Tag: bullismo omofobico

INTERNAZIONALE
Le cose cambiano

Alzi la mano chi pensa che l’adolescenza sia uno dei periodi più difficili che siamo costretti a vivere: insicuri sulla propria identità, le proprie convinzioni, i propri valori e la propria visione del mondo, sempre in balia dell’opinione, o peggio, del giudizio degli altri. Purtroppo, per qualcuno lo è ancora di più.
Billy era un ragazzo di quindici anni dell’Indiana, a scuola era vittima di bullismo omofobico, pensavano fosse gay. A un certo punto non ce l’ha fatta più e si è suicidato impiccandosi. I suoi genitori hanno creato una pagina facebook in sua memoria, ma i bulli non hanno rispettato nemmeno quella e hanno continuato a offenderlo anche sui social.

A raccontare la sua storia domenica pomeriggio al Cinema Apollo al Festival di Internazionale a Ferrara è il giornalista omosessuale statunitense Dan Savage, autore della rubrica Savage love: “forse se qualcuno gli avesse detto che non era solo, che l’adolescenza è dura da superare, ma le cose cambiano, da adulti vanno meglio, Billy si sarebbe salvato”.

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Ecco come è nato nel 2010 il progetto “It gets better”, un portale web che raccoglie testimonianze di persone lgbt, persone normali o personaggi famosi, su come hanno superato il periodo della propria adolescenza. Lo si potrebbe considerare quasi un manuale di istruzioni per l’uso: come superare la scuola giorno dopo giorno, come fare coming out con i propri genitori, come entrare in contatto e trovare sostegno nella comunità lgbt.
“Vengo spesso invitato nelle università a parlare di sesso e sessualità, ma non nelle scuole superiori, forse perché sono considerato troppo esplicito e pericoloso – scherza Savage – e così ho pensato che, in realtà, per entrare in contatto con tutti i ragazzi e le ragazze nell’era di internet e di youtube non mi serviva l’invito degli adulti”. Il primo video Dan lo ha girato con suo marito Terry, poi ha iniziato a coinvolgere altri adulti gay perché registrassero la propria testimonianza: “all’inizio l’obiettivo era arrivare a cento video, ma solo nei primi due giorni siamo arrivati a mille e nella prima settimana abbiamo raggiunto i 10mila”, racconta Dan. “Ora siamo il canale youtube open source più grande mai creato, abbiamo un video persino del presidente Obama”.

Dan racconta anche la propria esperienza e quella del fratello maggiore, entrambi bullizzati a scuola, l’uno perché gay, l’altro perché “era una secchione”. La differenza era che suo fratello “poteva parlare e aprirsi con i nostri genitori”, mentre Dan no perché erano “omofobici”. Ebbene le cose ora vanno meglio per Dan: è sposato con Terry da 18 anni e insieme hanno adottato un bimbo, che ora è un perfetto “ragazzo etero” con buona pace di coloro, i “bigotti” come li chiama Dan, che temono che i figli che crescono con genitori omosessuali diventino per forza a loro volta omosessuali.

Quello che cerca di fare Itgetsbetter.org è non fare sentire soli i ragazzi vittima di bullismo, in particolare quelli che subiscono bullismo omofobico, mettendo “le cose in prospettiva”. È un canale per trasmettere esperienze di vita, perché tutte le persone lgtb “ sono state adolescenti, non è una cosa che capita all’improvviso in età adulta”: queste testimonianze di persone lgbt adulte aiutano i ragazzi e le ragazze a diventare più consapevoli nell’affrontare e vivere la propria condizione.
L’obiettivo è “fare la differenza salvando almeno una vita” perché ci siano sempre meno storie come quella di Billy.

www.itgetsbetter.org
www.lecosecambiano.org

Guarda il video del Presidente Usa per la campagna Itgetsbetter

NOTA A MARGINE
Bullismo omofobico, legge sulle unioni civili e ideologia gender: perchè l’Italia non va avanti sulla strada dei diritti

Bullismo omofobico, ideologia gender, ddl Cirinnà sulle unioni civili: sono tre temi trattati durante l’ultima edizione del Tag festival di Ferrara, conclusosi domenica 28 febbraio. Non è un caso che li abbia citati insieme, sono strettamente legati fra loro in un circolo vizioso che ha creato nel nostro paese un sostrato culturale tale da viziare il dibattito di queste settimane e impedire che la società italiana possa compiere passi in avanti in termini di diritti.

Cominciamo dall’inizio. Sabato mattina in Sala Estense sono stati presentati i dati di un’importante ricerca, svolta nell’ambito di un progetto regionale di prevenzione e contrasto al fenomeno del bullismo omofobico promosso in Friuli Venezia Giulia da Regione, Ufficio Scolastico Regionale, Università di Trieste e associazioni Lgbt. La ricerca – che ha coinvolto 2.138 studenti degli istituti di secondo grado ed enti professionali, con un’età media del campione di 16,5 anni – ha indagato con quale frequenza “emergono le possibili tipologie di comportamenti di bullismo omofobico nei confronti dei/delle ragazzi/e omosessuali o ritenuti/e tali”, cercando anche di capire quali sono le “variabili socio psicologiche che promuovono o prevengono tali comportamenti”. Il questionario ha sondato la frequenza con cui gli studenti hanno assistito, hanno messo in atto o sono stati vittima di episodi di bullismo, intendendo aggressioni sia verbali sia fisiche, la conoscenza diretta di persone omosessuali, come i ragazzi percepiscono l’omosessualità e gli stereotipi legati all’orientamento sessuale. Ketty Segatti – funzionario della Direzione centrale lavoro, formazione, istruzione, pari opportunità, politiche giovanili, ricerca e università della Regione Friuli – ha spiegato che il 43,4% dei ragazzi ha assistito a fenomeni di bullismo nei confronti di maschi omosessuali o ritenuti tali (la percentuale scende al 33,3% nei confronti di femmine); l’11,7% – quindi uno studente su 10 – ha messo in atto aggressioni verbali e/o fisiche nei confronti di maschi, il 4,7% nei confronti di femmine; infine, il 27,8% degli intervistati ha subito aggressioni a sfondo omofobico. Risultati interessanti sono poi quelli riguardanti l’indagine sulle parole: “c’è una stretta correlazione – ha affermato Segatti – fra il linguaggio e gli atti di bullismo”, inoltre “gli epiteti omofobici come ‘frocio’ o ‘finocchio’ sono ritenuti più offensivi di ‘scemo’ o ‘stupido’ e tanto denigratori quanto ‘stronzo’ o ‘coglione’.”
Ketty Segatti precisa però che questa pur importante ricerca – è il primo tentativo di fotografare il fenomeno in un campione così esteso di popolazione studentesca – è solo un pezzo di un percorso di formazione più ampio, che ha incluso incontri degli studenti con ragazzi e ragazze omosessuali “per ridurre le barriere” e anche un lavoro di formazione con gli insegnanti, perché la percezione del loro comportamento nei confronti del bullismo da parte dei ragazzi è risultata cruciale nella riduzione nel fenomeno. La soluzione per la prevenzione del bullismo omofobico, secondo Segatti, è infatti “lavorare a più livelli: informazione e formazione per ragazzi, docenti e famiglie”.
Ecco il punto: sull’opuscolo del progetto, messo a disposizione durante l’incontro, si legge che anche in Friuli l’attuazione del comma 16 della “Buona Scuola” sulla prevenzione della violenza di genere e dl le discriminazioni e persino lo svolgimento di questo percorso sul bullismo omofobico hanno dato origine a polemiche contro l’introduzione dell’ideologia del gender nelle scuole. Uno spauracchio agitato ogniqualvolta si tenti di introdurre nelle scuole percorsi di educazione al rispetto delle differenze e di contrasto alle discriminazioni. Chi si oppone all’introduzione di questi programmi formativi lo fa in nome di un presunto diritto dei genitori di provvedere all’educazione dei propri figli secondo le proprie convinzioni filosofiche e religiose. Fermo restando che i genitori possono informarsi in qualsiasi momento sui percorsi seguiti dai figli tramite il Pof (Piano dell’offerta formativa), la Corte Europea di Strasburgo ha stabilito che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo non garantisce il diritto dei genitori affinchè i figli non vengano esposti nell’ambiente scolastico a opinioni non conformi alle proprie convinzioni; inoltre non bisogna dimenticare che compito primario della scuola è educare ai principi di cittadinanza e alla pari dignità sociale dei cittadini, senza discriminazioni fondate su origine etnica, fede religiosa o orientamento sessuale, e assicurare il benessere di ogni studente, creando un ambiente scolastico libero da ogni forma di discriminazione e violenza.

