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Bologna. Aggressione nazi-fascista a una militante politica

La notte del 4 maggio una ragazza di 22 anni è stata vittima di un’aggressione e tentativo di violenza sessuale da parte di esponenti ucraini legati a gruppi di estrema destra. L’aggressione, di matrice nazi-fascista, per fortuna è stata limitata nei danni grazie alla pronta risposta della ragazza, e lo stupro sventato.

Gli aggressori, due uomini e una donna, hanno pedinato la giovane tra le vie del centro cittadino di Bologna, mentre questa rientrava da una serata con gli amici. Nessun tentativo di furto e nessuna parola proferita tra i tre dimostrano come questa vile aggressione fosse mirata a danneggiare la ragazza. La giovane attivista, appartenente a Cambiare Rotta Organizzazione giovanile comunista, non è stata una vittima casuale.
L’episodio, già preoccupante se preso singolarmente, si inserisce in un quadro molto più allarmante .

Infatti le provocazione cominciano il 23 aprile in occasione del festival popolare “Oltre il Ponte”. Durante la giornata di festa organizzata nel quartiere Bolognina dal Circolo Granma e partecipata da tante realtà, si è verificata una gravissima provocazione da parte di alcuni Ucraini Banderisti. Nel tardo pomeriggio, in brevissimo tempo, un gruppo di circa quaranta uomini e donne ucraini si sono presentati alla festa e impegnati nel tentativo di contestare violentemente un banchetto del Comitato Ucraina Antifascista. Fortunatamente la pronta risposta degli organizzatori è riuscita a impedire la minaccia. Nonostante saluti romani e bandiere naziste atti a provocare, la situazione è stata gestita senza l’uso della forza, e gli aggressori fascisti allontanati.
Durante l’aggressione alla festa i provocatori hanno acclamato il ruolo di Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione di Nazionalisti Ucraini, come eroe, e hanno definito la strage degli ebrei ucraini come un fatto giusto e necessario alla costruzione della patria.
Dopo le provocazioni arrivano le minacce. Gli uomini hanno minacciato di ammazzare e sgozzare chi si era posto in difesa del banchetto e della festa. Durante le ore di tensione gli aggressori hanno più volte intonato il coro “slava Ukraini”, slogan nazionalista utilizzato dal nazismo di Bandera. Hanno inoltre rivendicato all’appartenenza al gruppo paramilitare di estrema destra Pravy Sector.

Esponenti di questo gruppo si sono presentati anche nei giorni successivi.

Gruppi poco numerosi si sono presentati sia per la manifestazione per il 25 aprile, sia per la piazza organizzata da USB per il 1 maggio. In tali occasioni non hanno provocato fisicamente ma si sono limitati a fare foto e video alle facce di chi, appena pochi giorni prima, aveva impedito il loro tentativo di violenza.
Nella stessa notte del 1 maggio sono state tagliate le ruote di una macchina utilizzata per lo scarico dei materiali durante la giornata. C’è stato il tentativo di forzare la porta del Barnaut, bar che ha partecipato alla giornata e ritrovo di molti degli organizzatori.

Un’escalation di provocazioni e minacce culminata nella vile aggressione del 4 maggio.

Quanto avvenuto in queste settimane non è casuale, ma arriva contestualmente all’escalation bellica nell’est Europa. All’interno delle nostre città cresce sempre più un clima guerrafondaio e interventista, in cui azioni squadriste da parte di banderisti ucraini sono legittimate e passano inosservate. L’invio di armi in Ucraina e l’appoggio a gruppi neo-nazisti quali Pravyj Sectron e il Battaglione Azov legittima l’espansione e l’operato di gruppi di estrema destra in tutta Europa. In Italia, dove la comunità Ucraina è molto forte, la propaganda di guerra esalta quegli elementi che ora adducono a una caccia al nemico interno.

Questa situazione allarmante e pericolosa minaccia l’agibilità democratica e politica nelle nostre città, minaccia la libertà di chiunque di noi. È una diretta conseguenza di una politica guerrafondaia e di una retorica di minaccia che giornali e telegiornali portano avanti da mesi. Queste organizzazioni di stampo nazi-fascista stanno prendendo piede nel nostro paese come in molti altri in Europa.

I fatti di Bologna non sono isolati, si inseriscono in un quadro di tensione che prende tutto il paese. Ricordiamo ad esempio il lancio di molotov contro l’abitazione di una coppia di russi a Livorno, o ancora la propaganda razzista comparsa sui muri di Napoli, o le provocazioni a Senigallia durante un’iniziativa di Potere al Popolo contro la guerra.

Di seguito lasciamo la conferenza stampa tenuta da USB- Unione Sindacale di Base, Potere al Popolo e Cambiare Rotta sui fatti accaduti a Bologna: [qui]

LO STESSO GIORNO
Radio Alice riempie Bologna di Bella Ciao

25 aprile 1976: Bella Ciao di Radio Alice

fm 100.6 Mhz. La frequenza utilizzata da Radio Alice dal 9 Febbraio 1976 fino alla chiusura da parte della polizia del 12 marzo 1977.
Erano anni di fervore giovanile e di lotta studentesca. Residui dei movimenti giovanili ed operai del sessantotto sfociarono in quel ’77 in un nuovo movimento politico giovanile. Il movimento che contestava società e politica, partiti e sindacati, che metteva in discussione la stessa tipologia delle organizzazioni studentesche ebbe tra gli scenari favoriti Bologna, detta la ‘Rossa’.
Proprio a Bologna, città famosa per l’Università e l’attivismo politico, un gruppo di amici in maggioranza studenti del DAMS e vicini all’area di Autonomia Operaia fecero nascere Radio Alice.
A metà di via del Pratello, utilizzando un trasmettitore militare appartenente a un vecchio carro armato americano della seconda guerra mondiale, il 9 febbraio 1976 per la prima volta andò in onda la radio libera di Bologna.

Radio Alice si distinse tra le tante radio libere. Non era solamente una radio politica. All’interno del suo palinsesto radiofonico infatti, si alternavano letture di poesie, discussioni filosofiche, stralci di libri, dichiarazioni d’amore, commenti ai fatti del giorno, ricette, comunicazioni sindacali. I ragazzi la ascoltavano per strada e in casa, quella frequenza che non smetteva mai di trasmettere. La radio era sempre sintonizzata anche durante le manifestazioni e gli scontri, in quella città presidiata dai militari la voce dei giovani passava sulla frequenza 100.6 MHz.
Come  l’Alice del film Disney insegue il  Bianconiglio nella sua tana e finisce in un mondo illusorio fatto di viaggi, paradossi e nonsense, così la radio bolognese scopre che la realtà non ha una sola faccia, ma esiste un mondo diverso.
Nel portare avanti il proprio messaggio di rottura Radio Alice fece delle rivoluzioni anche in campo radiofonico, prima di tutte mandare in onda le chiamate:

«Abbiamo occupato la presidenza e vi parliamo con il telefono del preside, sentite come
urla… Voleva impedirci lo scrutinio aperto e incularci nel quadrimestre»

«Siamo operaie in sciopero di due ore, vogliamo che ci trasmettiate della musica e vogliamo
parlarvi delle 35 ore, che è ora che se ne parli nei contratti»

«Sporchi comunisti ve la faremo pagare cara questa radio, sappiamo chi siete» [e subito
dopo, altra telefonata] «Siamo del comitato antifascista dell’Ospedale Rizzoli, non
preoccupatevi e chiamateci se succede qualcosa, siamo qui giorno e notte»

Chiunque poteva chiamare e dire la propria opinione o lanciare il proprio messaggio, e anzi, più volte
durante le trasmissioni gli speaker invitavano a farlo. Oggi questa pratica non sembra niente di particolare, chiunque in radio invita gli ascoltatori a chiamare. Allora però non era così. Questa grande rivoluzione interpretava a pieno il senso della radio racchiuso in poche parole nello slogan:  «dare voce a chi non ha voce». Durante i momenti di cronaca cittadina il telefono il punto di riferimento per i “cronisti di strada”, i giovani che erano scesi in piazza e spiegavano in diretta cosa stava succedendo.

Come ogni anno in questo stesso giorno, il 25 aprile 1976, a Bologna come in tante città italiane si scese in piazza e manifestare in memoria della liberazione dal nazifascismo.
Il fervore e la rabbia erano dominanti però nei giovani. La rottura e il contrasto generazionale muoveva quei ragazzi, studenti e non. Cresciuti con le storie della resistenza partigiana si sentivano traditi e non rappresentati. Aspiravano a una nuova liberazione da quella gabbia sociale, credevano in un mondo solidale ed egualitario.
Quel 25 aprile migliaia di radio si sintonizzarono sul 100.6MHz. C’era chi aveva portato la propria radio per strada, in piazza, chi aveva aperto le finestre dell’appartamento e aveva puntato le casse verso i tetti rossi, erano persino dentro le università. Erano migliaia le radio sintonizzate e tutte a pieno volume. Così, quando Radio Alice fece partire Bella Ciao, in tutta Bologna riecheggiò quel canto popolare divenuto ormai simbolo della Resistenza. A far risuonare le parole di quel canto erano proprio loro, gli studenti e i giovani lavoratori che ogni giorno scendevano in piazza aspirando a un futuro migliore.

Purtroppo quella radio innovativa e libera ebbe una vita molto più breve di quanto si meritasse.
L’11 Marzo del ’77 nuovi scontri tra militanti e forze dell’ordine vanno in scena in diverse parti della città. Dopo numerose azioni da una parte e dall’altra verso le ore 13 il culmine: un colpo di pistola sparato dal Carabiniere Tramontani uccise Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua.
Il giorno seguente ai violenti scontri successivi all’assassinio le forze dell’ordine entrarono dentro Radio Alice, arrestarono tutti i presenti, e soffocarono quella voce di speranza che la radio rappresentava.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

pasolini-mamma

P.P.P. Ritratto del poeta da giovane

 

Pier Paolo si muove in bicicletta in un fazzoletto di Bassa friulana, da Casarsa a Versuta – dove ha affittato una stanza per farci uno studiolo che poi diventerà rifugio ancora più sicuro dalla guerra – in bicicletta a Valvasone, quando insegnerà alle medie, dal 1947 al 1949. In bicicletta spesso su strade bianche per qualche scampagnata, alle sagre paesane, al fiume, soprattutto al fiume, la riva destra del Tagliamento. Ha tra i 19 e i 28 anni. Abita a Casarsa della Delizia, casa e famiglia di mamma Susanna Colussi, nel tentativo di sfuggire ai bombardamenti di una guerra che «puzza di merda». L’infanzia e l’adolescenza erano state un frenetico peregrinare al seguito del padre, l’ufficiale di fanteria Carlo Alberto. Bologna, Parma, Conegliano, Belluno, Casarsa, Sacile, Idria. Un pezzo di ginnasio a Conegliano, un altro pezzo a Cremona, un altro a Scandiano (una quindicina di chilometri da Reggio Emilia). Poi un po’ di stabilità: liceo a Bologna e a Bologna l’università. Le estati a Casarsa prima del trasferimento definitivo nel 1941. A Reggio ha conosciuto il primo importante amico, Luciano Serra. Lo ritrova al Galvani di Bologna, e a Bologna le amicizie si allargano e acquistano nuovo spessore culturale: oltre a Luciano, Roberto Roversi, Francesco Leonetti, Achille Ardigò, Giovanna Bemporad, Fabio e Silvana Mauri (la loro madre è sorella di Valentino Bompiani).

Più provincia di così si muore. La sterminata e asfittica provincia italiana, quella da cui scappi o muori, quella che soffoca chi rimane, si salva chi fugge in tempo, prima di rimanerne intrappolato per sempre come in un film horror.

Pasolini infatti fugge. A Roma, nel gennaio 1950.

Invece no.

La sua storia sembra raccontare un’altra storia.

Perché nulla di provinciale c’è in Pasolini, e nella sua vita, mai. La provincia non lo sfiora nemmeno. Neanche si può dire la assuma come condizione oggettiva e la utilizzi per trasformare lo sguardo, il punto di vista, alla pari di altri intellettuali, scrittori, artisti. No, è come se qualcosa nel suo Dna lo rendesse totalmente impermeabile. Non un rifiuto, non un mutamento di prospettiva, ma una estraneità radicale e del tutto “naturale”. Senza conflitti, per una volta.

Pasolini scrive poesie in friulano, ma il friulano è una lingua, non un dialetto. Meno provinciale di così.

I magredi del Tagliamento sono la cosa più lontana che si possa immaginare dal Tevere e dalla marane delle periferie della capitale. Ma Pasolini non frequenterà il nuovo fiume e le borgate per continuità con i “campi del Friuli”. L’unica continuità sono i ragazzi – «una gioia da morirci dentro» – i ragazzi che lì vanno a giocare a pallone e a fare il bagno seminudi. Le periferie delle metropoli sono metropoli per eccellenza, la quintessenza delle metropoli, non campagna. La continuità è l’eros, non il paesaggio, non la povertà, non la classe sociale, non la lontananza da qualunque “centro”.

Anche le sagre paesane, le bevute, i balli Pasolini non li vive come divertimento e senso di appartenenza alla comunità. Lui guarda tutto, ancora giovanissimo, da antropologo, da sociologo, da linguista. Dal di fuori, da osservatore distaccato (ed è un atteggiamento culturale, non la percezione dolorosa della diversità sessuale).

