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Dentro l’ufficio collocamento dell’Isis

Marzo 2016, Gaziantep, nel sud della Turchia. Un ex militante dell’Isis contatta alcuni reporter. Quello che consegnerà è un oggetto destinato a far luce sull’organizzazione interna del sedicente Stato islamico. E farà nascere lo scandalo noto come ‘Isis-leaks’.
Il disertore, usa lo pseudonimo di Abu Hamed, consegna infatti un file, trafugato al capo della sicurezza interna del Califfato, contenente le schede di reclutamento dei soldati donati alla jihad.
Dopo un tamtam mediatico, le prime notizie che trapelano riferiscono di 22.000 nomi, ma un’accurata traduzione e lo studio approfondito dei dati, ridurrà il totale delle scehde utili a ‘sole’ 1736, tutt’ora al vaglio dei servizi segreti. Le liste, poi, vengono ben presto pubblicate e divulgate in tutto il mondo dal sito ‘Zaman al Wasl’, una sorta di wikipedia-araba (legata all’opposizione siriana) dalla quale sono state ricavate la maggior parte delle notizie sulle liste del ‘Isis-leaks’.
Molto interessante è notare come queste liste siano state compilate tra il novembre e il dicembre del 2013, quindi ben sei mesi prima della proclamazione dello Stato islamico, il che ci fa capire come l’organizzazione di tutto il sistema che porterà alla nascita della terribile realtà che ben conosciamo, sia stato pianificato con cura e per tempo e non sia frutto di improvvisazione.
Queste liste ci fanno entrare in una sorta di ‘ufficio di collocamento’ dell’Isis: le domande a cui gli aspiranti devono rispondere spaziano dal gruppo sanguigno, al motivazioni che indicono all’arruolamento, al ruolo che si vorrà svolgere. La percentuale di giovani è disarmante: il 78% dei reclutati ha tra i 18 e i 30 anni.
Altro dato che fa riflettere è la provenienza: i due terzi sono arabi, tra i quali spiccano i sauditi. Tra i paesi europei invece i maggiori esportatori di terroristi sono la Turchia con il 3,3% del totale e la Francia con un 2%. In complesso le nazionalità dei combattenti sono 51. Altre considerazioni possono essere fatte sulla cultura degli adepti: solo il 4,5% proviene da scuole religiose e il 10,5% è analfabeta. L’88% di loro non ha neppure esperienze di combattimento. Infine, il 29,5% dei laureati è esperto informatico o ingegnere.
La storia di questa particolarissima lista ci mostra un’entità per nulla avulsa dalla realtà, come spesso si crede, e al contrario strutturata al suo interno con una solida organizzazione, una macchina con ingranaggi ben oliati (letteralmente, se si pensa che gran parte dei fondi vengono dal commercio in nero del petrolio) e che chi ne vuole entrare a far parte lo fa consapevolmente, con radicate motivazioni, piena coscienza e competenza del ruolo da svolgere. Proprio il ruolo, nelle richieste, gioca un fattore fondamentale: c’è chi si candida come combattente, chi come ricercatore di fondi, chi come tecnico o esperto in un settore (soprattutto ingegneria e informatica come accennato) e chi, già dall’inizio (si può cambiare in questa direzione anche in corso d’opera) entra proprio come kamikaze.
In questa veste è entrato Abu Rawaha al-Italy (numero 47 delle liste), all’anagrafe Anas al Abboubi. Il nome non è nuovo alle nostre cronache: cresciuto a Vobarno, in provincia di Brescia, faceva il rapper con il nome di ‘McKhalif’. Dopo la conversione nel 2012 e un arresto nel giugno del 2013 per attività legate al terrorismo, a due settimane dalla scarcerazione vola in Turchia e da lì raggiunge la Siria. A settembre dello stesso anno si arruola ad Aleppo con l’Isis. Di lui non si hanno più notizie, anche se il padre sostiene sia morto.

