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IL DOSSIER SETTIMANALE
Accordi: la musica da ascoltare… e da leggere


Accordi: tre modi di raccontare una canzone. Un brano alla settimana scelto da Ferraraitalia, da ascoltare, vedere e apprezzare seguendone musica, testo e immagini.
Ma anche e soprattutto (perché no?) guardandone l’altra faccia, quella insolita, proposta dai nostri articolisti, Carlo, Fulvio e Andrea, che ognuno alla propria maniera raccontano la musica attraverso storie, sensazioni, aneddoti, emozioni, ricordi, immagini nella mente.
La scelta è varia, per nulla scontata.
Buona lettura e buon ascolto.

ACCORDI PAROLE E MUSICA. IL DOSSIER N. 10/2017 – Leggi il sommario

Lucio Dalla: la Trilogia della rinascita

La settima luna era quella del luna park, lo scimmione si aggirava dalla giostra al bar…”. Inizia così “La settima luna”; il primo brano dell’album “Lucio Dalla” del 1979, quello di “Anna e Marco”, “Milano” e soprattutto “L’anno che verrà”.
“Trilogia” è il cofanetto con i tre dischi che stravolsero la vita di Lucio Dalla: “Com’è profondo il mare” (1977), “Lucio Dalla” e “Dalla” del 1980. Le tre opere, prodotte dalla Rca Italiana diretta da Ennio Melis, segnarono in modo indelebile la discografia italiana. Il grande successo fu diretta conseguenza della maturazione dell’artista bolognese e della scelta di fargli scrivere i testi delle sue canzoni, al termine dell’importantissima collaborazione con il poeta Roberto Roversi.

Il box contiene i tre cd e il dvd di “Banana Republic”, il film del concerto portato in giro per l’Italia insieme a Francesco De Gregori e Ron nel 1979, oltre a un booklet di 150 pagine, con foto inedite, interviste e rarità. La prefazione è opera di Walter Veltroni, mentre il primo capitolo è scritto da Alessandro Colombini, il produttore dei dischi che cambiarono la vita a Dalla.
Sfogliando le pagine del libro si possono leggere i racconti di Gaetano Curreri, Ricky Portera, Michele Mondella, John Vignola, Renzo Arbore, Giovanni Pezzoli, per immergersi nel mondo di Lucio grazie a ricordi e curiosità, come quella di Ron: “… lo trovavo sempre accartocciato in un angolo, su un tappeto o un cuscino, rintanato a farsi venire delle idee”.

Com’è profondo il mare
Ennio Melis chiamò Alessandro Colombini invitandolo a Roma per ascoltare un nuovo brano di Lucio Dalla, si trattava del provino di “Com’è profondo il mare”. Il giorno dopo il produttore incontrò Ron, Dalla e Cremonini per conoscerli meglio e visionare quanto realizzato sino a quel momento. Nel suo ricordo Colombini afferma: “Erano canzoni eccezionali, la scrittura di Dalla, i suoi testi, davano incredibili emozioni”.

Lucio Dalla 1979
In occasione della realizzazione del secondo disco della nuova vita artistica di Lucio, si aggiunse Giampiero Reverberi che aveva già lavorato con Lucio Battisti, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Luigi Tenco e altri grandi della scena musicale. Reverberi scrisse e diresse gli archi di “Anna e Marco”, “Tango”, “Notte”, e “L’anno che verrà”. Il disco fu un successo clamoroso, tutti cantavano “L’anno che verrà” e “Cosa sarà”, il duetto con Francesco De Gregori preambolo di “Banana Republic”. L’album fu registrato negli Stone Castle Studios di Carimate, sotto le cure dell’apprezzatissimo tecnico del suono Ezio De Rosa, che ne realizzò il mix insieme a Colombini.

Dalla 1980
“Dalla” è l’album di “Balla balla ballerino” e soprattutto di “Futura”, anche questo fu un successo clamoroso, 8 singoli racchiusi in un disco, come forse soltanto Lucio Battisti era in grado di fare.
Racconta Colombini: “Nei dischi di allora erano le radio a scegliere i pezzi da trasmettere, anche se noi tentavamo di dare un indirizzo alle loro scelte. Cercammo disperatamente di non promuovere radiofonicamente “Balla balla ballerino”, una canzone che assomiglia a un jingle: appena l’ascolti la impari subito e così va a finire che le radio trasmettono solo quella e trascurano tutti gli altri pezzi. Non ci fu niente da fare, tutte le radio trasmisero “Balla balla ballerino”, poi, da sole si accorsero di “Futura”, “Cara”, e le altre”. Alla realizzazione dei tre lavori o ellepi, come si diceva all’epoca, partecipò Renzo Cremonini come produttore esecutivo e organizzazione.