Prima di diventare insegnante statale – Pasolini è “maestro dentro”, maestro con la “m” minuscola – organizza una scuola nella sua casa per i ragazzi che non possono più andare neanche a Conegliano in treno, con i bombardamenti che impazzano. Pochi anni prima Pasolini aveva fondato l’Academiuta di lenga furlana, ragazzi di quindici, diciassette anni, insieme al suo amico Cesare Bortotto, al cuginetto Nico Naldini e al grande amore della sua vita prima di Ninetto, Tonuti. In entrambe le “officine” si legge e si fa poesia, si scrive in friulano ma si studia anche greco e latino, lo sguardo è ai classici, ma anche alla contemporaneità e alla sperimentazione linguistica. Pasolini legge e fa leggere Cechov, Verga, l’antologia di Spoon River, Gide, Penna, Ungaretti, Montale, Cardarelli. Ovviamente è l’eros che diventa pedagogia, dalla notte dei tempi. Ma anche qui sembra di essere alla Biblioteca nazionale, non in una stanza sperduta in mezzo ai campi. Niente di dilettantesco, velleitario, periferico, marginale.

Qualcuno ogni tanto se ne esce con la scuola di Barbiana, stessa vocazione amoroso-pedagogica, un adulto che si dedica ad acculturare i ragazzi del popolo in un luogo sperduto. Ma è un abbaglio. A don Lorenzo Milani sta a cuore che i ragazzi imparino l’italiano al posto del dialetto, arrivino a conoscere mille parole come i padroni per non essere più servi. Pasolini è lontano anni luce da tutto questo. A lui interessano la letteratura e l’arte come assoluti, questione esistenziale non strumento anticlassista, il lavoro intellettuale come fedeltà a sé stessi e per questo “morale”. Senza contare che da Casarsa Pasolini ha rapporti con Gianfranco Contini, Vittorio Sereni, Enrico Falqui, Giorgio Caproni (che conosce personalmente), con Mondadori e Bompiani, pubblica i primi libri che riscuotono attenzione, fonda riviste, collabora con altre, scrive sulla Fiera Letteraria, è insomma già nel vivo del “dibattito culturale” dell’epoca con una sua voce precisa e forte.

E non ha nulla di strapaesano e provinciale e contadino – come il contesto geografico farebbe invece pensare – la tormentatissima vicenda familiare. Il conflitto drammatico con il padre, fascista, che va e viene da casa, tradisce la moglie, perde tutti i soldi, beve, viene fatto prigioniero in Africa, torna e viene diagnosticato anche clinicamente “paranoico”, con crisi sempre più violente e frequenti di urlante delirio accusatorio. («Ho smesso di amare mio padre a tre anni»). A fare da contraltare, quell’amore assoluto della madre per lui, prima del suo per lei, una «sconfinata intimità». Una madre a sua volta così estranea all’ambiente strapaesano: fa la maestra altrimenti in casa non si mangia, ma non è una donna che possa confondersi con le altre, arriverà a scrivere addirittura un “romanzo” sulla storia della propria famiglia a partire dalla campagna di Russia di Napoleone.

Infine, a nulla di provinciale può ricondursi la vicenda del fratello Guido, partigiano, ammazzato nella tragedia di Porzûs dai suoi stessi compagni, comunisti che accusano la sua brigata di tradimento. Se mai c’è stata tragedia-simbolo più drammatica di un pezzo della Resistenza italiana è questa.

L’unica cosa che sembra portarsi addosso un sapore di provincialismo è la ricaduta pubblica dell’omosessualità di Pasolini, il tentativo di ricatto subito da un prete, qualcosa di oscuro che comincia a trapelare, fino alla vicenda finale dello scandalo di Ramuscello, una masturbazione con tre ragazzi, che poi non riescono a tenere la bocca chiusa, si accusano a vicenda, le “voci” arrivano ai carabinieri, i primi di infiniti procedimenti giudiziari (adescatore, corruttore di minorenni, atti osceni in luogo pubblico…), la cacciata dall’insegnamento, la cacciata dal Pci «per indegnità morale e politica». Da questo, sì, non si può che fuggire: mettere in salvo la “mamma”, mettere in salvo se stesso. Ed ecco la fuga in treno in un’alba gelida di gennaio per chiedere rifugio allo zio Gino Colussi, via Porta Pinciana 34, Roma.

È curioso che quell’atmosfera così provinciale a proposito degli “scandali omosessuali” negli anni Cinquanta permeasse in realtà tutta la società italiana, senza differenze – se non di spazi e di occasioni – fra città e paesini.

«Io so. Ma non ho le prove». Sono forse le parole più famose di Pasolini. Gliele rubo, per dire che non ho le prove ma sento che nonostante l’umiliazione, la mancanza di soldi, di lavoro, di prospettive, Pasolini, scendendo alla stazione Termini, abbia pensato – o solo “sentito” – non di essere un esiliato, ma uno che torna ai luoghi che sono sempre stati suoi. Di più. Mi sembra di sentirlo sussurrare: non sono mai partito da qui.

In copertina: Pier Paolo Pasolini con sua mamma, Casarsa, 1971 – foto di Sandro Becchetti.

occhiali Gramsci

Il mio Gramsci

 

L’occasione per questo atto d’amore mi è stata offerta dal mio amico e collega Giuseppe Quattrini e dal Liceo Ariosto di Ferrara, dove sono state organizzate ‘le giornate della Filosofia’ dedicate a varie tematiche e approcci al pensiero contemporaneo. Nel corso della conferenza ho potuto parlare del mio amore per Antonio Gramsci: da dove nasce, perché, chi è Antonio Gramsci oggi?

Il mio Gramsci è il frutto sempre fresco di una passione sorta grazie alla mia maestra delle elementari. Era lei che nella Bologna dei primi anni Settanta, ogni sabato ci leggeva Garcia Lorca, Lee Masters e le Lettere dal carcere di Gramsci. Da allora, ho continuato a leggerlo e rileggerlo, persino all’esame di maturità, scelsi il tema di storia su Gramsci e la questione meridionale. Divenuto professore di filosofia e storia in Sardegna ho avuto occasione di partecipare a un convegno internazionale a Cagliari, a cura dell’Istituto Gramsci nel sessantesimo anniversario della morte. Era il 1997.

Letto, studiato, amato in tutto il mondo, Gramsci in Italia si studia poco e male, neppure lo si veicola tra i giovani. Perché era comunista? Una volta crollata l’URSS, abbiamo buttato via il bambino e l’acqua sporca? Forse. O forse perché Gramsci parla alla coscienza critica degli italiani di oggi; una coscienza affievolita, apolitica, che si vergogna di essere stata comunista.

Ha una concezione della dialettica come dialogo, vaso comunicante e di reciprocità tra struttura e sovrastruttura che consente di comprendere come il ‘900 sia stato il “secolo americano”. Reinventa il concetto di egemonia non come comando, ma come percorso verso il consenso e una via nazionale per l’Italia post fascista e quindi democratica.

E chi ha il compito di costruire il consenso, l’egemonia? Gli intellettuali critici organici, capaci di rivolgersi alle masse. Non certo gli intellettuali chierici, servili dei Signori prima e dei Padroni poi. Gli intellettuali che pure dichiarano di essere di sinistra ma che disprezzano il popolo e la cultura popolare. Quelli che preferiscono frequentare i salotti televisivi e benpensanti per promuovere se stessi e i propri libri, nel più acclarato impulso narcisistico.

Il mio Gramsci ha capito che il Nord ha colonizzato il Sud con la collaborazione dei ceti intellettuali e agrari meridionali in Italia, non senza un appoggio esterno all’Italia. Mentre il blocco industriale del Nord è legato agli interessi semifeudali e mafiosi del Sud. Per questo la questione meridionale resta perennemente all’ordine del giorno, senza una vera azione governativa di contrasto all’emigrazione, all’abbandono degli studi, al vivere di lavoretti in nero, alla disoccupazione femminile etc. etc.

Il ‘mio Gramsci’ aveva ben chiaro lo stretto rapporto tra politica e cultura e quindi aveva compreso come il Fascismo fosse una delle tante rivoluzioni passive che hanno segnato la penisola italica prima e l’Italia unita poi. Riprendendo il pensiero di Cuoco ciò significa che l’Italia ha subito quasi sempre delle Restaurazioni mascherate da Rivoluzioni nelle quali le masse non hanno avuto veramente un ruolo se non la subalternità. Ma cosa rende i subalterni dei subalterni?

La propaganda, l’ideologia, il consenso tutte operazioni culturali messe in atto dal potere dei partiti e dai loro intellettuali di riferimento che illudono i subalterni. Cosi fu per il Fascismo con la piccola borghesia che appoggiò Mussolini, credendo di fare la storia e invece ne fu totale strumento di bieco conformismo: agente bianco della controrivoluzione diceva Gramsci. E oggi che il quinto stato vota a destra? E i partiti di sinistra trovano consenso nella borghesia?

Occorre sempre tenere presente che struttura e sovrastruttura si influenzano e che i ceti meno abbienti trovano la loro voce nella propaganda egemonica della destra reazionaria e populista. Sovranista e nazionalista se non regionalista, secondo una retorica che tende all’egemonia del denaro e del conformismo. Se non dell’indifferenza.

Io odio gli indifferenti – scrisse Antonio Gramsci – essi sono la gramigna della coscienza collettiva. Oggi direbbe che la sinistra ha abdicato al suo compito, ingurgitata dall’ennesima operazione trasformista, portandola ad essere il salvacondotto della buona borghesia. Incapace di parlare agli operai, agli emigrati, alle vittime del caporalato, frequentatrice di banche e banchieri, più che di precari e giovani disoccupati.

Caro Antonio quanto sono stati belli e sofferenti i tuoi amori! Tu che lavavi i piatti, unico uomo a farlo alle riunioni di partito. Le donne a cominciare da mamma Peppina ti hanno accompagnato e tua sorella Teresina, Giulia la madre dei tuoi due bambini, Tatiana sua sorella (vicina a te in carcere) ti portava il meglio possibile. Amore e rivoluzione. Cuore e pensiero. Sono strettamente connessi. Quando la tua vita è volata via di notte, Tania ti ha accompagnato alla grigia tomba nel cimitero, dove giaci coi fiori spenti dall’arido silenzio della memoria dei più.

 

 

 

 

omicidio francesco lorusso

Celati forever (6) :
I carri armati a Bologna : ovvero Alice ’77

bologna 1977

 

 

 

 

La scena di questo libro…

 

  1. La scena di questo libro è Bologna nell’anno 1976/77. Il sottoscritto curatore del libro insegnava allora all’Università di Bologna, e nel novembre 1976 ha iniziato un corso di letteratura che andava secondo i suoi umori del momento.  L’ho iniziato leggendo in classe i testi d’una letteratura vittoriana minore, chiamata del nonsense, che è come dire libri di sciocchezze o insensatezze. Leggevo le strofette comiche del Book of Nonsense di Edward Lear e i due libri fantasiosi di Lewis Carroll su Alice: Alice in Wonderland e Alice through the Looking Glass.

Le mie lezioni erano abbastanza frequentate. Molti le seguivano per passatempo, come andare a un numero di varietà; altri invece venivano per giudicare quello che dicevo secondo i canoni dell’indottrinamento politico. Ho in mente uno studente barbuto, con tascapane militare a tracolla, aria timida e seria, aderente a uno dei gruppi d’estrema sinistra che si nutrivano di frasi della Terza Internazionale. Questo un giorno mi ha dichiarato il suo stupore che io facessi lezione su cose così poco serie, invece di trattare i problemi della società. Credo che quello studente abbia lasciato le sue tracce nel libro, con severi richiami all’ordine, per poi sparire tra le voci che si accavallano discutendo su incerti argomenti. […]

Il fatto è che quello studente e gli altri a un certo punto discutevano seriamente sulle avventure di Alice, ma era come se parlassero sempre della loro situazione di studenti fuori casa, fuori dalla famiglia. La formula «Alice disambientata» è nata dal loro disambientamento. Il disambientamento dipendeva dal medio strozzinaggio degli affittacamere, dal frequente malservizio delle mense, dalla mancanza di posti per radunarsi senza dover stare sempre per strada. […]

  1. Un giorno nel marzo 77, la polizia assaltava la zona universitaria di Bologna a colpi di candelotti lacrimogeni. Ero capitato lì per sbaglio e mi sono riparato dietro una colonna. Un candelotto fumante è atterrato a pochi passi da me, e subito ho visto qualcuno uscire da dietro un’altra colonna e rispedirlo verso la polizia con un lancio elegante. Era un giovane distinto, con guanti scamosciati (i candelotti scottavano e ci volevano i guanti per lanciarli indietro). Abbiamo scambiato poche frasi, e ho capito che era lì senza altri fini; era lì solo per fare quello sport occasionale che lo eccitava un po’. Ma quando il giorno dopo gli studenti hanno eretto le barricate nella stessa zona universitaria, non credo che facessero niente di piú.

Tirava dappertutto un’aria di svago, di sfida all’autorità, senza sacramenti ideologici, e con qualcuno che suonava allegramente un pianoforte dietro una barricata.

A parte le finzioni di serietà rivoluzionaria, ciò che dava senso ai tumulti studenteschi era la pura voglia di sfogarsi, aprendo la gabbia dell’addomesticamento sociale. Questo andava assieme alla sospensione di certe convenzioni che determinano le scelte sociali del sesso; dunque con amori piú facili, e l’idea d’una liberazione dai tabù sessuali […]

L’altro aspetto comune nelle sommosse studentesche era il bisogno di razionalizzare a posteriori i fatti successi, nascondendo gli sfoghi gratuiti o puramente corporei, e tutto ciò che non rientrava nel canone ideologico. […]

Le novità del marzo sono state queste: che prima la polizia, poi i mezzi di informazione hanno collaborato alla razionalizzazione integrale dei fatti successi a Bologna. I fatti successi si riassumono nell’assassinio d’uno studente colpito da uno sparo della polizia, nella devastazione d’una stazione radio da parte d’una squadra di poliziotti, e in un contingente di carri armati spediti nell’alba alle porte della città come per proclamare uno stato d’assedio. La devastazione della radio – Radio Alice – è stato un colpo di testa paranoico, oltre che illegale. Gratuito l’assassinio dello studente, salvo pensare che la nostra polizia sia attratta irresistibilmente da gesti del genere, cosa da non escludere.