I miliziani quindi possono scegliere, all’atto della domanda, quello che vorrebbero fare, cambiano nome, prendendo come pseudonimo il luogo di provenienza: appunto come esempio Abu Rawaha al-Italy sta, come facilmente intuibile, per ‘l’italiano’. Lo stesso Abu Bakr al-Baghdadi, il comandante del Califfato, rimanda evidentemente alla capitale irachena… Inoltre forniscono una serie di informazioni fondamentali, così come fa anche chi ‘raccomanda’ il candidato. Sì, perché la sicurezza è fondamentale e per entrare nelle milizie del Califfo c’è bisogno di una sorta di ‘attestato di idoneità’, nel quale un membro anziano garantisce che il suo candidato non sia una spia e che sia adatto alle finalità dell’organizzazione. Fra le 23 domande del questionario c’è anche la richiesta di esplicitare la propria conoscenza della ‘Sharia’: non ci devono essere dubbi, insomma, sia sulla volontà che sullo scopo che persegue Daesh.

Una delle ultime notizie proveniente dal sito Zaman al Wasl ci parla dell’aspetto economico, soprattutto connesso al traffico di petrolio (ricorderete il susseguirsi di accuse da parte della Russia alla Turchia su presunti traffici di petrolio tra quest’ultima e l’Isis, con scambio di armi e denaro).
Insomma è evidente come il Califfato abbia un’organizzazione interna per certi versi simile a quella di un ‘normale’ apparato statale, dove tutto è sotto controllo, dove ci sono ministeri e rigida organizzazione (c’è addirittura un ufficio reclami!). Uno Stato che si fonda su un obiettivo: la jihad, quella fondata sugli āyāt (versetti): “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.” (Corano 9:29). Uno Stato che ha molti alleati visti i suoi commerci illegali, con altri Stati dei quali si tacciono i nomi per ragioni diplomatiche.
Nel frattempo le ‘crisi’ intestine del mondo arabo continuano a lacerare l’intera area e in particolare la Siria, ancora distante da uno scenario pacifico e da una condizione di tutela dei diritti umani. Tutto induce a un’ulteriore riflessione: nei casi in cui gli Stati hanno fra loro trovato accordi, soprattutto di tipo economico, le limitazioni della libertà non vengono condannate (come in Arabia Saudita per esempio); dove invece le intese commerciali non si perfezionano, allora si parla di terrorismo.
Siamo certi, quindi, che la questione sia ‘solo’ religiosa?

INTERNAZIONALE
Se l’Occidente non riconosce più i suoi nemici

Ci sono giornalisti che si trovano a loro agio solo sotto i riflettori di uno studio televisivo, fra politici e opinion makers che parlano di niente, accavallandosi e accapigliandosi gli uni sugli altri. E poi ci sono giornalisti che trovano ancora la voglia e alcune volte il coraggio, di andarle a cercare le storie da raccontare da dietro quelle telecamere.
Corrado Formigli, due volte vincitore del Premio Ilaria Alpi, che tutti conoscono come autore e animatore di Piazza Pulita su La7, appartiene a questa seconda ‘specie’ e ha appena pubblicato un volume che racconta il suo viaggio, primo giornalista italiano, nell’inferno dell’assedio di Kobane e nelle zone di guerra occupate dagli uomini del califfo Al-Baghdadi. Il titolo del libro è “Il falso nemico. Perché non sconfiggiamo il califfato nero” (edito da Rizzoli) e Corrado lo ha presentato sabato pomeriggio a Palazzo Roverella durante il Festival di Internazionale a Ferrara.