Ma non c’è nulla da fare, la cosiddetta ideologia gender è ormai entrata nella vita di ciascuno di noi; ma vi siete mai domandati che cosa sia, come sia entrata nell’immaginario comune e chi abbia formulato le teorie su cui si fonda? Questo è stato il tema del dibattito di sabato pomeriggio. Secondo la giornalista Caterina Coppola la ‘leggenda’ dell’ideologia gender si è propagata come la teoria per cui i vaccini causerebbero automaticamente l’autismo: “non ha fondamenti reali, ma i mass media hanno iniziato a mettere a confronto i suoi promotori con sociologi, psicologi, filosofi, accreditando così la percezione che avesse una dignità scientifica”. Per di più il dibattito riguarda la scuola e i bambini, cioè il futuro della nostra società, ecco così che si cavalcano le paure dei genitori e non solo.
La teologa Benedetta Selene Zorzi fa riflettere il pubblico sul fatto che nessuno sembra volersi attribuire la ‘paternità’ di questa teorizzazione dell’ideologia gender. E forse non è un caso: non è altro se non “un grossolano fraintendimento degli studi sul genere”; si accomunano il dato biologico e fisico del sesso e la costruzione sociale e culturale dei ruoli di genere e poi si sostiene che l’ideologia gender “vorrebbe cancellare la differenza fra i sessi”, ma “faccio appello all’intelligenza di ognuno di voi, è possibile che qualcuno possa mai sostenere che l’umanità non è divisa fra maschi e femmine?”
Secondo Michela Marzano – deputata Pd e autrice del volume “Papà, mamma e gender” – il problema è ancora più grave: “c’è anche un appiattimento dell’orientamento sessuale sulle pratiche sessuali, che a loro volta vengono spesso identificate con la perversione”. Dietro, secondo la filosofa, c’è “una confusione fra il piano valoriale del concetto di uguaglianza e quello descrittivo dell’identità”. Uguaglianza non significa cancellare le differenze, anzi, queste vengono valorizzate, si educa “al rispetto delle differenze per arrivare all’uguaglianza dei diritti”.
E proprio qui si rivela il disegno soggiacente al fantasma dell’ideologia gender, che ha contribuito ad affossare il ddl Cirinnà: si sono sancite differenze, che sono diventate “discriminazioni”, costruendo “un recinto dal quale sarà difficile uscire”. “Se si può dire che la Cirinnà è un’evoluzione giuridica, è però un’involuzione culturale”, “ha vinto chi pensa che esista un’ideologia gender” e che “ci sia un amore degno e un amore indegno”.
Ecco perché Marzano, che in nome del rifiuto dell’ideologia gender si è vista anche negare sale pubbliche per ospitare le presentazioni del suo libro, ha affermato di voler lasciare il Pd e ha ribadito più volte con forza che in Italia c’è bisogno di una vera e propria battaglia culturale per far sì che non ci siano più paure irrazionali da cavalcare e che nessuno, nel XXI secolo nel nostro paese, si possa permettere di dire nel silenzio generale che qualcun altro solo perché è diverso è “contro natura”.

Leggi anche
Il bullismo omofobico a Ferrara – La ricerca
Le identità contese – L’inchiesta

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L’EVENTO
Promess* Spos*: la terza edizione del Tag Festival a Ferrara

“Speravamo che il 26 febbraio fosse tutto finito, ma non è così”, anzi “stiamo navigando a vista” ed “è anche nel nostro interesse cercare di affrontare il tema senza creare ulteriori ostacoli”: queste parole del presidente nazionale di Arcigay Flavio Romani – lunedì mattina durante la conferenza stampa di presentazione del programma – dipingono il non facile clima nel quale è stato organizzato e si terrà “Promesse…e sposi”, il Tag-Festival di Cultura Lgtb, arrivato alla sua terza edizione, a Ferrara il 26, 27 e 28 febbraio.
Gli fa eco Massimiliano De Giovanni, presidente Arcigay Ferrara: “organizzare un festival come questo in questo dato momento storico non è facile”. E dal canto suo anche Massimo Maisto, vicesindaco di Ferrara e assessore alla cultura con delega ai giovani (proprio dai capitoli della cultura sono venuti i 3.000 euro contributo del Comune all’iniziativa), afferma che: “speravamo di trovarci qui a festeggiare una nuova legge”, invece “purtroppo il festival si terrà nel pieno di un dibattito” che, secondo il suo personale parere, è “una delle pagine più brutte della politica italiana” perché “si fanno tatticismi sulla vita e sulla pelle delle persone”.
Ecco allora che ad aprire il Tag Festival venerdì pomeriggio pare non sarà più la senatrice Monica Cirinnà, che ha legato indissolubilmente il suo nome al disegno di legge sulle unioni civili. Gli organizzatori sono in attesa di un nome alternativo: “Spero che verrà qualcun altro del Pd a spiegarci la situazione in Senato”, ha affermato Romani. Incalzato dai giornalisti, a proposito delle recenti affermazioni di Renzi sulla strategia per l’approvazione del ddl, il presidente nazionale di Arcigay spiega che, nonostante la comprensibile “amarezza”, la strada dell’alleanza trasversale con Sel e Movimento Cinque Stelle è ancora “l’unica”: “si vedrà articolo per articolo chi vota cosa e chi boccia cosa”. “Cercare l’alleanza con Ncd – continua Romani – significherebbe fare una legge di civiltà con il partito più omofobo d’Italia, che questa legge non la vuole”.

