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Colloqui di Dobbiaco 2022
Etica Animale e Cambiamenti Climatici nel piatto

Dal 30 settembre al 2 ottobre tornano, con i loro 35 anni di storia, i Colloqui di Dobbiaco, fiorente cittadina definita la porta delle Dolomiti, nell’Alta Val Pusteria.

In questo luogo di serenità, vero e proprio laboratorio di idee per una svolta ecologica, si dibatte di questioni come l’energia solare, la mobilità sostenibile, l’agroecologia e la nutrizione, la digitalizzazione e l’istruzione ma di animali, i nostri simili, si è parlato poco.

   

Dall’edizione del 2019: “cosa sanno gli alberi?”

Nell’edizione 2019 (pre Covid) “cosa sanno gli alberi?” si era discusso di iniziative quali quelle dell’associazione “Plant for the Planet”, di biodiversità e di “verde intelligente”. Si è compreso, soprattutto, che gli alberi sono esseri viventi, che comunicano e sentono, che si relazionano tra loro aiutandosi, protagonisti di una vera ragnatela interattiva, in una necessaria condivisione con l’uomo. Stefano Mancuso docet.

Una consapevolezza sulla natura della relazione tra gli alberi, a cui deve corrispondere un cambio di prospettiva dell’uomo nei confronti della natura stessa e dei boschi, un tema che oggi, a Dobbiaco, porta a parlare di un altro mondo, altrettanto importante, con cui inter-relazionarsi, in pieno rispetto e comprensione, quello animale.

Persone, animali, piante e funghi sono da intendersi come una rete universale di vita. La narrazione, quindi, continua: da qui l’argomento della ricca edizione di quest’anno: “Cosa sanno gli animali?”.

… a quella del 2022: “Cosa sanno gli animali?”

Gli animali hanno sempre svolto un ruolo fondamentale seppur subordinato all’uomo. Eppure, anch’essi hanno dei diritti, per quanto dibattuti e spesso controversi.

Le grandi contraddizioni nella relazione uomo-animale saranno al centro del dibattito dei Colloqui di quest’anno. Da un lato, coccoliamo i nostri animali domestici, viziandoli e rendendoli spesso delle vere star dei social, dall’altro mangiamo carne a pranzo, cena o nei fast food. Mentre guardiamo, estasiati e rapiti, documentari mirabolanti sulla Natura selvaggia e la sua unica e rara Bellezza, tolleriamo le condizioni aberranti e miserabili degli allevamenti intensivi, prima dell’approdo sulle nostre tavole. Quindi?

Il programma, per un ampio dibattito

Tempo, dunque, di riflessione, di quelle diverse e che portano a cambiamenti necessari.

Fra i vari interventi in programma a Dobbiaco 2022, il 30 settembre, un relatore di rilievo, vera autorità in materia, introdurrà il tema della connessione tra prestazione, salute e benessere del bestiame: il Prof. Matthias Gauly, della Libera Università di Bolzano. Secondo il professore, l’assunto che una maggiore protezione e benessere degli animali significhi automaticamente un aumento dei costi non può, in alcun modo, essere generalizzato. Ad esempio, se si riesce a convincere un agricoltore che il tipo di pavimento della stalla comporta stress sugli zoccoli e quindi prestazioni inferiori, allora dovrà accettare che migliorare il pavimento porta anche vantaggi economici.

Soprattutto nell’ultimo decennio, il tema della zootecnia e del benessere animale ha assunto un’importanza crescente, tendenza che difficilmente si invertirà. Anzi. Sempre più persone hanno un rapporto attento e critico con la zootecnia, a volte rifiutandola completamente e scegliendo altri stili di vita e abitudini alimentari. Si tratta di uno sviluppo positivo che non va a scapito dell’agricoltura, come suggeriscono alcuni, ma di una reale opportunità per introdurre metodi “rispettosi” di allevamento su larga scala di cui gli stessi agricoltori siano soddisfatti. Salvo, poi, chiedersi, indica Gauly, per chi non è vegano, “cosa si fa con gli animali alla fine della giornata. Oggi utilizziamo spesso il cibo come un qualsiasi prodotto, di cui grandi quantità finiscono come rifiuto”, ricorda il professore. “Quando all’ora di pranzo vedo nella mensa universitaria la quantità di carne rimasta nei piatti, mi rendo conto che manca a chi l’ha lasciata un’idea di chi sia “morto” per questo. Chi ne è consapevole può anche consumare prodotti di origine animale, ma chi non se ne rende  conto dovrebbe starne lontano”. Anche qui, riflessioni necessarie.

Il programma di sabato 1° ottobre prevede un intervento di Fabian Scheidler, scrittore e drammaturgo berlinese (“Dall’automa all’essere vitale. Perché gli animali sono altrettanto misteriosi di noi stessi”) e uno di Ludwig Huber, professore all’Università di Vienna (“Animali intelligenti. Cosa hanno in comune cani, maiali, pappagalli e tartarughe”).

Seguirà un ampio spazio dedicato ai film e ai documentari. Si inizierà con la proiezione, alle 14h30, di Cow” (2021) di Andrea Arnold, seguito da testimonianze dei partecipanti a tema “Ci sono mucche felici? Osservazioni sul benessere degli animali basate sul film”, dibattito animato da Anet Spengler Neff, dell’Istituto per la Ricerca sull’Agricoltura biologica (FiBL Svizzera) di Frick.

Sarà poi il turno di “Gunda” (2021) di Victor Kossakovsky. Gunda è il nome che il documentarista di Leningrado attribuisce con il titolo al suino che conosciamo nelle prime inquadrature. Il film-documentario non ha didascalie, voce introduttiva o esplicativa che forniscano dati allo spettatore, né musica e dialoghi, ma solo i grugniti dei suini, il chiocciare delle pennute, il muggito dei bovini, rumori lontani di fondo, per lo più di insetti, tra fango e paglia. Non ci sono umani, per riconsegnare agli animali l’identità da primattori che loro spetta e che gli è ancora negata. Perché gli animali ci guardano.

Domenica 2 ottobre, appuntamento, invece, con la scrittrice e giornalista televisiva Giulia Innocenzi, con “Le macchine del cibo. Gli allevamenti intensivi e il costo del nostro cibo” e con la giornalista tedesca Tanja Busse (“Quanta carne possiamo mangiare senza danneggiare il pianeta?”).

Giulia Innocenzi, l’autrice di “Tritacarne” (2016, da allora nulla è cambiato), porta avanti da tempo una battaglia contro gli allevamenti intensivi e le terribili condizioni in cui vi versano gli animali. Un modello che, nonostante sia ormai noto ai più, continua ad essere portato avanti. “Ci sono piccole riforme che vengono adottate dalla Commissione Europea”, precisa Giulia in un’intervista, “ad esempio, entro il 2027, le scrofe non dovranno più essere allevate in gabbia, oppure si cerca di incentivare le gabbie arricchite per le galline ovaiole, vale a dire che all’interno della gabbia ci deve essere la sabbietta per permettere alle galline di vivere una vita leggermente meno sofferente. Nessuna di queste misure è nemmeno lontanamente sufficiente a garantire agli animali il benessere che è citato in ogni legge che regolamenta il tipo di allevamento. Più c’è scritto “benessere animale”, meno è”. Di fatto, continua la scrittrice-attivista, non ci può essere una vita dignitosa di un animale in un allevamento intensivo, il modello va assolutamente abbandonato. L’Italia dovrebbe fare una moratoria contro tali allevamenti, sottolinea, soprattutto oggi, quando stiamo parlando di abbassare le temperature nelle case e di spegnere il riscaldamento negli uffici pubblici: nessuno menziona gli allevamenti intensivi, dove si utilizzano risorse alimentari che potrebbero essere destinate agli umani, invece di essere convertite dagli animali in modo inefficiente in proteine per la nostra alimentazione. Si tratta di una dispersione enorme. Pensiamo, per esempio alla siccità di quest’estate, gli allevamenti intensivi sono tra i più grandi utilizzatori di acqua e non se ne parla. In Olanda il governo ha ridotto del 25% degli allevamenti intensivi, il che ha scatenato proteste da parte degli allevatori, ma è questo che va fatto e va raccontato ai cittadini. Invece si continua ad elargire fondi pubblici agli allevatori che oggi sono in crisi. Purtroppo, questo modello non può andare avanti e bisogna raccontare la realtà, sia per il bene degli animali che per il nostro bene e del pianeta.