Banana Republic – il film
Il film propone interpretazioni uniche di brani come “Disperato erotico stomp” di Dalla e “Bufalo Bill” di De Gregori, oltre all’arrangiamento a quattro mani di “Ma come fanno i marinai”. Come ha ricordato il fotografo Roberto Villa, presente al concerto inaugurale di Savona del 4 giugno 1979: “Così tra un assolo al clarinetto di Dalla ed un duo con De Gregori, per tre ore di grande musica popolare, un cocktail di Jazz e rock, di melodia italiana e ironia bolognese, era partito quel Tour”.
Nel booklet non manca un ricordo di Renzo Arbore, legato a quell’epico concerto: “Per la trasmissione Tv “L’altra domenica” registrammo i suoi concerti, compreso “Banana Republic”, uno spettacolo che mi affascinò moltissimo anche per lo straordinario gusto che accompagnava le esibizioni di Dalla, un gran parlatore e un grande inventore di gag e di spunti insoliti. Usava l’attacco di una canzone napoletana “Addio mia bella Napoli”, mentre con De Gregori si dibattevano con il rispettivo repertorio”.

Il cofanetto ha una veste pratica ed elegante, i dischi sono racchiusi tra la seconda di copertina e la quarta, in modo tale che estraendoli non si corra il rischio di rovinarli, come accade sempre più spesso nei packaging di ultima realizzazione.
Il libro raccoglie testimonianze preziose, utili per contestualizzare il lavoro di Lucio Dalla e il periodo storico in cui la Rca Italiana lo produsse. Leggere il booklet, mentre si ascoltano le canzoni, porta un po’ indietro nel tempo. Chi non conosce le opere del cantautore bolognese ha l’occasione di poterle apprezzare ed apprenderne la genesi grazie alle testimonianze rilasciate in prima persona dai protagonisti di allora. Il film di “Banana Republic” è un’importante operazione di recupero, la cui valenza è ben riassunta in una dichiarazione di Francesco De Gregori di qualche tempo fa: “…quel tour è ricordato come uno snodo fondamentale della musica italiana. Perché esiste il duetto che diverte te stesso e quello che diverte gli altri. È questo è il più raro”.

INSOLITE NOTE
Il ritorno del ‘Rovescio della Medaglia’: il chitarrista Enzo Vita racconta

Il Rovescio della Medaglia esordì discograficamente nel 1971 con l’album ‘La bibbia’, pubblicato dalla RCA Italiana. La formazione era composta dal chitarrista Enzo Vita, il cantante Pino Ballarini, il bassista Stefano Urso e Gino Campoli alla batteria.
Uno dei punti di forza del RdM sono state le esibizioni dal vivo, come dimostra lo stesso disco d’esordio, registrato in presa diretta con la ‘complicità’ di Enzo Martella e Ubaldo Consoli, due dei fonici più preparati della casa discografica romana. Martella si è occupato anche del missaggio, riuscendo a fare emergere i “suoni giusti” per la band.

Nel 1972 il gruppo pubblicò ‘Io come io’ ma la svolta avvenne con il successivo ‘Contaminazione’, orchestrato dal Maestro Luis Enriquez Bacalov, reduce da analoga esperienza con New Trolls e Osanna. Ventiquattro anni più tardi Bacalov avrebbe vinto il Premio Oscar per le musiche del film ‘Il postino’, interpretato da Massimo Troisi.
‘Contaminazione’ è uno dei migliori dischi progressive italiani. Il titolo traccia il contagio tra rock e musica sinfonica, caratterizzato da sonorità ampie e articolate nei vari movimenti, con l’uso di sezioni orchestrali di stampo classico insieme a strumentazioni rock. I testi dell’album, di Sergio Bardotti e Sergepy, raccontano la confusione mentale di Jim McCluskin, fantomatico musicista scozzese del ‘700 che, di ritorno da un viaggio in Nepal, si convinse di essere l’’incarnazione di Isaia Somerset, presunto figlio illegittimo di Johann Sebastian Bach.
Nel 1973 Franco Di Sabatino (tastiere) entrò a far parte del gruppo e partecipò alla registrazione dell’album, pubblicato all’estero con il titolo di ‘Contamination’; negli Stati Uniti fu edito dall’etichetta Peters International Records.

