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Hidden Spirits, lo spirito di Scozia si cela fra i vicoli di Ferrara

La sua bottega si chiama Hidden Spirits. In effetti anche lui è uno spirito nascosto tra le viuzze del centro storico di Ferrara, dove, quando meno te lo aspetti, spunta questa piccola vetrina che lascia intravedere uno scrigno di bottiglie.

Mentre siamo dentro, un ragazzo si affaccia sulla porta e chiede: “Vendete whisky irlandese?”. “No, solo scozzese”, è la risposta di Andrea Ferrari, che dal 2013 ha fondato in città una piccola azienda che seleziona, imbottiglia e commercializza single malt scotch whisky.

Originario del Lago di Garda, Ferrari è un dottore agronomo consulente della Regione Lombardia, arrivato qui nel 2005 per amore di una ferrarese.

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“Per il mio lavoro di consulente che porto ancora avanti, mi sono spesso occupato di aziende vitivinicole. Quel che mi interessava era in particolare la distillazione. E’ così che ho conosciuto il settore del whisky e mi sono innamorato della sua magia, al punto che ho iniziato a scrivere un blog: www.whiskynews.it. Poi sono cominciati i viaggi in Scozia per conoscere aromi, sapori e persone”.

Quando Andrea ha capito cosa gli piaceva, ha deciso di voler imbottigliare le qualità che pian piano scovava. Per questo però, era necessario avere una propria azienda: è così che è nata la Hidden Spirits.
Quello del whisky è un mondo tanto affascinante, quanto complesso. In Scozia, dove il distillato è una risorsa preziosa, i disciplinari sono molto severi: l’imbottigliamento deve avvenire su suolo scozzese.
Inoltre non bisogna entrare in concorrenza con la distilleria da cui si prende il whisky, che normalmente ha una sua linea. Per questo ogni etichetta, deve essere sottoposta all’approvazione della Single Malt Whisky Association.

“Quello che faccio io, è un independent bottling, cioè un imbottigliamento indipendente, mentre quello delle distillerie si definisce original bottling. Concretamente mi reco nella distilleria e il master distiller mi fa fare un assaggio direttamente dalla botte. Se mi piace, la acquisto. Solitamente acquisto hogshead, botti da cui si possono ricavare dalle 160 alle 250 bottiglie, per questo le mie sono tutte serie limitate e ciò ne aumenta il valore. Io acquisto prevalentemente whisky stagionati in botti ex bourbon, (che precedentemente contenevano il distillato americano), in quanto esaltano la qualità del distillato whisky. Fino ad oggi tutti i miei imbottigliamenti sono stati “single cask”, cioè provenienti da singola botte.

Qual è il valore aggiunto che un imbottigliatore può mettere nel whisky?
“Una volta acquistata la botte, faccio diverse prove di diluizione con acqua distillata, per capire qual è il grado alcolico che esalta maggiormente le caratteristiche di quel whisky. A volte l’alcol nasconde i profumi come il bouquet fiorito o la freschezza del gelsomino, e la diluizione può farli riaffiorare. Inoltre a me spetta la scelta dell’etichetta. Finora mi sono mantenuto sul classico, elaborando vedute dei luoghi di origine del whisky, ma il mio progetto è quello di coinvolgere pittori ferraresi per fare etichette artistiche. Ora sto lavorando con Alessio Bolognesi, in arte Sfiggy per la prima della serie. Ho anche rivoluzionato il packaging: invece del classico tubo di cartone, ho ideato una scatola in Mdf, un derivato del legno. L’obiettivo è modernizzare la bottega e raggiungere un pubblico giovane. Sono un selezionatore italiano, e questo ha un valore. Non solo perché quando porto un pezzo di parmigiano mi aprono le stanze segrete delle distillerie, ma anche perché ci posso mettere stile, design e imprevedibilità”.

Essere italiano, all’estero, ha anche risvolti negativi?
“Si, per esempio mi obbligano al pagamento anticipato e senza sconti. La nostra fama nazionale è quella di pagare in ritardo, al ribasso e peggio ancora di falsificare il prodotto. Ora che alcuni hanno iniziato a conoscermi, mi concedono capacità di credito, ma è raro, non si fidano di noi italiani, dispiace dirlo, ma per colpa di pochi ci siamo fatti una cattiva reputazione”.

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Tanta passione e tanta creatività, ma c’è anche un guadagno?
“Quello del whisky è un mercato di nicchia. Il mio lo è ancora di più. E’ un prodotto caro, le bottiglie vanno dai 50 ai 600 euro. Gli acquirenti sono estimatori che cercano la qualità, o collezionisti che cercano la bottiglia unica. Ora sta andando molto bene il mercato asiatico, sto allacciando rapporti commerciali in Olanda e Francia. In Italia la cultura del single malt whisky è limitata, si preferiscono altri distillati come la grappa. Inoltre la capacità media di un italiano per l’acquisto di una bottiglia di whisky è di 70 euro, quella di un austriaco 250, di uno svedese 700, ovvio quindi che uno degli obiettivi principali sia quello di rivolgermi al mercato straniero. Mi piace però fare anche delle cose qui, per esempio sto organizzando una degustazione con una trattoria del centro per far conoscere i diversi tipi di whisky. L’italiano predilige quello torbato”.