Nella realtà, dal dibattito sull’energia, tutto il nostro stile di vita è in discussione. E il nostro piatto ne fa parte. L’ONU ha indicato chiaramente che per salvare il pianeta (per non parlare dei danni anche alla salute) dobbiamo passare a una dieta vegetale mentre un autore del calibro di Jonathan Safran Foer ha dedicato due libri al tema di legare i cambiamenti climatici a quello che mangiamo (“Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”, Guanda, 2019, e “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?”, Guanda 2016). Ma oggi, anche nel dibattito politico sull’energia, si parla solo di cambiamenti climatici legati ai combustibili fossili e ai trasporti. Argomento assente, invece, quello degli allevamenti intensivi che vi contribuiscono di più dell’intero settore dei trasporti. Aldilà degli aspetti culturali, vi sono il potere degli inserzionisti pubblicitari nei confronti dei media e quello della lobby alimentare. L’ambientalismo non si coniuga ancora, come dovrebbe, con l’animalismo, anche per affrontare l’industria alimentare.

Prima del documentario Cowspiracy (2014), le associazioni ambientaliste non si occupavano di cibo e carne e solo dopo la nascita di questo movimento, Greenpeace, ad esempio, ora ha come obiettivo anche quello di ridurre il consumo di carne. Evoluzione da monitorare.

Chiuderà la giornata e i Colloqui l’intervento di Martin Lintner, professore di teologia morale e spirituale a Bressanone, “Uomini e animali: coabitanti dell’unica terra. Appello per un’etica della convivenza in una prospettiva cristiana”. Per una riflessione etica congiunta.

 

Letture consigliate, opere dei relatori e altri

Giulia Innocenzi, “Tritacarne: Perché ciò che mangiamo può salvare la nostra vita. E il nostro mondo”, Rizzoli, 2016, 258 p.

L’autrice descrive le terribili condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi. Dalla castrazione a mano senza anestesia, all’uso a tappeto di medicinali e antibiotici per debellare malattie causate dall’allevamento in condizioni igieniche scadenti e non adeguate alla specie. Anche se non si vuole rinunciare a una bistecca, esistono metodi di allevamento e di macellazione che minimizzano la crudeltà che però richiedono un ripensamento radicale del modello degli allevamenti intensivi. Una riflessione per tutti, carnivori e no.

Martin Lintner, “Etica animale. Una prospettiva cristiana” (Queriniana, 2020, 304 p.)

Il libro affronta le questioni fondamentali di un comportamento verso gli animali rispettoso delle loro esigenze specifiche e individuali e presenta le posizioni dibattute nel campo dell’etica animale evidenziando, in particolare, tenendo conto di differenze e somiglianze tra essere umano e animali, la nostra responsabilità. Un libro di etica relativa agli animali, per rispettarli e amarli in un modo che corrisponda alla loro natura.

Henry Mance, “Amare gli animali. Allevamento, Alimentazione, Ambiente. Una proposta per convivere con le altre specie”, Blackie, 2022, 480 p.

Nel momento peggiore della Storia per un animale – tra allevamenti intensivi, deforestazione e cambiamento climatico – il giornalista del Financial Times Henry Mance parte per un viaggio molto personale, per capire se è possibile vivere su questo pianeta in un modo più giusto e sostenibile per tutti. Mance visita mattatoi e zoo, incontra cacciatori, pescatori, chef e proprietari di animali domestici. Con una prospettiva rivoluzionaria: prendere sul serio le esperienze degli animali. Senza fanatismi e senza perdere il senso dell’umorismo, questo libro cerca di rispondere a un quesito fondamentale: amare gli animali, sì. ma come?

Francesca Buoninconti, “Senti chi parla. Cosa si dicono gli animali”, Codice, 2021, 372 p.)

Si dice che gli animali non abbiano voce, eppure dal giardino alle foreste pluviali, dai parchi alle profondità dell’oceano, l’aria e l’acqua pullulano di messaggi. C’è chi canta come un usignolo, anche negli abissi; chi “parla” utilizzando dialetti tramandati da generazioni; chi comunica danzando; chi con mosse, pose e parate, oppure odori, puzze e profumi. In un mondo fatto di messaggi in codice, cosa si dicono gli animali? Gli uccelli cantano ogni volta che aprono becco? E i pesci sono davvero muti? Perché i camaleonti cambiano colore? Cosa passa per la testa di una gazzella che, inseguita da un predatore, invece di correre inizia a saltare? I delfini si chiamano per nome? Ma soprattutto, perché gli animali mentono?

Jonathan Safran Foer, “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”, Guanda, 2019, 320 p.

Ormai siamo tutti consapevoli che se non modifichiamo radicalmente le nostre abitudini l’umanità andrà incontro al rischio dell’estinzione di massa. Ma non agiamo come si dovrebbe, quasi paralizzati. Quali sono le rinunce necessarie, adesso, per salvare un mondo ormai trasformato in una immensa fattoria a cielo aperto? In questo libro Foer racconta, con grande impatto emotivo, la crisi climatica che è anche “crisi della nostra capacità di credere”, mescolando in modo originale storie di famiglia, ricordi personali, episodi biblici, dati scientifici rigorosi e suggestioni futuristiche. Un libro che parte dalla volontà di “convincere degli sconosciuti a fare qualcosa” e termina con un messaggio rivolto ai figli, ai quali ciascun genitore, con le proprie scelte, spera di riuscire a insegnare “la differenza tra correre verso la morte, correre per sfuggire alla morte e correre verso la vita”.

Jonathan Safran Foer, “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?”, Guanda 2016, 368 p.

Una riflessione sul cibo che parte dal ricordo personale della nonna, dalla forza che durante la guerra la spinse a rifiutare della carne di maiale che l’avrebbe tenuta in vita, perché non era cibo kosher, e “se niente importa, non c’è niente da salvare”. Il cibo per lei non era solo cibo, ma era anche “terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore”. Diventato padre, Foer ripensa a tale insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire un figlio è più importante che nutrire sé stessi. Un libro che è frutto di un’indagine durata quasi tre anni, che è insieme racconto, inchiesta e testimonianza e che invita tutti alla riflessione, indicando nel dolore degli animali, inermi e senza voce, il discrimine fra umano e inumano, fra chi accetta senza battere ciglio le condizioni imposte dall’allevamento industriale e chi, invece, le mette in discussione.

Marco Ciot, “Consumare carne. Problematiche ambientali, sociali, salutistiche”, Fondazione ICU, 2016, 160 p.

Secondo la FAO, tra il 1970 e il 1990, il consumo di carne è cresciuto, nel mondo, del 50% e la produzione del settore zootecnico di oltre 250% dagli anni ‘60 al 2000. Se il consumo si è stabilizzato in Occidente, è aumentato in paesi come Cina e India. Ma nel mondo occidentale, dove tale consumo è diffuso, si fa sempre più forte la critica nei suoi confronti: moltissimi studi scientifici provano i danni dell’abuso di carne (certificato nel 2015 dall’Agenzia per la Ricerca sul Cancro-IARC dell’OMS). A questi si aggiungono crescenti pressioni animaliste contro allevamenti intensivi insostenibili. La catena produttiva della carne, per emissioni di metano e consumo di suolo, è fonte di emergenze ambientali e climatiche e causa profonde disuguaglianze a livello planetario: immense praterie del Sud del mondo diventano monoculture per nutrire animali da macello, piantagioni che tolgono spazio a coltivazioni che potrebbero sfamare miliardi di persone. Per questo, secondo Ciot, il Nord del mondo deve promuovere un nuovo stile di vita meno dipendente dalle proteine animali, agendo con le istituzioni per modificare il sistema di sussidi che alimenta tale mercato e orientare le scelte verso prodotti più salutari, una dieta più vegetariana, basata su prodotti locali e stagionali. Ci guadagnerebbero salute, ambiente e animali.

Colloqui di Dobbiaco 2022, 30 settembre-2 ottobre 2022, “Cosa sanno gli animali?”
Ideazione: Wolfgang Sachs e Karl-Ludwig Schibel – info@colloqui-dobbiaco.it

PROGRAMMA 2022

Rischi climatici, i giovani in piazza: “Non rubateci il futuro”

Anche Ferrara è scesa in piazza per dire “stop” ai cambiamenti climatici e lo ha fatto con centinaia di studenti in corteo per il “GlobalStrike4Climate“. Questo evento, lanciato dall’attivista svedese Greta Thunberg, ha avuto una risonanza mondiale e in Italia ha visto scendere in strada manifestanti in 182 piazze per lanciare un messaggio chiaro indirizzato ai grandi del pianeta, con la volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica verso un disastro ambientale che nel volgere di 11 anni potrebbe essere irreversibile.

