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BOMBE SU FERRARA:
il racconto dei bombardamenti del 29 dicembre ’43 e 28 gennaio ’44

 

Presentazione di Roberto Paltrinieri

Tra i molteplici effetti positivi dello scrivere vi è la capacità di suscitare nel lettore emozioni, muovere tutta una serie di riflessioni, considerazioni personali a volte così profonde e coinvolgenti da far nascere una significativa relazione tra chi scrive e chi legge.
Certo si tratta nella maggior parte dei casi, di una relazione “ a distanza”, ma in alcuni casi fortunati si trasforma in una relazione interpersonale vera e propria.
Proprio questo è capitato tra il sottoscritto e Carmelo Galeotti, di cui ho il piacere di presentare su questo giornale, un suo scritto sul primo bombardamento avvenuto verso la fine della seconda guerra mondiale, a Ferrara nel dicembre del 1943.
Carmelo aveva letto alcuni miei racconti pubblicati su FerraraItalia, che avevano suscitato ricordi molto piacevoli sulla sua giovinezza. Pochi mesi fa ho ricevuto una sua graditissima lettera dove mi sono reso conto che Carmelo, per gli amici Melo, oltre che essere un distinto signore di novantasette anni ancora molto attivo, è un valente scrittore.

Carmelo Galeotti nasce a Messina nel 1925. Vive la sua adolescenza a Tripoli di Libia, allora Colonia italiana dove, dopo la crisi mondiale del 1929 si è trasferita la sua famiglia e dove il padre ha un bar gelateria, una torrefazione di caffè e una piccola distilleria.
Nel 1940, con la Seconda Guerra Mondiale, Tripoli è territorio Oltremare e zona di operazioni di guerra.
Nel 1941 deve interrompere gli studi e poi rientrare i Italia dove, dopo varie peregrinazioni come profugo di guerra, arriva a Ferrara nel 1943.
Qui continua gli studi e nel 1949 si laurea in ingegneria civile nell’Università di Bologna.
La sua attività professionale si svolge tutta nell’Ente Pubblico. Prima , per un anno, come assistente volontario, senza stipendio, nell’Istituto di Scienza delle Costruzioni dell’Università di Bologna, poi nel Comune di Ferrara e poi, in Provincia di Ferrara dove, concorso dopo concorso, giunge al grado apicale di Ingegnere Capo.
Dal 1990 è in pensione.

Carmelo è anche uno scrittore particolarmente dotato.
Pochi anni fa ha scritto un libro di natura autobiografica dal titolo che prende il nome da quello della sua famiglia ,“Galeotti”, ma che in verità è molto più di una banale saga di una famiglia siciliana, è piuttosto un vero atto di amore verso la Vita.
Un libro bellissimo, ancora non pubblicato, che ho avuto il piacere di leggere, dove viene riportata anche la descrizione del primo bombardamento su Ferrara nel ’43.

Ed ecco che sono arrivato.
Carmelo legge il mio racconto L’amore di Nina, racconto che prende il via dalle conseguenze del secondo bombardamento su Ferrara del 28 gennaio del 1944. e mi propone di pubblicare per il giorno dell’anniversario di quell’avvenimento terribile per la nostra città, il brano sul primo bombardamento tratto dal suo libro.

