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Le lacrime della pioggia

Mi piace sempre il rumore della pioggia.  Adesso che qui si convive col Covid19 il rumore della pioggia è uno dei pochi rumori rimasti. In questo paese spettrale dove le vie sono vuote e la gente chiusa in casa, la pioggia rimbalza indisturbata sui marciapiedi e riempie con soddisfazione i canali di scolo delle abitazioni. La pioggia è il rumore. L’unico rimasto.  Si mescola a tutto il resto che è ricordo di frastuono e ora pesante assenza. La mescolanza tra silenzio del mondo e il rumore della pioggia è sorprendente, ha qualcosa di primordiale, forse era così in quei milioni di anni in cui la terra era una allo stato nascente, in cui vivevano solo degli organismi unicellulari nel mare. O ancora prima, quando le prime forme di vita galleggiavano nel metano.

A volte trovo la pioggia rasserenante. Pulisce l’aria e le strade, i tetti delle case, irriga i campi, arriva fino al mare. In questo suo cammino incessante distribuisce vita. Non si potrebbe vivere senza la pioggia.
La pioggia con il suo potere salvifico evoca anche un bisogno di pulizia interiore che arriva al profondo di ciascuno di noi, al cuore del mondo. Come gocce che cadono sulla sabbia e scavano feroci nei solchi della vita, così il silenzio che resta dopo la pioggia abbraccia tali solchi e li rende carta viva, libri da leggere. Le gocce che cadono sulla sabbia sembrano lacrime che parlano.

Le lacrime delle donne picchiate dagli uomini. Maschi infelici e cattivi. Lacrime profondo che scavano in un abisso di indifferenza e di incapacità di ribellarsi. Un’incapacità che viene da lontano, dall’infanzia. La costruzione di una personalità dipendente e succube dipende dal tipo di educazioni ricevuta e da tutti gli accidenti della vita occorsi. In altri casi ci si imbatte nel pieno di una relazione malata, un individuo che prevarica su tutto, un annullamento della personalità dell’altro per convincerlo che il male è giusto, meritato, fatto per il bene, educativo. Donne che non sanno denunciare il maschio violento vivono una sofferenza reiterata e una alterazione dello stile relazione e della  appropriazione/interiorizzazione dei ruoli che sa di drammatico. Sono lacrime profonde. Quelle di chi non può, di fatto, ribellarsi. I fili spinati sono spesso invisibili e la corrente elettrica che li attraversa è fatta di parole e schiaffi. Le parole e gli schiaffi sono soprusi che il silenzio ha sicuramente visto e la pioggia bagnato.

Le lacrime di chi vede cattiverie gratuite, senza poter intervenire. Sono lacrime amare. Più amare della perdita e della morte. Rabarbaro puro che cola dallo stomaco nelle viscere. Mi è stato raccontato di una azienda che aveva assunto un ragazzo disabile. Il proprietario per divertirsi, lo vestiva da pinocchio e lo chiudeva in una specie di grossa lavatrice. Poi rideva. E’ impossibile? Vi sembra che possa succedere solo nel terzo mondo o in un ambiente mafioso e corrotto? No, non è così. Succede nel mondo occidentalizzato, progredito, democratico, equo. Davanti agli occhi, sotto la pioggia, nel silenzio. Questo datore d’azienda ha tutt’ora un’azienda e da tutt’ora lavoro alle persone. Il ragazzo disabile non c’è più. Lacrime amare di chi ha visto e ha taciuto per paura, lacrime amare di chi l’ha saputo troppo tardi, lacrime amare di voi che leggete ora. Piangete e restate in silenzio.

Le lacrime di chi vede povertà e ricchezza che continuano a distanziarsi. I poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Persone che possiedono satelliti e persone che non hanno le scarpe. Persone obese e persone che muoiono di fame. Persone con macchine di lusso e persone che muoiono stroncate dalla fatica perché trasportano altri con un pesantissimo risciò. Ma voi vedete questo? Lo vedete ogni giorno? E allora piangete lacrime amare. E’ il minimo che potete fare.

