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FUORICLASSE /
Prima viene la salute

 

Per frequentare la scuola bisogna essere in buona salute. Questa necessita di cura e di attenzioni specifiche. La frequenza scolastica non deve interferire con la necessità di un ragazzo o di una ragazza di dedicarsi al proprio benessere fisico e mentale, poiché la mancanza di alcune parti del programma di studio non pregiudica la preparazione complessiva e la maturazione personale. La scuola può e deve favorire la cura di sé, rassicurando e facilitando il percorso.

Bullismo, autolesionismo, problemi con il cibo, attacchi di panico, sono all’ordine del giorno anche nelle scuole Ferraresi, come riporta un articolo di Estense.com uscito recentemente. Eppure, in una chat di genitori, si diceva che insegnanti e presidi, “abituati” ai ragazzi e alle ragazze che vanno a scuola con la depressione, non giustificano l’assenza per motivi psicologici, nemmeno con il certificato del medico. Questi genitori esprimevano sconforto, amarezza e incredulità.

In Italia per la salute mentale in infanzia e adolescenza si spende un decimo di quello che si spende per gli adulti. Occorrerebbero invece più risorse, e non meno, perché questa è l’età in cui insorgono i disturbi, è possibile curarli con il massimo dei risultati e ridurre conseguentemente il numero di adulti malati e la complessità del disagio. Ad aggravare ciò, persino per gli adulti la situazione è drammatica, nonostante l’allarme per le conseguenze dell’emergenza COVID: “Salute mentale, Italia tra gli ultimi in Europa: zero investimenti e quasi mille psichiatri in meno in 2 anni,” recita il titolo del Corriere della Sera.

Negli Stati Uniti ci si è invece attivati, pur con poco: è dell’anno scorso l’articolo di Education Week che spiega perché sempre più scuole ammettono la giustificazione per assenze dovute al malessere psicologico. L’osservazione di Mike Winder, il promotore Repubblicano del provvedimento, indica come la salute mentale sia patrimonio di tutti, al pari di quella fisica: anche se non si ha un disturbo, ci sono giorni nei quali il nostro stato non è perfetto. Non consentirsi il giusto stacco per il recupero, può portare al punto di rottura e far cadere nella malattia vera e propria.
Almeno fin dallo scorso anno quindi, in vari Stati, stanno ascoltando la richiesta di aiuto dei giovani che si sentono esausti, deconcentrati e improduttivi: la risposta immediata e concreta è stata di concedere e giustificare le assenze per questi motivi. D’altronde, specifica l’articolo, il trauma dell’isolamento dalla socialità per la pandemia ha colpito duramente, facendo aumentare drammaticamente la percentuale, già prima in crescita allarmante, di ragazzi e ragazze con problemi di ansia, depressione, pensieri suicidi.

Tutti noi abbiamo assistito alla vicenda della campionessa di ginnastica Simone Biles, che si è ritirata dalla maggior parte delle gare olimpiche la scorsa estate dopo una defiance dovuta allo stress. Lo ha giustificato con la necessità di curare la propria salute mentale e per poter tutelare la propria incolumità. Questo episodio ha avuto risonanza sulla stampa americana, dove comunque ha anche sollevato critiche di mancanza di coraggio e di diserzione dai doveri e dalle difficoltà.
Nello stesso tempo, però, ha richiamato l’attenzione su tanti altri casi più o meno recenti di atleti di fama mondiale che hanno dovuto affrontare problemi dello stesso tipo, come la tennista Naomi Osaka e il nuotatore Michael Phelps.

Quando studenti o studentesse vengono colti da attacchi di panico, depressione, ansia, possono dare l’impressione di evitare la fatica, di non fare ciò che devono, di non essere meritevoli, di essere irrecuperabili. Quando il malessere non è fisico, non sembra essere invalidante, appare come una scusa per la mancanza di volontà.

Un genitore si è sentito dire che si deve andare a scuola anche con la depressione, perché tanti lo fanno normalmente. La psicologia ci insegna, invece, che è una necessità quella di provvedere a curarsi.
Non si chiede a uno studente con la febbre di andare a scuola, anzi verrebbe rimproverato se lo facesse. Questo deve valere anche per il disagio psicologico: necessita del giusto trattamento e riguardo. Per fortuna non è troppo impegnativo per l’insegnante tranquillizzare i genitori e mandare agli studenti e studentesse il messaggio che, anche se non riescono a frequentare fisicamente, la scuola è sempre il loro posto, è accanto a loro, li aspetta e garantisce le condizioni migliori per continuare il percorso scolastico.

E’ fondamentale che un ragazzo si senta compreso e non si senta colpevolizzato, anche perché di solito tenderà ad avere un forte timore del fallimento e ad attribuirsi incapacità e anormalità. Gli e le insegnanti possono quindi avere un ruolo di rispecchiamento utile per l’autostima, inviando un messaggio di normalità che proclami chiaramente che prima viene la salute, sempre.

UOMINI CHE SE LA PRENDONO CON LE DONNE
Ferrara: ora il bullismo della Maggioranza viaggia anche online

di Ilaria Baraldi

Gentile Direttore,
desidero condividere alcune considerazioni in merito al Consiglio Comunale di ieri.
Mentre replicava all’Assessore Gulinelli, la consigliera del Gruppo Misto Anna Ferraresi è stata vittima dell’attacco sprezzante di due consiglieri della maggioranza e del vicesindaco Lodi, che l’hanno interrotta e sbeffeggiata, in una parola: bullizzata.
La consigliera Ferraresi ha più volte dimostrato di essere una donna coraggiosa e di non lasciarsi intimidire dalle provocazioni e dalle minacce dei componenti del suo ex partito – e durante un consiglio comunale in presenza fisica una scena come quella di ieri avrebbe avuto un esito differente. Purtroppo la videochiamata ci lascia anche questa solitudine: se tutti aprono il microfono e cominciano a parlare il putiferio è assicurato e anziché risolvere il problema di norma lo si acutizza.

Abbiamo pertanto assistito, attonite e attoniti (dai video della minoranza), ad una scena di bullismo da manuale, senza che chi è deputato al controllo e ad evitare che episodi del genere accadano facesse nulla: un Presidente del Consiglio sornione, certamente incapace di svolgere il suo ruolo di garante a tutela del corretto svolgimento dei lavori nel rispetto delle istituzioni e quindi anche della minoranza oltre che della dignità delle persone.
A giocarsela, la dignità, sono stati certamente i consiglieri e il Vicesindaco, attori dello squallido teatrino, ma pure gli altri componenti della Giunta presenti e le altre consigliere e consiglieri di maggioranza, che se la ridevano, davanti alle telecamere accese, ad assistere all’ennesimo show imbastito dal solito Naomo e dai suoi sodali.

La dignità istituzionale dovrebbe suggerire che un Consiglio Comunale è un luogo nel quale occorre comportarsi diversamente – ci si dovrebbe comportare educatamente, rispettosamente. Punto. Non sorprende particolarmente che scene del genere abbiano per protagonisti uomini che se la prendono con donne.
Non è altro che lo specchio fedele di quel che si vede e sente fuori dal consiglio comunale: una realtà che nelle occasioni ufficiali tutte e tutti dichiariamo di condannare e voler combattere. Per questo, anche per questo, esiste una commissione Pari Opportunità. Almeno questa – tra le altre – era la ratio della sua istituzione. Oggi la delega di quell’Assessorato fa capo a Dorota Kusiak, la quale, pochi minuti dopo l’episodio di bullismo consiliare, fieramente rivendica il diritto di farsi chiamare Assessore (al maschile) “perché è la forma adeguata e corretta rispettosa del ruolo che ricopro”.

Quindi, senza scomodare l’Accademia della Crusca, la declinazione femminile del sostantivo “assessore”, presente nella lingua italiana, non sarebbe rispettosa del ruolo che ricopre la Sig.ra Kusiak, dalla quale, avendo lei la delega alle Pari Opportunità, ci si aspetterebbe non dico solidarietà femminile ma almeno un minimo di attenzione, di sensibilità al tema.
I due episodi stanno insieme, si tengono, fanno parte della stessa mentalità. Non è un caso che episodi come quello accaduto ieri alla consigliera Ferraresi siano una novità assoluta per il Consiglio Comunale di Ferrara. Anche nei momenti di più aspra lotta politica mai in precedenza si è assistito a scene imbarazzanti come quella di ieri e sono certa che l’aver democraticamente vinto le elezioni non dia il diritto a nessuna e nessuno di mancare di rispetto alle persone e alle istituzioni che si rappresentano. La cultura maschile e maschilista di cui si veste l’Assessore Kusiak, che nega la desinenza femminile al suo ruolo, è la stessa che permette al vicesindaco e ai consiglieri di maggioranza di bullizzare una consigliera e al presidente del consiglio di non vedere quello che accade sotto i suoi occhi.

A tutte e tutti coloro che giudicano le questioni di genere, compreso il linguaggio di genere, come cosucce di poca importanza sulle quali non dovremmo perdere tempo, chiedo di riflettere sulla quasi simultaneità dei due episodi, sul nesso causale tra difesa a oltranza di una forma maschile di un ruolo che al contrario dovrebbe garantire la pari opportunità per la forma femminile e la mancanza di rispetto, tutta sostanziale, del ruolo e della persona di una consigliera. Accade tutti i giorni fuori, purtroppo, senza che le istituzioni preposte riescano a fare abbastanza, nella società, nelle scuole, sui luoghi di lavoro, per contrastare tutti quei piccoli atti di discriminazione quotidiana che spesso sfociano in bullismo e a volte, mai casualmente, in violenza.
Che l’attenzione venga meno proprio nel luogo da cui dovrebbero partire pensiero e azione è una novità. Questa si, preoccupante.

Ilaria Baraldi, Consigliera comunale PD, Vicepresidente Commissione Pari Opportunità

Antisemitismo: i bambini ci imitano

Attenzione, i bambini e gli adolescenti osservano le nostre azioni e ascoltano le nostre parole. Per Durkheim “l’educazione è l’azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale”.
Nonostante il bullismo si presenti come un fenomeno dilagante, esiste una molteplicità di fattori che influisce sulla genesi del comportamento prepotente.
Il grave atto di aggressione avvenuto in una scuola media di Ferrara, da parte di un gruppo di giovanissimi nei confronti di un loro coetaneo di religione ebraica, al grido di “quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di…”, purtroppo non è un episodio nuovo né a Ferrara né in altre città.
Riferisce il prof. M.L.: “Anni fa insegnavo in un istituto della nostra città e, durante l’intervallo, un ragazzo inneggiava ai forni crematori. E’ stato punito con una nota e un rimprovero verbale, ed è finita lì”.
Altra testimonianza della prof. E.R.: “la vicenda potrebbe essere stata divulgata per sollevare il problema dell’antisemitismo, che c’è da sempre fin dalle medie, ovunque (sono testimone diretta in quanto ex insegnante). Non dobbiamo sottovalutare neppure l’annoso problema dell’emulazione.”
Non è possibile condannare ovviamente i bambini, che ci osservano e tendono ad emulare il mondo che li circonda, ma l’antisemitismo di certi adulti che non si vergognano a manifestare odio contro Israele e contro tutti gli ebrei. Ed è successo anche nella nostra città, che si vanta di Bassani e del Meis. Chissà se i nostri bambini e adolescenti, anche quest’anno, in occasione del 25 aprile, saranno costretti alla visione di insulti e spintonamenti verso gli ebrei, in alcune città italiane, rei di sfilare con la bandiera della” Brigata Ebraica, a cui è stata consegnata la Medaglia d’ Oro al Valore Militare per la Resistenza e per il notevole contributo alla Liberazione della Patria”. Questa la motivazione espressa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Chissà se questo riconoscimento riuscirà a fermare le vergognose e ignobili contestazioni antisemite e a ribadire che chi offende il simbolo della Brigata Ebraica si pone definitivamente fuori dalla storia.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La cattiva educazione

