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4 leggi di iniziativa popolare per cambiare la Politica Ambientale in Regione:
dal 1 aprile si raccolgono le firme nelle piazze.

 

Dai primi giorni di aprile si potrà firmare ai banchetti in tutta la nostra Regione per rendere possibile la presentazione di 4 leggi di iniziativa popolare regionale promosse dalla Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e da Legambiente regionale.
4 proposte di legge su questioni decisive rispetto alle politiche ambientali e di contrasto al cambiamento climatico: acqua, rifiuti, energia e consumo di suolo.

La genesi di questa scelta proviene da un percorso lungo, i cui presupposti stanno nel Patto per il lavoro e il clima promosso dalla Giunta regionale nel dicembre 2020 e sottoscritto da più di 50 tra Organizzazioni e Associazioni, a partire da quelle sindacali e imprenditoriali.
Quel Patto indicava obiettivi ambiziosi – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% nel 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti al 2050 – ma, al di là del fatto che essi erano semplicemente enunciati e non supportati da interventi coerenti e cogenti, ancor più sono continuamente contraddetti dalle scelte del governo regionale.

Prevale, infatti, una logica economicista e produttivista, per cui l’importante è che ci sia una forte crescita quantitativa del PIL, senza verificare cosa ciò comporti per il benessere dei cittadini e per la salvaguardia delle risorse naturali ed ambientali.
Si continua a pensare che per tale sviluppo quantitativo è fondamentale attrarre investimenti, anche stranieri, al di là del loro impatto ambientale e anche delle ricadute sulla qualità e quantità dell’occupazione. Si ragiona sulle Grandi Opere, a partire da quelle autostradali, come leva per lo sviluppo, in continuità di un modello di mobilità basato sui veicoli privati e ignorando ciò che questa scelta comporta in termini di consumo di suolo.
Ancora: si prosegue con le privatizzazione di servizi pubblici, come quello idrico e della gestione dei rifiuti, che garantiscono la gestione di beni comuni fondamentali e si ripropone un’idea di produzione e distribuzione centralizzata e verticistica dell’energia, che ha come conseguenza quella di privilegiare le fonti fossili rispetto a quelle rinnovabili.

Una politica regionale in sintonia con quella del governo centrale, che, peraltro, utilizza la stagione terribile di guerra in corso in Ucraina per proporre ulteriori politiche regressive, in particolare in tema di energia, quando, a proposito di autonomia delle fonti, anziché puntare ad uno sviluppo rapido di quelle rinnovabili, si avanza l’idea di estrarre più gas e, addirittura, di far tornare in auge le centrali a carbone! Oppure quando, con il disegno di legge delega sulla concorrenza, attualmente in discussione in Senato, si prova ad estendere ulteriormente le privatizzazioni a tutti i servizi pubblici, da quello idrico ai rifiuti e alla sanità.

Le 4 proposte di legge di iniziativa popolare si muovono in direzione contraria e alternativa.
La proposta di legge sull’acqua
(e anche quella sui rifiuti) sposta l’intervento decisionale in materia più vicino ai cittadini e agli Enti Locali, superando l’attuale gestione centralizzata in Regione e riportandolo a livello territoriale e mette l’accento sul ruolo fondamentale della gestione pubblica.
La proposta di legge sui rifiuti si pone l’obiettivo di ridurre fortemente la loro produzione e quella dei rifiuti non riciclati, rendendo per questa via possibile l’uscita dal ricorso all’incenerimento nei prossimi anni.
La proposta di legge sull’energia è imperniata sull’idea della pianificazione regionale e territoriale degli interventi per arrivare sul serio alla copertura del 100% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili entro il 2035, alla riduzione del 32% dei consumi lordi finali al 2030 e del 55% di emissioni climalteranti al 2030, passando ad un nuovo modello basato sulla produzione e sul consumo decentralizzato e democratico.
La proposta sul consumo di suolo, dando priorità al riuso e alla rigenerazione urbana, anche attraverso un censimento degli edifici e delle aree dismesse, indica la prospettiva del consumo di suolo zero come quella da realizzare concretamente.

Pur dopo l’intervento della Consulta statutaria regionale, ispirata da una logica perlomeno restrittiva e poco incline a favorire la partecipazione dei cittadini, che  ha dichiarato inammissibili alcune norme contenute nella stesura iniziale delle proposte di legge, che intervenivano con ancora maggior cogenza sui contenuti sopra delineati, le 4 proposte di legge mantengono una forte valenza per cambiare radicalmente le politiche regionali finora perseguite su quelle questioni.
Ancor più, le proposte di legge vanno viste anche nella logica che le connette: infatti, mettere insieme e cambiare radicalmente il paradigma che riguarda i temi dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti e del suolo significa non solo considerarli beni comuni da sottrarre al mercato, aggredire il complesso delle politiche ambientali, ma anche proporre un’idea alternativa dell’attuale modello produttivo e sociale. Lo stesso modello che provoca le crisi economica, sociale e ambientali in cui siamo immersi.

E’ necessario sottolineare che la promozione di leggi di iniziativa popolare, con la raccolta delle firme necessarie per presentarle, è una scelta che, volutamente, intende basarsi sulla partecipazione consapevole dei cittadini e sull’espansione della democrazia. E questo non solo perché ci troviamo di fronte alla gran parte della politica che sembra sempre più caratterizzarsi per essere distante dalle istanze delle persone e autoreferenziale, anche nella nostra Regione.
Basta pensare a quanto è stato fatto in tema di affidamenti del servizio idrico, che, con una legge regionale e con una modalità che hanno impedito una vera discussione pubblica, sono stati tutti prorogati alla fine del 2027. Decisione che, anche grazie all’iniziativa del movimento per l’acqua pubblica, è stata impugnata dal governo e ora è sotto esame da parte della Corte Costituzionale.

In realtà, puntare sulla partecipazione e su quanto si muove nella società, nonostante tutto, compreso ciò che è accaduto negli ultimi anni che ci hanno visto far fronte alla pandemia e ora alla guerra, potenti fattori per disincentivarla o perlomeno per far pensare che siamo sovrastati da eventi su cui non possiamo influire, non è un atto di “ottimismo della volontà”, ma si dipana dalla consapevolezza che solo così si possono determinare scelte che vanno in direzione dell’affermazione di un mondo che abbia un futuro, e che esso possa essere più giusto. Per non lasciarlo in mano ai potenti e a chi, per convinzione o ignoranza, li sostiene.

A Ferrara I primi banchetti in sono in Corso Martiri Libertà 55
venerdì 1 aprile ore 10-12,30 – sabato 2 aprile  ore 10-12,30 e 16-19 domenica 3 aprile ore 10-12,30

Per leggere tutti gli articoli di Corrado Oddi è sufficiente cliccare sopra il suo nome, anche sotto ogni suo articolo 

Il tempo è cambiato!
…un racconto

Il tempo è cambiato!
Un racconto di Carlo Tassi

Destato da un insolito rumore, mi riprendo dal torpore.
Vento di tramontana, freddo pungente, fischio assordante.
Un altro rombo di tuono.
Alzo lo sguardo al cielo arrossato: volge al tramonto,
il sole è già sprofondato sotto la linea d’occidente.
L’ombra avanza rapida, troppo rapida.
Qualcosa non torna, il tempo è cambiato!

A nord s’allarga un’oscura anomalia.
Un immenso, incombente muro di vapore color bistro
muove veloce i suoi tempestosi fluidi.
Lo fa con palese prepotenza, avanza, s’avvicina,
copre tutto col suo vestito a lutto.

Il gigante nero spaventa, mentre il vento rapidamente aumenta.
Col naso all’insù cerco di ragionare.
In certi casi meglio trovar riparo e sperare.
Niente di buono, il tempo è cambiato!

Vortici possenti generano terrificanti creature
che nascono e si disgregano sopra la mia testa.
Mutevoli pareidolie ammiccano al mio immaginario sovraccarico.
Tutto sembra presagire il peggio.
La tempesta più grande pronta a scatenarsi, a portar con sé la notte eterna.
E l’intero orizzonte è ormai prigioniero nell’abbraccio mortale dell’uragano.
Così inizia l’apparente fine del mondo umano.

Infuria la battaglia.
Il turbine d’aria impazzita incalza, strappa, scoperchia,
abbatte, spezza, schiaccia ogni cosa, oggetto o creatura che sia.
Gli alberi incurvati scricchiolano come ombrosi colossi sull’orlo del baratro,
sopravvissuti ai secoli lottano feroci,
s’oppongono al volere inesorabile dell’immane coltre distruttrice.
Molti si spezzano ma la maggior parte, forte delle sue radici, regge all’onda d’urto:
la natura non uccide se stessa.

Assisto alla lotta impietrito seppure al sicuro,
insignificante nessuno al cospetto dell’universo corrente.
Mi chiedo quale pazzia abbia convinto me e gli altri
a creder di controllare l’incontrollabile, di domare l’indomabile.
È forse per questo che il tempo è cambiato?

Il vento spira vorace, mostro tra i mostri, gigante tra i giganti.
Il più grande dei titani non può nulla contro la sua azione furente.
La lotta è al suo culmine, forze indicibili si fronteggiano uguali e contrarie.
Gli elementi si rincorrono, si urtano, si sfracellano, spaccano la terra sfibrandola.
Bolidi taglienti piovono dal cielo creando squarci,
cristalli di ghiaccio ricoprono ogni cosa paralizzandola, soffocandola.

Ma l’uragano s’accontenta: arriva dal nulla, devasta,
ammazza, maciulla, e si dissolve nel nulla.
Non c’è cattiveria in ciò che commette,
nessuna congiura, nessuna diabolica regia.
Soltanto frattali governati dal moto perpetuo dell’entropia.
Il caos, l’imponderabile, l’imprevedibile.

Giocare col fuoco, guidare bendati contromano,
questo facciamo.

È tornato il sereno, l’incubo è finito.
Si contano i danni e stavolta qualcuno non s’è salvato.
Raccolgo macerie e ripenso a me bambino d’estate.
S’aspettava il temporale e s’usciva per strada in costume a giocar nella pioggia.

Ora mi guardo attorno: i conti non tornano.
Come dicevo, il tempo è cambiato!