Di fronte all’orrore che i comportamenti umani provocano, questo Covid19, questa peste del 2020 si assomma all’orrore, non lo assolutizza.
La pioggia rimbalza sull’asfalto e pulisce l’aria, pulisce il mio cuore da ciò che so e che m’invecchia, da ciò che mi hanno raccontato con sincerità e che io credo vero. Purtroppo e per carità.
Anch’io a volte, come i bambini, metto un piede in una pozzanghera e mi scopro ancora viva, con la presunzione che il mondo sarà come io lo voglio, con la determinazione a cambiarlo e con la forza disumana che viene dalla fede nella giustizia. A volte odio il mostro dell’ottusità, della corruzione, della mediocrità. Mi sento così feroce e forte da ambire a combattere l’ingiusto non solo per me ma per tutti, non solo per i piccoli ma anche per i grandi. Per queste povere persone e per tutte quelle che lo saranno. Per chi si affrancherà, per chi guarirà, per chi scapperà e non potrà non ricordare.

Lunghe e interminabili file di persone che corrono verso l’ignoto perché a volte solo nell’ignoto ci può essere ciò che ci salverà.
La pioggia bagna la mia faccia e si mescola alle mie lacrime, diventa silenzio bagnato. Sa di sale. La pioggia è drammatica e santa, è pulita e fredda. La pioggia pulisce, ci prova sempre.
Le lacrime del mondo sono la pioggia che batte sul nostro cuore, scava solchi profondi e lascia intorno a noi un tangibile silenzio. Le lacrime sono il silenzio della pioggia. La pioggia è il silenzio.

Acqua e immagine, argine e luce, pesci e pensieri:
il respiro del mio fiume che resiste alla pandemia

Io abito in un paese piccolo, attraversato da un fiume, nella bassa bresciana martoriata dal virus.  Sono cresciuta vicino al  fiume e di lui so quasi tutto. Ci sono persone che abitano qui che ne sanno anche più di me, alcuni pescatori, gli agricoltori, Marino. Una cosa sorprendente del mio fiume è la sua coerenza. Assomiglia sempre a se stesso. Quando torno da un viaggio, vado sempre a vedere come sta il fiume. Sta sempre lì, più o meno uguale. C’è stato un tempo in cui era cattivo: ogni tanto rompeva gli argini e inondava mezzo paese. Le case, le stalle, le rimesse, i campi. Faceva ribollire i tombini, annegare le lepri, marcire il granoturco. Poi sono stati rifatti gli argini e lui è diventato buono.  Non irrompe più, accompagna.  Accompagna e tace. E’ una presenza fisica e metafisica insieme.

E’ acqua e immagine, fondale e colore, argine e luce, pesci e pensieri, tramonti e passioni. Il fiume accompagna la vita, la guarda mentre cammina, incespica, riprende, finisce. Il fiume è una grande metafora usata da molti scrittori. Uno per tutti: Conrad. E poi Pavese, Soldati, Calvino, Guareschi, Arpino, Levi, Bacchelli.
Il fiume respira. Respira i pensieri della gente che ora sono di speranza. Speranza che questa malattia con tutti i suoi morti finisca, che si interrompa questa peste del 2020 con tutto il suo carico di orrore.
Non credo che la vita sarà più come prima. Non saranno più come prima la finanza, l’economia e il diritto. Non lo sarà la politica con tutto il suo strillare inutile e la ricerca continua della polemica che fa bene ai sondaggi. Non lo sarà la ricerca del divertimento a tutti i costi, delle vacanze di lusso, delle brutte citta outlet.

Invece so che il  fiume resterà tale, camminerà con la sua lunga scia, con le onde increspate dal vento, con il suo gorgogliare e il suo strano arrovellarsi su se stesso. Nel fiume ci sono correnti pericolose che creano vortici violenti. Nel mio paese si racconta di persone morte così.
Tante volte mi sono seduta sulle sponde del fiume, e il mio corpo si è come sollevato,  ho visto il fiume in tutto il suo corso, nella sua completa verità.
Dall’alto del cielo è tutto più chiaro, il sole scotta e gli alberi sono verdi, gialli e rossi.
Ho aperto le ali e sono volata in alto, nel cielo. Sopra il fiume e sopra l’acqua, nel vento e nel tempo. Dall’alto si vede meglio, brilla l’aria. Ho visto le case e le porte chiuse, le finestre e i camini, i tanti cortili. Qui quasi tutti hanno un cortile. Nel cortile si vive e si spera. In tempi di pandemia, si ritrovano ancora delle voci tra le mura di quei recinti.