È una mania questa che bisogna sempre tornare al passato per andare avanti, succede immancabilmente tutte le volte che si parla di educazione. Non c’è epoca che l’educazione non sia stata oggetto di critiche, senza, come già osservava Rousseau, che nessuno si risolva mai a proporne una migliore. E come ai tempi del ginevrino pare che anche noi tendiamo molto più a distruggere che a costruire.
Ancora una volta Susanna Tamaro, a proposito degli ultimi eventi di aggressioni scolastiche e di bullismo, dalle pagine del Corriere della Sera, lamenta il tramonto dell’educazione, invocando più autorevolezza e “un generoso, appassionato ripristino della cultura”, diversamente la condanna sarà allevare tanti irrecuperabili ragazzi selvaggi come il Victor del dottor Itard, immortalato dal film di Truffaut.
Sostanzialmente per la Tamaro i guai prodotti dalla nostra cattiva educazione discendono da quel Rousseau e dal suo Émile che ricorda d’aver studiato sui banchi delle magistrali negli anni settanta.
Secondo la Tamaro neppure tra i nostri cugini primati antropomorfi sarebbe permesso ad un adolescente quello che noi consentiamo ai nostri, tutta la società degli adulti interverrebbe per rimetterlo in carreggiata. Insomma un po’ di autorevolezza manesca, sebbene contenuta, non guasterebbe, un’autorevolezza che si ispirasse al kyosaku, il bastone usato dai maestri zen per risvegliare la coscienza degli allievi assopiti o distratti durante il tempo della meditazione.
Per natura, quando i problemi si fanno complessi, non mi piacciono le scorciatoie. Se il problema è complesso vuol dire che anche la soluzione non può essere semplice, non c’è rasoio di Occam che ti possa aiutare.
Bisognerebbe dimostrare che i nostri ragazzi di oggi sono più selvaggi di quelli di ieri, cosa facilmente smentita dalle percentuali di scolarizzazione raggiunte rispetto a passati anche recenti.
Fino agli inizi del secolo scorso era diffusa la convinzione in campo pedagogico che a corrompere la natura dei ragazzi fosse la città. La campagna era considerata l’ambiente ideale per far crescere i bambini, la Natura l’unica fonte affidabile di moralità, fino a ritenere che l’allontanamento del bambino dalle salutari influenze della Natura avrebbe prodotto l’aumento delle possibilità di finire nei guai e di darsi al crimine. La sicura influenza della vita di città sulla personalità di un bambino avrebbe come minimo cresciuto in lui la mancanza di rispetto.
Ora, nel ventunesimo secolo, lontani come siamo dalla Natura nella nostra corsa all’inurbamento e all’inquinamento, non è più la città a corrompere gli animi delle giovani creature, ma pare che siano internet e i social, unitamente ad una dilagante abdicazione educativa.
Ogni epoca, evidentemente, cerca i suoi capri espiatori, quando qualcosa non funziona nei comportamenti dei suoi figli.
Ma il problema è sempre quello del rapporto tra natura e cultura, perché di questo si tratta, da questo non si sfugge, essendo ognuno di noi il prodotto di questa interazione. Solo che la natura con il tempo non è cambiata, la cultura invece sì, e non servono i rimpianti o le retromarce, perché la forza della cultura è quella di andare avanti e di prepararsi a sempre nuove sfide.
Quello che ci manca è una nuova cultura della relazione educativa, non serve copiare ricorrendo all’etologia o riproponendo passati improbabili, già questo denuncia la nostra debolezza e fragilità rispetto alla riuscita nel compito nuovo che ci si prospetta davanti.
“Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore di tutte le cose, tutto degenera tra le mani dell’uomo”. Con queste parole prende l’avvio l’Émile di Rousseau. Come dargli torto, quando l’educazione pretende di forgiare il bambino secondo un modello precostituito, quando da sempre le società si assicurano il futuro educando i giovani secondo il loro modello. Come minimo l’educazione va in crisi quando quel modello di società entra in crisi a sua volta, come è il caso dell’epoca che stiamo vivendo.
L’ Émile non è una pagina di pedagogia anarchica, ma la proposta di un’educazione che anziché forgiare l’individuo a immagine e somiglianza di una società e della sua cultura, che possono essere anche errate e negative, che sono inoltre destinate a essere mutevoli, vuole suggerire l’idea di un’educazione che fornisce gli strumenti affinché ognuno possa crescere, essere cioè il creatore di se stesso. In questo senso l’Émile è un saggio di educazione libertaria, perché liberatrice, non a caso ancora oggi in nessuna delle nostre società democraticamente evolute ha trovato cittadinanza.
A Rousseau va il merito di aver riconosciuto per primo l’importanza del rapporto tra natura e cultura e come dalla qualità di questa cultura dipenda il nostro destino di uomini nella società.
E allora quando Susanna Tamaro invoca un generoso e appassionato ripristino della cultura, dimostra di non aver compreso che non è di ritorni al passato che l’educazione d’oggi ha bisogno, ma di cultura nuova, che ancora non abbiamo e alla quale neppure i così detti intellettuali del nostro paese dimostrano di essere in grado di contribuire. E, dunque, poi perché stupirsi?
Si nasce che non possiamo sceglierci né i genitori né le condizioni economiche, neppure il paese dove vivere, ora almeno ci lasciassero la libertà di crescere, aiutandoci a trarre il meglio da ciò che possediamo, da ciò che siamo, che è il nostro patrimonio di natura. La cultura serve a questo, a darci il meglio, non a piegarci, non a modellarci secondo immagini umane disegnate a prescindere da noi. Se vogliamo sconfiggere la prepotenza di ragazzi e di adulti è necessario che la prima a non essere prepotente sia proprio l’educazione.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Separati in casa nella società degli adulti

Adolescente è colui che si sta nutrendo e adulto colui che si è già nutrito. Pare che il tempo per nutrirsi si sia dilatato e che i nostri ragazzi non abbiano fretta di diventare adulti.
A stupire però non sono loro che non vogliono crescere, ma soprattutto gli adulti che identificano l’adultità con il sesso, il bere, la guida dell’auto e il lavoro.
Non è che forse ai nostri adolescenti questa modalità d’essere adulti non li attragga poi più di tanto?
Forse “millennial” e “iGeneration” hanno un’idea diversa di come si diventa adulti. E poi cos’è questa fregola che sta prendendo noi adulti che pretenderemmo di restare giovani, ma poi escogitiamo nuovi modi perché i giovani diventino adulti prima. Allora accorciamo il tempo di parcheggio negli studi per farli diventare grandi subito, per inserirli in una società che non ha spazio per loro. Con un bell’ossimoro rendiamo obbligatorio il volontariato così crescono nella coscienza civile che noi non abbiamo. Facciamo di loro quello che abbiamo in mente noi e non quello che loro vorrebbero per sé. In materia di crescita continuiamo a sbagliare, nonostante anche noi si sia passati attraverso la crescita, ma tutte le volte è diversa, è un’altra cosa, il tempo scombina sempre tutto e tocca ricominciare da capo.
Per un adulto a guardare l’infanzia e gli adolescenti è sempre uno stupore, è sempre meraviglia e per fortuna è così, è l’antidoto alla nostra arroganza, quella che la storia dell’educazione ha ben conosciuto e resta a testimoniare.
Ogni età ha la sua dignità e mai deve perderla, l’adolescenza, la fanciullezza come l’adultità. Ognuno ha il dovere di testimoniarla nell’attenzione e nel riconoscimento reciproco. È proprio non riconoscere l’infanzia e l’adolescenza alla pari dell’adultità che produce la più grande disumanizzazione delle età su cui si costruisce il futuro di ogni persona e del suo essere sociale.
Non c’è nessun animale, neppure i più antropomorfi, che abbia luoghi specifici deputati all’addestramento dei propri cuccioli che crescono e apprendono nel gruppo e con il gruppo, i cuccioli dell’uomo, invece, dal gruppo vengono allontanati per essere rinchiusi in riserve che chiamiamo scuole. È peculiare solo degli umani. Nelle scuole li addestriamo e poi quando diventano più grandi, degli adolescenti, non li riconosciamo più. È nella riserva che divide, che emargina dal gruppo degli adulti che poi crescono i comportamenti di ribellione o di compensazione verso la frustrazione dell’esclusione, che poi noi chiamiamo bullismo, devianza o altro ancora, perché non previsti dalla nostra idea di addestramento.
Abbiamo bisogno di scuole sempre più aperte e sempre meno chiuse, di scuole sempre più senza mura e sempre più oltre le mura, ma noi crediamo che le nostre idee su educazione e istruzione debbano continuare a funzionare così come sempre, perché le scienze ci hanno rivelato i segreti dell’infanzia e dell’adolescenza e ora siamo capaci di dialogo e di comprensione, anche se dalle infanzie e dalle adolescenze continuiamo a difenderci.
La nostra società è ancora fondata sulla gerarchia che va dai piccoli ai grandi, ma l’uomo e la donna grandi o piccoli che siano non ci sono, li abbiamo perduti, esistono solo come figure sociali: studenti e lavoratori, se c’è il lavoro, esistono soprattutto come consumatori e come utenti.
Fermarsi a pensare all’umano non usa più. Neppure più lo fa la politica. È la nostra dimensione di vita che non trova spazio. Non ci serve conoscere, se non aiuta a recuperare la dimensione delle nostre esistenze. Non c’è nessuno che se ne occupi. Forse stiamo sbagliando a leggere il populismo. Forse ciò che la gente chiede alla politica è che ritorni ad occuparsi di ognuno di noi o che per lo meno consenta a noi stessi di occuparci di noi.
La politica la vorremmo sentire vicina, nelle nostre città, non lontana in un luogo remoto del mondo, capace di suggerirci come reiventarci una vita umana degna di questo nome, d’essere vissuta, la politica del bene maggiore anziché del male minore che ci sta soffocando.
E quale adolescente non sarebbe ribelle a scoprire che ogni giorno sui banchi di scuola lo stanno predisponendo per una società che non lo comprende. L’infanzia e l’adolescenza delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi sono distolte dalle nostre vite quotidiane. Chi se ne occupa? Scuola e famiglia hanno fallito, si rimbalzano le responsabilità, intanto le giovani generazioni continuano a vivere da separati in casa nella società degli adulti. Oltre alle scatole che li contengono dalla scuola alla casa, dalla palestra all’oratorio non c’è posto per loro, non è previsto per loro altro ruolo sociale che l’addestramento nei luoghi e con gli adulti a questo deputati. In quelle ore non si vedono per le strade, se ve n’è qualcuno è solo perché sfuggito al serraglio. Li abbiamo persi di vista i nostri ragazzi, in casa non si raccontano e a scuola ce li raccontano che non li conosciamo.
Forse non sono altre ricette che abbiamo bisogno di inventarci per trattare con l’infanzia e con l’adolescenza, con i loro problemi e con quelli che ci creano. Quello di cui avremmo urgente bisogno è di inventarci un’altra società che preveda infanzia e adolescenza e non la crescita zero, una società in cui sia possibile vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze, grandi e piccoli che siano, dove non sia necessario farseli raccontare, dove non sia necessario essere informati su di loro da qualcuno, delegare la loro vita agli altri, ma vedercela crescere accanto mentre lavoriamo, quando siamo per la città, quando facciamo cultura e quando ci svaghiamo.
Ormai è più la gente che gira con un cane a guinzaglio di quella che esce dialogando con un bambino o una bambina, con una ragazza o con un ragazzo.
Con tutti i nostri progressi in campo educativo, con tutta la nostra sensibilità pedagogica avremmo bisogno di istituire un assessorato al coinvolgimento, alla partecipazione e alla responsabilizzazione sociale dei nostri giovani, bambine, bambini e adolescenti, un assessorato che dia loro spazio e futuro, che ne garantisca un ruolo riconosciuto che non sia solo quello dei banchi di scuola. Forse saremmo in grado allora di pensare una società e una città diverse e di condividere un mondo che fino ad oggi ci sembra estraneo: quello dei nostri figli.

