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frattale complessità

Uscire dalla dualità giusto-sbagliato:
lo scontro sul green pass e la lezione della complessità.

Ho riflettuto sull’assegnazione dei premi Nobel per la Fisica in associazione al tema della complessità. La commissione che assegna il Nobel, oltre a riconoscere la qualità scientifica, usa  questo premio anche per dare al mondo un’indicazione di ciò che in quel momento occorre all’umanità per lo sviluppo della cultura e della civiltà. Quest’anno, in particolare, ha indicato che occorre osservare la realtà con uno sguardo improntato alla complessità e non alla specializzazione, per non soccombere al rapporto di forze che spinge le nazioni a competere anziché a collaborare per la soluzione dei problemi che coinvolgono l’intero globo terrestre e tutta l’umanità.

I tre premi per la fisica, pur nella diversità delle loro ricerche, hanno in comune la consapevolezza del fatto che i problemi complessi si risolvono se si collabora per giungere alla loro soluzione. E’ un messaggio politicamente importante: l’umanità si salva soltanto se riesce ad individuare un obiettivo comune e non perde tempo, forze ed energie in battaglie localistiche e settoriali che hanno come finalità l’imporre la propria ragione.

Come afferma Giorgio Parisi nell’intervista pubblicata da La Stampa: “Occorre accettare che la soluzione di problemi complessi può richiedere approcci non semplici e azioni collettive e che l’umanità è più di un gruppo di individui dove ognuno fa per sé”.

Colgo l’occasione di sottolineare il messaggio del premio Nobel per offrire una strada che consenta agli schieramenti favorevoli e contrari al vaccino di uscire dalla dualità del giusto-sbagliato, del “ho ragione io”, di uscire da questa situazione divisiva e di incamminarsi su una strada che porti ad un’auspicabile soluzione. Perché la divisione dà al potere spazio per esistere ed esercitare la propria potenza. Il potere non è una persona o un gruppo, ma un modo di pensare ed è sempre ottuso perché anziché badare al bene comune, mira solo a perpetuare sé stesso e a riempire il vuoto di senso (che è la sua essenza) con l’esercizio del dominio e il possesso.

L’attuale situazione di spaccatura relativa alle posizioni sul vaccino e il green pass ha origine nel passato e riguarda principalmente tre ambiti: la qualità e il fine ultimo della ricerca di base, la dimensione economica-produttiva e la dimensione culturale-politica, dove l’informazione dovrebbe essere funzionale alla democrazia.

  • Per quanto riguarda la ricerca, vediamo due posizioni contrastanti: da una parte c’è la delega incondizionata alla scienza, dall’altra il presupposto stesso sulle finalità della ricerca. La scienza, proprio perché nasce dall’uomo, è un valore, però non deve diventare un assoluto; infatti, non basta a descrivere la complessità dell’umanità perché riguarda solo ciò che colpisce i sensi e l’umanità è molto più di questo. Il suo opposto, dall’altra parte, è l’antidoto all’onnipotenza della scienza che, se esasperato, toglie l’uso della ragione e riporta alla superstizione.
  • L’industria, il settore produttivo in genere, ha smarrito la finalità come espressione della creatività umana per il raggiungimento del benessere come obiettivo comune e ha privilegiato la scelta del profitto individuale, che è sì un elemento intrinseco al funzionamento dell’industria, ma posto come unica finalità ha portato al consumismo che è l’origine dello squilibrio in cui ci troviamo. Un esempio ne è l’industria farmaceutica.
  • La terza dimensione è la conquista della libertà da tutte le necessità (fame, malattie e potere), e si esprime nella dimensione della democrazia, ma quest’ultima è un processo graduale che deve sempre mediare tra il personale e il comune. Per realizzarsi necessita di strumenti di informazione che sappiano fornire conoscenze complesse e non specialistiche. Occorre altresì un’informazione che rispetti i tempi della comprensione: ora l’informazione viene pubblicata prima di essere verificata, prima di essere compresa nel suo valore, nelle sue implicazioni, quindi, invece di essere funzionale alla formazione della società, la disgrega.

E’ per questi motivi che la spaccatura della società oggi ha raggiunto il suo culmine nella contrapposizione tra favorevoli e contrari al vaccino e al green pass, perché individuando come elemento di scontro il vaccino, che è l’epilogo di questa situazione, pretendono di risolvere problemi dalla storia ampia e complessa e che con il vaccino hanno a che vedere solo marginalmente, come i monopoli delle case farmaceutiche, il dominio della finanza e la supremazia delle nazioni.

Il richiamo dei premi Nobel alla visione della complessità richiede una capacità di distinguere la scala su cui nasce il problema e quella su cui si sviluppa il dibattito. Non solo la scala deve essere la stessa (universale, mondiale, locale…), non si devono confondere neppure i piani: non ha senso rispondere a un problema culturale con una visione morale, scientifica o politica.
E’ anche un errore di prospettiva: non si dovrebbero fare denunce che non lascino una via d’uscita o che costringano all’emarginazione, all’incomunicabilità tra parti della società, perché questo è il preludio ad una guerra. La forza dell’umanità è la relazione, l’avere una prospettiva comune: dove c’è emarginazione c’è la sconfitta dell’umanità.

Proprio perché entrambe le posizioni sono legittime, ma parziali, ed hanno la propria ragione d’essere, è indispensabile che trovino come obiettivo comune la soluzione ai problemi che hanno creato la crisi. L’esercizio della propria personale libertà, ciò che ci consente di non essere pedine in mano altrui e non mettersi in una situazione di impotenza da cui si esce soltanto con la contrapposizione o addirittura la violenza, è il trovare una soluzione valida per tutti e ciò può essere fatto soltanto ascoltando le ragioni degli altri e usando la creatività.

L’Urban Center e le associazioni ferraresi in attesa delle mosse di Alan Fabbri

La prima cosa che mi ha colpito di Ferrara, quando vi approdai nel 2008, è stata l’attivismo cittadino, la presenza sul territorio di un sistema diffuso di associazionismo. Basta guardarsi attorno e si scopre l’esistenza di un Gruppo che si occupa di migliorare la qualità della vita cittadina.
Dai Gruppi di Acquisto Solidali (Gas) agli orti condivisi, dalle esperienze del cohousing a quelle del riciclo, fino a quella del Gruppo Economia con il quale collaboro da circa sette anni e con cui abbiamo realizzato proposte di legge (Certificati di Credito Fiscale, Bot fiscali e Banca Pubblica), centinaia di incontri e migliaia di riunioni didattiche aperte al pubblico e molto partecipate. E poi spettacoli teatrali e interventi nelle scuole, dalle medie ai licei, e confronti con esperti di economia. La scoperta di realtà come la Comunità Emmaus e la possibilità di diffondere informazione sui temi dell’accoglienza e della libera circolazione (Libera circolazione: follia o necessità?) hanno accresciuto la qualità della nostra azione. E Moneta Positiva, con il conseguente approfondimento sul funzionamento delle banche, nasce a Ferrara e vede tre memorabili rappresentazioni di teatro civile in Sala Estense.
Mi piace ricordare che nel 2013 abbiamo organizzato un incontro con l’economista Warren Mosler e il giornalista Paolo Barnard all’Apollo. Sala piena e maxi schermo nella piazzetta antistante per un pubblico di circa 700 persone. Si parlava di mmt, una teoria economica che oggi finalmente sta trovando il suo giusto spazio mediatico, in particolare negli Stati Uniti.
Nel 2014 la Regione Emilia Romagna licenzia un provvedimento molto interessante, il numero 19 “Norme per la promozione e il sostegno dell’economia solidale”. E a Ferrara ci siamo attivati, abbiamo provato a costituire un Dipartimento dell’Economia Solidale mentre il Comune assegnava all’assessore Vaccari la delega per l’Economia Solidale. Ma non ci siamo riusciti.
Come Gruppo economia abbiamo provato a lanciare una moneta complementare a cui attualmente sono iscritti circa 80 cittadini. Lo abbiamo fatto a scopo didattico, per far comprendere i meccanismi della creazione della moneta e abbiamo cercato di coinvolgere nel progetto il Comune. Ma forse i tempi non erano maturi.
Ma grazie a questa idea abbiamo potuto pagare pulizia di strade e incentivare diverse attività tra le quali il tentativo di riportare a Ferrara il macaone, una farfalla bellissima ma quasi scomparsa dalle città a causa dell’inquinamento. E questo per dimostrare che anche la bellezza può creare e sostenere una moneta complementare (GRUPPO ECONOMIA Può una farfalla ricostruire una comunità di cittadini? A Ferrara sì, perché la bellezza viene prima dei soldi). Qui ci ha messo lo zampino il troppo caldo e solo pochissime larve si sono trasformate in farfalla. Un po’ la metafora della vita, tanti tentativi per un numero limitato di successi.
Ma intanto abbiamo approfondito i nostri contatti con altre associazioni e altre realtà ferraresi e, soprattutto, iniziato la nostra collaborazione con l’Urban Center.
L’Urban Center è un progetto essenziale per questa città perché cerca di fare quello che a noi cittadini e associati a vario titolo non siamo riusciti a fare. Lo fa da una posizione privilegiata che è quella istituzionale e cerca di dare coordinamento alle tante associazioni, visibilità e spazi per incontrarsi. E gli spazi sono uno dei crucci più grandi per il nostro piccolo mondo di persone che cercano di fare qualcosa di buono per la società volendo comunque rimanere piccoli e anonimi.
Io stesso ho avuto modo di criticare il percorso dell’Urban Center e la timidezza nell’approccio risolutivo delle problematiche delle associazioni, in particolare di quelle non strutturate e particolarmente spontanee. E ho anche criticato per la lentezza nella ricerca delle soluzioni, ma sono cosciente che la presenza delle istituzioni in queste attività sia fondamentale. Certezza nata dall’esperienza e dai tanti fallimenti dovuti proprio alla spontaneità del mondo associazionistico.
Non sto dicendo che immagino un futuro di associazioni eterodirette, ma che ogni tipo di associazionismo ha bisogno della partecipazione attiva delle istituzioni per trovare un suo spazio e un coordinamento con gli altri movimenti spontanei.
Il Comune deve intervenire per raccogliere le esigenze e saperle coordinare, essere presente per risolvere problematiche che il cittadino, da solo, non può risolvere. Creare gli spazi e concederli senza se e senza ma, senza interferire ma fornendo ciò che al cittadino manca. Rete, sale, personale addetto che ti permetta l’uso senza doverti sobbarcare la spesa dei corsi antincendio e primo soccorso. Questioni pratiche che a volte bloccano le buone intenzioni.
Insomma un Comune presente e fattivo che però sappia stare al posto suo, senza tentativi di ingerenze inopportune.
Che fine farà l’Urban Center nell’era Fabbri? Nell’era in cui prenderanno il comando anche persone che non hanno mai avuto “tessere” di associazioni o hanno partecipato a quelle noiosissime riunioni in cui anche il meno titolato ha diritto di parola? E che fine faranno le due operatrici comunali – il cui incarico è appena scaduto – che per anni hanno studiato e sostenuto attivamente il percorso di realizzazione della struttura di partecipazione, attivissime nel promuovere e coordinare esperienze locali di cittadinanza attiva, mutuale e dal basso, che hanno rappresentato per lungo tempo le esigenze delle associazioni all’Amministrazione comunale?
Abbiamo un nuovo sindaco ma non abbiamo ancora chiaro, giustamente, le scelte che Alan Fabbri farà. Non abbiamo ancora chiaro chi farà parte della squadra di governo. I vari partiti si stanno posizionando. Quelli della maggioranza stanno chiedendo incarichi che delineeranno le scelte future e quelli dell’opposizione stanno provando a serrare le fila.
La sinistra si lecca le ferite e cerca di riprendersi dalla batosta, il M5s non ha ancora compreso bene cosa fare dei suoi circa 5.000 voti mentre strizza l’occhio a Fabbri seguendo la strada nazionale.
Tanti, come me, non si limiteranno a scrivere articoli ma continueranno il loro percorso sia se la nuova amministrazione terrà fede agli impegni presi anche con il Gruppo Economia che rappresento, ma anche se non lo farà. Perché il nostro impegno è per la società non per qualcuno o per qualcosa in particolare. E l’impegno si vede negli anni, non nei mesi e neppure nelle settimane e oggi molti nomi nuovi sono troppo nuovi per essere credibili. Speriamo che il Sindaco dei prossimi cinque anni sappia operare le considerazioni giuste e che mantenga quella capacità “di lavorare 16 ore al giorno”, come si vocifera. Lo speriamo per le associazioni e per la città.
Che non è stata governata così male come viene raccontata dalle ex opposizioni (oggi maggioranza), ammettiamolo. Chi non è nato a Ferrara e ha vissuto anche altrove comprende meglio che l’Emilia Romagna e le sue città rappresentano un faro per tante realtà meno fortunate. Ma era il momento di un cambio, perché l’alternanza è il sale della democrazia. Serve per dare l’opportunità a tutti di confrontarsi con le scelte, per evitare la costituzione delle caste e sganciarsi da un passato di privilegi che tutti vorremmo rimanesse passato. Serve a chi ha già governato a lungo (oltre 70 anni) per fare autocritica, migliorarsi e ripartire.
E fra cinque anni saremo tutti più vecchi e, si spera, più saggi. Con un vantaggio in più: avremo smesso di favoleggiare e visto dal vero come governa a Ferrara la Lega.