Enzo Vita al Planet. Foto Andrea Stevoli

Nel 1976, anche a causa del furto del potente e costoso impianto di amplificazione, il gruppo si sciolse, non prima di avere realizzato un 45 giri in lingua inglese: ‘Let’s all go back/Anglosaxon woman’. La fama della band romana e di ‘Contaminazione’ non si è fermata agli anni Settanta e all’Italia, recentemente il rapper americano Kanye West ha inserito, nel brano ‘Famous’, il campionamento di un verso tratto da ‘Mi sono svegliato e… ho chiuso gli occhi’.
Grazie a Enzo Vita la band pubblicò due dischi negli anni novanta per poi tornare nell’ombra fino al 2011 con ‘Microstorie’, scritto e prodotto interamente dall’inesauribile chitarrista. Nell’aprile del 2013 il Rovescio della Medaglia si è esibito in Giappone, partecipando all’Italian Progressive Rock Festival di Tokio, eseguendo ‘Contaminazione’ per la prima volta interamente dal vivo.

Il 14 ottobre 2016 il Rovescio ha pubblicato ‘Tribal Domestic’, il nuovo album prodotto tra Italia e Stati Uniti. Il missaggio della suite è stato effettuato a Roma da Fabio Ferri, mentre il mix degli altri brani è opera di Fabio Grossi, presso il Sound of Pisces Music di Los Angeles. Oltre a Vita e al cantante Chris Catena, il disco è suonato da John Macaluso, Janne Stark, Cristiano Micalizzi, Nalle Pahlsson, Gianluca Catalani, Vivien Lalu, Fernando Petry, Rino Amato. La suite iniziale di 15 minuti che dà il titolo all’album è eseguita con l’Orchestra Filarmonica Calabrese diretta da Alexander Frey. Dopo tanti anni, anche se soltanto nel brano ‘L’apocalisse’, Pino Ballarini è ritornato a cantare con la band.

Enzo Vita Live. Foto Andrea Stevoli

Come nasce il RdM?
Nasce dall’esigenza di trovare una situazione che ponesse rimedio all’insoddisfazione del mio vivere. Quando non si è soddisfatti di quello che si sta facendo bisogna inventarsi la vita. A quel tempo avevo un lavoro e non mi mancavano soldi, automobili (Morgan), abiti, ma era una vita monotona e poco impegnativa, inoltre mi piaceva rischiare e mettermi in discussione, cosa che non consiglio ad altri.

Nel 1973 la RCA pubblicò ‘Contaminazione’, l’album nato dalla collaborazione tra il RdM e Luis Bacalov, con i testi di Sergio Bardotti e Sergepy…
Si, questo avvenne dopo che il direttore artistico Riccardo Michelini si rese conto che avevamo bisogno della guida di un maestro. Ci trovammo molto bene con Luis Bacalov, ricordo che gli raccontavamo la nostra visione musicale e lui, visti i risultati, ha saputo cogliere benissimo le nostre idee.

Il vostro successo ha oltrepassato i confini nazionali sino ad arrivare negli Stati Uniti e in Giappone, dove il prog italiano è amatissimo…
Nel tempo è accaduto che all’estero si siano accorti di noi. Tre anni fa siamo andati in tour proprio in Giappone, dove ci aspettavano da 40 anni, per eseguire l’intera opera di ‘Contaminazione’, con una grande orchestra. Il Giappone è un paese eccezionale, ne ho un ricordo bellissimo, grazie anche a un’organizzazione perfetta e alle tante persone stupende che ho conosciuto.

‘Contaminazione’, nel 1975, divenne ‘Contamination’, per il mercato estero…
A quell’epoca le filiali nazionali della RCA collaboravano tra di loro, distribuendo le opere di quegli artisti che potenzialmente avevano i numeri per imporsi all’estero. Nel nostro caso vennero a conoscerci degli ingegneri del suono inglesi, attirati dal fatto che il disco era stato registrato in quadrifonia. Da qui nasce la scelta di produrre l’album, ricantato in inglese, anche per il mercato estero.

Dallo scioglimento del gruppo a ‘Tribal domestic’ la strada è molto lunga…
C’è stato un mio ‘spaesamento’ durato circa vent’anni, anche se seguitavo a studiare, suonare e ad aiutare band di amici. Dopo lo scioglimento del gruppo dovevo andare a Londra per lavorare con Peter Gabriel ma, come già detto, ero veramente affranto e così sono arrivato in ritardo e l’occasione sfumò. Superato tutto questo ho deciso di riprendere la mia linea originale, senza dare ascolto ai vari produttori, così è nato ‘Microstorie’, subito accettato dalla Sony, e poi ‘Tribal Domestic’.