DIARIO IN PUBBLICO
Il commissario Montalbano e il bullismo di ieri e di oggi

Nei romanzi di successo arriva sempre un momento in cui la notorietà s’incammina sui binari scontati della ripetizione e l’autore inesorabilmente scivola e sbatte sul ‘dejà vu’. Questo non accade per il grandissimo Camilleri, impropriamente definito uno scrittore di gialli, anche entro l’apparente e consolante sistema che lo obbliga a sfornare un’opera – almeno – all’anno, specie quelle che hanno per protagonista il suo personaggio più riuscito: il commissario Montalbano, che immediatamente scala ogni top delle classifiche. Noi fedeli lettori invecchiamo con l’autore e il suo personaggio, ma non per questo abbandoniamo al suo destino il poliziotto che impersona un’idea di giustizia totalmente condivisibile.
Nel caso dell’ultimo pubblicato, ‘La rete di protezione’, Camilleri ormai quasi cieco ha dettato il romanzo, non lo ha scritto, alla sua fedelissima Valentina. E se fosse possibile ha reso ancor più cogente la sua ricerca. Non occorre più nemmeno un dizionarietto della lingua camilleriana: se per caso non ci si arriva a individuarne immediatamente il senso è poi il contesto che te la fa recepire.

Nel romanzo, Salvo Montalbano è alle prese con il mondo dei giovani e con quei nuovi feticci e invenzioni che inesorabilmente marcano, più di ogni altra epoca, la differenza generazionale diventata ormai abisso. Il commissario deve interrogare dei giovani studenti che hanno subìto l’irruzione di due misteriosi personaggi armati nella loro classe, una classe dove erano già avvenuti episodi di bullismo.
Ma quel mondo, il mondo dei giovani lo respinge e il commissario non lo sa interpretare:
“S’allontanò con ‘na dimanna ‘n testa. Com’era possibili che l’era della comunicazioni globale, che l’era indove tutte le frontieri culturali, linguistiche, geografiche ed economiche erano state scancillate dalla facci della terra, che questo spazio immenso avissi provocato ‘na moltitudini di solitudini, ‘n’infinità di solitudini ‘n comunicazioni tra di loro, sì, ma sempre in assoluta solitudini?”
Montalbano non sa come rispondere a quel naufragio della solidarietà, a quel deserto di solitudini che rappresenta la nuova visione della vita, a cui non è permesso entrare a chi non ne conosce almeno le tecniche di base. Dunque, come sfondare quella invisibile parete di solitudini? Come ascoltare un silenzio prodotto da milioni di voci?

Lo aiuta nella ricerca il nipote Salvuzzo che lo chiama zio e che è stato adottato dai suoi più cari amici: Beba e Mimì Augello, suo vice e impenitente donnaiolo. Solo interrogando il ragazzino e l’amico del cuore Tindaro, Montalbano riesce a sfondare quel muro che lo tiene lontano dall’universo giovanile. Ma che nella ‘infinità di solitudini’ appaiano i primi segni di una qualità di vita che attraverso le tecniche ripropone il senso di una collettività apparentemente negata, lo si può esperire nella lettera apparsa su ‘La Repubblica’ del 4 giugno dove un ragazzino oggetto della derisione dei compagni riesce a raccontare nei fogli protocolli di un tema, spinto dalla sua insegnante di lettere, il suo tormento e nello stesso tempo a ribellarsi al bullismo dei compagni, ipotizzando anche nella finzione del tema un possibile suicidio di protesta.

Ivan, così è il suo nome letterario, non ama i consueti divertimenti propri ai ragazzini della sua età. Ha una voce acuta che spiega in ogni occasione, è debole in ginnastica, preferisce la compagnia delle amiche piuttosto che dei compagni, che lo puniscono creando già dalle elementari un gruppo WhatsApp chiamato ‘Anti Ivan’. Poi il dileggio diventa bullismo e il sito è frequentato da ragazzi di ogni età. La sua classe è multietnica e quando la brava insegnante legge il tema dove viene raccontata la sua vicenda si accorge che Ivan racconta non una storia d’invenzione, ma la sua storia. Alla lettura in classe del tema molti dei bulli si pentono, ma non tutti. Così comincia la sua storia che lui stesso ha permesso venga pubblicata sul giornale affinché altri non patiscano il suo tormento:
“Io sono Ivan e ho dodici anni. Vivo in una cittadina del Centro Italia, in una famiglia modesta, ma senza amici. Fin da quando ero all’asilo non ho mai amato i giochi da maschio, calcio, carte giochi elettronici… A me non sono mai interessati. Preferivo stare con le femmine, più interessanti a mio parere. Ero diverso non sbagliato”.
Quanti anni sono passati da quando un bambinetto dalla voce acuta preferiva leggere piuttosto che giocare a calcio? E veniva spintonato, picchiato, insultato dai suoi compagni, finché non trovò il coraggio di picchiare a sua volta il grasso compagno di classe che lo insultava e al quale passava i compiti di latino o il riassunto dell’Iliade. Era il 1951 e il bullismo, allora come oggi, è ancora imperante vuoi nelle curve degli stadi, vuoi nelle follie degli episodi di Torino, vuoi nelle classi, dove ancora se vuoi azzerare la personalità di un ragazzo “diverso ma non sbagliato” basta chiamarlo “fnocc”. E allora occorre soprattutto la qualità di insegnanti che sanno far uscire il problema e uscirne quasi vincitori.

Come annota Michela Marzano a commento del tema di Ivan : “La scuola serve a sfatare i miti e a decostruire i pregiudizi, a insegnare il rispetto e a trasmettere la tolleranza. Solo così si possono aiutare i più piccoli a crescere, riconoscendo e accettando non solo le altrui differenze, ma anche la propria alterità”.
E tutti, dico tutti, dovrebbero in questo sciagurato mondo riconoscere come primario il ruolo di chi insegna in ogni grado e momento della vita. In questo modo la “moltitudine delle solitudini” può diventare capacità di integrazione: umana.

Quando gli adolescenti giocano al suicidio

Finalmente è stato arrestato, proprio in questi giorni, l’ideatore del rituale Blue Whale (la balena azzurra) che istigava al suicidio le vittime prescelte (dai 9 ai 17 anni) contattati tramite social e manipolati psicologicamente. Il criminale si chiama Philipp Budeikin, uno studente russo di psicologia di 22 anni, che ora si troverebbe nelle carceri di San Pietroburgo e non avrebbe dimostrato nessun segno di pentimento, anzi, si dichiarerebbe compiaciuto del suo operato: ben 15 giovanissimi morti suicidi in Russia.

Grazie alla trasmissione delle ‘Iene’ di domenica scorsa è stato smascherato il gioco criminale. La trasmissione ha anche dato voce ad un rappresentante dell’associazione russa che ha fornito alcune utili informazioni per i genitori, affinché possano intuire se il loro figlio/a ha iniziato il gioco, ed intervenire prima che sia troppo tardi. Si teme che il rituale sia giunto anche in Italia, in quanto si sospetta che un quindicenne, che a febbraio scorso si è suicidato lanciandosi da un palazzo di Livorno, abbia compiuto questo gesto perché coinvolto in questo gioco mortale.

Lo stesso rappresentante dell’associazione russa, consiglierebbe ai genitori di osservare se sul corpo dei figli dovessero comparire strane ferite, bruschi cambiamenti di abitudini uniti ad altri comportamenti strani. Gli adolescenti manipolati, che partecipano al gioco, tendono inoltre a diventare più taciturni e chiudersi in se stessi. Gli inventori del macabro gioco conducono le loro ‘vittime-prescelte’ all’autolesionismo. Il gioco dura 50 giorni e, arrivati alla fine, i partecipanti dovranno suicidarsi lanciandosi da un palazzo. Saranno 50 giorni di prove da superare, in gran segreto, senza raccontare nulla a nessuno, soprattutto ai genitori. Prove macabre, come l’incisione di una balena sulla pelle con una lama, per poi pubblicarne le foto sui social.

Oggi viviamo in una società incredibilmente crudele e coloro che hanno problemi psicologici o fisici si trovano in forte difficoltà, diventando così facili prede, se non supportati da qualcuno: corre l’obbligo di ricordare anche gli episodi di bullismo nelle scuole, di cui troppo spesso la cronaca ci informa.

Oggi i divertimenti e i giochi che hanno a disposizioni i giovani e giovanissimi sono tantissimi. Forse, sarà proprio questa ampia disponibilità a rendere ogni cosa noiosa e a portarli a cercare divertimenti sempre più estremi: per esempio i selfie sui binari mentre arriva un treno, oppure quelli sui precipizi e che hanno già causato vittime.

Internet, si sa, è una risorsa fondamentale anche per i bambini e gli adolescenti, ma dall’altra parte vi sono dei rischi che i genitori dovrebbero conoscere e tenere nella dovuta considerazione al fine di rendere la navigazione dei minori sicura e al riparo da pericoli.

Non lasciamo soli i nostri adolescenti, soprattutto davanti al PC.

 

IL LIBRO
Dedicato a tutti quelli che… vogliono dire basta ai bulli

Un libro scritto per “tutti coloro che non intendono subire o vedere i propri cari subire comportamenti bulli”: è ‘Vittima di mille ingiustizie’, edito da Youcanprint.
In questo suo terzo lavoro – gli altri sono ‘Quando il Mostro è il proprio padre!’ e ‘La Felicità? Ve la do io!’ – Alessandra Hropich, laureata in legge ma con la passione per il sociale e per la scrittura, racconta le mille ingiustizie subite da sua sorella Antonella a scuola e non solo: una testimonianza contro i soprusi, che non bisogna subire a nessuna età. “Nel mondo adulto, reagire a un’ingiustizia è molto difficile. Il prepotente non accetta che la vittima si ribelli”, ci dice Hropich. Per questo il messaggio di queste due sorelle è: ‘prendiamoli da piccoli’. “Ho fiducia nei poteri dei genitori e maestri sui bambini. Per nulla, sugli adulti che non cambiano per nessun motivo”.

Signora Hropich, il suo ultimo libro si intitola “Vittima di mille ingiustizie!”, perché quel punto esclamativo?
Il punto esclamativo vuole dire basta ai soprusi subiti e a quelli futuri. Vuol essere un’esclamazione imperativa.

Da dove nasce questo libro, cosa l’ha spinta a scriverlo?
Il libro o meglio, l’idea del libro, arriva nel preciso momento in cui mia sorella mi ha raccontato quello che ha vissuto da bambina a scuola, poi da adolescente, fino ad arrivare all’età adulta. Un momento di grande liberazione per lei e di grande stupore e sconforto per me.
Non ne aveva mai parlato prima per vergogna, si sentiva sola e a disagio a scuola, mentre ovviamente a casa nessuno sapeva nulla. Invece, una volta terminate le scuole superiori e ottenuto il diploma di maturità, ha ritenuto di potersi confidare e dire quanto avesse subito. Per lei è stata una liberazione, anche se tardiva: le è servito per staccarsi da quel passato.

Ci può fare l’identikit di un bullo adolescente e di un prepotente adulto? Cosa hanno alle spalle e cosa si portano dentro?
Il bullo è colui che ruba le cose agli altri, ruba la parola agli altri, è sempre portato a sovrapporsi agli altri. Il prepotente adulto è identico al bullo, vuole tutto ciò che non ha lui, solo che il prepotente è più grande di età.
La prepotenza nasce quasi sempre dall’insicurezza, anche se non è infrequente che un bullo viva in una famiglia violenta.