I bisogni e i desideri della gente comune

da Roberto Paltrinieri

Le considerazioni sviluppate nell’articolo ‘La stella cadente’ pubblicato su FerraraItalia lo scorso 22 maggio danno l’occasione e la possibilità di sviluppare riflessioni attorno al particolare momento di vita civile e politica che stiamo vivendo, per cercare di aiutarci reciprocamente a comprendere sempre meglio a che punto siamo del cammino.
Comincio col porre una premessa, secondo il mio parere essenziale all’analisi successiva: il vero soggetto politico che muove gli attuali equilibri non è Salvini o la nuova Destra ma è la gente comune, tutte quelle persone cioè che, nell’attuale contesto sociale, non sentono di far parte di alcun movimento, partito, sindacato e che per decenni non hanno trovato un interlocutore disposto ad ascoltare il proprio disagio, paura, timore rispetto al presente e soprattutto al futuro. La desertificazione culturale e la minimizzazione dell’istanza morale portata dall’era berlusconiana unita all’allontanamento progressivo, fino all’abbandono al loro destino, di intere fasce sociali da parte della Sinistra, hanno prodotto l’incapacità delle persone di poter dar seguito ai propri desideri, ai propri progetti di vita, fino al punto in cui oggi viene sentita minacciata la soddisfazione dei bisogni fondamentali.
La precarizzazione della vita lavorativa, l’incertezza dei rapporti relazionali a ogni livello,da quelli tra Stati fino ad arrivare a quelli familiari e identitari, non può procedere così all’infinito senza provocare lo sviluppo di un malessere che vediamo oggi sorgere già nei giovanissimi in una sorta di ansia crescente nell’affrontare i problemi legati all’esistenza quotidiana.

Non siamo solamente in mezzo ad una crisi… semplicemente sta cambiando il mondo!
Si stanno modificando i linguaggi utilizzati da sempre e le forme dello stare insieme tra le persone, comprese quelle della politica. Al posto della centralità delle istituzioni tradizionali della società, scuola e famiglia in primis, c’è il centro vuoto del virtuale.
In tale sconvolgimento dove si colloca la classe dirigente dei partiti, gruppi, delle associazioni rappresentative del pensiero cosiddetto ‘progressista’ rispetto al sentire della gente comune?
Lo schema interpretativo con cui è stata letta la precarietà della situazione attuale può essere metaforicamente paragonato a una tabella a due colonne: nella prima vengono posizionati i problemi più urgenti (il lavoro, i migranti, l’Europa), nell’altra una correlativa serie di valori di ‘sinistra’ il cui costante perseguimento porterebbe specularmente alla soluzione dei problemi stessi.
Ed ecco che politiche di solidarietà sono invocate per il superamento delle emergenze legate ai flussi migratori; misure di uguaglianza per diminuire la polarizzazione sociale; il richiamo alla responsabilità per colmare il vuoto esistente tra rappresentanti e rappresentati. Che è come dire: “noi sappiamo sempre che cosa fare, dagli altri solo demagogia!”

Il problema oggi però non riguarda il che cosa, ma il come.
In altre parole si tratterebbe di analizzare come sono state attuate nel recente passato, sotto il segno di governi amici, le politiche di solidarietà, di eguaglianza di opportunità, di responsabilizzazione e di come sarebbe possibile oggi praticarle in un contesto avverso.
Cosa ha visto di tutto ciò la gente comune in questi ultimi anni?
Ha visto la solidarietà interpretata come uno stare vicino ai lontani e uno stare lontano dai vicini.
Ha visto politiche per l’uguaglianza delle condizioni socio-economiche ottenute chiedendo continuamente sacrifici al ceto medio, di coloro cioè su cui pesa la sostenibilità fiscale del nostro paese, nella più totale impunità e intangibilità dei grandi interessi di banche e potentati vari.
E tutto questo all’interno della difesa a oltranza di vecchi privilegi, di diritti acquisiti, di rendite di posizione per una classe dirigente di sinistra mai veramente rinnovata nonostante i cambiamenti di leadership.
Così, proprio all’interno dell’animo delle persone che da sempre si riconoscono unite dalla stessa appartenenza ideale, oltre che dallo stesso impegno civile, sono cominciati a nascere sentimenti contraddittori, nella misura in cui il disagio crescente ha portato ad accettare nei fatti equazioni sommarie del tipo ‘migrante uguale delinquente’, o slogan del tipo “prima gli italiani”.
E se poi da governi lontani anni luce dalla storia della sinistra arrivano paradossalmente benefici che i leader dei governi amici hanno sistematicamente sacrificato sull’altare della salute dei conti pubblici, ecco che anche dalla fila dell’elettorato progressista vediamo oggi allungare sempre più mani aperte per almeno usufruire di quei benefici ora concessi, mentre il viso si volge dall’altra parte per non vedere da che parte provengono coloro che hanno fatto questo regalo!

In politica l’ala progressista non rappresenta più il nuovo da molti anni e il miracolo lo hanno fatto gli altri: la gente comune è andata in Parlamento! In mezzo a loro non c’è nessun potente, nessun corrotto, nessun inquisito! Anzi rinunciano anche alla loro indennità di parlamentare, mentre casomai sui nostri cellulari arrivano immagini di quel politico della nostra parte che ha accumulato due o tre pensioni o che ha un reddito per la maggior parte di noi inarrivabile.
Troppo facile invocare il populismo anche se le cose ovviamente non stanno proprio in questo modo, ma è così che viene generalmente percepito e, cosa ancor più grave, sembra che nessunofaccia nulla: nessun segnale di vera rottura con il passato e di novità verso il futuro, per far diminuire tale percezione.
Penso che anche a livello locale chi si candida a governare una città, non possa fare a meno di prendere molto sul serio quello che la gente comune sente. Riprodurre un aggiornamento del solito schema a due colonne – di qua i problemi, di là le nostre soluzioni – per quanto alta sia la loro ispirazione etica, porterebbe ancora una volta a non essere capiti. Non basta più il credere di stare dalla parte giusta, continuare ad avere la stessa fede politica o religiosa che sia, nel cambiamento. La strada da percorrere, a mio modesto avviso, è suggerita da una frase del giudice ragazzino Rosario Livatino: “L’essere credenti appartiene ad un grande mistero e che sappiamo tutti essere un dono; quello che ci è chiesto oggi è di essere credibili!

E torniamo cosi ancora al come.
Una politica coraggiosa che parta dalla realtà, senza approcci ideologici, ma senza anche l’appiattirsi su di essa, dando le risposte che si riesce a costruire insieme a tutti, concrete e condivise il più possibile. Dove prima di chiedere sacrifici, li si fa in prima persona rinunciando a diarie, privilegi, immunità e benedizioni varie.
E’ questo ‘come’ che Salvini ha interpretato e tradotto in un linguaggio compreso da tutti come vicinanza.
Questo è il significato dell’oramai famoso rosario agitato a scopi elettoralistici e che ha lo stesso significato della studiata presenza del ministro sui social: “Sono uno di voi, ho i vostri stessi bisogni, datemi il vostro voto e realizzerò i vostri desideri”.
Tutto si basa sulla realizzazione concreta di quello che si è promesso, o almeno sulla sua rappresentazione e percezione visiva sui media.
Come del resto poi aveva già fatto Berlusconi, Salvini vuole agire su un piano diverso, si rappresenta come un politico diverso. A Salvini non interessa nulla della profondità dell’appello dei missionari Comboniani, degli articoli di Civiltà Cattolica; nulla dell’indignazione di alcuni rappresentanti delle organizzazioni del volontariato solidale, né di quella di autorevoli esponenti di associazioni culturali; nulla della perplessità e preoccupazione dei principali rappresentanti delle istituzioni europee.
Il prezzo che stiamo pagando per tale impostazione è altissimo perché paradossalmente, come disse Humberto Maturana, non i giovani ma gli adulti sono il futuro. Nel senso che il futuro dei giovani dipende dalla responsabilità degli adulti. E se oggi il mondo che stanno preparando gli adulti è quello rappresentato dalla narrazione salviniana quale significato avranno domani parole come solidarietà, accoglienza, responsabilità?
Quale tipo di humanitas vogliamo lasciare in eredità?
Ricordando gli affreschi del ‘Buon Governo’ di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, penso che la risposta a questa domanda ognuno di noi possa e debba trovarla nella decisione di legarsi spontaneamente a tutti gli altri per procedere così quanto mai lontano dalla tentazione sempre presente del potere, e lungo la via, pur difficoltosa e a volte controversa, che porta al bene comune.