Zion (Fluke, 2002)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

parents for future

Diario di un parent for future (aka PFF).
24 settembre: in piazza per lo Sciopero Climatico Globale

 

In realtà i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. E’ piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni.”.
(Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013)

Il 24 settembre si scende in piazza per lo sciopero climatico globale e ci sono ancora tantissime cose da fare!

Per fortuna i cartelloni sono pronti: ieri con alcuni compagni di classe di mia figlia siamo andati al parco a prepararli. Si sono molto divertiti e credo ne resterà un bel ricordo. Abbiamo parlato di come vorrebbero il loro futuro e i bimbi in gran parte chiedono meno auto: a 7 anni capiscono perfettamente che la mobilità a base di combustibili fossili costituisce uno dei problemi principali del riscaldamento globale.

Abbiamo cercato di coinvolgere le altre famiglie della classe e la scuola, ma molti genitori faticano a prendere ferie. Certo, se i sindacati avessero proclamato lo sciopero sarebbe stato tutto più facile, ma non credo che la gravità della situazione sia ancora correttamente compresa.

Dopo tutto ognuno vive nella propria bolla: la mia, da ormai anni, è quella legata alla conservazione degli ecosistemi; altri vivono la bolla del lavoro prima di tutto; sarebbe importante farle scoppiare tutte e iniziare a parlarci senza pregiudizio.

Comunque non ci diamo per vinti! Giorni fa, nel tentativo di creare la massima adesione allo sciopero di Ferrara, abbiamo pensato di contattare singole persone del sindacato, all’ultimo minuto e in modo sconclusionato, ma speriamo di vederli in piazza.

Serve poi che molto presto, al di là dei cortei, riusciamo a dialogare con le OO.SS. Sennò capiterà in continuazione di trovarli su posizioni opposte nelle singole vertenze: è stato così con il CCS a Ravenna. [Vedi qui]

L’iniziativa più bella comunque la stiamo organizzando come PFF Italia insieme ai Fridays for future (FFF) Italia: una staffetta ciclistica “Running for future [Qui] che parte da Roma il 24 settembre e termina a Milano il 2 ottobre – si tiene a Milano l’ultimo summit pre-COP26 [Vedi qui] – lungo la via Francigena, per ricordarci che abbiamo un paese meraviglioso, poco tempo per agire, e molti punti da connettere.

Ogni tappa (in diretta FB) focalizzerà un punto nodale della transizione ecologica necessaria, ovvero le emissioni di CO2: l’agricoltura, la salute, l’equità sociale, la biodiversità, la cementificazione, il patrimonio forestale, l’acqua.
Il 2 ottobre la staffetta confluirà nella manifestazione di Milano per mandare un messaggio inequivocabile ai negoziatori di tutti i Paesi che non si può più tergiversare rispetto agli obiettivi minimi dell’Accordo di Parigi.

Di nuovo, i ragazzi di FFF hanno una marcia in più, stanno raccontando da mesi ormai cosa gira intorno al vertice per l’ambiente in modo rigoroso e divertente [clicca Qui] .

Belli i PFF, li vedo lavorare nella mia città, a livello nazionale e anche nel globale. In quest’ultimo, do solo un minimo contributo nel gruppo traduzione, quando servono documenti da diffondere su scala mondiale: sta per uscire un video di genitori (adulti in realtà, perché essere PFF non significa avere figli) di tutte le nazionalità per ringraziare i ragazzi di FFF di essere una scintilla fondamentale nel movimento contro i cambiamenti climatici.

Cose analoghe abbiamo fatto anche a livello nazionale, dove va gran parte del mio impegno come facilitatrice, e sono convinta che solo un movimento fatto in gran parte di donne (mamme e non) potrebbe pensare a modi tanto accorati e delicati di mobilitarsi. Certo, un movimento femminile è un po’ caotico, però quei pochi ‘elementi maschili’ che ci abitano, portano la loro corteccia cerebrale per incanalare tutta l’energia creativa verso singoli obiettivi.
Mi vengono in mente esempi specifici, non faccio nomi, come il progetto Climate clock [Qui] (testimone della staffetta che parte venerdì da Roma) e i progetti mobilità a Ferrara [Qui] guidati da volenterosi papà.

Sono tantissimi i gruppi di lavoro qui e a tutti i livelli del movimento, serve pazienza per accompagnare il cambiamento verso una società di fatta di giustizia sociale, economica, climatica. Serve cambiare punto di vista (uscire dalle bolle!), non più solo compatibilità economica ma impronta di carbonio. Serve cambiare modo di prendere le decisioni. In PFF ci proviamo con la Sociocrazia 3.0 [leggi Qui] che davvero è uno strumento potente, perché fa venire a galla gli obiettivi e fiorisce nelle differenze di pensiero.

Il problema è il tempo: se anche l’IPCC ha anticipato il suo ultimo rapporto [Qui] date le novità non incoraggianti, le evidenze scientifiche rendono sempre più evidente che entro il 2030 il grosso della decarbonizzazione deve essere compiuta, pena il caos climatico.

Mentre scrivo sto guardando un film dello Studio Ghibli intitolato Nausicaä, è un’opera a tema ecologista come tanti lavori di Hayao Miyazaki. “Mamma, venerdì alla manifestazione diamo il messaggio di Nausicaä! Dobbiamo lasciare stare la Terra perché tutto vada a posto. La Terra sta bene e noi stiamo bene. Lasciamo spazio ai boschi, senza costruire troppo.”. Mi sembra una buona idea.

Sciopero Globale per il Clima 2021Venerdì ho preso ferie e sarà una bella giornata:
a Ferrara ci troveremo alla Porta degli Angeli alle ore 9,00.
Marcia fino a piazza Municipale e poi interventi,

Non si può mancare! …
non abbiamo un pianeta B
.

(spoiler) vado a fare una foto da mandare ai FFF, la solita genialata dell’ultimo minuto per convincere i lavoratori a partecipare, cercatela sui social!

 

davide e golia

I PICCOLI Contadini Libertari sfidano i GRANDI del G20.
Firenze, 18 settembre: Marcia per la Terra.

 

Sono passati già 10 anni da quando a Parigi si sono incontrati, per la prima volta, i ministri dell’agricoltura dei 20 Paesi ‘grandi’ della Terra per affrontare i problemi della Agricoltura con la A maiuscola, l’agricoltura globalizzata.
Il 17 e 18 settembre il G20 dell’Agricoltura – a presidenza italiana – si terrà a Firenze [qui il sito ufficiale del ministero]
. Giovedì sera, al Teatro della Pergola, il ministro dell’agricoltura Patuanelli aprirà i lavori con l’Open Forum [per seguirlo in streaming].

Purtroppo bisogna riconoscere che da quel primo incontro del 2011, nonostante i meeting internazionali che sull’argomento, dal 2015 in avanti, si sono susseguiti con cadenza annuale, il panorama dell’agricoltura mondiale non è migliorato un granché. Come la pandemia e le crisi migratorie originate dal cambiamento del clima ci testimoniano, i terreni sono sempre più sfruttati dall’agricoltura industriale e si impoveriscono, la desertificazione di vastissime aree del pianeta per il riscaldamento globale, i disboscamenti della foresta pluviale per far posto a coltivazioni intensive, gli incendi ecc.  Intanto, il problema della fame nel mondo è ben lontano dal trovare una soluzione.

In verità, i problemi negli anni si sono ulteriormente aggravati e di nuovi se ne sono aggiunti, vedi il passaggio sempre più frequente di forme batteriche e virali dagli animali all’uomo (l’encefalopatia spongiforme altresì detta Mucca Pazza nei primi anni 2000, l’ HPAI o Influenza Aviaria ad Alta Patogenicità nel 2009/2010 e nel 2019 il Covid, che si dice sia arrivato  dai pipistrelli venduti nei mercati cinesi). Perché la ricerca e la scienza non sono intervenute tempestivamente? Non hanno forse capito in tempo cosa stava succedendo? E i 20 Grandi cos’hanno fatto finora? Si sono riuniti … e poi?

Come sostengono i piccoli e piccolissimi agricoltori della rete Genuino Clandestino  [Qui] e di Terra Bene Comune [Qui] le questioni sono state affrontate, e continuano ad essere affrontate, dal punto di vista sbagliato.
Per i contadini che si ribellano all’industrializzazione sempre più spinta dell’agricoltura e alla mentalità del profitto ad ogni costo, che vede l’agricoltore come lo sfruttatore della terra e della natura: la Terra è un Bene Comune e come tale va difesa e conservata con cura; la Terra è di tutti, non deve essere accaparrata, non deve servire all’arricchimento di qualcuno, ma al mantenimento e al benessere delle comunità che vivono su quella Terra.
La Terra è un complesso di forme viventi e non viventi che vanno rispettate e quindi rigenerate, perché la Terra stessa è un Unicum vivente Generatrice di vita. L’agricoltura industriale ne causa l’impoverimento, la sterilità e la morte.

Tornando al G20 di Firenze, i 2 temi all’ordine del giorno, i focus dei seminari saranno: la Resistenza Antimicrobica (AMR), che si stima causi circa 700 000 decessi umani all’anno a livello globale, e Agricoltura e Cambiamento Climatico [Vedi qui].
Per fare un po’ di luce su queste due importantissime questioni, riporto informazioni e valutazioni espresse da una fonte difficilmente contestabile, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) .  Ecco quanto si legge nel loro sito:
“… la resistenza agli antimicrobici (AMR) è la capacità dei microrganismi di resistere ai trattamenti antimicrobici. L’uso scorretto o l’abuso di antibiotici sono considerati le cause della crescita e della diffusione di microorganismi resistenti alla loro azione, con conseguente perdita di efficacia delle terapie e gravi rischi per la salute pubblica.”.

L’Autority Europea continua a studiare, consigliare, raccomandare…
2007 – L’EFSA  pubblica istruzioni per il monitoraggio armonizzato della resistenza agli antimicrobici in due importanti batteri zoonotici (Salmonella e Campylobacter) in animali e alimenti.
Aprile 2008 – Gli esperti dell’EFSA esaminano in che modo il cibo può diventare un veicolo per la trasmissione all’uomo di batteri resistenti e formulano raccomandazioni per prevenirne e controllarne la trasmissione.
Novembre 2009 – L‘EFSA, l’ECDC, l’EMA e il Comitato scientifico della Commissione Europea per i rischi sanitari emergenti e di nuova individuazione (SCENIHR) pubblicano congiuntamente il parere  in cui è trattato il tema delle infezioni: joint scientific opinion on AMR focused on infections that can be transmitted to humans from animals and food (i.e. zoonotic diseases che possono essere trasmesse dagli animali e dagli alimenti all’uomo (ovvero le malattie zoonotiche).

