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Il mio amico Sensei/2
La nobile arte dei samurai accessibile anche ai bambini

SEGUE

Ecco la seconda parte dell’intervista a Fabio Vescovi, sensei di Daito-ryu Aikibudo, che ci racconta il mondo delle arti marziali giapponesi e l’affascinante legame con l’antica tradizione samurai.

Quando si parla di arti marziali si tende a pensare subito all’Oriente, come se queste pratiche fossero appannaggio esclusivo di quel mondo, ma è proprio così?
L’arte marziale è un concetto universale, voglio dire che questo particolare esercizio dell’attività umana è sempre stato presente ovunque nel mondo. In ogni angolo della Terra, ogni popolo, ogni cultura ha la sua disciplina marziale, sia in Oriente sia in Occidente. La vera differenza è che da noi occidentali questa attività è sempre rimasta e rimane tuttora racchiusa dentro confini assai circoscritti, separati da tutto il resto e con finalità specialistiche, alludo allo sport ma anche all’addestramento professionale di gruppi militari d’elite per esempio. È anche vero che le nostre tradizioni marziali si sono via via perse nel tempo, diventando solo retaggi di epoche remote, ormai superate da alcuni secoli di storia che hanno visto prevalere l’efficacia della macchina rispetto all’abilità fisica dell’uomo. Considera che da noi il Medioevo è finito cinque secoli fa, mentre in Giappone il Medioevo è terminato a fine Ottocento. E ciò ha permesso di fare arrivare intatte fino a noi un’innumerevole quantità di informazioni, documenti scritti, testimonianze fedeli di tutte queste discipline marziali. Da noi i capitani di ventura si sono estinti oltre quattro secoli fa, mentre in Giappone i maestri marziali hanno girato per strada armati di spade e vestiti da samurai fino agli anni Venti del Novecento! Considera anche che in Oriente la dottrina filosofica, elemento che sta alla base delle stesse discipline marziali, è vissuta come una religione. Per questo motivo si può facilmente comprendere come mai in Giappone ogni cosa che riguarda la tradizione venga così fedelmente e devotamente tramandata nel tempo, proprio come accade da noi con la religione. Paradossalmente, noi occidentali abbiamo accantonato le nostre antiche discipline marziali preferendo ad esse la tecnologia, poi abbiamo riscoperto una sorta di nostalgico desiderio di ritornare alle origini, di riscoprire noi stessi misurando di nuovo le nostre abilità. Ma questo lo possiamo fare attraverso la pratica delle arti marziali orientali, le uniche ad arrivare intatte fino a noi. Il vero guaio è che da noi, non disponendo dello stesso background di cultura e tradizioni, questo desiderio rischia puntualmente di tradursi in un’esperienza effimera legata alla moda di un momento.

A proposito di mode, da addetto ai lavori qual è il tuo pensiero al riguardo? L’arte marziale, intesa come percorso formativo e socializzante, può entrare pienamente nella cultura occidentale o è destinata a rimanerne ai margini?
Ora come ora non vedo molto margine di diffusione di questa disciplina, che rimane pur sempre espressione di una filosofia diversa, radicata altrove da secoli storia. È difficile che le persone cambino la propria visione di se stessi, del modo di porsi agli altri, della crescita personale, inculcata da tradizioni assai diverse da quelle orientali. Noi abbiamo delegato il nostro futuro alla tecnologia, abbiamo affidato il nostro pensiero e il nostro corpo alle macchine. Intendiamoci, io non sono contro il progresso, anzi. Il fatto è che, per quel che ci riguarda, la nostra filosofia è assai più connessa alla logica che allo spirito. Abbiamo da tempo rinunciato all’idea di perfettibilità. In altre parole, in Occidente il pensiero è che l’uomo è un essere imperfetto e sempre rimarrà tale, perciò è inutile lavorare su di esso, molto meglio trasferire lo sforzo verso la perfezione alle macchine, le uniche in grado di aiutarlo se non altro ad avvicinarvisi. D’altro canto, la spiritualità da noi è un fatto religioso e riguarda esclusivamente l’anima, non il corpo. Sono due concezioni diametralmente opposte quella occidentale e quella orientale, possono convivere, ma è difficile che possano fondersi in un’unica cultura. Pertanto credo che l’arte marziale intesa come fatto culturale, sociale e formativo, continuerà a rimanere appannaggio di pochi. Diverso è il discorso se la stessa viene vista come pratica sportiva, in questo caso potrà avere e avrà molte più chances di successo.