I tempi cambiati

Raccontava mia nonna, vecchia contadina delle Alpi è vera leader di una famiglia frettolosamente definita “patriarcale”, che quando seppe che avrebbe avuto una pensione, che avrebbe ricevuto dei soldi senza per questo lavorare duramente, pensò per prima cosa ad uno scherzo da prete e poi, incassato il primo contributo, si sentì miracolata, la donna più felice del mondo, “na siòra”
Lei di politica non sapeva nulla, ma da donna pragmatica quale era, si sarà certo chiesta se questa fortuna si dovesse ad un intervento dell’Altissimo, alla bontà della Chiesa, al Progresso, all’interessamento di qualche Benefattore sconosciuto, o magari allo Stato. Resta il fatto che per lei, questo fatto della pensione, era, da solo, più che sufficiente per guardare con entusiasmo al futuro, per vederlo bello e per stupirsi positivamente di ogni cosa che per effetto del progresso arrivava ad ampliare i confini del mondo ristretto in cui era vissuta. Mia nonna, vecchia contadina, iniziava, in un luogo allora assolutamente periferico e caratterizzato da un economia di sussistenza, a godere dei frutti dello Stato Sociale sviluppatosi in quella società industriale che nelle città veniva già messa in discussione dai figli di coloro che ne avevano maggiormente beneficiato.
Oggi, non ci stupiamo più per simili cose; abbiamo dimenticato che quel che adesso molti di noi danno per scontato, lo Stato Sociale, il diritto al lavoro, la giusta pensione, i servizi essenziali gratuiti (etc.), rappresenta proprio l’eredità positiva della società industriale e delle lotte che l’hanno accompagnata: un lungo periodo caratterizzato dalla centralità del lavoro, dalla crescita economica e dall’aumento esponenziale del consumo e dall’aumento irresistibile del cosiddetto benessere; un sistema che nella sua avanzata inarrestabile ha anche distrutto culture, tradizioni, comunità, istituzioni secolari (ricordiamo le profetiche e feroci critiche di di P.P. Pasolini alla società dei consumi); un sistema che, a livello globale, ha imposto il modello capitalista occidentale con i suoi miti, le sue narrazioni, le sue istituzioni e la sua cultura (sempre più fortemente americanizzata).
Oggi quel tipo di società industriale non esiste più, ma non sono affatto caduti alcuni dei principi che ne avevano accompagnato lo sviluppo nel secolo scorso: sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, crescita infinita misurata dal Pil, consumismo inteso come via per la felicità, ruolo centrale della tecno-scienza, efficientismo, automazione ed industrializzazione di ogni settore economico. Ciò che sembra andato perso definitivamente è invece l’idea della redistribuzione della ricchezza, dell’equità, della dignità del lavoro, che pure, almeno in Europa, avevano accompagnato quel periodo.
Non a caso viviamo oggi in un mondo caratterizzato dal dominio crescente della finanza anche a scapito dell’economia reale, le cui regole di funzionamento interno stanno spingendo – da decenni – verso l’espropriazione e la riallocazione della ricchezza che, dalle classi lavoratrici e dal ceto medio produttivo, si sposta implacabilmente verso l’alto, verso le élite. In questo mondo dove si insegna che lo scopo delle aziende è massimizzare il profitto degli azionisti, dove si lanciano senza ritegno guerre per esportare la democrazia, dove le opinioni ben confezionate valgono molto di più dei fatti conclamati, dove la parola e l’immagine virtualizzata ha preso il posto della realtà esperita con i sensi, il cittadino è diventato mero consumatore. In questo mondo la politica (che a questo stato di cose ha aperto la strada) ha finito col diventare il servo docile dei potentati economico-finanziari.
La mega macchina globale del marketing è diventata essa stessa cultura e – piaccia o meno – propone ed inculca valori, crea aspettative, riproduce instancabilmente il bisogno perché deve creare sempre nuovi desideri, produrre sempre nuovi consumatori su scala planetaria; essa, paradossalmente, omologa tutto facendo sembrare tutto differente. In questo nuovo ambiente sociale tutto è concesso purché non metta in discussione le regole di funzionamento del sistema economico-finanziario dominante fondato sull’indiscutibile assioma del libero mercato: la politica che ha abbandonato da tempo il campo dei diritti sociali diventa bio-politica o recita la retorica completamente vuota dei grandi ideali universali e dei nobili valori evocati alla bisogna.
Ma la realtà dei fatti – anche solo restando in Italia – è ben diversa come dovrebbero sapere per esperienza diretta i 5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà (dati Istat), i milioni che non hanno più un lavoro tutelato e che stentano ad arrivare alla fine del mese, le migliaia di piccole imprese strangolate da una tassazione implacabile, le decine di migliaia di cittadini che vivono nella paura in quartieri completamente degradati, le centinaia di migliaia di persone attirate sulle coste italiana dalla speranza di una vita all’occidentale e poi abbandonate a loro stesse. Tutti effetti ben visibili di un cambiamento di cui non si capiscono i fini e i destini, che troppo spesso viene ancora letto ed interpretato con le categorie sociali e soggettive ormai obsolete maturate nella vecchia società industriale.
Non stupiscono in questo ambiente nuovo, dominato da troppa informazione, né le irresponsabili fughe in avanti né il tentativo improbabile di tornare al passato; non stupiscono il profondo senso di insicurezza, lo straniamento, i timori e le paure che caratterizzano il vissuto di molte persone che non riescono a diventare protagoniste del loro destino e che non si sentono più parte di un destino comune; non stupisce la frattura profonda che si è venuta a creare tra il mondo dei fatti concreti e il mondo dei discorsi che, più che rappresentare e discutere i primi, li costruisce in funzione degli interessi dominanti del momento.
Ora più che mai, per non restare in balia di forze ignote o ritirarsi irosamente nella propria zona di confort, per tornare a sentirsi (cittadini) protagonisti che vivono una dimensione di autenticità, serve una comprensione migliore di quel che succede a livello globale senza mai dimenticare le dimensione locale; bisogna fare uno sforzo per abbandonare categorie obsolete che portano a giudicare e condannare a priori ogni pensiero non allineato e bisogna fare uno sforzo ancora più grande per forgiare nuovi concetti e ipotizzare nuove teorie. Bisogna superare il pensiero politicamente corretto, il buonismo d’accatto, l’emotivismo dominante; serve fare un grande sforzo per recuperare rapporti più sani con chi ci vive vicino e a diretto contatto, in modo da unire le grandi dichiarazioni ideali con la pratica quotidiana; bisogna riconoscere e mettere in discussione i miti e i riti omologanti che ci sono imposti; urge ripensare il concetto di lavoro su cui si fonda la nostra Costituzione e mettere in gioco l’impegno personale che porta ad inventare pratiche di innovazione sociale ed azioni generative anche al di fuori del circuito economico-finanziario.
Se il lavoro non è più quella dimensione capace di creare relazionalità, senso ed inclusione sociale (oltre che reddito) bisogna inventare qualcos’altro; e se il lavoro manca, tenuto conto che la produzione di beni e servizi continua comunque ad aumentare, bisogna inventare nuove soluzioni per ridistribuire la ricchezza prodotta e garantire un minimo di equità.
Oggi più che mai servono un pensiero e una pratica politica capaci di liberare talenti e risorse (non di umiliarle), e servono invenzioni istituzionali paragonabili a quelle – enormi – della pensione e dello stato sociale che tanto positivamente stupivano mia nonna.
Ma per farlo bisogna avere il coraggio di inventare il futuro; l’alternativa è di subire supinamente, di ritirarsi nella propria bolla, con il rischio di trovarci, tra qualche anno, in un futuro pessimo del quale già si intravvedono i contorni.

La sinistra e la paura

Quando succede qualcosa di buono o anche qualcosa di negativo in un paese del vecchio continente che si chiama (o si chiamava) Europa, tocca non solo ai residenti di un singolo paese ma a tutti gli europei dire qualcosa. Ciò significa che anche un francese può criticare l’Ungheria o un tedesco può intervenire sulle vicende che accadono in Austria o in Italia.
Secondo me intervenire è un una cosa giusta, un progresso civile e democratico, e sarebbe anche una buona risposta  a ogni tipo di nazionalismo, tipo Salvini in Italia, Orban in Ungheria, Le Pen della “Grand Nation” francese o i protagonisti della cosiddetta “Alternativa per la Germania”. Il pensiero libero infatti non conosce confini, non sopporta sbarre, dogane e poliziotti armati; è una libertà da difendere ed anche da praticare con forza. Per questa ragione intervengo sulla Sinistra italiana e la paura, tornando indietro di qualche decennio, ma ben sapendo che è una riflessione che vale anche per la Germania.

Siamo negli anni della nascita leghista in diverse regioni del Nord d’Italia: la Lega Nord sembrava un fenomeno folcloristico e fuori dai tempi moderni, con militanti che apparivano quasi come gli indigeni di una tribù non civilizzata. Alla luce dell’esperienza di oggi si può dire che quello era un giudizio sbagliato e arrogante.
Proprio in quei tempi, un giornalista italiano chiese al vecchio sindacalista e scrittore Vittorio Foa perché secondo lui la Sinistra non fosse stata capace di raccogliere la protesta che era invece stata canalizzata verso la  Lega Nord. Foa rispose in un modo chiaro e la sua riflessione rimane di grande attualità anche oggi.
“Forse – argomentò Foa – la caduta delle motivazioni ideali ha tolto alla Sinistra la sua storica capacità di rappresentare la protesta. L’argomento è ricco di sviluppi: la Sinistra è cattiva quando ha gli ideali perché sono ideali di sinistra ed è cattiva quando non ha più ideali perché lascia spazio all’avventura”.
“La sinistra – aggiungeva – è sempre stata capace di esprimere la protesta dei poveri, di quelli che non hanno nulla da perdere, ed è invece stata incapace di esprimere la protesta di quelli che hanno qualcosa da perdere e hanno paura. Cos’è la Destra se non questa paura? Ma perché la paura di perdere qualcosa deve essere per la Sinistra socialmente, politicamente irrilevante?“

Cosi Vittorio Foa, già all’ inizio degli anni Novanta, metteva a fuoco un tema di grande rilevanza politica. Oggi, più di due decenni dopo si legge quell’intervista con grande nostalgia.
Perché la “Sinistra italiana” – scritto tra virgolette e senza un riferimento ad un partito concreto – non ha capito niente dalla profezia di Foa e di altri compagni della sua generazione. Con la paura della gente non si scherza, anche se la paura, per esempio quella contro “gli immigrati”, fosse senza fondamento. La paura nasce nelle teste degli uomini, ma resta anche nei loro cuori.
In un epoca dove non esistono più le “Grandi Chiese” sia religiose che politiche, dove la solitudine è diventata un fenomeno di massa, la paura si diffonde e si allarga sempre di più. Senza una risposta valida di una sinistra civile, questo territorio vasto sarà occupato da una Destra che pensa solo alla pancia a alle facili riposte.
Che povera Europa con un Italia per trent’anni guidata da Salvini e un Germania che slitta sempre di più verso una Destra rozza e semplificatrice!
“Abbiamo – come ha detto durante il Nazismo il filosofo antifascista Walter Benjamin – l’obbligo di difendere i valori civili in Europa“. Valori contro la paura e contro i leader autocratici.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’albero dei desideri

Che la mamma cucini come la nonna
Un bacio in più
La sufficienza a scuola
Che Michela mi sposi
Le cene con gli amici
La persona giusta
Felicità

Appesi a un albero di agrumi nella serra di Fico (Bologna), i messaggi che le persone hanno scritto, addobbano i rami come fossero frutti.
Sono pensieri lanciati all’universo più che foglietti attaccati a un fusto, sono le sintesi che i cuori fanno quando una riga deve contenere il desiderio di quel momento e che possibilmente valga sempre.
Il concetto trasversale e più contagioso è felicità, alla fine la chiedono tutti. La cena con gli amici non è forse anche quello un momento felice? Aspirare alla felicità sembra più semplice che coglierla e vederla, affidarla a un albero fa pensare di esserle vicini, magari a un passo, come un frutto un po’ troppo in alto, ma raggiungibile. Bisognerebbe imparare a farci caso quando si è felici, come diceva Kurt Vonnegut, ma questo farci caso non è che arriva sempre un attimo dopo che la felicità è passata? Siamo capaci di viverla proprio mentre accade respirandola tutta o abbiamo bisogno di un leggerissimo scarto di tempo per averne consapevolezza e riconoscerla? Siamo davvero in grado di stare nel momento felice così come ci stiamo e crogioliamo, struggendoci, quando siamo tristi?
I biglietti erano finiti e i rami ormai troppo pieni, così non ho potuto agganciare i miei desideri all’albero, però ho ripassato a mente la mia lista, bella confezionata e abbastanza antica, che affiora sempre in questi casi. Mi sono accorta che su tante voci, la spunta c’era già, mentre altre non mi interessavano più. La mia lista dei desideri, quella scritta bene, precisa, lunghissima che era diventata una specie di litania nei momenti peggiori, non era più vera: scaduta, dimezzata.
Quei desideri mi avevano fatto compagnia per così tanto tempo che un po’ mi dispiaceva salutarli. Allora ne ho pensato uno solo, attuale e del colore degli agrumi.

E voi cosa scrivereste sull’albero di agrumi?

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

L’uguaglianza discrimina!

di Federica Mammina

C’è una parola di cui oggi mi pare si faccia abuso. È la parola discriminazione. Con i politici in testa, una delle accuse più gettonate quando non vi è accordo su un tema è quella di discriminazione. Così se non concordi con il pensiero dominante, o quello che si cerca di far diventare dominante, discrimini. Ma non si può pensare che ogni scelta tra una posizione a favore ed una contraria significhi necessariamente discriminare qualcuno. Altrimenti dovremmo essere sempre tutti d’accordo su tutto. L’uguaglianza ha un significato ben preciso: trattare in modo uguale situazioni uguali, ed in modo differente situazioni differenti. Perché è un dato di fatto che non siamo tutti uguali, e meno male. È considerare ciascuno come identico a tutti gli altri, è dare a tutti indistintamente le stesse cose e non ciò di cui si ha realmente bisogno, è lì che si annida la vera discriminazione.
Stiamo attenti: potremmo finire per considerare come libertà e parità di trattamento ciò che piuttosto è omologazione.

“Tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono”
Abraham Lincoln

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

La vita comoda

di Federica Mammina

Di molte cose manchiamo, ma di certo non delle comodità. Abbiamo accesso a qualsiasi tipo di informazione, abbiamo mezzi di trasporto che ci portano ovunque, non dobbiamo più nemmeno uscire di casa per fare acquisti. Sono passati i tempi in cui le cose si guardavano dalla vetrina così tanto che pareva di consumarle.
Ha un prezzo tutta questa comodità? L’accessibilità senza limiti alle cose non fa altro che farci venire altri bisogni, in continuazione, come una droga. Uno studio ha dimostrato che più si ha e più si vorrebbe avere, peccato però che la durata del piacere data dal nuovo oggetto diventi sempre più breve.
Forse allora la conquista di tutte queste comodità non ci rende la vita più facile: la selezione che una volta facevano la mancanza di mezzi e di possibilità, oggi dobbiamo farla noi, costantemente chiamati a chiederci se soddisfare quel bisogno ci renderà davvero più felici.