BOMBE SU FERRARA

di Carmelo Galeotti

Era un mercoledì. La giornata si annunciò fredda e senza vento, il cielo sin dalle prime ore, divenne azzurro così profondo come raramente accade a Ferrara, città piatta e liscia di pianura, figlia sottomessa della nebbia.
Melo e Valentino, suggestionati da queste frizzanti condizioni atmosferiche, dopo la frugale colazione a base di caffè di orzo tostato e macinato fatto in casa da mamma Maria, uscirono di casa respirando a pieni polmoni.
Non avevano impegni per quel mattino
La loro giovane età e l’eccezionale bel tempo avevano fatto effetto di una inconsapevole euforia.
Di certo, non sarebbero stati così euforici se il tempo fosse stato come nelle settimane precedenti, con le giornate piene zeppe di nebbia fitta e umida da gelare le ossa, con la gente dall’aspetto triste che si trascinava per le strade con facce smunte e occhiaie livide.
La bella giornata li aveva contagiati e erano speranzosi, non avevano dubbi le cose sarebbero certamente cambiate in meglio.
Per l’avvenire il tempo avrebbe giocato a loro favore.
D’altronde …peggio di come erano ora le cose….
Si diressero verso la piazza del Duomo dove c’erano cartelloni che portavano affissi le copie della stampa locale: il Corriere Padano ed un altro giornalucolo, edito dalla Federazione Fascista, poi c’era una copia del Bollettino di guerra del giorno precedente, poi c’erano i manifesti degli spettacoli dei cinema.
Sfiorarono con una occhiata il Corriere che, con un titolone, riportava:
“a Ortona le truppe germaniche hanno scritto una pagina di storia”
In seconda pagina, invece, lessero notizie che li fece sorridere:
“ …la Finanza ha inferto un duro colpo al mercato nero : sequestrati 52 chili di residui di tabacco..”
Ormai anche le cicche mozziconi di sigari e sigarette raccolti per terra, residui di tabacco fumato, erano diventate merce di qualità protetta.
“ … in via Voltino n° 5 , con un colpo ladresco i soliti ignoti hanno rubato un rimorchio di cui non si sa il valore, forse 18.000 lire.
La signora Pastorelli Maria ha udito i rumori dei ladri ma non è intervenuta perché è rimasta a letto…”
“… in questi giorni, per il mese in corso, saranno distribuiti 50 grammi di grasso in sostituzione dei 50 grammi di burro che non erano stati distribuiti…)
L’attenzione maggiore, però, la concentrarono sulle locandine dei cinema.
A Ferrara ne funzionavano sette: il Nuovo, l’ Apollo, il Ristori, il Boldini, il San Pietro, l’Estense in piazza Municipale, il Diana in piazza Travaglio.
Poteva essere lo svago per il pomeriggio, tanto più gradito perché assieme ad Armando Rosella, figlio del Comandante dei Carabinieri della caserma Pastrengo sarebbero entrati gratis al cinema.
Il maresciallo Rosella, di solito, comandava un carabiniere di accompagnare i tre ragazzi fino all’ingresso del cinema, poi con un cenno di intesa al botteghino li faceva accomodare nelle poltrone di platea.
Si avvicinava mezzogiorno quando decisero di tornare a casa per dare una mano alla mamma per il pranzo.
Si apparecchiava la tavola, si grattava un po’ di formaggio da una rinsecchita crosta di parmigiano, si andava a prendere in cantina un paio di tronchetti di legna da ardere nella “cucina economica” a tre fuochi e fornetto.
I tronchetti di legna costituivano un combustibile problematico perché la legna era umida, faceva fumo, aveva un potere calorifero basso e bisognava avere molta perizia e tanta pazienza, per ottenere un fuoco sufficientemente acceso.
Per ottenere qualche vantaggio, nelle settimane precedenti nelle lunghe serate d’autunno si era ricorso a creare del combustibile alternativo.
La trovata consisteva nell’appallottolare palle di carta di giornale, da incarto ed altro, macerate in acqua e lasciate essiccare.
Le palle di carta non producevano molto calore ma avevano il vantaggio di bruciare rapidamente così da essere un buon comburente per i tronchetti legna e per qualche misero pezzo di carbone coke.

Dopo la colazione di mezzogiorno, toccò a uno dei due fratelli lavare i piatti sfregandoli con la cenere delle palle di carta raccolta nel cinerario del fornello della cucina.
Gli altri ascoltavano la voce della radio, quella nazionale dell’EIAR a volume normale, quella di Radio Londra quasi un bisbiglio.
Erano da poco passate le 13,30 quando un cupo ronzio di aerei si fece sempre più forte provenendo da ovest.
Certamente uno stormo di bombardieri.
Con il sole alle spalle era la condizione ideale per bombardare Ferrara eludendo l’artiglieria contraerea.
Ma la contraerea non sparò neanche un colpo, non ci fu nessuna reazione.
Probabilmente gli artiglieri stavano facendo la digestione del rancio, giocando a carte.
Il bombardamento, il primo di una successiva lunga serie, su Ferrara città inerme, fu molto brutto
Tutta la famiglia Galeotti scese a rotta di collo le scale dall’ultimo piano dell’edificio fino all’interrato della cantina
L’edificio sorgeva a qualche centinaio di metri dalla stazione ferroviaria e le bombe caddero a grappoli così vicine che le finestre furono divelte, i portoni sventrati.
Non ci fu nessuno scampo per quei sventurati delle case colpite.
Dopo qualche minuto il ronzio dei bombardieri si allontanò verso est lasciando Ferrara sotto una densa nuvola gialla.