E sul proliferare delle cosiddette tecniche di combattimento da strada, che idea ti sei fatto?
Su questo tema faccio una premessa doverosa: in ogni dove si reclamizzano nuove tecniche di combattimento, nuovi modi di affrontare il corpo a corpo, con varie tipologie di armi, a mani nude, eccetera… Ebbene, di concreto, al di là delle discipline classiche, non è stato inventato più nulla che già non esistesse, magari sono state apportate modifiche ai metodi d’insegnamento, si sono coniate nuove espressioni, nuove terminologie, ma alla base di tutto le tecniche d’attacco e difesa, le prese, sono rimaste le stesse. Questo perché le discipline marziali sono il frutto di secoli di prove sul campo di battaglia, in cui chi tramandava le sue conoscenze era colui che era sopravvissuto perché deteneva la tecnica migliore. Oggi poi, per gran parte della gente la cosa importante è raggiungere il risultato in tempi rapidi, esistono corsi che ti consentono di farlo, che ti permettono di imparare le tecniche in breve tempo. Si tratta però di sunti, di Bignami, in cui ti fanno credere di poter ottenere il controllo di certe situazioni, ma non è così. Tutto questo porta a condizioni illusorie e pericolose, in cui la padronanza di una tecnica assume più importanza del normale buonsenso. Ci sono istruttori scriteriati, veri e propri ciarlatani, che ti preparano al combattimento senza educarti all’idea che il combattimento va comunque sempre evitato!

Quando è nata l’idea di insegnare ai bambini?
Dopo un anno che avevo aperto questo corso riservato agli adulti e dopo tanti amici che mi sollecitavano ad aprirne anche uno per bambini, mi decisi. Iniziai senza avere troppe aspettative al riguardo, ma fu una vera sorpresa perché non avevo idea di esservi così portato, e soprattutto che mi appagasse tanto! I bambini poi hanno una capacità di adattamento assai maggiore degli adulti, assimilano tutto più in fretta, sono come spugne, assorbono tutto subito, e non parlo solo di coordinazione fisica o di capacità mnemonica, quanto piuttosto di volontà e convinzione. La sorpresa è che prendono tutto quanto molto seriamente, più di tanti adulti. Capiscono che non si tratta solo di un gioco ma di qualcosa di serio e s’impegnano di conseguenza. Il vero problema spesso sono stati i genitori, molti di loro non hanno pazienza e non riescono a vedere la cosa in prospettiva, fanno fatica a immaginare che si tratti di un investimento per il futuro dei loro figli, e questo a prescindere da quanto tempo rimarranno a seguire i corsi.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

Il mio amico Sensei/1
L’antica tradizione samurai come moderno strumento di socializzazione

Vado all’appuntamento per un’intervista un po’ fuori dagli schemi. In realtà non si tratta proprio di un’intervista, ma più di una chiacchierata tra vecchi amici.
Ho conosciuto Fabio Vescovi diversi anni fa, lavoravamo entrambi in un’azienda del bolognese e abbiamo legato quasi subito.
Ormai sia Fabio che io facciamo tutt’altro. Un po’ per caso e un po’ per scelta, abbiamo seguito strade alternative, spesso faticose, e pur tuttavia appaganti e ricche di soddisfazioni.
Fabio è un tipo tosto, con una faccia che pare scolpita nel legno e una forma fisica perfetta: muscoli allenati e nemmeno un filo di grasso. I suoi modi sono gentili e misurati, sempre finalizzati a mettere a proprio agio tutti quelli che incontra. Segno evidente di un grande equilibrio interiore e, conoscendolo, di una precisa disciplina che regola ogni suo gesto.
Fin dai primi tempi della nostra conoscenza, intuivo che Fabio possedesse qualità speciali, trasparivano in lui una sicurezza e una tranquillità non comuni. Poi, finalmente, ho scoperto cosa c’era dietro.
Fabio è un Sensei, ovvero un maestro di arti marziali giapponesi.