Come nasce il nuovo disco?
Volevo realizzare qualcosa di diverso, sempre tenendo conto del mio spirito musicale (tribal), per circa un mese ho lavorato in casa tutti i giorni a questo progetto (domestic), prendendo spunto da quello che avevo fatto il giorno prima. Con Chris Catena, mio vecchio amico e gestore di un’agenzia di musica classica, ne abbiamo stabilito lo sviluppo e, visti gli ottimi trascorsi come cantante, deciso che sarebbe stato lui la voce principale. “Tribal” era terminato già da due anni ma, parlando con gli organizzatori del tour giapponese, si è deciso di realizzarlo insieme a un’orchestra sinfonica. Ecco spiegato il motivo per cui il CD è stato pubblicato con un certo ritardo.


Quando Pino Ballarini lasciò il gruppo, per un breve periodo fu sostituito da Michele Zarrillo, che rivedremo al prossimo Festival di Sanremo…

Pino ha vissuto fuori dall’Italia per circa 40 anni, quando è tornato gli ho chiesto di cantare una canzone del nuovo album e sicuramente sarà presente anche nei live. Con Michele Zarrillo, dopo che Pino lasciò la band, abbiamo fatto delle prove e ha cantato con noi per quattro o cinque concerti. Resta da dire che sia Pino sia Michele hanno una gran bella voce.

Come avete vissuto l’epoca nella grande famiglia della RCA Italiana?
Ricordo con piacere il periodo della RCA perché tutti si interessavano agli artisti, a cominciare dal direttore generale Ennio Melis, il direttore artistico Michelini, Enzo Martella il fonico della “Bibbia”, l’ingegnere del suono Franco Finetti, i vari produttori interni e anche Gino, il simpaticissimo barista del famoso bar RCA. Mi capitava di incontrare Lucio Dalla, Fiorella Mannoia, Riccardo Cocciante, Renato Zero, Angelo Branduardi e tutti i cantautori dell’epoca, molti dei quali aprivano i nostri concerti usufruendo della nostra strumentazione basata sull’impianto di amplificazione Mack da oltre 6.000 Watt, che a quell’epoca era all’avanguardia.

Fotografie di Andrea Stevoli

Prima della registrazione dell’album “La bibbia”, le voci del RdM furono Gianni Mereu e Sandro Falbo
Ingegneri del suono di “Tribal Domestic”: Fabio Ferri (Roma), Fabio Grossi (Los Angeles), Andrea Pettinelli (Latina)
Tribal Domestic;
Testi e musiche di Enzo Vita, tranne “La sacra eternità”: musiche Enzo Vita – Stefano Urso, testo Enzo Vita, ispirata a “Il diluvio” da “La Bibbia”;
Archi aggiuntivi: Layer Bows, Mario Gentili, Giuseppe Tortora;
Orchestrazione: Rino Amago – Enzo Vita

Rovescio della Medaglia: L’origine (da Tribal Domestic, 2016):

Il suono della speranza: approdo brasiliano per Delef cantautore errante

di Cristina Boccaccini

Suoni che evocano speranza, gioia, amore, temi che non bisogna mai smettere di cantare e di declinare, soprattutto ora, senza scadere nelle edulcorazioni semplicistiche, offrendo soluzioni per respirare, non effimere bolle di sapone. Rivoluzioni che fanno poco rumore ma con la forza di arsenali nucleari, in grado di abbracciare aree geograficamente e sentimentalmente vaste, imbracciando una chitarra.
E’ questo il progetto di “Delef”, alias Michele Cuccu, cantautore errante, con radici comacchiesi ma rami orientati verso l’America Latina. Per motivi di studio è approdato in Brasile, terra di contrasti e commistioni, dal panorama culturale vivace e variegato, che gli ha dato la possibilità di intraprendere un viaggio musicale tuttora in atto, ancora non impresso su disco, sospeso tra musica popolare brasiliana e canzone italiana, raccontando storie di ingenuità e speranza.