Il corteo ferrarese è partito dalla piazza del Municipio dove, tra cartelli e volti dipinti di verde, prima di muoversi, ci sono stati gli interventi degli esponenti di varie associazioni. Matteo Zorzi, tra gli organizzatori e presidente di ‘Rua-Udu Ferrara’, ha detto “Il numero di partecipanti è inaspettato, nemmeno riescono ad entrare tutti in piazza”; e sui motivi di questa manifestazione mondiale ha aggiunto: “Chiediamo un cambiamento, chiediamo i fatti perché il tempo delle parole è finito e lo chiediamo anche al nostro Governo. È l’inizio di un percorso, noi saremo qui ogni giorno per ricordare quello che c’è da fare”.

Sulla stessa linea Raffaele Bruschi, tra i coordinatori di “FridaysForFuture Ferrara” che, intervistato da Ferraraitalia, ha mostrato anche lui sorpresa per il numero di partecipanti (“non ci aspettavamo così tanta gente”) e ha lanciato un messaggio che tutta la piazza ha condiviso: “Stiamo dicendo a tutti di fermarci e gridando a gran voce la necessità di riprenderci il nostro futuro”.

Il corteo ha poi mosso i passi verso via Garibaldi, per attraversare largo Castello e dirigersi, attraversando corso della Giovecca, in piazza Medaglie d’Oro dove la folla accorsa si è raccolta e similmente ad una curva da stadio, ha intonato slogan e tratto le conclusioni affidate a vari attivisti.

Tra i temi lanciati, quello per un’alimentazione consapevole, che eviti gli sprechi e rifletta sull’uso intensivo dei terreni destinati a coltivare cibo per gli allevamenti, un’economia che non pensi solo al capitale ed al profitto, ma si preoccupi delle conseguenze dell’inquinamento sulla salute dell’uomo. Non sono mancate le contestazioni alle politiche sull’immigrazione dei vari governi, non solo quello italiano, che intervengono solo sulla conseguenza di un problema – quello migratorio – la cui origine non è estranea ai cambiamenti climatici in atto sul nostro pianeta.

Quella di oggi è stata una delle manifestazioni con più partecipanti viste a Ferrara negli ultimi anni, con circa cinquemila tra studenti e attivisti scesi per strada per dire “Riprendiamoci il futuro”.

Unica nota dolente di una manifestazione altrimenti riuscitissima, un piccolo scontro tra un gruppo di studenti di ‘Link’, associazione vicina alle correnti dei centri sociali, e quelli di ‘Azione Universitaria’, movimento universitario di destra. Questi ultimi, rei di aver esposto il simbolo dell’associazione, hanno subito attacchi prima verbali e poi un tentativo di strappo del loro striscione. Sull’accaduto Raffaele Bruschi ha precisato: “Avevamo chiesto di non portare simboli in piazza tranne quello del FridaysForFuture e ci chiediamo come mai siano qui, insieme ad Alessandro Balboni, candidato con Alan Fabbri, visto che quest’ultimo ha criticato questa manifestazione”. Pronta la replica di Balboni, che contattato dal nostro giornale ha spiegato: “All’inizio ci avevano detto di poter usare il nostro simbolo e solo 2 giorni fa ci hanno comunicato il contrario. Giunti in Medaglie d’Oro avevamo deciso di coprirlo con una bandiera tricolore, ma mentre stavamo ragionando pacificamente con Raffaele Bruschi, abbiamo subito un’aggressione da alcuni attivisti di Link. L’ambiente e l’ecologia non devono avere un colore politico e anche noi di destra siamo vicini a questi tempi perché il futuro appartiene a tutti”.

Qui sotto le foto della manifestazione

Cinque bufale più una verità sul clima che cambia

In questi giorni siamo stati messi (di nuovo) alla prova da eventi naturali devastanti: dai cicloni che hanno devastato i Caraibi, passando per il terremoto in Messico fino ad arrivare alle nostrane piogge torrenziali. Tralasciando gli eventi sismici, che comunque provocano morti, distruzione e fake news, quello degli eventi climatici estremi è un argomento da affrontare con cautela vista la posta in gioco. E’ ormai scientificamente provato che l’Uomo è riuscito, soprattutto negli ultimi 50 anni, a riversare nell’atmosfera una quantità tale di gas serra da esser stato in grado di modificare i delicati equilibri che sostengono un ciclo ecologico che coinvolge molteplici elementi. Infatti implicata non è solo l’aria ma anche le acque e soprattutto le loro temperature e livelli, con tutto ciò che ne segue: dalla vita marina in pericolo alla scomparsa di città costiere.
Prima però di continuare è necessario mettere in chiaro alcuni concetti base.
I gas serra sono presenti naturalmente nell’atmosfera. I più diffusi sono il vapore acqueo (H2O), anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O), metano (CH4) e l’esafluoruro di zolfo (SF6). Sono quelli che in quantità maggiori sono presenti e contribuiscono a trattenere parte della radiazione infrarossa terrestre e sono fondamentali per la vita sul nostro pianeta. Oltre a questi gas di origine naturale ne esistono alcuni di origine esclusivamente antropica, come i clorofluorocarburi (CFC).
I gas emessi solo dalla nostra specie sono presenti con una quantità in atmosfera nettamente inferiore agli altri, il problema sta infatti sta nella loro ‘vita’ e nel ruolo che svolgono nell’aumentare in maniera consistente l’effetto serra. L’aumento di quest’ultimo fa innalzare le temperature globali, soprattutto nell’emisfero boreale, causando lo scioglimento dei ghiacci artici e l’estremizzazione di molto fenomeni atmosferici a causa delle modificazioni apportate a cicli e correnti, soprattutto marine.
Si può capire come questa sia una semplificazione enorme di una serie di fenomeni fisici e chimici complessi, ma che devono essere messi alla portata di tutti proprio perché tutti siamo coinvolti e ne patiamo le conseguenze. Ma per fare ciò bisogna fare chiarezza su alcune domande, o meglio, su alcune risposte sbagliate che ho raccolto in questi ultimi giorni sui social-network.

1. L’effetto serra non esiste. Falso
L’affermazione è sbagliata su tutti i fronti. Come già detto l’effetto serra è un fenomeno naturale, se non esistesse non esisterebbe nemmeno la vita sul nostro pineta. Il problema è il suo veloce aumento negli ultimi decenni.

2. Gli uragani di questi giorni dimostrano l’aumento delle temperature. Falso
Nonostante la loro forza, la vicinanza tra di loro e i danni apportati, questi fenomeni, in questo periodo sono assolutamente normali. Anzi. Erano 13 anni che un uragano di categoria 3 o superiore non arrivava negli Stati Uniti. La nascita e il rafforzamento poi di questi ‘mostri’ è una somma di fattori tra i quali il maggiore è la temperatura superficiale delle acque oceaniche, ma Irma, per fare un esempio, si è rafforzato al largo dell’Africa Occidentale, dove le acque hanno una temperatura superficiale di 26,5 gradi, contro i 28 del Golfo tra i Caraibi e la Florida. Quindi non solo sono dei fenomeni normali per la stagione e in linea con le previsioni, ma neppure estremi, nonostante tutta la devastazione causata.

3. A Livorno non è stato un evento estremo. Falso
Non solo è stato un evento eccezionale, ma neppure sporadico. Tra Livorno e Pisa è caduta, in poche ore, la quantità di acqua che cade di solito in una stagione. Una tale mole di liquido è di difficilissima gestione da parte di qualsiasi canale di scolo delle acque, anche nel pieno delle funzioni. Se si unisce anche l’azione ‘tappo’ delle acque del mare si capisce come sia potuto capitare tutta questa tragedia. Quindi l’estremizzazione dei fenomeni è avere una pioggia di questa entità non una volta ogni 100 anni, ma in pratica una volta all’anno, se non di più.

4. Il caldo di questi mesi è stato normale. Falso
Anche su questo punto, come per le piogge, abbiamo per l’ennesima volta ‘l’anno più caldo dal’. Sia le temperature elevatissime, sia la siccità che abbiamo vissuto in Italia ci hanno ormai segnalato come i cambiamenti climatici non riguardino ‘qualcun’altro’, ma riguardano tutti noi.