Il racconto del bombardamento di Ferrara, corre il rischio di cadere nel banale usando i soliti aggettivi di effetto privi di originalità identici a tanti altri racconti di analoghi avvenimenti.
Ciò capita perché può identificarsi con il fenomeno psichico dell’alterazione dei ricordi per indurre nei lettori o gli ascoltatori di oggi quel senso tragico e angoscioso di allora.
D’altronde, dopo oltre settanta anni, un racconto aderente alla realtà del vero avvenimento creerebbe poche emozioni.
La dura realtà è che in quel primo bombardamento morirono nel giro di pochi minuti trecento dodici persone, uomini donne bambini.
Nei mesi successivi, molti altri disgraziati morirono per lo scoppio di residuati bellici.
Oggi, quando si trova qualche residuato bellico arrugginito corroso e quasi inoffensivo, la stampa ed i media ne danno un risalto nazionale.
Si evacuano interi quartieri cittadini e si paralizza ogni attività per ore poi si fa brillare l’ordigno profondamente interrato che scoppia con un soffocato rumore.
Nel bombardamento di Ferrara, in quel primo bombardamento, di quegli ordigni ne esplosero in pochi minuti qualche centinaio.
Negli oltre venti bombardamenti ed incursioni su Ferrara, di quelle bombe di aereo esplosero migliaia.
Melo e Valentino, frastornati per lo scampato pericolo, uscirono per strada ancora sotto il fitto polverio dei mattoni e dei calcinacci polverizzati dalle bombe.
Intanto che il vento disperdeva la fitta nuvolaglia videro gente impaurita che correva o che si guardava attorno indecisa che fare.
Gente incredula e sbigottita.
L’impressione più impressionante la fece un tizio, un poveraccio, che in mezzo alla strada, si muoveva come se cercasse una direzione dove andare.
Era come uno di quei manichini usciti dal pennello di De Chirico.
Al posto della testa di un comune normale essere umano, con i capelli, il naso, la bocca, aveva un’informe testa
Una testa a forma d’uovo, che a differenza dei manichini di De Chirico aveva quattro fori: due per gli occhi e le due per le narici in cui le palpebre degli occhi battevano in cerca di pulizia e luce e le narici si dilatavano in cerca d’aria.
Una mano poderosa sembrava che l’avesse preso per i piedi e a testa in giù l’avesse immerso una vasca piena di una liquida poltiglia di malta da muratore.
Il poveraccio si sfregò li occhi e si pulì la bocca e, dopo qualche istante, come se avesse indovinato una direzione, barcollando voltò l’angolo e sparì.
L’indomani mattina, 30 dicembre 1943, quando aprì l’Anagrafe del Municipio, c’era una ressa di persone davanti la porta dell’ufficio dell’Ufficiale dello Stato Civile.
La moltitudine di persone stava facendo la coda per denunciare la morte “per incursione aerea” di congiunti o amici.

Nel giro di pochi minuti gli stampati di “dichiarazione di morte” si esaurirono, e una squadra di dattilografe dovette fare gli straordinari fino a sera per stampare a macchina le dichiarazioni sostitutive.
Per guadagnare tempo, l’Ufficiale di Stato Civile ordinò alle dattilografe di scrivere negli Atti “ m. p. i. a.” al posto di “morto per incursione aerea” e, “U.S.C.” al posto della firma: “L’Ufficiale dello Stato Civile”
Gli Atti di morte di quel primo bombardamento, tuttora conservati nell’Archivio dello Stato Civile, sono trecento dodici.
In essi figurano 176 donne e 75 bambini, di cui il più piccolo aveva otto giorni e il più grande quindici anni.
Alla fine della guerra nell’aprile di due anni dopo, soltanto nel Comune di Ferrara, si contarono i morti : 1071 civili di cui circa 800 donne e circa 250 bambini.