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Un momento della conferenza stampa

In un momento così delicato diventa ancora più necessario e importante, secondo gli organizzatori, approfondire le tematiche legate alle persone, alla comunità e alla quotidianità lgtb con “un programma di altissimo profilo”, secondo De Giovanni, che spazierà dall’ideologia gender all’omogenitorialità, dal bullismo omofobico nelle scuole al confronto con la religione.
Particolarmente importante l’appuntamento di sabato mattina alle 11: Ketty Segatti della Regione Friuli Venezia Giulia e Dario Accolla de Il Fatto Quotidiano illustreranno i “dati sconcertanti” del “primo studio scientifico di carattere internazionale” sul bullismo che ha coinvolto 2.138 studenti degli istituti superiori del Friuli Venezia Giulia, ha spiegato Luca Morassutto (avvocato di Articolo29 e nuovo componente del direttivo Arcigay di Ferrara). Seduti fra il pubblico ci saranno anche studenti di “diverse classi degli istituti superiori cittadini”, ha sottolineato l’assessora alla pubblica istruzione e alle pari opportunità Annalisa Felletti: “riteniamo utile la partecipazione dei ragazzi come segmento della cittadinanza su cui è importante lavorare sul piano della sensibilizzazione” per “educare alle differenza valorizzandole, non livellandole”.
Sabato pomeriggio la filosofa Michela Marzano e la teologa ed ex monaca benedettina Benedetta Selene Zorzi affronteranno insieme alla giornalista Caterina Coppola la fantomatica ‘ideologia del gender’, che Romani ha definito “una macchina di terrorismo psicologico, soprattutto all’interno delle scuole”. Domenica mattina, lo psicoterapeuta familiare Federico Ferrari, la bioeticista Micaela Ghisleni e Cristina Gramolini, tra le fondatrici dell’associazione nazionale Arcilesbica, parleranno invece di omogenitorialità e nuovi modelli famigliari.
Domenica pomeriggio dalle 16 circa, infine, si parlerà di religione e dei dilemmi con cui si confrontano i credenti gay, ma non solo: “non per fare polemica, per trovare punti di contatto”, ha affermato Massimiliano De Giovanni. Don Bedin, “rappresentante di una Chiesa madre e non matrigna, non potrà venire, forse perché la matrigna si è mossa”, ha scherzato un po’ provocatoriamente Flavio Romani. Arriverà però appositamente da Barcellona, dove si è trasferito dopo essere stato sospeso dal sacerdozio in seguito al proprio coming out, Krzysztof Charamsa, teologo ed ex insegnante al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e alla Pontificia Università Gregoriana. Dialogherà con lui il magistrato, credente e omosessuale, Eduardo Savarese, autore del volume “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”.
Ci sarà naturalmente spazio anche per il divertimento e “l’autoironia, che è uno dei nostri punti forti”, ha scherzato Romani. Venerdì pomeriggio alle 18 alla Sala Boldini, Veronica Pivetti presenterà il suo film d’esordio “Né Romeo né Giulietta”; alle 21,30 Mikaela Capucci di Mikamale Teatro salirà sul palco della Sala Estense con “L’importanza di lavarsi presto”: Suor Melodia, le sue orazioni ‘riparative’ e proposte ‘rieducative’ per lesbiche, gay e transessuali faranno trascorrere un’ora e mezza di sfrenata allegria. Sabato sera toccherà ad Alessandro Fullin e al suo il suo “Fullin legge Fullin” e, dalle 23, al party La Cage Aux Folles all’Arci Bolognesi. Infine, domenica dalle 18.30 Fabio Canino racconterà la genesi del suo nuovo romanzo distopico “Rainbow republic”, che racconta la rinascita economica della Grecia grazie alla partecipazione e al sostegno della comunità gay.