E stupidamente intimidatoria la mossa del ministro Cossiga di mandare carri armati come se fossimo a Budapest nel 1956. Queste non erano operazioni d’ordine pubblico; erano atti di sobillazione per produrre scontri piú accesi, e poter far passare qualche sparso assembramento studentesco per una situazione d’emergenza.

Gianni Celati (a cura di), Alice disambientata, Le Lettere, Firenze 2007, pp. 5-7

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]

Puoi visitare l’esposizione NEL MIO DESTINO DI DISAVVENTURE PERPETUE: OMAGGIO A GIANNI CELATI presso la Biblioteca Bertoldi di Argenta fino al 31 gennaio 2022.

Monopoli di Stato, come fumarsi le persone

La Logista è una multinazionale spagnola della logistica, particolarmente diramata nell’Europa meridionale. Una specie di Amazon dei prodotti contenenti tabacco lavorato. Logista Italia ha avuto in concessione dall’agenzia dei Monopoli di Stato la distribuzione ai punti vendita finali (le tabaccherie) dei prodotti a base di tabacco. Uno pensa: lavoro per una ditta che funge da fornitore di un servizio per lo Stato di un bene in regime di monopolio, ergo sono in una botte di ferro. Bene. Andatelo a chiedere a un addetto/a in servizio al magazzino di Logista Bologna, se si sente in una botte di ferro o in una botte di qualcos’altro. I lavoratori del magazzino sito a Bologna Interporto hanno ricevuto a fine luglio un messaggio whatsapp del seguente tenore: “da lunedì prossimo (il 2 agosto, NdA) lei è dispensato dal prestare servizio per la nostra azienda”.

https://www.fanpage.it/attualita/bologna-speranze-per-i-lavoratori-logista-stop-ai-licenziamenti-dopo-i-messaggi-whatsapp/

Molti autorevoli esponenti delle istituzioni mostrano la loro indignazione per una pagliuzza, dimenticando la trave. Il problema non è essere licenziati con un messaggino: quella è una pagliuzza, odiosa, vigliacca, impugnabile finchè si vuole per ragioni formali, ma è una pagliuzza. La trave è essere licenziati da un’azienda multinazionale che va bene, che non accusa nessuna crisi, che tra l’altro subappalta liberamente parti di produzione ad aziende terze e che, nonostante tutto questo, quando decide di licenziare lo fa. Punto. Nella rossa Bologna. E il resto del mondo (Governo, Regione, parti sociali) è costretto ad inseguire, a cercare soluzioni negoziali basate su accordi deboli, come il “Patto per il lavoro”. Perchè deboli? Perchè si basano su gentlemen agreements, protocolli di intesa, impegni presi sulla parola che si sostanziano in procedure di consultazione, concertazione, con il coinvolgimento teorico di decine di attori istituzionali e privati, al termine delle quali l’azienda può consolidare le proprie decisioni. Questo è il significato che ha assunto la parola “condivisione” nel linguaggio burocratico delle relazioni industriali: ti metto al corrente che faccio il cazzo che mi pare.

Mi dispiace ripeterlo, perchè l’ho già scritto: questo continuo inseguire decisioni già assunte in pieno arbitrio dalle aziende, per cercare almeno di mitigarne gli effetti di massacro sociale, dipende dal quadro legislativo vigente. L’Agenzia del Demanio e quella delle Accise, Dogane e Monopoli, è stata istituita dal governo D’Alema il 30 luglio 1999 con decreto legislativo n. 300, in attuazione dell’articolo 11 della legge numero 57 del 14 marzo 1997, approvata sotto il governo Prodi. Io me le sono andate a spulciare, queste leggi. In mezzo a disposizioni scritte in un italiano triste e bizantino, non ho trovato nessuna norma che stabilisse delle regole stringenti per le aziende private concessionarie di servizi di pubblico interesse, anzi di servizi afferenti a beni in regime di monopolio statale. Norme che, ad esempio, stabilissero che non si possono subappaltare pezzi di produzione per risparmiare sui costi del personale. Norme che stabilissero che un’azienda concessionaria di un servizio datole in gestione da un’agenzia statale non può decidere di chiudere lo stabilimento come e quando le pare, pena sanzioni economiche pesantissime, molto più pesanti dei soldi che l’azienda ritiene di risparmiare spostando la produzione in un altro posto, dove le maestranze costano meno, dove i diritti sono sepolti sotto una coltre di ricatti quotidiani. Sanzioni che funzionassero da deterrente nei confronti di decisioni assunte sulla base (invece) dell’ unica variabile di cui un’azienda concessionaria deve realmente tenere conto, ovvero: dove mi costa meno il personale? Poi mi tocca leggere, in uno dei rapporti ufficiali della Logista: “…, la vendita dei tabacchi è effettuata in virtù di una concessione novennale rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli all’esito di un’attenta verifica in ordine alla sussistenza, in capo all’interessato, di una serie di requisiti volti a comprovarne l’onorabilità, l’affidabilità e la preparazione professionale”.  Onorabilità? Affidabilità? Nei confronti di chi?

Queste agenzie pubbliche firmano atti di concessione che incrementano il fatturato delle multinazionali in cambio di nulla. Nessuna garanzia occupazionale, nessun vincolo a tutela dell’interesse nazionale – evidentemente perchè l’interesse a conservare il lavoro di lavoratori e lavoratrici locali non è considerato “interesse nazionale”. Mi fa male constatare che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” , art.1 della Costituzione, è una frase talmente svuotata di senso, dalla legislazione ordinaria dagli anni novanta a seguire, da essere leggibile non come un orizzonte cui tendere nell’imperfezione del presente, ma come una presa per il culo. Ma la beffa non è opera dei padri costituenti: è opera di quelle maggioranze parlamentari (per dirla alla Gaber: “che cos’è la destra, cos’è la sinistra?”) che hanno allegramente licenziato, in nome della “modernizzazione” e di privatizzazioni senza vincoli, leggi che hanno consegnato il destino di migliaia di persone nelle mani di un centinaio di amministratori delegati che giocano a Monopoli con la loro vita, trattandoli come se fossero un pacco di sigarette, senza nemmeno il “maneggiare con cura” che vediamo scritto sugli involucri.

Poi come si fa a lamentarsi del fatto che, nella attuale composizione del Parlamento, la sproporzione di forze tra “destra” e “sinistra” rende impossibile modificare certi assetti per via legislativa? Si confonde la causa con l’effetto. Infatti negli ultimi 30 anni le leggi più penalizzanti per i lavoratori (leggi che hanno reso ridicolo il divieto di appalto di manodopera, che era un pilastro di quando studiavo diritto del lavoro; leggi che hanno permesso di costruire decine di forme contrattuali al ribasso del rapporto, che hanno reso il licenziamento un puro costo d’azienda da calcolare ex ante) sono state approvate in buona parte durante governi di “centrosinistra”; per cui l’attuale assenza di rappresentanza parlamentare del mondo del lavoro non è un accidente del destino, ma la conseguenza di uno smottamento ideologico post 1989 che è diventato un’ autentica frana. Se la sinistra parlamentare ha continuato a fare alcuni progressi nel campo delle libertà civili, ha viceversa abdicato totalmente alle sue fondamenta ideali nel campo dei diritti sociali.

 

 

Mario_Draghi_-_World_Economic_Forum_Annual_Meeting_2012

Effetti del nuovo liberalismo del governo Draghi:
più poveri e più privatizzati

E’ stato denominato nei giorni scorsi dal Commissario dell’UE Paolo Gentiloni “ritiro selettivo degli interventi di sostegno”, un modo pudico per dire che si uscirà dalle politiche di parziale attenuazione della crisi scaturita dalla pandemia, sulla base del fatto che, sempre lo stesso, in modo decisamente azzardato, legge la prevista crescita attorno del 5% del PIL per il 2021 con una sorta di nuovo boom economico, invece che un’inversione di tendenza rispetto alla pesante caduta di quasi il 9% nel 2020.

Da qui, ad esempio, il ritiro del blocco dei licenziamenti, certamente non surrogato dal pannicello caldo dell’avviso comune tra sindacati, Confindustria e governo, ma, probabilmente anche una misura, di cui si sta parlando troppo poco, che prevede l’innalzamento delle tariffe del gas e della luce a partire dal 1° luglio, rispettivamente del 15,5% e del 9,9%. Un aggravio considerevole, che è stato stimato di più di 200 € su base annua per una famiglia media, e che sarebbe stato ancor più forte senza uno stanziamento in proposito di più di 1 miliardo da parte del governo.
Il punto è, però, che scelte di questa natura aggravano la situazione che ci sta consegnando la pandemia, e cioè quella di un Paese ancora più povero e diseguale. Altro che “ne usciremo tutti meglio” e “nessuno rimarrà indietro”, di cui favoleggia la retorica sparsa a piene mani da governo e media mainstream.
Che, ahimè, non sia così, ce lo dicono ormai tutti gli studi che sono già usciti sugli effetti nella distribuzione del reddito durante la pandemia: dall’Istat che certifica che nel 2020 il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è arrivato a ben il 9,4% rispetto al 7,7% del 2019, raggiungendo il livello più elevato dal 2005, ad un recente approfondimento uscito nelle pubblicazioni di Bankitalia che mette in luce come “la pandemia ha colpito più duramente le famiglie a basso reddito da lavoro, dove si concentrano gli occupati che hanno minori possibilità di lavorare da casa, che svolgono lavori più instabili e in settori maggiormente esposti alla crisi”.

Né si può semplicemente sostenere che questa è la situazione del punto di massima crisi e che adesso essa evolverà positivamente, se, appunto, si prendono provvedimenti che, anziché ridurre le disuguaglianze, sono invece destinate ad acuirle.
Gli incrementi tariffari, infatti, colpiscono maggiormente, in termini relativi, le famiglie a reddito medio-basso e, peraltro, non si fermano alla ‘stangata’ su luce e gas. Per quanto riguarda la tariffa sui rifiuti, il nuovo regolamento per il 2021 introdotto da ARERA, l’Autorità nazionale di regolazione per energia, reti e ambiente, stabilisce che la cosiddetta “remunerazione del capitale”, cioè il profitto garantito ai soggetti gestori, raddoppia dal 3% al 6% e, inoltre, sempre ai gestori, viene riconosciuto un ulteriore ricavo legato all’incremento della raccolta differenziata (della serie: i cittadini sono invitati ad avere comportamenti virtuosi e le imprese private guadagnano sul loro impegno).
Non parliamo poi delle vicende relative alla tariffe dell’acqua, aumentate, secondo la CGIA di Mestre, del 90% tra il 2007 e il 2017, anche grazie alla scandalosa decisione, sempre di ARERA, di contraddire l’esito del referendum del 2011 che aveva cancellato la remunerazione del capitale, ripristinandola semplicemente con un’altra dizione (riconoscimento degli oneri finanziari). 

A quest’impennata delle tariffe, poi, si associano tutta una serie di recenti decisioni che spingono verso un’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici locali: l’art. 177 del Codice degli appalti penalizza fortemente le aziende che sono concessionarie dei servizi di distribuzione del gas, dell’energia elettrica e dei rifiuti senza essere passate attraverso una gara, obbligandole, entro la fine del 2021, ad esternalizzare l’80% dei propri lavori; per il servizio di raccolta dei rifiuti,  viene introdotta la possibilità per le utenze non domestiche di sganciarsi dal servizio pubblico, rivolgendosi al mercato libero purché i rifiuti siano avviati al recupero, determinando un ulteriore diminuzione del gettito del servizio pubblico; per quanto riguarda il servizio idrico, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza c’è un’indicazione esplicita di completare i processi di privatizzazione, consegnando, nella sostanza, anche il Mezzogiorno alle grandi multiutilities quotate in Borsa.

Il tutto in attesa della ‘riforma’ della concorrenza, annunciata dal governo Draghi entro la fine di questo mese, che ha proprio il compito di rendere residuale il ruolo delle aziende pubbliche anche nel settore dei servizi pubblici locali.
Del resto, non c’è da stupirsi più di tanto, visto che tutta l’azione del governo e il PNRR sono esattamente ispirate da una logica di ‘modernizzazione’, che si pensa possa essere guidata esclusivamente dal mercato. Anzi, l’idea lì dominante, per certi versi ancora più regressiva dei canoni ‘classici’ del neoliberismo, è che sia proprio l’intervento pubblico a diventare servente del mercato: un rovesciamento del ruolo dello Stato, piuttosto che la sua limitazione e, men che meno, la sua sparizione.
Le risorse significative del PNRR  vengono finalizzate proprio alloscopo di creare e costruire nuovi mercati, da quello delle piattaforme digitali a quello di una presunta ‘economia green’, in realtà viziata sin dall’origine dall’obiettivo di garantire buoni profitti ai grandi soggetti protagonisti del ricorso alle fonti fossili, in primo luogo ENI e ENEL.

Per evitare, però, di cadere semplicemente nell’elencare le decisioni sbagliate, che, alla fine, diventa una pratica autolesionista, provo ad indicare 3 questioni su cui si dovrebbe intervenire e sulle quali va costruita la mobilitazione necessaria per farlo.

La prima è l’abrogazione di ARERA
, non solo perché, a partire dalla materia tariffaria, assume i parametri del mercato e della redditività aziendale come punti di riferimento fondamentale nella propria azione. Ancor prima, però, viene il fatto di aver demandato ad un’agenzia ‘tecnica’ il ruolo di determinare scelte importanti di politica tariffaria, sottraendole alla sfera della decisione politica.
Non a caso, tale orientamento è stato consolidato dal governo Monti, fulgido esempio del primato della tecnocrazia sulla politica, di una supposta ‘neutralità’ della tecnica, in questo buon predecessore dell’attuale governo Draghi, che ha fatto di ciò una delle cifre deteriori della sua impostazione.