Oggi, scrivendo ad oltre settanta anni, della tragica fine di circa duecento cinquanta bambini, si viene colti da una amara tristezza:
“..neanche Erode nella strage degli innocenti era stato capace di tanto..”
Questo fu il luttuoso contributo di Ferrara, città che a detta dei soliti “saputissimi” doveva essere una città “a vocazione agricola”, di “scarso interesse bellico” non “bombardabile” perché “città di Italo Balbo amico degli inglesi e beneamato dagli americani”
L’esperienza e, in particolare questo tipo di esperienza, insegna ed ammonisce: mai dare credito ai soliti saputissimi.

Cover: Ferrara bombardata – i luoghi del disastro (immagine tratta da: https://resistenzamappe.it/)

25 APRILE A METÀ
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
aerei, bombe, iprite e record (VI Parte)

 giulio douhetBombardamenti aerei, armi chimiche, gas nervini, iprite, terra bruciata, terrorismo, sterminio, genocidio: gli orribili record dell’oppressione italiana in Libia. L’impiego operativo dell’aereo come fattore preponderante di superiorità nei conflitti fu teorizzato dall’italiano Giulio Douhet [Vedi qui] nel 1909 e nel 1911 gli italiani in Libia utilizzarono per primi la nuova arma come mezzo di ricognizione e di offesa durante la Guerra italo-turca della Campagna di Libia. Per la prima volta nel mondo, 4 aerostati, 2 dirigibili e 28 aerei furono impiegati a scopo bellico diurno e notturno. BIl 23 ottobre il capitano Carlo Maria Piazza fu l’autore della prima ricognizione tattica, mentre il 1º novembre il sottotenente Giulio Gavotti eseguì da un velivolo in volo il primo bombardamento aereo della storia, volando a bassa quota su un accampamento turco ad Ain Zara e lanciando tre bombe a mano.

aviazione italiana in africa
Attacco aereo italiano in Libia

Gli aerei erano piccoli, potevano caricare modeste quantità di bombe e gli attacchi contro le linee degli arabi o dei turchi sembravano efficaci a livello psicologico più che materiale. I primi anni della Guerra italo-turca, ricordata come ‘Campagna di Libia’, furono per l’arma dell’aeronautica una specie di rodaggio. Un rodaggio che valeva sia per le macchine che per gli uomini e che avrebbe lasciato spazio e tempo allo sviluppo di armi sempre più micidiali e a tecniche di bombardamento sempre più precise. Le vicende della guerra libica fecero sì che cinque o sei anni dopo il suo inizio entrarono in servizio nuovi aerei, più grandi e tecnicamente più capaci di svolgere il ruolo bellico al quale erano stati predisposti e le azioni militari assunsero aspetti diversi.
bombardamenti italiani in africaTra il maggio e l’agosto del 1917 furono eseguite in Tripolitania un centinaio di azioni offensive con il lancio di bombe incendiarie sui campi di cereali dei ribelli, con mitragliamenti nelle oasi di Zanzur, Sidi ben Adem, Fonduc ben Gascir, Fonduc Scrif, Gedida, Agelat, Sormen, Punta Tagiura, Zavia, Azizia.
I campi dei ribelli a Zanzur e a Zavia erano stati bombardati anche nel mese di aprile con 1.270 chilogrammi di liquido incendiario oltre a 3.600 chili di alto esplosivo.La politica italiana nei confronti dei ribelli era già da allora quella della terra bruciata: distruggendo i campi di cereali si costringevano i ribelli, armati e non, ad abbandonare la lotta e a disperdersi verso zone dove sarebbe risultato più facile indebolirli e sottometterli.