Esistono persone tra noi che rompono le consuetudini. Sono coloro che scelgono di seguire itinerari di vita diversi dal solito, quelli che osano, che si allontanano dal recinto rassicurante delle convenienze per seguire la propria vocazione. Una strada spesso impervia e ricca di incognite, ma che alla fine, con caparbia volontà e un pizzico di fortuna, li porta proprio dove volevano arrivare.

La passione di Fabio per le arti marziali orientali nasce fin da bambino, è lui stesso a raccontarlo. Sono gli anni Settanta e, grazie al nuovo filone del cinema d’intrattenimento nato a Hong Kong, in Occidente si scopre per la prima volta una disciplina marziale chiamata Kung Fu. Il suo grande protagonista è Bruce Lee, attore cinoamericano e soprattutto eccezionale maestro marziale che in breve tempo, grazie anche alla sua prematura scomparsa, diventerà la più famosa icona mondiale delle arti marziali cinesi.
All’epoca Fabio è un ragazzino molto vivace, pratica il rugby, ma invidia molto i suoi coetanei che frequentano i corsi di Judo e Karate. Alla fine, dopo l’ennesima botta rimediata in partita, i suoi genitori decidono di accontentarlo e lo iscrivono alla scuola locale di Aikijujitsu, la storica scuola del Bushido di Ferrara. Lì conosce il suo primo maestro, sensei Carmelo Stroscio, colui che più di tutti lo formerà fisicamente e caratterialmente a questa antica disciplina guerriera. È il 1985, Fabio è un ragazzo di quindici anni e da quel momento in poi praticherà lo Aikijujitsu ininterrottamente per una decina d’anni.

Nel frattempo, sull’esempio dei primi lungometraggi di produzione asiatica, negli anni Ottanta e Novanta anche a Hollywood proliferano film d’azione incentrati sulle arti marziali, interpretati dai vari Steven Segal e Jean Claude Van Damme, esperti maestri oltre che attori. Fabio ammette che queste nuove forme di combattimento lo incuriosiscono a tal punto da spingerlo ad abbandonare gli studi marziali tradizionali del Dojo Bushido per cimentarsi in discipline sportive vere e proprie come il full contact e la kickboxing.
Dopo tre anni passati in palestra a ‘dilettarsi’ in questi sport di combattimento a mani nude, Fabio incontra sensei Giuliano Goldoni, maestro di Kendo ed ex-allievo del Bushido. Il maestro lo inizierà all’arte della katana, la tradizionale spada samurai, e proprio l’incontro con questa disciplina rappresenterà per Fabio uno spartiacque fondamentale nel suo percorso di formazione. Sarà infatti il Kendo a fargli riscoprire e apprezzare nuovamente l’antico fascino delle discipline marziali dei samurai, i loro riti, le loro regole, il valore della lealtà e il rigoroso rispetto per l’avversario.

È il 1998, e da qui in avanti si applica integralmente all’uso della spada giapponese fino a diventarne maestro egli stesso. Per alcuni anni si dedica quindi all’insegnamento del Kendo tenendo corsi tra Ferrara e provincia.
La sua iniziale passione per “l’arte marziale a mano nuda” resta però sempre forte in lui, tanto che un incontro casuale col vecchio maestro Stroscio lo spinge a riprendere la sua precedente ricerca nella pratica dello Aikijujitsu. Ricerca che si arricchisce sempre di più grazie alla successiva conoscenza con uno tra i più illustri maestri italiani: sensei Antonino Certa.
Nel 2009 Fabio crea a Ferrara un “gruppo di studio” di Daito-ryu Aikibudo affiliato all’organizzazione di Certa. Dopo qualche tempo, conclusa l’esperienza con Certa, conosce sensei Luigi Carniel, maestro di fama internazionale, rinomato forgiatore di lame e vecchio allievo di alcuni tra i più grandi sensei giapponesi. Entra così a far parte della sua organizzazione nel cui ambito fonda la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara, scuola dove insegna tuttora.

Fabio, ma che cos’è esattamente il  Daito-ryu Aikibudo?
Beh, in parole semplici, è l’unione della pratica a mano nuda, l’Aikijujitsu, con la pratica della spada, il Kenjutsu. Nella filosofia samurai le due discipline di combattimento non possono essere considerate separatamente. In altre parole il samurai deve essere esperto in entrambe le tecniche, sia quella a mano nuda sia quella armata.