Nonostante le tante difficoltà, cosa ti spinge ad andare avanti?
“Questa è una passione trasformata in lavoro. Andare a ricercare le botti, scovare tesori nelle warehouse, è questo quello che mi motiva. Alla fine il whisky non è altro che acqua, orzo e lieviti, quello che fa la differenza sono la magia della distillazione, il dolce invecchiare delle botti nelle warehouse e le storie. Dietro ad ogni whisky ce n’è una, come quella della distilleria Caol Ila, la prima dove sono stato, che affaccia sulla costa e quando ci sono le mareggiate, gli spruzzi e gli aromi del mare invadono le cantine e si sposano con le botti, conferendo un sapore tutto particolare al distillato. Ogni botte all’interno della warehouse ha una propria storia. Così ogni bottiglia ha il suo racconto”.

(foto di Stefania Andreotti)

L’OPINIONE
Fuochi e Sgarbi infiammano Ferrara

Mentre si spegne l’eco dei botti di Capodanno che producono fremiti e ohhhh di meraviglia di fronte all’incendio del Castello nella città estense, o i concerti nelle piazze fiorentine, seguiti dai fuochi d’artificio tra frotte inenarrabili di turisti che si fanno scudo della grande bellezza per proclamare il dogma immortale dell’ “anche io c’ero!” testimoniato dai milioni di selfie, rimane quel retrogusto amaro nel non volere arrendersi alla noia prodotta e provocata dal voler essere per forza in pista in quella notte. La mia irriducibile avversione ai botti risale forse alla paura del fuoco o forse più verosimilmente alla notte del bombardamento di Ferrara, quando bambinetto fuggivo verso il rifugio in braccio alla mamma, inseguito dai tonfi sordi e dalle lingue di fuoco che s’alzavano circondandoci. Ci sono, a mio avviso, momenti migliori per passare quella manciata di ore tra Natale e Capodanno. Penso ai bellissimi film che sono riuscito a vedere nel tempo propizio ai cinepanettoni: da “Jimmy’s Hall” a “Saint Vincent”, passando per “Il giovane favoloso” a “Torneranno i prati” e, alla televisione, l’immortale “A qualcuno piace caldo” e “Il giardino dei limoni”. Storie di emarginati e di poeti, o di irrisolvibili contrasti e conflitti: Irlanda, Palestina, Israele, la Prima guerra mondiale. Il mondo reale, la verità riscoperta attraverso l’arte.

Così, in questi momenti inopportuna e stridente si leva la polemica sulla mostra del Bastianino e sul destino di Casa Minerbi che il critico Vittorio Sgarbi irride, forse senza saperne il destino e la fruizione imminente. Sembra quasi che i ferraresi affascinati da parole forti e scaltramente pronunciate s’abbandonino, come nell’incendio del Castello, a perdersi tra botti e fuochi dell’intelligenza e del mestiere. La memoria corta così tipica di “Ferara” s’infiamma e si compiace nel denigrare ciò che è frutto di progetti, criticabili quanto si vuole, ma sempre sostenuti da una meditata consapevolezza. E’ stato così nella Ferrara “smangona” e, solo per fare esempi recenti, per il progetto Ermitage, per il ridimensionamento dell’Istituto di studi rinascimentali e per molto di quello che si è tentato di costruire per uscire dalle Mura, a volte paradiso, a volte carcere della depisissiana città pentagona.
Non è scetticismo né tantomeno pensiero negativo.
La constatazione di ciò che la nostra città invidia a se stessa deve essere impegno etico a resistere e a non abbandonarsi all’ovvietà. Perciò bisogna controbattere alle provocazioni: specie quelle intellettuali, sapendo però che quasi sempre si è destinati a perdere.
Si veda la magnifica proposta di Piero Stefani su come dare contenuti forti al Museo dell’Ebraismo, caduta nel vuoto. Si assista alle splendide conferenze organizzate dall’Istituto Gramsci sul “carattere degli italiani”, seguitissime, applauditissime. E poi? Si considerino le mani alzate dopo la reprimenda di Vittorio Sgarbi sulla mostra del Bastianino alla domanda su quanti avessero visitata l’esposizione: tre! nella sala stracolma che applaudiva toto corde.

Dovremmo dichiararci sconfitti? Eh no! Anzi, sono queste le prove che ci devono indurre a non lasciare la presa. Che all’incendio del Castello, nella mente, si può contrapporre la riposata e placida constatazione di quanto sia straordinario far fiorire gli alberi dei limoni e non abbatterli come nello splendido film di Eran Riklis.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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