Ma soltanto nel giugno 2017 la Commissione partorisce il Piano d’azione sanitario unico dell’UE contro l’AMR [Vedi qui], come richiesto dagli Stati membri nelle conclusioni del Consiglio del 17 giugno 2016.
Luglio 2017 – Una relazione dell’EFSA,EMA ed ECDC presenta nuovi dati sul consumo di antibiotici e sulla resistenza agli antibiotici. I dati evidenziano un miglioramento della sorveglianza in tutta Europa. Il rapporto conferma il nesso tra consumo di antibiotici e resistenza agli antibiotici sia nell’uomo sia negli animali destinati alla produzione di alimenti.

EFSA conclude: “…per contrastare la resistenza agli antimicrobici occorre un approccio OLISTICO e multisettoriale che coinvolga diversi settori (medicina umana, medicina veterinaria, ricerca, zootecnia, agricoltura, ambiente, commercio e comunicazione)…”[leggi dal sito ufficiale].
Questo approccio olistico manca completamente nell’agricoltura industrializzata, mentre è alla base dell’agricoltura biologica e naturale, quella praticata dalle piccole aziende dagli agricoltori e i contadini che curano la loro terra senza sfruttarla.

I grandi numeri negli allevamenti intensivi, le monocolture, le monosuccessioni colturali impediscono l’applicazione della visione olistica della produzione agricola, che spesso si riduce ad una sola e unica fase di produzione, in cui la terra rappresenta solo ‘un substrato’. e dove l’operatore agricolo non conosce nemmeno il processo che sta a monte e a valle del proprio ‘pezzo di produzione’. Proprio come in una catena di montaggio.

Il secondo argomento all’ordine del giorno al G20 è Il cambiamento climatico.
Così recita il trafiletto di presentazione del seminario sul sito ufficiale:E’ una delle più grandi sfide del nostro tempo e i suoi impatti negativi indeboliscono la capacità di raggiungere uno sviluppo sostenibile e minacciano la resilienza (sostantivo diventato di gran moda dal governo Draghi in poi, N.d.r.) del settore agricolo. Per questo motivo, sono necessari un forte impegno politico, investimenti nella ricerca e il trasferimento dei risultati agli agricoltori affinché essi possano trovare strategie e soluzioni efficaci per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico”

La stragrande maggioranza degli esperti individua nell’agricoltura “industrializzata” e nell’allevamento intensivo una delle cause principali dell’emissione in atmosfera di gas serra:  Lo sostiene, ad esempio, un documento che trovo nel sito ufficiale della Confederazione Svizzera: “i più importanti [fattori che concorrono all’emissione di gas serra] sono il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e l’anidride carbonica (CO2). Essi derivano dalla digestione dei ruminanti, dai concimi azotati o dalla combustione di carburanti e combustibili fossili per macchine ed edifici agricoli. La CO2 viene anche assorbita o liberata dai terreni agricoli tramite il loro utilizzo (lavorazione del suolo, concimazione, avvicendamento delle colture)” [Qui].

Se guardiamo all’Italia, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) valuta che il settore agricoltura concorra per il 7% circa alle emissioni nazionali di gas serra, al 94% delle emissioni nazionali di ammoniaca. Sempre l’ISPRA sostiene che esistono delle tecniche agricole che ne permettono una sensibile diminuzione, purtroppo “a differenza di altri settori, le emissioni derivanti dall’agricoltura, proprio per la peculiarità del settore, cioè di produrre cibo, sono in parte incomprimibili e pertanto diventerà sempre più rilevante il contributo di questo settore alle emissioni di gas serra”. https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2020/04/il-quadro-emissivo-in-italia 

Peculiarità del settore”? “Emissioni incomprimibili” ???
In realtà la produzione di cibo nei Paesi avanzati (G20) è ampiamente superiore alla domanda. A dispetto dell’enorme quantità di spreco alimentare nelle società cosiddette avanzate, c’è lo strozzinaggio che la rete commerciale che la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) impone ai produttori agricoli in generale per raggiungere un reddito decente dell’impresa.
P- per inciso, dalla fine degli anni 80′ non si parla più, infatti, di contadini, ma di imprenditori agricoli, che possono anche non sporcarsi le mani con la terra, ma strizzano il lavoro degli operai agricoli i dipendenti e vivono sul profitto dell’impresa – che li obbliga a produrre sempre maggiori quantità di prodotti che devono vendere a prezzi sempre più bassi.
Insomma, una impresa agricola industrializzata funziona nel medesimo modo di una impresa industriale.

Al ricatto del prezzo di mercato si ribellano gli agricoltori della rete Genuino Clandestino e Terra Bene Comune . Dicono No alla logica del profitto, allo sfruttamento della Terra, degli animali, e delle persone: i lavoratori, gli operai agricoli. E vogliono essere ascoltati e riconosciuti, chiedono spazi di terra e di vita.
Sabato 18 settembre alle ore 13,00 i contadini libertari di Genuino Clandestino e Mondeggi Bene Comune, insieme ai simpatizzanti della Terra e ai difensori della Natura, si troveranno in Piazza Poggi a Firenze per dire basta alle falsità dei 20 grandi della Terra e riaffermare il diritto ad un’agricoltura veramente rispettosa della Terra, ad un cibo sano non malato all’origine, a una vita in armonia con la natura. La marcia partirà alle 14,00.

Su questo quotidiano potete leggere il testo integrale dell’Appello dei contadini libertari che convocano la Marcia per la Terra [leggi Qui].
Per partecipare alla Marcia – scherza uno dei giovani organizzatori – non è però necessario essere un contadino, lavorare la terra o coltivare un orto. La Marcia è aperta a tutti, perché la salute, l’ambiente e la giustizia sociale riguardano tutti.”.

L’UNICA CHE ABBIAMO
22 Aprile: Giornata Mondiale della Terra

 

Probabilmente il nostro pianeta, la Terra, la cui festa viene celebrata quest’anno il 22 aprile, sarà ben contenta dei tanti libri pubblicati in questi ultimi tempi che trattano i temi dell’ambientalismo e del cambiamento climatico. Meno contenta sarà invece dell’atteggiamento di politici e governanti che, nella maggior parte, continuano imperterriti e sordi agli innumerevoli appelli provenienti dal mondo della scienza e alle proteste di cittadini di tutto il mondo, specie giovani, portate avanti negli ultimi anni. Politici e governanti che continuano a permettere attività produttive e pratiche inquinanti e distruttive della biosfera terreste. Che giornata sarà allora per la Terra? Conosciuta nel mondo come Earth Day, è l‘evento green che riesce a coinvolgere il maggior numero di persone in tutto il pianeta, nel periodo dell’equinozio di primavera.

Come e quando è nata la Giornata della Terra

USEPA Photo by Eric Vance

Si deve a John McConnell, un attivista per la pace che si era interessato anche all’ecologia. Nell’ottobre del 1969, durante la Conferenza dell’UNESCO a San Francisco, McConnell propose una giornata per celebrare la vita e la bellezza della Terra e per promuovere la pace. Per lui la celebrazione della vita sulla Terra significava anche mettere in guardia tutti gli uomini sulla necessità di preservare e rinnovare gli equilibri ecologici minacciati, dai quali dipende tutta la vita. La prima celebrazione fu il 21 marzo 1970, mentre un mese dopo, il 22 aprile 1970, la definitiva Giornata della Terra – Earth Day veniva costituita dal senatore degli Stati Uniti Gaylord Nelson, come evento di carattere prettamente ecologista.
Fu invece Denis Hayes, in un contesto storico dove si era appena presa coscienza dei rischi dello sviluppo industriale legato al petrolio, a rendere la manifestazione una realtà internazionale: Hayes fondò l’Earth Day Network arrivando a coinvolgere più di 180 nazioni. La proclamazione della Giorno della Terra ufficializzava, con un elenco di principi e responsabilità precise, un impegno a prendersi cura del Pianeta. Questo documento venne firmato da 36 leader mondiali, tra cui il Segretario generale delle Nazioni Unite U Thant, con l’ultima firma, aggiunta nel 2000, di Mikhail Gorbachev.

Nel 1990 la Giornata della Terra mobilitò 200 milioni di persone in 141 paesi ponendo l’attenzione sulle questioni ambientali a livello mondiale, dando un impulso enorme alla cultura del riciclo, e contribuendo ad aprire la strada per il Summit della Terra organizzato dalle Nazioni Unite nel 1992 a Rio de Janeiro.
Nel 2000 la Giornata mondiale della Terra combinò lo spirito originale dei primi Earth Day con l’internazionalismo dell’evento del ’90. In quell’anno vennero coinvolti più di 5.000 gruppi ambientalisti, raggiungendo centinaia di milioni di persone in 183 paesi.

Il tema della Giornata della Terra 2019 è stato Proteggi le nostre specie. Gli scienziati paventano il pericolo di una sesta estinzione di massa, di un “annichilimento biologico” della fauna selvatica, che, a differenza delle precedenti, causate da catastrofi e disastri naturali, sarebbe il primo evento provocato dall’uomo. La distruzione e lo sfruttamento degli habitat unitamente agli effetti del cambiamento climatico stanno, infatti, determinando la perdita di metà della popolazione mondiale di animali selvatici.
Nel 2020 si è celebrato il 50 anniversario della Giornata della Terra in corrispondenza delle prime chiusure nazionali per la pandemia di COVID-19.

Ma quali sono oggi le condizioni dell’ambiente terrestre? 

