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DIARIO IN PUBBLICO
La bustina di zucchero, il cioccolatino e i furti delle opera d’arte

Un tempo nella nostra studiosa giovinezza di intellettuali(ni) pronti a storcere la bocca di fronte alla riproducibilità dell’arte nell’epoca tecnica, secondo i dettami del filosofo Benjamin, si usava incartare i cioccolatini con involucri riproducenti opere d’arte famose nel tentativo, poi fallito, di contrastare la moda e la fama di altrettanti celebri cioccolatini che assieme al bacio ti proponevano, e ancora ti propongono, massime, riflessioni, dettami in uno stile oracolare molto simile a quegli oroscopi a cui l’occhio corre seppur distrattamente in ogni tipo di quotidiano. Ma vuoi mettere scartare la raffaellesca ‘Madonna della seggiola’ e mettersi in bocca l’irresistibile scioglievolezza? In ogni caso sia lo scritto che l’immagine riportavano l’opera d’arte a una cartina da cioccolatini. Questa era in fondo l’educazione all’arte e alla scrittura che si voleva proporre. Leggo ora che invece del Tondo Doni di Michelangelo si offre al nostalgico avventore un caffè mussoliniano. A legger le cronache di “Frara” citta dalle 100 meraviglie si scopre che il bar un tempo frequentato poiché amabile momento di riposo dei pelosi e dei loro accompagnatori umani serve un caffè con zucchero contenuto in nostalgiche bustine dove campeggia lui, il dux dalla mascella fiera e dall’occhio proteso verso la conquista del mondo. E’ chiaro che brividi di malessere scorrono lungo il filo della schiena del lettore e un tempo avventore. Meglio, molto meglio una bustina con l’immagine della Primavera di Botticelli! E voglio scialare: anche proposta sotto le sembianze di Julia Roberts che impone la sua matura bellezza all’interno di calze e collants o di profumi francesi implacabilmente presentati da voci angliche che storpiano e spiacevolmente deturpano la dolce fonìa della lingua d’origine del prodotto. Così all’imperator fati, al muscoloso e pensoso conducator della nostra stirpe resta l’onore di una cartina da caffè dove il messaggio svanisce e si consuma nei brevi attimi dello strappo fatale e del lento girar del cucchiaino nella tazza. In tal modo da velleitarie nostalgie verso una fede feroce l’immagine fa ripiombare il dux in un tempo, per fortuna, decisamente sorpassato e reso inutile come inutile appare la cartina strappata.

Ben altra sorte attende invece le opere d’arte.

E si faccia attenzione alla modalità con cui 17 straordinarie opere d’arte, il meglio della collezione del Museo di Castelvecchio di Verona vengono sottratte al mondo con una banalissima e semplicissima incursione di tre uomini armati che non fanno fatica ad aver ragione di un solo guardiano che in quel momento si trovava nel grande museo vuoto e in procinto di chiudere.

Le reazioni di Tomaso Montanari su “la Repubblica” ben sottolineano come la responsabilità di quel facile furto non sia dovuta solo alla scarsità del personale ma a quella incuria, leggerezza, indifferenza verso il nostro patrimonio culturale e la sua conservazione. Qualunque sia stata la motivazione per cui si è così facilmente violato il principio primo della tutela e della conservazione delle opere d’arte questa gravissima scorreria inficia e mina dall’interno il tentativo del ministro Franceschini di rilanciare funzione e scopo del museo. Come scrive Montanari “non è possibile che Castelvecchio fosse difeso da una singola guardia giurata, come l’ultimo dei supermercati”. E come mi diceva Salvatore Settis riferendomi una conversazione avuta col ministro Franceschini in Persia, la cura per quanto necessaria è troppo violenta rispetto alla situazione del nostro patrimonio culturale affidato a musei fatiscenti (e si pensi al freddo e al caldo a cui sono sottoposti i delicatissimi quadri come ben ci ha insegnato la condizione della Pinacoteca ferrarese il cui stato francamente ci preoccupa dopo la vampata di calore ben presto estinta da altre notizie certo più gravi ma sul piano culturale certamente meno urgenti).

Se si è notato, solo dopo 48 ore la notizia è rimbalzata sulla stampa e sui media ma sempre defilata e presentata come un grave incidente procurato “su commissione” da qualche fantomatico miliardario che vuole godersi nel caveau di qualche banca compiacente quei capolavori o da una banda di ladri che chiederanno un riscatto. E quasi a livello fantascientifico -ma in questi tempi malvagi pur possibile- la notizia del furto interrompe la consegna del premio dato a due donne che hanno parte preponderante seppur non necessariamente collegate alla esecuzione di furto così anomalo: Barbara Serra conduttrice del canale di al-Jazeera e Paola Marini direttrice del Museo di Castelvecchio. Sarà sicuramente una coincidenza ma quanto di simbolicamente importante può rivelarsi presso un pubblico così teso e preoccupato per i fatti mostruosi che stanno avvenendo a Parigi, a Bruxelles e nelle altre capitali europee? Ripeto solo un caso, ma quanto di simbolico in questo caso. Così Montanari ha gioco facile nel mettere in evidenza un punto fondamentale. Il nostro patrimonio è un museo diffuso ben superiore ai 20 supermusei individuati dalla riforma Franceschini tuttavia “è completamente indifeso, reso vulnerabile da decenni di tagli selvaggi ai bilanci della cultura e degli enti locali”. La legislazione poi è totalmente inadeguata a questo tipo di reato che, Montanari ricorda, il giurista Paolo Maddalena definisce “disastro culturale” Scrive ancora l’amico Montanari: “Oggi, come oggi, se rubo un Mantegna è come se rubassi una bicicletta e i ladri di Castelvecchio rischiano per le modalità del reato (rapina a mano armata), ma non per l’oggetto straordinario di quel reato.”

E’ scontato dire che in tempi così calamitosi necessariamente passa sotto silenzio presso gli “itagliani” la ferita mortale che viene inflitta ancora una volta alla bellezza che è verità, alla negazione della Storia in nome di un’economia che sempre di più diventa una ringhiosa protagonista di necessità che sempre più dimostrano il lento e irrisolvibile scivolamento della nostra idea illuminista dei valori.

Così su un’opera immensa come la Madonna della quaglia di Pisanello si stende l’oscurità limacciosa che riporta la sua straordinaria carica d’interpretazione del mondo in cui ci è necessario vivere ad un unico valore venale. Quell’opera ha un prezzo e solo a prezzo la si giudica.

Allora se questa è la logica non mi sento più umano ma uno Charlot qualsiasi stritolato dagli ingranaggi della macchina economica come, appunto, il titolo del film ne proclama la sua attualità: Tempi moderni.

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