5. Lo scioglimento dei ghiacci artici farà sparire le nostre coste. Falso
In realtà lo scioglimento dei ghiacci al Polo Nord non farà aumentare i livelli delle acque perché sono già in acqua. Quello che causerà invece sarà una modificazione dei livelli salini con conseguente variazione delle correnti oceaniche che avranno un effetto su svariati fattori naturali e l’estremizzazione di fenomeni che renderà sempre più frequenti le tempeste e di conseguenza gli allagamenti. Pian piano, così facendo, le acque straperanno posto al terreno costiero.

6. Il riscaldamento globale era già in atto. Vero
Quello dei cicli caldo/freddo del nostro pianeta è studiato da anni dai geologi con i carotaggi e l’analisi del δO18, un isotopo dell’ossigeno che ci fa conoscere il livello delle acque nel passato e di conseguenza il livello dei ghiacci. Il problema non è il compiersi di un ciclo naturale, è l’averlo velocizzato in maniera sconsiderata, avendo abbreviato un qualcosa che si verifica in secoli se non millenni, in poche decine di anni. Infatti quello che preoccupa gli scienziati è proprio questo: avendo velocizzato un fenomeno, tutto quello che succederà non è un evento disponibile nella stratigrafia “normale”, ma rientra in quello dei fenomeni estremi, dei fenomeni lampo, delle catastrofi globali, della stratigrafia delle estinzioni di massa.

Ferrara bollente, ma ogni albero vale cinque climatizzatori

Ferrara bollente. La settimana scorsa la città estense è salita alla ribalta delle cronache nazionali, in quanto città più calda d’Italia con temperature percepite di 49 gradi. Un po’ di pioggia ha portato temporaneo sollievo, ma ora il record rischia di fare il bis: bastano alcuni giorni di cielo sereno e le temperature aumentano a dismisura con l’aria che si fa irrespirabile. Chi alle due del pomeriggio si trova ad attraversare una strada assolata della città è a rischio di svenimento, i benefici di un temporale si annullano nel giro di pochi giorni e il calore torrido è in continua risalita. Oltre ai fattori climatici stagionali, si aggiunge il contributo negativo di condizionatori che riversano ulteriori soffi roventi e di quegli autobus e automobili in moto perpetuo, che anche durante le soste buttano fuori smog, caldo, rumore.

Ma cosa si potrebbe fare?

Alberi e prati ferraresi rivelati dalla manifestazione InternoVerde

IL VERDE. Piante, alberi e prato sono gli unici produttori naturali di fresco nonché consumatori di anidride carbonica, ma anche abbattitori di benzene, polveri sottili e tutte quelle brutte cose che sappiamo purtroppo di stare respirando. Ogni albero – rivela una ricerca del Cnr di Bologna –  rinfresca come cinque climatizzatori in azione, senza peraltro consumare energia né generare altro calore. In questo senso sarebbe cruciale una cultura urbanistica mirata a favorire e valorizzare la diffusione delle piante in punti strategici della città. Qualche giorno fa Flavia Franceschini – guida turistica, artista e osservatrice attenta della città – segnalava un progetto dello studio Boeri per portare più verde sui tetti e intorno al Policlinico di Milano osservando con ironia: “Ecco, come a Cona! (dove tengono potati a forma di palla gli alberelli del parcheggio, paura che facciano troppa ombra?)”. In effetti andando all’ospedale cittadino trasferito nel paese di Cona, si può osservare la chioma di quegli alberi, potati come se fossero lampioni ornamentali anziché organismi viventi e ombreggianti. Lo stesso arboricolo rispetto serve alla cura del verde lungo le strade e nelle aree verdi della città. Alberi da fare crescere, curare, valorizzare.

Ciclabile di Rampari San Paolo all’incrocio con corso Isonzo a Ferrara

SMOG E POLVERI SOTTILI. Per quel che riguarda auto, corriere e bus fermi con il motore acceso, servirebbe la scelta della polizia municipale, di applicare quello che il codice in effetti prevede: sanzioni, o magari inizialmente una campagna di avvertimento, per automobilisti e guidatori di mezzi pubblici in sosta con il tubo di scappamento in azione. L’obbligo che i veicoli abbiano il motore spento durante la sosta è infatti previsto dal ‘Nuovo codice della strada’. Un ulteriore passo avanti di impatto più duraturo lo porterebbe un incentivo dei mezzi di trasporto elettrici con apposite scelte di politica amministrativa. Come cambierebbero frastuono e traffico nel centro storico, ad esempio, se pian piano si riservassero i permessi di transito e sosta a veicoli silenziosi e non inquinanti. Scooter porta-pizza, taxi, autobus e magari anche auto autorizzate non sarebbero più elementi molesti e puzzolenti, ma mezzi in armonia con l’atmosfera di una città che è antica e orgogliosa sostenitrice dell’uso delle biciclette. Un passaggio graduale che incoraggerebbe i cittadini e gli esercenti ad avere veicoli più compatibili con ambiente e persone, che comunque nel tempo compenserebbero anche i proprietari in termini di economia dei consumi.

Via Saraceno, a Ferrara, riasfaltata

QUANTO ASFALTO. La cultura del verde si sposa idealmente con la volontà di ridurre la copertura di asfalto e cemento. Ogni volta che ci sono strade da rimettere a posto o da mettere a nuovo, perché non cercare di farle preferibilmente in ghiaia, ciottoli, pietra che – oltre a essere esteticamente più belle – non trattengono il calore e lasciano assorbire l’acqua dal terreno, prolungando l’effetto rinfrescante delle piogge e favorendo un drenaggio naturale?

BIAGIO ROSSETTI DOCET. Ferrara è indicata da addetti ai lavori, architetti e storici come un modello urbano, grazie alla progettazione messa a punto oltre 500 anni fa da Biagio Rossetti. L’architetto rinascimentale ha progettato l’espansione della città, badando bene a riservare vere e proprie porzioni di campagna dentro le mura cittadine e poi parchi, giardini, orti, addirittura piccole porzioni di bosco come parte dell’urbanistica. Anche per questo Ferrara ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento di ‘patrimonio dell’umanità’, come prima città moderna d’Europa: per il suo tracciato di strade basato sullo schema romano (il cardine che si incrocia ad angolo retto con il decumano) e poi per questa impostazione così lungimirante, dove le piante sono parte e completamento dell’urbanizzazione. Molto è stato distrutto, disboscato, edificato. Che bello che ci fosse una politica attenta a ricostruire quel verde, a valorizzare quanto è rimasto, a potenziarlo, incentivarlo in modo sistematico.

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Area verde pubblica compresa fra il quartiere Barco e via Padova

Una volta, ad esempio, c’era il Barco che non era mica un quartiere così, di periferia, ma un Parco, perché “questo è il significato antico della parola Barco” – spiega Francesco Scafuri dell’ufficio Ricerche storiche del Comune – e questo ha avuto in mente Manfredi Patitucci, progettista di giardini, quando pian piano qualche anno fa ha avuto l’idea e la costanza di rimboscare una parte di quell’area. Insomma, questa strada di cura e ricostruzione verde potrebbe essere una celebrazione autentica di Biagio Rossetti, non in termini di rievocazione di figura vecchia e polverosa, ma come maestro illuminato a cui guardare, di cui far vivere la lezione più che mai attuale, dove il bello va a braccetto con ecologia, ambiente, amore per la natura e per l’umanità che ci sta in mezzo (e non solo per chi ha la fortuna di avere un bel giardino privato). Una città verde, bella e buona, più salubre e fresca. Una Ferrara da sogno, che sarebbe bello realizzare.

Punto di non ritorno?