Nel 2019, secondo ISPRA , in Italia le emissioni di gas serra sono diminuite del 19% rispetto al 1990, passando da 519 a 418 milioni di tonnellate di CO2 equivalente e del 2,4% rispetto al 2018 (- 0 milioni di ton), grazie a fonti rinnovabili ed efficienza energetica. Per il 2020 si stima un ulteriore -10% rispetto al 2019, ma principalmente a causa delle restrizioni dovute alla epidemia di Covid. Tale diminuzione, ribadisce ISPRA in un comunicato stampa, “anche se si è ancora in attesa di avere tutte le informazioni necessarie per una stima definitiva, è avvenuta a fronte di una riduzione prevista del PIL pari all’8.9%”. L’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (-12,6%), per la minore domanda di energia, e dalla riduzione dei consumi energetici anche in altri settori: industria (-9,9%), trasporti (-16,8%) a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e riscaldamento (-5,8%) per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali”.
“Un taglio, afferma Luca Mercalli in un recente articolo, che si dovrebbe mantenere ogni anno per frenare la corsa verso un mondo rovente e invivibile, attraverso una strategia di decarbonizzazione a lungo termine che permetta di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, come annunciato dall’Italia a Bruxelles nel quadro dell’accordo di Parigi”.

Quanto dichiarato dal climatologo viene confermato da Italy for Climate [vedi il sito]. Questa Fondazione promossa da un gruppo di imprese e di associazioni di imprese scrive che “il calo del 2019 è ancora molto lontano da quanto sarebbe necessario per raggiungere la neutralità climatica entro metà secolo”. Secondo la Roadmap climatica delineata dalla Fondazione “l’Italia nel 2019 avrebbe dovuto ridurre le emissioni di gas serra di 17 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, allineandosi così con l’obiettivo del -55% rispetto al 1990 indicato dal Green Deal europeo come tappa intermedia al 2030 per la neutralità climatica”.

A conferma di quanto detto da Mercalli, ci sono i dati, abbastanza impressionanti, dell’aumento del numero di eventi estremi in Italia (fonte European Severe Weather Database) tra il 2018 e il 2019, passati da circa 1000 a 1668, quando la media degli ultimi anni era stata di circa 600 eventi.

Vorrei suggerire la lettura di qualche libro, citandone, tra i tanti, alcuni che mi hanno particolarmente colpito per il messaggio proposto. Inizio con Ora – La più grande sfida della storia dell’umanità, dell’astrofisico Aurelien Barrau, un testo che nasce dall’appello di scienziati, artisti, filosofi, scrittori in occasione delle dimissioni di Nicolas Hulot, ministro francese della Transizione Ecologica e solidale fino a metà del 2018. “Non considerare l’ecologia la principale priorità del nostro tempo – scrive Barrau – si confìgura come un crimine contro il futuro. Non attuare una rivoluzione nel nostro modo di esistere si confìgura come un crimine contro la vita. È tempo di guardare in faccia l’agonia del mondo e impegnarsi seriamente”.

Un altro libro, uscito ad inizio 2021, è quello di Federico Butera, professore emerito ed ex docente di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano. Già dal titolo, Affrontare la complessità – Per governare la transizione ecologica, si comprende il percorso che l’autore intende trattare. “Affrontare la complessità – si legge nella presentazione – fa chiarezza sulle questioni ambientali – l’inquinamento, i cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani, i consumi di acqua e di risorse, le trasformazioni dei suoli e la distruzione della biodiversità – da una prospettiva che evidenzia le interconnessioni tra le parti di quel sistema meravigliosamente complesso che è il nostro pianeta. Viviamo in un’epoca, l’Antropocene, in cui gli impatti delle attività umane sul pianeta hanno raggiunto livelli senza precedenti. Anche se la quantità di analisi e ricerche scientifiche su questi temi è ormai sconfinata, è sempre più difficile orientarsi tra fake news e fonti credibili. Per questo, servono strumenti per imparare a ragionare nel modo corretto su questi argomenti, centrali per il benessere, presente e futuro, delle nostre società”.

L’umanità in pericolo-Facciamo qualcosa subito, è un testo di un autrice, Fred Vargas, conosciuta come giallista, ma di professione ricercatrice in Archeozoologia presso il CNRS francese. Scrive Fred Vargas: “Per anni le élite politiche e finanziarie hanno nascosto la verità. Senza una drastica riduzione delle emissioni di CO2, entro il 2100, fino al 75% degli abitanti del pianeta potrebbe essere annientata da ondate di calore. Cambiare non è solo auspicabile ma necessario. Dobbiamo modificare la nostra dieta per incidere sempre meno sul cambiamento climatico; ridurre drasticamente la produzione di rifiuti e passare all’energia pulita. Lavorando insieme, riflettendo e immaginando soluzioni, l’umanità può ancora cambiare rotta e salvare sé stessa e il pianeta”.

Concludo con una citazione dal libro Ora di Barrau che mi sembra sintomatica del nostro tempo, dell’oggi che stiamo vivendo: “I «sognatori» oggi non sono gli ambientalisti, ma quanti pensano di poter sfidare le leggi fondamentali della natura. E il loro sogno diventa il nostro incubo”.

Cover: USEPA Photo by Eric Vance – su licenza Creative Commons

Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.

O LA BORSA O LA VITA
Acqua Bene Comune VS Privatizzazione e Speculazione Finanziaria

 

Le ricorrenze rischiano sempre di diventare momenti celebrativi oppure di portare a ragionamenti scontati. Non fa certo eccezione la Giornata Mondiale dell’ Acqua ta  , che, da lungo tempo, è proposta per oggi 22 marzo: è facile aspettarsi proclami più o meno dotti sull’importanza dell’acqua come risorsa essenziale per la vita, sulle minacce cui essa è esposta dal cambiamento climatico e anche appelli perché se ne faccia un uso responsabile e sostenibile.
Per fortuna, però, c’è anche chi non si incammina su questa strada, come il Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che ha scelto di “dedicare” questa scadenza ad una brutta vicenda, ma che rende bene l’idea del punto al quale siamo arrivati.
Mi riferisco al fatto che, per la prima volta nella storia – il 7 dicembre 2020 – è stato costruito un contratto “future” sull’acqua alla Borsa Merci di Chicago, una delle piazze finanziarie più importanti al mondo. Con tale scelta, si arriva ad un vero e proprio salto di qualità: non solo l’acqua è completamente mercificata, ma ora si può tranquillamente trattarla come base per la speculazione finanziaria.

Questa, infatti, è oggi la natura dei contratti futures scambiati in Borsa. Ma cosa sono essi esattamente? I futures, in realtà, non sono nient’altro che contratti derivati che impegnano due parti (un acquirente e un venditore) a effettuare una compravendita di una merce o di un titolo ( il cosiddetto sottostante) ad una certa data e ad un determinato prezzo.
L’esempio più classico è quello dell’agricoltore che vende una certa quantità di grano al mugnaio a un prezzo definito oggi per una consegna spostata nel tempo ( 1 quintale di grano al prezzo di 100 $ scambiati tra sei mesi). Inizialmente, dunque, quando nascono, a metà dell’ ‘800, i futures svolgono una funzione assicurativa: al di là di come andrà il raccolto del grano, il compratore e il venditore sanno che si scambieranno il grano a quell’epoca e a quel prezzo, ovviamente mettendo in conto le possibili perdite o guadagni, ma avendo entrambi quella certezza.
Nel corso del tempo, però, da quando è diventato abituale collocare e scambiare i futures in Borsa, essi possono essere venduti o comprati in qualunque momento, senza aspettare la scadenza prefissata, e al prezzo esistente in quel momento.
Non si negoziano più i futures per avere quella merce a quel prezzo alla data prefissata, ma diventano uno strumento speculativo: compro un contratto futures con il prezzo del grano a 100 $ a sei mesi, ma se dopo 2 giorni il prezzo del grano sale a 105 $ , rivendo il mio future, lucrando sulla differenza del prezzo.
Di fatto, si compiono vere e proprie scommesse sull’andamento del prezzo della merce, tant’è che meno del 2% dei contratti futures negoziati arrivano alla scadenza definita. Siamo alla finanza-casinò, quella che ha contraddistinto l’attività finanziaria negli ultimi decenni, guidata dall’imperativo di fare i soldi con i soldi ( e molto spesso, con quelli degli altri), che peraltro ha fortemente contribuito alla crisi del 2008 e degli anni successivi.

Ora, al di là del fatto che il future sull’acqua originato alla Borsa di Chicago è ancora più complesso di come l’ho descritto, rimane il dato di fondo che l’acqua è entrata nel vortice della finanza speculativa. E, purtroppo, non appare come un fatto episodico, ma una realtà costruita da un elemento strutturale, come hanno ricordato i dirigenti di CME Group che hanno dato vita al future sull’acqua, e cioè che, a causa del cambiamento climatico, dell’aumento della popolazione, del peggioramento qualitativo dell’acqua, essa è destinata a diventare bene sempre più scarso e soggetto all’accapparamento, per cui inevitabilmente essa non può che essere governata dalla logica del mercato, della domanda e dell’offerta per fissarne il prezzo e, infine, come tutte le merci, anche ai processi speculativi.

Non solo è sacrosanta l’indignazione per questa deriva, che va in direzione opposta all’idea che l’acqua sia un bene comune e il suo accesso deve essere garantito a tutti, come diritto umano universale, sancito dalle stesse prese di posizione dell’ONU, ma occorre anche costruire un’iniziativa adeguata per contrastarla.
Lo si sta facendo a livello internazionale. E in Italia 
lo si è fatto nei giorni passati, con la petizione promossa dal Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che in poco tempo ha raccolto oltre 43.000 firme [firma anche tu Qui]  e che abbiamo chiesto di presentarla oggi al Presidente del Consiglio e ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato. Nella stessa direzione andrebbe anche l’approvazione della legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico, elaborata a suo tempo sempre dal Forum dei Movimenti per l’Acqua, ferma dall’inizio della legislatura alla Commissione Ambiente della Camera e che l’attuale maggioranza di governo non sembra lontanamente aver l’intenzione di discutere, così come la riscrittura della parte del Recovery Plan in tema di tutela del territorio e dell’ acqua, dotato, nell’ultima versione conosciuta, di risorse insufficienti, mal indirizzate e, ancor più, ispirato da una logica di ulteriore privatizzazione del servizio idrico, in particolare nel Mezzogiorno.
E ancora: occorre bloccare l’improvvida  intenzione avanzata da alcuni Comuni (Firenze, Assisi e Ferrara), con il sostegno del Ministero degli Esteri, di candidare il nostro Paese a ospitare nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua, scadenza espressione del pensiero mercatista delle grandi aziende multinazionali che gestiscono il servizio idrico.