Il programma aggiornato sul sito www.tagfestival.it

LA RICERCA
Né meglio, né peggio, tutti ugualmente diversi

Il 92% degli adolescenti ferraresi ascolta o ha ascoltato offese omofobiche verso un compagno maschio nella propria scuola, sia essa un liceo, un istituto tecnico o un istituto professionale. La pervasività del fenomeno omofobico nelle scuole secondarie superiori di Ferrara è uno dei dati più significativi emersi dall’indagine svolta nel maggio 2014 dall’Ufficio diritti dei minori del Comune di Ferrara – in collaborazione con l’Osservatorio adolescenti, il Centro Donna Giustizia , il Centro di ascolto per uomini maltrattanti e il Movimento nonviolento – i cui risultati sono stati presentati da Elena Buccoliero il 10 dicembre a Palazzo Bonacossi durante l’incontro “Omofobia: si fa per scherzare?”.
Un titolo scelto non a caso: per i maschi adolescenti i canoni della virilità intesi in senso tradizionale restano il metro su cui confrontarsi e deridersi, ma dalle risposte dei 724 studenti di III e IV superiore coinvolti nell’indagine emerge che l’offesa omofobica è sì frequente, ma poco importante. Elena Buccoliero spiega che, durante le discussioni fatte in classe una volta rielaborati i dati della ricerca, i ragazzi hanno affermato: “Lo diciamo spesso, ma è uno scherzo”. “Oppure – continua – sembrano essere in grado di distinguere fra un’offesa omofobica vera e propria e una scherzosa, che si fa in modo reciproco. Dà fastidio quando è ripetuta, insistita e ne è vittima sempre la stessa persona”. Per quanto riguarda invece le reazioni nel caso un compagno venga apostrofato come omosessuale: la metà delle ragazze e un quinto dei ragazzi dichiara di intervenire, mentre il 22% dei maschi e l’11,5% delle ragazze si fa i fatti suoi; l’ilarità è praticamente solo maschile e molti maschi di origine straniera tendono a frequentare meno chi viene preso in giro come gay.
Anche le domande “cosa ti suscita un ragazzo o una ragazza omosessuale?” e “Perché alcune persone sono omosessuali?” suscitano riflessioni interessanti. Sembra essere “meno ‘accettabile’ una persona omosessuale dello stesso proprio sesso e più intrigante e interessante una persona gay dell’altro sesso”. In ogni caso 409 studenti, circa il 58% del campione, rispondono che provano “indifferenza” verso l’omosessualità. Tale sentimento non è però da intendere in senso negativo, piuttosto non è l’essere omosessuali o meno “che cambia il loro approccio verso una persona”, sottolinea Elena.
Quando, infatti, si chiede loro perché alcuni siano gay la maggioranza risponde che “sono tali perché provano affetto verso persone dello stesso sesso”, quindi per i ragazzi ferraresi “non c’è bisogno di cercare altre motivazioni”; inoltre per tre quarti del campione l’amore etero e quello omosessuale hanno la stessa dignità.
In sintesi, secondo Elena Buccoliero, dall’indagine si possono riscontrare due diverse tendenze: “una quota sempre più alta di adolescenti che dimostra un’apertura verso l’omosessualità”, alla quale però fa da contraltare “una fetta minoritaria, ma non irrilevante, di adolescenti che mantengono un atteggiamento di discriminazione”. Ci sono infatti 72 studenti, fra i quali 65 maschi, il 10% del campione in generale e il 17% del genere maschile, che verso un ragazzo o una ragazza omosessuale dicono di provare un certo disgusto. “Chi sono?”, si sono domandati gli autori della ricerca e scomponendo i dati, oltre alla prevalenza del genere maschile, risulta che “provengono soprattutto da istituti tecnici e professionali e molti hanno vissuto esperienze di violenza in famiglia”; infine va sottolineata la pericolosa coincidenza che tendono ad esprimere “una minore condanna della violenza fisica nella coppia eterosessuale”.
Una chiave di lettura interessante per interpretare il sostrato che lega tutte queste risposte l’ha data il pedagogista Giuseppe Burgio, autore di “Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità”. Prima di tutto ha decostruito il concetto di “omofobia”, partendo proprio dal nome: “non si tratta affatto di fobia, perché evitiamo le cose di cui abbiamo paura, non le andiamo a cercare”. Secondo Burgio poi non è il rapporto fra persone dello stesso sesso a causare problemi, ma il tipo di rapporto, cioè “la passività, i maschi che si comportano da femmine”, e “il genderismo”, cioè la confusione fra i ruoli di genere che non rispettano più gli stereotipi tradizionali; infine “la bifobia”, cioè il fastidio per le persone che hanno un comportamento bisessuale “presente tanto negli etero quanto negli omosessuali”. “Il termine più utile” per raggruppare tutti questi elementi per il pedagogista è “eterosessismo”, che non implica una fobia, ma l’asimmetria fra generi: in parole povere pensare che “l’eterosessualità sia migliore dell’omosessualità”. Inoltre si può concludere che “l’omofobia in realtà è uomofobia” originata dalla crisi del modello tradizionale del patriarcato che costringe i ragazzi “alla fatica e al lavoro di costruirsi un proprio modello di mascolinità”. Per Burgio ciò è evidente se si considera che gli adolescenti maschi oggi danno definizioni tutte in negativo di cosa sia la mascolinità: sanno cioè dire ciò che non sono. “I nostri adolescenti parlano in maniera ossessiva di omosessualità, però lo fanno mettendola in scena, in modo offensivo” e spesso rispondono alla fragilità maschile con la violenza, per attaccare fuori di sé ciò che non accettano di sé o per ristabilire il modello maschile colpendo ciò che non rispetta la norma.
Insomma secondo Burgio “i maschi sono il problema perché hanno un problema”. Cosa si può fare? “Da più di dieci anni tutti gli interventi fatti nelle scuole per la prevenzione del bullismo omofobico si sono basati sull’accettazione delle differenze, ma se il problema è la mancanza di un modello maschile di riferimento allora bisogna cambiare approccio. Per una crescita serena i ragazzi hanno bisogno di un’educazione alla maschilità, della costruzione di una maschilità non misogina e omofobica. Devono sapere che essere maschio non significa solo essere Superman, ma molte altre cose e tutte vanno ugualmente bene perché non c’è un ideale normativo cui bisogna aderire”.

Leggi [qua] la nostra inchiesta “Le identità contese”

progetti affettività scuola

INCHIESTA
Le identità contese. Cosa è meglio per la tutela dei diritti di tutti

3. SEGUE Il terzo e, almeno per ora, ultimo incontro in questo percorso di approfondimento su teoria del gender e bullismo omofobico nelle scuole è con Elena Buccoliero, sociologa e counsellor, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara, dal 2008 è giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Bologna; da anni si occupa di bullismo in adolescenza con attività di formazione, ricerca, intervento e divulgazione a livello nazionale, ed è autrice di diversi testi sul tema, come “Il bullismo omofobico. Manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori” (Franco Angeli, 2010, insieme a Marco Maggi, Luca Pietrantoni e Gabriele Prati).

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Elena Buccoliero. Fonte: Regione Emilia Romagna

Non solo, Elena è anche attivista del Movimento Nonviolento e proprio da qui parte la nostra conversazione su identità sessuale e di genere, sui progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, sull’omofobia a scuola. “Una cosa che si impara studiando la gestione dei conflitti è che la gestione dei conflitti sui valori è semplicemente impossibile, a meno che non ci sia qualcuno che rinuncia ai propri, cosa in realtà non auspicabile tutto sommato. Per questo io credo che l’unica cosa che si può fare in situazioni come queste è trovare una modalità per gestire la realtà: il punto non è che cosa sia più vero, ma come possiamo starci dentro tutti e questo è un passaggio che vedo avvenire raramente, soprattutto quando si parla di questi argomenti”. “Un’altra cosa che andrebbe detta – continua Elena – è che ci sono dei dati di realtà e tendenze molto chiare: l’omofobia esiste, il bullismo esiste, il bullismo omofobico esiste, anche verso maschi che non sono gay, ma che hanno un modo di interpretare la propria mascolinità differente dalle regole che il contesto decide. Questo è un problema di diritti delle persone, cioè di possibilità di stare dentro un contesto collettivo in maniera diversa. In più è un tema particolarmente sensibile perché tocca una sfera che nel periodo della preadolescenza e dell’adolescenza è fondamentale: quella della costruzione della propria identità”.

Una delle ambiguità principali riguardo questi temi riguarda le nozioni di sesso e genere: alcuni affermano che il genere sarebbe inesistente perché esiste solo il dato biologico del dimorfismo sessuale.
Lo psichiatra Paolo Rigliano nel suo “Amori senza scandalo” si sofferma su quanto ci sia di naturale e quanto di culturale nell’identità di genere, arrivando a una conclusione che sembra quasi banale: dalla rassegna dei vari studi emergerebbe che una risposta non ce l’abbiamo. L’omosessualità esiste anche fra gli animali e questo ci potrebbe far pensare che effettivamente ci sia un aspetto genetico, poi sappiamo anche che ci possono essere esperienze e comportamenti che contribuiscono a marcare determinate identità. Quindi dire che l’omosessualità è un fenomeno naturale e basta può darsi che non sia corretto, in ogni caso viviamo in una società che è fatta di cultura, nel senso di rappresentazioni sociali, di valori, perciò pesa enormemente nella vita delle persone come si interpretano, valutano, vivono, giudicano, manifestano, determinati comportamenti e caratteristiche. Una persona potrà incontrare un ambiente ‘ostile’ oppure ‘accogliente’ e questo farà la differenza nella sua vita. Tornando a Rigliano, nel libro afferma che si è gay perché succede di essere gay, quasi non ci fosse una soluzione alla domanda. Il dato di fatto è che le persone omosessuali esistono e credo che a partire da questo chi deve prendere decisioni si debba chiedere quali siano quelle a tutela dei diritti di tutti.