Quale il ruolo della scuola e quale quello delle famiglie e del contesto in cui i ragazzi crescono?
La scuola potrebbe fare miracoli, ma gli insegnanti non hanno vita facile. Oggi sanno di essere alle prese con bambini che hanno famiglie aggressive e non sempre ragionevoli. Ma la scuola potrebbe fare molto. Gli insegnanti potrebbero, se non sgridare, almeno immediatamente riprendere i comportamenti dei ragazzi bulli, facendo capire loro che non è quello un modo di vivere in relazione con gli altri. L’insegnante se ne accorge molto più di un genitore se un ragazzino è prepotente.
Il genitore tende spesso a giustificarlo ritenendolo solo un ragazzino sveglio. La famiglia, invece, potrebbe anche lei fare molto per evitare episodi di bullismo perpetrati dai loro figli, ma raramente se ne occupa o se ne preoccupa.
Il contesto in cui vive il bambino lo forgia per sempre, nel bene e nel male.

Secondo lei e sua sorella i prepotenti vanno avanti e hanno successo, mentre gli onesti, le persone per bene rimangono indietro: ‘homo homini lupus’ insomma. Non è una visione ottimistica della realtà, oppure la vostra è una provocazione per scatenare una riflessione critica?
I prepotenti vanno avanti sempre e la società li premia. La mia, non è affatto una provocazione, ma una dolorosa ammissione. In tutti i rapporti interpersonali, a scuola, al lavoro e nella vita di coppia, viene sempre tenuto in gran considerazione il prepotente.

‘Piove su giusto e sull’ingiusto, ma sul giusto di più perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello’ (Charles Bowen). ‘L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia dovunque’ (Martin Luther King jr). Quale di questi due aforismi le corrisponde di più e perché?
Mi corrisponde certamente di più il primo perché mi fa pensare al disagio del giusto che si vede rubato di ogni suo diritto. Il bullo ruba ciò che non è suo. Ruba anche in senso figurato, si appropria di un diritto che non gli appartiene.

Questo non è il suo primo lavoro, gli altri due sono ‘Quando il Mostro é il proprio padre!’ e ‘La Felicità? Ve la do io!’. Due libri molto diversi fra loro, ce ne vuole parlare?
Anche gli altri miei libri narrano esperienze di vita vissuta, utili a tutti. ‘Quando il Mostro è il proprio padre’ è la storia vera di un uomo ritenuto da tutti un santo, solo in famiglia si rivela per quello che è: un mostro appunto.
‘La Felicità? Ve la do io!’ è un libro nel quale sono raccolte diverse storie vere di molte persone che ho conosciuto e che hanno cercato a lungo la felicità senza mai trovarla oppure, storie di chi la felicità l’ha trovata.

Da dove nasce la sua passione per la parola scritta? Nella sua esperienza non c’è solo l’editoria, ma anche la televisione.
Prima odiavo la scrittura, poi è nata la passione all’Università. Mi sono laureata in legge e, leggendo gli atti, le sentenze, le motivazioni dei tanti casi di diritto, ho iniziato a prestare particolare attenzione al modo con cui erano scritti gli atti, le sentenze. Mi piaceva osservare la punteggiatura e leggere a voce alta per dare il giusto significato a ogni scritto. A forza di leggere gli scritti altrui, mi sono innamorata della scrittura.
In passato lavorato per programmi televisivi di emittenti locali che ora non esistono più, mentre di recente ho lavorato per la Rai nei programmi ‘Cristianità’ e ‘L’Almanacco’. Tutte sono state esperienze di vita.
Ora mi occupo di eventi per enti e Istituzioni.

Il prossimo progetto è già in cantiere?
Io scrivo sempre articoli e interviste ma, per ora, non ho in mente di pubblicare altri libri perché poi vanno seguiti e il tempo è poco.

ATTUALITA’
Educazione alla emozioni per prevenire il bullismo, l’idea di Soprusi-stop

di Francesca Ambrosecchia

“Sono cose da ragazzi!”
“Si rinforza il carattere!”
Sono questi i luoghi comuni che spesso portano a non riconoscere o sottovalutare il fenomeno del bullismo. Fa questi esempi Annalisa Conti (psicologa e scrittrice) mentre parla a una sala piena di genitori e educatori che forse hanno già commesso questo errore.

Purtroppo pochi sono i giovani presenti alla conferenza che si è tenuta giovedì presso la sala Nemesio Orsatti di Pontelagoscuro, ma proprio a loro più volte si è fatto riferimento come a soggetti poco o per nulla consapevoli di tale problematica, che invece li riguarda da vicino. Argomento di riflessione è il semplice fatto che molti giovani ritengono non ci sia nulla di male a diffondere foto hot sui social network o sul web.
Forse un incontro di questo tipo sarebbe potuto servire a sensibilizzarne un maggior numero?

L’evento è stato promosso dall’Associazione Soprusi-stop fondata da Roberto Vitali nel 2014: ne fanno parte una serie di professionisti fra psicologi giuridici, esperti informatici ecc., che hanno il compito di sensibilizzare sull’argomento con una serie di incontri e progetti soprattutto nelle scuole. I metodi prevedono l’educazione alla ‘resilienza’ ovvero alla capacità di ‘tornare a galla’, di non abbattersi; fondamentale è poi l’educazione alle emozioni, come per esempio la gestione della rabbia, e al rispetto dei valori umani.

Come e quando si può parlare di bullismo? Le liti o le lotte tra pari non sono bullismo. Il bullismo è caratterizzato dall’intenzionalità di fare del male all’altro, è un trauma che porta, nella quasi totalità dei casi, per chi lo subisce a danni a lungo termine. Non solo il bullo è un soggetto intenzionalmente aggressivo, ma la vessazione che esercita nei confronti del bullizzato deve essere ripetuta nel tempo (circa per due o tre mesi).

Il bullizzato è invece identificato come la vittima: spesso si tratta di un soggetto timido, sensibile, riconosciuto come fragile e quindi isolato e ridicolizzato. Sulla scena ruolo importante hanno anche i cosiddetti ‘gregari’, coloro che fiancheggiano e incitano il bullo nelle sue azioni e quelli che la psicologa chiama i ‘tiepidi’, chi osserva la vicenda da omertoso.

L’Istat rivela che il 50% dei giovani tra gli 11 e i 17 anni hanno subito almeno una volta un episodio di bullismo e che circa il 20% ne subisce mese dopo mese.
La vittima e il carnefice diventano tali per via delle stesse cause. Diverse sono le ipotesi: vivono in famiglie in cui l’aggressività è accettata e utilizzata come “mezzo di comunicazione o relazione” anche dai genitori, in famiglie in cui vengono taciute le emozioni o in cui i ragazzi non vengono considerati e ascoltati.

L’altra faccia del bullismo, quello che avviene online, spesso dietro contatti anonimi è stato teorizzato recentemente, solo nel 2002 e i dati Istat del 2015 affermano che il 50% degli episodi di bullismo passa via web. Perché questa tendenza? Sicuramente perché il 91% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni è iscritto ad almeno un social network come Facebook, Instagram, Snapchat, Ask ecc. e l’87% ha uno smartphone ma anche perché una piattaforma così ampia e veloce come il web porta delle garanzie. Permette una maggiore e più rapida condivisione dell’atto – quanti sono i video di atti di bullismo nelle scuole che circolano su Youtube e ottengono numerosissime visualizzazioni? – una maggiore persistenza dell’atto, uno pseudo anonimato a vantaggio del bullo, una minor percezione della diffusione del danno, un aumento dei potenziali carnefici – tutti possono nascondersi sul web e diventare bulli – e un minor controllo da parte degli adulti.

Non si deve pensare al bullismo come fenomeno meramente adolescenziale poiché spesso chi viene bullizzato in giovane età diventa un soggetto violento in età adulta esercitando la sua aggressività entro il contesto familiare o lavorativo (in questo caso si parla di ‘mobbing’ o ‘bossing’, se esercitato da chi ha soggetti alle sue dipendenze).
Il bullismo è un problema sociale ad ampio raggio e non esiste una categoria di comportamenti o azioni da attuare per poterlo debellare, così che tante sono state le mamme che a fine incontro hanno iniziato a bisbigliare: “Ma quindi? Cosa dobbiamo fare? Pedinare e controllare i social dei nostri figli tutti i giorni?”
Annalisa Conti afferma che sicuramente il dialogo genitori-figli aiuta a prevenire episodi di questo tipo e per tale motivo non deve essere trascurato: “Siate partecipi della vita dei vostri figli. Chiedetegli come è andata a scuola, cosa hanno visto sui social durante la giornata”.
In quanto problema sociale però, riguarda non solo le famiglie, ma la società nella quale i ragazzi crescono: il bullo è un soggetto debole che trova la sua vittima in un soggetto ancora più debole e che approfitta di un contesto sociale che gioca a suo favore, permeato da omertà, silenzio/assenso e menefreghismo.
Tutti noi, nel quotidiano, dobbiamo chiederci cosa fare per “prevenire invece che curare”.
Dobbiamo avere il coraggio di non rimanere in silenzio, di non essere dei “tiepidi”.

INTERNAZIONALE
Le cose cambiano

Alzi la mano chi pensa che l’adolescenza sia uno dei periodi più difficili che siamo costretti a vivere: insicuri sulla propria identità, le proprie convinzioni, i propri valori e la propria visione del mondo, sempre in balia dell’opinione, o peggio, del giudizio degli altri. Purtroppo, per qualcuno lo è ancora di più.
Billy era un ragazzo di quindici anni dell’Indiana, a scuola era vittima di bullismo omofobico, pensavano fosse gay. A un certo punto non ce l’ha fatta più e si è suicidato impiccandosi. I suoi genitori hanno creato una pagina facebook in sua memoria, ma i bulli non hanno rispettato nemmeno quella e hanno continuato a offenderlo anche sui social.

A raccontare la sua storia domenica pomeriggio al Cinema Apollo al Festival di Internazionale a Ferrara è il giornalista omosessuale statunitense Dan Savage, autore della rubrica Savage love: “forse se qualcuno gli avesse detto che non era solo, che l’adolescenza è dura da superare, ma le cose cambiano, da adulti vanno meglio, Billy si sarebbe salvato”.

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Ecco come è nato nel 2010 il progetto “It gets better”, un portale web che raccoglie testimonianze di persone lgbt, persone normali o personaggi famosi, su come hanno superato il periodo della propria adolescenza. Lo si potrebbe considerare quasi un manuale di istruzioni per l’uso: come superare la scuola giorno dopo giorno, come fare coming out con i propri genitori, come entrare in contatto e trovare sostegno nella comunità lgbt.
“Vengo spesso invitato nelle università a parlare di sesso e sessualità, ma non nelle scuole superiori, forse perché sono considerato troppo esplicito e pericoloso – scherza Savage – e così ho pensato che, in realtà, per entrare in contatto con tutti i ragazzi e le ragazze nell’era di internet e di youtube non mi serviva l’invito degli adulti”. Il primo video Dan lo ha girato con suo marito Terry, poi ha iniziato a coinvolgere altri adulti gay perché registrassero la propria testimonianza: “all’inizio l’obiettivo era arrivare a cento video, ma solo nei primi due giorni siamo arrivati a mille e nella prima settimana abbiamo raggiunto i 10mila”, racconta Dan. “Ora siamo il canale youtube open source più grande mai creato, abbiamo un video persino del presidente Obama”.