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Perché e per chi l’Isis è il ‘falso nemico’?
Lo è, o lo è stato per la Turchia, che per lungo tempo “ha chiuso uno, due, tre occhi sui jihadisti che attraversavano il confine per diventare foreign fighters perché l’Isis serviva per combattere Assad e i Curdi”. Lo è per i Sauditi, anzi secondo Formigli, l’Isis sarebbe addirittura il loro “ fratello pazzo”, sfuggito al loro controllo. Il califfato però è forse soprattutto il falso nemico dell’Occidente che, a ben vedere, lo ha creato. Mettendo insieme i pezzi dello scomposto quadro mediorientale degli ultimi anni, come fa Corrado, emergono una serie di errori di Europa e Stati Uniti: “lo Stato Islamico è stato creato e potenziato dagli errori occidentali”. Al-Baghdadi ha creato l’organizzazione e ne è diventato il leader nella prigione statunitense di Camp Bucca, nell’Iraq meridionale, dove tutti i jihadisti “dormivano insieme all’aperto ed erano lasciati liberi di avere contatti fra loro”. Nel frattempo Paul Bremer, nominato governatore dell’Iraq da George Bush, aveva sciolto e messo al bando il partito Baʿth di Saddam, e “ex ufficiali e burocrati laici che si erano formati in Occidente hanno deciso di offrire le proprie competenze al Califfato”. Se poi si aggiunge che il ritiro dal territorio iracheno è avvenuto “senza sapere cosa sarebbe successo dopo e, peggio ancora, lasciando gli arsenali delle armi dell’invasione in mano a un esercito allo sbando e corrotto”, il quadro è completo. Anzi no. Corrado una cosa non è ancora riuscito a capirla: il mistero riguarda la Highway 47, l’unica strada che porta da Mosul alla Siria, l’unica arteria di collegamento fra le due capitali dello Stato Islamico, “costantemente sorvolata dai droni della coalizione e sorvegliata da terra dai curdi, ma mai toccata”. “Io detesto i complottisti – spiega Corrado – ma in questo caso ho dovuto combattere il complottista che è nato in me, perché non sono riuscito a capire come mai per due anni nessuno ha bombardato quella strada. E quando abbiamo provato a chiedere, i comandanti curdi ci hanno risposto che loro dovevano sentire il comando americano, che li ha sempre fermati dicendo che si rischiavano vittime civili”. Forse si riferivano agli autisti dei tir che trasportano le cisterne di petrolio.

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C’è però un altro falso nemico, questa volta agli occhi di un’Europa miope, che fa accordi con la Turchia di Erdoğan e ne prepara altri con l’Egitto di Al-Sisi: sono “i rifugiati”, anche se “statisticamente non c’è un autore di un attentato in Europa che sia arrivato qui su un barcone”, si arrabbia Corrado. Questo libro, confessa, lo ha scritto “per far conoscere le loro storie, per far capire cosa c’è dietro, cosa hanno vissuto”. “I rifugiati dovrebbero essere i nostri primi alleati perché hanno vissuto la guerra sulla propria pelle, hanno visto i propri cari perdere la vita, quindi credono nella libertà e nella democrazia molto più di noi, che spesso le diamo per scontate”.

L’economia del Terrore: così si finanzia il Califfato

La guerra è arrivata. Dentro casa, nel cuore di quell’Europa che da settant’anni ormai non conosceva più l’orrore bellico. D’improvviso quel che pareva solo un fenomeno mediatico racchiuso nel teleschermo ha invaso le nostre vite: comprendiamo che la guerra è in mezzo a noi e i morti di Parigi incombono sul nostre quotidiane esistenze. E la guerra terrorizza, mortifica e cancella le libertà duramente conquistate nel tempo, costa. Non solo, ovviamente, in termini di vite umane e di sacrifici per le popolazioni coinvolte, ma anche nel mero senso economico del termine. Se può sembrare scontato, e auspicabile, che uno Stato di diritto con un’economia avanzata possa riuscire a gestire economicamente la propria difesa, meno scontato è come possa uno Stato autoproclamato che si trova in una delle aree più aride del pianeta ottenere i fondi per finanziare uomini, mezzi, armamenti e vettovaglie.