Poi, andrebbe completamente riscritto il PNRR: qui il ragionamento sarebbe lungo e meriterebbe un approfondimento specifico. Mi limito a dire che occorre rivederne a fondo le priorità e assumere, al posto del rilancio della crescita quantitativa e del mercato, gli indicatori della creazione di buona e piena occupazione, di un nuovo welfare della cura e dei beni comuni e della fuoriuscita rapida dal modello di sviluppo basato sull’energia fossile come quelli su cui misurare le scelte da effettuare.

Infine, bisogna rilanciare la battaglia per la ripubblicizzazione dei beni comuni e dei servizi che li erogano.
Per stare vicino a noi, ad esempio, a fine anno scade la concessione del servizio idrico a Bologna affidato a Hera. A Ferrara, la concessione del servizio di raccolta dei rifiuti urbani, sempre affidata a Hera, è scaduta alla fine del 2017 e da allora Hera continua a gestirlo in proroga.
Bene, la scadenza della concessione è il momento più favorevole, in assenza di una legge nazionale, per procedere alla ripubblicizzazione del servizio, dando vita ad aziende pubbliche partecipate dai lavoratori e dai cittadini, visto che non ci si può trincerare dietro l’alibi dei costi eccessivi per andare in tale direzione. E allora, quali ostacoli si frappongono a farlo, da parte delle Amministrazioni Locali di riferimento, se non una pregiudiziale e ideologica volontà di affermare il primato del mercato e delle grandi multiutilities, come Hera, anch’esse votate alla sua logica?
Per fortuna, movimenti e cittadini hanno già sollevato con forza, a Bologna e Ferrara, tale tema. Vale la pena che questa voce salga ancora più forte e che si allarghino le forze e i soggetti in campo. In modo tale che chi ha la responsabilità politica delle scelte non volti la testa da un’altra parte, esca dall’ormai abituale silenzio, abbia il coraggio di dire da che parte vuole stare.

Cover: Mario Draghi al World Economic Forum Annual Meeting, 2012 (Wikimedia Commons)

Camminare è virtù

Questa notte ho sognato nuovamente Napoleone, Biancaneve e Fedez.
Nel sogno mi aggiravo per il centro di Bologna, avevo bevuto delle birre per strada come si poteva fare un tempo, nei bei giorni in cui eravamo tutti liberi e felici prima dell’arrivo di questo germe che ci ha condannati ad un mondo illiberale (cit.).
Comprensibilmente, dopo tutte quelle 66 – sempre nel sogno – ebbi da urinare.
Urinai così per strada.
Lo so che fa schifo però a volte succede.
I bambini piccoli spesso lo fanno e sembrano sempre così pucciosi e carini anche mentre compiono questi atti da bestie.
Ma vabbè, io rispetto molto le bestie in genere, persino i miei simili tendenzialmente.
Poco dopo questo gesto di cui non vado fiero – anche se compiuto in sogno – il tutto si fa confuso.
Mi ricordo solo che mi sono svegliato poco dopo la visione di me stesso a tavola in una casa di persone che non conoscevo.
Ero in questa cucina con tutte le moderne comodità tipo il bollitore, la cocumella (cit.), il lavabo e anche il pappagallo: uno in gabbia che scandiva il segnale orario tipo Alexa® e uno sotto al tavolo usato però come sputacchiera.
Poi: perché usare un pappagallo a mo’ di sputacchiera qualcuno me lo dovrebbe spiegare ma vabbè.
C’erano anche svariati posacenere, un wok e persino un Bimby®.
Incuriosito quindi da questo attrezzo da cucina relativamente poco diffuso mi sono alzato da una sedia con la seduta in paglia per andare ad osservarlo e niente, l’ho scoperchiato e ciò che ho visto dentro al recipiente del Bimby® non lo scorderò mai: ebbene sì, era letteralmente un frullato composto da Napoleone, Biancaneve e Fedez.
Comprensibilmente mi sono svegliato urlando, tot. secondi buoni, quasi tipo l’inizio di “Tv Eye” ma ovviamente meno charmant.
Poi mi sono alzato e sono andato in bagno per defecare e adesso per fortuna è passato tutto.
La confusione è enorme, virtualmente illimitata ma la nebbia è fatta in fondo per dissolversi quindi io sono fiducioso.
Ma vabbè, buona settimana.

Pissing in a river (Patti Smith Group, 1976)

Uno sguardo letterario sul cinema: a ricordo di Guido Fink

Ferraraitalia pubblica in anteprima il testo che il professore emerito Gianni Venturi leggerà domani (5 settembre) alla Sinagoga di Firenze

Un ricordo per l’amico scomparso Guido Fink

“Dopo il saluto del rabbino capo della Comunità di Firenze Josef Levi, ha preso la parola il figlio Enrico che ha sottolineato come il padre sia stato un uomo fortunato perché ha vissuto cosi come voleva, con l’amore di una madre, amante della poesia, della moglie e del figlio. «Ha voluto insegnarmi ad amare l’ebraismo – ha aggiunto – ed io sono stato molto fortunato di averlo come padre»”

Questa è la dichiarazione pronunciata da Enrico Fink nella Sinagoga del Cimitero ebraico di Ferrara durante la cerimonia di addio per il padre Guido, come riferisce la cronaca locale del “Resto del Carlino”. E mentre parlava mi si svolgeva davanti, come un film, la lunga storia dell’amicizia che ci legò – Guido la sua famiglia e la mia – per più di settant’anni ritrovandoci in occasioni le più disparate. Alcune di queste le ho già ricordate e, non ultima, quella che ho scritto nel capitolo a lui dedicato nel volume curato da Portia Prebys e da me, “Vivere è scrivere. Una biografia visiva di Giorgio Bassani”, Ferrara, Edisai, 2018.

Guido Fink era nato a Gorizia nel 1935, figlio d’un ebreo russo, Itzak (Isacco) scomparso ad Auschwitz. La madre Laura, donna di grande intelligenza e cultura, il cui cognome Bassani poteva ricordare una parentela con lo scrittore, che tuttavia non esisteva, bensì un grande amicizia, durante la guerra iniziò una attività singolare: la confezione di paralumi raffinatissimi che proseguì per diversi decenni fino alla sua scomparsa. Nel 1938 in seguito alle leggi razziali, con la madre, Guido si trasferisce a Ferrara presso i nonni, mentre il padre si reca a Roma. La situazione precipita quando, in seguito all’uccisione del ‘ras’ ferrarese, il federale Igino Ghisellini nel 1943 venne organizzata una rappresaglia che portò all’uccisione di 11 persone sugli spalti del Castello. Tra costoro, rappresentanti importanti della comunità israelitica ferrarese: come il dottor Umberto Ravenna, ottantenne, l’avvocato Giuseppe Bassani, l’ingegnere Silvio Finzi, il professore Mario Magrini, Vittorio e Mario Hanau, padre e figlio, l’uno di 65 e l’altro di 41, entrambi commercianti di pellami. L’episodio è stato raccontato da Giorgio Bassani ne “Le cinque storie ferraresi” e dal regista ferrarese Florestano Vancini nel film “La lunga notte del ’43”.

Guido Fink nell’immediato dopoguerra è ormai inserito nella sua reale passione, la storia del cinema; tuttavia non sarà questa l’attività del suo lavoro accademico bensì l’insegnamento della letteratura anglo-americana prima a Bologna poi a Firenze. Nodo centrale della sua vita e delle sue scelte culturali sarà in primis Ferrara. Dopo le leggi razziali gli ebrei vengono allontanati dalle scuole, dalle università, dalle istituzioni pubbliche. Giorgio Bassani laureando, raduna attorno a sé nella Sinagoga di via Vignatagliata gli ebrei allontanati dalle scuole pubbliche e tra gli allievi più giovani avrà Guido che si legherà a lui con un’amicizia fraterna. Nel ’46, alle medie, mio fratello sarà per un anno compagno di banco di Fink e attraverso questo contatto comincerà la mia amicizia con lui. Prestissimo la sua passione per il cinema esplode e si nutre del rapporto con registi, sceneggiatori, uomini del cinema: da Aristarco ad Antonioni, da Zavattini al gruppo di ‘Cinema Nuovo’. Nei tardi anni ’50 si laurea all’Università di Bologna, dove consegue la Laurea in Lingua e Letteratura Inglese con una tesi su Henry Fielding. Nello stesso anno inizia la collaborazione con la rivista Cinema Nuovo, per la quale scrive, nell’arco di un quindicennio, numerosi saggi, articoli e recensioni di film. Da poco ho scoperto una straordinaria storia parallela che si svolge tra Ferrara e Firenze sotto il segno dei paralumi.

A Firenze, in via degli Alfani, di fronte al Conservatorio c’è una straordinaria bottega artigianale oggi gestita da Leonardo Becucci che tramanda l’antica e raffinata arte dei paralumi: “L’esercizio venne avviato dal nonno di Leonardo, Livio, nel 1940; inizialmente lavorava alla Galleria dell’Accademia poi si mise in proprio ma già prima di iniziare l’attività sagomava fusti per altre botteghe che erano già presenti nel quartiere. Nel 1946 si aggiunse il babbo Franco che qui è rimasto fino a due anni fa. Leonardo Becucci è entrato a bottega per aiutare il padre subito dopo il servizio di leva, nel ’94 e da circa un anno e mezzo è rimasto da solo a tirare avanti: “Mio padre è stato qui fino all’ultimo perché il vero artigiano sta in bottega fino a che può”. In questa bottega il nonno di Leonardo nascose dopo le leggi razziali e l’invasione tedesca alcuni ebrei, nel soppalco e tra questi alcuni membri della famiglia Rimini. Così mi raccontò il signor Franco quando gli commissionavo alcuni paralumi; per cui la mia casa porta l’impronta testimoniata dai paralumi confezionati dalla signora Laura Bassani Fink e dal Beccucci.
Guido sposa Daniela Mantovani figlia di Marisa, celebre diva dei telefoni bianchi e da questo felicissimo matrimonio, saldissimo nel tempo, nasce Enrico che sceglie la carriera di musicista: Così nella sua biografia:

“Enrico è nato a Firenze il 4 Settembre 1969. Ha sempre vissuto e studiato a Firenze, tranne che per due brevi periodi di circa un anno ciascuno passati negli Stati Uniti con la famiglia, a New York e a Berkeley. Da bambino era certo di voler fare l’astronomo, e ha seguito questa idea per buona parte della sua vita, giocando a fare lo studente modello (e suonando, certo, ma da dilettante) e ottenendo a pieni voti prima la maturità classica e poi la laurea in Fisica. Dopo una pausa per il servizio civile (svolto presso l’Arci di Firenze, a cui collabora tuttora come responsabile delle attività culturali), nel 1996 ha dovuto scegliere fra una borsa di studio ottenuta per studiare presso l’Università di Cornell, a Ithaca, NY (Usa) e la possibilità di incidere con l’Orchestra Regionale Toscana e il quartetto “Klezmer Klowns” con cui all’epoca si esibiva, il suo primo disco di materiale ebraico; tra l’incertezza di un futuro nell’astrofisica e l’insicurezza di un futuro nello spettacolo, ha scelto la strada che quantomeno gli garantiva di divertirsi un po’ di più, e ha detto addio all’astronomia.”.
Memorabile a ricordarlo quando Enrico nel quarantennale della pubblicazione de “Il giardino dei Finzi-Contini”, cantò la tiritera del “capret d’al nostar Sgnior mentre la sorella di Giorgio Bassani, Jenny Liscia, commentava i ‘bocconi’ del pranzo raccontato nel romanzo.

Guido compie una straordinaria carriera come anglo-americanista. Ricopre la cattedra di questa materia all’Università di Bologna e poi di Firenze che diventa, dopo Ferrara, la sua patria. Qui, destino o caso, i ferraresi sono di casa alle Facoltà di Magistero e di Lettere dove insegnano due maestri quali Claudio Varese, sardo ma cittadino onorario di Ferrara e Lanfranco Caretti di origini ferraresi che teneva però corte in altro ambiente e con altri studiosi.

Per anni, al martedì o al mercoledì sera, i ‘ferraresi’non necessariamente d’origine ma di cultura si riunivano in Viale Volta nella casa di Claudio e Fiammetta Varese. Gli allievi e collaboratori, Giorgio Cerboni Baiardi, Gianni Venturi e più tardi Anna Dolfi e Marco Ariani. Qui s’incontrava il poeta Rinaldi compagno di Lina Baraldi un tempo moglie del romanziere Dessì, il critico d’arte Alessandro Parronchi e naturalmente i Fink che abitavano a poche centinaia di metri, in via della Piazzola.

La passione di Guido per il cinema non si estingue nel tempo.Si lega di solida amicizia con Sandro Bernardi che ricoprirà la cattedra di Storia del Cinema dopo il pensionamento di Edoardo Bruno che deteneva quella cattedra . Sono per me anni importanti che mi riporteranno a Firenze dopo un ‘esilio’ urbinate di cinque anni a ricoprire quella cattedra di Letteratura italiana che fu del mio Maestro Claudio Varese.