“Meno comodità si hanno e meno bisogni si hanno, e più si è felici”
Jules Verne

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

SOCIETA’
La fine del consumatore perfetto e la nascita dell’uomo del futuro

Dai cambiamenti culturali e sociali scaturiti dall’effervescenza degli anni sessanta e settanta, dalla fine del socialismo reale, dalla struttura egemone dell’impianto economico e finanziario neoliberista, dall’avvento e dalla diffusione delle nuove tecnologie digitali, non sono scaturiti solo gli sconvolgimenti della globalizzazione, ma è venuto emergendo anche un nuovo modello di uomo radicalmente diverso da quello caro al mondo borghese della società industriale e, lontano da quello tanto quanto quest’ultimo era distante dall’uomo della civiltà contadina rurale. Se in quel passato si parlava di uomo intendendo, di fatto, il maschio occidentale adulto, capofamiglia, oggi, parlando di uomo, s’intende comunemente un astrazione di specie che, nelle sue specifiche connotazioni, sempre più spesso travalica i confini della classica polarizzazione di genere.
L’identità di questo essere umano che oggi popola il mondo digitale e globalizzato, è costruita prioritariamente intorno alla nozione di consumatore; essa non richiede né identità sessuale, né appartenenza religiosa, etnica o razziale, purché appunto, l’essere uomo si traduca in quel consumo che deve crescere, insieme al numero totale di consumatori, per assorbire l’enorme capacità produttiva del sistema industriale globale ed alimentare l’indispensabile aumento del PIL incredibilmente (per chi ha ancora un po’ di senno) assunto come metro e condizione dello sviluppo umano e sociale. Si tratta per certi versi del compimento di un progetto economico ben orchestrato, teso a fare dell’uomo un consumatore perfetto, convinto di poter soddisfare ogni suo bisogno, materiale, sociale, psicologico e spirituale attraverso il consumo di beni e servizi.
All’atto pratico questo modello umano si presenta come individuo perfettamente integrato nel sistema e da questo assolutamente dipendente: non tanto dagli altri consimili, con i quali è in competizione feroce in quanto imprenditore di sé stesso, ma dalle tecnologie, dai servizi, dagli oggetti culturalmente necessari, dalle regole di pensiero dominanti e dalle mode. E’ tipicamente un individuo che esercita la sua libertà e si ritiene libero in quanto può scegliere tra una infinita e crescente varietà di merci e servizi; egli è veloce e volubile per poter soddisfare costantemente i desideri, sempre cangianti, che l’onnipresente industria della persuasione provvede sistematicamente a costruire ed alimentare in forma di bisogni sempre nuovi. Nella versione più audace l’uomo consumatore vuole spingere la sua possibilità di opzione a livelli impensabili per le vecchie generazioni: esattamente come al supermercato egli pretende di poter scegliere, in nome della libertà, il genere, la religione, l’identità sessuale, le modalità di riproduzione, le caratteristiche dei nascituri, le opzioni di fine vita; non si limita però a scegliere privatamente e secondo personale coscienza, ma pretende che tale libertà sia pubblica, legittimata e normata, legale e, non raramente, obbligatoria per tutti. Nella sua versione tecnologica più spinta l’uomo consumatore spinge il suo desiderio fino alla possibilità di poter finalmente scegliere tra le opzioni promesse dalla tecno-scienza futuribile che, attraverso l’integrazione con le macchine e l’intelligenza artificiale, potranno consentire di diventare (cyber-) organismi potenziati, lanciati sulla strada della ricerca dell’immortalità e della fine definitiva della sofferenza.
Egli vive dunque con disagio e con rabbia ogni forma di certezza e di permanenza, ogni tipo di barriera, ogni religione che pretenda di essere vincolante, ogni nazionalismo, ogni regolamento che in qualche modo vincoli il libero mercato e la corsa di quella che ritiene essere la scienza nella quale confida massimamente. Il consumatore perfetto ha le stesse caratteristiche liquide delle merci e del denaro: per non diventare obsoleto deve continuamente cambiare, per cambiare deve continuamente consumare. Privato del consumo, al quale deve ricorrere anche per sanare i propri disagi interiori, privato di quelle occasioni di fruizione a pagamento che associa al godimento e alla “felicità” l’uomo consumatore su rivela per quello che è: un essere spesso spaesato e privo di orientamento, non di rado sofferente ed estremamente egoista.

Il processo di costruzione e diffusione di questo modello umano di consumatore perfetto sembra tuttavia avere sbattuto contro i limiti attuali della storia, complice una crisi economica che non accenna a risolversi e che si mostra sempre più con i tratti della crisi antropologica, sociale, culturale e, per chi ci crede, spirituale. Gli ultimi anni hanno fatto cadere, in Italia e in tutto l’Occidente, molte illusioni, hanno messo molte persone di fronte ai limiti del consumo e all’insostenibilità di stili di vita interamente consumisti, hanno riportato urgentemente in agenda problemi che si ritenevano ormai superati da tempo.
Ma non sono cambiate affatto le pressioni che spingono al consumo, diventate con le tecnologie digitali, ancora più pervasive ed accattivanti; si è ancora di più ampliata la ricerca di nuovi mercati e nuovi consumatori da immettere urgentemente nel circuito, proponendo ed imponendo, anche nelle zone più povere del pianeta, l’immagine del paese di bengodi. Si sono rafforzate enormemente le tecniche di marketing che diventano sempre più invasive, potenti, accattivanti e manipolatorie. Si è ancora più diffusa l’idea di diffondere, in ogni modo e a qualunque prezzo, a tutti gli abitanti del mondo il modello del consumo coatto. Ma si è anche enormemente ampliato il divario tra un numero in diminuzione di ricchi sempre più ricchi e la massa crescente di poveri sempre più poveri. Interi strati di popolazione che si credevano in diritto di godere di un certo agio e una certa sicurezza sono precipitati verso il basso vedendo drasticamente compromesse le proprie aspettative e, soprattutto, le proprie possibilità di consumo.
Di fronte a questo ridimensionamento il modello del consumatore perfetto è andato in crisi su vasta scala; ma gli assunti su cui si regge sopravvivono e si rafforzano, soprattutto in quei gruppi sociali protetti (o fortunati) che possono ancora permettersi di guardare con sufficienza alla paura degli impoveriti, che tranquillamente associano all’ondata montante del populismo, del razzismo e della xenofobia, del luddismo, dell’integralismo e del passatismo più volgare. L’uomo consumatore perfetto infatti, nella sua lotta costante per la libertà di scelta e nella sua caccia sistematica all’argomentazione politicamente scorretta, sa essere estremamente intollerante e violento (verbalmente) contro quanti osano mettere in discussione il suo stile di vita.
Intanto, tra le macerie della crisi, molte persone un po’ per scelta un po’ per necessità si organizzano, cercano soluzioni, recuperano vecchi approcci, inventano possibilità mettendo in discussione il paradigma dominante. Queste piccole strategie che assumono a volte la forma di vere innovazioni sociali rappresentano una cifra originale, forse l’avanguardia di un cambio di paradigma, al fondo del quale si intuisce in potenza la presenza di un altro modello possibile di uomo, più adatto a vivere in un futuro sostenibile, meno dissipativo e più collaborativo, Egli sa fare tesoro delle conquiste della tecno-scienza ma guarda la realtà con occhi diversi, libero, per quanto ora possibile, dall’ideologia materialista del consumo, dal dogma della competizione e dell’efficienza, più attento alla semplicità e agli aspetti spirituali. Uscito dai vincoli del pensiero industriale tanto quanto dall’insana passione dell’iper-consumo, egli si muove nella complessità con la leggerezza che deriva dal sentirsi parte responsabile di una realtà universalmente interconnessa, complessa e, per certi versa, sacra.
E’ un uomo più autonomo e libero più forte perché ha meno bisogni, più indipendente poiché fonda la sua vita sulla libertà e la creatività, sull’utilizzo di beni anziché sul loro possesso; più resiliente poiché ha riconosciuto il valore dell’essenzialità e sa affrancarsi dal ciclo di costante produzione e riproduzione del bisogno che caratterizza le attuali società. Forse più saggio, poiché sa riconoscersi come soggetto dotato di valore in sé e coltiva la propria unicità anziché auto-definirsi secondo standard esterni basati sul confronto e la classificazione. Egli ha ripreso a guardare con interesse al mondo delle virtù e dei valori che vanno oltre l’utile, è capace di riconoscere la ricchezza delle diversità culturali, è capace di guardare con consapevolezza ai rischi enormi e alle opportunità straordinarie che si profilano nell’immediato futuro. Quest’uomo più empatico e meno calcolatore, meno dipendente dal sistema e meno eterodiretto poiché sa trovare dentro di se le risorse indispensabili per governare la propria vita, sta costruendo un nuovo linguaggio e nuovi codici di significato straordinariamente lontani dalla neolingua imperante.
L’uomo del futuro intravede tra le nebbie del presente una società emergente, ricca di beni comuni, abitata da nuove persone e nuove istituzioni: per questa si impegna personalmente, positivamente e senza false illusioni.
La via è oscura e imprevedibile ma, ora più che mai, per avere un futuro bisogna dare nuova speranza al presente.

Quando il tempo diventa merce rara, la natura e l’uomo si annullano…
E il lavoro diventa un dio

Sarebbe ora di chiedersi di cosa veramente abbiamo bisogno. Cosa manca a questa società che piange spazi umani, inconsciamente privata di famiglia, ideali e futuro. Alla ricerca di lavoro, casa, vestiti alla moda, cibi esotici, sballi notturni e partite di Champions League. Ragazzini/e di 13-14 anni da lasciare alle 22:00 in discoteca e da andare a riprendere all’1:30 del mattino dopo, una serata con un buco in mezzo.
Cosa manca sul serio alla nostra giornata? Difficili soluzioni quando si insinua il bisogno della velocità di decisione, quando il tempo è tiranno. Il tempo che manca anche per fare la spesa, eppure i negozi non chiudono mai, i supermercati sono sempre lì con le loro commesse tristemente sorridenti di domenica come a Natale, di sabato come a Pasqua. Giornate senza pausa, senza tempo.

I romani avevano costruito un impero enorme tenuto insieme dalle loro strade al fine di favorire i loro commerci e di spostare le legioni dove erano necessarie nel minor tempo possibile. Riuscivano a percorrere anche 30 km al giorno e in un mese potevano coprire una distanza di un migliaio di chilometri. Noi possiamo fare lo stesso in qualche ora, un successo enorme. Ma dov’è finito il tempo risparmiato? A volte lo rivediamo nella scelta di un prodotto su uno scaffale perfettamente uguale a un altro posizionato in un supermercato a migliaia di chilometri di distanza, quando ci sembra di avere grandi capacità di scelta, di avere il mondo a portata di mano.

Lo spazio umano manca in questa nuova società che oramai è già vecchia e come noi vecchi si imbruttisce sempre di più, diventa inguardabile, a volte tristemente inutile al nuovo che fatica ad arrivare perché non trova spazi di espressione.
Le città non parlano più a loro stesse e oramai nemmeno più i quartieri e domani nemmeno i condomini che già non riescono ad andare oltre il buongiorno di cortesia. Lo spazio vitale si restringe a se stessi perché il tempo è poco ed è tiranno ed anche per i figli non ce n’è mai abbastanza. Certo si trova il tempo per accompagnarli in palestra, alla festa di compleanno, in discoteca ma è difficile fermarsi a chiacchierare delle passioni, delle avventure della giornata, delle aspirazioni, dell’aria pulita, del mare.

Tempo per confondere gli spazi umani, mescolarli, riempirli di contenuti che non trovi sugli scaffali del supermercato la domenica, quando una commessa non resterà a casa sua.
Il nostro essere consumatori, oramai a tempo pieno. Forse qui è andato a finire il tempo risparmiato, forse il risparmio è stato massimizzato, economicizzato, reso merce anch’esso. Tutto ciò che si vuole rendere merce viene prima reso raro, difficile da trovare esattamente come il denaro, come il lavoro e qualsiasi altra cosa abbondante in natura, ma resa falsamente scarsa per poter essere venduta al prezzo della libertà dei più.

Tempo e libertà camminano di pari passo e li stiamo perdendo entrambi. Forse non sappiamo nemmeno più piangerli perché non li riconosciamo più. È un processo lungo di spersonalizzazione e di creazione della massa iniziata più o meno un secolo fa oramai. Edward Bernays uno dei precursori del controllo delle masse attraverso i concetti di mente collettiva o fabbrica del consenso capace di far apparire il fumo delle sigarette come una conquista delle donne, un po’ come quando le stesse hanno conquistato nei tempi più recenti il diritto di combattere in prima linea guerre lontane da casa.
Hitler o Stalin e il controllo dell’opinione pubblica, Wilson (ieri come oggi) che entrava in guerra per portare o mantenere la democrazia in Europa e non per combattere i regimi nemici. E i banchieri della Lehman Brothers: “dobbiamo cambiare l’America: da una cultura dei bisogni, a una cultura dei desideri” scriveva Paul Mazur da Wall Street.
E i desideri si sa, vanno oltre quello di cui si ha bisogno o di quello che serve o di quello che è disponibile. Il desiderio va oltre e difficilmente si realizza, e allora si è sempre alla ricerca, in una continua lotta contro il tempo.