Tornando al concetto di “organizzazioni” di studio e divulgazione delle arti marziali, puoi spiegare meglio in cosa consistono?
Intanto occorre fare una premessa, l’insieme delle discipline marziali giapponesi è suddiviso sostanzialmente in due grandi gruppi: arti marziali classichearti marziali moderne. Sono classiche tutte quelle insegnate a esclusivo uso militare fino alla fine dell’Ottocento: la strategia di guerra, le tecniche legate strettamente all’arte del combattimento. Mentre sono considerate moderne tutte le discipline divulgate successivamente e con finalità educative, cioè concepite per accrescere aspetti legati alla personalità, al carattere, alla socializzazione, eccetera. Nel mondo esistono tantissime organizzazioni internazionali legate alle arti marziali moderne, organizzazioni con migliaia e migliaia di iscritti, le cui discipline sono ampiamente conosciute: il Karate, il Judo, il Kendo, l’Aikido… Molte meno sono invece quelle legate alle arti marziali tradizionali o classiche come la nostra. Noi studiamo e divulghiamo discipline più di nicchia, nelle quali l’insegnamento pratico viene affiancato da quello teorico, dove l’aspetto formale assume una notevole importanza. Il nostro è uno studio un po’ più impegnativo e per forza di cose la cerchia di persone che vi si dedicano è più ristretta. Per ciò che riguarda il mio insegnamento, l’Aikijujitsu, tutto parte da un famosissimo maestro vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, Takeda Sokaku, il primo ad aver fatto conoscere in Giappone l’arte marziale di famiglia (il Daito-ryu Aikijujitsu) custodita gelosamente per secoli. I suoi discepoli poi ne divulgarono le regole fondando scuole e organizzazioni fino ai giorni nostri. Attualmente, nel mondo esistono poche organizzazioni di Aikijujitsu, ognuna delle quali con un proprio maestro di riferimento e una propria linea di insegnamento, io faccio parte di quella di Carniel.

Un cenno sul concetto di linea di insegnamento?
In sostanza non è altro che una modalità di apprendimento, ovviamente le tecniche di base sono le stesse per tutti e si rifanno a quelle impartite da Takeda stesso, ciò che cambia è la metodologia d’insegnamento. Direi che ogni linea cambia soprattutto a seconda delle varie ‘sensibilità’ dei maestri di riferimento, la disciplina è sempre la medesima, ma con sfumature diverse. Nel nostro corso un’importanza fondamentale ricopre lo studio delle varie distanze: mentre molte altre linee si basano principalmente su una serie di figure o kata, cioè attacchi e difese prestabilite, questo metodo si sofferma su una progressione di attacchi non preimpostati portati su varie distanze diverse. In questo modo l’apprendimento risulta inizialmente più difficile, ma consente all’allievo di sviluppare nel tempo una maggiore elasticità mentale e una migliore reattività. Riassumendo, nella nostra scuola la linea resta insegnare le tecniche di base che fungono da substrato per poi imparare anche le tecniche più avanzate. Voglio anche precisare che ogni percorso, qualunque sia la linea intrapresa, alla fine permette comunque di ottenere una preparazione di alto livello… è importante saperlo.

Quali sono le principali differenze che hai potuto riscontrare tra le discipline che hai praticato?
Tra i nostri insegnamenti ci sono appunto il Daito-ryu Aikijujitsu e la pratica di un’antica scuola d’armi giapponese: la Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, risalente al quindicesimo secolo, oggi riconosciuta come tesoro nazionale del Giappone, che riguarda principalmente l’apprendimento delle tecniche d’uso della spada e in genere delle armi bianche. Posso dirti, per esempio, che esiste un’evidente differenza tra il Katori Shinto Ryu e il Kendo. La prima è un’antica arte marziale, nata per il campo di battaglia e concepita per il combattimento con l’armatura, mentre la seconda è un’arte marziale moderna nata essenzialmente come disciplina educativa di controllo del corpo e della mente. Sono esteticamente affini, ma concettualmente diverse: la prima punta a offendere le parti scoperte del corpo, mentre la seconda mira a colpire proprio le protezioni, dato che lo scopo primario non è il ferimento dell’avversario. Ovviamente nemmeno noi puntiamo al ferimento dei nostri allievi [Fabio ride], la nostra è in sostanza una trasposizione delle antiche tecniche attraverso l’esecuzione di kata (mosse prestabilite di attacco e difesa). Più o meno lo stesso discorso vale nella distinzione tra Aikijujitsu e Aikido: il primo nasce nei campi di battaglia come pura tecnica di combattimento, mentre il secondo nasce come metodo educativo di formazione del carattere e di socializzazione. In sintesi, la differenza riguarda non tanto la tecnica in sé, ma la filosofia che sta alla base della disciplina, lo scopo per cui essa è stata concepita.