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In occasione dell’apertura a Marrakech, in Marocco, dei lavori della XXII Conferenza delle Parti (COP22) dell’UNFCCC, dopo l’entrata in vigore, il 4 novembre, dello storico Accordo sul Clima raggiunto lo scorso dicembre a Parigi, vale la pena guardarsi il documentario andato in onda su National Geographic il 30 Ottobre. Si tratta di Punto di non ritorno – Before the Flood, di Leonardo Di Caprio, messaggero di pace delle Nazioni Unite con delega al clima. Prodotto da Martin Scorsese, il film, della durata di circa 1 ora e mezza (si trova online, liberamente scaricabile qui), racconta l’impatto devastante del cambiamento climatico sul nostro pianeta. Lo scopo è quello di informare tutti sui rischi del cambiamento climatico, spiegando che ciascuno può avere un ruolo, che vada da quello dei politici nel promuovere l’adozione su scala globale di tecnologie che utilizzino energia pulita fino a quello di ciascuno di noi che ogni giorno adotti stili di vita più in linea con le necessità del mondo. Tre anni di lavoro, cinque continenti attraversati con il regista Fisher Stevens. Le immagini scorrono e lo spettatore viene condotto per mano nelle foreste in fiamme di Sumatra, nelle lande annerite della sabbie bituminose canadesi, lungo le strade polverose, asfissianti e irrespirabili di Pechino, o attraverso i crinali dei bianchi ghiacciai della Groenlandia che piano piano si sciolgono. In questa lunga riflessione Di Caprio dialoga e si confronta con scienziati, con personaggi come Papa Francesco, Elon Musk e Barack Obama. L’spirazione vuole arrivare anche da attivisti influenti come l’ambientalista indiana Sunita Narain. Spetta ai potenti del mondo, oggi, capire la gravità dei problemi del clima e prendere decisioni coraggiose. Spetta ai cittadini fare pressione perché questo avvenga. E rapidamente. Non c’è tempo. Nessuno è immune dai cambiamenti di un clima che sconvolge ogni forma di vita e gli scienziati da tempo cercano di farlo comprendere. Qui si cerca di rispondere a domande come: quali sono le cause del riscaldamento globale? Cosa possiamo fare per ridurne gli effetti? Siamo ancora in tempo per invertire il processo? Possiamo mettercela tutta per cambiare anche solo qualcosa?
Il documentario inizia con l’immagine di un quadro che Leonardo osservava da bambino ogni giorno, quel colorato Trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, appeso sul suo letto. Un racconto che inizia e introduce la narrazione che seguirà e terrà incollati allo schermo quanto basta per dire “oh.. !”, una dichiarazione d’amore per la Natura. L’interesse per l’ambiente nasce nel 1998, durante un incontro con l’allora vice presidente degli Stati Uniti Al Gore. Da quel momento, l’attore ha usato la sua fama e notorietà per impegnarsi in ogni tema a esso inerente. Lui l’ha definita “una chiamata alle armi”. Essere un artista aiuta, ha dichiarato, e si ha un’opportunità in più di essere ascoltati, aggiungerei.
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Già alla consegna dell’Oscar per il suo Film The Revenant, Di Caprio aveva detto, testualmente tradotto: “…. Girare The Revenant è stato occuparsi della relazione tra l’uomo e il mondo naturale. Un mondo che abbiamo collettivamente percepito, nel 2015, come l’anno più caldo di sempre. La nostra produzione ha avuto bisogno di spostarsi fino alla punta più meridionale di questo pianeta solo per trovare la neve. I cambiamenti climatici sono reali, stanno accadendo in questo momento. È il pericolo più grave che la nostra intera specie si trova ad affrontare, e dobbiamo lavorare insieme e smettere di procrastinare. Dobbiamo appoggiare leader politici mondiali che non parlino a nome dei grandi inquinatori ma a nome dell’intera umanità, a nome dei popoli indigeni e dei miliardi e miliardi di persone non privilegiate là fuori che saranno anche quelle maggiormente colpite. Per i figli dei nostri figli, e per quelle persone le cui voci sono state soffocate dalle politiche dell’avarizia. Ringrazio tutti voi per il meraviglioso premio di questa sera. Non prendiamo per scontato questo pianeta. Io non prendo questa sera per scontata. Grazie”. Anche se qualche giornalista ha etichettato il film come hollywoodiano o superficiale, come non lodare lo sforzo o concordare con la buona intenzione, peraltro valorizzata da una bellissima fotografia e una colonna sonora coinvolgente?

Punto di non ritorno – Before the Flood, di Fisher Stevens, con Leonardo Di Caprio, Barack Obama, Bill Clinton, John Kerry, Papa Francesco, Ban Ki-moon, Elon Musk, USA, 2016, 95 mn.

Cambiamenti climatici, l’appello di Greenpeace: Cari ferraresi, rimbocchiamoci le maniche

Spesso facciamo fatica a renderci conto delle conseguenze reali e pratiche delle grandi crisi ambientali che il mondo sta attraversando per la prima volta da quando esiste l’uomo. Ci sembrano epiloghi da film di fantascienza, magari prima o poi si risolveranno e il mando andrà avanti come sempre. Non è così.
Nel dossier pubblicato ieri, 15 settembre, a firma del nostro direttore Sergio Gessi, abbiamo parlato di quanto una notizia sconvolgente e di primaria importanza per la sopravvivenza della vita sulla terra (niente di meno!) possa passare inosservata o essere omessa dai principali organi di stampa. Per capire sia l’entità del problema che le motivazioni di tanto prolungato o ostinato silenzio, oggi ne abbiamo discusso con Luca Iacoboni, giovane e preparato responsabile – italiano – della campagna Clima ed Energia di Greenpeace.

Il Polo Nord ha i giorni contati?
Diciamo che l’Artico ha i giorni contati se non facciamo niente. Gli esperti concordano nel ritenere imminente il punto di non ritorno.

Alcuni hanno calendarizzato lo scioglimento totale dei ghiacci della calotta polare per settembre dell’anno prossimo. E’ credibile?
Ci sono diversi pareri: che sia a settembre, ottobre o a Natale, ai fini della sopravvivenza del genere umano poco importa. Quello che importa è sapere che siamo agli sgoccioli e che se continueremo così arriveremo ad un momento in cui sarà impossibile cambiare rotta.

Cioè un momento in cui non potremmo più parlare di come evitare drammi e devastazioni, piuttosto potremmo solo chiederci quanto ci metteranno ad arrivare.
Esatto

Ma cosa significa cambiare rotta?
Significa fermare o rallentare il cambiamento climatico in atto

Come?
Producendo energia diversamente. Il punto è proprio questo: si deve fermare lo sfruttamento del pianeta, bisogna smetterla di usare fonti come carbone, petrolio e gas.

Scusi l’interruzione, ma ho l’impressione che a fare discorsi di questa entità e rilevanza mondiale si possa perdere di vista il quotidiano. Perché chi legge, che magari è già vessato da mille pensieri sul lavoro e la famiglia, da oggi deve iniziare a pensare che il suo problema numero uno sia lo scioglimento progressivo dei ghiacci in Artico?
E’ molto semplice: questo individuo può rendersi conto guardandosi un attimo attorno di come il problema di cui parliamo influisca in tutti gli aspetti della sua vita di ogni giorno e di quella dei suoi figli. Anche voi ferraresi vi state rendendo conto come tutti della realtà di certe questioni, facciamo qualcosa da oggi.

Per esempio?
Dieci anni fa, il grande fenomeno delle bombe d’acqua non esisteva. Gli eventi atmosferici catastrofici sono sempre più numerosi, le temperature si alzano, possibile che non si veda tutto questo? Chi va a fare la settimana bianca si renderà conto che la neve scarseggia, che il turismo invernale è in crisi? O ancora potremmo parlare delle frequenti siccità e dei cambiamenti delle fasce climatiche con i danni alle colture che comportano. Questi fenomeni sono molto presenti a Ferrara e in tutto il territorio nazionale, oltre che mondiale.

Direi che è chiaro: bisogna passare al rinnovabile. Ma le faccio alcune obiezioni, le più citate: passare all’energia pulita potrebbe creare un danno alla nostra economia.
Sbagliato. Le energie rinnovabili attualmente creano più indotto per l’economia di tutte le altre fonti e sono capaci di attrarre molti più investimenti.

Servirebbe forse un governo capace di guardare più in là delle prossime elezioni o del prossimo referendum?
Da un parte sì, ci vorrebbe un governo veramente al servizio del cittadino e non delle lobby. Ma in realtà certe decisioni servono anche per le prossime elezioni perché tutto il comparto rinnovabile traina lavoro.

Ah no, non mi parli di lavoro. Lei sta a Roma (che ha evidentemente i suoi problemi), ma deve sapere che a Ferrara si sente spesso ripetere che dobbiamo sentirci grati di avere il polo chimico perché porta posti di lavoro.
Il vecchio ricatto lavoro o salute?, si è fatto così anche con l’Ilva di Taranto. Mi lasci dire che prima di tutto dobbiamo slegare l’occupazione da questo tipo di discorsi: o lavori e ti ammali, o ti ammali e non lavori. Il lavoro è un diritto fondamentale come la salute. Basta con i ricatti. Diciamolo chiaramente: il comparto dell’energia pulita attrae più lavoro dell’energia legata a gas e petrolio.

