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Dicembre  2060 :
Saluti e auguri dal passato futuro

 

Finisce il 2060, e finisce l’anno del nostro passato-futuro che mese per mese ci ha raccontato Costanza Del Re da un paesino fluviale della bassa bresciana. Sono racconti, ma sono anche ricordi, sogni, riflessioni sul presente, felici intuizioni. Per chi, nella noia delle feste, volesse leggere tutte le 12 puntate (per me ne vale la pena) può trovarle facilmente su questo giornale. Perché con Ferraraitalia di ieri non ci si incarta il pesce, è un ‘quotidiano’ molto particolare, “non butta via nulla”. 
Personalmente non ho ancora quando e dove si trovi il 2060 di Costanza Del Re, se prefiguri un futuro, racconti un passato o rifletta sul presente. Forse, più semplicemente, ci mostra il Pianeta privato di Costanza. Ma è un luogo, un tempo, in cui anche noi ci riconosciamo. E possiamo incontrarci. Succede, insomma, quella strana cosa, e abbastanza rara, che chiamiamo Letteratura. 
(Francesco Monini)

Siamo a dicembre, un mese particolare. Giornate corte, freddo, umido e molte feste. Prima arriva Santa Lucia (13 dicembre) a portare i regali ai bambini, poi la festa della ‘Loertisa’ (focaccia che contiene germogli di luppolo bolliti), poi la vigilia e il giorno di Natale.

E’ un mese in cui si tirano un po’ le somme dell’anno. Chi è arrivato, chi ci ha lasciato, quanto Robot-111 sono stati assemblati, quanti messi definitivamente a riposo.
E’ anche il momento per sentirci fortunati se siamo in salute, circondati da persone che ci vogliono bene, amati. E’ il periodo giusto per coltivare la speranza che il domani sarà migliore di oggi, che il prossimo anno potremo tornare al mare, fermarci a guardare il sole che luccica sull’acqua salata e i Gabby-x che volano rasente l’acqua verso il rosso del sole che tramonta.
Ma adesso è dicembre, un mese particolare, quello di Natale.
Cosmo-111 vuole un piccolo Babbo Natale di pezza da attaccarsi su una spalla:
Babbo Natale, babbo Natale, rosso Natale, bianco Natale.  Raco calare, raco calare, toco polare, toco ricare” canta come suo solito un po’ in italiano e un po’ a modo suo, mescolando suoni che gli piacciono.

I miei figli Axilla e Gianblu si sono già messi a discutere per sciogliere il colore delle palline che addobberanno l’abete quest’anno. Pare che saranno argento e azzurro.
Mio marito dice che devo prenotare il cappone dal macellaio in modo che ce ne possano vendere uno di quelli che allevano loro. A terra, senza mangime. Poi bisognerà scegliere delle zucche mature e dolci altrimenti il ripieno dei tortelli non viene buono. Noi siamo molto tradizionalisti, mangiamo per le Feste i cibi che hanno accompagnato tutti gli ottantotto anni della zia Costanza. Sempre quelli, cucinati bene e all’ultimo momento. Non scotti, non riscaldati, non surgelati, non liofilizzati, essiccati, disidratati. L’unica eccezione è il pescandor-k al posto del vino. Questo distillato di pesche bianche piace molto ai robot-111, lo bevono in un batter d’occhi e poi rovescino indietro le telecamere in segno di grande soddisfazione.  Ci sembra giusto che anche loro possano pasteggiare traendo la maggiore soddisfazione possibile dal momento.

Quest’anno è nato Gyanny, la vera novità di questo 2060 che se ne sta andando per sempre lasciando dietro a sé ricordi, rimpianti, sofferenze e amori. Adesso ha cinque mesi ed è uno spettacolo. Luca, mio marito, per il Battesimo gli ha assemblato un robot orsetto che si chiama Orsino-121. Il robot è fatto come un piccolo orso, ricoperto di filo di mollan sgarzato color marrone, trasmette calore mantenendo il suo corpo a una temperatura costante di circa 37 gradi e mezzo. Tiene il bambino sempre caldo. Non solo, i suoi sensori gli permettono di verificare la frequenza dei battiti del cuore di Gyanny, la sua pressione arteriosa, se ha fame o sonno e se deve essere cambiato.
Orsino-121 è un babysitter molto efficiente. In quel robot-121 c’è una grande novità. La sua alimentazione avviene attraverso una pila a fissione nucleare.

La differenza tra bomba e pila atomica sta nella rapidità con la quale si libera l’energia prodotta dalla fissione nucleare di una certa quantità di uranio. Nella bomba, tutta l’energia si libera in una frazione di secondo, con effetti disastrosi. Nella pila, la reazione nucleare è rallentata, così da rilasciare l’energia in un lungo arco di tempo. La fissione nucleare è dovuta all’urto di un neutrone contro un atomo di uranio 235. L’atomo colpito si spacca liberando una certa quantità di energia e due o tre neutroni. Una parte dei neutroni si perde. Se a ogni passo della catena il numero dato dalla differenza tra neutroni prodotti e neutroni persi cresce, la reazione aumenta rapidamente fino a diventare esplosione (bomba). Se il numero diminuisce, la reazione si spegne. Se è uguale, la reazione produce energia in modo costante (pila nucleare). Nella pila, per regolare il numero di neutroni si inseriscono o si tolgono dall’uranio alcune barre di cadmio o boro, che assorbono facilmente neutroni.

Davvero affascinante. Queste nuove pile hanno una potenza incredibile e una durata impressionante. Nulla di paragonabile agli alimentatori che si sono usati fino ad ora per i robor-111. E così insieme alla nascita umana di Gyanny abbiamo assistito alla nascita di una nuova generazione di mezzani, i robot-121.  Luca dice che questi nuovi robot verranno commercializzati presto a prezzi accettabili e che avranno delle prestazioni davvero stupefacenti. Orsino-121 è il primo di una lunga catena di mezzani che sostituiranno o aggiorneranno i precedenti.  A Orsino piace il miele e anche i Frutti di Martorana (tipico dolce siciliano) anche se i cibi non sono più necessari per il funzionamento dei suoi circuiti meccatronici.  Pensiamo che l’alimentarsi di cibo umano sia diventato uno dei tanti processi imitativi appresi per prove ed errori. Sta di fatto che quei dolci gli piacciono da matti,  da Orsetti-matti-121. I frutti di Martorana sono fatti di pasta di mandorle, modellata e colorata in modo da imitare frutti e ortaggi in scala ridotta e sono bellissimi da vedere. Devono il loro nome al monastero nel quale furono inventati nel 1194, il monastero della Martorana a Palermo.