Realizzare ora gli obiettivi sopra indicati assume grande valore, a maggior ragione ora che stiamo avvicinandoci al decennale dei referendum sull’acqua e sul nucleare svoltisi il 12 e 13 giugno 2011.
Si tratta di una una scadenza importante, non per farne l’ennesimo appuntamento celebrativo, ma per rimarcare che la maggioranza assoluta dei cittadini italiani si sono espressi in modo chiaro e preciso e che quell’esito è stato largamente disatteso e contraddetto.
Intendiamoci: non che quel risultato non sia servito, visto che senza quel pronunciamento il servizio idrico sarebbe stato totalmente privatizzato entro la fine del 2011, Nello stesso tempo, però, abbiamo presente che, non solo non è stata attuata la ripubblicizzazione del servizio idrico, ma, sia pure in modo più strisciante, la privatizzazione è andata avanti comunque e, con la complicità dell’Agenzia regolatoria nazionale che ha compiuto un’operazione degna delle ‘tre carte’, è rimasto il profitto garantito nelle tariffe.
Di fatto, siamo di fronte ad un attacco deliberato alla democrazia, con l’intento – purtroppo in gran parte riuscito – di diffondere sfiducia e rassegnazione nei confronti della mobilitazione collettiva. In ogni caso, il movimento per l’acqua pubblica continuerà la propria iniziativa. Sappiamo che stiamo parlando del futuro, che i processi in corso, a partire dal cambiamento climatico e dalla stessa pandemia, ci consegnano l’alternativa tra la Borsa e la vita, tra i Beni Comuni e la mercificazione e finanziarizzazione degli stessi, tra la cura e il profitto. Non penso ci siano dubbi da che parte stare.

Partecipa al webinar su zoom “il futuro dell’acqua in borsa”, oggi, lunedì 22 marzo, alle ore 18,30 [clicca Qui] 

Riscaldamento globale o cambiamento climatico?
L’importanza del framing

Siamo nel 2002, George W. Bush è arrivato da un anno alla Casa Bianca e ha un problema: come minimizzare la questione ambientale.
Il riscaldamento globale era stato infatti al centro della campagna elettorale del suo sfidante, Al Gore, e anche se era stato sconfitto, il tema si era ormai radicato nel discorso pubblico.
È quindi il momento di entrare in azione per il mago delle parole Frank Luntz. Repubblicano, consulente politico e di comunicazione, maestro del framing. Si tratta dell’azione di creare frame, ovvero cornici mentali cariche di significato che inquadrano i concetti; il formato nel quale ci viene presentata una determinata informazione incide sulle nostre decisioni. Una volta inoculata la cornice nel discorso pubblico, essa sarà il nuovo “campo di gioco”.
L’idea geniale di Luntz è la seguente: il Presidente, i suoi collaboratori e, con l’effetto domino, anche chi è politicamente più distante non dovranno parlare di “riscaldamento globale”, bensì di “cambiamento climatico”.
L’espressione “riscaldamento globale” richiama immediatamente il nocciolo del problema: la temperatura globale si sta alzando, ciò porta e porterà a disastri naturali, l’essere umano è responsabile. Parte della strategia infatti è deresponsabilizzare l’uomo, facendo leva sulle incertezze scientifiche (per quanto invece esista un generale consenso da parte della comunità scientifica).
Al contrario, l’espressione “cambiamento climatico” è apparentemente neutra e, come ha notato il linguista George Lakoff, la parola “clima” è capace di suscitare alla mente qualcosa di piacevole, come una spiaggia o delle palme al mare.

Speranza, ambiente

Cambiare tutti per cambiare veramente

Cambiare è una scelta di libertà e ragionevolezza

È molto preoccupante verificare che chi avrà l’onere di investire le risorse messe a disposizione dall’Europa per rilanciare lo sviluppo del nostro Paese, non abbia alcuna visione di futuro da trasformare in progetti strutturali e lungimiranti.
Questa mancanza di visione è evidente perché le proposte di soluzione fatte dalla classe politica, governo e opposizione, fino ad ora, sono legate solo all’urgenza. Infatti, non c’è ancora stato un tentativo di formulazione di un progetto di investimenti a lungo termine, se non in forma di annuncio roboante quanto indefinito. I casi sono due: o non si ha idea di una strategia o, se c’è, non è condivisa con il parlamento e con gli Italiani e questo non è democratico. Mi dispiace criticare chi ci governa, perché se cadesse il governo adesso l’alternativa sarebbe peggiore. Però non posso tacere e devo sollecitare un cambiamento reale e democratico, quindi di effettiva comunicazione e condivisione.

I giovani del mondo, con il movimento “Friday for future” hanno sollecitato i potenti a pensare non più in maniera localistica, o per settori limitati della società, ma a guardare il mondo e l’umanità come un unico soggetto che abita un unico ambiente. La crisi pandemica ha rapidamente trasformato questa dimensione globale da concetto ideale possibile in tangibile esperienza quotidiana che coinvolge tutti. L’unico documento ufficiale da parte di un capo di stato ad aver risposto a questa sollecitazione dei giovani è stata l’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco che ha saputo dare una progettualità concreta a questa domanda altrettanto concreta e urgente. L’Europa e il nostro governo potrebbero prendere spunto da questo documento per iniziare la nuova realtà politica e sociale che da tempo il mondo attende.
Infatti, questa crisi non è solamente un problema ecologico, climatico o economico: è una convergenza di questi tre mondi. La pandemia, conseguenza della crisi ecologica, ha accelerato e fatto emergere il limite del pensiero unico economico-liberista, che ha svelato a sua volta e acuito le mai risolte ingiustizie sociali che impediscono l’attuazione di una vera democrazia. Ne è un esempio l’insufficienza del servizio sanitario e, forse ancora peggio, la spietata concorrenza fra i diversi gruppi di ricerca scientifica per arrivare primi alla creazione di un vaccino che ancora una volta non sarà per tutti ma vedrà alcuni gruppi di popolazioni scartati, con costi enormi economici e sociali.
Questo non vale solo per l’Italia o l’Europa: ci troviamo per la prima volta ad un punto di rottura storico che riguarda tutto il mondo. La sollecitazione a pensare in modo universale necessariamente richiede di partire da un nuovo punto di vista che abbia le stesse caratteristiche del fattore di crisi: che sia contemporaneo e globale, cioè complesso.

Il nuovo luogo da cui guardare è il futuro dell’umanità.

Dunque, si dovrà scegliere se questo futuro avrà la durata limitata a qualche decina di anni e dovrà riguardare poche migliaia di persone, abitanti una più o meno grande porzione di terra, oppure se deve riguardare l’intera umanità e la terra come pianeta nell’universo e perciò prevedere un tempo illimitato. La prima scelta richiede di mantenere l’attuale modo di vivere: in continua emergenza, cercando di arginare le conseguenze, via via sempre più profonde e complicate, sempre più impellenti e in costante accelerazione, come questi ultimi decenni ci hanno mostrato. Ci sono dati recenti che rilevano che i fenomeni dei cicloni e degli uragani che si sono verificati in Italia e nel mondo sono aumentati di frequenza e in potenza distruttiva.
Oppure si può decidere di fare un salto evolutivo: cambiare decisamente la scala di valori e mettere al primo posto la persona e la comunità come progetto comune. Questa scelta comporta il costruire una nuova qualità della vita che vede l’ambiente naturale come luogo comune di convivenza e condivisione della realizzazione delle singole potenzialità.
Questa seconda opzione non si verifica in maniera automatica: ci vogliono un atto di volontà, una visione ed un progetto. Bisogna imparare a pensare in modo nuovo e questo richiede un investimento per la formazione di tutti, per darsi gli strumenti culturali e di confronto adatti ad acquisire la consapevolezza del valore dell’essere umano che dobbiamo ancora oggi definire sia nella sua natura sia nelle sue potenzialità.

Un atto di volontà viene compiuto solo se è finalizzato a qualcosa di concretamente raggiungibile e di cui valga veramente la pena, perché quello che si deve abbandonare è la sicurezza e il conforto del già conosciuto in favore di ciò che è desiderabile ma ancora del tutto ignoto e non sperimentato. Questo atto di volontà, perché non sia un salto nel buio, deve essere ragionevole, perciò bisogna dare credito a sé stessi, ai propri desideri, che anche se incompiuti come pensiero, nascono da ciascuno di noi per cui rispecchiano la nostra stessa natura, non ci lavorano contro, non creano attrito, anzi danno forma e senso a ciò che era ineffabile e indeterminato prima di essere da noi nominato.

Così si incomincia a costruire un pensiero che origina dall’essere umano e si apre alla relazione con l’altro. In questo confronto si sviluppa il linguaggio per una nuova antropologia, non più basata sulla sopraffazione e sullo scontro, ma che si definisce nella rivelazione di sé all’altro, perché si è diversi. Si realizza nel gusto di conoscere ciò che ci è ignoto, dove la diversità e l’unicità delle persone sono la ricchezza, il valore aggiunto, pur nel desiderio della condivisione di una realtà comune.
Se si vuole rallentare fino a modificare il cambiamento climatico da noi provocato per abitudini sociali e scelte economiche incoscienti e poco lungimiranti, dobbiamo cambiare i nostri comportamenti, quindi dobbiamo usare tutte le risorse possibili e immaginabili per creare occasioni e spazi dove iniziare a sperimentare questo nuovo modo di conoscersi e relazionarsi. Questa è l’unica visione che permetterebbe di invertire il processo distruttivo dell’ambiente e di trasformare questo momento di crisi in occasione di aprire ad una nuova vita.