Dan racconta anche la propria esperienza e quella del fratello maggiore, entrambi bullizzati a scuola, l’uno perché gay, l’altro perché “era una secchione”. La differenza era che suo fratello “poteva parlare e aprirsi con i nostri genitori”, mentre Dan no perché erano “omofobici”. Ebbene le cose ora vanno meglio per Dan: è sposato con Terry da 18 anni e insieme hanno adottato un bimbo, che ora è un perfetto “ragazzo etero” con buona pace di coloro, i “bigotti” come li chiama Dan, che temono che i figli che crescono con genitori omosessuali diventino per forza a loro volta omosessuali.

Quello che cerca di fare Itgetsbetter.org è non fare sentire soli i ragazzi vittima di bullismo, in particolare quelli che subiscono bullismo omofobico, mettendo “le cose in prospettiva”. È un canale per trasmettere esperienze di vita, perché tutte le persone lgtb “ sono state adolescenti, non è una cosa che capita all’improvviso in età adulta”: queste testimonianze di persone lgbt adulte aiutano i ragazzi e le ragazze a diventare più consapevoli nell’affrontare e vivere la propria condizione.
L’obiettivo è “fare la differenza salvando almeno una vita” perché ci siano sempre meno storie come quella di Billy.

www.itgetsbetter.org
www.lecosecambiano.org

Guarda il video del Presidente Usa per la campagna Itgetsbetter

bullismo

CAMBIA-MENTI
Prepotenza: attacco o difesa?

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La prepotenza agita contro altri può essere un attacco con lo scopo di ferire oppure può essere una difesa per paura di essere a propria volta attaccati. I fenomeni di bullismo ci sono sempre stati, ma mai tanto perversamente esibiti da quando la diffusione dei mezzi di comunicazione contemporanei ne rendono la diffusione in rete così capillare.
Gli atti di prepotenza, le molestie o le aggressioni sono intenzionali, cioè sono messi in atto per provocare un danno alla vittima. C’è persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano per settimane, mesi o anni e sono ripetute. Riguardano soprattutto bambini o ragazzi, in genere in età scolare, che condividono lo stesso contesto, più comunemente la scuola.
Vi è un’asimmetria nella relazione, cioè uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, per ragioni che possono essere di età, forza, genere o per la popolarità che il bullo ha nel gruppo di suoi coetanei. La vittima in genere già prima di subire ‘violenza’ ha problemi di integrazione col gruppo dei pari, non è in grado di difendersi, è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme vendette e ritorsioni ulteriori.
Il bullismo non è né uno scherzo (in quanto nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme e non di ferire l’altro), né un conflitto fra coetanei, che avviene in determinate circostanze e può accadere a chiunque.
Un mio paziente così racconta il suo brutto incontro con la prepotenza altrui: “Quando entrai al liceo le cose precipitarono…venni preso di mira da un gruppo di ragazzini, io ero quello magrino, con gli occhiali, con la “R” moscia e la “S” sibilante, effeminato e un po’ diffidente. Quindi ero la vittima perfetta. Iniziò tutto con degli scherzi stupidi, fatti durante l’intervallo, mi nascondevano quaderni, astucci, libri ecc. e a niente servivano le mie preghiere di restituirmele. Un giorno rimasi, completamente in balia dei miei aguzzini che mi colpirono con schiaffi, pugni e calci, finché non si stancarono e tutto questo durante un’assemblea di istituto. Un giorno i miei genitori stanchi di vedermi in lacrime ogni giorno, decisero di parlare con il preside, lui chiamò i miei compagni nel suo ufficio e da li le cose migliorarono”.
Gli atti di bullismo avvengono sempre su una scena, davanti ad una platea: umiliare la vittima è parte integrante di questo rituale. II bullo utilizza il gruppo per ricavarne forza.
Chi è vittima vive un costante senso di terrore e di mortificazione e paradossalmente questo lo fa sentire parte di qualcosa, parte di un gruppo. Da un certo punto di vista meglio essere vittime che non definirsi affatto.

Il bullo e la vittima condividono la stessa radice: l’insicurezza e ricacciano nell’altro ciò che non possono riconoscere di sé, cioè debolezza o forza. Condividono inoltre la stessa posizione soggettiva rispetto al mondo: l’isolamento (si sentono esclusi).
Essere bullo/vittima dà un’identità: è sempre più rassicurante che non potersi definire affatto. Il bullo per dirsi forte ha bisogno di misurarsi sul debole, così come la vittima per definirsi tale ha bisogno di un carnefice. L’uno è necessario all’altro: sono due figure complementari. Se li si sanziona come provocatori o li si conforta come vittime l’esito è di confermarli nella falsa identità che quel ruolo assicura loro e non li si aiuta ad abbandonare quella posizione soggettiva.
Un altro mio paziente così descrive la sua esperienza alle medie: “La consapevolezza che le parole possano essere affilate come coltelli l’apprendi all’età di dodici anni, proprio quando vedi il tuo corpo cambiare e il più delle volte non lo sta facendo come sperato. A dodici anni, se la fortuna non gira bene, puoi ritrovarti a frequentare ambienti pieni di squali rabbiosi, che non si sa per quale buona ragione hanno voglia di comunicare a tutti i costi come e chi sei; ci tengono a rivelarti il tuo orientamento sessuale, a farti sapere se sei brutto o grasso, vestito bene o male. Possono fartelo sapere in vari modi, urlandolo davanti ad altra gente, oppure sussurrandolo all’orecchio. Possono scrivertelo su ogni pagina del quaderno di matematica, quando sei fortunato, o peggio ancora sui muri della scuola. Quello che tu sai o sei veramente conta poco, non interessa, passa in secondo piano. Tali gesti che oggi, avendo raggiunto la maggiore età e la consapevolezza della loro gravità, sembrano essere impensabili nella realtà di ognuno di noi, quando hai dodici anni possono essere il pane quotidiano”.
È proprio la percezione di non essere padrone in casa propria, che qualcosa di sé non si lascia dominare a spingere i bulli a spadroneggiare sugli altri. D’altra parte la vittima è fin troppo consapevole dei propri limiti e pronto a tutto, anche a sacrificare se stesso per poter credere che ci sarà un tempo in cui troverà la forza per reagire.

LA CITTÀ DELLA CONOSCENZA
La falsa coscienza di una società triste

Mi piacerebbe che di fronte ai comportamenti devianti e violenti dei nostri bambini e giovani, compresa la componente femminile che pare non essere da meno, si rispondesse non solo con la medicalizzazione e la penalizzazione, ma anche procedendo a una potente quanto drastica disintossicazione della società degli adulti che ne è all’origine, comprese scuola e famiglia.
Intanto partirei dai termini “bullo” e “bullismo” per accogliere la sollecitazione dell’Accademia della Crusca, che ci invita a chiamare la cose come la nostra lingua madre ci ha insegnato anziché ricorrere sempre all’inglese. “Bullismo” è l’italianizzazione dell’anglo “bully”. Se “bully” è prepotente, bullismo in italiano è prepotenza. Dal punto di vista semantico e della comunicazione trovo molto più efficace “prepotente” e “prepotenza”. La denuncia del sopruso sull’altro mi sembra che esca con maggiore forza e non resti offuscata dalla nebulosità di termini come bullo o bullismo, che rischiano di desemantizzare la cosa in sé, come le vacche di Hegel che di notte sono tutte nere.
Coniare termini nuovi per fenomeni vecchi non aiuta a comprenderli meglio, anzi spesso succede che funzionano da distrattori. Chiunque sottomette a sé qualcuno è un prepotente e compie atti di prepotenza, come i tiranni, come i dittatori e ogni prepotenza trasforma chi la subisce in vittima. A volte si ha l’impressione che le campagne contro il bullismo e il cyberbullismo, il mobbing e lo stalking, tutti riconducibili all’area semantica del sopruso e della prepotenza, siano più finalizzate a farne fenomeni di costume utili a ingrassare convegni che a volerli combattere realmente.
Per evocare il titolo di un importante libro sul disagio degli adolescenti sarebbe il caso che avessimo il coraggio di prendere a mano “le passioni tristi” di questa società triste.
Sono passioni che datano con la storia dell’uomo, con i nostri riti sociali, di iniziazione o meno, dai quali neppure il progresso e le conquiste democratiche ci hanno aiutati a guarire. Non vi ricordano nulla i turbamenti dell’allievo Törless?
E allora leggete un po’ qui: «Cara maestra, è finita, finalmente è finita, non la scuola, ma tutta l’ansia che mi hai fatto provare, tutta l’avversione per lo studio che mi hai procurato, a volte perfino il rancore che ho sentito verso i miei compagni, a causa tua. Non so davvero da dove cominciare, sono talmente tante le cose per le quali vorrei “ringraziarti”: per tutte le volte che mi hai fatto sentire un incapace».
Sono le righe di una lettera che i bambini di una quinta classe elementare di Brindisi hanno scritto al termine della scuola alla loro maestra. Come definire questa lettera se non una denuncia di bullismo? Solo che il nostro di adulti è sottile, spesso istituzionalizzato, non ha la rozzezza, l’aggressività di chi dalla vita non è ancora stato sufficientemente raffinato.
Il tema è sempre quello denunciato da Foucault: sorvegliare e punire. E, guarda caso, che grande conquista del terzo millennio abbiamo compiuto: contro il bullismo e la devianza continuiamo a rispondere con il “sorvegliare e punire”. Meritiamo davvero un bell’applauso.
I soprusi, gli atti di prepotenza, le forme di violenza psicologica dei nostri giovani non vengono da lontano, ma purtroppo da molto vicino a loro.
Della logica del dominio è intrisa ogni nostra istituzione sociale, le piramidi, le gerarchie, il sopra e il sotto, le condotte di massa. Ordine e consenso richiedono sottomissione e nessuna società si reggerebbe se non fosse così; perfino Rousseau, quello dell’Emilio, lo sosteneva. Nessuna società che non sappia fondare se stessa su valori come la libertà, l’autonomia, la responsabilità.
Ma è necessario che libertà, autonomia e responsabilità si respirino da subito, fin dalla nascita, che tutto dell’ambiente che ci circonda sia coerente con essi, ne sia testimone fedele. Non lo sono certo le nostre scuole per come sono organizzate, per le loro pratiche: basti solo pensare che il sapere sistemato in materie lo chiamiamo “disciplina”, come la disciplina militare, come la disciplina per fustigare. Neppure le nostre famiglie sono da meno.
E se questa è la realtà, mentre cerchiamo di porre rimedio agli atti di bullismo compiuti dai ragazzi e dalle ragazze, figlie e figli di questa società bulla a sua volta, occorrerebbe che apprendessimo come fare per cambiare una società triste che produce passioni tristi. Perché noi ai nostri bimbi, ai nostri ragazzi non sappiamo insegnare la felicità e la gioia, ma solo le passioni tristi.
È il danno di credere, con buona pace di Freud, che l’Io sia inevitabilmente il prodotto del conflitto tra piacere e morte. Una traduzione psicanalitica della perenne lotta tra il bene e il male universalmente proposta dalle religioni.
Per favore prendiamoci cura di noi. Impariamo a educare i nostri piccoli da subito ad essere ciò che sono, a diventare ciò che desiderano, a essere e non a “dover essere”. E se le nostre famiglie, le nostre istituzioni educative, le nostre scuole non sono all’altezza di questo compito è giunta l’ora di cambiarle e di farlo in fretta.
Non si diventa bulli all’improvviso e non c’è niente di peggio dell’ipocrisia degli adulti che non vogliono ammettere i loro errori.
Intanto una cosa si potrebbe fare subito: una scuola coerente con le campagne contro il bullismo e il cyberbullismo dovrebbe iniziare da se stessa, facendo la sua prima rivoluzione, interrogandosi su come si può essere un luogo di apprendimento anche della gioia e della felicità di vivere. Per esempio, rovesciando quell’ordine che fino ad ora ha servito le passioni tristi, ponendo al centro l’apprendimento e il soggetto che apprende, anziché l’insegnamento e il soggetto che insegna. Spaventa? Non si può fare?
Allora teniamoci le passioni tristi se ai nostri giovani non siamo in grado di offrire neppure la passione di gioire.

progetti affettività scuola

INCHIESTA
Le identità contese. Cosa è meglio per la tutela dei diritti di tutti

3. SEGUE Il terzo e, almeno per ora, ultimo incontro in questo percorso di approfondimento su teoria del gender e bullismo omofobico nelle scuole è con Elena Buccoliero, sociologa e counsellor, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara, dal 2008 è giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Bologna; da anni si occupa di bullismo in adolescenza con attività di formazione, ricerca, intervento e divulgazione a livello nazionale, ed è autrice di diversi testi sul tema, come “Il bullismo omofobico. Manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori” (Franco Angeli, 2010, insieme a Marco Maggi, Luca Pietrantoni e Gabriele Prati).