Nei cortili ci sono le famiglie. Una delle nostre istituzioni fondanti. La famiglia può essere ricettacolo di nefandezze. Ma molto più spesso è fonte di sicurezza, di complicità, di fiducia. E’ la fiducia che gli altri ci saranno sempre per noi che ci permette di partire e tornare. La fiducia nella consolazione e nella complicità. E’ la fiducia che dà senso alla ricerca e alla scoperta, perché, a casa, ci sarà qualcuno che ascolterà e capirà. La famiglia è un nucleo primario che dà forza ai suoi appartenenti. I migliori pensieri vengono da lì. La coralità dei pensieri circoscrive e plasma l’appartenenza che sa poco di biologico e molto di umanità.  La forza  per diventare  mente e corpo che  vede, sente, crea, nasce così. La fiducia è il  motore del mondo. Nella possibile fiducia che una famiglia dona c’è una grande scommessa, una forte aspettativa per il futuro, un po’ del bene che verrà.

Nei cortili ci sono i polli. Io amo i polli. Quando ero piccola giocavo con loro. Adoravo i pulcini. Li adoro tutt’ora. Gli animali da cortile sono uno degli elementi essenziali dell’economia rurale. Sono una parte della famiglia. I polli sono rossi bianchi, corrono veloci, amano i vermi  e il radicchio. I polli mangiano sempre e se vedono un loro simile scavare col becco in un buco, fanno altrettanto. Per invidia, credo. In questo assomigliano alle persone. L’invidia è una delle grandi piaghe dell’umanità. Invidia per chi ha più di noi, per chi è più giovane, più bello, più ricco, “mangia” di più. Un mangiare che acquisisce un senso generico e non si riferisce solo al cibo, ma a una voracità sociale che include tutto l’afferrabile.

Nei cortili ci sono tante piante. I gerani e i campanelli. C’è il prezzemolo e la salvia nei vasi. Le fragole rampicanti, i pomodori. Il nostro polmone verde viene anche da lì. La vegetazione è fondamentale, le piante danno ossigeno, puliscono l’aria. Il rispetto per le piante è fondante. La potatura, l’attenzione ai parassiti, la fioritura, la raccolta. C’è qualcosa di sacro in tutto ciò. C’è l’esperienza dei nonni e c’è la consapevolezza dei saggi. C’è lo stupore dei bambini e c’è l’attaccamento dei più. Nelle piante c’è la linfa, c’è vita. Noi cerchiamo sempre ciò che è vivo, ciò che dà vita, ciò che rafforza con la sua vita la nostra vita e quella di tutti. (I polmoni che non funzionano più muoiono, la polmonite è virale, servono i respiratori).

Senza cortili, animali e alberi perdiamo consapevolezze importanti, rischiamo di non sapere più che uomini e donne siamo.
Il mio volo ritorna sul fiume. Vedo il suo corso, le sue anse strette, il suo incedere elegante. Vedo me da piccola e come sono ora, in un rimescolio del tempo che sa di magia e sorpresa. Vedo la gente che cammina lungo le sponde. Che il fiume accompagni le loro risate e i loro sospiri, li sostenga sempre col suo riparo e la sua acqua.
Il fiume per me c’è sempre e in questa certezza c’è il mondo e l’universo, il qui e ora, il là e il domani. Ciò che sarà. Vicino al fiume c’è la pace di chi si siede e lo guarda, dimentica i guai suoi e del mondo, dimentica che morirà. Questo è la magia del fiume. Ti fa sentire eterno, ti toglie la morte, se la tiene per sé. Il fiume è silenzio, pensiero, accompagnamento, eternità. Lungo il fiume si respira ciò che sarà.

Il volo finisce, torno a terra. Sulla riva. Mi rimetto le scarpe e sto ancora un po’ là.

 

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