E’ vero che a volte i giornali possono cadere nella disinformazione, ma è anche vero che per attrarre lettori talvolta bisogna seguire i loro interessi. Quindi alla gente interessa poco lo scioglimento dei ghiacci?
Il problema esiste ed è interessante. Bisognerebbe andare a vedere da chi sono finanziati quei giornali che evitano certe notizie. A volte si potrebbe scoprire che all’interno ci sono le cosiddette lobby.

Le problematiche di cui parliamo possono essere però anche affrontate dal basso, dopotutto Greenpeace si regge grazie alle donazioni dei singoli privati.
Certo, io credo che il cambiamento debba venire prima di tutto dentro di noi.

Cosa può fare da domani nel suo piccolo il lettore che legge l’intervista?
Oltre alle raccomandazioni che si fanno sempre sul ridurre al massimo lo spreco di energia, per esempio si possono privilegiare prodotti che vengono da imprese virtuose. E anche prodursi da soli un po’ dell’energia che si consuma.

Vale a dire mettere i pannelli solari?
Sì, ma non solo. Per esempio comprare l’energia da quelle poche cooperative che la producono 100% rinnovabile e non più nei colossi dell’energia, che anche quando usano la parola rinnovabile hanno poco di veramente ecosostenibile.

Oppure aiutare Greenpeace.
Anche certo, l’aiuto però non è soltanto la donazione, ma anche il supporto alle iniziative, il volontariato, il cyberattivismo.

IL FATTO
Accordo sul clima: l’ultima possibilità per l’ecosistema mondo

175 nazioni ieri al Palazzo di vetro dell’Onu hanno approvato e iniziato a firmare l’accordo sul clima Cop21, che avevano scritto a Parigi in dicembre. Lo ha comunicato Leonardo DiCaprio perché anche la terra ha bisogno di un testimonial che abbia vinto l’Oscar. L’accordo è di grande importanza perché i maggiori paesi, a partire da Stati Uniti e Cina, si impegnano a ridurre la temperatura del pianeta di 2 gradi.
Affrontare e soprattutto risolvere i cambiamenti climatici è una delle grandi scommesse della nostra epoca e uno dei principali obiettivi dell’Onu fin dal primo vertice sulla Terra che si svolse a Rio nel 1992 e poi con il protocollo di Kioto e l’emendamento di Doha (con il quale i paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di almeno il 18% rispetto ai livelli del 1990). Il nuovo accordo globale sui cambiamenti climatici esteso a tutti i paesi dell’Unfccc dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Se ne parla da troppo tempo ed è ora di agire. Ci sono però ancora 70 paesi in via di sviluppo che non si sentono ancora vincolati a questi principi.
A Parigi in dicembre si è detto di mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei due gradi, proseguendo poi gli sforzi per limitarlo a 1,5 gradi; sono stati presentati vari piani di azione e si sono previsti contributi per questo; si è avviato un percorso di trasparenza che impegna i paesi a comunicare i dati tra loro in un principio di comunicazione e di solidarietà.

L’accordo è un grande successo soprattutto perché inverte la tendenza di fallimenti degli anni passati (come Berlino dieci anni fa e Copenaghen sei anni fa). Però non tutti sono convinti che ci si creda davvero. Il rischio di un aumento pericoloso delle temperature porta ampie regioni della superficie terrestre a non essere più abitabili per l’aumento della anidride carbonica a causa dell’uso dei combustibili fossili. Per non parlare dell’acidificazione degli oceani e lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artide. Un enorme problema per le generazioni future che sperano nelle promesse dei governanti di oggi.
L’economia verde fatica ad avere successo come anche la decarbonizzazione. Dovrebbero essere i paesi più ricchi a pagare, ma ne avranno la forza? Si parla di “loss and damage” ovvero di avviare un meccanismo che compensi le perdite finanziarie con un meccanismo di rimborso assicurativo. Una chiamata in causa di alta responsabilizzazione difficile da attuare insieme a tanti altri problemi.
Europa, Sati Uniti, Cina e India (in tono minore) dicono di poterlo fare. Però siamo in ritardo e dilatare i tempi rischia di vanificare gli sforzi: non è stata fissata una data, che avrebbe spaventato le imprese petroliere, del carbone e del gas, oltre ai paesi produttori di energia da fonte fossile. Inoltre non si presidia il controllo delle emissioni del gas serra prodotti dal gigantesco settore del trasporto aereo e navale, che pesano quasi il 10% del problema.

Obama ha promesso che entro il 2030 elimineremo le emissioni del 32% (ma lui non sarà più presidente); DiCaprio ci ha detto che siamo “l’ultima migliore speranza della terra” e Ban Ki Moon afferma che il momento è storico. Proviamo a crederci. Certo è che stiamo cambiando le cose più velocemente di quanto non capiamo; a volte senza sapere come ci stiamo comportando. La caratteristica di una società civilizzata si misura dal senso di responsabilità sul futuro.
Mi ricordo le ultime parole di Robert Louis Stevenson nel suo libro “Jekill e Hyde”: “Il peso e il destino della nostra vita sono legati per sempre alle spalle dell’uomo e, quando si tenta di disfarsene, ci ricadono addosso con maggiore e peggiore oppressione.”

ECOLOGICAMENTE
La pianificazione urbana per rispondere alla sfida del cambiamento climatico

“Le città italiane alla sfida del clima”: è il titolo di un recente dossier di Legambiente, elaborato in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. L’aspetto più interessante sta nel fatto che propone nuove strategie e politiche di adattamento per rispondere all’emergenza climatica. Nell’ultimo quinquennio, infatti, si sono registrati in molte città impatti rilevanti legati a fenomeni atmosferici estremi: allagamenti, frane, esondazioni, con danni alle infrastrutture o al patrimonio storico. Richiamo alcuni passaggi del rapporto.

I cambiamenti climatici in atto richiedono nuove forme di risposta alle emergenze e ai pericoli che incombono anche sulle nostre città. Nuove forme di pianificazione e di gestione delle aree urbane sono necessarie per mettere in sicurezza i cittadini e ridurre gli impatti sui quartieri e sulle infrastrutture dei centri urbani. Secondo gli esperti, infatti, saranno proprio le aree urbane a pagare i costi sociali maggiori del ‘global warming’ in particolare nell’area del Mediterraneo. Le città sono il cuore delle sfida climatica in tutto il mondo perché è nelle aree urbane che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e la frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e provocando gravi danni a edifici e infrastrutture.

In Italia sono diverse le ragioni per cui l’adattamento al clima deve diventare una priorità nazionale. L’81,2% dei comuni è in aree a rischio di dissesto idrogeologico, con quasi 6 milioni di persone che vivono in zone a forte rischio. Le città quindi devono poter affrontare la sfida dei cambiamenti climatici, dell’aumento dei fenomeni meteorologici estremi e degli impatti sociali che, proprio nelle aree urbane, determinano conseguenze spesso drammatiche. Per riuscire in questo intento e ridurre rischi e impatti, occorre attuare strategie di adattamento mirate, gestite a livello nazionale e locale.
Per Legambiente una politica idonea deve prevedere l’elaborazione di Piani Clima delle città, cioè di uno strumento che consenta di individuare le aree a maggiore rischio, di rafforzare la sicurezza dei cittadini anche in collaborazione con la Protezione Civile, in modo da elaborare progetti di adattamento di fiumi, delle infrastrutture, dei quartieri.
Gli esempi di interventi di adattamento raccontati in questo dossier (da Copenaghen a Bologna, ad Anversa) dimostrano come sia possibile realizzare progetti capaci di dare risposta ai rischi climatici in una prospettiva di miglioramento della vita nelle città: mettendo in sicurezza un fiume, restituendo spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creando quartieri vivibili, anche quando le temperature crescono, grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore. L’adattamento al clima è la vera grande sfida del tempo in cui viviamo. Per vincerla, dobbiamo rendere le nostre città più resilienti e sicure, cogliendo l’opportunità di farle diventare anche più vivibili e belle.