In piazza a Parda c’è una pasticceria dove ne producono di buonissimi, dobbiamo ricordarci di dire a Daniele, quando viene ad aiutarci a preparare il pranzo di Natale, di portarne un vassoio, poi glieli paghiamo. Quando arrivano li devo nascondere subito. Se Orsino-121 li trova, li mangia tutti e per Natale non resta sulla nostra tavola nemmeno un piccolo e perfetto mandarino-martorano.

E così ci ritroveremo di nuovo a Natale, tra pranzi da preparare, regali da incartare, nuovi bambini e mezzani da iniziare ai festeggiamenti e anziani (umani e mezzani) da salutare. Credo che alla fine non ci sarà molta differenza tra il Natale di quest’anno, quello di dieci anni fa, quello di cinquanta. La zia Costanza mi ha raccontato che quando era piccola suo padre faceva il presepe su un tavolino del soggiorno. Usava strani legni ripescati nel Lungone che verniciava con le sue sapienti mani. Doveva davvero essere un presepe originale e bellissimo. Altro che quelli che si comprano tutti uguali e che costano tanto!. Il professor Umberto doveva essere un vero artista, così lo ricordano la mamma e le zie. Se n’è andato da molto tempo ormai, ma il bene che ha saputo donare resta bene perenne. Questo vale per tutte le persone che ci hanno lasciato, per tutti coloro che ci hanno salutato, che sono partiti.  Il presepe più bello resta quello che si fa con i resti di legno, cartone e iuta. Con la pasta di pane, con la cartapesta fatta con le strisce di carta dei vecchi Tresciaone messi a macerare con acqua e colla. Quello che si ricopre col muschio che è attaccato ai tronchi dei tigli che costeggiano la strada che porta al cimitero di Pontalba, che si spruzza con un po’ di farina bianca. Le cose fatte in case, artigianali, uniche e anche un po’ maldestre sono curiose, piacciono anche ai mezzani, le continuano a guardare.

Ieri ho sorpreso Cosmo-111 e Canali-111 che si facevano delle strane confidenze.
“Tu cosa vuoi per Natale ?” ha chiesto Cosmo-111 a Canali-111.
“Io voglio che i bambini ridano. Marlon e Gyanny quando ridono sono belli. Quando ride Marlon e Gyanny lo vede, anche lui ride. Quando Gyanny ride e Marlon lo vede, anche lui ride”
E si torna sempre sullo stesso nodo focale. L’apprendimento per imitazione è una delle strategie fondamentali per acquisire degli stili di comportamento. Vale per i mezzani e vale anche per gli umani. Forse se uno di noi sorridesse un po’ di più sorriderebbero un po’ di più molti altri.
Tanti auguri di Buone Feste da noi umani, dai robot-111, dai robot-121, dai robot-animali-x e dalle anime dei nostri cari che ci hanno lasciato e che sorridono a queste imminenti feste da lassù.

Per leggere tutte le altre puntate, tutti i mesi del 2060 di Costanza Del Re, è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

 

LE OMBRE SULLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO
Le confessioni dei pentiti e i dubbi sullo Stato

“Non si può combattere la mafia se non vi è l’impegno generale dello Stato, di tutto lo Stato non delle deleghe… Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso, e poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno”. (Paolo Borsellino)

Il giudice Paolo Borsellino doveva morire nel 1991 per ordine di Francesco Messina Denaro, padre di quel Matteo Messina Denaro, e su incarico di Totò Riina; così raccontò il ‘pentito di mafia’ Vincenzo Calcara, durante un colloquio in carcere al giudice Borsellino: “Un giorno, nel settembre 1991, sono stato convocato dal capo assoluto della mia famiglia di Trapani, Francesco Messina Denaro, dove mi spiegarono di tenermi pronto perché era stata decisa la morte del giudice. Era un grande onore per me, avrei fatto strada dentro cosa nostra. Tutto viene programmato, devo ucciderlo con un fucile di precisione, “di Borsellino non deve rimanere niente, neanche le idee”, precisò il capo-mandante”.
Invece succede un imprevisto, il ‘killer’ di Castelvetrano non può adempiere alla sua missione perché viene arrestato per traffico internazionale di droga. Questo arresto e il rischio di essere ucciso lo avvicinano alla sua vittima, si pente, cambia idea (così dice lui) e si rifiuta di uccidere Borsellino, forse perché si rende conto che una volta eliminato il giudice anch’egli avrebbe fatto la stessa fine. Fu così che, dal carcere, avverte nel giugno 1992 il giudice che le cosche avevano fatto ‘rifornimento’ di esplosivo e che il carico era arrivato a destinazione. Purtroppo, come sappiamo, un mese dopo, il 19 luglio, avvenne l’esplosione in via D’ Amelio, esattamente dopo 57 giorni dalla strage di Capaci.
Non fu l’unico avvertimento, avvenne un fatto inaccettabile, incredibile: il 14 luglio 1992 (cinque giorni prima dell’attentato), un calabrese già appartenente alla ‘ndrangheta, rifugiatosi in un paese del nord Europa, avverte il console italiano del luogo che si sta tramando un attentato a Palermo contro il giudice Borsellino. Immediatamente viene comunicata a Roma l’informazione, però questa verrà trasmessa a Palermo solamente il 25 luglio, sei giorni dopo la strage di via D’Amelio! Questo terribile fatto starebbe a significare che non si voleva impedire la strage?

