occhio nudo per un raggio di ben 59 km.”

6. L’apertura della strada per il crinale significa che questo impianto è solo l’apripista per una vera invasione e cementificazione di questo angolo di Appennino; per realizzare gli obiettivi europei al 2030 tanti altri impianti sono necessari e verranno incentivati anche dai fondi del PNRR del governo Draghi.

Ma perchè chi dovrebbe essere il principale difensore del territorio, del paesaggio e della salute di questo ambiente permette e addirittura favorisce questo scempio?
Perchè non si capisce che realizzare un megaimpianto industriale sulle cime appenniniche costituisce una ferita insanabile a questa bellissima terra, già ampiamente martoriata e per sempre segnata da quelli che sono stati gli scriteriati lavori per l’Alta Velocità ferroviaria FI-BO, dallo scarico di rifiuti tossici nelle cave di Paterno e di terreni inquinati nei terreni agricoli di Gabbiano, ecc.?

centrale eolica eolico
centrale eolica del CARPINACCIO – FIRENZUOLA (FI)

Gl’interessi in ballo sono troppi e troppo forti, come si capisce bene dalla nuova normativa che regola la distribuzione degl’incentivi sulle FER [Qui]
Il nuovo decreto 4 luglio 2019 riguardante gli incentivi alle fonti rinnovabili per il triennio 2019-2021 (il Nuovo DM FER) approvato dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 186 del 9 agosto 2019 è entrato in vigore il 10 agosto 2019. Le fonti cosiddette ‘rinnovabili’, che possono godere degli incentivi contemplati dal Nuovo DM FER sono: l’eolico on-shore (cioè su terra, per distinguerlo da quello off-shore con le pale istallate in mezzo al mare), l’idroelettrico, gli impianti alimentati a gas di discarica e gas residuati da processi di depurazione e il fotovoltaico.

Il nuovo DM FER ricalca complessivamente quello del 2016, distinguendosi però per alcuni punti importanti: taglia l’accesso agli incentivi per gli impianti di piccole dimensioni, infatti potranno accedere soltanto le imprese che si iscrivono ai registri nazionali e partecipano alle procedure competitive d’asta, cancellando l’accesso diretto, che era previsto invece nel DM 2016. Questa novità avrà sicuramente un effetto disincentivante per le piccole iniziative, gli impianti di piccola taglia e per i piccoli investitori, che fino ad ora hanno avuto in questo meccanismo una certezza importante di recupero dell’investimento. Lo sviluppo dell’eolico e delle energie rinnovabili viene in questo modo indirizzato principalmente verso le grandi e grandissime imprese, escludendo dai contributi gli impianti con valenza territoriale.

centrale eolica eolico
centrale eolica di RIPARBELLA (PI)
dal sito ufficiale di AGSM

Fino ad oggi la remunerazione diretta per ogni kWh prodotto dalle rinnovabili ha permesso a queste forme di produzione energetica di recuperare il gap di competitività con le fonti fossili, spingendo privati e semplici cittadini a investire su queste tecnologie. I pochi produttori di pannelli e componenti per l’eolico made in Italy sono stati soppiantati nel giro di pochi anni dalla concorrenza internazionale, soprattutto asiatica. Secondo l’ultimo rapporto delle attività pubblicato dal GSE, ancora oggi il conto del sostegno alle incentivazioni delle fonti rinnovabili risulta estremamente elevato: la stima è che, nel 2019, il Gestore dei servizi energetici abbia dovuto sostenere un costo netto di ben di cui 11,4 miliardi di euro per l’incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (a cui vanno aggiunti ulteriori 1,3 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 0,8 miliardi elativi ai biocarburanti e 1,3 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dal collocamento di quote di emissione all’asta nell’EUETS).

Perché, nonostante gli oltre 11 miliardi di euro spesi annualmente per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche, l’Italia ha deciso di concedere una nuova tornata di incentivi alle fonti rinnovabili? La risposta risiede negli obiettivi europei al 2030: per raggiungere il target del 30% di consumi di energia primaria coperti con le fonti cosiddette pulite, solare ed eolico sono chiamati nei prossimi anni a viaggiare a un ritmo di installazione accelerato. Rendendo così indispensabile un sostegno statale per stimolare gli investitori e la realizzazione di nuovi impianti.