Il dossier riporta le informazioni raccolte nella mappa interattiva relative ai danni provocati in Italia dai fenomeni climatici dal 2010 a oggi, con particolare attenzione alle città. Nella mappatura, a ogni episodio sono associate informazioni che riguardano sia i danni che gli episodi precedenti avvenuti nello stesso comune, per contribuire a chiarire i caratteri e l’entità degli impatti provocati, individuare le aree a maggior rischio, registrare dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza per cominciare a evidenziare, laddove possibile, il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano.

More info: www.planningclimatechange.org/atlanteclimatico

Per leggere il rapporto clicca qui

LA LETTURA
Benvenuti nella verde era della “terza rivoluzione industriale”

In un mondo oggi caratterizzato sempre più da esaurimento di combustibili fossili, da esplorazioni “di frontiera” e da cambiamenti climatici imponenti, Jeremy Rifkin, noto economista e presidente della “Foundation on Economic Trends” di Washington, traccia i profili dell’ormai necessaria Terza Rivoluzione Industriale e dei suoi pilastri. E lo fa in un testo interessante, costituito da 9 capitoli, decretando la fine dell’era del carbonio e individuando nella cosiddetta “terza rivoluzione industriale” la via verso un futuro più equo e sostenibile, dove milioni di consumatori possano produrre energia verde in case, fabbriche e uffici e condividerla con gli altri. Secondo l’autore, si dovranno creare le infrastrutture di un’era collaborativa, peraltro oggi emergente, se si vuole progredire.
rifkin2I cinque pilastri di questa nuova rivoluzione, al centro del capitolo intitolato “una nuova narrazione”, sono identificati nel passaggio alle fonti di energia rinnovabile; nella trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro-generazione per raccogliere in loco le energie rinnovabili; nell’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie d’immagazzinamento dell’energia in ogni edificio e in tutta l’infrastruttura, al fine di conservare l’energia intermittente; nell’utilizzo delle tecnologie internet per trasformare la rete elettrica di ogni continente in una inter-rete per la condivisione, fra pari, dell’energia; nella transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci in veicoli plug-in e con cellule a combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva.

Se tutto questo sembra alquanto futuristico, a una prima lettura, l’interesse delle argomentazioni, che peraltro hanno, da qualche tempo, convinto l’Unione europea indicata come pioniera nel darsi l’obiettivo di trarre un terzo dell’elettricità che consuma da fonti verdi entro il 2020, convince a poco a poco il lettore che segua attentamente l’autore nell’analisi dei dati europei relativi all’installazione di impianti eolici (38% della nuova capacità di generazione installata nell’Unione europea nel 2009), di produzione di energia idroelettrica, geotermica, da biomassa, da conversione dei rifiuti urbani, settore quest’ultimo che si rivela come uno dei più promettenti. Un’attenzione ai “mutui verdi” potrebbe agevolare la conversione degli edifici, nel volerli pensare come “piccole centrali di generazione” autosufficienti, ove banche e istituti di credito eroghino mutui a tasso agevolato, ipotizzando un periodo di 8-9 anni per il recupero dell’investimento grazie al risparmio sulle bollette. E ciò per rimanere al primo e secondo pilastro. Essendo le energie rinnovabili intermittenti, ecco il terzo pilastro: la possibilità di immagazzinare energia nei momenti d’interruzione (sole e vento ad esempio non sono sempre presenti, appunto), grazie a nuove tecnologie e alla possibilità di utilizzo dell’idrogeno. Il quarto pilastro riguarda invece la creazione di una rete info-energetica
che permetta a milioni di individui che producono energia per il proprio consumo di condividere quella in eccesso. Un sistema di trasporti elettrici, chiude il ciclo e costituisce l’ultimo pilastro. A chiudere il libro, un capitolo che ipotizza il passaggio dalla globalizzazione alla continentalizzazione, ove una collaborazione sempre più stretta “bilaterale” fra continenti – e viene citata, in proposito, l’iniziativa europea-nordafricana Desertec – come chiave del presente e del futuro, nell’idea di creare partnership sempre più strette e collaborative fra unioni continentali.

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J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, 2011, pp. 329.

FERRARA, EUROPA
Maria tranquilla, è l’Ora della terra

da MOSCA – Sono le otto e mezza del 28 Marzo, la signora Maria rientra a casa, dopo una giornata passata a correre qua e là per raggiungere le case dei suoi datori di lavoro, nell’area centrale e ricca della città. Pulizie e incombenze quotidiane non aspettano. C’è sempre molto da rassettare, merende da preparare, compiti da far finire, panni da stirare, argenti da lucidare, cene da allestire. Eh sì, perché ogni cena merita una bella tavola apparecchiata, una candela profumata, bigliettini colorati per i bambini (ogni sera la signora vuole, sotto il tovagliolo, un pensierino, in russo, per i suoi pargoletti che studiano a scuola la lingua di Tolstoj, che per loro non è la madrelingua). Ci vuole fantasia, spensieratezza, idee che Maria ha comunque sempre. Da giovane era un’insegnante, ed è stata assunta anche per questo. La pensione non basta. Eccola dunque uscire di casa, pronta ad attraversare il ponte che dalla casa aristocratica dove lavora la porta alla linea rossa della metropolitana. Stasera è un po’ trafelata, è in leggero ritardo. A casa l’aspetta Igor, come sempre, dagli ultimi quarant’anni. Un grande amore. Il suo unico vero e grande amore. Improvvisamente il buio. Maria si stropiccia gli occhi, oddio cosa succede? Un black-out in questa zona non si era mai visto, almeno lei non lo ricordava. Quantomeno non recente. Tutto scuro, o meglio il Cremlino non è più illuminato. Si vede solo la grande stella rossa. Cosa succede al signor Putin? Oh mamma, che spavento. Starà succedendo qualcosa di grave? Come è possibile? Spaventata, Maria ferma un passante. Anche lui è un po’ anziano, ignora cosa stia succedendo. Si forma un piccolo gruppetto, si parla, si discute, si vocifera, si cercano spiegazioni. Inquietudine. Pochi leggono la stampa, spesso si affidano solo alle comunicazioni che il Comune di Mosca o la rappresentanza del quartiere dove abitano affiggono nelle bacheche condominiali. Nessuna iniziativa strana o manutenzione straordinaria era stata annunciata per quella sera. Si avvicina un giovane, incuriosito dal piccolo assembramento che chiacchiera e si pone domande. E sorride.

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L’Università di Mosca

“Signora, Signori, è l’ora della Terra stasera, non lo sapete? In tutto il mondo si spengono le luci, per un’ora, esattamente da adesso, o meglio da circa dieci minuti fa. Nei Paesi che aderiscono, i grandi edifici pubblici stanno al buio, a Mosca lo faranno dieci ponti e oltre 300 edifici fra i quali il Cremlino, la Cattedrale del Cristo Salvatore, San Basilio, la Duma, i magazzini GUM, le Sette Sorelle. Si tratta di un’iniziativa lanciata, nel 2007, dal Wwf (sapere vero, signori, cos’è il WWF?), ogni anno, l’ultimo sabato di Marzo. Oltre ad altri 162 paesi, la Russia vi aderisce dal 2008, e il Cremlino spegne le sue luci dal 2013. Si vuole riflettere sui cambiamenti climatici in atto e ridurre il consumo energetico almeno per un po’. E’ un invito a tutti a farlo, un omaggio alla Terra. Anche dallo spazio si sono invitate le persone ad aderire (vi dice nulla Samantha Cristoforetti?, continua il giovane)”.

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La Piazza Rossa e San Basilio

Maria è perplessa… dallo spazio? Cambiamenti climatici? Risparmio per un’ora? A cosa serve davvero? Ma non fa troppe domande, si vergogna un po’. Si documenterà meglio domani, a casa (stasera arriverà troppo tardi, il tragitto dura quasi due ore), magari le verrà in mente un pensierino per le cene serali della signora. Un pensierino dedicato alla Terra. La Madre Terra.
Ringrazia e saluta, almeno non è successo nulla di strano nel suo Paese, al suo presidente. Che bizzarria, però. Mah. Si rassetta il fazzoletto colorato, scostato per sentire meglio, e, rassicurata, corre verso la metro, ha accumulato altro ritardo. Igor l’aspetta.

Per vedere l’evento in altri luoghi di Mosca e San Pietroburgo [vedi].