Ritorniamo al ‘pentito’ Vincenzo Calcara che parla come un fiume in piena, e sono in molti a chiedersi se sia credibile oppure sia un millantatore. Dagli inquirenti viene indicato come un “pentito” minore di cosa nostra, e in diverse udienze è scritto che egli sarebbe incline alla menzogna; vero oppure no? Una cosa certa è che il Calcara e il giudice Borsellino si incontrarono spesso nel carcere dove era detenuto, giorni e giorni di confessioni che provocarono centinaia di arresti di mafiosi e di colletti bianchi. A questo proposito egli afferma: “Tramite le mie dichiarazioni fatte al giudice Borsellino, e in seguito ad altri magistrati, sono stati condannati tantissimi uomini di cosa nostra, compresi l’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino e Francesco Messina Denaro”. “Sapete benissimo”, aggiunge il pentito, “che il giudice Borsellino ha creduto in me, sapete perfettamente che ho fatto di tutto per salvargli la vita, mettendolo a conoscenza del piano per ucciderlo e siete anche a conoscenza dello straordinario rapporto umano che si era creato tra noi, e in seguito con tutta la sua famiglia.” Infatti sembrerebbe, e sottolineo sembrerebbe, che la stessa famiglia Borsellino avesse sostenuto anche le spese legali del ‘pentito’, oltre a fornire un aiuto economico alle figlie, dopo la morte del giudice. Vi sarebbe da aggiungere che il ‘Memoriale’ di Calcara, dove racconta tutta la (sua) verità nei dettagli, porta nella prefazione la firma di Salvatore Borsellino, fratello del giudice, e la presentazione è stata curata da Manfredi Borsellino, figlio del giudice, alla fiera del libro di Torino di qualche anno fa.

Il pentito Vincenzo Calcara, dopo aver vissuto per anni in luoghi nascosti, senza identità per il timore di ritorsioni mafiose, disse: “mi sono stancato, ho voluto riabbracciare la mia famiglia. Fino al 1998 sono stato sottoposto al programma di protezione dei collaboratori di giustizia, ma ora non più!”
La veridicità del pentito ha fatto e continua a far discutere anche negli ambienti delle forze di polizia e carabinieri, dove considerano alcuni racconti molto “fantasiosi”.

Sarebbero in molti a sostenere che Falcone e Borsellino sarebbero stati uccisi per la Trattativa Stato-Mafia dove avrebbero scoperto le trame segrete dello Stato, e proprio per questo avrebbero dovuto morire; vero o falso?
Al termine dell’udienza del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice, ha accusato: “Penso ci sia una enorme difficoltà a far emergere la verità, non ho constatato da parte di nessuno la volontà di dare un contributo, al di là delle proprie discolpe, a capire cosa sia successo. Sembra che il depistaggio delle indagini sia avvenuto per virtù dello Spirito Santo: ci si riempie la bocca con parola “pool” ma io di “pool” non ne ho visto nemmeno l’ombra, però quando ai magistrati si chiede come mai non fossero a conoscenza dei colloqui investigativi, cadono dalle nuvole!”

Aggiungo alcuni contenuti del libro-testamento di Agnese Borsellino, la moglie del giudice scomparsa alcuni anni fa, dove non mancano particolari inediti sui giorni successivi alla strage del 19 luglio 1992. “In quei giorni ero contesa da prefetti, generali ed alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Ora so perché mi facevano tutte quell e domande: volevano capire se io sapevo, se Paolo mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua uccisione. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime”.

Le Crociate, mille anni di guerre e fanatismi

Mille anni fa, o poco meno, partiva la prima delle Crociate, dopo che ai concili di Piacenza e Clermont Papa Urbano II aveva convinto tutti: si poteva, si doveva andare in quella che veniva chiamata, allora e ancor oggi, “Terra Santa”, si doveva andare a fare la guerra, naturalmente la “Guerra santa”, bisognava sconfiggere gli infedeli, distruggerli, annientarli, azzerarli se possibile. E tutti, spadone in mano, urlarono “Deus vult”, che fu ed è, una delle ignominie più grandi, penso che allora Dio abbia avuto un sussulto: ma che cosa vogliono questi uomini? Che cosa volevano? Il fatto è che la mente esaltata, quando non addirittura fanatica, dei nostri progenitori medioevali, infarcita di illusioni ottiche, di miracoli mai esistiti, di madonne e di santi volanti , a cui si dovevano le più incredibili stravaganze, aveva bisogno di novità bizzarre per attrarre l’attenzione del popolo e il potere, variamente inteso, statale o locale che fosse, (traduco: dal signorotto fin su all’imperatore e al papa) ha sempre avuto fantasia e soldi per avere al proprio servizio persone di ingegno malefico.
Attorno al Mille l’interesse politico si era espresso in modo anche violento, e comunque rancoroso, nella lotta per le investiture e sul ruolo che avrebbero giocato nel tessuto sociale di allora gli ecclesiastici, lotte furibonde, come adesso per l’acquisizione di una fetta, pur piccola, di potere. Niente di meglio che ricorrere ancora una volta a una guerra, dare in pasto al popolo un ideale da sacralizzare e tradurre successivamente in opera. Con la violenza. Allora, si era pochi anni dopo il fatidico anno Mille, esisteva il problema del Sacro Sepolcro in mano agli infedeli, i non cristiani, attesi con ansia dall’inferno. Su ordine del pontefice paesi e contrade lontane furono raggiunti dai predicatori, tra i quali si distinse Pietro l’Eremita, dalla cui bocca uscivano fuoco e fiamme, mentre i guerrieri erano guidati dai signori feudali, tutti con l’ansia di fare carriera. Anche allora titoli e prebende si acquistavano col danaro, ma certo una guerra vinta regalava un lustro e una fama ineguagliabili.
Uno dei capi era Goffredo di Buglione, uomo deciso e di fegato. Fece tanti morti, ma riuscì a conquistare Gerusalemme. Fece allora grande scalpore il gran rifiuto suo del titolo di Re di Gerusalemme, si accontentò di quello di “Gran difensore del Santo Sepolcro”, in apparrenza più modesto, ma certamente era la laurea per entrare definitivamente nella storia. Fu così che lo stemma di Gerusalemme divenne il palio del vincitore, ora arabo (infedele per i cristiani) ora cristiano (infedele per i musulmani).