I rapporti con Guido s’infittiscono in quanto lui docente allo Smith College di Firenze ottiene per me una borsa di studio per un insegnamento annuale a quel College prestigiosissimo in Massachusetts negli anni ’80 del secolo scorso.
Viene nominato dal Ministero degli Esteri direttore del Centro di Cultura Italiana a Los Angeles (luglio 1999 – giugno 2003) e nel 2004 riceve un premio dall’AACUPI (Association of American College and University Programs in Italy).
In quegli anni, grazie anche al suo rapporto di lavoro e di amicizia con Roberto Benigni, all’attore e regista italiano verrà assegnato un Oscar per La vita è bella, madrina d’eccezione, Sofia Loren. Un capitolo a sé meriterebbe l’elenco delle sue numerosissime incursioni nell’ambito della storia del cinema, i suoi lavori su grandissimi autori tra cui of course quelli su Michelangelo Antonioni che ribadisce il complesso e affascinante percorso della ferraresità ormai mondiale: Giorgio Bassani e Michelangelo Antonioni. Rimando a un suo libro che mi è particolarmente caro, Nel segno di Proteo (2015) il cui sottotitolo rimanda al maestro che gli fu caro: Da Shakespeare a Bassani. Dalla lingua del Bardo che insegnò per una vita a quella dello scrittore ferrarese siglate in ben quattro capitoli: “Le tre Notti del 1943”; Prefazione a “Cinque storie ferraresi”; “La scuola ebraica di Via Vignatagliata”; “In fondo a Via delle Vigne”.

L’università di Firenze decise di festeggiare sia Guido che me quando lasciammo il lavoro. Andai a prendere Guido a casa con il taxi; ma giunto davanti al Rettorato Guido mi disse che non si sentiva di affrontare quell’incontro. Nonostante fossimo vicini di casa a Firenze fu l’ultima volta che lo incontrai di persona.

Ciao Guido.

Caso Bibbiano, parla Elena Buccoliero: “Ho sempre agito nell’esclusivo interesse degli assistiti. Contro di me un vile attacco politico”

Giudice onorario per conto del Tribunale per i minorenni, con il compito di interfacciarsi con operatori sociali e avvocati. E’ questo l’incarico che Elena Buccoliero ha svolto per anni, su mandato del presidente Giuseppe Spadaro, per fare fronte alle carenze di organico di quella struttura. Un ruolo svolto dall’operatrice ferrarese con passione e riconosciuta competenza: doti che le sono valse negli anni unanimi apprezzamenti. In parallelo poi, dal 2014, Buccoliero è direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reati. Ora, però, il suo operato è stato messo in discussione, a seguito di attacchi scaturiti a livello politico: i suoi detrattori chiedono infatti la revoca dei suoi mandati. Il motivo? Contestazioni relative a rapporti che il giudice Buccoliero ha avuto con gli operatori coinvolti nella controversa vicenda di Bibbiano.
Michele Facci, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione, sollecita le sue dimissioni sostenendo che “a seguito dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’ è emerso come Buccoliero, pur non rientrando tra le persone indagate, abbia avuto un ruolo di ampio collegamento con diverse persone coinvolte”. Lei si difende respingendo fermamente le accuse: “Non ho commesso illeciti né come giudice né come direttrice della Fondazione – ha dichiarato al Carlino Ferrara –. Lo conferma il fatto che non sono tra gli indagati. Ho avuto rapporti con alcuni soggetti coinvolti nell’inchiesta, ma non ho commesso reati. Sono a posto con la coscienza e non ho motivo di lasciare la Fondazione”.
Per chi conosce Elena Buccoliero, professionista competente, affidabile e scrupolosa, nonché donna generosamente impegnata nel sociale, l’accusa appare incredibile. Così l’abbiamo interpellata per saperne di più e conoscere anche la sua versione dei fatti.

Come hai recepito le accuse che ti sono state rivolte?
“Malissimo, con grande sofferenza interiore. Ho sempre agito nell’esclusivo interesse delle persone di cui mi occupavo”

Ma è vero che hai avuto contatti diretti con gli operatori sociali della Val d’Enza e sei stata relatrice ai convegni di Bibbiano?
Tutto vero, ma non si tratta solo della Val d’Enza. Nel 2018 sono stata relatrice in 29 incontri, di cui uno solamente in Val d’Enza. Gli altri appuntamenti in prevalenza erano in Emilia Romagna, ma anche in Lombardia, in Veneto, a San Marino, in Toscana, a Roma… E il mio numero di cellulare è nelle mani praticamente di tutti i servizi sociali della regione, essendo stata fino a pochi giorni fa uno dei giudici onorari di riferimento del Tribunale per i minorenni di Bologna.

Perché fino a pochi giorni fa?
Il mio incarico scade a dicembre e il 2 agosto ho scritto al presidente Spadaro chiedendogli di sostituirmi per evitare di avviare impegni che non avrei potuto portare a termine. Resto comunque a disposizione del tribunale fino alla scadenza formale del mandato, per i passaggi di consegne con i colleghi. Formalmente non sono ancora fuori dal ruolo.

Hai detto che come giudice onorario sei stata “un riferimento”. Che significa?
Il Tribunale per i minorenni di Bologna è uno dei più sottodimensionati d’Italia per numero di magistrati (appena sei più il presidente) rispetto ai minorenni residenti, anche il personale di cancelleria è ridotto e per anni gli utenti trovavano grandi difficoltà a relazionarsi con i giudici. Il presidente Spadaro, quando è arrivato a fine 2013, ha deciso che ogni magistrato potesse individuare nel suo gruppo di lavoro un giudice onorario come interfaccia per operatori e avvocati. Una sorta di front office per risolvere le questioni più minute e inoltrare al giudice quelle sostanziali. Io sono una degli onorari coinvolti, per questo i miei recapiti (come quelli dei colleghi) praticamente li hanno tutti coloro che operano in quest’ambito e ci interpellano spesso.

Mi fai un esempio di quello che chiedono?
Tante sono piccolezze. Capire se il magistrato ha ricevuto l’istanza, chiedere un posticipo per spedire la relazione, rinviare un’udienza… Sulle piccole cose il giudice onorario risolve facilmente il problema relazionandosi col magistrato o con la cancelleria; tutte le altre, sia di procedura sia di merito, ritornano comunque al giudice relatore. Ma per i cancellieri, e anche per i togati, è un piccolo aiuto.

Su che toni si sviluppano i rapporti tra onorari e operatori dei servizi?
Di cordiale e formale collaborazione, nella stragrande maggioranza dei casi. In 12 anni di servizio posso contarne pochissimi – mi bastano le dita di una mano, anzi mi avanzano – nei quali si è instaurata una confidenza maggiore, ed è facilissimo risalire alle ragioni.

Cioè?
Avevamo seguito insieme bambini o ragazzi con una storia particolarmente drammatica. Sono sempre difficili, le vicende che trattiamo, ma a volte lo sono di più. Per la Val d’Enza ricordo perfettamente una ragazzina costretta dalla madre a prostituirsi. Una storia bruttissima, alcuni clienti hanno patteggiato, diverse sentenze di condanna… Aiutarla insieme ha favorito una condivisione maggiore rispetto alla prassi comune. Ma posso citare anche una vicenda di altro territorio, quella di due gemellini orfani a seguito di femminicidio, nel riminese. Anche nel loro caso mi sono relazionata molto bene con la responsabile del servizio che oggi per me costituisce un solido riferimento.

Come sono assegnati i fascicoli ai giudici del Tribunale dei minorenni?
Tutti i ricorsi vengono attribuiti in ordine casuale ai magistrati togati, che ne diventano relatori.

Quindi non c’è uno specifico giudice dedicato alla Val d’Enza?
Nemmeno alla provincia di Reggio Emilia, se è per questo. I procedimenti della Val d’Enza sono suddivisi tra i sei magistrati togati, che li trattano con il supporto dei 36 giudici onorari. E ogni decisione viene presa in una camera di consiglio di cui fanno parte quattro giudici, due togati e due onorari.

Risulta che tu abbia apprezzato le relazioni degli operatori della Val d’Enza.
È vero, credo di averlo detto e pensato varie volte.

Perché?
Quelle che ho letto erano ben strutturate e integrate tra aspetti sociali, sanitari e psicologici. A volte leggiamo relazioni dove, arrivati alla fine, non sapremmo dire come sta il bambino, oppure se dopo tanti litigi si trova con la mamma o con il papà, mentre altre – in Val d’Enza e non solo – si distinguono per la completezza. Tra colleghi capita di commentare quelle che ci colpiscono, perché fatte particolarmente bene o particolarmente male. È normale.

Quindi le relazioni della Val d’Enza erano vere o false?
Come faccio a dirlo? Nelle sedute terapeutiche io non c’ero, nei colloqui sociali nemmeno. Le relazioni erano ben scritte, e i giudici minorili – che mettono in preventivo una certa quota di fraintendimenti o conflitti tra genitori e operatori, e hanno l’onere di valutarli – devono assumere che le relazioni dei servizi possano semmai essere parziali ma non in malafede. Sarebbe come se un pubblico ministero dubitasse dei rapporti della polizia giudiziaria. Per questo il tribunale ha sempre l’onere di non fermarsi alle relazioni dei servizi.

Cos’altro fa?
Prima di tutto le udienze. Convoca i genitori, i minori se hanno almeno 11-12 anni, e secondo i casi anche i nonni, gli zii, gli affidatari… Li ascolterà un giudice togato o onorario: 42 paia di orecchie. Gli avvocati possono presentare integrazioni o richieste, e i servizi attingono informazioni anche dalla scuola, dai pediatri, dai contesti di vita dei bambini.

Però si critica il fatto che le udienze le svolgano tutte gli onorari…
Molte, non tutte. Comunque i giudici onorari fanno quello che gli viene chiesto dai togati, né più né meno. E in un tribunale stracarico come quello di Bologna ricevono sicuramente più incarichi che in una sede piccola. Presumo che i colleghi di Bolzano siano meno in affanno…

È stata adombrata la possibilità che tu abbia sostenuto i Servizi della Val d’Enza per influenzare le decisioni del Tribunale.
L’idea è suggestiva, ma cade subito. I fascicoli sono distribuiti tra sei magistrati e io lavoro con uno soltanto, che tra l’altro fa istruttoria in parte personalmente e in parte avvalendosi di sei giudici onorari a rotazione. Io sono una dei sei. Non so quali minori siano al centro dell’indagine, perché giustamente i nomi non sono stati diffusi, ma è statisticamente impossibile che i loro fascicoli siano tutti affidati allo stesso togato, e impossibile pure che li tratti un solo onorario. Capisci che, se anche avessi voluto esercitare un’influenza – e non volevo – avrei avuto ben poche possibilità di riuscirci.

Sei anche direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati. Il Tribunale per i Minorenni ne è a conoscenza?
Certo, dal principio. La Fondazione dà supporto a tutti coloro che, in Emilia Romagna, sono vittime di un reato gravissimo. Interviene anche quando il reato accade fuori regione, se a subirlo è un cittadino emiliano-romagnolo. Prima di accettare l’incarico, nel 2014, mi sono consultata con il presidente Spadaro, il quale mi ha rassicurata sulla compatibilità e ha poi pure partecipato ad alcune iniziative pubbliche, come relatore nel 2016 e come semplice spettatore nel 2018. Da parte mia ho sempre tenuto informati tutti i magistrati minorili, togati e onorari, sull’operato della Fondazione, anche perché possano – se e quando lo ritengono opportuno – segnalarla agli avvocati, o agli operatori.

Spiegati meglio.
La Fondazione interviene sui reati più gravi che, quando coinvolgono donne e bambini, difficilmente arrivano sulle pagine dei giornali. La richiesta di intervento spetterebbe ai sindaci ma, specie nei Comuni più piccoli, non tutti ne sono a conoscenza. Va da sé, quindi, che ci siano persone con necessità di aiuto per le quali non viene fatta richiesta. Per questo la Fondazione cerca di informare chi è certamente a stretto contatto con le vittime di reato: gli avvocati, le forze dell’ordine, i servizi sociali e, appunto, l’autorità giudiziaria.

Che cosa succede se in Fondazione arrivano richieste per minori di cui ti occupi per il tribunale?
La probabilità è davvero bassissima, considera che in un anno il Tribunale dei minori di Bologna apre più di duemila procedimenti e le istanze alla Fondazione a favore di bambini, in un anno, non arrivano a dieci.
Nei fatti è capitato raramente (per la Val d’Enza credo solo quella volta nel 2014) e sempre quando il tribunale aveva già preso le sue decisioni. In quelle pochissime occasioni l’ho fatto presente ai garanti. In ogni caso sono loro a decidere gli aiuti, non io.

Risulta che negli ultimi anni le richieste per i bambini arrivassero alla Fondazione in buona parte dalla Val d’Enza? Non è parso strano?
In realtà no. Sappiamo, per esperienza, che quando un Comune ‘scopre’ la Fondazione poi ne tiene conto. Ad esempio da alcune zone della Romagna per anni non sono arrivavate istanze, poi hanno capito l’opportunità e hanno cominciato a utilizzarla. O, in anni passati, il Comune di Bologna in collaborazione con la Casa delle Donne ci ha sottoposto moltissime richieste, e non è che le donne maltrattate fossero solo lì. Semplicemente, il Comune di Bologna aveva individuato nella Fondazione una risorsa su cui poteva contare.
Sono convinta che se tutti i casi di grave maltrattamento su donne e bambini ci venissero indirizzati, saremmo subissati. Solo le denunce per violenza di genere, in regione, sono centinaia ogni anno, e sebbene non tutte siano gravissime, ne restano escluse sicuramente più di quella quindicina che arrivano ai Garanti. Discorso analogo vale per i maltrattamenti sui bambini.

Quante istanze ha presentato la Val d’Enza negli ultimi anni?
Dal 2017 sono state otto, di cui sei nel 2017 e due nel 2018, nessuna nel primo semestre 2019 – e, come ti dicevo – nessuna faceva riferimento a un procedimento che io avessi trattato al tribunale per i minorenni. Su otto ne sono state accolte sette. Di queste, una aveva come vittima una persona adulta. Le altre sei riguardavano bambini presunte vittime di maltrattamenti fisici o sessuali. Ma per tre di queste sei richieste di contributo c’era già stata una condanna penale di primo grado a carico del maltrattante, nelle altre il procedimento penale era in corso.