PER CERTI VERSI
I ghiacciai se ne vanno

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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* Dedicato allo scioglimento del ghiacciaio del mandrone sull’Adamello

I GHIACCIAI SE NE VANNO *

I ghiacciai se ne vanno
Non salutano
Urlano
Il loro rauco
Spaventoso addio
Collassano
Gli enormi
Liquefatti compagni di vita
Sbarcano nel caldo che li ha uccisi
Annegano
Nella loro acqua
Sono sempre meno
Sempre più piccoli
Quanto più grande
La nostra inerzia
La nostra cecità

Gli struzzi
Gli struzzi

ECONOMIA E SOCIETA’ NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS:
una storia diversa da quella che ci raccontano

Nulla sarà più come prima”, “E’ come essere in un’economia di guerra” e altre iperboli di questa natura sono diventati commenti comuni nel descrivere quanto sta succedendo a seguito della diffusione della pandemia legata al coronavirus. E questa volta bisogna dire – e avere la consapevolezza – che sarà proprio così, che non siamo in presenza di affermazioni esagerate o sensazionalistiche. La crisi sociale ed economica che deriva dalla pandemia coronavirus, ancora di più di quella iniziata con il 2008 e in realtà mai finita, evidenzia l’insostenibilità del modello neoliberista, del capitalismo rapace e dominato dalla finanza che si è costruito dagli anni ‘80 del secolo scorso e che oggi è giunto al capolinea e non potrà più essere riproposto negli stessi termini.
Come in tutti i passaggi epocali – e oggi siamo di fronte a ciò – usciremo da queste vicende con un quadro economico e sociale molto diverso da quello di oggi, in meglio o in peggio. Per provare ad uscirne costruendo una condizione positiva per le persone, a partire da quelle che vivono una situazione di debolezza e fragilità, occorre  dotarsi se non di una bussola, perlomeno di alcune coordinate per orientarsi in quella che sembra una realtà, se non intellegibile, comunque complessa.
Questo ci serve anche nell’immediato: perché l’emergenza va trattata come tale, con provvedimenti e comportamenti adeguati ad essa, ma la paura e l’angoscia che l’accompagna può essere, almeno in parte, arginata facendo ricorso al sentimento e all’azione di vicinanza e solidarietà, nelle condizioni date, e al pensiero lungo e riflessivo.

Provo ad ordinare alcuni di questi pensieri.
Un primo tema si dipana attorno alla questione della sanità pubblica e, più in generale, dei servizi pubblici. Tutti ora si sperticano a sottolineare il suo ruolo fondamentale e insostituibile e a chiamare eroi tutte le persone che lì vi lavorano. Peccato che veniamo da anni in cui la sanità pubblica è stata dipinta, nel pensiero dominante, come fattore di spreco, settore che assorbiva troppe risorse e che doveva essere razionalizzato: modo elegante per dire che si trattava di operare tagli significativi e ampliare il ruolo dei soggetti privati.
E infatti così è successo: la spesa sanitaria pubblica nel nostro Paese, secondo i dati della Ragioneria dello Stato, cala, in proporzione sul PIL, dal 7% del 2008 al 6,8% del 2017, scendendo al di sotto della media europea (7%), mentre cresce nello stesso periodo in Germania ( dal 6,4% al 7,1%) e in Francia ( dal 7,4% all’8%). Tutto questo avviene mentre l’Italia è il paese europeo con la maggiore percentuale di individui oltre 65 anni, il che si traduce anche nel fatto che, come ci spiega l’Ufficio Parlamentare per il Bilancio, dal 2012 al 2018 la spesa privata delle famiglie per l’assistenza sanitaria per cura e riabilitazione è cresciuta del 25,1 %. Dunque, la spesa complessiva per la salute (e anche l’accesso alle cure) si riduce e grava sempre più sulle singole persone e famiglie.
Questo è ulteriormente testimoniato dall’andamento dei posti letto ospedalieri, che si contraggono da 3,9 per 1000 abitanti nel 2007 a 3,2 nel 2017 ( circa 35.000 in meno in valori assoluti), contro una media europea diminuita da 5,7 a 5, senza che ci sia stato un sufficientemente potenziamento dei servizi territoriali. Infine, il personale a tempo indeterminato del Servizio Sanitario Nazionalegli eroi di oggi, fino a ieri da molte parte inseriti nel novero dei ‘fannulloni’ dell’esercito dei dipendenti pubblici – nel 2017 è risultato inferiore a quello del 2008 per circa 42.800 lavoratori (da circa 689.200 a circa 647.000, con una diminuzione del 6,2 %), per effetto in particolare del blocco del turn-over e del contenimento della spesa.
Insomma, le vicende di questi giorni ci dicono senza equivoci che occorre un’inversione di tendenza radicale rispetto agli orientamenti applicati alla sanità pubblica negli ultimi decenni: da costo insostenibile, da sacrificare sull’altare del rientro dal debito pubblico e sulla base di una falsa presunzione di risorse economiche impossibili da reperire, a investimento essenziale per salvaguardare la vita e la salute delle persone. Diventa necessario affermare questo rovesciamento di paradigma, quello che subordina i diritti fondamentali alle logiche economiche dettate dal mercato e dalla finanza. Come hanno bene argomentato il noto antropologo Jared Diamond e il virologo Nathan Wolfe in un illuminante articolo uscito su La Repubblica del 21 marzo scorso, non possiamo pensare che la pandemia (in questo caso derivante dal coronavirus) sia un fatto unico e eccezionale, ma possa invece ripresentarsi anche nel futuro.

Tutti questi ragionamenti relativi alla sanità vanno necessariamente estesi all’insieme dei servizi pubblici che garantiscono i beni comuni, dall’acqua all’istruzione e alla cultura, dal ciclo dei rifiuti all’energia, tutti sottoposti negli anni passati alla medesima ‘cura’ di privatizzazioni e de-finanziamento pubblico.

Bisogna poi allargare lo sguardo e ragionare su quella che si preannuncia essere una crisi economica ben più grave di quella sviluppatasi a partire dal 2008. Non è certo facile fare previsioni in questo contesto, ma alcuni elementi sono già abbastanza chiari. Innnanzi tutto, appare evidente che questa di oggi assomiglia più alla crisi dell’ultimo dopoguerra piuttosto che a quella apertasi con il 2008. Quest’ultima, infatti, ha preso le mosse da una crisi finanziaria, il fallimento della Lehman Brothers, mentre quella che si prefigura oggi è una crisi dell’economia reale, con una caduta brusca della produzione, dei consumi e dei redditi. Del resto, non casualmente, (come è apparso su Il Sole 24 Ore) nei primi 15 giorni di marzo, i consumi di energia sono crollati nel nostro Paese di circa il 10-15%. Un dato che va preso con le pinze, visto che si riferisce ad un arco di tempo molto limitato, ma che fa correre la memoria molto di più al dopoguerra (nel 1943 i consumi di energia elettrica calarono di circa il 10%), che non alla crisi del 2008-2009, quando questi si ridussero rispettivamente dello 0,1% e del 5,7%.
Un secondo elemento è che questa crisi si innesta su una fragilità del sistema economico mondiale, dominato dalla logica neoliberista, tant’è che molti economisti, già da tempo, si interrogavano non se si sarebbe registrata una nuova situazione di crisi, ma quando essa si sarebbe manifestata. Il fatto è che le ricette messe in campo dopo il 2008-2009 mostravano, già prima della vicenda coronavirus, la loro incapacità di far fronte in modo strutturale ai problemi allora emersi, riproducendo uno scenario simile a quello che aveva prodotto quella crisi. Infatti, a partire dal 2008, il sistema economico è stato inondato di liquidità per gli istituti di credito, i fondi di investimento e le imprese: il famoso Quantitative easing di Draghi fa esattamente parte di questa strategia. Questa ‘cura’  ha fatto sì evitare il fallimento a catena delle banche, ma ha generato un mondo alla rovescia, per cui in molti Paesi i tassi di interesse sono diventati negativi, cioè anziché pagare un interesse per prendere denaro a prestito, si riceve un premio! Una situazione di questo tipo, a sua volta. ha sospinto i vari soggetti economici a livelli di indebitamento molto elevati, favorendo potenti movimenti speculativi, ma mettendoli in una situazione ad alto rischio. Un rischio che diverrebbe triste realtà nel momento in cui questa nuova bolla finanziaria esplodesse e costringesse al rientro dal debito, che oggi a livello mondiale viaggia a cifre stratosferiche, raggiungendo il 226,5% del Pil mondiale nel 2018, a un soffio da 188mila miliardi di dollari (nel 2007 si attestava a meno del 194% del Pil). E’ proprio questa fragilità di fondo del sistema economico-finanziario che ha fatto sì che in queste settimane le Borse di tutto il mondo abbiano conosciuto un vero e proprio tracollo: la Borsa di New York in questi giorni ha ‘bruciato’ tutta la crescita straordinaria degli ultimi 3 anni della presidenza Trump, dovuta alla sfacciata politica protezionista e pro-imprese e finanza della destra reazionaria americana.

In terzo luogo, dopo gli sbandamenti e gli sbagli iniziali – vedi le dichiarazioni di Christine Lagarde – gli stessi governi dei Paesi cosiddetti ‘sviluppati’ sembrano rendersi conto che la nuova crisi necessita di interventi che vanno ben al di là di quanto anche solo pensato finora. Il governo italiano ha messo in campo una manovra, che peraltro non basterà, di 25 miliardi di euro, portando il rapporto tra deficit/PIL al 3,3%, un’ eresia inimmaginabile rispetto al totem del famoso vincolo del 3%. L’Unione Europea sospende il Patto di stabilità e crescita, che contiene anche quella prescrizione, e annuncia interventi per 1.100 miliardi di euro, e persino Trump annuncia un intervento di almeno 2.000 miliardi di dollari, la più massiccia della storia, pari a quasi il 10% del Pil, comprensiva di un assegno diretto alle famiglie (altra eresia, per l’economia mainstream) fino a 3.000 dollari.
Tutto bene, allora? Assolutamente no. Non solo perché queste misure possono essere decisamente insufficienti dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto perché esse si muovono in una logica emergenziale, che, se può avere una qualche giustificazione in questa fase, non è però in grado di affrontare il problema alla radice e provare a risolverlo. In realtà, non si potrà uscire da questa situazione senza mettere in campo un nuovo grande intervento pubblico – una sorta di nuovo Piano Marshall, come da più parti si dice – e un forte sostegno al reddito ai cittadini, che deve incrociarsi con un cambiamento profondo del modello produttivo e sociale, fondato sul potenziamento dei servizi pubblici, l’affermazione dei beni comuni e la riconversione ecologica dell’economia.

