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Trent’anni dopo: quo vadis Bosnia? Quo vadis Europa?

 

di MIchael L. Giffoni (

Esattamente 30 anni fa, il 6 aprile 1992, la Bosnia-Erzegovina veniva riconosciuta come stato indipendente dai paesi della Comunità Europea (che si chiamava ancora così e si componeva di 12 paesi membri), giorno che cadeva nell’anniversario della liberazione di Sarajevo nel ‘45 e del bombardamento di Belgrado da parte della Luftwaffe nel ’41. Veniva così legittimata a livello internazionale la validità del referendum sul distacco da quel (poco) che restava della Jugoslavia, svoltosi un mese prima e boicottato dalla componente serbo-bosniaca (pari a circa il 30%) della popolazione: l’indomani fu la volta di Washington e nel giro di poche settimane arrivò il riconoscimento di gran parte dei paesi, Russia inclusa, delle Nazioni Unite, alle quali la Bosnia-Erzegovina fu ammessa il 22 maggio dello stesso anno.

Nasceva ufficialmente quella che sarebbe destinata a diventare la più complessa e travagliata delle sette repubbliche indipendenti post-jugoslave: Franjo Tudjman e Slobodan Milosevic, emersi nel biennio precedente come padri padroni a Zagabria e Belgrado, si affrettarono a criticare la decisione negando l’esistenza stessa della Bosnia-Erzegovina come nazione, il secondo usando parole che, rilette ora, ricordano tremendamente quelle utilizzate 30 anni dopo da Vladimir Putin nei confronti dell’Ucraina. Conversando con l’inviato di “Time”, Milosevic ebbe infatti a dire, con tono ironico e beffardo: “La Bosnia non è mai esistita né mai esisterà, è solo un’opportunistica e cinica invenzione di Tito per bilanciare il potere serbo e croato nella Federazione jugoslava: il suo riconoscimento internazionale mi ricorda la nomina del cavallo di Caligola a senatore nell’antica Roma”.

È vero che c’erano stati solo alcuni brevi momenti di quasi autonomia o semi-indipendenza durante i secoli precedenti e che questa era la prima apparizione della Bosnia come stato indipendente sin dal 1453. È altrettanto vero che le animosità etno-nazionali erano arrivate al punto di massima violenza e confronto solo a seguito di pressioni provenienti dall’esterno del territorio bosniaco, soprattutto all’infuori delle principali città, da sempre terra di convivenza inter-etnica: così è stato anche negli anni successivi al ‘92, sia a livello regionale, nel drammatico contesto della disintegrazione jugoslava, sia dal punto di vista globale, nella fase di ridefinizione degli equilibri di potenza e dell’ordine internazionale dopo la fine della Guerra Fredda.

Come nasce una guerra

Quel 6 aprile 1992 era un lunedì e viene ricordato anche come la data d’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina, per una serie di concitati episodi che avvennero a Sarajevo, precisamente nello spazio di un paio di chilometri quadrati tra il palazzo del Parlamento, il “cubone giallo” dell’hotel Holiday Inn, il ponte di Vrbanja e le pendici della collina, nel quartiere di Grbavica dove si erano già posizionati i famigerati cecchini che saranno l’incubo dei sarajevesi nei 1425 giorni successivi, quanto sarebbe durato l’assedio più lungo del secolo.

In realtà, già nei giorni precedenti si erano alzate le barricate serbe in vari quartieri, si erano verificati scontri con vittime e l’assedio della parte centrale della città era un dato di fatto, nell’indecisione e spesso complicità delle truppe dell’esercito federale (la JNA, lì posta agli ordini del generale Kukanjac), ancora considerata come la quarta armata più potente al mondo, nonostante le pessime figure rimediate in Slovenia e in Croazia e che negli stessi giorni stava fiancheggiando i paramilitari serbi, le famigerate “Tigri di Arkan”, in veri e propri eccidi e operazioni di pulizia etnica a Bijeljina e nella valle della Drina, al confine orientale. Se quello che resta sono le immagini simboliche o iconiche, quella delle vittime innocenti della guerra bosniaca avrà il volto radioso di Suada Dilberovic, ventiquattrenne studentessa dalmata che il 5 aprile, nel “bloody Sunday” sarajevese, venne freddata da un cecchino mentre tentava di attraversare il ponte di Vrbanja con un gruppo di giovani manifestanti per la pace.