È importante il controllo anche del linguaggio nella società moderna, spersonalizzata e senza tempo a disposizione. In questa società “non ci sono risorse per tutti”, per cui diventa normale ed accettabile che ci siano i poveri e i ricchi. “Ad uno Stato è richiesto l’equilibrio di bilancio”, per cui diventano accettabili le tasse oppure la diminuzione della qualità nei servizi o il loro razionamento.
Potenza delle parole che giustificano l’esistenza di re e principi che non combattono più guerre, ma fanno stragi peggiori, che non si vedono, ma distruggono Stati e popoli con la cultura della scarsità e la manipolazione delle parole.

Girando per i quartieri si vedono ancora gli alberi e i fiori. E l’aria è ancora lì, da respirare. I romani arrivavano dappertutto con le loro legioni, soffrivano, ma avevano la natura intorno e potevano guardarla mentre sudavano. Adesso potrebbe essere meglio, potremmo guardare senza sudare e faticare, ma dobbiamo vincere l’ultima battaglia, quella del tempo-merce.

Emergenza immigrazione: un cul de sac tra demagogia e realtà

Ma dove ci siamo infilati? C’è sgomento, rabbia, sfiducia, sospetto; una fila di interrogativi che cercano disperatamente una risposta plausibile che non c’è. Siamo arrivati al parossismo, che non è una bella posizione. Manca chiarezza, manca un faro, una bussola, un timone che convinca che quello che stiamo facendo è giusto, condivisibile, intelligente e onesto. Non è più sufficiente quel ‘politically correct’ che metteva tutte le coscienze a posto, dava quelle garanzie pseudo-morali che occorrevano, fino poco tempo fa, a sentirsi bene, brava gente, buoni esponenti di un’umanità più fortunata, cittadini retti e esseri umani solidalmente presenti. No, non basta più. La solidarietà vera nasce spontanea perché deve essere sentita nel profondo e può nascere solo se una collettività ci crede, si regolamenta, prevede conseguenze, anticipa bisogni, provvedimenti, necessità e risorse reali. E soprattutto se i responsabili di una collettività hanno la necessaria ed equilibrata visione del problema e dell’impatto su sensibilità, sentimenti e sentori diversi che ne complicano o ne rallentano la risoluzione. Non è facile né scontato dire di sì a un’accoglienza totale incondizionata di un’ondata di immigrazione di cui non si sa nulla, come non è semplice negare accoglienza e ospitalità a esseri umani che arrivano nel nostro Paese in condizioni di ‘ecce homo’. Si sta chiedendo una consapevolezza, una fiducia, una predisposizione che a volte stride con i problemi che stiamo vivendo al nostro interno e rischiano di farci implodere. Non è così che ci si appresta a ricevere gente che lascia i propri Paesi devastati dalla guerra, privi di prospettiva e pianificazione sensata, rovinati da dittature deposte da giochi internazionali e lasciati al caso, ombre di società allo sbando. E rimangono sospetti e oscurità su chi ha ‘diritto’ ad un’ospitalità dovuta e chi, invece, rappresenta un ‘pericolo’ clandestino. Legittimo, se si pensa che siamo in stato di allerta, ma non totalmente giustificabile moralmente. Si stanno creando dinamiche di convivenza che si prestano a qualunque interpretazione e i mass media sguazzano implacabili in questo mare mosso cavalcando onde e sfruttando venti per vendere ciò che più è spendibile. Demagogia e populismo mediatico da incantatori di serpenti fomentano un malumore ormai al limite e tengono in mano una grande rappresentanza dell’opinione pubblica diffidente, scettica, impaurita, arrabbiata, spesso rancorosa che manca ormai di una visione dei problemi che lasci spiragli a sana reattività e positività. Occorre informazione onesta per creare opinione onesta, serve un dibattito che sia realmente costruttivo e non il ring al quale siamo ormai abituati per quel quotidiano assistere allo screditamento ingiurioso reciproco per appartenenza a correnti di pensiero ed opinione differenti. Una mediazione difficile, utopica per molti, ma percorribile nei termini di rispetto dell’essere umano in condizioni di disperato bisogno. Un principio che superi le bieche strumentalizzazioni molto facili da assecondare e che garantisca allo stesso tempo il cittadino che chiede solo di essere tutelato e ascoltato. Responsabilità nazionali e transnazionali, coordinamento e corrette relazioni tra governi, proporzionalità nella condivisione dell’emergenza, riconoscimento e autentico sostegno a coloro, come l’Italia, che affrontano in prima linea questa guerra tra poveri senza soluzione di continuità, ecco le grandi sfide che ci attendono nell’immediato futuro e che chiedono urgentemente risposte concrete e non vaghe giustificazioni.

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PUNTO DI VISTA
Cittadini o consumatori: sei riflessioni sulla crescita del Pil e l’aumento inesorabile dei bisogni

Se si osserva la società dal punto di vista dei bisogni, liberi per quanto possibile dai preconcetti del pensiero unico economico che quotidianamente ci assedia con PIL, Spread, Dow-Jones, FTSE e simili amenità, il nostro sguardo si apre su prospettive e paesaggi  molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere solitamente. Liberati un poco dal pregiudizio, da molti cliché e fors’anche da qualche strisciante ideologia, possiamo perfino immaginare che il fine della società nel suo insieme possa essere espresso con un linguaggio e con criteri differenti da quello della crescita, della riduzione del debito pubblico, dell’aumento dell’occupazione.

Possiamo ad esempio ipotizzare che il fine della società non possa e non debba essere disgiunto dalla sua capacità di risolvere i bisogni dei suoi membri, possiamo immaginare che esso non possa essere pensato come completamente indipendente dal più vasto sistema ecologico dal quale le società sono emerse e traggono sostentamento, possiamo vedere la gabbia d’acciaio che Max Weber ci ha insegnato a riconoscere e mettere in dubbio la presunta certezza di vivere in un mondo disincantato, indifferente alla sorte degli umani.

Siamo tuttavia così immersi nel brodo dell’informazione mainstream che un simile passaggio (mettere tra parentesi l’ideologia economica imperante) risulta essere molto difficile, ed è percepito dai più come un esercizio poco utile, se non completamente insensato. Cosa possiamo scoprire se osserviamo il nostro mondo da questa prospettiva particolare e, nell’osservarlo, immaginiamo di farlo assumendo diversi punti vista che possano essere rappresentativi di differenti posizioni dentro la struttura sociale?

1. Lo spirito del consumismo
All’alba del pensiero diventato oggi egemone (siamo nel 1955, l’epoca dipinta nei suoi aspetti positivi dalla situation comedy Happy Days), un economista allora molto autorevole Victor Lebow, membro del gruppo di analisti economici del Presidente degli USA Eisenhower, se ne uscì con questo asserto, che è la chiave di volta dell’intero edificio della “nostra” società del consumo:

«La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, a trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e sostituiti ad un ritmo sempre maggiore».

Questa prospettiva, nella quale viviamo oggi completamente immersi come il pesce nell’acqua, al punto di non sapere neppure più cosa si intendesse (e si intenda) con il termine consumismo, pone la nozione stessa di bisogno su una base che ne determina in buona sostanza la dissoluzione. In un contesto di sovra-produzione, tutte le vecchie nozioni che si fondavano sulla penuria di beni e i rischi derivanti da eventi esterni imponderabili, sull’esigenza di mantenere una centratura rispetto alle esigenze basilari dell’esistere, vengono messe in discussione e presto cadono nell’obsolescenza; di fatto parlare di bisogno, almeno al livello di politica economica, diventa inutile poiché la prospettiva più importante, se non unica, diventa quella del consumo.

In che modo dunque, all’interno di questa prospettiva, le nostre società rispondono al bisogno? Superata la soglia della produzione di una massa di beni statisticamente sufficiente a coprire i bisogni primari di sussistenza, sostanzialmente attraverso 7 meccanismi fondamentali il cui scopo è appunto quello di aumentare i consumi:

  • la manipolazione sistematica dei sistemi di desiderio attraverso l’educazione al consumo che inizia fin dai primi anni di vita (“consumo quindi sono”);
  • l’obsolescenza programmata delle merci prodotte (i beni devono durare poco per essere      sostituiti spesso) che si coniuga con il fascino dello sviluppo tecnologico;
  • la moda con tutte le sue implicazioni (ciò che ha ancora piena funzione d’uso deve essere rigettato in quanto non socialmente adatto);
  • lo specialismo esasperato e diffuso, dove il ruolo dell’esperto porta allo svuotamento sistematico delle capacità che possono rendere autonoma la persona e alla loro sostituzione con prestazioni a pagamento (“non so fare nulla che esca dal mio ambito ma so a chi rivolgermi”);
  • la sostituzione di attività prima svolte informalmente nelle reti comunitarie e familiari, con prestazioni specialistiche a pagamento;
  • la credenza acritica che la crescita del PIL sia l’unica via ed indispensabile per far crescere la torta da spartire, creare lavoro e quindi far entrare sempre nuovi consumatori nel sistema (è necessario crescere indefinitamente);
  • l’estensione forzosa del modello ritenuto (unico) portatore di benessere in tutto il pianeta e, con esso, dello stile di vita occidentale, ovviamente presentato come (unico) portatore di libertà e di democrazia.

2. Siamo ancora in grado di riconoscere i nostri bisogni?
Lasciamo i suggerimenti del consigliere del presidente degli anni ’50 e proviamo ora a recuperare una sana prospettiva soggettiva, cambiamo punto di vista e consideriamo il tema del bisogno (nella duplice accezione di carenza e di motivazione all’azione) secondo ciò che percepiamo e sentiamo come persone, come singoli esseri sociali dotati di corpo, di emozioni e di pensieri. Con un impegno che ci è stato insegnato dalla fenomenologia, cerchiamo di mettere tra parentesi il nostro ruolo sociale e tentiamo di individuare in cosa consistono i nostri bisogni: ne scaturirà un elenco simile al seguente, proposto da un altro economista, Manfred Max-Neef (per non citare sempre il citatissimo Maslow), un personaggio decisamente diverso da quello citato in precedenza:

  • Sopravvivenza
  • Protezione
  • Affetto
  • Partecipazione
  • Ozio
  • Creazione
  • Identità
  • Libertà
  • Spiritualità

Osserviamo questo elenco, liberi per quanto possibile da soluzioni precotte e preconfezionate, affrontiamolo in modo creativo, e chiediamoci in quali modi possa essere affrontato da singoli soggetti e in quali modi concretamente lo affrontiamo nella nostra vita. Da questo punto di vista, chiamati in causa direttamente, siamo decisamente più propensi a credere che l’economia debba servire alle persone, piuttosto che le persone servire all’economia.

3. Il marketing ovvero l’arte di vendere e costruire nuovi bisogni
In che modo la nostra società tende attualmente ad interpretare ed onorare tutti ed ognuno di questi bisogni? Secondo l’ipotesi mainstream o neoliberista, proprio e solo attraverso i mercati, la crescita forzosa del PIL e la conseguente corsa sfrenata al consumo (ben espressa dalla famosa PublicitàProgresso (!) “Fai girare l’economia”). Questa visione è esemplarmente sintetizzata in alcuni detti recentissimi (verbatim) che girano nel mondo (affascinante) del marketing, il sottosistema economico deputato per antonomasia a far crescere le vendite (e i consumi) che, sul tema dei bisogni, ha uno sguardo tanto originale quanto interessato:

    • “la pubblicità non è più l’anima del commercio, ma il commercio dell’anima”;
    • “senza sogno non c’è bisogno”;
    • “il consumatore compra emozioni, non materia: un marchio senza emozione è solo merce”;
    • “siamo ciò che compriamo”.

Considerati a prescindere dal loro appeal creativo ed attuale, questi motti esprimono perfettamente l’idea di un consumismo ormai orientato a dare risposte proprio a quelle che sembrerebbero essere le aspirazioni più alte e “spirituali” dell’uomo (il modello Marketing 3.0 dal prodotto, al cliente all’anima, discusso da P. Kotler nell’omonimo libro).