Già, perché la condanna non è un requisito per la Fondazione.
Non potrebbe esserlo. La Fondazione nasce per aiutare le vittime nell’immediatezza dei fatti. Per avere una sentenza passata in giudicato ci vogliono anni ma le vittime hanno bisogno subito.

Come fate ad essere sicuri che il fatto sia accaduto?
La prima garanzia di serietà è la firma del Sindaco, requisito imprescindibile stabilito dallo Statuto della Fondazione. Poi, per certi reati, è tutto molto chiaro. Quando una persona viene uccisa non serve il nome dell’assassino per sapere che i familiari hanno bisogno di aiuto.

Già. E negli abusi sui minori?
È come per il maltrattamento sulle donne. La Fondazione interviene purché il fatto sia grave e ci sia una denuncia, un referto, un rinvio a giudizio, dei provvedimenti cautelari in sede giudiziaria… Insomma, degli indicatori che sostengono ragionevolmente la sussistenza del fatto.

È possibile che i contributi della Fondazione siano arrivati al Centro studi Hansel e Gretel, già nel pieno dell’indagine?
È possibile, ma non per scelta nostra. La Fondazione assegna una somma con uno scopo (cure sanitarie, assistenza, psicoterapia, trasloco in una città lontana dal maltrattante, ecc.) ma non indica mai da quale medico o psicologo privato andare, dove acquistare i mobili per la nuova casa o a chi chiedere assistenza. Se i fondi sono serviti per l’Hansel e Gretel, lo hanno deciso altri.

Chi lo decide?
Per le vittime adulte, loro stesse. Per i bambini, i tutori.

E a te, quindi, è mai capitato di indirizzare assistiti e conseguenzialmente fondi alla controversa struttura di Bibbiano?
No, in nessuna veste.

PER CERTI VERSI
da Ferrara a Bologna

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

A FERRARA

se tu fossi una città
saresti
Ferrara
perché
seppur più rara
nella nebbia
tu sarai la mia guida
tra le incognite
di una misteriosa Urbe medievale
e quella via degli Angeli
così partorita
perfettamente

A BOLOGNA

se tu fossi una città
saresti
Bologna
la mia culla
fuori Massarenti
il sognatore
di una Repubblica socialista
di uomini e donne
uguali e differenti
e il treno che aveva ancora
la macchina a vapore
tu mio amore
bevevi la birra da Wolf
sentivamo fumare di politica
magari giocare a bocce col sole
in via Ugo Bassi
il baseball
al lunetta Gamberini
e poi a perdifiato
a San Luca
a goderci noi
tra Alpi e Appennini

Le liriche fanno parte della raccolta di Roberto Dall’Olio “Se tu fossi una città” (edizione L’arcolaio, 2019), prefazione di Romano Prodi

Le bronzee nudità di Nettuno

Dopo una giornata passata a Bologna, decido di tornare verso Piazza del Nettuno. È ormai buio, ma le luci artificiali regalano fascino al centro città.
Scatto una foto alla bellissima fontana che fa da padrone alla piazza.
Proprio di fronte all’entrata del Palazzo di Re Enzo, il dio del mare si erge in tutta la sua potenza e grandezza. Noto tra i bolognesi come “il Gigante”, l’imponente statua è interamente di bronzo.
La statua, così come la celebre fontana del Nettuno, per via delle eccessive nudità in alcuni suoi dettagli, fu duramente criticata dalla Chiesa e fu fonte di turbamento, in modo particolare per le donne. Siamo nel 1566, anno in cui l’opera viene terminata, e tanto fu il clamore che la Chiesa decise di far indossare al Nettuno dei pantaloni, rigorosamente, neanche a dirlo, di bronzo!

PER CERTI VERSI
La strage di via Gobetti

Bologna
Via Gobetti
Piero Gobetti
Mai nome poté
Più stridere
Con quanto
Vi accadde
Laggiù in fondo
Al buio periferico
Al centro patologico
Di crimini efferati
A colpire nel mucchio
Come birilli
Gli innocenti
Quelli che …
Che non ci stavano a tacere
Quelli che…
Erano solamente lì
Avevano visto
Bologna
Via Gobetti
Piero Gobetti
Tutti i nomi
Vanno stretti
Persino l’ironia
Atroce
Di chiamarsi Savi
I folli criminali
Coperti da altri folli
A loro uguali

La Basilica di Santo Stefano, una superstite dell’epoca romanica a Bologna

Mi trovo a Bologna e mentre passaggio in compagnia di un’amica, arrivo a Piazza Santo Stefano. Mi faccio incuriosire dalla Basilica omonima e colgo l’occasione per entrarci.
Dietro quella che sembra una “normale” chiesa, scopro che si nasconde un ampio complesso al quale si accede attraverso una porta sulla sinistra, una volta percorsa tutta la navata: tale edificio è conosciuto infatti come il complesso delle “Sette Chiese”, anche se ad oggi ne rimangono solo quattro. Non conoscendo l’edificio e la sua storia ne sono rimasta davvero colpita, ogni passaggio conduceva a un altro cortile o chiostro da ammirare.
Lo stile romanico è evidente sia negli interni che negli esterni. L’esterno della Chiesa del Santo sepolcro e l’ampio chiostro medievale, circondato da due piani di portici percorribili. Sotto questi ultimi si possono osservare un gran numero di lapidi, recanti quasi tutti i nomi dei caduti bolognesi durante la prima guerra mondiale.
È un ampio luogo sacro avvolto dal centro della città.

Aspettando Juve-Spal, la favola vera di Michele Paramatti eroe dei due mondi

Juventus-Spal è Davide contro Golia: è il fanciullo che sfida il gigante. In vista del prossimo match, che verrà disputato dai ferraresi allo Juventus stadium di Torino, ospitiamo una memoria di Luciano Cazzanti, indimenticabile talent scout biancoazzurro fin dai tempi di Paolo Mazza, che scoprì e portò a Ferrara Michele Paramatti, l’infaticabile cursore che vestì la maglia delle due prossime contendenti e fu idolo di tre tifoserie (Spal, Bologna e Juventus).

di Luciano Cazzanti

“Gioca bene, gioca male Paramatti in nazionale”. Così urlavano i tifosi bolognesi dagli spalti dello stadio Dall’Ara alla metà degli anni Novanta. Ma la storia di Michele Paramatti calciatore incomincia dieci anni prima e inizia, come tutti i tifosi biancoazzurri ben ricordano, con la maglia della Spal
Sono trascorsi quarant’anni da quando un caro amico da tempo scomparso, Franco Manfredini, che avevo conosciuto molti anni prima come presidente di una piccola società calcistica del settore giovanile, con sede e campo di gioco presso la parrocchia della Sacra Famiglia in via Bologna, mi venne a trovare in sede alla Spal e mi disse: “Luciano, ho un centravanti fortissimo: ha solo 13 anni, vieni a vederlo con me, stasera gioca in un torneo notturno in provincia di Rovigo”. Andammo e Michele mi impressionò subito: aveva un fisico bestiale per la sua età, aveva corsa, forza, gran colpo di testa ed elevazione, vedeva la porta e faceva molti gol.
Chiesi a Franco: “Me lo dai subito?”. “No – rispose – il ragazzo è già tesserato con me all’A.C. Ferrara, alla Spal se lo vuoi lo dò il prossimo anno”. Fu di parola.
Era il 1981 e quello fu l’inizio della storia. La A.C. Ferrara giocava nel campo del motovelodromo, l’allenatore era Davide Zuccatelli (un ragazzo che conoscevo bene) e così in quella stagione ebbi l’occasione di seguire Michele in tante gare. Poi a giugno 1982 Michele Paramatti divenne spallino.

Michele Paramatti con Luciano Cazzanti

Michele abitava a Salara, in provincia di Rovigo, e tutti giorni veniva scuola Ferrara, dove in seguito si è diplomato ragioniere. Fece tutta la trafila del settore giovanile alla Spal, sino alla squadra primavera, e quindi il debutto in prima squadra, nel ruolo di terzino fluidificante, nei campionati di C1 e C2.
Poi, come succede nel calcio, le circostanze condizionano le carriere. Erano anni travagliati e Michele fu costretto ad andare a Russi in Interregionale. In seguito subì un’altra umiliazione, dovette allenarsi con i calciatori disoccupati in Romagna. Era l’estate del 1995 e quello che sembrava il punto più basso segnò invece una positiva svolta per lui! Il sole tornò a splendere e Michele ebbe l’opportunità di approdare al Bologna, neopromosso in serie B, dove in breve tempo divenne un beniamino degli sportivi rossoblù.
È stata una grossa rivincita per lui. Grandi campionati con il Bologna e poi Michele approdò addirittura alla Juventus, con la quale disputò due campionati di serie A con 26 presenze ed ebbe la gioia di vincere lo scudetto al termine della stagione 2001-2002.

Fu in quel periodo che lo rincontrai: un giorno la Spal mi mandò a Torino ad accompagnare un ragazzo che i bianconeri avevano chiesto in prova. Arrivato nel parcheggio da lontano vidi arrivare proprio Michele. Fu grande la sua meraviglia e la mia emozione. Ci abbracciamo. Vedere Michele nella Juve di mister Lippi e insieme a tanti campioni fu per me una gioia immensa. Come erano lontani giorni della A.C. Ferrara, della Spal e il raduno dei calciatori disoccupati Romagna.
Ma ciò che ha avuto, Michele se l’è guadagnato con l’impegno e la volontà, senza mai arrendersi o darsi per vinto. Così, ancora oggi mentre ricordo i momenti belli di Michele calciatore, ripenso anche alle delusioni e ai sacrifici che Michele ha fatto, sempre sorretto dalla sua meravigliosa famiglia, papà Lucio e mamma Medea; e con loro Franco Manfredini e la signora Verdiana che per il giovanissimo Michele dei primi calci all’A.C. Ferrara sono stati come una seconda famiglia. E penso pure al figlio di Michele, Lorenzo, che dopo il passaggio nelle giovanili di Bologna e Inter e alcune esperienze da professionista, gioca quest’anno in serie C nel Gubbio. E sogno per lui che possa seguire le orme di papà.

acqua

ECOLOGICAMENTE
Acqua e innovazione

Il settore dell’acqua continua ad essere di grande interesse industriale e soprattutto di grande importanza ambientale, però le contraddizioni continuano a produrre gravi criticità strutturali e la situazione delle infrastrutture idriche e della gestione dell’acqua rimane fortemente penalizzata. Negli ultimi anni molti risultati positivi e un segnale decisivo di cambiamento sono stati prodotti da una forte regolazione con cui l’Autorità ha saputo realizzare e coordinare, dopo i primi anni di avvio, il settore con grande credibilità e autorevolezza, non solo autorità. Anche le Istituzioni stanno rafforzando le loro politiche ambientali per mezzo di progetti di crescita, e non più solo programmi di speranza, così come alcune aziende dei servizi pubblici ambientali hanno prodotto una forza e una capacità tecnologica molto superiore rispetto al passato. Molti investimenti si stanno facendo e cresce la capacità di reazione e innovazione nel ciclo dell’acqua (soprattutto grazie al nuovo metodo tariffario) e le aziende di prodotti e di servizi hanno mantenuto alto il presidio di offerta qualificata. Ma non basta.

Serve un approccio moderno e sostenibile al problema della qualità verso una sostenibilità economica circolare che deve fare riferimento alla qualità dei corpi recettori, sia in senso generale, sia in funzione della specificità degli usi; bisogna incentivare la riduzione degli sprechi, migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di distribuzione, ridurre le perdite, favorire il riciclo dell’acqua ed il riutilizzo delle acque reflue depurate. Di recente si rilevano tendenze nel settore innovazione di grande importanza e si registra un crescente interesse, sia a livello istituzionale che a livello produttivo, verso tecnologie di trattamento appropriate e sistemi/ tecniche volti ad una riduzione dei consumi, alla razionalizzazione (contemplando anche le opzioni di recupero e riutilizzo) dei flussi idrici e al recupero di materia nell’ambito dei processi produttivi. Però serve di più: dalla digitalizzazione del settore, allo smart metering, ai nuovi contatori (di cui scontiamo ancora una carenza normativa), al monitoraggio del microbiologico, alla riduzione dei consumi energetici e alla risoluzione del problema fanghi. L’innovazione sarà di grande aiuto. Serve però lo sviluppo di una cultura economica dei servizi pubblici ambientali, una maggiore attenzione sia a livello di costi che soprattutto di prezzi e dunque di tariffe. Serve un percorso di civiltà, ma anche il necessario sviluppo di una cultura economica del settore.
Se ne parlerà dal 17 al 19 ottobre a Bologna ad Accadueo (www.accadueo.com).