Mille anni e siamo ancora a quel punto, la Guerra procede violenta e subdola, il nome di Cristo è stato sostituito, il palio oggi è il bidone di greggio, attorno al quale, però, continuiamo a inventare ragioni falsamente ideologiche. L’Occidente ha massacrato di bombe intere popolazioni (quasi trecentomila morti negli ultimi tre anni) , il mondo musulmano risponde con il terrorismo. Sia chiaro: l’economia occidentale è entrata otto anni fa in un vicolo cieco, per uscirne deve fare la guerra, antica medicina dell’uomo, si costruiscono e si vendono più armi, il petrolio è sempre più l’oro nero, si uccidono più donne produttrici di futuri terroristi, si lasciano morire di fame e di malattia diciassettemila bambini al giorno, uno ogni cinque secondi, ma che farci? Sono sempre stati carne da macello.
Mille anni, non c’è più un Goffredo di Buglione, ma i suoi connazionali francesi continuano nella sua opera, non più gli spadoni, oggi ci sono gli aerei da bombardamento, i phantom. E il predicatore Pietro l’Eremita? Ha conquistato le telecamere compiacenti e falsificatrici delle emitteenti mondiali e ci spinge alla guerra, come faceva il fascista Apelius. Mille anni non sono stati sufficienti a farci diventare uomini, ma ancora e sempre guerrieri. Sempre uguale il ruolo della Turchia (“Mamma li turchi!”) sul crinale occidente-medio oriente. L’odio, che cementa le gesta dell’uomo, non è finito, ora dobbiamo difendere le nostre case dal nemico (quale? uno qualunque), diamoci da fare, costruiamo i bunker e spariamo: Deus vult.

IL PUNTO
Una strage figlia dell’oltranzismo sunnita

“La terreur à Paris” ha titolato Le Monde. Non sono parole qualsiasi per i parigini, perché fanno correre il pensiero a quando dopo la rivoluzione del 1789 la furia giacobina prese il posto dei principi illuministi, facendo scorrere su e giù la lama della ghigliottina in un diluvio di sangue.
Perciò l’accostamento con il massacro avvenuto nella capitale francese nella serata di venerdì 13 novembre, fa riaffiorare nei francesi quello spettro ancora vivo nella storia nazionale.
Il bilancio delle vittime del “carnage” rivendicato dall’Isis, ed eseguito con la freddezza spietata dei professionisti della morte al grido di: “Allah è grande”, avrebbe potuto essere di proporzioni più agghiaccianti se non fosse fallito il tentativo allo Stade de France in occasione della partita Francia Germania e, comunque, potrà fermarsi solo quando l’ultimo dei feriti, specie tra quelli ancora gravissimi, potrà dirsi fuori pericolo.
Prestando orecchio ai commenti e alle analisi, sono molti gli elementi inquietanti di questo massacro.
Tra i membri del commando terrorista, tra l’altro non tutti individuati, è risultato che alcuni sono francesi e belgi. Il primo punto interrogativo, quindi, si apre come una crepa sul modello dell’integrazione da sempre culturalmente ostentato con fierezza dal paese con la più grande comunità straniera di matrice islamica in Europa.
Il secondo punto interrogativo piove sulle nostre teste come un sasso, perché si viene a sapere che anche in questo caso, dopo quello della strage nella redazione di Charlie Hebdo (il 7 gennaio 2015), pare che la centrale del terrore sia stata individuata a Bruxelles. Capitale del Belgio, città sede delle istituzioni dell’Ue e ora anche punto nevralgico della barbarie nel cuore della democrazia europea?
Si viene anche a sapere che almeno un componente del commando responsabile della strage è giunto a Parigi da dentro il flusso migratorio entrato in Europa dalle porte della Grecia. Ma ciò che è ancor più inquietante è sentire che ci sarebbe addirittura una regia che regola i flussi migratori. E questo rende un bel problema come si possa fare distinzione fra coloro che realmente hanno bisogno di aiuto e chi approfitta delle rotte della disperazione per seminare morte. E’ oggettivamente difficile gestire con precisione millimetrica il registro della pietà e del rispetto della dignità umana, nel quale pure fatica a riconoscersi l’Europa, e contemporaneamente quello della severità inflessibile, evitando di incorrere nei cosiddetti danni collaterali.
Soprattutto quando il civile Occidente ha commesso ogni errore possibile nello scacchiere mediorientale, il cui insieme oggi ha finito per produrre la sorgente pressoché ingovernabile di un’ondata umana di proporzioni epocali.
Il timore fondato è che, come avvenuto negli Usa dopo l’11 settembre 2001, anche in casa nostra si vada verso un arretramento delle libertà personali nel nome dell’urgenza numero uno della sicurezza, percepita ormai in modo diffuso dalle opinioni pubbliche, a cominciare dai fatti di cronaca più locale.
Il rischio è che possano insinuarsi considerazioni che non hanno immediata relazione con l’attuale emergenza.
L’Italia su questo fronte vanta purtroppo l’esperienza dolorosa della lunga stagione del terrorismo, che ha insanguinato il paese dagli anni ’70 fino agli ultimi (si spera) colpi mortali esplosi contro Marco Biagi (Bologna 19 marzo 2002!).
Come avrebbe detto Pier Paolo Pasolini, sappiamo chi ha sparato e messo le bombe, ma non abbiamo le prove. Non tutte almeno.
Una verità storica, infatti, afferma che da una parte e dall’altra quelle avanguardie giovanili, ubriache di idee poco studiate e insegnate da pessimi maestri, oltre che prive di senno, furono lasciate agire perché, fino a un certo punto, funzionali a disegni molto più grandi delle loro malsane e sconclusionate teorie di ordine o di rivoluzione.
Se anche su questo pezzo di terza guerra mondiale che venerdì scorso a Parigi ha fatto un decisivo passo avanti come volume di fuoco si può applicare questo schema, allora un ennesimo punto di domanda cala sulla scena.
Così come prima o poi cosa l’Islam sia, voglia essere e diventare nel mondo contemporaneo, bisogna che qualcuno se lo chieda: dentro e fuori l’Islam. Tenendo certamente per buone le parole di papa Francesco: “Le religioni sono umane e questo non è umano”.
Se si parte da qui è già un passo avanti, ma adesso bisogna gridarlo a gran voce: dentro, oltre che fuori l’Islam.
Aiuterebbe a capire, in radice e a tutte le latitudini, che chiunque compia stragi d’innocenti al grido di: “Allah è grande”, sta bestemmiando, lui sì non chi fa satira, il nome di Dio e oltraggiando un’intera religione.
L’universo islamico da troppo tempo è percorso da un conflitto egemonico fra sciiti e sunniti, nell’ambito del quale è riconducibile anche ciò che accade in Siria. Fra i secondi è ascrivibile la follia dell’Isis, che nella declinazione wahabita più estrema ha in programma di sterminare gli oltre 150 milioni di sciiti e il corrotto mondo occidentale, con una presenza dietro le quinte tutt’altro che indifferente di realtà come l’Arabia Saudita e la Turchia.
Un pericolo tale, che in tanti nelle capitali europee ormai non si domandano più se, ma quando e dove sarà il prossimo attacco.
Dopo il massacro parigino si sono moltiplicati i messaggi di solidarietà e gli inviti all’unità nazionale dei vari leader, a partire da quelli europei.
Le solite frasi di circostanza? Certo, occorrerà ben altra strategia di fronte a quella che ha tardato a essere percepita come una guerra che nel frattempo ha alzato il tiro e che per vincerla richiede unità, molto oltre gli interessi nazionali fin qui prevalenti.
Se hanno fondamento i tanti punti interrogativi della questione, l’impressione è che siamo di fronte ad un’università del crimine alla quale occorre rispondere al più presto con altrettanta scienza e preparazione.
Dunque solidarietà e unità non bastano, ma dire come ha fatto Matteo Salvini, immancabile come “Il punto” di Paolo Pagliaro, che non servono a niente se non si fanno le cose che dice la Lega, dà l’idea di una politica italiana sempre più simile a una classe di alunni senza la maestra.
Per fortuna c’è un’opinione pubblica che porta fiori davanti all’ambasciata francese a Roma e che sa ancora intimamente tirare una riga per distinguere l’umano dalla bestialità.
Se c’è questo sentimento di sentirsi tutti francesi, e quindi europei, per quanto emotivo possa essere, la politica farebbe bene a coglierlo, per non trovarsi prima o poi relegata tra le cose inutili, in un momento di inaudita gravità che avrebbe invece tanto da chiederle.