1. CONTINUA

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LA NOTA
Di notte a Ferrara

Nel linguaggio politico si parla di un ‘failed State’ (Stato fallito) quando non c’e più la possibilità di stabilire un regime democratico nel quadro di uno Stato o di una regione con confini chiari. Non ci sono più leggi e regolamenti per gestire i comportamenti della gente che vivono in quel territorio. Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr o in via delle Volte, ci si sente davvero in un ‘failed district‘, un territorio senza regole, un vero ‘wild east’ di una volta.
Via Carlo Mayr, di giorno una strada pubblica, aperta a tutti, di notte diventa una strada di fatto privata, totalmente bloccata dai clienti delle cosiddette ‘street bar’. Nemmeno io provo grande nostalgia per la città silenziosa e noiosa di qualche tempo fa, la ‘Ferrara funerale’, e mi piace l’idea della ‘movida’, ma talvolta il rumore diventa insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Grazie a Dio, personalmente sento quel casino notturno solo da lontano perché la nostra camera da letto è collocata verso le Mura. E non capisco neppure perché il viluppo di stradine in questo storico quartiere di Ferrara sia diventato con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi ‘bisogno umano‘. Sento un grande rispetto per i residenti che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro spesso sgradevole per riportare un po’ di civiltà in un quartiere che, di notte, non sembra affatto appartenere all’Europa del XXI secolo ma ad un ‘failed State’, fuori dal tempo e dallo spazio.
Auguro una buona estate a tutti quelli che devono vivere e dormire nel piacevole e storico ambiente ferrarese, compresi gli ospiti stranieri. Sperando che l’ufficio del turismo e le autorità preposte leggano questa nota.

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LA RIFLESSIONE
Il lato buono della crisi

C’è un aspetto positivo in questa terribile crisi che ci attanaglia: la sensazione è che questi anni, incerti e sofferti, ci abbiano reso più attenti e sensibili ai veri bisogni, alle reali necessità, alla qualità dei rapporti e meno facilmente suggestionabili dal luccichio delle paillettes.
La crisi ha indotto molti a mettere da parte il galoppante individualismo e riscoprire il valore delle relazioni, il senso della solidarietà, il concetto di mutualità, il reciproco aiuto, la disponibilità a spenderci per gli altri e l’umiltà di chiedere agli altri senza eccessivi imbarazzi, in una ritrovata dimensione di civile reciproco sostegno. Siamo diventati più sensati e meno frivoli, guardiamo più all’essenza e meno all’effimero.
Significativo è il progressivo affermarsi – in ambiti ancora minoritari, ma in costante crescita – di una economia basata sul fondamento del baratto, che valorizza saperi e competenze e si orienta sul bisogno reale, piuttosto che ridurre tutto a termini monetari, con il prezzo quale unico indice di misurazione e il denaro come solo strumento di remunerazione.
La cosiddetta ‘sharing economy’ è l’esempio più dirompente di questa ritrovata sensibilità comunitaria e la dimostrazione che qualcosa sta cambiano: prestare, scambiare, condividere sono i verbi della nuova economia. Mettere a disposizione, superare gli egoismi regala una gioia nuova: il piacere della solidale complicità. Vale per le auto, per le case, per i viaggi, i libri, le biciclette, per gli spazi di lavoro e per tante altre cose. Quel che è mio non è più necessariamente solo, solamente ed esclusivamente mio possesso: può essere anche di altri e gli altri possono reciprocamente essere disponibili a condividere con me i loro beni. E questa è una gratificazione e una ricchezza immateriale che si somma al concreto vantaggio, perché si traduce in un arricchimento di rapporti e relazioni. E’ nutrimento dello spirito.
Coworking, bike sharing, car sharing, car pooling, couchsurfing, hospitality club stanno diventando espressioni che designano nuovi stili di vita. Si ricorre a forme di finanziamento comunitario per sviluppare progetti di interesse collettivo, attraverso i meccanismi di crowfunding, come ha fatto anche il nostro quotidiano [vedi]. Ci sono siti specializzati, come collaboriamo.org, ed eventi dedicati come Sharitaly. Il festival dell’Altroconsumo in programma a Ferrara per questo fine settimana, dedicherà ampio spazio al tema.
In questa visione evoluta rientra a pieno titolo anche una pratica, già più consolidata, come il ricorso alla banca del tempo, espressione di un volontariato speso e reso in forma mutualistica.
In Italia, si stima che operino 138 piattaforme collaborative, frazionate fra 11 differenti ambiti, tra i quali il crowdfunding (con il 30%), i beni di consumo (20%) i trasporti (12%), il turismo (10%), il mondo del lavoro (9%).
E’ la mentalità che sta evolvendo. Qualche anno fa, tanto per fare un esempio, l’idea di viaggiare facendo l’autostop era prerogativa di pochi, spinti da spirito di avventura, indigenza, adesione a stili di vita alternativi… Oggi invece il car pooling è una pratica diffusa, che mette in connessione persone che, di fondo, hanno verosimilmente un’impostazione valoriale e una concezione del mondo compatibile. Così, se capita di utilizzare il noto servizio Blablacar, che consente di prenotare un passaggio da una località ad un altra in date prestabilite, non solo ci si trova a viaggiare dovendo sostenere appena un piccola parte delle spese, ma spesso ci si imbatte in piacevoli situazioni di socialità, e si conoscono persone simpatiche con interessi e gusti affini ai nostri. Utilità e risparmio si tramutano in opportunità per intrecciare rapporti, per intessere nuove relazioni.
Vuoi vedere che, un po’ alla volta, dalla dittatura dell’avere cui ci siamo costretti, ritorniamo alla libertà dell’essere?

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SPECIALE FE vs FE
Centro storico: la città va vissuta, non imbalsamata

Mi cimento in un compito ingrato, per dovere d’ufficio: in assenza del relatore designato devo difendere una causa contraria alle mie convinzioni. Farò per questo appello all’ars retorica. D’altronde i sofisti qualcosa ci hanno insegnato…

Dunque posso dirvi che sì, certo, la città-cartolina è una bella suggestione, piace a tutti. Ma una città è un organismo vivo, pulsante e il rischio che non dobbiamo correre è proprio quello di museificarla, di blindarci nella storia. La città è fatta di attività e di persone che la vivono. E la vita è anche bisogni concreti: scambi, servizi, funzioni, commercio. Possiamo ragionevolmente immaginare di disciplinare il traffico, ma senza eliminare le auto del centro. E attenzione, non stiamo facendo un favore ai commercianti, i bisogni sono anche quelli nostri di cittadini e consumatori. Pure chi vive in centro ha necessità dell’antennista o dell’idraulico, e l’artigiano non si può caricare tutto in spalle, ha necessità di muoversi.
Le esigenze sono varie e diverse, vanno contemperate con tolleranza.

Abbiamo sempre il rimpianto del bel tempo perduto. Nell’Ottocento non c’erano la auto, c’erano le carrozze. Ah che bello! Già ma le carrozze non viaggiavano in forza di vento, c’erano i cavalli a trainarle e il loro ‘carburante’ lo depositavano lungo via; e non è che profumasse di rose e di viole. Quindi, se mi passate la battuta, una forma di inquinamento c’era anche allora…
Diciamo più seriamente che ogni epoca ha i suoi disagi da sopportare.

E poi per concludere vogliamo considerare la pericolosità? Non ci risultano incidenti fra auto e pedoni in centro storico, e a ben vedere i maggiori rischi per i passanti vengono da quegli spericolati ciclisti estensi che si sentono signori e padroni del territorio.

Quindi io ribadisco: tolleranza e auto per quel che serve. Anche a vantaggio degli anziani e delle persone disabili, perché la città è di tutti e tutti devono poterne godere.

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I saldi e il fascino perduto degli Shopping Mall

Sui saldi faremo bilanci più avanti. Dagli Usa, dove la prova dei saldi è anticipata al Black Friday, il giorno seguente al Ringraziamento, arrivano notizie simili, anzi sembra che i centri commerciali siano in crisi. Come sempre, guardare fuori casa ci fa capire che quello che accade a Ferrara, in via San Romano, in via Bersaglieri del Po, al Castello, non è un fenomeno locale. I primi dati nazionali segnalano performance diversificate: migliori nei centri urbani rispetto alle periferie e migliori nelle città turistiche. Si conferma il rapporto tra consumo e consumo del tempo, anzi per lo più solo di questo ci accontentiamo quando le risorse scarseggiano. Si conferma la straordinaria fonte di ricchezza che può derivare per il nostro Paese dal turismo.
Le gallerie dei centri commerciali restano affollate: le persone le attraversano con i carrelli della spesa e danno occhiate annoiate ai negozi. Le giovani coppie investono nell’acquisto di gettoni per le giostre dei bambini. Ma altro che cattedrali del Consumo, come Ritzer aveva definito, agli esordi gli Shopping Mall, luoghi in cui l’incanto delle merci ci lasciava in religiosa ammirazione, come di fronte ad uno spettacolo di grandezza sovraumana. Le merci, e soprattutto i centri commerciali non sono più una novità, il format standardizzato che da Rovigo a Ferrara, a Parma, sembrava la geniale scoperta di economie di scala a partire dalla progettazione, propone merci seriali, tutte uguali, dello stesso colore e dello stesso informe tessuto, una patetica parodia della moda.
La questione del consumo non può essere ricondotta alla dimensione economica. La crisi ha inciso non solo sulle tasche, ma inducendo un cambiamento di valori. Il lusso ha perso smalto, anche per coloro che possono permetterselo, e si è affermata una certa sobrietà. In tempi di preoccupazione e di incertezza. il lusso diventa sinonimo di futilità.
Ma non tutti i consumi sono compressi: aumentano i “beni relazionali”, in primo luogo le tecnologie della comunicazione, e tutte le spese che hanno a che fare con la convivialità. La convivialità sostiene il successo di una nuova tipologia di negozi: quelli che propongono articoli per l’arredo della tavola e per il cucinare. Questo Natale ha visto l’esplosione di pirottine, stampi per impiattare, formine per i finger food, posate e stoviglie per le più svariate destinazioni, segna posto e altri ammenicoli. Si sa che i periodi di difficoltà economica sono segnati dalla ricerca di piccole gratificazioni: è il ‘lipstick effect’ segnalato dagli economisti fin dalla crisi americana del 1929.
Così oggi cerchiamo di rendere confortevole il luogo in cui ci rifugiamo, più o meno smarriti. La casa è il bene rifugio, non certo in termini di investimento economico, ma come luogo caldo, dove condividere cene con amici, dove esibire le proprie prodezze in cucina. E chi non ne ha da vendere, con tutte le trasmissioni di cucina!
Bisognerà capire che i consumi riflettono i baricentri della vita e che, quindi, hanno a che fare con le persone prima che con il mercato. D’altra parte i sentimenti dei consumatori dovrebbero interessare le istituzioni pubbliche e le associazioni di categoria (ma qualche corso per dire che la merce deve avere un’anima, proprio no?). Tutta la distribuzione è in una crisi profonda, di cui vi è ancora un troppo vago sentore, se pensiamo che basti un po’ più di liquidità! Gli sconti ci sono tutto l’anno, negli outlet e non solo, il commercio online si diffonde con straordinaria rapidità e perché non dovrebbe essere così se cresce la capacità di accesso delle persone e l’uso dei mobile; e cresce l’efficienza delle catene online che consegnano prodotti personalizzati in pochissimi giorni. Affidare le speranze alla ripresina, è davvero miope.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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LA RIFLESSIONE
La politica dei bisogni nel tempo della globalizzazione consumista

Molte persone condividono l’idea che lo scopo di una società democratica e giusta debba essere quello di garantire la soddisfazione dei bisogni dei cittadini. Su cosa sia bisogno si è discusso per millenni e il dibattito è ancora aperto: già Plutarco sosteneva che “la ricchezza conforme a natura ha i suoi limiti e il suo confine, tracciato tutto intorno dal bisogno come da un compasso”. Egli affermava questo in un tempo in cui la popolazione mondiale poteva essere stimata in poco più di 200.000 milioni di persone, mentre oggi ha superato i 7 miliardi. Il contesto è radicalmente cambiato: egli viveva in un società a contato diretto con la natura, mentre noi viviamo in un ambiente in cui questo contatto è mediato dalla tecnologia, in una società tecnogena molto diversa dalle precedenti. Malgrado questo, allora come adesso, si parla di bisogni e di bisogno.