In cosa consiste il progetto Delef?
E’ un progetto in continuo divenire, che vede le proprie origini sonore in un altro gruppo musicale comacchiese, gli Swamp, fondato dieci anni fa, insieme ad altri amici musicisti, tra cui Alfredo Mangherini, che collabora tuttora con me. Nel 2014, arrivato in Brasile, componevo canzoni tra le quattro mura della camera da letto, col solo ausilio di una chitarra classica e della mia voce. Sono tornato in Italia un anno fa e ho registrato i brani grazie all’aiuto del producer di musica elettronica Andrea Ferroni. Da poco si è aggiunto al progetto anche Michele Baroni, che si occupa delle percussioni.

Come funziona per te il processo creativo?
Il processo creativo costituisce un bisogno di espressione a cui non posso sfuggire. La libertà è essenziale per la creatività. Di solito sviluppo prima la melodia, partendo da un accordo sulla chitarra, poi passo alla voce, infine ai testi, attingendo da poesie mie che cerco di adattare di volta in volta alla struttura musicale.
Nell’immaginario collettivo la musica popolare brasiliana (MPB) è associata all’idea di festa e celebrazione della gioia. Mi piace costruire canzoni in cui pulsi la varietà e l’energia dei ritmi tipici del Brasile, su cui inserire melodie di sapore allegro o malinconico. Il tutto con un’attenzione particolare alla contaminazione tra suoni e culture diverse, una sorta di cannibalismo culturale, tendenza insita nella stessa cultura brasiliana, la cui tradizione si ciba spesso e volentieri di influenze esterne da parte di popolazioni come quelle americane, africane ed indigene, per poi rielaborarle.

I testi di cosa parlano?
Ho scritto iniziato a scrivere testi in portoghese mentre ero in Brasile, ma quando per motivi burocratici sono stato costretto a tornare in Italia, ho adottato l’italiano. Le due lingue fanno parte di me, in un modo o nell’altro, e le ho utilizzate per veicolare un messaggio di speranza. Nella canzone Tempo dei sogni, ad esempio, dico che essi possono essere rincorsi e vissuti, la chiave sta nella nostra forza di volontà. In una società che può essere quella italiana, come quella brasiliana, in cui i media ci bombardano quotidianamente al suono della parola “crisi”, è necessario che i giovani come me trovino la forza per far sentire la propria voce e contrastare la stasi attuale, portando avanti una rivoluzione non violenta che passa prima di tutto dall’interiorità del singolo: spogliarsi delle paure e dei pregiudizi, per abbracciare l’altro da noi, lasciandoci andare tra le sue braccia, come canto in Nos Seus Braços.

A proposito di altro da noi, anche il tema della diversità ti è caro.
Sono affascinato dalla diversità, in tutte le sue forme. Ritengo che essa vada il più possibile rispettata e apprezzata, sia dal punto di vista politico, attraverso l’attuazione di un piano ben preciso che miri all’integrazione tra popoli differenti, sia dal punto di vista culturale, cercando nel nostro piccolo di aprire gli occhi e utilizzare colori e lenti diverse da quelle che utilizziamo di solito per guardare il mondo. Ne usciremmo arricchiti di nuove esperienze, come dopo aver visitato terre sconosciute.

Un altro tema che emerge dalle canzoni è quello del viaggio, nella sua accezione fisica e spirituale.
Da viaggiatore penso che bisognerebbe viaggiare soprattutto per la stessa ragione del viaggio, più che limitarsi a raggiungere una meta. Una volta arrivati a destinazione, il traguardo avrebbe un sapore neutro se non avessimo precedentemente percorso con occhi consapevoli il sentiero che ci ha portato a conoscere persone, acquisire abilità, ricevere stimoli e aprire nuovi orizzonti. E’ vero che il viaggio allontana da casa e dalla quotidianità, ma allo stesso tempo chiarisce quesiti che la riguardano. Quando in Boa viagem scrivo “buon viaggio”, mi riferisco a tutto questo.
Anche chi non ha mai varcato i confini del proprio paese natale può rispecchiarsi nelle mie canzoni, poiché ognuno di noi sta percorrendo quotidianamente la propria strada, costellata da più o meno ostacoli. A questo proposito, personalmente, alle sterili lamentele gratuite, preferisco le proposte costruttive, e le soluzioni supportate dalla volontà di mettersi in gioco giorno per giorno. Infatti dai miei studi universitari di design ho imparato che i problemi possono risolversi attraverso la ricerca di punti di vista alternativi, la collaborazione reciproca e l’intenzione di costruire opportunità che vanno al di là della nostra comfort zone, e che mirano al miglioramento. Questo vale sia all’interno del microcosmo aziendale, sia in quello cittadino, che personale.