Puoi spiegare ai nostri lettori quanto tempo ci vuole per diventare cintura nera e cosa sono i Dan?
Considerato che le cinture sono sei, che nel nostro Dojo per l’ottenimento di una cintura si parte con un esame all’anno, e che i tempi di apprendimento si allungano fino ad arrivare a due anni tra la marrone e la nera, direi che per diventare cintura nera si possono impiegare tranquillamente non meno di otto anni. Sempre mantenendo un impegno costante e continuativo per tutto il periodo di riferimento, questo perché il nostro è un percorso molto intenso, che contempla sia la pratica sia la teoria.
Dan in giapponese significa letteralmente gradino, in questo caso gradino di conoscenza. Dato che per noi l’ottenimento della cintura nera rappresenta un punto di partenza e non di arrivo, il Dan configura un ulteriore livello di conoscenza, sia di tecnica sia di abilità. A seconda della disciplina che lo riguarda, può essere l’insieme di ulteriori tecniche, di accresciute abilità, fino ad arrivare a contemplare vere e proprie filosofie di vita, ma qui il discorso si fa più complesso. Perciò diciamo che genericamente il significato di Dan è quello che ti ho appena detto, e comunque è opportuno ricordare che lo studio dell’arte marziale dura una vita intera.

Insomma l’arte marziale non è da considerarsi soltanto come tecnica di autodifesa, ma anche e soprattutto come pratica di socializzazione.
Spesso ci si dimentica che socializzare con gli altri non riguarda solo la comunicazione verbale, ma anche e soprattutto il contatto fisico. Specialmente oggi il contatto fisico, tra le forme di comunicazione, è diventato quasi un tabù. La gente non si tocca più, addirittura si preferisce parlare a distanza piuttosto che a quattrocchi. È un po’ come se fossimo in tanti isolotti divisi dal mare e pieni di dispositivi hi-tec che ci consentono di scambiarci informazioni 24 ore su 24. Siamo in costante contatto con gli altri eppure restiamo isolati, ce ne stiamo da soli anche quando crediamo di non esserlo. La moderna arte marziale è concepita proprio per aiutare a sbloccare questo tabù: lo stare insieme, l’afferrarsi, prendere confidenza col proprio corpo e quello altrui, imparare a conoscerne le qualità e i punti deboli, confrontarsi per raggiungere un comune obiettivo. Tutte queste cose aiutano a socializzare, a entrare in sintonia con l’altro, a creare empatia. A questo poi si aggiunge un altro aspetto importante che oggi si tende a ignorare: la gente non vuole più fare fatica. Tutto è concepito e costruito per facilitare il raggiungimento dei bisogni, tutto viene progettato per sgravarci dalla fatica. Questo ovviamente ci facilita la vita, ma crea un pericoloso effetto collaterale: ci rende pigri e ci indebolisce sia fisicamente che caratterialmente. La via marziale ci aiuta a ritrovare quella benefica predisposizione al sacrificio che negli anni molti di noi hanno perso per strada; il percorso è lungo e impegnativo, è fatto di disciplina, di regole, di rigore formale, di fatica fisica, e spesso capita che ci metta in crisi, che sottoponga a dura prova la nostra forza di volontà, creando dubbi su ciò che vogliamo realizzare veramente. Come ho detto non è un percorso semplice, alcuni mollano, ma è necessario per crescere e ritrovare quell’autocontrollo, quel senso dell’impegno e quella forza caratteriale che oggi, soprattutto tra i giovani, si sono un po’ smarriti.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

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Un giorno in Giappone…dove il Governo investe sui giovani