PAGINE DI GIORNALISMO
Quel pasticciaccio brutto della “Zanzara”

8. SEGUE – Milano, 14 febbraio 1966. Fu il giorno in cui nacque il bruttissimo “caso della Zanzara”. Tra le pagine della storia si nascondono, sconosciuti ai più, avvenimenti che hanno sostanzialmente non dico cambiato il mondo (oggi si afferma: “dopo questo fatto il mondo non sarà più lo stesso”, ma non è vero, il mondo fa quello che vuole), ma certamente hanno influito sugli eventi futuri in modo sostanziale. Il “caso della Zanzara” è uno di questi. “La Zanzara” era il giornale d’istituto che gli studenti facevano al liceo Parini, il primo liceo classico del capoluogo lombardo, era un foglio ragguardevole, serio, puntiglioso, si vedeva che dietro c’era la mano di uno che dentro un giornale era nato, nel caso specifico Marco Sassano, figlio di un caposervizio de “L’Avanti”. Oltre a Sassano c’era Walter Tobagi, che 12 anni dopo alcuni stupidi assassini, i quali giocavano alla rivoluzione, senza nemmeno sapere che cavolo sia la rivoluzione, avrebbero ucciso a tradimento mentre accompagnava a scuola i due figli, E poi c’erano Marco De Poli e Claudia Beltrami. Quattro ragazzi, i quali tentavano con il giornale di rompere l’asfissiante cultura beghina che imperava nella scuola italiana in mano ai presidi-reucci, i primi e più appassionati oppositori di qualsiasi cambiamento. Quel 14 febbraio “La Zanzara” uscì con un’inchiesta sui comportamenti sessuali degli studenti. Scandalo: i buoni figli di papà del Parini non potevano avere pulsioni sessuali, e se ne avessero avute non dovevano parlarne, le cose si fanno ma non si dicono. I genitori si trovarono improvvisamente sull’orlo dell’abisso, era come se li avessero presi e messi sul ciglio di una burrone, ma in loro soccorso arrivò, come cantava De André, il potere costituito e al Parini giunsero i famosi “quattro gendarmi in sella e con le armi”: Tobagi, Sassano, De Poli e Beltrami furono portati a San Vittore. La ragione? Gli è che allora non si sapeva nulla di quello che stava succedendo nelle stanze del potere, non si sapeva che due anni prima c’era stato il tentativo di golpe del generale De Lorenzo con la protezione del presidente della Repubblica Antonio Segni (il giudice Tamburino mi raccontò che a forza di indagare, risalendo da persona a persona, da stanza a stanza, si ritrovò nella sala d’aspetto del Capo dello Stato!), non si sapeva che l’anno precedente, all’hotel Parco dei Principi di Roma, si era svolto un convegno dal titolo emblematico “La guerra rivoluzionaria”. A quel tempo, come ancora adesso, il chiodo fisso della politica di destra era formare un “governo forte”, che imponesse l’ordine sociale, ognuno al posto che il dio conservatore gli aveva assegnato, che concedesse poca libertà religiosa controllata dall’esecutivo cattolico con la supervisione dei vescovi, anche il peccato, naturalmente sessuale, poteva entrare a far parte del codice penale, aborto e divorzio fuori legge: di quel pacchetto di norme politico-morali molte sono rimaste nel pensiero reazionario. Ma c’era il comunismo da sconfiggere e comunismo era (ed é) tutto ciò che non faceva parte del precetto golpista. Il comunismo, dunque, fu il tema del convegno romano, organizzato dall’Istituto “Alberto Pollio” per conto del servizio segreto Sifar. Stralciamo dagli atti del convegno: “Qualsiasi violazione compiuta dai comunisti nei confronti del santuario (il potere, ndr) costituirebbe un atto di aggressione tanto grave da rendere necessaria l’attuazione nei loro confronti di un piano di difesa totale: il comunismo sta entrando nel santuario”.
Mi accorsi che qualcosa fino ad allora insospettabile stava accadendo quando incontrai il dottor Bruno Pascoli, avvocato dello Stato al tribunale di Milano, il quale aveva convocato il direttore del “Corriere Lombardo” Egidio Sterpa e il capocronista dello stesso giornale, che era il sottoscritto, per informare sul caso della “Zanzara” dal momento che era stato il nostro quotidiano a pubblicare per primo la notizia del sequestro del giornale e del fermo dei quattro studenti. Il magistrato, che avrei ritrovato dieci anni dopo come pubblico accusatore al processo-scandalo per la strage di Peteano, affermò che i comunisti stavano prendendo il potere ed era necessario fermarli e la pubblicazione del pezzo incriminato sulla “Zanzara” era la dimostrazione che i comunisti stavano tentando di sovvertire la vita politico-sociale italiana. “Bisogna fermarli”, disse e mi pare aggiungesse “con tutti i mezzi”. Rimasi più che sorpreso e, molto ingenuamente, chiesi perché mai i quattro ragazzi, subito dopo il fermo di polizia, condotti a San Vittore, fossero stati sottoposti a una ispezione corporale “molto approfondita”, aggiunsi. E’ la prassi, rispose Pascoli (negli anni Quaranta pubblico ministero a Torino nei processi contro gli antifascisti), non spiegando in che cosa consistesse l’”ispezione corporale”, che era poi mettere l’arrestato con la pancia su un tavolo, calargli i pantaloni o alzare la sottana se era una donna, e ficcargli un dito dietro, “per assicurarsi che non nascondano armi o altro”. Capii che volevano soltanto umiliare i quattro malcapitati studenti. Ricordatevi, disse Pascoli accompagnandoci alla porta, siamo in guerra. Era vero, ma il cittadino ancora non lo sapeva, lo capì il 12 dicembre del 1969, alla banca dell’Agricoltura.
Bisogna combattere questa gente, sennò vincono loro, disse Pascoli, che avrei ritrovato pubblico accusatore (ma poi condannato per falso) al processo di Trieste per la strage dei Peteano. Il fatto è che i quattro ragazzi malcapitati e destinati a divenire un caso esemplare di giustizia, subito dopo l’arresto, vennero condotti a San Vittore e lì interrogati, ma, prima vennero denudati, messi proni su un tavolaccio e sodomizzati, “per essere sicuri che non nascondessero armi nell’ano”. E’ la prassi, disse Pascoli sorridendo. Fu l’episodio che, finalmente, scosse la coscienza più vigile del capoluogo lombardo. Ma ormai il dado era tratto e cominciarono subito dopo gli attentati ai treni, alla Fiera e, poi, a Piazza Fontana. Gli anni del terrore.