Non ritieni che questo sia un punto di vista piuttosto ingenuo?
Al contrario, faccio dell’ingenuità la mia arma di difesa contro la complessità del mondo, pur avendo una percezione chiara di ciò che sta accadendo.
Cerco di reagire a esperienze apparentemente fallimentari, o cogliendone gli aspetti positivi o trasformando quelli negativi in terreno fertile per poesie e canzoni, in un esperimento musicale che fa vibrare sia le corde più giocose del bambino che quelle più mature del giovane adulto.
La coesistenza tra disincanto e meraviglia si ritrova anche nelle grafiche che ho creato per accompagnare il futuro disco: si tratta di disegni realizzati a carboncino raffiguranti personaggi stilizzati che si muovono su sfondo arancio e azzurro. Elemento centrale è una mongolfiera, su cui è disegnato un cuore, a rappresentare la natura romantica delle relazioni interpersonali, nonché quella in continuo movimento dell’esistenza stessa.

Suonerete mercoledì 29 marzo al Korova Milk Bar di Ferrara. A tal proposito cosa dobbiamo aspettarci?
Trattandosi di uno degli spettacoli cosiddetti “Impianto zero” organizzati dal Korova, per l’occasione assumeremo un assetto acustico e minimale, con me alla chitarra e alla voce, e Alfredo al mandolino, senza l’utilizzo di amplificazione o effetti elettronici, al fine di offrire al pubblico un’esperienza intima e autentica.

Prossimi progetti?
Passare dall’ essere un gruppo “del mercoledì sera” che si ascolta distrattamente durante l’aperitivo, all’essere un gruppo “del sabato sera”, le cui canzoni possano far ballare e gioire insieme.
In questo senso stiamo lavorando per sviluppare maggiormente la componente elettronica del progetto, nonché quella delle percussioni, per ottenere un risultato di dinamismo, senza soffocare l’alchimia e l’atmosfera create dal dialogo tra chitarra e mandolino. La priorità rimane portare alla luce il primo disco Delef.

INSOLITE NOTE
Heptachord: una miscelazione di generi nel nuovo progetto musicale di Nicola Mogavero e Alessandro Blanco

Il sottile ma intenso timbro del sax soprano di Nicola Mogavero trova, nel ritmo e negli assoli della chitarra classica di Alessandro Blanco, l’equilibrio per un complicato accostamento musicale. Nello spazio di poche note “Heptachord” passa dalle melodie mediterranee agli accenni di bossa nova, per incontrare nel prog e nei passaggi jazz la sua dimensione. “Heptachord” si sviluppa nel difficile equilibrio dei due strumenti, un’esplorazione che spesso ha scoraggiato i compositori ma allo stesso tempo uno stimolo e un limite da oltrepassare, una sfida.
Il disco di Mogavero e Blanco è l’insieme delle suite di Dimitri Nicolau e Melo Mafali, autori rispettivamente di “Grottapinta, Op. 200 e il “Trittico di Vulcano”.

Nicola Mogavero e Alessandro Blanco “raccontano” Heptacord
Al riguardo Mogavero ha affermato: “Le scelte di repertorio sono legate alla nostra naturale radice mediterranea. Dimitri Nicolau, gigante della musica greca tra XX e XXI secolo, è stato in grado di dipingere atmosfere e affetti talmente connotati, a livello melodico, ritmico, armonico e timbrico, da tirarci dentro ad un vortice di “mediterraneità” nuova e antica, oltre le mode, che il Trittico di Melo Mafali ha quindi potuto rilanciare. La matrice comune è immaginifica e descrittiva, a tratti cinematica, e di certo è quanto di più vicino a due personalità come la mia e quella di Alessandro: due figli di città di mare – Palermo e Messina – che spesso scappano a studiare in posti isolati, tra alberi e montagne”.
A sua volta Blanco ha dichiarato: “Una volta testato il seme di “Heptachord” con le nostre riletture e trascrizioni, ci imbattemmo in un brano originale per chitarra e sax soprano, grazie alla conoscenza diretta degli amici di Almendra. Si trattava di Grottapinta di Dimitri Nicolau, grande compositore greco molto vicino ad uno dei membri della factory palermitana. Fantastico! Il brano era scritto benissimo e gli equilibri funzionavano senza sforzi. Il sapore e gli affetti mediterranei della composizione di Nicolau ci fecero venire in mente che si poteva pensare a un progetto organico con anche musica nuova dalla nostra Sicilia. Fu così che coinvolgemmo Melo Mafali – compositore colto e “musicista totale” vicino anche a esperienze progressive rock – il quale, entusiasta, si mise al lavoro su Trittico di Vulcano, tre quadri sonori dall’arcipelago delle Eolie, che rispondevano agli affetti musicali di Dimitri con visioni e “sapori” mediterranei tanto cari anche a Nicola e me”.