A Bologna i colori dell’inquietudine di Paolo Manaresi

di Maria Paola Forlani

Paolo Manaresi, mio professore d’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con il quale noi allievi abbiamo vissuto momenti di intense conversazioni sull’arte e sul mondo che ci circondava. Paolo Manaresi ascoltava e osservava la nostra vitalità, che in quegli anni si dibatteva tra mille incertezze e lotte sessantottine, inquietudini e disagi che affioravano dai nostri sguardi in cerca di ‘verità’. Sfioravamo la lastra inchiostrata con la tarlatana, coprivamo di segni la superficie di zinco incerata, la tuffavamo nell’acido per più morsure, intanto Manaresi sorridendo guardava il nostro lavoro, il nostro operare e solo lì vedeva la risposta a tutte le nostre attese.
Quando giovanissima feci la mia prima mostra alla Galleria ‘Il Forziere’ a Ferrara, Manaresi mi scrisse una lettera affettuosa:

“Carissima Paola
ho saputo della tua mostra ferrarese e non mancherò di venire da te; conosco il tuo entusiasmo così palesemente sincero per ogni espressione d’arte; i tuoi quadri non potranno che averne questa interiore vivificazione e finalità […] Sei stata una delle care e migliori allieve che non si possono dimenticare, ed ancora oggi ci dai la gioia di rivederti periodicamente e leggere nel tuo limpido sguardo l’entusiasmo per il tuo e nostro operare[…]
Così, cara Paola, voglio in anticipo inviarti quei miei spontanei voti augurali che dal primo momento che ti ho conosciuta sono costanti e per sempre nel mio animo per te.
Con affetto il tuo
P.Manaresi
Bologna marzo 1970”

Paolo Manaresi nacque a Bologna nel 1908. Nel 1929 si diplomò all’Accademia di Belle Arti, dove era stato allievo di Giovanni Romagnoli e Achille Casanova.
Dal 1934 insegnò alla Scuola d’Arte di Varallo Sesia e intraprese l’attività di scultore. Nel 1945 ritornò a Bologna come docente al Liceo Artistico. Dal 1949, incoraggiato da Giorgio Morandi, si dedicò attivamente all’incisione. Nel 1950 fu invitato alla Biennale di Venezia, dove ritornò nel 1952. Nel 1953 Carlo Alberto Petrucci, direttore della Calcografia Nazionale, ordinò presso l’istituto romano un’ampia antologica dell’opera grafica di Manaresi. Sempre nel 1953 divenne direttore dell’Istituto d’Arte di Bologna. Nel 1954 ottenne il Gran Premio Internazionale per l’incisione alla XXVII Biennale di Venezia. Dal 1956 al 1958 insegnò all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1958 Giorgio Morandi lo volle come suo successore alla cattedra di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Tra gli anni Sessanta e Settanta molti furono i premi prestigiosi che gli furono assegnati in tutta Europa per l’incisione. Fino al 1978, quando l’associazione ‘Francesco Francia’ in collaborazione con il Comune di Bologna gli dedicò una grande antologica, suddivisa in due sezioni: una di dipinti presso il Museo Archeologico, l’altra sull’opera grafica presso la Galleria d’Arte Moderna.
Con l’evento del 1978 si concluse l’iter di Manaresi. Negli anni successivi si rifugiò nel suo studio presso il Collegio Venturoli, di cui era amministratore. Dopo un lungo periodo di disagio esistenziale, alla fine di luglio del 1991 decise di porre fine alla propria esistenza.

La Raccolta Lercaro a Bologna ricorda questo protagonista dell’arte bolognese del Novecento, di cui è stato maestro nel campo dell’incisione, con la mostra ‘Paolo Manaresi. I colori dell’inquietudine’, a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Francesca Passerini, con la collaborazione di Donatella Agostini Manaresi (aperta fino al 2 luglio 2017).
Rispetto alle precedenti esposizioni che hanno celebrato l’artista, la mostra della Raccolta Lercaro si presenta in modo inusuale: non sono infatti esposte (solo) le sue straordinarie incisioni, ma soprattutto le opere pittoriche, per lo più sconosciute al grande pubblico. All’interno del percorso espositivo vengono alla luce un centinaio di oli, pastelli e tempere, in gran parte inediti. Una vera e propria scoperta, che permette un’immersione nel lungo arco temporale che va dagli anni Trenta all’inizio degli anni Novanta del NOvecento, quando Manaresi conclude la sua esperienza di vita.

La mostra si presenta in modo articolato e complesso, ma un filo rosso unifica le diverse sezioni: che si tratti di paesaggi, di scene religiose o, ancora, di nature morte realizzate in periodi diversi, il denominatore comune è sempre una profonda inquietudine. Nei primi ritratti o nelle scene d’interni degli anni Trenta i tratti sono ancora distesi, ma con l’arrivo della Seconda guerra mondiale la mano inizia a farsi nervosa. I lavori degli anni Cinquanta e Sessanta – siano essi paesaggi o periferie cittadine, che risentono delle lezioni metafisiche di Carrà e di Sironi – sono orientati da una ricerca estetica che privilegia il contrasto chiaroscurale: è la proiezione, in pittura, delle strade tortuose percorse interiormente dall’artista.
Nel succedersi delle diverse sale della mostra emergono così i suoi interrogativi sul senso della vita, espressi con grande intensità, soprattutto nelle scene di carattere religioso.
Colori accesi e segni forti, che a tratti ricordano l’arte nord-europea, in particolare Munch e Nolde: Manaresi mostra come la sua ricerca esistenziale sia inseparabile da una riflessione sulla fede. In particolare si concentra sulle infinite varianti di Crocifissioni. Al centro, sempre la rappresentazione del Christo patiens: la sofferenza del Figlio di Dio sembra rivelare il dolore stesso dell’artista. Dopo Cristo il personaggio maggiormente ricorrente è la Maddalena, rappresentata come una macchia cromatica di colore rosso vivo che ai piedi della croce grida dolore e amore.
Sono questi gli stessi anni in cui la Chiesa vive il concilio Vaticano II, anni di grande apertura, ma anche di dolorosi scontri tra diverse visioni del mondo. Manaresi partecipa a questo dibattito attraverso la sua pittura: nel Cristo morto e nella Maddalena riversa il suo grido muto di uomo ferito dalla vita, nonostante tutto, ancora tenacemente capace di cercare risposte e riconciliazioni.

Questa irrequietezza si presenta in tutta la sua potenza espressiva nelle ultime composizioni, realizzate tra fine Ottanta e inizio Novanta: dopo una progressiva compressione dei volumi, una sintesi delle forme e un’intensificazione dei contrasti cromatici, alla fine della vita Manaresi elabora composizioni in cui le visioni dell’anima si mescolano e si fondono con la realtà naturale. Da un lato recupera elementi appartenenti alle precedenti ricerche formali, dall’altro risolve l’urgenza espressiva ricorrendo all’astrazione, via inedita per lui. Queste “opere nuove” – come lui stesso le definiva – appaiono quasi implodere su loro stesse. Il tratto nervoso e acuto sembra perdersi nell’interazione. Qual è il senso di queste forme ‘informi’, nate da un urlo senza suoni e da un gesto colmo di energia, ma irretito e immobilizzato da un segno agitato? Tutto sembra perdersi in un buio esistenziale, in una sofferta sconfitta, come nella ‘Composizione rosso-nera’ che chiude la mostra. Questi inediti lavori segnano il drammatico esito di un artista che ha ancora tanto da rivelare e che la mostra indaga da un punto di vista nuovo. Una riflessione sul senso delle cose e della vita.

La ‘poetry slum’ approda anche a Bologna: sfida tra ragazzi a colpi di versi poetici

Le regole sono semplici per voler restituire tutta l’autenticità del testo del poeta: niente luci, niente musica, niente effetti scenici: solo parole. Questo è ‘Poetry Slam‘, di fatto una competizione nella quale i poeti recitano i loro versi gareggiando tra di loro, nato agli inizi degli anni ’80 e oggi considerato una forma d’arte internazionale presente, oltre che negli Stati Uniti, anche in Europa.

Si sono attesi 15 anni prima della comparsa in Italia della prima rappresentazione ed oggi possiamo assistere a manifestazioni di ‘poetry slum’ in molte città italiane.

A Bologna, i ragazzi dell’ l’Istituto Aldini Valeriani Sirani, grazie al coinvolgimento attivo del corpo docente, hanno organizzato, la scorsa settimana, il proprio contest scolastico valido per il circuito nazionale che vedrà il proprio epilogo a settembre.
Si supera ogni luogo comune verso la capacità di fare poesia di chi frequenta un istituto tecnico professionale, assistendo all’esibizione di ragazzi e ragazze che riescono impeccabilmente a trasferire con le loro parole la propria voglia di essere, rappresentarsi e manifestarsi, portando sul palco, scarno e senza alcun artificio, temi sociali affrontati magistralmente tanto quanto quelli famigliari e le relazionali con coetanei.

Condotto da MC Nicolò Gugliuzza, ospiti il rapper Ky Odo e ZooPalco, il poteri slum dell’Istituto Aldini elegge vincitrice indiscussa (anche di questa edizione) Greta Passerini, ch supera in finale le ottime performace di Kautar Kassab e Eusebio Rebenciuc.

L’evento è stato trasmesso in diretta da LookUp Radio, neo progetto interno all’Istituto che vede protagonisti sempre i ragazzi sempre coordinati dai docenti che hanno dato vita all’iniziativa.

Queste sono le esperienze che rendono la scuola la vera ‘buona scuola’.

 

 

 

Chiedi chi erano gli… Stadio

Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
in un marzo di polvere e di fuoco
e come il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri,
se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri,
chiedi chi erano i Beatles
chiedi chi erano i Beatles

Gran gruppo gli Stadio, scoperti da Lucio Dalla agli albori degli anni ’80 sono stati forse i primi a dare una venatura rock alla canzone d’autore italiana. E se la loro straordinaria carriera conta tante generazioni di fans quante sono le diverse epoche con stili ed influenze musicali attraverso cui sono passati, è curioso che uno dei loro primi singoli, “Chiedi chi Erano i Beatles”, abbia ad oggetto proprio il passaggio di testimone fra generazioni.

Se vuoi sentire sul braccio il giorno che corre lontano
e come una corda di canapa è stata tirata,
o come la nebbia è inchiodata alla mano fra giorni sempre più brevi…
Se vuoi toccare col dito il cuore delle ultime nevi,
chiedi chi erano i Beatles
chiedi chi erano i Beatles.

I Beatles sono il pretesto per raccontare il passato, metafora della generazione che ha scatenato, vissuto ed in qualche modo “subito” la rivoluzione sociale degli anni ’60. La “Generazione di Fenomeni”, giusto per citare un’altra canzone degli Stadio, quella dei grandi sogni e delle grandi illusioni, della Vespa e della 500, della rinascita e del boom economico dopo decenni di guerre e povertà.

Chiedilo a una ragazza di quindici anni di età,
chiedile chi erano i Beatles e lei ti risponderà […]
“I Beatles non li conosco
e neanche il mondo conosco.
Sì sì conosco Hiroshima,
ma del resto ne so molto poco,
ne so proprio poco…
Ha detto mio padre: -L’Europa bruciava nel fuoco…-
Dobbiamo ancora imparare, siamo nati ieri, siamo nati ieri”.

Chi erano i Beatles? Che significato avrebbero avuto per le nuove generazioni? Coloro che avevano vissuto gli anni del fuoco e gli anni della rinascita sarebbero stati in grado di trasmettere qualcosa di più delle semplici parole, o anche le loro esperienze così recenti e così lontane si sarebbero trasformate in aride pagine di libri di storia?

Voi che li avete girati nei giradischi e gridati,
voi che li avete aspettati e ascoltati, bruciati e poi scordati
voi dovete insegnarci con tutte le cose non solo a parole,
chi erano mai questi Beatles?
Ma chi erano mai questi Beatles?

Curioso che un brano di così grande spessore sia passato un po’ in sordina al momento della pubblicazione, nel 1984: il meritato successo per la canzone arrivò quando fu ripreso da Gianni Morandi e Lucio Dalla per il loro doppio album e tour del 1988. D’altronde gli Stadio sono così: un gruppo di altissimo livello che pur non essendo mai arrivato ai picchi di popolarità di Vasco Rossi o di Ligabue, ha scritto una pagina fondamentale della musica italiana, ottenendo un enorme numero di riconoscimenti, ultimo dei quali la meritatissima vittoria di Sanremo 2016.
La differenza fra la Musica-Arte e la Musica-Prodotto è che la Musica-Arte non invecchia. Oggi molti ragazzi, abituati alla musica di gomma offertaci dai talent show, quella che nel giro di un anno poi è viene dimenticata, dovrebbero chiedersi “Chi Erano gli Stadio?”.

Chiedi chi erano i Beatles (Stadio, 1984):

L’APPELLO
Cani migranti in fuga dal sisma e in cerca di affetto

Code che scodinzolano, occhi che ti scrutano, musi puntati all’insù per sentire un odore. E’ la scena consueta di qualsiasi canile e quello comunale di Bologna non fa eccezione. Salvo che la storia che andiamo a raccontare è straordinaria e un po’ commuove. E’ la vicenda di 22 cani e 15 gatti vittime anche loro del terremoto e dal maltempo d’Abruzzo. Da pochi giorni sono a Bologna in attesa di una casa, pronti a regalare gioia a chi decida di accoglierli.
Ho un debole per questi quadrupedi: ne ho già quattro e qualcuno di loro lo avrei preso volentieri con me.

“In Abruzzo, come in molte altre zone d’Italia – spiega Lilia Casali, presidente di Animal Liberation, l’associazione animalista che ha preso in gestione dal 2013 il canile – le strutture sono sovraffollate, si fanno poche adozioni e i cani rimangono imbrigliati in quello che è il ‘business dei canili’: i gestori privati guadagnano in base ai cani che hanno perché ricevono una cifra per ogni animale presente, quindi cercano di spendere il meno possibile per ogni cane ma anche di aver il maggior numero di soggetti. I cani non escono mai dai box, i gestori non fanno le pulizie oppure lavano i box con i cani all’interno bagnandoli e spaventandoli. Non c’è riscaldamento, rifiutano i volontari, scoraggiano le adozioni mediante l’apertura in orari scomodi per il pubblico. Tutto questo avviene nella latitanza e certe volte connivenza dei Comuni, che ciononostante danno soldi pubblici a canili che praticano queste azioni. Sono cani prigionieri, una piaga che colpisce tutta l’Italia, ma in quelle zone si ha una maggiore concentrazione di questi canili-lager. I cani arrivati da noi sono in dimora definitiva, e speriamo trovino presto qualcuno che li adotti. Abbiamo una capienza di 200 posti ma solo 145 cani presenti (compresi abruzzesi), e così possiamo offrire ospitalità a cani bisognosi. Ci sono anche 15 gatti provenienti da Pescara.”