8. CONTINUA [leggi la nona puntata]

Leggi la prima, la seconda, la terza, la quarta , la quinta, la sesta puntata, la settima puntata.

SETTIMO GIORNO
L’infame provocazione e le leggende metropolitane

PIAZZA FONTANA – Era un pomeriggio alla milanese, quel 12 dicembre 1969, grigio, freddo, le lucine di Natale tentavano, poverine, di sbriluccicare, ma erano opache in quell’umido tra pioggerellina e nebbia. Sono scoppiate le caldaie, disse un poliziotto all’entrata della banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, un pompiere controbattè l’affermazione apodittica: macchè, è una bomba. Entrai, ero il primo giornalista a introdurmi nel bunker del massacro, sotto il tavolone in mezzo alla sala circolare c’era il buco, il cratere dov’era scoppiata la bomba. I brandelli delle vittime penzolavano appiccicate ai muri, mai avevo visto un orrore del genere. Non ci volle molto per capire che i terroristi fascisti avevano dichiarato guerra all’Italia democratica che tentava di uscire da una società per certi versi medievale, una guerra di cui avevano discusso e che avevano preparato alcuni anni prima, coperti dalle sante autorità.
Poche ore dopo la strage, uscì, ufficiale, la prima deviazione politica, il primo atto di un conflitto ideologico, che, forse, non è ancora terminato. Fu il prefetto di Milano Mazza a gettare la grande bugia in mezzo allo sconcerto della popolazione: sono gli opposti estremismi, disse, un’invenzione che avrebbe imputridito anche le relazioni personali (persino familiari) dei cittadini.
Non mi ci volle molto per capire, tornato al giornale scrissi “Un’infame provocazione”, titolo di prima pagina che ebbe, per fortuna, grande seguito. Era tutto chiaro, ma le autorità, secondo il piano ben concertato continuarono ad affermare che era una strage anarchica e, per dimostrare che era vero, ecco l’arresto proditorio di Pietro Valpreda e subito dopo il volo di Pino Pinelli dal quarto piano della questura milanese, uffficio di Calabresi. Eravamo ancora lì in questura in quella notte tragica, Pinelli era caduto (?) senza un grido, ma il questore diceva “si è buttato gridando che era la morte dell’anarchia quando lo informammo che avevamo preso Valpreda e che aveva confessato”. Era tutta una balla, una vergognosa bugia. C’era anche Calabresi lì nell’ufficio del questore, ma non disse parola, pareva nascondersi dietro il suo maglioncino beige. Era tutta una montatura ben architettata, confezionata da tempo e non importa sapere chi erano gli esecutori, colpevole era quella parte dello Stato che non ammetteva altra società se non quella che afferiva agli interessi dei padroni e uso la parola “padroni” con cosciente consapevolezza. Era una strage di Stato. Sono passati 45 anni da quel giorno e mi domando con grande tristezza se è cambiato qualcosa nella nostra società: il potere è sempre nelle stesse mani e le centinaia di vittime delle stragi nere sono state ammazzate due volte con una insopportabile spietatezza.

IL COMUNE PAGATORE – Entro nel negozio davanti al quale un questuante se ne sta sdraiato, mano tesa al passante. Quello sì che sta bene, mi dice una signorina dietro il banco. Beh, insomma… azzardo. Come no, continua la commerciante che sa tutto: il Comune gli dà la casa, gli dà trenta euro al giorno e gli paga perfino il telefonino. Rimango allibito: scusi, chiedo, ma chi le ha raccontato questa fola metropolitana? E lei, sicura: me lo hanno detto!
Ecco come si forma l’opinione della cittadinanza: “me l’hanno detto”. L’importante è che le informazioni siano di destra, siano razziste, siano contro la povera gente, così si forma la coscienza “buona” del paese.