La Carta dell’informazione ambientale per affrontare i rischi

La carta dei servizi non serve. Lo dicono alcuni gestori e lo pensano alcuni cittadini che non l’hanno mai letta. Purtroppo è così. Lo dice Federconsumatori che di recente ha presentato la sua terza ricerca nazionale sulle carte del servizio idrico. Nonostante sia presente in quasi tutti i capoluoghi di Provincia la sua efficacia è ancora un problema (si ricorda che Aeegsi esclude aumenti tariffari in assenza di Carta dei servizi) e che raramente è frutto di un confronto con le associazioni dei consumatori, quasi fosse solo uno strumento del gestore. E’ utile in particolare ricordare che il decreto ministeriale di riferimento indica importanti indicatori standard su molti temi critici a partire dalla risposta alle richieste scritte degli utenti e ai reclami; sul tema complesso della morosità in cui è prevista la sospensione del servizio; il tempo di preavviso di interventi programmati (almeno 24 ore prima) e molto altro.
La analisi della Federconsumatori ha evidenziato differenze spesso esagerate tra i vari gestori. Ad esempio sul tempo di esecuzione dell’allacciamento si va da un tempo massimo di 126 gg ad un tempo medio di 35 gg (si ricorda che su questo indice è prevista una indennità nel caso non venga rispettato il tempo massimo di esecuzione dell’allacciamento). Il tempo di attivazione della forniture in media è di 9 giorni, ma si sono riscontrai anche casi di 60 gg; così come il tempo di allaccio alla pubblica fognatura il tempo medio sia di 46 gg, ma va da 7 a 180 gg! per non parlare del tempo di rettifica delle fatture da pochi giorni a quasi sei mesi; ai tempi di risposta scritta agli utenti che in media è di 26 giorni. Per quanto riguarda le modalità con le quali i gestori comunicano agli utenti i dati sulla qualità dell’acqua, dalle risposte ricevute risulta che la modalità più diffusa è il sito web (35% dei casi), solo l’11% dei gestori pubblica le informazioni sulla bolletta. Vi sono poi grandi differenze di applicazione ad esempio tra indicatori in giorni di calendario e giorni lavorativi (le cose cambiano molto!). In conclusione solo la metà dei gestori è dotato di certificazione della qualità. Insomma uno scenario ampio e variegato che deve essere meglio regolamentato perché le motivazioni di reclamo dei cittadini sono sempre troppe e tra queste si citano: anomalie contrattuali (errori attivazione, cessazione, voltura; anomalie standard (mancato rispetto degli standard); anomalie addebiti/errori di fatturazione (applicazione categorie, tariffe, acconti, conguagli, modalità di recapito bollette, frequenze fatturazione, pagamenti, modalità di incasso); anomalie consumo (reclami su letture, perdite occulte, consumo anomalo); anomalie relative all’accessibilità del servizio (difficoltà di comunicazioni telefoniche, attesa agli sportelli, comportamento del personale); anomalie erogazione del servizio (qualità/quantità acqua, pressione, interruzioni/ripristini, rotture, danneggiamenti durante lavori) e anomalie contatore (contatore difettoso, verifica/sostituzione contatore).
Per il futuro, ci attendiamo quindi, da parte dei soggetti regolatori, l’Aeegsi a livello nazionale e gli Enti di Gestione d’Ambito (Ega) a livello locale un maggior impegno per quanto riguarda la disciplina delle carte dei servizi e in generale la tutela degli utenti; un maggior coinvolgimento delle associazioni degli utenti (partecipazione e controllo) come previsto negli atti sopra richiamati; iniziative dirette ad informare e formare, gli utenti e le loro associazioni, sulle numerose e complesse novità che nell’ultimo periodo ha rivoluzionato la regolazione nei servizi idrici.
Infine una nota positiva. La Federazione Italiana Media Ambientali (Fima) ha presentato la Carta dell’informazione ambientale che si andrà a definire nei prossimi mesi. “La creazione della Carta nasce dalla consapevolezza, visti i cambiamenti climatici e le situazioni critiche che essi portano con sè, del ruolo dell’informazione la cui responsabilità è totale. Portare a conoscenza dei cittadini i temi della crisi ecologica è una responsabilità particolarmente gravosa: sottacere un’informazione o dare voce ad una fonte sbagliata equivale a rendersi partecipi involontari di un disastro. La trattazione di questi temi cambia il ruolo del giornalista stesso che non è solo cronista, ma attore consapevole: riportare l’accaduto, sovente significa anticipare gli stessi eventi, raccontando le dinamiche che li potranno precedere. Fornire quindi ai cittadini e ai decisori politici strumenti utili su cui pianificare e costruire il futuro delle prossime generazioni. La Carta intende garantire una informazione adeguata dei delicati temi ambientali attuali, che non dia spazio ad errori interpretativi, a false credenze o a dicotomie inesistenti”. Faccio un grande tifo per questa iniziativa.

LA PROVOCAZIONE
Cambiamenti climatici, letale indifferenza

Troppo spesso di fonte a certe informazioni sui cambiamenti climatici e sulle gravità ambientali il nostro atteggiamento è distante e passivo. Sembra che non ci interessi o quantomeno che non siamo in grado di comprendere quale potrebbe essere il nostro ruolo e quale sia la nostra responsabilità. Perché questa indifferenza? Forse la dimensione del problema che riteniamo troppo distante da noi? Forse la situazione presentata appare senza soluzione? Forse la gravità è cosi elevata che ci rende impotenti? Eppure non è cosi. Abbiamo, tutti, più responsabilità e più possibilità di reagire. Vorrei fare un esempio citando alcuni dati.
Esperti ci hanno ricordato alcune questioni importanti:
1. la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica e di altri gas con simile effetto – detti “gas serra” – è aumentata; le emissioni di gas serra dipendono dalle attività produttive e merceologiche umane; la temperatura media della Terra tende ad aumentare. E’ difficile negare che l’aumento della produzione e dei consumi fa aumentare la massa di anidride carbonica che viene immessa nell’atmosfera ogni anno; il solo consumo di circa 10 miliardi di tonnellate all’anno, complessivamente, di carbone, petrolio e gas naturale, comporta una immissione nell’atmosfera di circa 25 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. L’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera è la causa dei mutamenti climatici dannosi all’economia, alla salute e alla vita.
2. la prossima guerra sarà quella del clima. Le maggiori città europee potrebbero essere sommerse dall’aumento del livello dei mari. La previsione più rilevante è che il riscaldamento farà scogliere i ghiacci artici, diluendo la salinità dell’Atlantico. Di conseguenza, si interromperà la corrente del Golfo, quella corrente mite che parte dal golfo del Messico per lambire Inghilterra, Irlanda e Mare del Nord. Violente tempeste abbatteranno le barriere costiere rendendo inabitabile gran parte dell’Olanda. Città come l’Aja verranno sommerse dalle acque e dovranno essere abbandonate. Entro venti anni il Nord Europa diverrebbe siberiano, e la popolazione si trasferirebbe più a Sud. Gli iceberg arriverebbero al largo del Portogallo. Disordini e conflitti interni lacereranno l’India, il Sud Africa e l’Indonesia. Aree ricche come gli Stati Uniti e l’Europa diventeranno fortezze e alzeranno il ponte levatoio per impedire l’afflusso di milioni di profughi da terre sommerse dalle acque o regioni incapaci di produrre raccolti. Giappone, Corea del Sud e Germania si doteranno di capacità nucleari al pari di Iran, Egitto, Corea del Nord mentre Cina, India e Pakistan saranno tentati di usare la bomba.
3. le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto i più alti livelli “in 800 mila anni”, “resta poco tempo” per riuscire a mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi: è la sintesi del rapporto del Gruppo di esperti sul clima dell’Onu (Ipcc). Le emissioni mondiali di gas serra devono essere ridotte dal 40 al 70% tra il 2010 e il 2050 e sparire dal 2100, ha spiegato il Gruppo intergovernativo di esperti sul clima (Ipcc) nella più completa valutazione del cambiamento climatico dal 2007 ad oggi. La temperatura media della superficie della Terra e degli Oceani ha acquistato 0,85°C tra il 1880 e il 2012, hanno aggiunto gli esperti dell’Ipcc riuniti a Copenaghen.
La terza notizia è di ieri. “L’azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, ad un migliore stato di salute e a città più vivibili”: lo ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. La prima è tratta da un vecchio libro di Giorgio Nebbia “Nessi tra i cambiamenti climatici e l’economia”. La seconda è tratta dal rapporto del Department of Defence (in siglia, DoD) americano e risale a oltre venti anni fa.
Faremmo bene a preoccuparci un poco di più e a trovare la soluzione, partendo dal nostro comportamento. Oggi, non domani.

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