Dal 1924 al 1926 gli aerei avevano l’ordine di alzarsi in volo per bombardare tutto ciò che si muoveva nelle oasi non controllate dalle truppe italiane. Non si trattava di azioni militari contro altre forze armate, regolari o ribelli che fossero, bensì di bombardamenti indiscriminati della popolazione civile per fiaccarla e tentare di dividerla dagli uomini in armi.

aviazione italiana la stampa 1932
La prima pagina de La Stampa di Torino celebra i bombardamenti italiani

La politica della terra bruciata e del terrorismo, aveva spinto migliaia di uomini, donne e bambini a lasciare la Libia, chi verso la Tunisia e l’Algeria, chi in direzione del Ciad o dell’Egitto. I morti e i feriti non si potevano contare. E i bombardamenti diventarono più violenti, più scientifici e sperimentali.
Così come il bombardamento terrorista di Guernica nel 1937 fu sperimentale per l’aviazione nazista, l’Arma Aerea Italiana si servì della guerra di Libia per prepararsi alla successiva conquista dell’Etiopia.

L’uso del gas non costituì un episodio isolato, faceva invece parte di un piano preciso e sistematico. I risultati delle incursioni aeree furono attentamente studiati per conoscere non solo il numero delle vittime che immediatamente provocavano come morte chimica, ma anche per conoscere gli effetti ritardati su coloro che risultavano avvelenati dai gas.
E’ un particolare, questo, quasi sconosciuto della guerra di repressione – meglio dire di sterminio – attuata da Rodolfo Graziani [Vedi qui] per conto del governo fascista di Roma contro la popolazione della Tripolitania, del Fezzan e della Cirenaica.
Dal novembre 1929 alle ultime azioni del maggio 1930 l’aviazione in Cirenaica eseguì secondo fonti ufficiali ben 1.605 ore di volo bellico lanciando 43.500 tonnellate di bombe e sparando diecimila colpi di mitragliatrice.

Le fonti, però, non precisano quante tonnellate di bombe erano cariche di iprite.

In Cirenaica pacificata, uno dei volumi con i quali il generale Graziani volle giustificare la sua azione repressiva e rispondere alle accuse di genocidio della popolazione libica che già all’epoca gli vennero rivolte, c’è un breve capitolo sul bombardamento di Taizerbo avvenuto il 31 luglio 1930, sei mesi dopo l’esortazione di Pietro Badoglio all’uso dell’iprite.
Nella lingua dei Tebu, una delle numerose etnie autoctone seminomadi nordafricane, Taizerbo indica ‘sede principale’. Oggi i Tebu vivono più a sud, nelle montagne del Tibesti ubicate parte in Libia, parte in Ciad, ma una volta essi avevano a Taizerbo la sede del loro sultanato: situata duecentocinquanta chilometri a nord‑ovest di Cufra, l’oasi è lunga venticinque‑trenta chilometri, larga dieci ed è solcata nel mezzo da un avvallamento che contiene stagni salmastri e saline. All’epoca dell’intervento italiano vi si trovavano gruppi di palme, tamerici, acacie, giunchi e vi sorgevano una decina di nuclei abitati. Per la conquista di Cufra, sede della Senussia, centro spirituale della resistenza anti italiana e roccaforte dell’imam Omar el Mukhtar, Taizerbo era considerata un’oasi di grande importanza strategica.

Scriveva Graziani: “Per rappresaglia, ed in considerazione che Taizerbo era diventata la vera base di partenza dei nuclei razziatori il comando di aviazione fu incaricato di riconoscere l’oasi e – se del caso – bombardarla. Dopo un tentativo effettuato il giorno 30 – non riuscito, per quanto gli aeroplani fossero già in vista di Taizerbo, a causa di irregolare funzionamento del motore di un apparecchio – la ricognizione venne eseguita il giorno successivo e brillantemente portata a termine. Quattro apparecchi Ro, al comando del ten.col. Lordi, partirono da Giacolo alle ore 4.30 rientrando alla base alle ore 10.00 dopo aver raggiunto l’obiettivo e constatato la presenza di molte persone nonché un agglomerato di tende. Fu effettuato il bombardamento con circa una tonnellata di esplosivo e vennero eseguite fotografie della zona. Un indigeno, facente parte di un nucleo di razziatori, catturato pochi giorni dopo il bombardamento, asserì che le perdite subite dalla popolazione erano state sensibili, e più grande ancora il panico”.