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Elena Buccoliero. Fonte: Regione Emilia Romagna

Non solo, Elena è anche attivista del Movimento Nonviolento e proprio da qui parte la nostra conversazione su identità sessuale e di genere, sui progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, sull’omofobia a scuola. “Una cosa che si impara studiando la gestione dei conflitti è che la gestione dei conflitti sui valori è semplicemente impossibile, a meno che non ci sia qualcuno che rinuncia ai propri, cosa in realtà non auspicabile tutto sommato. Per questo io credo che l’unica cosa che si può fare in situazioni come queste è trovare una modalità per gestire la realtà: il punto non è che cosa sia più vero, ma come possiamo starci dentro tutti e questo è un passaggio che vedo avvenire raramente, soprattutto quando si parla di questi argomenti”. “Un’altra cosa che andrebbe detta – continua Elena – è che ci sono dei dati di realtà e tendenze molto chiare: l’omofobia esiste, il bullismo esiste, il bullismo omofobico esiste, anche verso maschi che non sono gay, ma che hanno un modo di interpretare la propria mascolinità differente dalle regole che il contesto decide. Questo è un problema di diritti delle persone, cioè di possibilità di stare dentro un contesto collettivo in maniera diversa. In più è un tema particolarmente sensibile perché tocca una sfera che nel periodo della preadolescenza e dell’adolescenza è fondamentale: quella della costruzione della propria identità”.

Una delle ambiguità principali riguardo questi temi riguarda le nozioni di sesso e genere: alcuni affermano che il genere sarebbe inesistente perché esiste solo il dato biologico del dimorfismo sessuale.
Lo psichiatra Paolo Rigliano nel suo “Amori senza scandalo” si sofferma su quanto ci sia di naturale e quanto di culturale nell’identità di genere, arrivando a una conclusione che sembra quasi banale: dalla rassegna dei vari studi emergerebbe che una risposta non ce l’abbiamo. L’omosessualità esiste anche fra gli animali e questo ci potrebbe far pensare che effettivamente ci sia un aspetto genetico, poi sappiamo anche che ci possono essere esperienze e comportamenti che contribuiscono a marcare determinate identità. Quindi dire che l’omosessualità è un fenomeno naturale e basta può darsi che non sia corretto, in ogni caso viviamo in una società che è fatta di cultura, nel senso di rappresentazioni sociali, di valori, perciò pesa enormemente nella vita delle persone come si interpretano, valutano, vivono, giudicano, manifestano, determinati comportamenti e caratteristiche. Una persona potrà incontrare un ambiente ‘ostile’ oppure ‘accogliente’ e questo farà la differenza nella sua vita. Tornando a Rigliano, nel libro afferma che si è gay perché succede di essere gay, quasi non ci fosse una soluzione alla domanda. Il dato di fatto è che le persone omosessuali esistono e credo che a partire da questo chi deve prendere decisioni si debba chiedere quali siano quelle a tutela dei diritti di tutti.

E per quanto riguarda i ragazzi?
Per quanto riguarda i ragazzi noi sappiamo che nelle scuole esiste un atteggiamento di omofobia, in alcune più in altre meno, e questa è una cornice assolutamente culturale perché non c’è nulla di naturale nel fatto che per offendere un compagno gli si dia del ‘finocchio’, però è l’offesa più comune. Parlando con i ragazzi poi confessano che in realtà non è che pensino male dei gay quando usano quell’espressione come un’offesa: è che fa ridere e si è sempre fatto così.
Queste cose esistono in tutte le scuole, ecco perché è un argomento da affrontare perché le persone possano stare bene in una scuola che sia inclusiva. Non è ideologico, ma rispecchia la realtà, il fatto che a scuola si faccia educazione sessuale e affettiva facendogli sapere che esistono gli eterosessuali, gli omosessuali, i transessuali: è dare legittimità, spazio di esistere, cittadinanza, a modi diversi di essere. Questo non significa che qualcuno venga spinto o indotto a essere omosessuale. Secondo me è logico che la scuola, laica e universale, trasmetta ai ragazzi una visione globale di quello che ci può essere nel mondo, non solo su questo, ma su molti altri argomenti. E nello stesso tempo significa far sapere a chi è gay o si sta domandando quale sia il significato di alcune sue emozioni che non è una cosa sbagliata, indecente, di cui vergognarsi, ma è un modo possibile di essere.
Questo non dovrebbe essere solo un tema che riguarda Arcigay e Arcilesbica, ma dovrebbe diventare un tema che riguarda tutti: io non so se ha senso dire che esiste un’ideologia gender, certo esistono le persone omosessuali, esiste una domanda che riguarda i diritti delle persone, qualunque orientamento sessuale abbiano, ed esiste una società che non è pronta ad accogliere tutti, su cui perciò bisogna lavorare. E questo è un discorso che vale naturalmente per tutti i tipi di diversità.

Secondo gli estensori dei documenti contro la sua introduzione nelle scuole italiane, “la “teoria del gender” vuole, come imposizione dell’alto, che tutti noi, compresi i bambini, non diciamo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento””. È davvero così?
Io non conosco progetti che pongano la questione in questi termini, ciò non significa che non ce ne possano essere. Non mi piace pensare a progetti che dicano questo, preferisco interventi che insegnino che dire “sono maschio” o “sono femmina” può significare molte cose, cioè che essere maschio o femmina non significa per forza essere in un unico modo. Preferisco pensare che si possa insegnare che ci sono tanti modi di essere maschio e di essere femmina e che sapere questo possa far sentire maggiormente sicuri e a proprio agio nel mondo.

Una delle critiche a mio avviso più gravi è che i progetti di educazione sessuale e affettiva su orientamento sessuale e identità di genere non rispettino il ruolo della famiglia nell’educazione, sostenendo che l’ideologia dell’indifferenza sessuale venga introdotta con l’inganno affermando di combattere il bullismo omofobico.
Io non conosco scuole, soprattutto a livelli più bassi di età, dove si facciano progetti sull’affettività e sulla sessualità senza comunicarlo alla famiglia. Inoltre ciò che non è episodico sta nel Pof, Piano dell’offerta formativa, che è sottoposto a delle procedure che prevedono l’approvazione da parte delle famiglie. Perciò non è vero che si fanno Pof dove le famiglie non possono mettere bocca, piuttosto si potrebbe dire che ci sono famiglie che non vanno ai colloqui con gli insegnanti dei figli nemmeno a fine anno, oppure che ci sono elezioni dei rappresentanti dei genitori in cui si sa già chi verrà eletto, cioè l’unico ad essersi presentato. Gli strumenti per la partecipazione della famiglia nelle scuole ci sono, la questione e se vengano usati.

La mozione contro l’introduzione di “programmi di indottrinamento” sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere approvata dal Consiglio Regionale della Basilicata pone fra le premesse il fatto che “è compito della famiglia – “società naturale fondata sul matrimonio” fra un uomo e una donna – trasmettere la vita, i valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi”.
Lasciando da parte il fatto che si fa un’aggiunta di non poco conto all’articolo 29 della Costituzione, che parla di tutela della famiglia, ma non specifica in alcun modo che sia formata da un uomo e una donna, la famiglia oggi è ancora solo questo? Questa difesa della famiglia ‘tradizionale’, se così la vogliamo chiamare, non può nascondere un’insicurezza riguardo al fatto che sempre più l’essere genitore non riguarda solo il dato del legame biologico, ma l’aspetto relazionale: in altre parole una definizione di genitore che è ‘buono’ per il suo comportamento, per quello che fa, non per quello che è? Mi viene in mente per esempio Malcom X quando affermava che tutti possono fare figli, ma non tutti sono in grado di essere genitori.

Io non so perché se c’è qualcuno di diverso dalla maggioranza, questo debba mettere insicurezza nella maggioranza stessa. Quando si fanno discorsi ideologici non si tiene in conto che poi andrebbero declinati nella vita delle persone: stare accanto al proprio compagno o alla propria compagna in ospedale è una concessione o un diritto? È un diritto, anche se per alcuni non c’è ancora nessuna legge che lo riconosce. Si vivono le stesse preoccupazioni la stessa ansia, non importa se il compagno o la compagna sono di sesso uguale o diverso.
A parte frange di estrema omofobia, secondo me la generalità delle persone è molto aperta sul tema omosessualità, molte però si fermano sulla soglia dell’adozione da parte delle coppie gay, mentre l’adozione delle coppie eterosessuali non causa la stessa inquietudine.

Quindi tu pensi che ci sia una componente di sincera preoccupazione per la psiche dei bambini?
Secondo me sì, può essere che davvero ci siano persone sinceramente preoccupate per la psiche del bambino e si chiedano quali modelli di maschile e femminile abbia se cresce in una famiglia omogenitoriale.

E a tuo avviso questo timore è fondato?
Non lo sappiamo ancora. Ci sono studi che dicono di sì, altri che dicono di no, mentre altri ancora sostengono che eventuali problemi sorgano non tanto dal fatto di avere genitori omosessuali, ma dallo stare in un contesto che stigmatizza questa cosa.

I bambini, infatti, non entrano in relazione solo con i propri genitori: ci sono i nonni, gli zii, tutto un contesto di adulti con i quali entrano in contatto e nei quali possono trovare il maschile e il femminile di cui hanno bisogno.
Certamente sì, c’è un grande contorno che spesso non viene tenuto sufficientemente in considerazione. Però è anche vero che gli anni determinanti per la costruzione della personalità sono quelli da 0 a 3 e in questo periodo il riferimento diretto sono i genitori.
Poi però si potrebbe anche dire che, per esempio, nei periodi di guerra frotte di bambini sono cresciuti solo con donne: madri, nonne, zie, sorelle. Questo non ha modificato il loro orientamento sessuale. Trovo curiosa l’idea che se un bambino o una bambina stanno a contatto con persone omosessuali o hanno genitori omosessuali hanno maggiori possibilità di essere a loro volta gay. Siccome le persone omosessuali sono tutte nate da genitori etero, viene da farsi qualche domanda.

4. FINE

Leggi la prima, la seconda, la terza puntata

bullismo omofobico

INCHIESTA
Le identità contese. L’impegno di Promeco: “Primo obiettivo rispettare le diversità”

2. SEGUE – Il tema del bullismo omofobico è poco indagato. Nelle ricerche, non solo italiane, questa assenza pesa ancora di più se si pensa che rappresenta una componente rilevante del fenomeno. E’ necessario fare riferimento a una ricerca condotta prima del 2010: l’indagine Schoolmates, condotta nel biennio 2006-2008 da Arcigay grazie ad un cofinanziamento della Commissione Europea, che ha trattato di percezione del bullismo di stampo omofobico in ambiente scolastico in quattro Paesi, l’Italia, la Spagna, l’Austria e la Polonia.
Qui più di un intervistato su tre dichiara di sentire spesso o continuamente a scuola termini offensivi nei confronti dell’omosessualità rivolti a studenti maschi. In Italia il clima è relativamente peggiore. I protagonisti sono soprattutto gli studenti maschi (95,0% nel campione europeo e 96,5% in quello italiano), anche se non va sottovalutato il ruolo, meno visibile a livello sociale, delle studentesse (56,2% e 62,2%). Per quanto riguarda invece i tempi e i luoghi, sono soprattutto quelli ‘interstiziali’ rispetto alla lezione vera e propria i contesti in cui e durante i quali questo fenomeno si sviluppa con maggior frequenza. In Italia solo il 25,8% degli intervistati dichiara di aver sentito insulti durante le lezioni in classe (33,8% in Europa), dato che sale al 60,5% tra una lezione e l’altra o durante l’intervallo (80,4% in Europa); inoltre, a fronte del 49,8% che le ha sentite in classe, l’89,1% le ha invece percepite nei corridoi, nei giardini o negli spazi comuni.