Retorica a parte, tutti ormai concordano sul fatto che l’Isis sia l’organizzazione terroristica più ricca e militarmente attrezzata a livello globale. Nata da una costola di Al-Qaeda e divenutane indipendente, il Daesh, come è stato recentemente ribattezzato, si differenzia da quest’ultima sotto diversi aspetti. Primo fra tutti la capacità di possedere un territorio, ossia quella zona di terra che va da Damasco fino al cuore dell’Iraq: mentre Al-Qaeda ha sempre avuto un’impostazione settaria, divisa in piccole cellule semi-indipendenti, oggi non più minacciose come qualche anno fa, l’autoproclamato Califfo Al Bagdadi ha dato all’Isis un assetto unitario e politico rendendola in grado di controllare le popolazioni che si trovano sul suo territorio; non è un caso che si parli di “Stato” Islamico.

Com’è possibile per un’organizzazione del genere trovare il modo di finanziare la propria sussistenza e le attività belliche? Una prima fonte di finanziamento della Jihad portata avanti dall’Isis è data dalla tassazione dei propri cittadini. Organizzata in maniera più simile a un pizzo mafioso che a un sistema tributario e basata sulle minacce verso le genti sottomesse, garantisce risultati non sottovalutabili: il Califfato è arrivato ad un’estensione quasi pari a quella dell’Italia e ad una popolazione di circa 11 milioni di abitanti; nonostante questi siano tendenzialmente poveri, a livello aggregato vengono garantiti buoni apporti di capitale, anche considerata l’unicità del loro impiego. Un’altra fonte di approvvigionamento importante per il Daesh è data dalle donazioni che esso riceve da persone che ne condividono gli obiettivi jihadisti in tutto il mondo. Mentre in passato queste si sono rivelate fondamentali per la crescita del Califfato, ora sono in diminuzione anche grazie ai maggiori controlli sugli spostamenti di capitali indirizzati a quell’area geografica da parte dei paesi occidentali.
Attualmente le principali fonti di guadagno dello Stato Islamico derivano direttamente dal territorio che esso controlla: già si è detto di come l’area in questione sia particolarmente sterile, tuttavia non si deve dimenticare che si tratta di una delle zone con la maggior concentrazione di pozzi petroliferi al mondo presso i quali, fra l’altro, si trovavano già in loco le attrezzature di estrazione irachene e siriane. L’estrazione e la vendita di petrolio rappresenta il business di maggiore importanza per lo Stato Islamico, in grado di estrarre dai 42 ai 50 mila barili in media al giorno, venduti ad un prezzo massimo di 45$ l’uno. Un giro d’affari che porterebbe nelle tasche del Califfo oltre due milioni di dollari al giorno. Ma chi mai commercerebbe petrolio con l’Isis? Loschi affaristi ci sono sempre e ovunque, ma pare che la grande maggioranza delle estrazioni vengano contrabbandate in Turchia il cui presidente Erdogan ha sempre tenuto un atteggiamento quanto mai ambiguo nei confronti del Califfato.
Altra fonte di finanziamento è costituita dai riscatti pagati direttamente dai Paesi occidentali per la liberazione degli ostaggi nelle mani dei miliziani: tagliare la testa o bruciare vivi coloro che vengono catturati nel nome del Califfo non è unicamente un’indicibile barbarie fine a sé stessa, ma è anche la più orrenda forma di ‘pubblicità’ mai creata da una mente umana. Tale pubblicità non è indirizzata solo ad altri fanatici allo scopo di invogliarli ad unirsi alla jihad: il target principale a cui è rivolto questo macabro spettacolo sono i governi dei Paesi di appartenenza degli ostaggi ancora in vita. L’obiettivo è quello di piegare l’opinione pubblica e la fermezza dei governi, costringendoli a pagare riscatti da capogiro. Si è scritto ad esempio, notizia confermata poi smentita e sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza, che per il rilascio delle volontarie italiane Greta e Vanessa siano stati sborsati dal Governo Italiano 11 milioni di euro, se si moltiplicano cifre di questo genere per tutti gli ostaggi liberati su riscatto si comprende come mai l’Isis possa riuscire a sostenersi.
Vi è infine il redditizio contrabbando di opere d’arte: l’iconoclastia è certamente una delle più vergognose dimostrazioni di ignoranza che il Califfato potesse offrire al popolo occidentale, ma mentre all’occidente veniva data la triste immagine di Palmira distrutta, pare che buona parte del patrimonio artistico di enorme valore di cui l’Isis sia venuta in possesso lungo il suo cammino sia finita sul mercato nero delle opere d’arte, alimentando da un lato le collezioni di qualche avido milionario e dall’altro le tasche del Califfo. Un bene per l’arte? In un’ottica miope si può definire sicuramente un male minore rispetto alla distruzione, se non fosse che l’intero guadagno derivante da tali cimeli viene devoluto, assieme alle altre ricchezze accumulate nei modi sopraesposti, nel commercio illegale di armi sul cui mercato lo Stato Islamico è attualmente il primo acquirente mondiale.