Insomma la transizione energetica alle fonti rinnovabili in Italia non si sostiene da sola, ma vuole essere sostenuta da noi, dai cosidetti “oneri di sistema” delle nostre bollette, che invece di diminuire aumentano sempre di più, mentre noi cerchiamo di risparmiare! A favore di chi? A questo punto a favore delle grandi imprese private che incassano fino a 12,5 miliardi d’incentivi statali l’anno, grazie ad una politica europea e nazionale che li favorisce e li ingrassa.

Per Alberto Pinori, presidente Anie Rinnovabili (associazione parte di Federazione Anie) e Davide Chiaroni, vicedirettore Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, non si può fare a meno degli incentivi: se l’obiettivo per l’Italia è realizzare 30 GW di nuovi impianti fotovoltaici e 10 GW di nuovi impianti eolici al 2030, riducendo l’occupazione di suolo e sfruttando le coperture e i tetti, per Pinori “non si può rinunciare in questa fase a meccanismi di incentivazione diretti come il decreto ministeriale sulle Fonti di energia rinnovabile o indiretti come le detrazioni fiscali ed il super ammortamento, oltre che alla normativa sull’autoconsumo”. Anche gli altri paesi europei seguono questa linea, continuando a incentivare le fonti rinnovabili ai fini della transizione energetica. [Qui]

A questo punto però, se vogliamo davvero un cambio di rotta, sono i cittadini, coloro che sostengono con le tasse sulla bolletta lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dovrebbero essere i primi ad avere voce in capitolo e poter decidere quali e quante debbano essere le energie rinnovabili da incentivare, come e dove posizionare gli impianti, come gestirne la produzione e come risparmiare sull’energia, per poter veramente proteggere e valorizzare il proprio ambiente. Per questo motivo si devono perseguire e incentivare le Comunità energetiche!

*VI CONVEGNO NAZIONALE Il controllo degli agenti fisici:ambiente, territorio e nuove tecnologie, 6 – 7 – 8 giugno 2016, Alessandria

In copertina: centrale eolica CASONI DI ROMAGNA – dal sito ufficiale di AGSM

ALBERI E FORESTE AL BIVIO:
biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

 

La corsa alle biomasse forestali mette e rischio la biodiversità e la salute dei cittadini: non sono una fonte di energia rinnovabile e non devono ricevere incentivi pubblici. Alberi e foreste a un bivio: biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

Convegno nazionale: Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia
Giovedì 22 aprile, dalle ore 14,00 alle 16,30 – Link Zoom al convegno[clicca Qui]

Roma – Green Impact e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, le due organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance – l’alleanza di oltre 100 ONG in 27 paesi – insieme a ISDE – Medici per l’Ambiente, Parents for Future e WWF Forlì – Cesena hanno organizzato un convegno nazionale contro l’utilizzo delle biomasse forestali per la produzione di energia elettrica, che si terrà giovedì 22 aprile in streaming su Zoom e sulle pagine Facebook delle associazioni organizzatrici. Al convegno aderiscono anche Greenpeace Italia, ProNatura Emilia Romagna, ProNatura Forlì, Centro Parchi Internazionale, SISM (Società Italiana Scienze della Montagna), SIRF (Società Italiana di Restauro Forestale), CISDAM (Centro Italiano Studi e Documentazione degli Abeti Mediterranei), GrIG (Gruppo d’Intervento Giuridico), Italia Nostra Toscana, Italia Nostra Abruzzo, OIB – Osservatorio Interdisciplinare sulla Bioeconomia e Simbiosi Magazine.