Tipo particolare Stefano, conosciuto ai tempi dell’Università. Passava le ore di lezione ad esercitarsi sui ‘kangi‘, la sera partiva a piedi, facendosi anche svariati chilometri, per andare a lezione di Aikido. Non un ragazzo occidentale, no. Lo è solo nella fisionomia. Ma i modi erano e sono quelli di un’altra cultura, lontana dalla nostra. Il fisico di un italiano che intrappola la mente di un orientale, o meglio, di un giapponese, ma di quelli vecchio stampo, del tipo ‘Bushidō-kimono-katana‘. In ogni suo gesto cercava la perfezione: dal lavare i piatti a quei strani movimenti fatti a lezione di arti marziali. Ragazzo particolare appunto, con il quale ho avuto il piacere di passare due anni di convivenza, e che oggi racconterà un piccolo squarcio della sua nuova vita in Giappone, non un’intervista su castelli, monumenti o particolari riti, semplicemente una squarcio sulla vita quotidiana a più di 9 mila chilometri da noi, in una realtà che ogni anno raccoglie tanti giovani in cerca di un futuro migliore.

Ciao Stefano, come prima domanda direi perchè il Giappone?
Quando ero bambino, lessi l’autobiografia di un pilota di aerei giapponese della Seconda guerra mondiale. Quel libro è stato il mio primo contatto con la cultura giapponese. Per la prima volta ho letto dei samurai e del loro codice d’onore, ma anche di uno stile di vita profondamente diverso dal nostro. Il rispetto per le regole, la sobrietà nei rapporti tra le persone, la cortesia pressoché obbligatoria in qualsiasi attività. Con il tempo, mi sono incuriosito sempre di più, finendo con il convincermi di essere più affine a questa cultura che a quella di origine.

Com’è iniziata quest’avventura?
Sono stato molto fortunato ad essere stato selezionato da una grande azienda di risorse umane, dopo aver pubblicato il mio profilo su diversi portali di annunci di lavoro. L’azienda riceve incentivi dal governo per assumere e preparare un ‘esercito’ di ingegneri informatici o esperti di tecnologia, poiché si prevede che tra qualche anno la nazione si troverà in grave carenza di lavoratori specializzati. Il Giappone sta invecchiando ancora più rapidamente degli Stati europei, e si cerca di prepararsi per tempo. I requisiti, oltre a esperienza e titoli di studio, prevedono anche la conoscenza della lingua giapponese e, ovviamente, la propensione ad integrarsi nella loro società. Personalmente non conosco il giapponese abbastanza bene da esprimermi in un contesto lavorativo. Ho una conoscenza elementare acquisita nei ritagli di tempo durante gli studi universitari. Di base conoscevo già la geografia e i principali aspetti culturali del Paese. Inoltre, ho diversi amici principalmente a Tokyo e prima di venire qui a lavorare ho trascorso una vacanza di 20 giorni tra Tokyo, Kyoto, Hiroshima e altri posti, non sapendo però che dopo qualche mese sarei tornato per trasferirmici. Questo ha reso l’avventura molto meno…avventurosa!

Com’è la tua vita lì?
Attualmente vivo a Tokyo, fuori dal centro ai limiti della periferia, nei pressi di un famoso parco. La vita qui è semplicissima, nonostante i giapponesi ritengono sia stressante. L’automobile è completamente superflua e comunque più lenta dei famigerati mezzi pubblici di Tokyo. Il numero di linee e fermate della metropolitana è impressionante, con 3-4 aziende diverse che si dividono il traffico. La frequenza dei treni fa sì che non si passi molto tempo ad aspettare sui binari. La densità abitativa e commerciale è tale che cercando bene si può trovare di tutto, come supermercati economici, ottimi ristoranti per qualsiasi gusto, o anche servizi aperti 24h.C’è tutto ed è sempre raggiungibile. È molto difficile che succeda di rinunciare a qualcosa di pianificato.

Descrivici una tua giornata tipo.
Sveglia alle 7:30, doccia e colazione con relativa calma, preparazione e alle 8:10 sono fuori. Poco più di 20 minuti a piedi per la stazione più vicina. Ci sarebbe l’autobus, ma risparmio e mi faccio una passeggiata. Arrivato ai binari, mi metto in fila. Di solito, il mio treno non è affollato, ma può capitare delle volte. Venti minuti e arrivo alla mia fermata. Qualche altro passo e arrivo nel mio ufficio, qualche minuto prima dell’inizio della giornata di lavoro: questa è una consuetudine importante in Giappone. Alle 12, esco per la pausa pranzo. Di solito mangio poco per non addormentarmi in ufficio, e cerco di camminare e svagarmi il più possibile. Alle 12:50 torno in ufficio.
Se sono fortunato, dopo le classiche 8 ore lavorative sono fuori e parto di passo svelto per la lezione di Aikido, 20 minuti a piedi dal mio ufficio. Esco dal Dojo alle 20:30, e dopo un’ora tra camminate e treni sono a casa. Ultimamente sono impegnato con parecchio lavoro da fare, e in media lavoro fino alle 20-21 per poi andare direttamente a casa. Per ora vivo in un ostello condiviso con altre 60-70 persone. Ho la mia stanza con letto e scrivania, ma condivido bagni e cucina.