L’ANNIVERSARIO
L’Italia del 12 dicembre, la strage che ci cambiò la vita

“La cosa più terribile e straziante che percepii appena entrato fu l’odore di carne bruciata”. A ricordarlo 45 anni dopo è il nostro Gian Pietro Testa, allora cronista del Giorno, primo ad arrivare sul luogo dell’orrore. Ricorre oggi, 12 dicembre, l’anniversario dell’esplosione della bomba di piazza Fontana, collocata all’interno della Banca dell’agricoltura di Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti. “Fu quella la madre di tutte le stragi”, sostiene Giorgio Boatti, anch’egli giornalista e scrittore, di recente a Ferrara ospite della libreria Ibs per il ciclo di incontri ‘Passato prossimo’. “Strage – sostiene – è una parola feroce, sottende la volontà di una mattanza pianificata”. Fu il primo atto della tragica stagione del terrorismo in Italia. Per molti anni si sono alternate e contrapposte alle ‘verità’ ufficiali (quelle degli atti giudiziari) le ‘verità’ basate sulle inchieste giornalistiche. La tesi anarchica privilegiata nella prima fase delle indagini lasciò via via il campo all’ipotesi di trame nere imbastite da ambienti neofascisti e apparati deviati dello Stato. Quasi mezzo secolo dopo si può con certezza affermare la responsabilità diretta di Franco Freda e Giovanni Ventura, che nei vari processi furono sempre assolti. Il loro ruolo fu riconosciuto dalla Corte di Cassazione nel 2005, quando però il reato era passato in prescrizione. Ventura nel frattempo è morto, nel 2010 a Buenos Aires. Freda prosegue la sua attività di editore in contiguità con ambienti di estrema destra.

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Scrittore e giornalista,. Giorgio Boatti

Boatti ha raccolto il suo certosino lavoro di ricerca in un volume “12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta”, la cui vicenda è emblematica. “E’ stato un corpo a corpo con le 60mila pagine degli atti giudiziari – afferma – condotto pensando che altre dovessero essere le mani a cogliere quella verità”. La prima edizione del libro, prevista nel 1989, non fu mai stampata dall’editore Rizzoli al quale era destinata. “Alla consegna del dattiloscritto Andreotti comunicò la sua contrarietà alla pubblicazione e così interruppe il mio rapporto con la casa editrice”. Il libro fu edito qualche mese dopo da Feltrinelli, ma autore ed editore furono subito querelati e per i sette anni di durata del processo il volume sparì dalle librerie. Solo nel 1999 l’opera viene ripubblicata da Einaudi e nel 2009 esce una nuova edizione aggiornata. Le difficoltà del libro sembrano il riflesso dell’accidentato cammino di una giustizia che nelle aule di tribunale non s’è compiuta.

Il lavoro di Boatti ha avuto, fra gli altri, il pregio di ridurre all’essenziale decenni di ipotesi, di sentenze, di contrapposizioni ideologiche proprie di un’epoca in cui nel nostro Paese si combatté una guerra non dichiarata. “Con il mio libro, oltre a ridare ordine ai fatti, ho anche voluto ricordare a tutti le vite che si sono perse. Allora eravamo tutti troppo presi dalle logiche di schieramento e di appartenenza per poterci soffermare sulle esistenze dei singoli. La strage è proprio espressione di questa logica: la vittima è un incidente di una strategia più grande”.

All’interrogativo perché proprio lì, perché proprio loro, Boatti offre una convincente spiegazione. “Quella era la banca di gente semplice, un mondo agricolo appartato, estraneo alle logiche di contrapposizione dell’epoca. Era proprio quel mondo che si voleva colpire, per provocare indignazione e terrore e indurre gli strati di popolazione non coinvolti nella disputa ideologica a prendere posizione. L’atto terroristico ti rende impotente e in pochi momenti ha il potere di riplasmare la visione di una moltitudine di persone che da quel momento non vedono più con gli stessi occhi le medesime cose”.

Generare terrore era l’obiettivo della destra neofascista per far lievitare fra la popolazione la richiesta di uno Stato autoritario, che sbarrasse la strada all’ascesa dei movimenti e delle istanze libertarie che si andavano affermando alla fine degli anni Sessanta: la violenza è l’arma per generare una paura diffusa e ottenere lo scopo. “Nell’estate che precedette la bomba di piazza Fontana si respirava aria di golpe. Un tentativo sventato proprio all’ultimo c’era già stato nel ’64. I dirigenti del Pci per prudenza dormivano fuori di casa. Molti vecchi partigiani, fiutando il pericolo, avviarono il passaggio delle consegne, istruendo i giovani alle azioni di resistenza civile e passando loro depositi e arsenali”.

La bomba, lo sdegno, gli scontri (non solo) verbali, i falsi indizi e i colpevoli di comodo, l’ombra degli apparati, i magistrati onesti e quelli corrotti, i politici perbene e quelli collusi… La strage della Banca dell’agricoltura di Milano è solo il primo capitolo della storia: quelli di Pinelli, Valpreda, Freda, Ventura, Giannettini, Gelli, Andreotti e degli altri attori del dramma sono incidentali maschere di un tragico copione destinato a ripetersi per più di vent’anni. I protagonisti talora mutano, talora riappaiono. Il senso della macabra recita resta il medesimo. E’ l’inizio dell’autunno del nostro sogno, che ha lasciato il posto solo a questo gelido inverno.

L’APPUNTAMENTO
Un passato tanto prossimo quanto ignoto

“Qualche anno fa in un’indagine giovanile emerse che per molti studenti furono le Brigate Rosse a mettere la bomba in piazza Fontana a Milano e molti non sapevano nemmeno chi fosse Aldo Moro: ce n’è abbastanza per tentare di recuperare la ‘memoria smemorata’ dei nostri giovani”. Queste le motivazioni che hanno spinto il professor Andrea Pugiotto – Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara – a realizzare “Passato Prossimo. Pagine recenti di storia costituzionale”, ciclo d’incontri promosso dal Dottorato di ricerca in Diritto costituzionale di cui è il coordinatore, che si terrà con cadenza settimanale ogni venerdì, dal 7 novembre al 5 dicembre, alla Libreria Ibs di piazza Trento Trieste. La “scarsa consapevolezza della storia contemporanea” riscontrata negli anni in molte matricole universitarie lo ha convinto della “necessità di offrire dal punto di vista didattico momenti di studio, di apprendimento, di riflessione”, che parallelamente potessero divenire, anche per i docenti delle scuole medie superiori e i loro alunni, un’occasione di approfondimento “su una parte di storia che spesso non si raggiunge nei programmi scolastici”.

Cinque i temi affrontati: stragismo, diritti civili, terrorismo, partitocrazia e populismo. Ogni incontro prenderà le mosse da un evento e da un libro, che “diverranno il detonatore della riflessione”: la bomba di piazza Fontana (7 novembre), la chiusura dei manicomi (14 novembre), i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro (21 novembre), il sistema politico fino alla sua implosione con Tangentopoli (28 novembre), la crisi della rappresentanza politica e l’avvento dei partiti carismatici (5 dicembre).