Qualcuno sostiene che sia possibile individuare bisogni comuni fondamentali e pianificare il modo per soddisfarli.
In prima istanza, sembra molto facile definire cosa serva all’uomo per vivere: aria, acqua, cibo, relazioni personali e sociali, sicurezza, un ambiente conosciuto dove potere esercitare le proprie capacità. Il modo in cui questo sistema di bisogni può essere socialmente organizzato è straordinariamente vario, come dimostrano le ricerche sociologiche, gli studi antropologici e i resoconti etnografici. Tuttavia, quando si isola il singolo individuo dalla propria cultura, dal proprio ambiente e dalle proprie tradizioni, considerandolo semplicemente come una macchina biologica, è molto facile immaginare prima e calcolare poi l’ammontare del bisogno, descrivendolo in termini di risorse ritenute scientificamente indispensabili per vivere. Molti organismi internazionali, a cominciare dalla Banca mondiale, lavorano indefessamente per descrivere il mondo proprio attraverso indici e standard numerici che, prescindendo dai contesti e dalle culture vitali, ci ritornano descrizioni asettiche, basate su statistiche che illustrano nazione per nazione, territorio per territorio, il reddito procapite, la disponibilità di medicinali, l’assunzione calorica giornaliera, la carenza di vitamine, il numero di parti per donna, la disponibilità di posti letto ospedalieri e via discorrendo. Si tratta certo di informazioni preziose, che però descrivono il mondo da uno specifico punto di vista (il nostro) e mostrano sempre, in base ad un puro confronto quantitativo tra i casi migliori e peggiori, la sterminata ampiezza di un bisogno oggettivizzato, universalmente definibile e quantificabile, che lascia intravedere altrettanto formidabili occasioni di consumo.

Qualcuno sostiene che il mercato sia l’unica soluzione per cogliere e soddisfare i bisogni della gente.
Viviamo in un mondo dominato da un’economia di mercato alla cui base sta l’idea di attori razionali orientati egoisticamente a perseguire le loro mete e preferenze soggettive. Il mercato è un’istituzione utilissima, ma come tutte le istituzioni, richiede regole chiare, comportamenti coerenti, condivisione di valori, trasparenza. Se, invece, gli attori che si muovono nel mercato sono più grandi e potenti degli stessi Stati ed Enti che ne dovrebbero regolare ed indirizzare il comportamento (come succede per molte multinazionali, per le banche, per i grandi investitori istituzionali), se l’unico criterio per avere successo nel mercato è la massimizzazione del profitto, è molto improbabile che il sistema possa andare incontro ai bisogni basilari delle persone e, in particolare, di chi possiede poco o non possiede per nulla. In tale contesto, è assai più semplice per i grandi player influenzare chi dovrebbe fare le regole ed è molto più redditizio manipolare attraverso la pubblicità le preferenze ed aspettative di consumatori. Il consumo per creare posti di lavoro, il consumo per far crescere il Pil sostituiscono il bisogno come motore dell’economia e diventano criteri necessari e sufficienti per far prosperare un sistema condannato alla crescita perpetua. In tale sistema, dove si ipotizza che solo le singole persone sappiano cosa è meglio per loro stesse, il consumo stesso rappresenta la prova a posteriori dell’esistenza di un bisogno, a prescindere da ogni tipo di ulteriore considerazione. Il bisogno finisce con il coincidere con la soluzione predisposta socialmente: il bisogno di salute viene sostituito dal bisogno di farmaci e di medici, il bisogno di mobilità dal bisogno di possedere l’automobile.

Qualcuno sostiene che si debba lavorare personalmente sui propri bisogni per acquisire una nuova consapevolezza.
Sospesi tra quanti impongono standard universalistici e quanti manipolano la percezione di ciò che serve, i cittadini sono sempre più spesso smarriti. C’è una straordinaria confusione costantemente alimentata dalla moda e delle strategie di marketing che diventano sempre più influenti e manipolatorie. Il riconoscimento dei limiti e delle fragilità, ma anche delle potenzialità e della creatività umana, apre allora la strada ad un’idea alternativa di bisogno, centrato sul protagonismo diretto della persona umana intesa come essere sociale responsabile e libero. Guardando sinceramente dentro di sé (piuttosto che esclusivamente verso l’esterno), riconoscendo la propria esigenza di vivere in un ambiente controllabile, coltivando la propria capacità di discernimento, sperimentando personalmente, l’uomo avrebbe la possibilità di esplorare e comprendere meglio la natura del proprio bisogno. Potrebbe dunque riconoscere e discriminare tra bisogni e desideri, tra bisogni e mezzi che la società mette a disposizione per soddisfarli; potrebbe rinunciare al consumo e scegliere stili di vita alternativi, cimentarsi nell’esplorazione creativa di soluzioni innovative non ortodosse. Il bisogno, depurato dai fraintendimenti del senso comune, diventa allora il motore di una sfida con cui cimentarsi e la chiave possibile dell’evoluzione interiore.

Qualcuno sostiene che si possano costruire comunità dove ognuno dà in base alle proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni.
La valorizzazione della dimensione comunitaria e locale, della rete sociale, consente di guardare al bisogno da una prospettiva che può aiutare il cittadino ad uscire dall’isolamento che lo vede come singolo impotente di fronte al mercato impersonale e alla burocrazia anonima. Ne sono esempio le ormai numerose comunità intenzionali che si aggregano attorno a scopi specifici per fronteggiare insieme bisogni comuni. Bisogni quali l’abitare, lo spostarsi, la cura dei piccoli e degli anziani, la produzione e il consumo del cibo, l’appartenenza e il riconoscimento sociale, diventano in questi casi occasioni per trovare soluzioni che non si risolvono immediatamente ed esclusivamente nel consumo di beni e servizi codificati. Si tratta di un cambiamento basato sull’apprendimento che coinvolge singoli, gruppi, famiglie ed organizzazioni: esso richiede potenziamento di persone, orientamento alla libertà responsabile, capacità di visione e di pensiero sistemico, creatività portata alla concretezza, umana solidarietà: una direzione di sviluppo che porta ad agire fuori dagli schemi e dagli stereotipi, che va in direzione esattamente opposta rispetto alla creazione di consumatori passivi che credono di trovare nel mero consumo la chiave della felicità e di cittadini rissosi in costante competizione tra di loro.

Qualcuno sostiene che, per ottenere una società giusta, una riflessione spassionata sui bisogni dell’uomo e delle comunità che vivono in un ambiente tecnogeno, che non ha precedenti storici e che si evolve molto rapidamente, sia quanto mai urgente.
Una tale riflessione potrebbe forse partire dal riconoscimento e dall’integrazione di modalità di organizzazione del bisogno che possano garantire: un minimo essenziale di benefici per tutti in riferimento ad uno standard condiviso; la possibilità di scegliere tra differenti mezzi di soddisfacimento del bisogno; la libertà di esplorare percorsi di senso creativi alternativi allo statu quo ovvero alternativi al consumo coatto e all’imposizione forzosa di regole burocratiche; infine, la libertà di definire ed organizzare i bisogni su base comunitaria, anche in funzione di specifiche appartenenze culturali.

Ebbene sì, quasi duemila anni dopo Plutarco e in un contesto completamente diverso, c’è ancora bisogno di riflettere sui bisogni, c’è urgenza di nuovi concetti, c’è necessità di trovare nuove soluzioni concrete per soddisfarli: un buon segno e, di sicuro, una sfida che potrà determinare la qualità del nostro futuro.

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LA RIFLESSIONE
L’aiuto: cercare il giusto incastro fra bisogni e disponibilità

Proseguirei l’analisi dei bisogni salienti della nostra comunità proponendo qualche altra occasione di volontariato nel vasto tema dei servizi alla Comunità a livello sociale, informativo, culturale, oltre a altri progetti. Bisogna allora aumentare l’area della responsabilità e sviluppare progettualità.
Mi sembra possa aiutare nella comprensione questo schema pensato dal grande storico ed economista professor Carlo Maria Cipolla di cui è famosa la frase “lo stupido è più pericoloso del bandito” e da me implementato posizionando una area della responsabilità in cui mi pare si possa individuare quella grande quantità di persone che sentono il bisogno di aiutare il prossimo anche quando questo significa sacrificio per sé stessi; non tutti per fortuna infatti agiscono solo quando ne possono avere dei vantaggi personali.
Ecco allora qualche altra possibilità di contributi volontari. In particolare nei servizi culturali e in quelli ambientali, aree che in questi ultimi anni hanno prodotto un ampio processo di trasformazione e che richiedono crescente attenzione e sensibilità collettiva.

Qualche esempio:
Educazione ambientale
Percorsi didattici e di approfondimento di tematiche ambientali da proporre a supporto della programmazione scolastica (I e II livello) ma anche presso strutture varie di cultura e di apprendimento. Possibilità di riunioni ed incontri di coinvolgimento presso circoscrizioni e altre istituzioni territoriali (aree protette, parchi, etc) per sensibilizzazione nei diversi temi della sostenibilità (ambiente, salute, mobilità, partecipazione e alimentazione).

Raccolte differenziate
Informazione e coinvolgimento dei consumatori per adeguarne il comportamento e gli atteggiamenti alle esigenze di prevenzione della produzione di rifiuti da imballaggio e partecipazione alle iniziative di recupero e riciclaggio. Lo sviluppo delle raccolte differenziate è uno dei principali temi per dare una reale svolta al difficile tema dei rifiuti, ma è anche uno degli elementi di maggiore criticità. E’ sicuramente cresciuto il livello di sensibilizzazione e di informazione, ma non basta. Bisogna migliorare i criteri di trasparenza e di corretta informazione ai cittadini nello sviluppo del riciclo, rafforzando utili sistemi di raccolta porta a porta, magari sostenendo il controllo della qualità del materiale raccolto, legandolo a verifiche di impurità e scarto, effettuando analisi di andamento nel tempo e miglioramento in continuo, analisi variabilità dei risultati tra territori, etc. Si tratta di attività a supporto del sistema di gestione, ma anche di una collaborazione più stretta tra gestore e cittadini.

Mercato last minute
Promozione di servizi sociali (soprattutto per derrate alimentari) ed iniziative di Last minute market per solidarietà e “spreco utile”. Un tema molto importante è quello relativo agli alimenti non più commercializzabili ma ancora commestibili che possono essere recuperati. Es. i pasti non consumati nelle mense (scolastiche e aziendali), le derrate alimentari non più vendibili negli ipermercati, gli scarti derivanti dalla ristorazione, gli scarti di produzione dell’industria agroalimentare. Si tratta di valorizzare il “banco alimentare” che recupera da supermercati cibi prossimi alla scadenza o non commercializzabili per altre ragioni, ma ancora perfettamente utilizzabili perchè perfettamente commestibili e dunque utili ad una distribuzione per meno abbienti.

Vigilanza sui servizi ambientali
Organizzare una rete di rilevatori per controllo territoriale. Funzioni di prevenzione e di accertamento delle violazioni, ruolo ispettivo a supporto. Si tratta di dare risposte qualificate a richieste specifiche delle Istituzioni. Deve essere garantito un codice etico che risponda a criteri, vincoli e principi predefiniti e concordati.

Affido di territori e quartieri
Crescono le esigenze dei territori nelle città (quartieri, contrade, strade commerciali, centri, etc) e aumentano le giuste esigenze dei cittadini nei confronti delle aree e dei territori che frequentano. Serve dunque garantire un livello di qualità sistematica e di un costante e continuativo strumento di vigilanza per rilevare le carenze e supportare i programmi di salvaguardia delle aree. Si pensa in generale alla pulizia del suolo, alla igienicità dei cassonetti, ai cestini, alla fruibilità di parchi e giardini, alla illuminazione pubblica, alle perdite d’acqua, alle infrastrutture presenti, alla segnaletica, ai cartelloni pubblicitari. Tale servizio di vigilanza può essere attuato per mezzo di un “affido” convenzionato con uno specifico gruppo di persone selezionate che svolgono il presidio costante e comunicano, autorizzati, tutte le segnalazioni. Nella recente riforma dei decreti del governo sono anche previsti possibili sgravi sulla tassa dei servizi a corrispettivo di servizi ambientali erogati.

Manutenzioni di “cose”
La cura di un anziano, la sua esperienza nel riparare, il rispetto delle cose, etc sono valori che nella società dell’usa e getta si stanno purtroppo perdendo. Ritrovare il valore delle cose e dunque la filosofia del recuperare può trovare valide soluzioni in questo contesto. Quanti oggetti rotti vorremmo recuperare per ricordo, per utilità, per valore e non sappiamo a chi rivolgerci. Pensiamo ad un orologio, magari a pendolo, ad un vaso di ceramica rotto, ad un utensile, ad un attrezzo domestico, etc. L’idea è di creare una officina di aggiustaggio dove recuperare le “cose”.

Infine vorrei ricordare un servizio che viene con grande impegno svolto dalla Auser di Ferrara e che mi chiedo senza il suo contributo cosa ne sarebbe delle nostre tante e belle strutture culturali:

Custodia mostre e musei
Assistenza nella fruizione dei patrimoni museali, garantendo la vigilanza e la custodia delle opere all’interno degli spazi espositivi, gestendo i flussi di accesso, fornire informazioni e assistenza alla visita. Inoltre si potrebbe offrire un sistema integrato di servizi: dalla gestione della biglietteria e bookshop alla guardiania e custodia diurna, dalle visite guidate alla realizzazione di laboratori didattici, al supporto logistico per trasporti e allestimenti.