Le foreste sono già messe a rischio dagli incendi, dal disboscamento, dai cambiamenti climatici e dal sovra-sfruttamento. L’aumento dei tagli per sfamare la fame di legname delle centrali a biomasse forestali per la produzione di energia elettrica costituisce un’ulteriore minaccia per il nostro patrimonio forestale.
Un recente articolo pubblicato su “Nature” riporta un incremento del 49% della superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento della perdita di biomassa del 69% in tutta Europa nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila m3 tra il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’Italia è inoltre tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, causando tagli boschivi e impatti sugli ecosistemi forestali anche fuori dal nostro Paese.
Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia europee sia nazionali, di deduzioni fiscali e di incentivi che hanno incrementato l’uso delle biomasse legnose per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come ecologico e rinnovabile nonostante le criticità in merito.

“L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni di CO2 in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del riscaldamento globale”, dice Fabrizio Bulgarini di Green Impact. Le centrali a biomassa, nate per utilizzare i materiali di scarto, non possono in alcun modo ricevere gli alberi tagliati per essere ridotti in “pellet” e bruciati come biocombustibile.
Una posizione ribadita dalla scienza: a febbraio oltre 500 scienziati, anche italiani, hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine forestale per produrre energia su grande scala.

Le problematiche poste dalla produzione e dalla combustione delle biomasse forestali sono numerose:

  • la combustione di legno produce CO2 e compromette la capacità delle foreste di assorbirla.
  • La combustione di legno produce particolato: le polveri sottili PM 2,5 e PM 10.
  • I boschi italiani stanno aumentando di superficie, ma rimangono di bassa qualità: hanno i bassi livelli di biodiversità e una bassa provvigione, ovvero pochi metri cubi di legname per ettero. La produzione di biomassa legnosa porta a una gestione forestale con tagli ravvicinati negli anni;
  • La richiesta di combustibile legnoso ha causato l’importazione di legname ottenuto con metodi impattanti quando non illegali da molti paesi del mondo.

“Gli alberi”, dice Giovanni Damiani del GUFI, “sono più preziosi come componente viva degli ecosistemi che tagliati e utilizzati come combustibile”. Le foreste forniscono infatti numerosi benefici ecosistemici: di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi, il riciclo dei nutrienti; di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre…); di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici; benefici culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. La gestione delle foreste deve considerare e garantire tutte queste funzioni.

Contatti:
Valentina Venturi – GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane – 340 3386920 | press@gufitalia.it
www.gufitalia.it

EMERGENZA AMBIENTALE NEL TEMPO DEL COVID-19
Fino ad ora si è fatto ben poco, e gridare al lupo non basta

Sembra che il virus Covid-19 possieda un potere ipnotico. Il nostro paese, in particolare, è immobilizzato in attesa che qualcuno o qualcosa risolva il problema, sicuramente di notevole entità, al posto nostro. Problema che sembra ormai essere l’unico in questo nostro mondo globalizzato: ma non è l’unico e nemmeno il più grave.
In occasione della Giornata della Terra, il 22 aprile scorso, il climatologo Luca Mercalli ha ricordato che 50 anni fa negli Stati Uniti la protesta contro i danni ambientali da inquinamento coinvolse venti milioni di persone. Gli USA emanarono le prime leggi in difesa di aria e acqua, e così fecero negli anni a seguire i principali paesi europei e l’Italia. In seguito, l’ambientalismo, invece di evolvere e crescere in consapevolezza, specie tra i cittadini, è stato considerato un ostacolo alla crescita economica, per le attività industriali, nell’agricoltura e nell’allevamento.
Con il passare degli anni le evidenze scientifiche della crisi ambientale sono diventate inequivocabili ma decenni di iniziative da parte degli organismi internazionali hanno portato a ben pochi risultati.