Nicola Mogavero: “Gli equilibri su cui si regge Heptachord, in modo del tutto istintivo, non sono mai stati un problema su cui soffermarci. Ci siamo infatti incontrati e scelti proprio perché c’era un’affinità in tutti gli ambiti, primo tra tutti quello della performance: Alessandro è un chitarrista con una presenza sonora pari a pochi altri, io col sax provo semplicemente a non dargli troppo fastidio. Per il repertorio abbiamo all’inizio scavato ognuno nel proprio pregresso e nel proprio bagaglio, ma le soluzioni cominciarono a venir fuori pian piano, tra ricerche e le tante collaborazioni con altri musicisti, così siamo riusciti a creare un repertorio originale aperto a ogni contributo coerente con le nostre identità e quindi con “Heptachord”, cui affianchiamo, tra sfida e coerenza, una linea di ricreazione di alcune pagine del XX secolo, come ad esempio le “Six Melodies” di John Cage.
Alessandro Blanco ricorda: “Heptachord nasce da un’estrema sintonia umana tra noi due e da un’innata curiosità e ricerca del ‘nuovo’, a maggior ragione per la pressoché totale assenza di musica originale per questo insolito duo. L’oggettiva difficoltà di accostare una chitarra non amplificata al sax soprano, così presente dal punto di vista della pressione sonora, ha scoraggiato i compositori, ma come spesso è accaduto nella storia della musica, l’interprete può essere punto di partenza per nuove strade prima impraticabili. Iniziammo a testare trascrizioni varie, scoprendo che l’equilibrio era in realtà possibile: il chitarrista doveva avere un buon “forte”, il sassofonista un buon “piano”, oltre ai normali parametri utili a qualsiasi insieme da camera. Non ci volle molto per capire che “Heptachord” poteva partire”.

Dimitri e la valle dei mostri
Dimitri Nicolau, scomparso nel 2008, ha iniziato a comporre musica a tredici anni, con “Sonata per mandolino e pianoforte”, tra gli altri suoi componimenti “La melodia ritrovata” e la suggestiva e mediterranea “Grottapinta Op. 200”, ripresa con passione e talento da Mogavero e Blanco.
“La valle dei mostri” chiude il trittico di Carmelo (Mele) Mafali, esasperando la chiave progressive della composizione, che nei due momenti precedenti (Danza delle lucertole sulle pietre di lava e Un deserto stellato) riesce a coinvolgere sonorità differenti tra loro, legate dal sax soprano di Mogavero e dall’atmosfera eoliana. New Age, jazz e prog si fondono e rendono unica la performance. Pregevole l’apporto di Alessandro Blanco, la sua chitarra dona spessore a un sassofono che coglie l’attimo e raggiunge i pensieri di chi l’ascolta.

Fotografie: Francesca Cicala

Ascolto dei brani di Heptachord:
https://heptachord.bandcamp.com/album/heptachord

Nebbia, mandolino e fisarmonica: la lunga Strada di John dal palco di Springsteen alla grande pianura

È passato poco tempo da quando Gianni Govoni, alias John Strada, ha diviso il palco con il Boss alias Bruce Springsteen. Il fatto è accaduto il 16 gennaio 2015 al Light of day, il Festival benefico che si svolge allo Stone Pony di Asbury Park di New York. Il musicista emiliano ha cantato “Thunder road” insieme al Boss, che è solito condividere il palco con gli altri partecipanti.
“Mongrel” è il 7° album di John Strada, il primo interamente in inglese, realizzato con la collaborazione di Jono Manson, musicista e produttore americano. Il termine “Mongrel” è affine a “Meticcio”, il disco precedente, da cui sono stati riarrangiati e tradotti quasi tutti i brani. All’appello manca soltanto “Tiramola”, escluso per mancanza di tempo.