Vincenzo Lioy, autore di un libro sul ruolo dell’aviazione in Libia (Gloria senza allori, Associazione Culturale Aeronautica), ha ripreso senza modificarla di una virgola la versione riferita da Graziani nel suo libro.
Ma Graziani aveva tralasciato l’importante particolare dell’uso di grandi quantità di iprite ed aveva omesso una relazione agghiacciante che gli era pervenuta qualche mese dopo sugli effetti del bombardamento. Questa relazione, regolarmente archiviata, era a disposizione di Lioy quando fece la sua ricerca. Da un rapporto firmato dal tenente colonnello dell’Aeronautica, Roberto Lordi, comandante dell’aviazione della Cirenaica (rapporto che Graziani inviò al Ministero delle colonie il 17 agosto) si apprende che i quattro aerei Ro erano armati con 24 bombe da 21 chili ad iprite, da 12 bombe da 12 chili e da 320 bombe da 2 chili. Stralciando dalla relazione la parte che si riferisce all’avvicinamento, si può leggere “(…) in una specie di vasta conca s’incontra il gruppo delle oasi di Taizerbo. Le palme, che non sono molto numerose, sono sparpagliate su una vasta zona cespugliosa. Dove le palme sono più fitte si trovano poche casette. In prossimità di queste, piccoli giardini verdi, che in tutta la zona sono abbastanza numerosi; il che fa supporre che le oasi siano abitate da numerosa gente. Fra i vari piccoli agglomerati di case vengono avvistate una decina di tende molto più grandi delle normali e in prossimità di queste numerose persone. Poco bestiame in tutta la conca. II bombardamento venne eseguito in fila indiana passando sull’oasi di Giululat e di el Uadi e poscia sulle tende, con risultato visibilmente efficace.

II primo dicembre dello stesso anno il tenente colonnello Lordi inviò a Roma copia delle notizie sugli effetti del bombardamento a gas effettuato quel 31 luglio sulle oasi di Taizerbo “ottenute da interrogatorio di un indigeno ribelle proveniente da Cufra e catturato giorni or sono”.
E’ una testimonianza raccapricciante raccolta materialmente dal comandante della Tenenza dei carabinieri reali di el Agheila: “Come da incarico avuto dal signor comandante l’aviazione della Cirenaica, ieri ho interrogato il ribelle Mohammed abu Alì Zueia, di Cufra, circa gli effetti prodotti dal bombardamento a gas effettuato a Taizerbo. II predetto, proveniente da Cufra, arrivò a Taizerbo parecchi giorni dopo il bombardamento, seppe che quali conseguenze immediate vi sono quattro morti. Moltissimi infermi invece vide colpiti dai gas. Egli ne vide diversi che presentavano il loro corpo ricoperto di piaghe come provocate da forti bruciature. Riesce a specificare che in un primo tempo il corpo dei colpiti veniva ricoperto da vasti gonfiori, che dopo qualche giorno si rompevano con fuoruscita di liquido incolore. Rimaneva così la carne viva priva di pelle, piagata. Riferisce ancora che un indigeno subì la stessa sorte per aver toccato, parecchi giorni dopo il bombardamento, una bomba inesplosa, e rimasero così piagate non solo le sue mani, ma tutte le altre parti del corpo ove le mani infette si posavano”.

carico di armi chimiche per la Siria
2 luglio 2014: la nave cargo danese “Ark Futura” si prepara al trasbordo di armi chimiche dirette in Siria nel porto di Gioia Tauro, (Autore: LaPresse / AP / ADRIANA SAPONE | Ringraziamenti: LaPresse Copyright: LaPresse – licenza Flickr)