Qui emergono i nodi di fondo che ci stanno di fronte: un nuovo Piano Marshall, anche nella sua accezione più ristretta, quella che anima i governi, non potrà che essere finanziato in deficit. Visto che non possiamo aspettarci che, come nel dopoguerra, ci venga in soccorso l’America, chiusa su se stessa e comunque in evidente crisi di egemonia, l‘unica risposta non può che venire dallEuropa, che però deve cambiare in profondità le proprie scelte, a partire dall’introduzione degli eurobond, costruendo una solidarietà reale ed evitando di andare in ordine sparso, come sembra fare in questi giorni. E bisogna anche ‘convincere’ i mercati e chi li rappresenta, che da questo momento non sono più loro a comandare, che devono tornare ad essere subordinati all’interesse generale e che la salvaguardia della vita viene prima degli andamenti della Borsa e dello spread.
Per stare alle ‘piccole vicende’ di casa nostra, Confindustria deve farsi una ragione: sarà necessario un ruolo fondamentale dell’intervento pubblico, a differenza di quanto dichiara Carlo Bonomi, nuovo presidente in pectore della stessa, che qualche giorno fa affermava: “Non mi convince affatto l’idea che da questa nuova crisi si uscirà con lo Stato protagonista dell’economia. Lo Stato deve rimanere regolatore, non gestore”. Non si può invece, non si deve continuare a insistere per tenere aperte più fabbriche possibili, anteponendo la creazione di profitto alla salvaguardia della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Insomma, la strada per costruire un nuovo paradigma economico e sociale è tutt’altro che in discesa e comporterà mobilitazione sociale e politica. Ad essa non ci sarà alternativa, se non si vuole che si realizzino le fosche previsioni avanzate in questi giorni dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro, secondo la quale, senza interventi opportuni, la nuova grande recessione che si annuncia potrebbe distruggere 25 milioni di posti di lavoro nel mondo, più di quella del 2008, un ulteriore impoverimento dei lavoratori e una sostanziale riduzione del loro reddito assieme alla conseguente caduta dei consumi di beni e servizi.

Infine, non meno importante sarebbe ragionare sul tema del cambiamento climatico, delle possibili implicazioni che esso ha anche nelle vicende del coronavirus e, sopratutto, della sua strategicità rispetto alla costruzione di un nuovo modello produttivo e sociale. E ancora, sul ruolo della politica e della mobilitazione sociale in questo contesto. Ci si potrà tornare sopra, per ora mi pare di aver ‘tediato’ abbastanza il lettore. Mi limito ad una provvisoria conclusione, rubando una citazione dell’economista Raj Patel: Il problema dell’odierna crisi del capitalismo è che a risolverla si candida il capitalismo medesimo”. E’ esattamente così. E’ questo il grande rischio che dobbiamo evitare.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

le locuste della globalizzazione

A FerraraItalia avevamo inizialmente deciso di non parlare di coronavirus, cosa diventata impossibile con il rapido dispiegarsi del contagio; non lo faremo comunque nelle righe seguenti, se non a mo’ di introduzione.

Fin dall’inizio dell’epidemia, la grande presenza cinese nel continente africano non aveva mancato di sollevare preoccupazioni circa la probabile diffusione della malattia in Africa e i possibili contagi che ne sarebbero potuti derivare anche in Italia, per il tramite dei flussi migratori mediterranei. Una preoccupazione anche comprensibile per quanti non conoscono la reale portata della quantità di spostamenti di persone, che, per i più svariati motivi, si muovono sul pianeta. Ad oggi questo non sembra ancora essere successo, preferendo il signor virus viaggiare in business class aerea, anziché affrontare perigliosi tragitti per deserto e per mare.
In Africa però ci sono – oltre a questo e sperando che l’epidemia non dilaghi anche in quelle contrade – ben più gravi problemi: l’ultimo ci rimanda direttamente alla più nota delle piaghe d’Egitto: l’invasione delle locuste. Miliardi di ortotteri che si riproducono vorticosamente e sciamano divorando tutti i raccolti e le piantagioni che trovano sulla loro strada, mettendo alla fame milioni di persone che già vivono in condizioni di grave povertà. Una situazione assolutamente drammatica, per fronteggiare la quale, i paesi africani coinvolti (Kenya, Uganda, Somalia, Etiopia, Sud Sudan, Congo…) hanno chiesto aiuto urgente agli organismi internazionali. Si tratta di un flagello che, sommandosi ad altre fragilità endemiche, non mancherà di avere effetti anche sui flussi migratori regionali e globali.

Un’ invasione di queste proporzioni (che si sta allargando verso la penisola Arabica, l’Iran già in crisi per il coronavirus e l’Oriente) è fortemente associata al cambiamento climatico che, nell’Africa nera, sta facendo danni gravissimi. Desertificazione, siccità e conseguenti carestie (si pensi a quella tragica del Sahel) sono la conseguenza di un processo globale, che da quelle parti è assolutamente concreto, visibile più che altrove e che va considerato nelle sue conseguenze brutali, a prescindere da quali ne siano le cause (riscaldamento globale dovuto ad attività antropiche, cicli naturali o intreccio delle due).
L’invasione di locuste è resa ancor più drammatica da un situazione demografica in forte mutamento: in Africa l’esplosione demografica è decisamente preoccupante e totalmente fuori controllo: il continente aveva 221 milioni di abitanti nel 1950, 408 milioni nel 1975, 767 milioni nel 2000 e oggi ha superato abbondantemente gli 1,3 miliardi di persone.

Effetti del cambiamento climatico e dell’esplosione demografica richiederebbero azioni di mitigazione e controllo, possibili solo attraverso l’implementazione di politiche ambientali ed agricole, sociali e sanitarie, di vasto respiro e di lunga durata, per evitare che ogni problema diventi una disastrosa emergenza che si affronta sempre in ritardo. Azioni che, oggi, solo degli Stati capaci di esercitare una sovranità ambientale, agricola, alimentare (tema questo carissimo a Carlìn Petrini e al movimento Slow Food), una sovranità economica e politica che possa fungere da solida base anche per la cooperazione internazionale, potrebbero garantire.
In Africa – specialmente nell’Africa sub sahariana – vi è però una situazione ben diversa e colpevolmente sottaciuta: Stati deboli, poveri, in balia di forze esterne, incapaci di imporre regole legittime, governati non di rado da elites corrotte e in troppi casi incapaci di prendersi cura della maggioranza dei propri cittadini. In tale situazione diventa perfino impossibile trovare i 140 milioni di dollari stimati dalla FAO, che sarebbero indispensabili per affrontare l’emergenza locuste: una cifra francamente risibile per uno stato (giusto per avere un ordine di confronto si stima che il costo di 1 solo F35 sia di 90 milioni di dollari).
Stati dunque che spesso non sono in grado di garantire sicurezza sanitaria e sociale, che non sanno o non possono trattenere il valore aggiunto generabile dalle loro ricchezze naturali, utilizzarlo per svilupparsi compatibilmente con le loro culture, e redistribuirlo equamente tra le persone. Stati non a caso in balia delle multinazionali e delle potenze straniere, indebitati fino al collo e per ciò stesso ostaggi del FMI e della Banca Mondiale. Stati in costante crisi umanitaria che sembrano mostrare la loro esistenza più attraverso il volto repressivo dei loro eserciti (sempre troppo ben armati) che attraverso le strutture indispensabili (grande business della Cina in Africa) e i servizi necessari a garantire una vita pacifica e laboriosa agli abitanti.

L’insostenibilità del debito era stata ben riconosciuta da due leader opposti e lontani come Thomas Sankara (1949-1987) e Bettino Craxi (1934-2000) che sottolineavano, appunto, la necessità di liberare i paesi africani dalle catene del debito; tema molto sentito anche da certa sinistra cattolica e dal compianto Giovanni Bianchi (1939-2017) che fu relatore della legge per la remissione del debito dei paesi del terzo mondo, iniziativa lodevole quando utile, mai veramente applicata. Un tema che sembra oggi impossibile da affrontare, poiché il cappio del debito stringe al collo tutti gli stati, compresa come ben sappiamo l’Italia.
Mettere quegli stati in condizione di funzionare bene sembrerebbe, a lume di buon senso, soluzione auspicabile ed urgente per sollevare l’intero continente da una situazione disastrosa, cosa che andrebbe a vantaggio di tutti a livello globale; chissà se anche in quelle contrade questa ipotesi varrebbe un’accusa infamante di sovranismo, un’imputazione di populismo o, peggio, una pronta eliminazione fisica, come è successo a più di un leader africano, che aveva tentato di percorrere questa strada.

Tra epidemie, ebola e febbre emorragica, coronavirus incombente e cavallette fameliche resta il fatto che in Italia (e in Europa) non ci si può più permettere di ignorare quel che succede in Africa, riducendo il dramma di un intero continente allo scontro sull’apertura o chiusura dei porti, ai sospetti circa i traffici delle ONG o alla retorica del business dell’accoglienza. Un’attenzione diffusa verso il continente che vada al di là del pietismo e dell’elemosina pelosa, è non solo doverosa, ma anche saggia e previdente. Per chi si crogiola nel pessimismo, l’Africa potrebbe infatti essere l’anticipazione di un terribile futuro distopico globalizzato; per chi guarda al futuro con maggiore ottimismo la sfida potrebbe essere invece il luogo da cui far partire un grande cambiamento positivo globale.

E se si accetta francamente la sfida, virus e cavallette, epidemie e migrazioni forzate, dovrebbero pur insegnarci qualcosa: forse la natura ci sta dicendo che l’attuale dinamica della globalizzazione ha preso una strada sbagliata, che è quantomai urgente ammettere il fallimento di un certo capitalismo predatorio e pensare a nuove soluzioni; indirettamente ci sta dicendo che, perché ci sia globalizzazione buona, è indispensabile che anche gli stati più poveri diventino protagonisti del loro futuro, garantendo innanzitutto un tenore di vita dignitoso a quanti vivono all’interno dei loro confini.
In assenza di questo salto di qualità diventerà sempre più difficile prevedere e regolare emergenze che diventano rapidamente globali e hanno ricadute drammaticamente imprevedibili per tutti. Come dovremo imparare dalla diffusione del coronavirus e dalla biblica e quanto mai attuale piaga dell’invasione delle locuste.