Mercalli, e con lui moltissimi altri scienziati e ricercatori, ci dicono da tempo che quella che verrà, anzi, che è già iniziata, è una crisi gravissima e, con molta probabilità, produrrà danni irreversibili e incalcolabili in molti luoghi del pianeta. Tuttavia, della crisi ambientale, a differenza dell’attuale crisi sanitaria, non ci si preoccupa più di tanto, in quanto gli effetti sono diluiti nel tempo. A detta di molti esperti, nel prossimo futuro, assisteremo a una accelerazione degli eventi: infatti come è vero che il virus sta mettendo in grande difficoltà molti paesi del mondo, questa crisi potrebbe essere ben poca cosa rispetto a quanto ci attende come effetti dei cambiamenti climatici.
Sempre Mercalli ci ricorda che il Covid-19 ha portato via all’età di 88 anni John Houghton, climatologo e fisico dell’atmosfera gallese, che ha condiviso il premio Nobel per la pace nel 2007 con Al Gore ed è stato curatore dei primi tre report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) negli anni 1990, 1995 e 2001. In un recente articolo, Mercalli e altri climatologi, affermano che tante sono le voci, scientifiche e non, che chiedono un mondo post-virus più rispettoso dei limiti ambientali e meno succube dei diktat dell’economia, ormai incompatibili con la sopravvivenza dell’ambiente naturale, di cui, vale la pena ricordarlo, l’essere umano fa parte. Le preoccupazioni economiche, si legge sul sito dell’ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), non devono allontanarci dall’obiettivo di contenere la temperatura, altrimenti pagheremo un prezzo anche più alto del Covid 19. Dobbiamo cambiare politiche, comportamenti, parametri [Qui]. Sempre Mercalli, in un recente numero di Micromega, afferma l’esistenza di una completa asimmetria tra il livello di allarme lanciato dalla scienza e i provvedimenti adottati dalla politica. In assenza di ‘scelte radicali’ da compiersi immediatamente, e che vanno dai comportamenti dei singoli (ci ha insegnato qualcosa la crisi sanitaria? abbiamo modificato il nostro atteggiamento quando andiamo a fare la spesa?) fino alla messa in discussione dell’attuale modello economico, gli scienziati non potranno che continuare a svolgere il ruolo di Cassandre.

“Stiamo muovendo le montagne per affrontare il Coronavirus. Perché non facciamo altrettanto per la crisi climatica?”. “Viviamo in un mondo, afferma Robert Walker, presidente del Population Institute di Washington, su Newsweek, che sta cambiando rapidamente, pieno di sfide. Con la crescita dei centri urbani, i sistemi sanitari pubblici inadeguati e il maggior contatto degli umani con animali in grado di trasmettere virus mortali, il Covid 19 era una pandemia in agguato, ma non è l’unica sfida globale che dobbiamo affrontare. L’anno scorso 11mila scienziati hanno firmato una dichiarazione nella quale si avverte che senza una radicale riduzione dei gas serra il mondo si avvia a ‘sofferenze mai viste’. Se non cambiamo rotta, entro il 2050 più di 200 milioni di persone dovranno emigrare per la siccità, le inondazioni e l’aumento del livello dei mari. Molto prima della fine di questo secolo la quantità di persone uccise ogni anno dall’aumento della temperatura e dagli altri effetti climatici, compresa la diffusione delle malattie portate dagli insetti, potrebbe superare ampiamente il costo umano del Covid 19. L’anno scorso Michael Greenstone, co-direttore del Climate Impact Lab, ha avvertito che attorno al 2100 le morti premature dovute ai cambiamenti climatici supereranno ogni anno il numero di quelli che oggi muoiono per tutte le malattie infettive messe insieme. Inoltre l’insieme delle perdite economiche derivanti dalla crisi climatica sarà di gran lunga maggiore dei costi finanziari che subiremo quest’anno a seguito del Covid 19. Se la temperatura globale salirà di 2°C il prezzo da pagare potrebbe arrivare a 69mila miliardi di dollari entro il 2100. Ma l’aumento delle temperature ridurrà anche la resa dei raccolti, perché ogni grado di aumento riduce del 6% la produzione agricola. Ci sarà anche un’accelerazione della perdita di biodiversità. Entro cinquant’anni un terzo delle specie vegetali e animali andrà perduto.” Questa crisi dovrebbe far capire che non è possibile lasciare ai meccanismi economico-finanziari le scelte strategiche per il futuro: è il momento della rivalsa della politica che deve iniziare a fare scelte importanti per il futuro del pianeta. Nei centri storici e/o in vaste aree opportunamente individuate delle città potrebbe essere permesso solo l’uso di auto elettriche o ibride, o il prezzo dei combustibili potrebbe essere aumentato per chi non effettua la ristrutturazione degli edifici per migliorarne l’efficienza energetica, mentre per quelli di nuova costruzione la sostenibilità ambientale dovrebbe essere un obbligo.