Parallelamente a tutto ciò, la forza del Califfo nella sua area è data non solo dalla sua capacità di finanziarsi, ma anche dalla sua efficienza nell’impoverire le regioni circostanti. Anche in questo caso la chiave di lettura dell’azione è economica. Il fatto di avere ancora negli occhi la strage di Parigi ci fa quasi dimenticare che l’Isis aveva già attaccato e stia ancora attaccando vaste zone dell’Africa e dell’Asia. Gli attentati non sono legati a luoghi particolarmente simbolici, tuttavia non sono scelti a caso: il Daesh mira piegare le aree circostanti partendo dal loro settore più vulnerabile e al contempo fra i più redditizi, il turismo. Poco prima degli attacchi di Parigi, i terroristi avevano colpito un aereo russo in Egitto, un museo a Tunisi, mentre, procedendo a ritroso, si trovano l’attacco alla storica moschea della capitale del Kuwait, il più ‘occidentale’ degli Emirati Sovrani, e le conquiste territoriali ottenute in Siria ed Iraq. Questi attacchi hanno lo scopo di fiaccare le possibilità di reazione dei Paesi colpiti nei confronti dell’espansione del califfato facendo venir meno le fonti di finanziamento alla loro difesa.

In uno scenario di guerra ormai in corso, il metodo più efficace per contrastare l’Isis potrebbe essere quello di emularne la strategia colpendo le basi della sua economia. Se da un lato sarebbe sicuramente difficile impedire ai volontari di andare ad operare in Siria e resistere alle intimidazioni rifiutando di pagare i riscatti per coloro che vengono fatti prigionieri, riuscire a sottrarre allo Stato Islamico i giacimenti petroliferi di cui al momento dispone sarebbe sicuramente un grandissimo passo avanti per il suo indebolimento. È inoltre indispensabile sottrarre alla furia dell’Isis i vari patrimoni artistici entrati nel suo mirino se non già nel suo territorio: evitarne la perdita non solo farebbe venir meno una delle fonti di approvvigionamento dello Stato Islamico, ma salvaguarderebbe patrimoni di inestimabile valore dall’intolleranza di chi delle altre culture intenderebbe eliminare anche le radici, non volendo accettare il fatto che quelle radici, in fondo, siano anche le sue.

DIARIO IN PUBBLICO
Pensieri visivi

Un bus semivuoto mi accoglie ancora avvolto dal velo onirico della calda notte. Facendomi la barba ascolto Stefano Folli che ancor più addormentato di me legge a scatti le tremende vicende che corrompono il mondo e l’Italia. Parla di barbuti per connotare i seguaci del Califfato e un pensiero improvviso mi attanaglia. Che metaforicamente tutti – o quasi – i politici italiani si facciano crescere la barba che li rende indistinguibili per mandare un minaccioso messaggio subliminale sulla loro determinazione a perseguire i fini che si sono posti? Resta il mistero del rasato Renzi.