Ma cosa si intende per bullismo omofobico e quali sono le sue specificità? Si parla di ‘bullismo’ quando siamo di fronte a una relazione di abuso di potere in cui avvengono dei comportamenti di prepotenza in modo ripetuto e continuato nel tempo, tra ragazzi non di pari forza, dove chi subisce non è in grado di difendersi da solo. Il bullismo omofobico riguarda le prepotenze e gli abusi che si fondano sull’omofobia, rivolti a persone percepite come omosessuali o atipiche rispetto al ruolo di genere. I bersagli perciò possono essere molteplici: non solo adolescenti che apertamente si definiscono gay o lesbiche, ma anche adolescenti che ‘sembrano’ omosessuali sulla base di una percezione stereotipica o che frequentano amici apertamente omosessuali; adolescenti con fratelli, sorelle o genitori omosessuali o che hanno idee e opinioni favorevoli alla tutela dei diritti omosessuali.

Alberto Urro
Alberto Urro di Promeco

A Ferrara dal 1995 a occuparsi di prevenzione e contrasto del bullismo c’è Promeco, centro istituito da Comune, Azienda sanitaria locale, Ufficio scolastico provinciale e Provincia di Ferrara per occuparsi di prevenzione del disagio giovanile: attualmente il servizio opera in 34 istituti medi e superiori in città e in provincia. Abbiamo parlato di bullismo omofobico e ‘teoria del gender’ con uno dei suoi operatori: l’educatore e counsellor Alberto Urro.

Qual è la situazione a Ferrara? Per esempio, il caso dell’aggressione di inizio settembre in corso Porta Reno può essere classificata come caso di bullismo omofobico?
Un atto di prevaricazione singola che ha anche uno sfondo omofobico non può essere definito un atto di bullismo, che si distingue per la reiterazione dei comportamenti. Noi abbiamo una cultura che è abbastanza ‘bulla’, non solo sul versante della sessualità, ma sulla diversità in senso più ampio. Tendenzialmente stiamo regredendo rispetto al passato, probabilmente perché la diversità la stiamo toccando con mano, a volte la stiamo subendo dal punto di vista culturale perché non abbiamo gli strumenti per poterla masticare. Quindi c’è una chiusura, una retroazione perché è più facile avere paura della diversità piuttosto che iniziare a pensare che siamo in una società che si si sta muovendo rapidamente e sta cambiando. C’è un retroterra di cultura che sta arretrando: forse stiamo pensando agli affreschi quando in questa casa manca il tetto.
Per quanto riguarda l’atto odioso di Porta Reno, noi come Promeco non ci muoviamo solitamente sulla cronaca: manteniamo un costante monitoraggio sulle azioni che facciamo con lo scopo di migliorare la qualità delle relazioni come antidoto principale a questi fatti. A Ferrara abbiamo intercettato situazioni di bullismo omofobico nelle scuole, ma per quanto riguarda il nostro osservatorio non è qualcosa con cui dobbiamo avere quotidianamente a che fare.

Come si è intervenuti nei casi che avete individuato?
Intercettare situazioni di prevaricazione non è semplice, in genere c’è qualcuno che dice qualcosa a qualcun altro e quel qualcuno non è quasi mai la vittima, ma un esterno che osserva atti che si ripetono nel tempo. Noi interveniamo sempre in maniera molto delicata, prima di tutto cerchiamo di capire se siamo di fronte a una vicenda percepita come bullismo, ma non è effettivamente così, oppure se c’è effettivamente qualcosa di vero, oppure ancora se quanto riferito è solo la punta di un iceberg, con prepotenze che durano da anni. Nel momento in cui accertiamo episodi di prevaricazione abbiamo diverse strade. Se ci sono livelli di prevaricazione molto elevati, che mettono in pericolo l’incolumità non solo psichica, ma anche fisica della vittima, una di queste strade è quella legale, segnalando la cosa a chi di dovere. Un’altra strada è agire sul contesto relazionale, potenziando l’ambito dei ‘fattori protettivi’ e cominciando così a smontare le dinamiche di potere su cui agisce il bullo. Poi si arriva al sostegno diretto alla vittima e alla riparazione, anche con il bullo stesso che in genere è anch’esso portatore di difficoltà e disagio. Infine, ma non meno importante, c’è la fase del monitoraggio del cambiamento.

Parliamo ora dei documenti contro quei progetti di educazione all’affettività e alla sessualità che introdurrebbero a scuola la cosiddetta ‘teoria del gender’…
Dentro le scuole come Promeco non ci siamo mai occupati in maniera specifica di queste problematiche, ammesso che siano problematiche: abbiamo sempre cercato di sostenere e supportare gli istituti nel rispetto di una dinamica educativa preesistente. A volte mi è capitato di affrontare delle situazioni di imbarazzo riguardo a tematiche che avevano a che fare con l’affettività e con la commistione di aspetti legati all’affettività oppure alla sessualità. Ma noi non entriamo ‘a gamba tesa’ su questi aspetti che hanno a che fare con i valori cardine di ogni famiglia, il nostro è un lavoro di sostegno alla crescita.
Per quanto riguarda il discorso del gender, devo dirle che, leggendo il materiale che mi ha inviato (la mozione contro l’introduzione della teoria del gender votata a fine luglio in Basilicata, ndr), mi sembrano cose che vanno un po’ sopra le teste dei ragazzi. Non ho mai trovato in nessun ragazzo e nessun collega mi ha mai riportato un interesse per l’identità di genere in questi termini, un po’ troppo mediatici e strumentali.

Quindi a suo parere nelle scuole non viene introdotta una teoria del gender che afferma “che le differenze biologiche fra maschio e femmina hanno poca importanza”, e che vorrebbe “come imposizione dall’alto” che tutti noi “compresi i bambini” non dicessimo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento”, come si scrive nel documento approvato dalla Regione Basilicata.
Assolutamente, anzi. Però vanno distinti bene i due filoni: noi siamo per valorizzare la differenza nelle relazioni e il fatto che ogni persona ha il diritto di manifestare la propria differenza senza che questo diventi un tema ghettizzante. Ma non andiamo a incidere sulle scelte valoriali e culturali che guidano le scelte delle famiglie.
A volte si utilizzano strumenti e si parte da determinati contenuti per arrivare a trattarne altri: questo però e un classico del mondo degli adulti, non di quello dei bambini o degli adolescenti. Questa manipolazione strategica che ha l’adulto forse è presente anche in questo documento. Se questa teoria gender vuole portare avanti un’istanza di maggior riconoscimento dei diritti di coloro che hanno una modalità diversa di stare nelle relazioni con i propri simili, maschio o femmina che siano, questa parte la riconosco. Non credo molto al “ti insegno a essere altro”, molto meglio “ti insegno a riconoscere l’altro”. Io credo perciò che noi dobbiamo lavorare perché le persone crescano in una cultura capace di accogliere la differenza.

Una dichiarazione, a mio parere grave, che compare nella mozione è che questi “programmi di indottrinamento” verrebbero introdotti nelle scuole con un “inganno voluto dalla disinformazione sul tema” perché le famiglie “non hanno neanche idea di cosa sia questa “teoria del gender” e di cosa si vuole insegnare”. È così?
Assolutamente no. Esistono principi di trasparenza e di deontologia che ci impongono la condivisione come metodologia e sistema di approccio. Perciò nelle scuole, essendo minori, persone plasmabili da un certo punto di vista, prima di partire con dei progetti dobbiamo avere una condivisione profonda con le famiglie, ci deve essere fiducia da parte loro. I nostri interventi vengono sempre svolti a 360°, lavorando con gli studenti, con i docenti e con le famiglie, proprio per questo c’è una progettazione condivisa. Come servizio pubblico lavoriamo con protocolli, con programmazioni e rendicontazioni che ci danno la possibilità di capire cosa andiamo a fare, come lo facciamo e ad ogni passaggio vengono verificate e valutate le cose che stiamo facendo.
Che ci siano istanze tradizionaliste che pensano che la famiglia fatta da uomo e donna è l’unica famiglia possibile, secondo me, è comunque da tenere in considerazione perché fa parte della nostra storia culturale. Dopodiché siamo in una società dove, per una serie di altre questioni più complicate, la famiglia è diventata anche altro. Quello che il nostro lavoro ci permette di dire è che i figli di famiglie tradizionali hanno identiche problematiche rispetto a quelli di famiglie con caratteristiche diverse: questo è un dato di fatto. Quindi la famiglia tradizionale dove ci sono una mamma e un papà non è la panacea.

“Infine – si sostiene nella mozione – questo tipo di insegnamento oggettivamente confonde e ferisce la crescita e l’innocenza dei bambini”. Esiste questo tipo di rischio?
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di maschile e di femminile, ma il maschile e il femminile non sono per forza dentro un maschio e una femmina. Inoltre i compiti evolutivi non sono strettamente legati solamente all’educazione, c’è una multifattorialità, come dimostra il classico esempio dei gemelli che, anche se educati in modo identico, hanno un approccio alla vita diverso. L’unicità insita in ciascuno di noi cambia il modo di vedere e sentire cose identiche.
Dobbiamo usare strumenti dinamici perché è dinamica la crescita dei ragazzi. È importante rispettare gli aspetti evolutivi, perché in ogni aspetto evolutivo ci sono capacità diverse di apprendere le cose. Per esempio non me la sentirei di parlare di una tematica di questo genere con bambini di quarta elementare, ma lo farei con ragazzi più grandi; con i bambini però si può già parlare di diversità in generale.
Il buon approccio educativo è quello che cerca di fare in modo che le persone crescano in un ambiente tendenzialmente non giudicante, che dà la possibilità a tutti di esprimere con libertà i propri dubbi, le proprie necessità. Ecco, un aspetto che va valorizzato è che adesso ci sono famiglie che danno un accesso alla discussione rispetto a certe cose, mentre una volta non se ne poteva parlare con i genitori. Ed è proprio il non potersi confrontare con un adulto di qualità sui propri dubbi a poter creare problemi.

Prima di lasciarci, Urro sottolinea: “Dal punto di vista della cultura dobbiamo fare di più. Dobbiamo capire quale cultura vogliamo creare: una cultura di apertura o di chiusura? Siamo in grado di pensare la nostra società come una società ‘multi’? Secondo me in questo momento no e quindi dobbiamo lavorare per fare in modo che la diversità non venga vissuta come un pericolo, rispettando la singolarità e l’originalità di ogni persona, senza entrare nel mondo valoriale di ciascuno, che è la zona più a rischio di divisioni”.