Il ritorno della guerra in Europa: anatomia di un conflitto

La guerra aveva fatto ritorno sul suolo europeo, per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale (considerando solo come brevi fiammate le pur cruente e brutali repressioni sovietiche delle insurrezioni a Budapest nel ’56 e a Praga nel ’68), marchiando a sangue la disintegrazione della Federazione jugoslava, a differenza di quella dell’Unione Sovietica, avvenuta contemporaneamente con fortissime tensioni ma senza grandi spargimenti di sangue.

Dopo la breve e quasi incruenta guerra d’indipendenza slovena, era stata la Croazia a essere insanguinata e a Vukovar venne riesumato, per la prima volta dagli orrori e dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale che avevano raso al suolo intere città, il termine “urbicidio” poi ripreso per Sarajevo, Mostar e Tuzla. Pochi anni dopo, un’altra terribile, quasi indicibile, parola verrà pronunciata in relazione alle atrocità sofferte dalla Bosnia, perché è stato a Srebrenica che l’Europa ha visto compiersi sul proprio suolo il più orrendo genocidio dopo l’Olocausto.

Pochi giorni dopo la firma a Parigi degli accordi di pace raggiunti a Dayton (Ohio, USA) alla fine del ‘95, Republika, l’unico giornale di opposizione a quei tempi a Belgrado, commentava così la guerra che aveva devastato la Bosnia nei quattro anni precedenti: “Questa guerra ha racchiuso in sé tutte le guerre conosciute dalla storia: è stata etnica, religiosa, civile, imperialista e d’aggressione, guerra della campagna contro la città, guerra per la distruzione della classe media, guerra per la terra e di sangue”. Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan completò la frase aggiungendo un’ulteriore (e innegabile per coloro che quei fatti li avevano osservati costantemente e da vicino) definizione, quella di vera e propria, seppur nascosta, guerra mondiale: “In Bosnia-Erzegovina è in corso una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia-Erzegovina convergono tutte le essenziali contraddizioni di fine secolo e d’inizio del terzo millennio”.

L’inerzia internazionale e la svolta a Dayton. Dall’inferno al purgatorio

La dimensione internazionale della disintegrazione jugoslava, e della “guerra dei 10 anni” che ne seguì, è stata caratterizzata dall’incapacità della comunità internazionale di intervenire, prima per evitare gli sviluppi bellici, prevedibili e da molti ben previsti, poi almeno per fermare la guerra ed evitare che toccasse, soprattutto in Bosnia, tali punte di atrocità e disumanità. Abbiamo assistito a un “triumph of the lack of will”, per dirla con l’espressione dello storico britannico James Gow: l’inadeguatezza e l’incoerenza delle politiche di tutte le “forze mondiali” citate da Annan, legate alla questione principale della volontà politica sull’uso della forza, sono state alla base del fallimento, che infranse le nozioni esistenti sulle modalità di intervento della comunità internazionale nelle crisi globali o regionali e di gestione delle loro conseguenze umanitarie.

In realtà, non mancò solo la volontà ma anche la visione, poiché tutti gli attori internazionali, anche multilaterali, erano guidati da analisi parziali e incomplete del conflitto e delle forze in campo, spesso infarcite di pregiudizi, per nulla verificati sul campo, e rispondenti in primo luogo ai propri interessi nazionali e di parte. Dopo quasi quattro anni di guerra, alla fine del ’95 si giunse alla fine delle ostilità, grazie al mutato atteggiamento internazionale – e degli Stati Uniti di Bill Clinton in primo luogo – e all’intervento aereo della NATO contro le postazioni e gli arsenali dei serbo-bosniaci situati a Pale, nei dintorni di Sarajevo. Da allora il nome di Dayton, cittadina nel cuore profondo americano, ha finito per rappresentare il destino stesso della Bosnia-Erzegovina, vale a dire il passaggio dall’inferno di una guerra orribile costata oltre 100 mila morti, a un purgatorio segnato dall’assenza di un vero e proprio conflitto armato ma dalla persistenza di una pace fredda, vuota e paralizzante, lontana da ogni situazione di normalità e da ogni prospettiva di progresso civile, sociale ed economico.