La biologa e saggista Meehan Crist, in un articolo apparso sul New York Times, scrive che la crisi globale derivante dal Covid-19 è anche un punto di svolta per l’altra crisi globale, quella ambientale, più lenta ma con una posta in gioco ancora più elevata, e si chiede se a lungo termine il virus aiuterà o danneggerà il clima. Il coronavirus ha provocato una stupefacente chiusura delle attività produttive e una drastica riduzione nell’uso dei combustibili fossili. Le abitudini di consumo e di viaggio stanno cambiando, e, forse, la percezione di cosa ci serve davvero si modificherà. In tutto il mondo i livelli di inquinamento stanno calando rapidamente, scrivono Leslie Hook e Aleksandra Wisniewska per il Financial Times. Le misure di contrasto alla pandemia, che stanno coinvolgendo circa 2,6 miliardi di persone, iniziano ad avere effetto non solo sul virus, ma sull’intero pianeta. Le emissioni dovute ai trasporti e alle attività produttive sono crollate. Secondo una stima di Sia Partners, società di consulenza francese, in Unione Europea le emissioni quotidiane si sono ridotte del 58% rispetto ai tempi pre-crisi. Ma, ci ricorda la Crist, per avere un effetto significativo sulle emissioni globali, i cambiamenti nei consumi devono andare oltre gli individui ed estendersi alle grandi strutture e che cambiare le abitudini personali non servirà a molto se non riusciamo anche a ‘decarbonizzare’ l’economia globale. Le emissioni sono calate anche durante la crisi finanziaria del 2008 e gli shock petroliferi degli anni ’70 del secolo scorso, per poi risalire una volta superata l’emergenza: è probabile che dopo la fase acuta la produzione industriale e le emissioni aumenteranno di nuovo, anche perché una recessione globale potrebbe rallentare o fermare la transizione verso le energie pulite. BloombergNef, una società di analisi sulle energie pulite, ha già ridimensionato le previsioni per il 2020 sul mercato del fotovoltaico, delle batterie e dei veicoli elettrici, evidenziando un rallentamento della transizione energetica, proprio quando avremmo bisogno di accelerarla, a maggior ragione se il prezzo del petrolio resterà basso a causa del calo della domanda.

Qualche ragione perché il dopo Covid-19 sia diverso da quello che ci ha preceduto comunque c’è: ad inizio aprile i governi di 10 paesi europei, compresa l’Italia, hanno inviato una lettera alla Commissione europea per chiedere di mettere il green deal al centro dei piani per la ripresa economica, lettera poi firmata da altri sette governi, ma non da quasi tutti quelli dell’Est Europa. Un’altra ragione per insistere su questa linea è quella che i posti di lavoro nel settore delle rinnovabili, secondo un nuovo rapporto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) potrebbero quadruplicare (arrivando a 42 milioni) e le emissioni di C02 nella produzione di energia ridursi del 70%, a fronte di una accelerazione degli investimenti nel green che porterebbe una crescita globale di 98 mila miliardi di dollari entro i prossimi 30 anni. Dobbiamo ricordare, afferma infine Meehan Crist, che “gli esseri umani fanno parte della natura e l’attività umana che danneggia l’ambiente danneggia anche noi”. In Cina, dice Marshall Burke del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Stanford, sono bastati due mesi di riduzione dell’inquinamento per salvare le vite di 4 mila bambini sotto i cinque anni e 73 mila adulti sopra i settant’anni.
Forse la vera domanda che dobbiamo porci non è se il virus sia un bene o un male per il clima, ma se possiamo creare un’economia funzionante che sostenga le persone senza minacciare la vita sulla Terra, inclusa la nostra”.