La situazione dei canili qui a Bologna com’è?
“A Bologna e in altri comuni della zona non si danno più soldi in base ai cani, ma si dà una cifra forfettaria. Il gestore quindi qui ha tutto l’interesse a farli adottare, e i volontari sono uno strumento utilissimo perché trovano adozioni e sorvegliano anche i processi di pre e post affido. Il Comune di Bologna poi rimborsa le fatture che il gestore presenta a fine mese dimostrando di aver speso i soldi effettivamente per gli animali, ma solo fino a un tetto massimo. Quest’operazione di salvataggio non peserà sulle tasche dei cittadini, perché se superiamo il budget, i soldi li metterà l’associazione, come spesso è capitato. La nostra è una gestione limpida e trasparente.”

Conosce la situazione nel ferrarese?
“Nel ferrarese non ci sono cattive gestioni. Secondo quanto ci riferiscono ferraresi che si sono rivolti a noi, chi opera lo fa con serietà e sistemi più ‘tradizionali’ rispetto a noi. Sono un po’ più diffidenti rispetto al pubblico, per cui le adozioni fanno un po’ più fatica a farle. Un’altra grossa problematica segnalataci dalle vostre zone riguarda il costo per ridare un cane: per valersi del diritto di rinuncia di proprietà, che la legge regionale 27/2000 prevede, qui a Bologna un cittadino spende per un cane 150 euro e 80 per un gatto, nel ferrarese servono diversi mesi e le spese arrivano fino a 2000 euro. Questo crea una situazione pericolosa per il cane. I motivi per rinunciarci possono essere tanti, ma si deve mirare sempre alla salvaguardia dell’animale per impedire che gente senza scrupoli arrivi ad abbandonarlo. Noi quindi, non potendo prendere cani da Ferrara o altri Comuni, quando riceviamo queste segnalazioni ci attiviamo per farli direttamente adottare senza far passare il cane (o gatto) dal canile. Ci arrivano anche segnalazioni di canili dove un cittadino deve dare 3,50 al giorno, fin quando il cane starà nel canile, il quale spesso ostacola le adozioni e quindi si arriva a spendere cifre esorbitanti.”

E’ stato complesso l’iter per far arrivare i cani e i gatti dall’Abruzzo?
“Sì, è stato molto impegnativo. Abbiamo chiesto l’autorizzazione all’assessore Luca Rizzo Nervo per far arrivare questi animali dalle zone colpite dalle calamità e dopo che ci è stata concessa sono passate diverse settimane. Inizialmente ci eravamo orientati sul canile di Fallo che sappiamo essere un posto con condizioni precarie per le condizioni di vita dei cani, che spesso vengono addirittura nutriti tutti insieme creando situazioni di aggressività e pericolo fra gli animali. In alcuni canili addirittura non si fanno le prove per la compatibilità caratteriale tra i cani che vivranno nello stesso box, e quindi si giunge fino allo sbranamento tra di loro a causa anche dello stress per le condizioni di vita. Sono cani imprigionati. E, a riprova, dal canile di Fallo non siamo riusciti ad avere cani… Quelli arrivati qua provengono da Popoli, Sante Marie (che accoglie cani da diversi comuni), Picciano, Rocca san Giovanni, Carsoli, Cappadocia, oltre ai già citati gatti di Pescara”.

Come mai è passato tutto questo tempo?
“Il tempo trascorso è stato causato dalla lentezza di alcuni Comuni, il canile di Fallo ha avuto addirittura la solidarietà dell’amministrazione e quindi non si è fatto nulla, o situazioni come quella a Luco dei Marsi, dove il sindaco aveva richiesto ad una vigilessa di compilare la richiesta (il Comune di Bologna come unica clausola aveva richiesto che fossero i Comuni dell’Abruzzo a fare domanda di trasferimento) ma quest’ultima non solo ha perso tempo ma dopo svariate settimane ci ha detto che il sindaco non vedeva questa situazione chiara e quindi non ci ha concesso di poter portare i cani a Bologna. Anche altri sindaci si sono comportati allo stesso modo. Infine per riuscire ad avere tutte le richieste e far partire il furgone autorizzato, molto costoso, abbiamo dovuto aspettare moltissimo tempo. Siamo partiti con le pratiche a gennaio e i cani sono arrivati il 3 marzo. Purtroppo, negli altri casi gli animali sono rimasti in posti indecorosi. Sottolineo che i canili che non ci hanno concesso il trasferimento sono privati ma convenzionati, dove il Comune paga per il mantenimento con soldi pubblici, ma non vigila sull’operato dei gestori.”

Quali sono stati i criteri di scelta degli animali?
“I gatti arrivati sono stati presi da una signora che ne aveva più di 100, quindi lì si è fatto per ammortizzare il numero e scelti i soggetti più adatti all’adozione. I cani invece sono stati scelti in base alle condizione di salute, quindi cuccioli ed anziani. O cani che presentavano condizioni di salute precaria o stress molto alto. Ci sono anche cani giovani e socializzati ma anche alcuni molto spaventati dalla presenza umana che cercheremo di recuperare. Ci sono poi soggetti che hanno difetti fisici per cure malfatte come una cane con una zampa rigida per una frattura mal ricalcificata, o alcuni con leccamento da stress. C’erano addirittura due cani, maschio e femmina non sterilizzati che vivevano nello stesso box, e dal canile, invece, devono essere sterilizzati. Quindi è evidente da tutto ciò che le condizioni di vita in quei canili erano durissime e non controllate. I cani più socievoli sono sicuramente quelli più anziani comunque.”

Sono ancora tutti in cerca di una casa?
“Alcuni sono già stati adottati, ma ci restano 2 cuccioli e 16 più grandi. E tra i gatti ce ne sono 8 che cercano casa. Sottolineo che noi non possiamo accogliere cani da altri Comuni, tranne che in casi eccezionali come questo, ma possiamo farli adottare in tutta Italia, quindi anche a Ferrara.”

Andandomene osservo gli animali dietro delle sbarre. Mi fa uno strano effetto. E penso a tutti quelli che purtroppo non ricevano le cure e le attenzioni che hanno qua.


Per chi fosse interessato ad eventuali adozioni il contatto telefonico è 051 632 5537 , l’indirizzo del canile è via Bacialli 20 – Trebbo di Reno, Castel Maggiore.

Paride e Aldo Falchi: l’arte di famiglia in mostra a Bologna

Una bottega di artisti, una famiglia in cui il figlio apprende l’arte sin da bambino prima di tutto dal padre e la sviluppa fino a raggiungere una spettacolare autonomia espressiva. C’è tempo sino a tutto giovedì prossimo, 26 gennaio, per ammirare nelle sale della Galleria Sant’Isaia, via Nosadella 41/A di Bologna le opere di Paride e Aldo Falchi, una cinquantina in tutto, racchiuse nella mostra Maestri Mantovani. E’ stato sapientemente impostato un percorso completo con gli esempi della produzione di entrambi gli artisti: il padre, Paride, pittore, nato nel 1908 e scomparso nel 1995, e il figlio Aldo, scultore, oggi ottantaduenne, dagli anni Trenta alla contemporaneità. Arte figurativa con linguaggi espressivi diversi, ma sempre in una cornice di grande attualità artistica.
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La storica galleria di via Nosadella 41/A, gestita dal pittore Cristiano Zanarini, ospita sia le sculture di Aldo sia i paesaggi, e non solo, del padre Paride. Si nota un fil rouge che collega i due artisti mantovani: nel segno, nell’educazione, nel coinvolgimento emozionale, nelle passioni, nelle declinazioni delle tecniche figurative postimpressioniste. Da un lato i corpi e i volti, anche onirici, in terracotta e in bronzo, dall’altro, sulle tele, i colori, spesso ovattati, della terra mantovana e delle anse fluviali padane. Paride Falchi insegna al figlio la ‘poesia’ dell’arte, oltre che la tecnica e il concetto di bottega, come pratica creativa. Aldo, dopo avere frequentato l’Accademia di Brera, diventa scultore nella prestigiosa fabbrica tedesca delle porcellane Rosenthal, mentre negli anni Sessanta è negli Stati Uniti dove esegue gruppi commemorativi per i duecento anni della dichiarazione di Indipendenza. Entrambi hanno opere esposte in permanenza in diversi importanti musei (Ferrara, Mantova ecc.).
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I quadri di Paride Falchi risentono delle tecniche dell’Ottocento, impiegandole non soltanto nella produzione pittorica legata all’ambiente locale. Ecco apparire i paesaggi nebbiosi delle zone bagnate dal Po, le campagne, gli sguardi attenti e tranquillizzanti sulle scene di vita e nei ritratti o nelle nature morte. Una luminosità spesso accennata ma sempre vivida perché intrisa di memorie, di poesia, di naturalezza, in una sintesi cromatica che non manca di originalità.
Le sculture di Aldo, invece, partono dalla stessa matrice culturale, ma utilizzano materiali e tecniche differenti. Sono la manifestazione di uno spirito di ricerca, dell’esito di tensioni e incontri, di una forza evocativa interiore che si sviluppa grazie a un’indubbia genialità artistica, coniugando forma e contenuti, concetti ed espressioni. Mentre guardando le opere di Paride sembra di essere immersi in un sogno talvolta languido, per quelle di Aldo prevale, nella bellezza quasi neoclassica, l’idea sottostante all’immagine e alla forma in un dinamismo concettuale ancor prima che espressivo.
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Paride e Aldo Falchi, due post impressionisti che hanno risentito delle tecniche dell’Ottocento e che, insieme, sviluppandole in percorsi autonomi, lasciano una traccia nell’arte contemporanea, perché vi prevale il talento coniugato alla qualità tecnica. Fino a giovedì 26 gennaio, la mostra è aperta dalle 10 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30. Mercoledì solo al mattino.

Un’altra vittima dell’Alzheimer.
Anziana scompare la notte di Natale, la mattina rinvenuto il corpo in un canale
La tragedia a San Matteo della Decima

di Gloria Lanzi

‘Ha un brutto male’ si dice. Per esorcizzare la paura. Per evitare l’effetto che ha chiamare certe patologie con il proprio nome. Come si potesse spegnere in un colpo tutta la problematicità associata a certe malattie, come l’Alzheimer.

La famiglia di L.F. ha guardato in faccia il mostro e lo ha affrontato a lungo, per anni, fino a quando, pochi giorni fa, questo mostro ha ottenuto la sua vittoria. La notte di Natale, intorno alle ore 3.30, in un piccolo paese della campagna bolognese, San Matteo della Decima, al centro tra le province di Bologna, Ferrara e Modena, L.F., pensionata originaria del paese, malata ormai da cinque anni di Alzheimer, è riuscita ad uscire di casa, sfuggendo agli occhi della famiglia. Ad illuminarle la strada gli addobbi natalizi delle abitazioni. Intorno solo silenzio.

L’anziana signora conviveva con la figlia, la quale nella notte aveva sentito la madre alzarsi, ma in un attimo di leggerezza, si è subito riaddormentata. La ricerca disperata è iniziata solamente alle 7.30 del mattino, quando i familiari, essendosi accorti dell’assenza dell’anziana, hanno coinvolto amici e parenti, contattato i carabinieri, e diramato un annuncio tramite la pagina Facebook del paese.

Immediata la risposta delle autorità e di numerosi compaesani. Poi un amico della famiglia ha ritrovato il corpo dell’anziana, lungo un fossato, nei pressi dell’abitazione in cui la signora viveva. E’ bastato poco per capire che ormai ogni speranza era perduta. Affidata la salma alle competenze dei medici legali, ora, la famiglia è in attesa di conoscere nei particolari la causa del decesso. Il paese si stringe nel cordoglio.

Questo è successo a L.F., una dei 600mila malati d’Alzheimer in Italia, vittime di una malattia degenerativa che colpisce prevalentemente gli over 65, e che si riscontra in numero maggiore tra le donne. Una diagnosi temuta ed ancora non completamente conosciuta, che toglie dignità alle vittime. Il malato entra in un percorso senza uscita, sempre in deficit e fatto di perdite; la memoria, l’autonomia, il linguaggio, l’orientamento, non sono più abilità sotto il controllo dal soggetto che si trova a vivere in un mondo sfuocato, che non riconosce. Le cure pesano sulle spalle delle famiglie che scelgono di affrontare insieme ai loro cari la malattia. In Italia circa l’80% delle famiglie sceglie di ospitare e provvedere alle cure in casa, e solo il 10% dei malati viene curato negli ospedali, le scoperte farmaceutiche e neurologiche negli anni hanno fatto passi avanti, ma è ancora insufficiente la risposta della sanità pubblica.

Nonostante le difficoltà in ambito sanitario, nel territorio italiano sono nate diverse associazioni di volontari al fine di sostenere e affiancare i malati e le loro famiglie. Nella provincia di Ferrara ha un certo rilievo l’associazione A.M.A. (Associazione Malattia Alzheimer) che attraverso punti di ascolto, corsi ed attività, offre aiuto e sostegno alle famiglie. Inoltre con spettacoli ed eventi, promuove l’informazione e ricava fondi. Molti sono i luoghi dislocati sul territorio ferrarese e bolognese che si occupano del coinvolgimento e dell’assistenza degli anziani malati, offrendo ospitalità diurna e compagnia, per non lasciarli soli.

(Gloria Lanzi, iscritta al Liceo Cevolani di Cento, classe Quinta – sez. E, frequenta il corso di giornalismo dell’Istituto)

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