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Uno dei brani più suggestivi è “In the fog”, ballata folk scandita da nebbia, mandolino e fisarmonica, che già aveva deliziato in “Meticcio”, tra gli inediti “Free through the wind”, scritta originariamente per un evento da svolgersi in quel di Dublino. La canzone, cui l’elettronica e l’organo Hammond di Daniele de Rosa regala attimi di suggestione, è dedicata a Guglielmo Marconi.
“Christmas in Maghreb”, racconta la storia di Aisha, una giovane ragazza che, tra paura e dignità, porta in grembo il frutto di un amore tenuto segreto dal velo. Nella versione in inglese non c’è la Madonnina che guarda la ragazza dall’alto del Duomo di Milano ma un Santa Claus barcollante in attesa del miracolo di Natale.
Gli altri inediti sono “The mistletoe’s burning”, “Here I am”, “Walking on Quicksand”, tre brani diversi tra loro ma con la stessa matrice: il rock.
Alla realizzazione del disco hanno collaborato musicisti americani e canadesi: Bocephus King (Premio Tenco 2015, categoria stranieri), Michael McDermott, James Maddock (co-autore di “Promises”) e il già citato Jono Manson, che duetta con il cantante emiliano in “Headin’ home”.
L’operazione di John Strada è intelligente e convincente, necessaria per fare uscire dai vicoli il rock italiano. I 15 brani sono ricchi di personaggi, suoni e sapori che esprimono passione, nostalgia, voglia di vivere, dramma e amore. Storie universali proposte con la complessa “semplicità” di un sound immediato e la musicalità dei testi in inglese. Bravi i musicisti: Wild Innocentes, aggiunti e ospiti, che hanno saputo fare esprimere al meglio il rocker che è in Gianni Govoni.
Il 3 febbraio 2017 ci sarà la presentazione ufficiale di “Mongrel” al Teatro di XII Morelli, frazione del comune di Cento (FE), paese natale di John Strada. Ospite della serata: Bocephus King, esibitosi con successo nelle ultime due edizioni del Premio Tenco.

Come nasce il tuo primo album in inglese?
Ho sempre saputo che prima o poi avrei fatto un album in inglese. Le canzoni di “Meticcio” si prestavano bene a questa lingua e così ho cominciato a lavorarci sopra. Ho contattato alcuni amici americani che hanno accettato di collaborare. Ho aggiunto alcune canzoni nuove. “Free through the Wind”, l’avevo scritta su commissione per delle celebrazioni a Dublino ma poi non se ne è fatto nulla, la canzone mi piaceva e l‘ho messa su “Mongrel”. Sono contento di avere lavorato con Jono Manson, persona fantastica e musicista incredibile; ci conosciamo da qualche anno e tra noi c’è stata subito una bella alchimia.

“Mongrel” ti riporta alla vera dimensione del rock, che difficilmente può prescindere dalla lingua inglese…
Il rock è della lingua inglese. Gli autori degli stati non anglofoni provano a farlo proprio usando la lingua nazionale. Alcuni riescono bene ma non è a stessa cosa. Quindi, ho voluto misurarmi con la musica rock nella sua lingua originale. Ho lavorato tantissimo ma mi sono divertito moltissimo. Nel prossimo disco andrò oltre. Ho già scritto molte canzoni, alcune in italiano altre in inglese. Il prossimo CD sarà misto.

Ascoltando “Meticcio” e “Mongrel” si nota il lavoro sui testi, che non sono stati semplicemente tradotti…3Non è che i testi siano stravolti. Nessun testo lo è ma ho cercato di adattarli al sentire anglo-americano. In “Promesse” il ragazzo era una promessa appunto a calcio, in “Promises” è un promettente chitarrista. in “Christmas in Maghreb” c’è un Babbo Natale ubriaco che non c’era nella versione in Italiano. In America fare Santa Claus è un lavoro, in Italia un gioco, cose di questo tipo…

Rispetto a “Meticcio” manca “Tiramola”…
Non avevo più tempo. Ho fatto un lavoro meticoloso su ogni testo. Considerato ogni significato che le parole potessero avere. Ho cercato di creare armonia nel suono delle parole. “Tiramola” era rimasta per ultima e non ho fatto in tempo a lavorarci sopra come avrei voluto. Il disco era già in mega ritardo e ho dovuto sacrificarla.

Il tuo brano preferito?
Molto difficile da dire. Va a periodi. Adesso forse è “I’m laughing” ma quando l’intervista uscirà probabilmente sarà un altro.

I Wild Innocents sono:

Dave Pola (chitarra elettrica)
Alex Cuocci (batteria)
Daniele “Hammond” De Rosa (tastiere)
Fabio Monaco (basso)

John Strada – Torno a casa, versione italiana di “Headin’ home”:

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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