L’orticello più antico

di Federica Mammina

È normale che vivendo per tanti anni in una città ci si abitui ad avere sotto gli occhi sempre gli stessi luoghi. E talvolta si rischia di dimenticare di avere a portata di mano dei veri e propri gioielli di valore. Così mi costringo periodicamente a rivedere quei luoghi per cui i turisti percorrono moltissimi chilometri.
Quest’estate ho visitato nuovamente l’Orto Botanico della mia città, Padova. Si tratta del più antico orto botanico al mondo ancora situato nella sua collocazione originaria, che si estende per un’area di circa 2,2 ettari.
La sua costruzione si deve a Francesco Bonafede che sollecitò l’istituzione di un horto medicinale
per facilitare l’apprendimento ed il riconoscimento delle piante medicinali autentiche rispetto alle sofisticazioni, in un’epoca in cui le piante medicinali costituivano la maggioranza dei medicamenti.
Dal momento che l’Orto di Padova è all’origine di tutti gli orti botanici del mondo ed ha contribuito al progresso di numerose discipline scientifiche moderne, dal 1997 è parte del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Alla parte più antica dell’Orto poi è stato aggiunto da pochi anni un giardino della biodiversità, una struttura al cui interno sono riprodotte le condizioni climatiche dei biomi del pianeta: un vero e proprio scrigno che contiene circa 1300 specie.
Quante volte andiamo lontano in cerca di qualcosa in grado di stupirci, ignorando le infinite ricchezze che abitano appena dietro l’angolo.

LA SEGNALAZIONE
Il museo della Frutta, un tuffo nel passato per riflettere sulla biodiversità

dalla redazione di Fuoriporta

Dal momento che l’alimentazione e la biodiversità saranno fra degli argomenti centrali dell’Expo di Milano, può valere davvero la pena fare una piccola deviazione fino a Torino, distante solo un’ora di treno: nel capoluogo piemontese, infatti, c’è un museo davvero particolare. A pochi passi dal parco del Valentino che costeggia le rive del fiume Po, infatti, la città sabauda ospita il museo della Frutta. Un luogo davvero unico che conserva la collezione di 1021 “frutti artificiali plastici” – 39 varietà di albicocche, 9 di fichi, 286 di mele, 490 di pere, 67 di pesche, 6 di pesche noci, 20 di prugne, 44 di uva, 50 di patate e un esemplare ciascuno di rapa, di barbabietola, di carota, di pastinaca, di melograno e di mela cotogna – modellati a fine Ottocento da Francesco Garnier Valletti, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista, scienziato. E così i visitatori possono fare un vero e proprio tuffo nel passato riflettendo, contemporaneamente, su un tema attualissimo come quello della biodiversità. All’interno della struttura la ricostruzione dei laboratori d’analisi, delle sale della collezione pomologica, della biblioteca e dell’ufficio del direttore, valorizzano il prezioso patrimonio storico-scientifico della Stazione di Chimica Agraria dal 1871 ad oggi, nel contesto dell’evoluzione della ricerca applicata all’agricoltura a Torino tra l’Otto e il Novecento.

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Il Delta del Po sprofonda
in un mare di parole