Più facilmente spiegabile il velo nero che si stende sulla faccia del ministro Franceschini condannato come Dorian Gray a un eterno viso di ragazzino.
Un po’ da commiserare i barba-rada che dopo giorni e giorni di faticoso allevamento producono guance a chiazze.

Nei giorni di maggiore attacco politico il sindaco Tagliani esibisce una spazzola dura come le parole che pronuncia. Di pura imitazione quelle che adornano i visi di quasi i tutti i sindaci della Provincia.

Arriviamo frattanto alla volta di piazza Verdi. Una macchinetta sbarra la strada all’ansimante bus. Dopo un’attesa di qualche minuto la bella e brava autista senza alzar la voce dichiara il suo intento di chiamare i vigili. Lasciandoci arbitri di una scelta non facile: scendere e perder il treno oppure sperare in un miracoloso intervento?
Naturalmente i vigili non rispondono ma ecco affannata una giovanetta s’avvicina timorosa e rivela il peccato: “Ebbene sì! La macchina è mia. Ero andata a far colazione al bar”. Dalla mia ugola esce uno strozzato lamento pensando che forse avrei perduto il treno, ma la brava autista non inveisce e professionalmente riprendendo la strada chiama un collega e annuncia il ritardo. Poi sparlano del servizio pubblico!

All’altezza del ponte di via Bologna una bellissima donna vestita con abito lungo e spacco vertiginoso fa danzare un grande cane bianco (forse pitbull) tra l’ammirazione dei presenti. Immediato il ricordo di Montale e a quei versi misteriosi che generazioni di critici non hanno mai saputo spiegare fino in fondo:
“(a Modena, tra i portici, / un servo gallonato trascinava / due sciacalli al guinzaglio).”
Che c’entrano nel Mottetto delle “Occasioni” un servo che trascina al guinzaglio due sciacalli sotto i portici di Modena?
Che c’entra a Ferrara alle 8 di mattina una ragazza dal lungo e nero vestito che trascina un pitbull al guinzaglio?

Sale una signora velata con bambino e sollecitamente porge al secco taglio della macchina “obliteratrice” (per chi non lo sapesse questa è una parafrasi di una bellissima poesia di Carducci) il suo biglietto. Invano. La macchina si rifiuta,quella macchina che fino a poc’anzi funzionava regolarmente.
Tutti tentano di farla funzionare , io compreso, ma invano e la bella conducente tace forse perché stressata da un viaggio così periglioso.

Miracolo! Lo sportello dei biglietti è privo di clienti. Con la felicità dovuta ad un fatto così straordinario mi lancio in un’orgia di prenotazioni; Roma fra due giorni? “Vuole lo sconto che lo inchioda però alla impossibilità di recuperare il biglietto se non partisse?” MAI! è la pronta risposta. E se mi viene il raffreddore? Chi parte più.

All’annuncio di due ricchi biglietti andata e ritorno rigorosamente corridoio per Firenze, la maga buona si scioglie in un sorriso e mi dice che posso fare una prenotazione speciale con risparmio di ben 6 euro a tratta e per biglietto. Che felicità! Pago e saluto accompagnato dal sorriso dell’addetta.

Che importa poi che il sole bruci e ti faccia sciogliere se mentre t’appresti all’attesa una classetta di bambini (terza elementare) in maglia verde parte schiamazzante tra il sorriso trepido dei genitori e la fiera e materna protezione della giovane maestra. Chiedo a uno di loro dove vanno “A Bologna, al museo egizio” e immediatamente si mette in posa come una nuova Iside.

Come per l’Esterina di Montale io prego per loro un destino di visi glabri e di poter mantenere una parte di quella vivacità che ora li accompagna alla scoperta della Bellezza.