E per quanto riguarda i ragazzi?
Per quanto riguarda i ragazzi noi sappiamo che nelle scuole esiste un atteggiamento di omofobia, in alcune più in altre meno, e questa è una cornice assolutamente culturale perché non c’è nulla di naturale nel fatto che per offendere un compagno gli si dia del ‘finocchio’, però è l’offesa più comune. Parlando con i ragazzi poi confessano che in realtà non è che pensino male dei gay quando usano quell’espressione come un’offesa: è che fa ridere e si è sempre fatto così.
Queste cose esistono in tutte le scuole, ecco perché è un argomento da affrontare perché le persone possano stare bene in una scuola che sia inclusiva. Non è ideologico, ma rispecchia la realtà, il fatto che a scuola si faccia educazione sessuale e affettiva facendogli sapere che esistono gli eterosessuali, gli omosessuali, i transessuali: è dare legittimità, spazio di esistere, cittadinanza, a modi diversi di essere. Questo non significa che qualcuno venga spinto o indotto a essere omosessuale. Secondo me è logico che la scuola, laica e universale, trasmetta ai ragazzi una visione globale di quello che ci può essere nel mondo, non solo su questo, ma su molti altri argomenti. E nello stesso tempo significa far sapere a chi è gay o si sta domandando quale sia il significato di alcune sue emozioni che non è una cosa sbagliata, indecente, di cui vergognarsi, ma è un modo possibile di essere.
Questo non dovrebbe essere solo un tema che riguarda Arcigay e Arcilesbica, ma dovrebbe diventare un tema che riguarda tutti: io non so se ha senso dire che esiste un’ideologia gender, certo esistono le persone omosessuali, esiste una domanda che riguarda i diritti delle persone, qualunque orientamento sessuale abbiano, ed esiste una società che non è pronta ad accogliere tutti, su cui perciò bisogna lavorare. E questo è un discorso che vale naturalmente per tutti i tipi di diversità.

Secondo gli estensori dei documenti contro la sua introduzione nelle scuole italiane, “la “teoria del gender” vuole, come imposizione dell’alto, che tutti noi, compresi i bambini, non diciamo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento””. È davvero così?
Io non conosco progetti che pongano la questione in questi termini, ciò non significa che non ce ne possano essere. Non mi piace pensare a progetti che dicano questo, preferisco interventi che insegnino che dire “sono maschio” o “sono femmina” può significare molte cose, cioè che essere maschio o femmina non significa per forza essere in un unico modo. Preferisco pensare che si possa insegnare che ci sono tanti modi di essere maschio e di essere femmina e che sapere questo possa far sentire maggiormente sicuri e a proprio agio nel mondo.

Una delle critiche a mio avviso più gravi è che i progetti di educazione sessuale e affettiva su orientamento sessuale e identità di genere non rispettino il ruolo della famiglia nell’educazione, sostenendo che l’ideologia dell’indifferenza sessuale venga introdotta con l’inganno affermando di combattere il bullismo omofobico.
Io non conosco scuole, soprattutto a livelli più bassi di età, dove si facciano progetti sull’affettività e sulla sessualità senza comunicarlo alla famiglia. Inoltre ciò che non è episodico sta nel Pof, Piano dell’offerta formativa, che è sottoposto a delle procedure che prevedono l’approvazione da parte delle famiglie. Perciò non è vero che si fanno Pof dove le famiglie non possono mettere bocca, piuttosto si potrebbe dire che ci sono famiglie che non vanno ai colloqui con gli insegnanti dei figli nemmeno a fine anno, oppure che ci sono elezioni dei rappresentanti dei genitori in cui si sa già chi verrà eletto, cioè l’unico ad essersi presentato. Gli strumenti per la partecipazione della famiglia nelle scuole ci sono, la questione e se vengano usati.

La mozione contro l’introduzione di “programmi di indottrinamento” sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere approvata dal Consiglio Regionale della Basilicata pone fra le premesse il fatto che “è compito della famiglia – “società naturale fondata sul matrimonio” fra un uomo e una donna – trasmettere la vita, i valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi”.
Lasciando da parte il fatto che si fa un’aggiunta di non poco conto all’articolo 29 della Costituzione, che parla di tutela della famiglia, ma non specifica in alcun modo che sia formata da un uomo e una donna, la famiglia oggi è ancora solo questo? Questa difesa della famiglia ‘tradizionale’, se così la vogliamo chiamare, non può nascondere un’insicurezza riguardo al fatto che sempre più l’essere genitore non riguarda solo il dato del legame biologico, ma l’aspetto relazionale: in altre parole una definizione di genitore che è ‘buono’ per il suo comportamento, per quello che fa, non per quello che è? Mi viene in mente per esempio Malcom X quando affermava che tutti possono fare figli, ma non tutti sono in grado di essere genitori.

Io non so perché se c’è qualcuno di diverso dalla maggioranza, questo debba mettere insicurezza nella maggioranza stessa. Quando si fanno discorsi ideologici non si tiene in conto che poi andrebbero declinati nella vita delle persone: stare accanto al proprio compagno o alla propria compagna in ospedale è una concessione o un diritto? È un diritto, anche se per alcuni non c’è ancora nessuna legge che lo riconosce. Si vivono le stesse preoccupazioni la stessa ansia, non importa se il compagno o la compagna sono di sesso uguale o diverso.
A parte frange di estrema omofobia, secondo me la generalità delle persone è molto aperta sul tema omosessualità, molte però si fermano sulla soglia dell’adozione da parte delle coppie gay, mentre l’adozione delle coppie eterosessuali non causa la stessa inquietudine.

Quindi tu pensi che ci sia una componente di sincera preoccupazione per la psiche dei bambini?
Secondo me sì, può essere che davvero ci siano persone sinceramente preoccupate per la psiche del bambino e si chiedano quali modelli di maschile e femminile abbia se cresce in una famiglia omogenitoriale.

E a tuo avviso questo timore è fondato?
Non lo sappiamo ancora. Ci sono studi che dicono di sì, altri che dicono di no, mentre altri ancora sostengono che eventuali problemi sorgano non tanto dal fatto di avere genitori omosessuali, ma dallo stare in un contesto che stigmatizza questa cosa.