Secondo l’Enciclopedia Americana l’iprite può provocare malattie ereditarie ed i suoi effetti si potrebbero riscontrare, perciò, non solo nelle persone direttamente colpite dai bombardamenti ma anche nei loro discendenti. La Treccani afferma che questo aggressivo chimico, chiamato anche ‘gas mostarda’, venne usato dall’esercito tedesco nel settore di Ypres, Belgio, nel corso della prima guerra mondiale e attacca tutte le cellule con le quali viene in contatto, distruggendole completamente. Con la respirazione i vapori d’iprite entrano nel circolo sanguigno, distruggono i globuli rossi, producendo rapidamente la morte.
Non c’è dubbio che l’effetto dei gas sulla popolazione libica, priva peraltro di qualsivoglia possibilità di ricorrere a moderne cure mediche, dovesse risultare micidiale. L’uso dell’iprite, che doveva diventare un preciso sistema di massacro della popolazione civile in Etiopia qualche anno più tardi, fu certamente una scelta sia militare che politica così come i bombardamenti della popolazione civile in Libia doveva corrispondere a scelte di colonizzazione ben precise e sistematiche.

Leggi la Prima Parte [Qui]la Seconda [Qui],la Terza [Qui], la Quarta [Qui], La Quinta [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

LA SCOMODITA’ DI ISRAELE

“Hashanà haba’a b’Yrushalayim” (L’anno prossimo a Gerusalemme) è il saluto augurale che per secoli si scambiavano gli ebrei della Diaspora. E chiunque sia stato a Gerusalemme racconta un’esperienza che poco a che fare con il turismo. Negli occhi, nel cuore, nella memoria, la Città Santa ti rimane dentro, ti segue per il resto della vita.

Veduta di Gerusalemme

Gerusalemme, centro pulsante delle tre grandi religioni monoteiste – sorelle, perché figlie del medesimo padre, ma nemiche nella storia e sporche di molto sangue – è anche la capitale del nuovo Stato di Israele (la Terra promessa alla fine raggiunta) e l’ombelico di un Medio Oriente che da molti decenni conosce solo la guerra.
Parlare di Israele, soprattutto: farsi ascoltare, cercare di discutere con animo libero da pre concetti e pre giudizi, non è solo un argomento ‘scomodo’ ma un esercizio rischioso. Per questo, quando l’amica e collaboratrice di
Ferraraitalia Laura Rossi mi ha inviato questo suo intervento (polemico? Sì, penso si possa definirlo così) si è detta pronta a ritirarlo se la sua pubblicazione mi avesse creato qualche imbarazzo. Eppure, se un piccolo giornale può dare un minimo contributo alla causa della pace (Peace Now) è proprio di non evitare i discorsi scomodi, di affrontare anche gli argomenti pieni di spine, di uscire dagli schieramenti ideologici preconfezionati. Prendendosi anche qualche rischio. Ma può esistere una stampa libera senza coraggio e senza rischi?
Parlo per me – altri la pensano diversamente – non riesco a trovare alcuna giustificazione (nella storia, nella morale ma anche nella ragione e nella ragionevolezza) alla politica espansionista e imperialista della Destra israeliana al potere e del suo campione Bibi Netanyahu. I nuovi insediamenti, i territori occupati (‘occupati’,  secondo tutta la comunità internazionale, non semplicemente ‘contesi”), il tallone di ferro sulla Striscia di Gaza allontana sempre di più la pace. Una pace che ogni bambino del Medio Oriente, israeliano o palestinese, ha diritto di vivere. Subito. Adesso. Quella pace che David Grossman, Abraham Yehoshua, il compianto Amos Oz e tanti intellettuali israeliani chiedono (voce che grida nel deserto) da anni.
Dall’altra parte – e in questo mi sento di accogliere gli argomenti, se non la vis polemica, di Laura Rossi – esiste nella Sinistra (italiana ed europea) una posizione filo palestinese
tout-court che in molti casi si spinge ben oltre il giusto appoggio alla causa di un popolo oppresso e senza terra. C’è insomma una vulgata anti Israele, un ritornello politically correct che occulta i fatti, che non assume la drammatica complessità della Questione Mediorientale, che non considera la vita concreta degli uomini e delle donne: una vita durissima per i palestinesi ma anche per gli ebrei israeliani. Nei fatti, questa posizione, questo preconcetto a sinistra, non è semplicemente anti sionista, ma va involontariamente a sommarsi allo spettro del negazionismo e dell’antisemitismo fascista che per l’ennesima volta è tornato prepotentemente in scena, nella cronaca e nella storia del nuovo millennio.
(Francesco Monini)