La trappola etnica

Il nocciolo della questione bosniaca può essere così riassunto: il sistema di “governance” instaurato con la costituzione inclusa negli accordi di Dayton (Annex IV), necessario, giustificato e finanche essenziale nel breve periodo per il mantenimento e il rafforzamento della pace, si è rivelato nel medio e lungo periodo del tutto inefficiente e addirittura dannoso per una vera riconciliazione e un autentico progresso del paese, risolvendosi nella cristallizzazione delle divisioni etniche, in una partizione “de facto” e nella costruzione di uno stato centrale debole e paralizzato, ostaggio di una classe politica inetta e interessata solo al mantenimento del potere e dei benefici connessi, basata sulla legittimazione etnica e con scarsa presa sulla maggioranza della popolazione, scivolata ormai in un fatale senso di rassegnazione diventato semplice fonte di riproduzione del consenso nazionalista e populista.

La chiave di volta per la stabilità e il progresso della Bosnia-Erzegovina, più degli altri paesi balcanici, doveva essere la “prospettiva europea”, sancita a Salonicco nel giugno 2003: tuttavia, dopo un promettente avvio, il processo che doveva gradualmente ma decisamente portare all’adesione all’Unione Europea, o quantomeno alla candidatura, ha prima rallentato e si è poi bloccato (come l’intero processo di allargamento nei Balcani Occidentali) con l’UE che, senza visione né volontà, invece di europeizzare i Balcani ha finito paradossalmente per balcanizzare sé stessa.

L’ultima crisi e la minaccia esistenziale

Negli ultimi nove mesi, la Bosnia-Erzegovina è tornata al centro dell’attenzione mondiale a causa di un crescendo di tensioni innescate dalle ripetute e clamorose minacce di Milorad Dodik, da 15 anni l’uomo forte serbo-bosniaco, di trasferire all’entità serba competenze essenziali delle istituzioni comuni, in materie delicate come la difesa e la sicurezza, la fiscalità e la sanità. Molti osservatori hanno concluso che il già fragile status quo del paese stia affrontando la sua più grave minaccia esistenziale del dopoguerra, con timori di un’aperta secessione e perfino evocando lo spettro del ritorno alle armi. Esaminando la successione degli eventi, emerge una duplice crisi provocata dalle forze centrifughe delle due maggiori tendenze etno-nazionaliste, quella serba (in maniera estrema per le esternazioni e azioni di Dodik) e quella croata (in modo meno eclatante ma pur insidioso), ma la crisi è stata aggravata anche dalla dimensione esterna: i maggiori attori mondiali (Washington e Bruxelles da una parte, Mosca dall’altra, con Pechino silente e pronta a intascare i ritorni economici ampliando fino al cuore dell’Europa la via della seta) e regionali (Belgrado e Zagabria) hanno accentuato le divisioni invece di ricomporle.

È vero che Washington ha imposto sanzioni economiche a Dodik e ai suoi accoliti, ma è anche vero che gli effetti concreti di tali iniziative sono limitati e quasi simbolici. A Bruxelles, intanto, non si è trovato neanche il consenso necessario per imporre le più temute sanzioni europee. Al contrario, da Bruxelles sono arrivati segnali incerti e contraddittori, con una poco comprensibile pressione per far accettare le richieste croate per una riforma parziale della legge elettorale in senso favorevole al partito nazionalista croato (che renderebbe ancora più stringente la “gabbia etnica”) e addirittura con aperture alle richieste di Dodik sull’abrogazione degli emendamenti alla legge di negazione del genocidio, la cui imposizione è stata il pretesto per il boicottaggio delle istituzioni comuni da parte dei membri serbi. In definitiva, l’impressione è che stia prevalendo un approccio “minimalista” con la ricerca di compromessi a breve termine, ignorando l’amara verità: fino a quando non ci sarà una riforma completa del sistema costituzionale che permetta alla Bosnia-Erzegovina di diventare un paese funzionale, ogni crisi può solo essere alleviata e i suoi effetti nefasti solo rinviati e mai risolti alla radice.