I bambini, infatti, non entrano in relazione solo con i propri genitori: ci sono i nonni, gli zii, tutto un contesto di adulti con i quali entrano in contatto e nei quali possono trovare il maschile e il femminile di cui hanno bisogno.
Certamente sì, c’è un grande contorno che spesso non viene tenuto sufficientemente in considerazione. Però è anche vero che gli anni determinanti per la costruzione della personalità sono quelli da 0 a 3 e in questo periodo il riferimento diretto sono i genitori.
Poi però si potrebbe anche dire che, per esempio, nei periodi di guerra frotte di bambini sono cresciuti solo con donne: madri, nonne, zie, sorelle. Questo non ha modificato il loro orientamento sessuale. Trovo curiosa l’idea che se un bambino o una bambina stanno a contatto con persone omosessuali o hanno genitori omosessuali hanno maggiori possibilità di essere a loro volta gay. Siccome le persone omosessuali sono tutte nate da genitori etero, viene da farsi qualche domanda.

4. FINE

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bullismo omofobico

INCHIESTA
Le identità contese. L’impegno di Promeco: “Primo obiettivo rispettare le diversità”

2. SEGUE – Il tema del bullismo omofobico è poco indagato. Nelle ricerche, non solo italiane, questa assenza pesa ancora di più se si pensa che rappresenta una componente rilevante del fenomeno. E’ necessario fare riferimento a una ricerca condotta prima del 2010: l’indagine Schoolmates, condotta nel biennio 2006-2008 da Arcigay grazie ad un cofinanziamento della Commissione Europea, che ha trattato di percezione del bullismo di stampo omofobico in ambiente scolastico in quattro Paesi, l’Italia, la Spagna, l’Austria e la Polonia.
Qui più di un intervistato su tre dichiara di sentire spesso o continuamente a scuola termini offensivi nei confronti dell’omosessualità rivolti a studenti maschi. In Italia il clima è relativamente peggiore. I protagonisti sono soprattutto gli studenti maschi (95,0% nel campione europeo e 96,5% in quello italiano), anche se non va sottovalutato il ruolo, meno visibile a livello sociale, delle studentesse (56,2% e 62,2%). Per quanto riguarda invece i tempi e i luoghi, sono soprattutto quelli ‘interstiziali’ rispetto alla lezione vera e propria i contesti in cui e durante i quali questo fenomeno si sviluppa con maggior frequenza. In Italia solo il 25,8% degli intervistati dichiara di aver sentito insulti durante le lezioni in classe (33,8% in Europa), dato che sale al 60,5% tra una lezione e l’altra o durante l’intervallo (80,4% in Europa); inoltre, a fronte del 49,8% che le ha sentite in classe, l’89,1% le ha invece percepite nei corridoi, nei giardini o negli spazi comuni.

Ma cosa si intende per bullismo omofobico e quali sono le sue specificità? Si parla di ‘bullismo’ quando siamo di fronte a una relazione di abuso di potere in cui avvengono dei comportamenti di prepotenza in modo ripetuto e continuato nel tempo, tra ragazzi non di pari forza, dove chi subisce non è in grado di difendersi da solo. Il bullismo omofobico riguarda le prepotenze e gli abusi che si fondano sull’omofobia, rivolti a persone percepite come omosessuali o atipiche rispetto al ruolo di genere. I bersagli perciò possono essere molteplici: non solo adolescenti che apertamente si definiscono gay o lesbiche, ma anche adolescenti che ‘sembrano’ omosessuali sulla base di una percezione stereotipica o che frequentano amici apertamente omosessuali; adolescenti con fratelli, sorelle o genitori omosessuali o che hanno idee e opinioni favorevoli alla tutela dei diritti omosessuali.

Alberto Urro
Alberto Urro di Promeco

A Ferrara dal 1995 a occuparsi di prevenzione e contrasto del bullismo c’è Promeco, centro istituito da Comune, Azienda sanitaria locale, Ufficio scolastico provinciale e Provincia di Ferrara per occuparsi di prevenzione del disagio giovanile: attualmente il servizio opera in 34 istituti medi e superiori in città e in provincia. Abbiamo parlato di bullismo omofobico e ‘teoria del gender’ con uno dei suoi operatori: l’educatore e counsellor Alberto Urro.

Qual è la situazione a Ferrara? Per esempio, il caso dell’aggressione di inizio settembre in corso Porta Reno può essere classificata come caso di bullismo omofobico?
Un atto di prevaricazione singola che ha anche uno sfondo omofobico non può essere definito un atto di bullismo, che si distingue per la reiterazione dei comportamenti. Noi abbiamo una cultura che è abbastanza ‘bulla’, non solo sul versante della sessualità, ma sulla diversità in senso più ampio. Tendenzialmente stiamo regredendo rispetto al passato, probabilmente perché la diversità la stiamo toccando con mano, a volte la stiamo subendo dal punto di vista culturale perché non abbiamo gli strumenti per poterla masticare. Quindi c’è una chiusura, una retroazione perché è più facile avere paura della diversità piuttosto che iniziare a pensare che siamo in una società che si si sta muovendo rapidamente e sta cambiando. C’è un retroterra di cultura che sta arretrando: forse stiamo pensando agli affreschi quando in questa casa manca il tetto.
Per quanto riguarda l’atto odioso di Porta Reno, noi come Promeco non ci muoviamo solitamente sulla cronaca: manteniamo un costante monitoraggio sulle azioni che facciamo con lo scopo di migliorare la qualità delle relazioni come antidoto principale a questi fatti. A Ferrara abbiamo intercettato situazioni di bullismo omofobico nelle scuole, ma per quanto riguarda il nostro osservatorio non è qualcosa con cui dobbiamo avere quotidianamente a che fare.

Come si è intervenuti nei casi che avete individuato?
Intercettare situazioni di prevaricazione non è semplice, in genere c’è qualcuno che dice qualcosa a qualcun altro e quel qualcuno non è quasi mai la vittima, ma un esterno che osserva atti che si ripetono nel tempo. Noi interveniamo sempre in maniera molto delicata, prima di tutto cerchiamo di capire se siamo di fronte a una vicenda percepita come bullismo, ma non è effettivamente così, oppure se c’è effettivamente qualcosa di vero, oppure ancora se quanto riferito è solo la punta di un iceberg, con prepotenze che durano da anni. Nel momento in cui accertiamo episodi di prevaricazione abbiamo diverse strade. Se ci sono livelli di prevaricazione molto elevati, che mettono in pericolo l’incolumità non solo psichica, ma anche fisica della vittima, una di queste strade è quella legale, segnalando la cosa a chi di dovere. Un’altra strada è agire sul contesto relazionale, potenziando l’ambito dei ‘fattori protettivi’ e cominciando così a smontare le dinamiche di potere su cui agisce il bullo. Poi si arriva al sostegno diretto alla vittima e alla riparazione, anche con il bullo stesso che in genere è anch’esso portatore di difficoltà e disagio. Infine, ma non meno importante, c’è la fase del monitoraggio del cambiamento.