Che rapporto hanno giapponesi e gli italiani?
Sono da tre mesi in Giappone, e non ho fatto alcuna nuova amicizia a parte con un paio di colleghi non giapponesi. In Italia, mi è capitato di restare in contatto con persone conosciute sul treno o in altre circostanze simili. In Giappone è pressoché impossibile rompere il muro di cortesia con uno sconosciuto, o parlare di faccende personali con i colleghi, come succede spesso da noi in Italia. Qui tutti rispettano la riservatezza altrui, e allo stesso modo non si aspettano di dover rinunciare alla propria. Spesso ho l’impressione che alcuni vivano in completa solitudine, specialmente a Tokyo.
Generalmente, i giapponesi sono molto rispettosi per le regole e poco propensi a fare uno ‘strappo alla regola’. Altra differenza con noi italiani: accettano il sacrificio, anche nelle piccole cose. Se riconoscono un errore, si scusano immediatamente, se perdono il treno non si scompongono, se viene loro assegnato un incarico, fanno di tutto per portarlo a termine ma senza cercare scorciatoie o accelerare il processo. Tutti fanno il proprio lavoro con abnegazione, indifferentemente da quanto sia qualificato. Questo fa in modo che tutto proceda come previsto e in ordine. Penso che questo sia indispensabile affinché una metropoli densa come Tokyo eviti di finire nel caos più totale.

Quali sono i problemi di tutti i giorni?
Se potessi scegliere di liberarmi di un problema, molto probabilmente chiederei di poter indossare abiti comodi per andare a lavoro. Negli uffici la formalità è d’obbligo, quindi giacca, camicia, cravatta e scarpe di cuoio. Oltre alla limitata comodità, la rottura di scatole è fare continuamente attenzione per evitare di fare frequenti visite alla lavanderia più vicina, ed anche fare attenzione agli abbinamenti. Un paio di volte mi è capitato di essere stato richiamato per via di tonalità troppo scure , associate a funerali o malavita organizzata. Altro problema è la comunicazione: a differenza di quanto si pensi, in Giappone l’inglese è estremamente poco diffuso, nonostante sia insegnato a scuola e ci siano migliaia di istituti privati che fanno buoni affari. Aprire un conto in banca ed evitare di fare casini con i documenti da compilare è stata un’impresa, sembra strano ma adorano le scartoffie. La tecnologia è scarsamente applicata ai servizi amministrativi.

Conosci altri italiani?
Conosco solo un altro italiano, mio collega. Come me è stato assunto mentre era in Italia, con un procedimento simile. Abbiamo trascorso le prime settimane nello stesso ufficio, per poi essere assegnati a due destinazioni diverse. Non penso di incontrarlo di nuovo a breve, poiché ora viviamo agli estremi della città.

Il lavoro: quali sono le differenze con l’Italia?
Nella mia esperienza, seppur limitata, non ci sono differenze con l’Italia per ritmi e orari di lavoro. A volte si leggono notizie di giapponesi che si suicidano per il troppo lavoro, ma sono casi isolati, che vengono attentamente analizzati e finiscono con l’individuazione delle responsabilità. Al momento il governo sta attuando misure per risolvere il problema.
Il mio lavoro è molto simile a quello che svolgevo in Italia, e ultimamente capita spesso di lavorare oltre le classiche 8 ore. La differenza però è che qui si mette tutto nero su bianco e vengo pagato al minuto in maniera molto precisa.
In Italia, ho iniziato lavorando in nero con una retribuzione minima, pur essendo qualificato. Lasciai quella posizione dopo l’ennesima promessa di assunzione mai avvenuta. Non penso ci sia necessità di commenti sulla condizione del lavoro in Italia. In Giappone una cosa del genere credo sia estremamente rara, ma è anche vero che l’economia è di gran lunga più solida, la pressione fiscale molto minore, e il mercato del lavoro pieno di opportunità. Attualmente la mia retribuzione mi permette di essere completamente autonomo, seppure sia quasi al minimo stabilito per legge. Se le mie capacità linguistiche fossero più solide, la mia situazione economica ne gioverebbe parecchio.
Molti poi in ufficio si appisolano durante l’ora per il pranzo, e se capita che non si alzino per tempo, vengono svegliati dai colleghi. Ho visto molte persone dormire sui treni della metro anche quando è affollata ma sempre silenziosa. In Giappone nessuno parla al cellulare sul treno, e degli annunci all’altoparlante consigliano di impostare la modalità silenziosa della suoneria.