Gestione biblioteche
Supporto al Sistema Bibliotecario delle Istituzioni per favorire il coordinamento delle attività di gestione e di archiviazione in un sistema a rete d’offerta culturale. Tale servizio potrebbe anche essere ampliato per operare meglio nella organizzazione con competenze relative alla biblioteconomia, bibliografia, archivistica, documentazione e materie correlate. Chi lavora a supporto volontario in biblioteca, a mio avviso, potrebbe essere un prezioso supporto se ha competenze in materia di organizzazione e gestione dei servizi, catalogazione, utilizzo degli applicativi specifici, gestione dell’informazione cartacea ed elettronica. Sarebbe utile collaborare nel pianificare le diverse attività, conoscere le sezioni della biblioteca, conoscere i documenti ed i sistemi di catalogazione, saper inserire i dati e gestire i servizi attraverso il software, essere in grado di promuovere i servizi.

Sono certo che molte persone possono, meglio di me, offrire contributi e soluzioni di merito. Nel vastissimo tema della cultura in generale io penso si possa arricchire la voglia di apprendere, conoscere. Si tratta di una esigenza crescente di molte persone che non ne hanno avuto il tempo e che desiderano ora imparare. Si possono sviluppare infatti interessi al di fuori della scuola, per scelta personale e senza arrivare agli impegni della università della terza età. Tenere attiva la voglia di sapere è un importante stimolo intellettuale. Alcune aree di interesse possono essere le seguenti:
a. Lezioni Arte, letteratura, storia, filosofia, etc
b. Corsi Culinari, giardinaggio, faidate, fotografia, pittura, etc
c. Ai mestieri artigiani (salvaguardia dei vecchi mestirei)
d. Laboratori lingua italiana (agli stranieri, ai turisti)
e. Supporti informatici di base (per anziani)

E molto altro ancora.

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LA RIFLESSIONE
Reali bisogni e tutela dei beni collettivi al tempo della crisi

La società attuale si fonda sui due pilastri collegati della produzione e del consumo. Poco importa che politiche differenti privilegino l’uno o l’altro versante, il profitto o il lavoro: secondo il mainstream la crescita illimitata del consumo sembra essere ancora l’unica possibile soluzione per garantire infrastrutture e servizi che diamo ormai per scontati; ed è proprio nel nome della crescita che devono sempre essere inventate nuove opportunità per ampliare e rimodellare i bisogni: questi diventano sempre più spesso un attributo del sistema economico, una produzione della mega-macchina, una variabile della produzione piuttosto che essere una dimensione fondante del vivere civile che si appoggia innanzitutto sulle precondizioni biologiche, antropologiche e sociali della vita.

La crisi che stiamo attraversando pone drammatici interrogativi a questo modello che mostra come non mai un’autoreferenza estremamente pericolosa, che lo porta a funzionare ciecamente in base alle proprie regole interne, dissipando e distruggendo tutti quei beni comuni che sono indispensabili alla vita. L’urgenza di un cambiamento radicale rispetto a questo stato di cose si sta dimostrando tutt’altro che semplice: se cambiamento positivo ci sarà, esso non potrà che scaturire anche dal basso e passare anche attraverso una destrutturazione e uno smontaggio del concetto stesso di bisogno e del suo utilizzo corrente. E’ proprio dal modo con cui una società definisce, conosce, organizza i propri bisogni e li risolve che si misura il suo grado di civiltà. Ma quali bisogni e per quali persone?

Il bisogno si mostra sempre in due modi: come spinta all’azione, come stimolo e motivazione interna che porta a certi tipi di comportamento o di scelta; come stato di carenza, di mancanza rispetto a qualcosa ritenuto importante, possibile auspicabile, problematico o addirittura essenziale; come un problema che può essere risolto.
Dietro questa tensione tra motivazione e carenza si può intuire la presenza di un duplice meccanismo generatore di bisogni: da un lato, imprese che lavorano a pieno ritmo per individuare e strutturare nuovi bisogni, soggetti sociali impegnati a costruire sciami di consumatori perennemente insoddisfatti che inseguono l’oggetto del desiderio – beni e servizi non fa differenza – secondo i dettami delle mode e spesso all’insegna dell’usa e getta; dall’altro, legioni di esperti che, insieme ad organizzazioni pubbliche e non profit, sono impegnati nell’individuare e patologizzare sistematicamente ogni tipo di comportamento e su questo costruire sempre nuovi servizi.
Se questo meccanismo alimenta la crescita e fa crescere l’economia nel nome del bisogno, alimenta anche una spirale perversa che rischia di depotenziare sempre di più le capacità più genuine delle persone ormai ridotte a meri consumatori che possono o credono di esercitare il loro spazio di libertà solo nella scelta di beni o servizi.
Al di sopra di questo aleggia (ed è parte integrante del meccanismo) una formidabile retorica pubblica che parla di solidarietà, di libertà, di democrazia, di tolleranza che, muovendosi nel contesto ideologico della crescita a tutti i costi, non mette minimamente in discussione il meccanismo produttore del disagio; la crescita infinita e null’altro è il meccanismo che deve essere salvaguardato ad ogni costo per garantire lavoro, efficienza e quindi ulteriore consumo.
In tale contesto economico e sociale il problema dei bisogni fondamentali dell’uomo non è affatto risolto ma è diventato – in assenza di radicali cambiamenti – quasi irrisolvibile: per definizione infatti, il bisogno non deve mai essere soddisfatto definitivamente pena la fine della corsa alla crescita illimitata.
Osservata in questa prospettiva centrata sui bisogni, la situazione sociale appare in una luce decisamente inquietante, caratterizzata da una immagine riduttiva e stereotipata di uomo come essere insaziabile ancor prima che orientato in modo prettamente egoistico; una società che non sa più riprendere contatto con i valori fondativi, con l’ambiente che manipola e con la dimensione genuinamente umana dell’esistenza sostituita completamente dalla dinamica del consumo compulsivo e per certi versi obbligatorio.

Che conseguenze per il welfare attuale e per quanti si occupano professionalmente e direttamente di bisogni nel mondo dei servizi alla persona? Per quanti sono impegnati nel riconoscere ed affrontare vecchi e nuovi problemi che si riproducono incessantemente nella società del consumo?
Per tutti corre l’obbligo di muoversi in questo campo complesso con discernimento e senso della strategia aprendo spazi di riflessione e creatività finora poco frequentati.

Alcuni spunti:
– il potenziamento e il rafforzamento delle capacità dei soggetti assistiti e delle loro reti di relazioni diventa sempre più importante; infatti esiste sempre il rischio che progettando ed offrendo servizi e soluzioni venga soffocata la spinta personale a superare lo stato di bisogno, quella motivazione che consente ad ogni individuo di giocarsela e di arrangiarsi;
– operatori ed organizzazioni sociali devono diventare sempre più spesso scopritori ed organizzatori di capacità e di risorse, presenti ma spesso ignote, che finora non rientravano nelle loro attenzioni e nei loro obbiettivi;
– il riconoscimento di essere all’interno di un sistema complesso esclude che politiche e settori possano agire in modo indipendente ed autoreferenziale senza tener conto delle conseguenze per altre parti del sistema;
– ne consegue che la co-partecipazione alle scelte strategiche di pianificazione territoriale diventa particolarmente importante per affrontare alla radice meccanismi perversi generatori di disagio; infatti è necessario riconoscere che numerose scelte e non scelte politiche ed amministrative sono esse stesse potenti generatori di problemi a fronte dei quali è sempre più difficile trovare risorse adeguate;
– il tema dei determinanti della salute ampiamente intesa e del benessere sociale (non riduttivamente inteso in senso economico) devono diventare vincoli (e risorse) per qualsiasi tipo politica: l’idea di prevenzione appare infatti come un palliativo piuttosto debole che si contrappone a forze economiche ampiamente incontrollate;
– la crescente carenza di fondi costringe ad intraprendere profondi processi di cambiamento basati sull’innovazione sociale e l’utilizzo massiccio di nuove tecnologie: alla luce di questo urge capire quali tipi di bisogno sono fondamentali ed irrinunciabili e rivedere quali tipi di servizio sono strategici per affrontarli seriamente con l’unico obiettivo di soddisfarli.

In quest’ottica il riconoscimento, il recupero, la tutela e la riproduzione dei beni collettivi diventa pista di sviluppo quasi obbligata.

Si può FARE! Passaparola!

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I consumi in tempi di crisi: piccole ricompense e nuovi diritti

Da tempo i quotidiani denunciano la contrazione dei consumi e segnalano difficoltà e preoccupazioni di una parte ampia di popolazione, in questa prolungata fase di crisi economica. Ciò che appare meno evidente è che in tempi di crisi non si assiste solo ad una contrazione, ma ad una ridefinizione delle gerarchie di spesa. I tagli non colpiscono tutti gli strati della popolazione (questo è ovvio) e neppure tutte le tipologie di consumi, anzi le risorse più scarse si ridistribuiscono tra beni diversi da quelli che avevano la priorità solo pochi anni prima. Questo processo è incessante e accompagna l’evoluzione della società e del mercato, ma la crisi contribuisce a metterlo in evidenza. Così, anche quando la fase acuta della crisi sarà superata, la composizione dei consumi sarà comunque diversa.

L’adeguamento annuo del paniere Istat, presentato alla stampa nei giorni scorsi, segnala fenomeni apparentemente paradossali che sollecitano qualche riflessione. Come è noto, il Paniere Istat fotografa il cambiamento nelle scelte di consumo, mentre si propone di misurare l’indice di inflazione. Aumenta, negli anni (il Paniere opera dal 1928) il numero di prodotti considerati, segno della continua diversificazione dei bisogni e delle tipologie di beni. Per restare agli anni recenti, nel 2012 il numero di beni considerati era pari a 1.323 ed è pari a 1.447 nel 2014.

Quali nuovi consumi sono entrati quest’anno a comporre il Paniere? Entrano formaggio grattugiato in busta e formaggio spalmabile, caffè in cialde (e relative macchine), sacchetti per la raccolta differenziata, sigarette elettroniche. Tra le new entry anche il quotidiano on-line, la fotocamera digitale, il notebook ibrido, ovvero il portatile che può diventare tablet. Entrano poi lo spazzolino elettrico, la vaccinazione di animali domestici, gli pneumatici termici, il latte fresco di alta qualità e quello ad alta digeribilità, gli yogurt probiotici (mentre escono quelli biologici), indumenti per bambini come scarpe da ginnastica, pantaloni e costumi sportivi per la piscina.
Che tipo di consumatore fotografano questi dati? Intanto un consumatore impegnato nella fatica quotidiana e nella conciliazione dei tempi della vita: avanza la tendenza in atto da anni verso prodotti in grado di fare risparmiare tempo. Un consumatore che cerca una compensazione alle frustrazione nei piccoli piacere quotidiani, che si concede piccole spese non potendo accedere a quelle rilevanti: è il lipstick effect, termine da tempo coniato dagli economisti per spiegare il fenomeno per cui nei momenti di recessione economica, aumentano le vendite di beni non essenziali, di lusso a basso costo. Lo stesso fenomeno spiega perché i ristoranti continuano ad essere frequentati.

Un consumatore determinato ad utilizzare i vantaggi delle tecnologie, che vive l’accesso ai nuovi strumenti di comunicazione come via di inclusione sociale e diritto di cittadinanza. Un consumatore che vuole sentirsi in pace, che cerca di ricomporre le contraddizioni, usa i sacchetti per la raccolta differenziata (anche perché molte amministrazioni lo hanno obbligato a farlo) e fuma le sigarette elettroniche, per limitare i danni sulla salute. Un consumatore assetato di credenze e di rassicurazioni, come indica l’ingresso nel Paniere Istat dei probiotici, vale a dire di prodotti alimentari che promettono vantaggi per la salute.

L’ingresso di nuovi beni testimonia anche strategie di mercato, campagne di marketing particolarmente efficaci e mutamenti nella riorganizzazione della distribuzione, l’ampliamento dell’offerta low cost e dell’e-commerce, utilizzato per un numero crescente di beni e di servizi.
In sintesi, il cambiamento nei consumi esprime segnali di adattamento che non sono mossi solo da fattori economici ma dalla ridefinizione di valori e di priorità. Così si spiega la ricerca di beni di compensazione, di piccoli lussi domestici e la rilevanza assunta dai beni relazionali mediati ormai, in larga parte, dalle tecnologie.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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Redazione

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Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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