Parliamo ora dei documenti contro quei progetti di educazione all’affettività e alla sessualità che introdurrebbero a scuola la cosiddetta ‘teoria del gender’…
Dentro le scuole come Promeco non ci siamo mai occupati in maniera specifica di queste problematiche, ammesso che siano problematiche: abbiamo sempre cercato di sostenere e supportare gli istituti nel rispetto di una dinamica educativa preesistente. A volte mi è capitato di affrontare delle situazioni di imbarazzo riguardo a tematiche che avevano a che fare con l’affettività e con la commistione di aspetti legati all’affettività oppure alla sessualità. Ma noi non entriamo ‘a gamba tesa’ su questi aspetti che hanno a che fare con i valori cardine di ogni famiglia, il nostro è un lavoro di sostegno alla crescita.
Per quanto riguarda il discorso del gender, devo dirle che, leggendo il materiale che mi ha inviato (la mozione contro l’introduzione della teoria del gender votata a fine luglio in Basilicata, ndr), mi sembrano cose che vanno un po’ sopra le teste dei ragazzi. Non ho mai trovato in nessun ragazzo e nessun collega mi ha mai riportato un interesse per l’identità di genere in questi termini, un po’ troppo mediatici e strumentali.

Quindi a suo parere nelle scuole non viene introdotta una teoria del gender che afferma “che le differenze biologiche fra maschio e femmina hanno poca importanza”, e che vorrebbe “come imposizione dall’alto” che tutti noi “compresi i bambini” non dicessimo più “io sono maschio” o “io sono femmina”, ma “io sono come mi sento”, come si scrive nel documento approvato dalla Regione Basilicata.
Assolutamente, anzi. Però vanno distinti bene i due filoni: noi siamo per valorizzare la differenza nelle relazioni e il fatto che ogni persona ha il diritto di manifestare la propria differenza senza che questo diventi un tema ghettizzante. Ma non andiamo a incidere sulle scelte valoriali e culturali che guidano le scelte delle famiglie.
A volte si utilizzano strumenti e si parte da determinati contenuti per arrivare a trattarne altri: questo però e un classico del mondo degli adulti, non di quello dei bambini o degli adolescenti. Questa manipolazione strategica che ha l’adulto forse è presente anche in questo documento. Se questa teoria gender vuole portare avanti un’istanza di maggior riconoscimento dei diritti di coloro che hanno una modalità diversa di stare nelle relazioni con i propri simili, maschio o femmina che siano, questa parte la riconosco. Non credo molto al “ti insegno a essere altro”, molto meglio “ti insegno a riconoscere l’altro”. Io credo perciò che noi dobbiamo lavorare perché le persone crescano in una cultura capace di accogliere la differenza.

Una dichiarazione, a mio parere grave, che compare nella mozione è che questi “programmi di indottrinamento” verrebbero introdotti nelle scuole con un “inganno voluto dalla disinformazione sul tema” perché le famiglie “non hanno neanche idea di cosa sia questa “teoria del gender” e di cosa si vuole insegnare”. È così?
Assolutamente no. Esistono principi di trasparenza e di deontologia che ci impongono la condivisione come metodologia e sistema di approccio. Perciò nelle scuole, essendo minori, persone plasmabili da un certo punto di vista, prima di partire con dei progetti dobbiamo avere una condivisione profonda con le famiglie, ci deve essere fiducia da parte loro. I nostri interventi vengono sempre svolti a 360°, lavorando con gli studenti, con i docenti e con le famiglie, proprio per questo c’è una progettazione condivisa. Come servizio pubblico lavoriamo con protocolli, con programmazioni e rendicontazioni che ci danno la possibilità di capire cosa andiamo a fare, come lo facciamo e ad ogni passaggio vengono verificate e valutate le cose che stiamo facendo.
Che ci siano istanze tradizionaliste che pensano che la famiglia fatta da uomo e donna è l’unica famiglia possibile, secondo me, è comunque da tenere in considerazione perché fa parte della nostra storia culturale. Dopodiché siamo in una società dove, per una serie di altre questioni più complicate, la famiglia è diventata anche altro. Quello che il nostro lavoro ci permette di dire è che i figli di famiglie tradizionali hanno identiche problematiche rispetto a quelli di famiglie con caratteristiche diverse: questo è un dato di fatto. Quindi la famiglia tradizionale dove ci sono una mamma e un papà non è la panacea.

“Infine – si sostiene nella mozione – questo tipo di insegnamento oggettivamente confonde e ferisce la crescita e l’innocenza dei bambini”. Esiste questo tipo di rischio?
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di maschile e di femminile, ma il maschile e il femminile non sono per forza dentro un maschio e una femmina. Inoltre i compiti evolutivi non sono strettamente legati solamente all’educazione, c’è una multifattorialità, come dimostra il classico esempio dei gemelli che, anche se educati in modo identico, hanno un approccio alla vita diverso. L’unicità insita in ciascuno di noi cambia il modo di vedere e sentire cose identiche.
Dobbiamo usare strumenti dinamici perché è dinamica la crescita dei ragazzi. È importante rispettare gli aspetti evolutivi, perché in ogni aspetto evolutivo ci sono capacità diverse di apprendere le cose. Per esempio non me la sentirei di parlare di una tematica di questo genere con bambini di quarta elementare, ma lo farei con ragazzi più grandi; con i bambini però si può già parlare di diversità in generale.
Il buon approccio educativo è quello che cerca di fare in modo che le persone crescano in un ambiente tendenzialmente non giudicante, che dà la possibilità a tutti di esprimere con libertà i propri dubbi, le proprie necessità. Ecco, un aspetto che va valorizzato è che adesso ci sono famiglie che danno un accesso alla discussione rispetto a certe cose, mentre una volta non se ne poteva parlare con i genitori. Ed è proprio il non potersi confrontare con un adulto di qualità sui propri dubbi a poter creare problemi.

Prima di lasciarci, Urro sottolinea: “Dal punto di vista della cultura dobbiamo fare di più. Dobbiamo capire quale cultura vogliamo creare: una cultura di apertura o di chiusura? Siamo in grado di pensare la nostra società come una società ‘multi’? Secondo me in questo momento no e quindi dobbiamo lavorare per fare in modo che la diversità non venga vissuta come un pericolo, rispettando la singolarità e l’originalità di ogni persona, senza entrare nel mondo valoriale di ciascuno, che è la zona più a rischio di divisioni”.