L’APPUNTAMENTO
Lo spettro di un nuovo medioevo. Lunedì 23 c’è “IsIslam?” con Ferraraitalia, per capire i nuovi fondamentalismi

Esiste un Islam moderato? Cos’è cambiato nel rapporto con le comunità islamiche all’indomani dei sanguinosi attentati in Europa? Quali sono le possibili strategie per combattere il terrorismo dell’Isis, la più aggressiva e ricca organizzazione fondamentalista? Quali strumenti ha la politica per stroncare l’ascesa di un integralismo, che infiamma il Medioriente e ha messo radici nel cuore del nostro continente. Quale ruolo gioca l’informazione italiana nel comunicare quanto sta accadendo? Questi alcuni dei quesiti che saranno affrontati nel corso dell’appuntamento promosso da Ferraraitalia, intitolato “IsIslam? Fanatismi, fondamentalismi, integralismi: terroristi e nuovi crociati”, in programma alle 17 di lunedì 23 marzo nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. L’incontro, condotto dalla giornalista Monica Forti, vede tra gli ospiti Zineb Naini, giornalista di Mier Magazine e ricercatrice dell’Università di Bologna specializzanda in antiterrorismo, lo storico Andrea Rossi e Hassan Samid, presidente dell’associazione Giovani musulmani di Ferrara.

L’avvento e l’espansione del califfato, supportata anche dalla crescente adesione di foreign fighters – giovani europei spesso arruolati attraverso la chiamata dei social network -, è una delle realtà tra le più inquietanti del mondo contemporaneo su cui si sono concentrate le intelligence dei Paesi occidentali. Secondo un rapporto dell’intelligence americana i foreign fighters confluiti in Isis provengono da 50 Paesi diversi e sono più di 7 mila, abbracciano la guerra santa o rimangono in Europa per seminare il terrore. Sono al servizio dell’Islam oscurantista del califfo Al Bagdadi, fondato sul rifiuto della democrazia e della laicità.

Siamo di fronte all’avanzata di un nuovo medioevo? L’intensificarsi della campagna mediatica contro l’Italia ha avuto il suo effetto dirompente con la comparsa in video della bandiera nera sulla cupola di San Pietro, il simbolo della cristianità. La minaccia ha immediatamente aperto un capitolo attraversato da timori e dall’intensificarsi di un neorazzismo che sta dilagando nel Paese. Il dialogo con gli stranieri e le giovani generazioni di religione musulmana nate in Italia, si è fatto maggiormente difficoltoso e dominato dalla reciproca diffidenza. Nel contempo si sa poco o nulla di questa nuova e fluida ondata di terrorismo, che ad ogni nefandezza commessa può contare su migliaia e migliaia di tweet di simpatizzanti, usa i bambini come kamikaze e fa proseliti tra giovani uomini e donne acculturati oltre che nei ceti meno abbienti come quelli residenti nelle periferie parigine.

Cosa si nasconde dietro l’esasperazione del tema religioso? Che rapporto c’è tra recenti “rivoluzioni” arabe e Jihad? I canali di finanziamento del califfato, il cui controllo si estende su circa 56mila chilometri di terra fra Iraq e Siria, sfuggono ai meccanismi dell’economia internazionale, le risorse accumulate, incassi da 2milioni di euro al giorno – come ha segnalato nel 2012 Matthew Levitt, direttore dell’Intelligence e antiterrorismo di Washington – non possono essere colpite da embargo. Pertanto la sfida consiste nello stroncare il contrabbando di petrolio, le estorsioni, bloccare i rapimenti di occidentali, le donazioni e il contrabbando di reperti archeologici. Sarà possibile? Le nazioni dell’Europa condivideranno realmente la lotta al terrorismo islamico? E quale parte avranno Iran e Arabia Saudita, che oggi, a differenza di quanto è accaduto fino a poco tempo fa, sono inclini a mettere un freno all’avanzata di Al Bagdadi i cui uomini si sono macchiati dei più atroci delitti. Secondo l’osservatorio siriano dei diritti umani dal 28 giugno al 14 dicembre del 2014, Isis ha giustiziato 1878 persone di cui 1175 civili, senza contare le persone scomparse. Numeri sommari quanto raccappriccianti, che l’Onu è intenzionato a catalogare come crimini di guerra contro l’umanità.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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