Il delta del Po scorre ignaro di esser il cuore di una disputa politica tra le differenti anime del centro sinistra emiliano romagnolo e veneto. Scorre intrappolato tra due differenti concetti di sviluppo economico e sociale. Il rinvio della sua candidatura a riserva naturale nell’ambito del programma Unesco Uomo e Biosfera, che lo avrebbe portato per certo all’Expo come riserva Mab con una ricaduta turistico-ambientale positiva, ha generato una serie di reazioni dissonanti di qua e di là dal fiume. A riconferma delle distanze tra i due parchi, regolati da leggi regionali e vincoli di tutela ambientale differenti, che potrebbero essere superati in favore di una gestione unica solo con l’istituzione di un parco interregionale o, in alternativa nazionale, come previsto dalla legge 394/91.
Dopo 26 anni di chiacchiere, le buone intenzioni sono ancora solo parole. E di parole, si sa, è lastricato l’inferno. Per il momento di reale c’è l’esame di riparazione della candidatura “apprezzata”, ma rimandata a settembre. Come ovvio, gli operatori turistici e in primis il Consorzio Visit Ferrara, si augurano un epilogo positivo tanto più, che la riserva Mab sembrava cosa fatta e già in “vendita” prima a Venezia e poi a Vigevano nell’ambito della fiera universale del 2015. Senza contare le speranze di Comacchio, in prima linea nel patto di sviluppo, 20 milioni di euro a fondo perduto, una serie di investimenti nel ricettivo alberghiero “leggero” da parte dei privati e il benestare del Comune lagunare, dell’ormai in via di scioglimento Provincia di Ferrara e dell’ente Parco emiliano-romagnolo, che hanno accompagnato l’accordo. Cosa accadrà ora? Il rinvio, sfuggito al silenzio, ha riscaldato gli animi.
Il presidente del parco veneto Geremia Gennari parla di “disinformazione e faziosità” assicurando che la candidatura va avanti e i chiarimenti sono già nelle mani di chi deve valutarli a Parigi. “Non si possono ignorare gli sforzi di valorizzazione dei territori interessati al progetto e riconosciuti a livello mondiale”, insiste Gennari, uno dei promotori della riserva. Eppure il mondo sembra finire tra le due sponde. “La Riserva di Biosfera Mab Unesco – dice Gennari – non è uno strumento che impone vincoli, delimitazioni amministrative equilibri di presidenze o di pesi politici, ma è uno strumento di condivisione territoriale al fine della tutela e valorizzazione della biodiversità a partire dai portatori di interesse (gli imprenditori, ndr)”.
Non la pensa così Graziano Azzalin consigliere regionale del Pd veneto e autore di un’interrogazione con cui chiede alla sua Regione di occuparsi dei problemi gestionali. “Dalle esternazioni dell’assessore regionale Maria Luisa Coppola e del presidente del Parco del Delta del Po del Veneto Geremia Gennari, si capisce come i rilievi sui problemi di governance mossi dall’International Advisory Committee for Biosphere Reserves del programma Mab-Unesco e confermati dal Consiglio internazionale di Coordinamento siano assolutamente fondati”, spiega. “Secondo l’assessore di tutti i veneti, infatti, l’aver reso noti i rilievi e la bocciatura che si era ben guardata dal menzionare – prosegue – è un non riconoscere la bontà di un progetto portato avanti da una maggioranza di sindaci”. E ancora. “Da queste parole si capisce quale sia il problema, che non è sfuggito ai rappresentanti dell’Unesco: la visione politicizzata, la gestione clientelare e la difesa di posizioni di rendita. I personalismi sono ciò che hanno impedito la costruzione di una prospettiva per il Parco del Delta del Po. Le careghe (seggiole, ndr), l’assessore dovrebbe rendersene conto, in un momento come questo in cui si cerca di semplificare in tutti settori, dalle Camere di Commercio al Senato, non sono la priorità”.
Ben diversa la posizione della Provincia di Ferrara, che attraverso l’architetto Moreno Po, nomen omen, dirigente dei Servizi Piani territoriali, minimizza il problema. “C’è l’evidente manipolazione della realtà nelle dichiarazioni degli esponenti ambientalisti che hanno provocato i titoli giornalistici e molti dei commenti di questi giorni sulla vicenda della candidatura Mab – scrive – si vuole ostacolare il processo in corso, inventandosi fantasiose chilometriche liste di errori nella compilazione e di stroncature nei giudizi della Commissione”. Insiste: “Chi si è preso il disturbo di leggere nel merito le considerazioni espresse dalla Commissione Iacibr sulla candidatura del Delta del Po, avrà trovato scritto testualmente: Il Comitato Consultivo ha apprezzato la proposta di candidatura”. Certo, ma non è l’unica valutazione.