“Dopo una lettura scenica affidata all’attore Marcello Brondi – spiega ancora il professor Pugiotto – ci sarà l’intervento di uno storico mirante a ricostruire il contesto in cui si inserisce l’evento narrato dal libro. A seguire, il dialogo tra l’autore del volume in questione e un costituzionalista dell’Università di Ferrara, per rendere dialettico e non reticente il confronto fra gli ospiti. Poi la palla passerà al pubblico, che potrà rivolgere le proprie domande ai relatori”. Ad affiancare questi incontri, due monologhi teatrali di Mauro Monni che “si svolgeranno alla Sala Estense alle 21 con ingresso libero”: martedì 11 novembre “Feltrinelli. Una storia contro”, dedicato alla vicenda umana, professionale e politica dell’editore Gian Giacomo Feltrinelli; martedì 25 novembre “La solitudine del Re”, incentrato sulla figura umana e politica di Aldo Moro.

“Un’iniziativa di questo tipo – sottolinea il docente di Diritto Costituzionale – può nascere dalla fantasia di una persona, ma ha bisogno di molte gambe per camminare. E poiché credo fermamente in un ateneo che si apra alla sua città, gli incontri non si svolgeranno in aule universitarie. Infatti, per il quarto anno consecutivo, saranno ospitati presso la libreria Ibs che si conferma così uno dei polmoni culturali di Ferrara. Inoltre ho cercato e ottenuto l’appoggio di molti enti, pubblici e privati: oltre al patrocinio dell’ateneo estense e del Comune e della Provincia di Ferrara, il sostegno della Fondazione Forense e della Fondazione dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna e della Banca Generali Private Banking. Hanno collaborato alla realizzazione anche Arci, l’Ordine degli avvocati di Ferrara e l’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna”.

A conclusione della nostra conversazione il professor Pugiotto precisa: “Il sottotitolo ‘pagine recenti di storia costituzionale’ nasce dalla consapevolezza che è difficile capire il ruolo della Costituzione come regola e limite al potere se non si colloca la Carta Costituzionale all’interno delle dinamiche storiche, politiche, istituzionali del nostro paese. Da qui la volontà di organizzare questi incontri: riflettere e comprendere le dinamiche di fasi storiche importanti della nostra vita nazionale può essere una chiave di lettura preziosa per capire meglio il presente, dove s’intravede – secondo me – più del nuovo che avanza, il vecchio che ritorna sotto mentite spoglie”.

Il programma aggiornato degli appuntamenti è disponibile su www.facebook.com/passatoprossimo2014 [vai]

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Quel 12 dicembre… Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi

“Ore 16.37. Un boato enorme seguito da una altissima fiammata sconvolge la sede centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana 4, in pieno centro di Milano: i vetri dell’edificio, squassato dall’esplosione, vanno in frantumi, decine di clienti vengono buttati all’aria come fuscelli, i corpi dilaniati; altre decine di impiegati vengono scaraventate a terra, pur protette dal grande bancone dietro il quale lavorano. In un attimo è il finimondo, il panico… Ma fin dal primo momento una cosa è certa: è un massacro. Il bilancio verrà dopo, spaventoso: tredici morti (saliranno a sedici), novantun feriti. Sul primo momento nessuno capisce che cosa sia avvenuto, qualcuno dice che sono saltate le caldaie giù in cantina, ma le caldaie sono intatte, continuano a funzionare regolarmente. La certezza viene poco dopo: l’esplosione è stata provocata da una bomba ad altissimo potenziale. Non si tratta di un tragico destino, ma di una fredda, determinata, folle azione. Un’infame provocazione”.
Rileggo queste righe, da me scritte tre ore dopo la strage, sull’enciclopedia del “XX Secolo” della Mondadori, che, per rappresentare l’evento, riprese l’incipit del mio articolo in prima pagina del “Giorno”, il cui titolo a otto colonne, era “Infame provocazione“. Non era la prima provocazione: l’attacco al paese che voleva una sana e moderna democrazia antifascista, era stato preceduto dalla strage di Portella delle Ginestre, dalle condanne agli scioperanti degli anni dal ’50 al ’54, dagli eccidi di Reggio Emilia – cinque morti, 1960 – dove la polizia, appostata sui tetti delle case, sparò a mitraglia sui dimostranti in corteo, dai vari tentativi di colpi di stato, nel ’60, appunto, con il governo democristiano di Tambroni allargato ai fascisti, e nel ’64 con il golpe quasi riuscito del servizio segreto Sifar: la stagione del terrore durava dall’immediato dopo-guerra. E il terrorismo continuò a mietere vittime: da piazza Fontana (1969) al Natale del 1984, i morti assassinati dai neofascisti, con la vigile complicità dei servizi segreti al soldo delle forze reazionarie governative, furono 149 e i feriti 688. Quale il fine di tanto sangue di poveri cittadini incolpevoli? Certamente abbassare la forza della protesta popolare e indebolire la presa di coscienza dei giovani, assicurando al potere, costituito e no, la licenza di lavorare per interessi non sempre leciti e, comunque, incomprensibili per il cittadino lavoratore. Banche, grandi finanziarie, multinazionali, politiche vessatorie attraverso una tassazione che non colpisce gli evasori: il nodo, ancora oggi, è sempre quello, la politica di destra e il neocapitalismo ne hanno tratto vantaggio e tuttora affliggono professionisti, commercianti, artigiani, operai, cioè il popolo attivo che ha mantenuto i privilegiati italiani, figli indegni della democrazia. Se qualcuno, quando parla di terrorismo, confonde la matrice addossando ai “rossi” il peso di tutte le responsabilità, quel qualcuno è non soltanto male informato, ma in malafede. Oggi paghiamo le spese di una situazione creatasi anche attraverso un attacco massiccio propagandistico del danaro, creando una generalizzata disinformazione e aiutando un paradossale ritorno a una disarmante povertà culturale, oltre sei milioni sono gli analfabeti, siamo un paese sottosviluppato. Questi ultimi vent’anni berlusconiani hanno raccolto il testimone da quel progetto golpistico che ha insanguinato le nostre strade. E il prossimo futuro rimane pieno di inquietanti interrogativi

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