Effetto Ucraina e “last chance café”?

In questi giorni il mondo intero è profondamente scosso dalle immagini degli orrori dell’invasione russa dell’Ucraina, di fronte alle quali è impossibile non tornare con la mente a quelle di 30 anni fa descritte all’inizio di queste note. Del resto, in Bosnia-Erzegovina, come nel resto dei Balcani occidentali (basti pensare al Kosovo), la crisi russo-ucraina è stata seguita sin dall’inizio con il fiato sospeso, per i timori di inevitabili ricadute.

Premesso che dal 24 febbraio di quest’anno sarebbe preferibile se si fosse tutti umilmente cauti nel dichiarare la probabilità o l’improbabilità di qualsiasi scenario internazionale, bisogna riconoscere che l’apertura di un “secondo fronte” da parte della Russia imperial-putiniana (tenendo presente che Mosca ha apertamente sostenuto le rivendicazioni di Dodik) nei Balcani, in Bosnia ancor più che in Kosovo (dove è presente tuttora un’ingente forza di stabilizzazione NATO), è uno scenario da non ignorare. A parte inutili speculazioni, la verità è che l’invasione russa ha sostanzialmente cambiato ogni equazione riguardante la sicurezza in Europa e l’intero futuro del continente.

Ciò richiede una calibrazione urgente, in teoria e in pratica, della strategia occidentale nei confronti dei Balcani e del vicinato orientale dell’UE: Bruxelles non può più rimandare una rapida ed efficace revisione delle proprie politiche di allargamento e vicinato che non sono riuscite né a catalizzare le necessarie riforme nei paesi “in lista d’attesa” né ad assicurare un coerente quadro di stabilità e sicurezza. In quest’ambito, abbandonare lo sterile tatticismo burocratico e l’approccio minimalista e tentare di risolvere il “conundrum” bosniaco affrontando il “nocciolo della questione” dovrebbe essere la priorità. Ma è questione urgente, di giorni o settimane, non di più: per la Bosnia ci sarà forse un “last chance café” e sarebbe un tremendo errore lasciarselo sfuggire.

Michael L. Giffoni (New York, 1965), da diplomatico di carriera dal 1992 al 2014 ha ricoperto numerosi e delicati incarichi nazionali ed europei. Dopo aver trascorso gli anni ’90 in Bosnia e nel resto dell’ex-Jugoslavia in guerra, è stato Capo della Task-force per i Balcani dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Javier Solana, poi per 5 anni primo Ambasciatore d’Italia in Kosovo (2008-2013) ed infine (2013-14) Capo Ufficio per il Nord Africa e la Transizione araba al Ministero degli Affari esteri.

Srebrenica: un genocidio ormai dimenticato

11 luglio 2011 - Potocari Bosnia i Herzegovina

Una donna prega. Prega in mezzo ad altre bare, centinaia di altre bare.
Altre donne tra le 520 bare di quell’anno.
Chi c’è in quella bara? Sicuramente un uomo, un padre, un marito, un fratello o un figlio.
L’11 luglio del 1995, tutti gli uomini sopra i 15-16 anni furono radunati e uccisi nell’arco di 48 ore perché “musulmani” dalle truppe serbe entrate in Srebrenica grazie alla noncuranza dei Caschi Blu dell’ONU che abbandonarono al loro destino gli abitanti di quella insanguinata città.

Fu un genocidio. La prima stima fu di 8732 vittime della pulizia etnica compiuta dai serbi.
Ogni anno altri resti vengono trovati occasionalmente al rinvenimento di fosse comuni che i carnefici hanno frammentato prima della ritirata.

Solo grazie al dna sarà possibile dare un nome ai frammenti di ossa che si trovano nelle fosse comuni gli anni successivi alla strage.

La cifra di quelle vittime continua a crescere ogni anno.

Chi ci sarà in quella bara?

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