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identita-genere

INCHIESTA
Le identità contese: bullismo omofobico e la battaglia sulla teoria gender

La principessa Elizabeth sta per sposare il suo principe, ma un giorno un drago lo rapisce e così l’intraprendente e combattiva Elizabeth parte per liberare il suo innamorato, in realtà un ragazzino superficiale e inetto. È la trama di “La principessa e il drago”, una favola che rovescia i tradizionali ruoli di genere. Leggere una storia come questa a dei bambini significa annullare le differenze fra maschio e femmina, confondendoli su cosa significhi essere l’uno o l’altra? O significa tentare di presentare loro più di un modo di essere maschio e di essere femmina? Non più di un mese fa, a una coppia di genitori di Massa Carrara la storia di Elizabeth è apparsa talmente pericolosa da spingerli a togliere la loro bimba dalla scuola pubblica che frequentava. Ancor più grave l’altra motivazione addotta: il fatto di non essere stati avvertiti che la scuola della figlia partecipasse a “Liber* tutt*”, progetto patrocinato dalla Regione Toscana con fondi per le pari opportunità. Altri libri considerati pericolosi sono “Alberto e la bambola”, la storia di un bimbo che stanco di giocare con le macchinine chiede un pupazzo, e “Salverò la principessa”, dove una bimba gioca con l’amica che finge di essere una principessa in pericolo e indossa un’armatura per salvarla. Forse la domanda da porsi sarebbe: cosa significa per ciascuno di noi essere maschio o femmina? E dire maschio e femmina oppure uomo e donna significa la stessa cosa?
Secondo la Società Italiana di Sessuologia i concetti da distinguere sono: sesso biologico, orientamento sessuale e identità di genere. L’orientamento sessuale è l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale, di una persona verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o entrambi (bisessualità); il sesso biologico è il sesso genetico determinato dai cromosomi sessuali, mentre l’identità di genere e il ruolo di genere riconducono rispettivamente al genere a cui ci si sente di appartenere e le norme sociali sul comportamento di uomini e donne relative a una determinata cultura ed epoca.

Si moltiplicano nel frattempo i casi di consigli regionali e comunali che approvano documenti contro l’insegnamento nelle scuole della cosiddetta ‘teoria gender’, che annullerebbe le presunte differenze biologiche per ricondurre le diversità esclusivamente all’influenza di condizionamenti culturali, in assenza dei quali fra uomini e donne non sussisterebbero diversità sostanziali. La teoria gender verrebbe introdotta nelle scuole italiane proprio con progetti di educazione all’affettività e alla sessualità o contro la discriminazione, come “Liber* tutt*”, non rispettando così il primato educativo delle famiglie.
Il primato va alla Basilicata, che a fine luglio ha approvato in Consiglio Regionale, con una maggioranza trasversale, una mozione redatta anche grazie alla consulenza esterna del movimento Provita. L’ultima in ordine di tempo è la Liguria, dove il 27 ottobre sono state approvate non una, ma ben due mozioni per mettere “al riparo i bambini e le loro famiglie dal rischio che in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, potessero essere introdotte lezioni sulle teorie gender, alle spalle e senza il coinvolgimento delle associazioni delle famiglie”, come spiega il primo firmatario di uno dei due documenti Matteo Rosso, capogruppo di Fratelli d’Italia.
Per quanto riguarda la nostra città, appena il 2 novembre scorso il consigliere comunale Pd Alessandro Talmelli ha chiesto al sindaco Tagliani e all’assessora Felletti chiarimenti “sui progetti educativi all’affettività e sessualità nelle scuole d’infanzia comunali e nelle scuole primarie e secondarie del Comune di Ferrara”. Nell’interrogazione si legge che “non mancano scuole nelle quali si organizzano progetti nei cui diversi indirizzi di pensiero non viene attribuita una sufficiente importanza al dato biologico, ma addirittura viene molto spesso lasciato da parte a vantaggio di scelte del sesso fatte sulla base della propria storia e dei condizionamenti famigliari e sociali”, “un modo di procedere – secondo il consigliere – che rischia di creare confusione e disorientamento nei bambini e ragazzi, in un’età già difficile di per sé, in cui si forma l’identità della persona”. Inoltre Talmelli evidenzia che “non di rado avviene che l’insieme di queste attività sono decise e realizzate senza informare adeguatamente le famiglie e senza coinvolgerle su questioni tanto delicate”.

A scatenare questo dibattito anche in questo caso è la tanto discussa riforma della “Buona Scuola”, che al comma 16 recita: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori…”. Parallelamente c’è anche la petizione “Stop omofobia a scuola. Nessuno uguale tutti uguali” dell’Agedo (Associazione di genitori, parenti e amici di persone Lgtb), che ha preso il via a marzo. Partendo dalla dichiarazione dell’Unesco secondo cui “Le scuole devono essere luoghi sicuri, devono combattere gli atteggiamenti discriminatori, creare comunità accoglienti, costruire una società inclusiva e permettere l’educazione per tutti”, e considerando la scuola pubblica il luogo privilegiato in cui riconoscere il diritto di tutti a essere sostenuti nel cammino verso “il pieno sviluppo della persona umana”, attraverso la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale”, che limitano di fatto “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, il documento afferma che c’è ancora molta strada da fare se per molti ragazzi e molte ragazze gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, la scuola può rappresentare il luogo in cui essere esposti all’insulto, alla derisione, all’isolamento, al bullismo: sarebbero oltre 100.000 le vittime di bullismo omofobico in un anno scolastico in Italia.

Per quanto riguarda la nostra regione una delle ultime indagini sul bullismo, e in particolare sul bullismo omofobico, risale al 2007-2008 e già questo forse è un segnale di quanto siano rare le indagini italiane mirate sull’argomento e di quanto il dibattito su queste tematiche si svolga probabilmente più su posizioni pre-giudiziali che su analisi fattuali e sulla quotidianità vissuta a scuola dai ragazzi. La ricerca si basava su un questionario somministrato in diverse città medio-piccole di Emilia Romagna, Lombardia e Liguria, contattando quasi 3.600 studenti dei diversi livelli di istruzione. Secondo i dati raccolti, il bullismo omofobico vero e proprio veniva osservato dagli allievi della scuola secondaria di primo o secondo grado sostanzialmente con la stessa frequenza: un po’ più del 40% non ne aveva notizia, circa un quinto lo rilevava raramente, altrettanto solo qualche volta, e il 13-17% affermava che fatti del genere avvenivano spesso o continuamente. È stato poi chiesto ai ragazzi di tutti gli ordini di scuole se subissero prepotenze da parte dei compagni e con quale frequenza e modalità. Secondo questa rilevazione le vittime di bullismo erano il 42,1% nella scuola primaria, si dimezzano nella secondaria di primo grado (20,4%) e tornano pressoché a dimezzarsi in quella di secondo grado (11,4%).
Volendo poi restringere ancora di più il campo di osservazione e rimanendo alla cronaca ferrarese, è del 9 settembre l’episodio a sfondo omofobo nel centrale corso Porta Reno ai danni del 27enne Filippo Bergamini e di altri due suoi amici: un’aggressione verbale e fisica della quale si sono resi responsabili tre ragazzi minorenni.

Teoria del gender, bullismo omofobico, progetti scolastici su affettività, orientamento sessuale e identità di genere, e cultura omofoba in senso più ampio: abbiamo cercato di approfondire queste tematiche con alcune persone che se ne occupano per lavoro e per lavoro si confrontano tutti i giorni con i ragazzi.

1. CONTINUA [leggi la seconda puntata]

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