2. CONTINUA [leggi la terza puntata]

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identita-genere

INCHIESTA
Le identità contese: bullismo omofobico e la battaglia sulla teoria gender

La principessa Elizabeth sta per sposare il suo principe, ma un giorno un drago lo rapisce e così l’intraprendente e combattiva Elizabeth parte per liberare il suo innamorato, in realtà un ragazzino superficiale e inetto. È la trama di “La principessa e il drago”, una favola che rovescia i tradizionali ruoli di genere. Leggere una storia come questa a dei bambini significa annullare le differenze fra maschio e femmina, confondendoli su cosa significhi essere l’uno o l’altra? O significa tentare di presentare loro più di un modo di essere maschio e di essere femmina? Non più di un mese fa, a una coppia di genitori di Massa Carrara la storia di Elizabeth è apparsa talmente pericolosa da spingerli a togliere la loro bimba dalla scuola pubblica che frequentava. Ancor più grave l’altra motivazione addotta: il fatto di non essere stati avvertiti che la scuola della figlia partecipasse a “Liber* tutt*”, progetto patrocinato dalla Regione Toscana con fondi per le pari opportunità. Altri libri considerati pericolosi sono “Alberto e la bambola”, la storia di un bimbo che stanco di giocare con le macchinine chiede un pupazzo, e “Salverò la principessa”, dove una bimba gioca con l’amica che finge di essere una principessa in pericolo e indossa un’armatura per salvarla. Forse la domanda da porsi sarebbe: cosa significa per ciascuno di noi essere maschio o femmina? E dire maschio e femmina oppure uomo e donna significa la stessa cosa?
Secondo la Società Italiana di Sessuologia i concetti da distinguere sono: sesso biologico, orientamento sessuale e identità di genere. L’orientamento sessuale è l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale, di una persona verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o entrambi (bisessualità); il sesso biologico è il sesso genetico determinato dai cromosomi sessuali, mentre l’identità di genere e il ruolo di genere riconducono rispettivamente al genere a cui ci si sente di appartenere e le norme sociali sul comportamento di uomini e donne relative a una determinata cultura ed epoca.

Si moltiplicano nel frattempo i casi di consigli regionali e comunali che approvano documenti contro l’insegnamento nelle scuole della cosiddetta ‘teoria gender’, che annullerebbe le presunte differenze biologiche per ricondurre le diversità esclusivamente all’influenza di condizionamenti culturali, in assenza dei quali fra uomini e donne non sussisterebbero diversità sostanziali. La teoria gender verrebbe introdotta nelle scuole italiane proprio con progetti di educazione all’affettività e alla sessualità o contro la discriminazione, come “Liber* tutt*”, non rispettando così il primato educativo delle famiglie.
Il primato va alla Basilicata, che a fine luglio ha approvato in Consiglio Regionale, con una maggioranza trasversale, una mozione redatta anche grazie alla consulenza esterna del movimento Provita. L’ultima in ordine di tempo è la Liguria, dove il 27 ottobre sono state approvate non una, ma ben due mozioni per mettere “al riparo i bambini e le loro famiglie dal rischio che in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, potessero essere introdotte lezioni sulle teorie gender, alle spalle e senza il coinvolgimento delle associazioni delle famiglie”, come spiega il primo firmatario di uno dei due documenti Matteo Rosso, capogruppo di Fratelli d’Italia.
Per quanto riguarda la nostra città, appena il 2 novembre scorso il consigliere comunale Pd Alessandro Talmelli ha chiesto al sindaco Tagliani e all’assessora Felletti chiarimenti “sui progetti educativi all’affettività e sessualità nelle scuole d’infanzia comunali e nelle scuole primarie e secondarie del Comune di Ferrara”. Nell’interrogazione si legge che “non mancano scuole nelle quali si organizzano progetti nei cui diversi indirizzi di pensiero non viene attribuita una sufficiente importanza al dato biologico, ma addirittura viene molto spesso lasciato da parte a vantaggio di scelte del sesso fatte sulla base della propria storia e dei condizionamenti famigliari e sociali”, “un modo di procedere – secondo il consigliere – che rischia di creare confusione e disorientamento nei bambini e ragazzi, in un’età già difficile di per sé, in cui si forma l’identità della persona”. Inoltre Talmelli evidenzia che “non di rado avviene che l’insieme di queste attività sono decise e realizzate senza informare adeguatamente le famiglie e senza coinvolgerle su questioni tanto delicate”.

A scatenare questo dibattito anche in questo caso è la tanto discussa riforma della “Buona Scuola”, che al comma 16 recita: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori…”. Parallelamente c’è anche la petizione “Stop omofobia a scuola. Nessuno uguale tutti uguali” dell’Agedo (Associazione di genitori, parenti e amici di persone Lgtb), che ha preso il via a marzo. Partendo dalla dichiarazione dell’Unesco secondo cui “Le scuole devono essere luoghi sicuri, devono combattere gli atteggiamenti discriminatori, creare comunità accoglienti, costruire una società inclusiva e permettere l’educazione per tutti”, e considerando la scuola pubblica il luogo privilegiato in cui riconoscere il diritto di tutti a essere sostenuti nel cammino verso “il pieno sviluppo della persona umana”, attraverso la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale”, che limitano di fatto “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, il documento afferma che c’è ancora molta strada da fare se per molti ragazzi e molte ragazze gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, la scuola può rappresentare il luogo in cui essere esposti all’insulto, alla derisione, all’isolamento, al bullismo: sarebbero oltre 100.000 le vittime di bullismo omofobico in un anno scolastico in Italia.

Per quanto riguarda la nostra regione una delle ultime indagini sul bullismo, e in particolare sul bullismo omofobico, risale al 2007-2008 e già questo forse è un segnale di quanto siano rare le indagini italiane mirate sull’argomento e di quanto il dibattito su queste tematiche si svolga probabilmente più su posizioni pre-giudiziali che su analisi fattuali e sulla quotidianità vissuta a scuola dai ragazzi. La ricerca si basava su un questionario somministrato in diverse città medio-piccole di Emilia Romagna, Lombardia e Liguria, contattando quasi 3.600 studenti dei diversi livelli di istruzione. Secondo i dati raccolti, il bullismo omofobico vero e proprio veniva osservato dagli allievi della scuola secondaria di primo o secondo grado sostanzialmente con la stessa frequenza: un po’ più del 40% non ne aveva notizia, circa un quinto lo rilevava raramente, altrettanto solo qualche volta, e il 13-17% affermava che fatti del genere avvenivano spesso o continuamente. È stato poi chiesto ai ragazzi di tutti gli ordini di scuole se subissero prepotenze da parte dei compagni e con quale frequenza e modalità. Secondo questa rilevazione le vittime di bullismo erano il 42,1% nella scuola primaria, si dimezzano nella secondaria di primo grado (20,4%) e tornano pressoché a dimezzarsi in quella di secondo grado (11,4%).
Volendo poi restringere ancora di più il campo di osservazione e rimanendo alla cronaca ferrarese, è del 9 settembre l’episodio a sfondo omofobo nel centrale corso Porta Reno ai danni del 27enne Filippo Bergamini e di altri due suoi amici: un’aggressione verbale e fisica della quale si sono resi responsabili tre ragazzi minorenni.

Teoria del gender, bullismo omofobico, progetti scolastici su affettività, orientamento sessuale e identità di genere, e cultura omofoba in senso più ampio: abbiamo cercato di approfondire queste tematiche con alcune persone che se ne occupano per lavoro e per lavoro si confrontano tutti i giorni con i ragazzi.

1. CONTINUA [leggi la seconda puntata]

L’OPINIONE
Violenza e bruttezza. Il tracimare della realtà virtuale

Quali sono gli effetti della bruttezza, soprattutto di quella specie di bruttezza che si confronta e si oppone all’etica? Questi effetti sono sicuramente disgustosi e a volte terribili come il più feroce di tutti: quello che ha distrutto non solo le testimonianze della bellezza, sporcando e infierendo contro l’arte e i musei, case della bellezza. ma che ora, spostando il tiro, si spinge a uccidere e a terrorizzare i giovani cristiani, nella casa del sapere che è l’università cristiana del campus di Shabaab a Garissa…
L’odio per la cultura e l’ossessione della Storia. La più bieca tra le forme di bruttezza che sporca e la ragione e il sentimento. Il crasso velo di ignoranza che si fa scudo di un grido: è la guerra che lo vuole e così “vi colpiremo ancora!” Ignobile.

Ma nel nostro mondo occidentale altre forme di bruttezza rimangono impunite quasi giustificate da un pensiero che a livello razionale suona altrettanto disgustoso della violenza esercitata sulle opere d’arte o sulle persone di altre religioni. Il bullismo esercitato nella scuola di Cuneo da un gruppo di studenti in gita che non si limitano ad esercitare in una specie di sadico rituale, una violenza di gruppo verso un compagno ubriaco e semincosciente, ma a filmarlo, a scattare selfie e documentazione di una azione sporca e disgustosa. Depilazione delle gambe, bruciature, scherzi sessuali fino a cospargere d’urina il corpo ormai diventato oggetto del compagno steso in una vasca da bagno; fino a decorare quella povera carne di caramelle. Ma ancora, come nella violenza jaihadista, la fa da padrona la scrupolosa documentazione filmica di questa vicenda perché la vera realtà non può fare a meno di quella parallela, virtuale ma ormai per gran parte di noi, vita “vera”.

Ma ancora il peggio deve avvenire. Gli eroi di tanta impresa, scoperti, interrogati, puniti dai professori e dalla preside ora vengono difesi da qualche genitore che ha trovato eccessiva la pena inflitta in quanto sarebbe stato giusto che i ragazzi se la fossero vista tra di loro Una ragazzata, insomma. A questo si vorrebbe fosse ridotto il ruolo della scuola ormai fortino espugnato dall’”altra realtà” virtuale.

“Ai nostri tempi” c’era sì il bullismo, la violenza come disperato tentativo di ribellarsi alla costrizione di un sapere che veniva indotto con il potere esercitato dalla struttura stessa della scuola. E basti pensare a quello che accadeva nelle scuole inglesi o in quelle irlandesi o anche in certi istituti privati italiani, ma la democrazia aveva aperto un dialogo che eccetto alcuni casi immediatamente denunciati non scalfivano l’interazione tra docenti e discenti perché gli insegnanti detenevano non la potestas ( ovvero il potere militarmente inteso) ma l’auctoritas un potere che viene dall’essere dispensatori di sapere.

Cosa è rimasto di questa scuola che umilia gli insegnanti e li rende comunque ricattabili dalla realtà virtuale? Suona dunque eroica la sentenza e la punizione comminata dalla preside di Cuneo e dal corpo insegnante. Il risultato però è vanificato dal virtuoso genitore che trova l’episodio uno scherzo e ritiene eccessivi i metodi di repressione del bullismo.
Così la bellezza del sapere, la scuola educatrice di vita si trasforma nella banale e pessima idea convenzionale di “così fan tutti” .

E meno male che questa gloriosa impresa non è stata commessa da extracomunitari sicuramente dichiarati degna di quella fascistica idea del “Oh bongo bongo bongo stare bene solo al Congo” a cui tanti militanti leghisti sembrano credere.

La bruttezza poi si esercita come violenza indotta verso i detentori della bellezza. Si veda la fine immonda fatta dall’ultimo discendente della più ricca stirpe americana: i Getty. Trovato morto e dissanguato oscenamente nudo dalla cintola in giù. I Getty che avevano eretto i templi della bellezza con i loro musei e che erano finiti dentro le spire della paranoia col vecchio che si era creato una specie di difesa invalicabile anche qui pensando a una realtà altra dove gli echi della vita reale non dovevano entrare anche quando la mafia taglia l’orecchio in Italia a un suo nipote e lui vorrebbe fargli pagare il riscatto o a quest’altro distrutto dalla droga.

E cosa possono fare contro questi esempi il delicato potere e l’”aura” che spirano da un quadro, da una statua, da un libro? Un altro anche se diverso esempio di violenza.

E’ giusto che la biblioteca di Storia dell’arte della Gnam di Torino debba essere aperta solo una mattina a settimana perché non ci sono i soldi per tenerla aperta? E impedire così lo studio della bellezza?

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