E’ difficile vivere in Giappone?
In Giappone è semplicissimo organizzarsi. Gli orari sono sempre rispettati, e la qualità dei servizi, di ogni genere, è elevata. La qualità dei prodotti è alta, anche per merci considerate economiche. Il traffico praticamente non esiste, e mai visto rotonde. Vivere a Tokyo per me è più facile che vivere nella città dove vivevo in Italia.
A volte però questa qualità si paga, soprattutto per i mezzi pubblici e alcune categorie di prodotti di uso quotidiano come frutta o cosmetici tipo shampoo e deodoranti. Per altri servizi invece il costo è proporzionato alla qualità, tipo internet e telefonia, mentre i servizi postali sono come costo paragonabili all’Italia ma non per efficienza.

Si dice spesso che i giapponesi pecchino di razzismo, è vero?
È vero che i giapponesi non impazziscono per gli stranieri, ma non ho l’impressione di non essere accettato. È difficile integrarsi per via delle loro consuetudini sociali complesse e difficili da comprendere, e per la loro riservatezza. Posso garantire però che non farebbero nessuna discriminazione in base alla nazionalità, e si asterrebbero da qualsiasi commento a riguardo. Le regole sono tali per tutti, e su questo non si transige. Se ho un diritto, questo mi verrà garantito senza sorprese. Più che di razzismo, direi che sono molto selettivi sui requisiti per l’ingresso nel Paese, ma di recente il governo sta facilitando le procedure. Nel 2016 si è avuto il record di residenti stranieri:per la maggior parte cinesi, vietnamiti e filippini.

Quali sono le opportunità in Giappone e il futuro che ti aspetti?
Si dice che qua ci siano più posti di lavoro che candidati. Il mio obiettivo è di vivere regolarmente, di fare un lavoro che mi piaccia senza necessariamente dovermi arricchire. La stabilità politica ed economica, seppur non eccezionale, e la qualità della vita consentono di vivere dignitosamente e indisturbati. La criminalità è ai minimi mondiali, il patrimonio artistico e culturale cospicuo e variegato, anche se non paragonabile a quello italiano, ci sono tanti luoghi da visitare, tra natura e tradizioni locali. A differenza dei giapponesi, non ambisco a una carriera lavorativa o a contribuire alla crescita del Paese, ma a crearmi il mio spazio e la mia serenità, possibilmente fuori da Tokyo, magari più a nord, tra le montagne, dove la gente è più semplice e le tradizioni più autentiche.

Dopo averlo salutato e ringraziato, ripenso a quante avventure abbiamo passato insieme, e questo mio breve scritto vorrebbe solo essere un esempio, in quel panorama di emigrazione che ci sta tormentando, di giovani che trovano lontano da casa uno Stato che investe sul futuro, consapevole che la miglior risorsa sia quella della cultura e incentiva addirittura le aziende a ‘ringiovanire’ il proprio organico, approfittando anche dell’immigrazione di tanti ‘cervelli in fuga’. Ma Stefano è un ragazzo particolare come dicevo all’inizio, lui non è un ‘cervello in fuga’, nonostante la sua notevole bravura nel campo informatico.

Stefano, semplicemente, è tornato a casa.

Il treno affollato, ma non troppo
Un scorcio di Tokyo con un ristorante
Si aspetta ordinatamente di entrare nel vagone
…anche in Giappone
Nessuno sfugge alle multe
Anche aspettando il treno non si parla
Stazione di Okubo
La stazione di Shinjuku
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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