La commissione riporta in otto punti i motivi del rinvio tra cui la poca chiarezza sullo status e la gestione dell’area di stretta protezione naturalistica (core), del processo decisionale all’interno dell’organo istituzionale di coordinamento, della governance piuttosto complessa e non gestibile, della mancanza di visione comune per la riserva e della mancanza di discussione sulla qualità delle acque in presenza delle coltivazione agricole e delle zone umide.
Tutti d’accordo con l’affermazione di Moreno Po secondo cui si cerca di punture “sulla proiezione futura di un’area di valore mondiale, che vuole uscire per sempre dalla mancanza di visione internazionale e dalle angustie delle questioni di (piccola) politica locale”. Ci si chiede allora come mai il parco non sia ancora interregionale o nazionale, proposta rilanciata di recente dal presidente emiliano romagnolo Massimo Medri. E come mai in tutti questi anni non si sia data la giusta valorizzazione ai due siti Heritage Unesco, le chiese paleocristiane di Ravenna e Ferrara città del Rinascimento e il suo Delta del Po, che rientrando in gioco avrebbero avuto un peso tale da evitare i guai di oggi con una candidatura che rischia di provocare pesanti delusioni. Un peccato, tanto più che ci si ritrova a dover fare gli esami di riparazione. E a parlare ancora una volta di “localismi politici” per rintuzzare una posizione espressa all’interno della coalizione di centrosinistra, non si può non rilevare la dissonanza tra le parole della consigliera regionale Gabriella Meo, del gruppo Verdi-Sel e quelle spese dalla Provincia ferrarese. Stessa casa visioni opposte, la Meo ha etichettato la vicenda Mab come “un’operazione di marketing turistico-territoriale avviata in pochi mesi in vista dell’Expo del prossimo anno, un’operazione di corto respiro che non ha tanto a cuore la conservazione della biodiversità e l’uso sostenibile delle risorse, quanto l’utilizzo di una ventina di milioni di euro di fondi pubblici”.
In tempi di crisi come ovvio il denaro è il nocciolo di ogni preoccupazione. Gli operatori economici cercano di uscire dall’impasse, proprio per questo sono stati presentati al settore alberghiero e extralberghiero quattro progetti per far crescere e rafforzare  l’identità del Delta, considerato il futuro del business turistico. I piani illustrati, finanziati dall’Europa (Asse 4 – Por Fesr nel periodo 2007 – 2013) sono stati messi a punto per accrescere l’offerta turistica nel Delta del Po. “L’obiettivo – spiega Massimo Biolcatti presidente di Ascom Codigoro – è valorizzare i progetti, conoscerli e presentarli agli operatori e dunque ai turisti”. Marketing. “E’ essenziale anche per il futuro poter usufruire dei fondi europei, che possono permettere di allentare i rigidi vincoli di spesa imposti dal Governo e necessari per realizzare sinergie tra enti pubblici e operatori del settore turistico”, aggiunge Marco Finotti, assessore al Bilancio del Comune di Codigoro.
L’appuntamento, promosso dall’Emilia Romagna con il supporto organizzativo del Centro di Assistenza Tecnico della  Confcommercio regionale e di Ascom Ferrara si è concentrato sulla realizzazione in tutta la regione e in particolare su quattro iniziative a Comacchio, Mesola e Goro  finanziate con oltre 4 milioni di euro. A Davide Duo, segretario di Ascom Codigoro il compito di tracciare un bilancio: “Dobbiamo avere una maggiore consapevolezza della ricchezza e dell’identità territoriale del parco del Delta che si sviluppa su due regioni e su tre province, Ferrara, Rovigo e Ravenna”. Da qui l’esigenza di  accelerare senza indugi la creazione di un unico Parco del Delta.

Tutti per il parco unico e la tutela della biodiversità. Nel frattempo ai suoi confini ravennati, dove la protezione – pur con sfumature diverse – è prevista, è nato lo zoo-safari Parco tematico Le Dune del Delta. Bisonti, zebre e giraffe. Che dire? I fenicotteri rosa volano, scelgono dove riprodursi, ma le zebre no di certo. Appare chiaro come sulla biodiversità e la sua valorizzazione le idee siano assai confuse.

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