Ultimamente si leggono molti articoli ed opinioni sulla religione ebraica, soprattutto sullo Stato d’Israele, senza nessuna cognizione. Una grande responsabilità è dell’informazione, o meglio della disinformazione, spesso deviante e di parte, di cui ho già scritto tempo fa.
Continuano le manipolazioni contro Israele, fomentando odio a iosa con bugie e faziosità dei fatti. A questo proposito voglio citare un intervento di Umberto Eco, alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo Il cimitero di Praga, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo, troppo spesso mascherato da antisionismo: “Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli”, scrive Eco.
Dobbiamo o non dobbiamo dare il diritto ad Israele di difendersi dagli attacchi terroristici? Per questo motivo, se la colpa israeliana è quella di aver ecceduto nella sua legittima difesa, dall’altra parte gli arabo-palestinesi hanno ecceduto in attacchi terroristici. Se fra la popolazione palestinese vi sono stati bambini innocenti come vittime, anche dalla parte israeliana vi sono state altrettante vittime, sempre bambini o giovani innocenti, ma che vengono spesso dimenticati negli elenchi dell’informazione.
E’ sempre questo tipo di stampa che è solita informare solo sui bombardamenti su Gaza e non sulle centinaia di missili che piovono su Israele. Una stampa che non informa che i soldati israeliani tendono a colpire obiettivi terroristici e che anticipatamente, prima di colpirli, avvisano la popolazione palestinese di mettersi ai ripari. I responsabili palestinesi, invece, utilizzano i civili e spesso i bambini come scudi umani, per poi ‘piangere’ davanti a tutto il mondo che i “cattivoni e sanguinari israeliani” uccidono i loro figli.
E’ risaputo che Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, si nasconde deliberatamente dietro ai civili. divenendo così l’unico e vero responsabile. Bisognerebbe chiedere a questo individuo perché, nonostante i milioni di euro donati dalla Comunità Europea, dagli Stati Uniti e da infiniti altri donatori da tutto il mondo, quello arabo in particolare, a Gaza vi è l’energia elettrica solamente perché erogata gratuitamente dalla società israeliana? Bisognerebbe chiedere a Yahya Sinwar perché egli vive in un enorme palazzo con piscina e aeroporto personale mentre scarseggiano medicinali e viveri per la popolazione? Vorrei ricordare a certi signori e signore della politica italiana che si stanno interessando ai ‘territori occupati’ (che non esistono, perché la forma corretta è quella di ‘territori contesi’, per una sostanziale differenza fra “occupati” e “contesi”) che la demonizzazione non aiuterà mai a porre fine al conflitto israeliano-palestinese o a portare la pace in Medio Oriente.
E’ fin troppo facile prendere la via della menzogna e partecipare al coro di demonizzazione di Israele che si basa su pochissime realtà e un mare di menzogne. Sarebbe consigliabile che questi signori si occupassero dei fatti di casa propria, dove gravissimi problemi abbisognano di soluzioni. A questo proposito, proprio in questi giorni, Marco Rizzo, segretario del partito comunista, ha affermato che “questa sinistra fa rivoltare Gramsci nella tomba”. Non lo ha dichiarato uno di destra, lo ha dichiarato un comunista. Un altro importante e indimenticabile uomo di sinistra, Pier Paolo Pasolini, dovrebbe insegnare qualcosa: “Compagni perché non capite?”, scrive nel 1967 su Argomenti. “In questi giorni leggendo l’Unità, ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta, invece della “scelta con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Perché l’ Unità ha condotto una vera e propria campagna per “creare un’opinione”? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato ora libero e sovrano non è nato male? E chi di noi, inoltre potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più nessun Hitler? O che gli Ebrei potranno continuare a vivere in pace nei Paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità o qualsiasi altro intellettuale comunista? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei Paesi in via di sviluppo, compresa in parte l’Italia, ha classi dirigenti, polizie, magistrature indegne? I comunisti hanno una sete insaziabile di autolesionismo? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?”. Pasolini ci insegna che nulla è cambiato e che è tremendamente identico a circa 50 anni fa, se non peggio.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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