Gli umani come i lemming? No, molto peggio!

È sconcertante, irritante, desolante, incomprensibile come l’umano essere che si fregia d’acume, intelligenza e saggezza, perseveri così diabolicamente nella sua distratta acquiescenza in materia d’ambiente e clima.
Bla, bla, bla e ancora bla, bla, bla. Solo parole e dichiarazioni d’intenti. Nessun fatto concreto, non dico per invertire il processo ma almeno per rallentarlo. Nessuna vera contromisura al disastro ambientale e climatico prossimo venturo, solo gocce nell’oceano. Sebbene un’oceanica letteratura ne abbia già descritto i pericoli e le tragiche conseguenze per noi e soprattutto per le prossime generazioni.
Il collasso è già in corso, lo vediamo ogni volta che piove. Non si tratta di pioggia ma di un vero bombardamento d’acqua con raffiche di vento capaci d’abbattere alberi vecchi di decenni. Dura solo pochi minuti, ma è sufficiente per provocare danni enormi. Fenomeni che erano eccezionali fino a qualche lustro fa ora sono purtroppo normali e sempre più frequenti.
Intanto l’umano essere prosegue stupidamente il suo rapido cammino verso il baratro esattamente come facevano i lemming suicidi dell’artico. Con la sola differenza che quella dei lemming era una leggenda, perché in natura non esistono specie così stupide… tranne la nostra, naturalmente!

“L’orbita della Terra attorno al Sole vi è estranea, vi vestite allo stesso modo quando soffia il blizzard e quando il sole cuoce il cranio, avete relegato il tempo atmosferico tra i dettagli che bussano vanamente sulla superficie del vostro bozzolo.”
Michele Serra

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Il tempo è cambiato!

Zion (Fluke, 2002)

Destato da un insolito rumore, mi riprendo dal torpore. Vento di tramontana, freddo pungente, fischio assordante.
Un altro rombo di tuono. Alzo lo sguardo al cielo arrossato: volge al tramonto, il sole è già sprofondato sotto la linea d’occidente. L’ombra avanza rapida, troppo rapida…
Qualcosa non torna, il tempo è cambiato!

A nord s’allarga un’oscura anomalia. Un immenso, incombente muro di vapore color bistro muove veloce i suoi tempestosi fluidi. Lo fa con palese prepotenza, avanza, s’avvicina, copre tutto col suo vestito a lutto.
Il gigante nero spaventa, mentre il vento rapidamente aumenta.
Col naso all’insù cerco di ragionare. In certi casi meglio trovar riparo e sperare.
Niente di buono, il tempo è cambiato!

Vortici possenti generano terrificanti creature che nascono e si disgregano sopra la mia testa. Mutevoli pareidolie ammiccano al mio immaginario sovraccarico.
Tutto sembra presagire il peggio. La tempesta più grande pronta a scatenarsi, a portar con sé la notte eterna. E l’intero orizzonte è ormai prigioniero nell’abbraccio mortale dell’uragano.
Così inizia l’apparente fine del mondo umano.
Infuria la battaglia. Il turbine d’aria impazzita incalza, strappa, scoperchia, abbatte, spezza, schiaccia ogni cosa, oggetto o creatura che sia.
Gli alberi incurvati scricchiolano come ombrosi colossi sull’orlo del baratro, sopravvissuti ai secoli lottano feroci, s’oppongono al volere inesorabile dell’immane coltre distruttrice. Molti si spezzano ma la maggior parte, forte delle sue radici, regge all’onda d’urto: la natura non uccide se stessa.
Assisto alla lotta impietrito seppure al sicuro, insignificante nessuno al cospetto dell’universo corrente.
Mi chiedo quale pazzia abbia convinto me e gli altri a creder di controllare l’incontrollabile, di domare l’indomabile. È forse per questo che il tempo è cambiato?

Il vento spira vorace, mostro tra i mostri, gigante tra i giganti. Il più grande dei titani non può nulla contro la sua azione furente. La lotta è al suo culmine, forze indicibili si fronteggiano uguali e contrarie. Gli elementi si rincorrono, si urtano, si sfracellano, spaccano la terra sfibrandola. Bolidi taglienti piovono dal cielo creando squarci, cristalli di ghiaccio ricoprono ogni cosa paralizzandola, soffocandola.
Ma l’uragano s’accontenta: arriva dal nulla, devasta, ammazza, maciulla, e si dissolve nel nulla. Non c’è cattiveria in ciò che commette, nessuna congiura, nessuna diabolica regia.
Soltanto frattali governati dal moto perpetuo dell’entropia. Il caos, l’imponderabile, l’imprevedibile.
Giocare col fuoco, guidare bendati contromano, questo facciamo.

È tornato il sereno, l’incubo è finito.
Si contano i danni e stavolta qualcuno non s’è salvato.
Raccolgo macerie e ripenso a me bambino d’estate. S’aspettava il temporale e s’usciva per strada in costume a giocar nella pioggia.
Ora mi guardo attorno: i conti non tornano…
Come dicevo, il tempo è cambiato!

ECOLOGICAMENTE
L’Italia è un Paese che perde acqua

2. SEGUE – Durante l’ultima edizione della Fiera internazionale dell’Acqua Accadueo è stato presentato da parte del Cresme un interessante studio sul sistema idrico di cui si riporta in questo e nel prossimo articolo una sintesi.

Secondo le statistiche disponibili l’Italia è il secondo paese in Europa (dopo la Spagna) in termini di superficie irrigata e, come è noto, il settore che consuma più acqua è quello agricolo: l’agricoltura ha prelevato 17 miliardi di mc d’acqua e ne ha consumati 14,5 miliardi, perdendo 2,5 miliardi di mc. Nello stesso anno il settore civile ha prelevato 9 miliardi di mc di acqua, di cui 8,3 miliardi di mc sono arrivati alle reti comunali, mentre nelle nostre case ne sono arrivati solo 4,9 miliardi. Nel tragitto sono stati persi 4,1 miliardi di mc di acqua e nella sola rete di distribuzione la quota di perdite idriche totali ha raggiunto il 41,4% (nel 2012 arrivava al 37,4%). (Fonte Rapporto H2O-Cresme – Clicca QUI per approfondimenti)
Il dato risulta ancora più critico se inserito in un contesto di scarsità idrica che prima riguardava solo alcune regioni della penisola, ma che nel 2017 ha interessato territori sempre più ampi rendendo visibili agli occhi degli italiani gli effetti del cambiamento climatico e le conseguenze di una forte carenza di risorse idriche. A giugno 2017 il Po era 2,6 metri sotto il livello idrometrico (i danni all’agricoltura sono stati enormi) e il 10% delle famiglie italiane ha risentito dell’irregolarità del servizio di erogazione, più del 70% delle famiglie coinvolte (2,6 milioni) vivono in Calabria e in Sicilia, questo è quanto emerge dal quadro di sintesi tracciato da Istat in occasione della giornata mondiale dell’acqua (22 marzo 2018).

Certo nel 2018 lo scenario è cambiato, ma le perdite restano le stesse e il problema non è risolto.

La condizione degli impianti di depurazione delle acque reflue è addirittura più critica ed è costata all’Italia una sanzione di 25 milioni di euro, oltre 30 milioni di euro per ciascun semestre di ritardo (il primo termina il 31 novembre 2018) fino alla completa messa a norma dei 74 agglomerati che risultano ancora difformi alla direttiva 91/271/CEE, la maggior parte dei quali è localizzato in Sicilia. Ma in Italia sono molti di più gli agglomerati che non rispettano la direttiva, la difformità interessa ancora 24 agglomerati che hanno già subito una condanna e 758 per i quali è stata avviata una procedura di infrazione. La direttiva stabiliva che tutti gli ‘agglomerati urbani’, vale a dire aree in cui la popolazione e/o le attività economiche sono concentrate e rendono possibile la raccolta e il convogliamento delle acque reflue urbane verso un impianto di trattamento, dovevano essere provvisti (entro precise scadenze) di rete fognaria per convogliare i reflui a impianti di trattamento con requisiti tecnici adeguati alla dimensione dell’utenza e alla sensibilità dei recapiti finali.
Nel 2015 sono stati censiti 342 comuni ancora privi del servizio di depurazione delle acque reflue.
Per evitare di ricevere ulteriori sanzioni l’unica soluzione è investire nella depurazione, come è già stato fatto nel 2012 quando, con delibera CIPE 60/2012, sono stati finanziati 183 interventi per il collettamento e la depurazione delle acque reflue nel Sud e nelle isole, per un importo totale di 1,6 miliardi di euro. Infatti dalla lettura degli investimenti realizzati in infrastrutture idriche, da un campione di 53 gestori che erogano il servizio a oltre il 60% della popolazione, nell’annualità 2012 l’importo proveniente da fondi pubblici e contributi è di circa 1/3 superiore alle altre annualità del periodo 2007- 2015.

Fondamentale in proposito è la questione degli investimenti.
Se si considera l’intero comparto idrico che eroga il servizio alla totalità della popolazione, negli ultimi anni (2007-2015) in Italia, sono stati investiti in media 1,9 miliardi di euro l’anno, di cui circa il 22% da fondi pubblici e il 78% da tariffa. Gli investimenti programmati per il quadriennio 2016-2019, secondo un campione di 130 gestori che erogano il servizio al 77% della popolazione, ammontano a circa 2,5 miliardi di euro l’anno, quindi se si considera l’intero comparto idrico che eroga il servizio alla totalità della popolazione si potrebbe salire ottimisticamente, come potenziale massimo di investimento, a 3,2 miliardi di euro l’anno (di cui il 29% è destinato alla depurazione, il 25% alla fognatura, il 19% alla distribuzione, il 13% a potabilizzazione e approvvigionamento e il restante 14% ad altro).
Va detto però che sarà difficile raggiungere quella cifra. Nelle regioni in cui ancora non è stata del tutto attuata la riforma della governance del Servizio Idrico Integrato (Sicilia, Calabria, Campania e Molise) la gestione risulta ancora molto frammentata – al 31 dicembre 2017 operano circa 1.300 piccole gestioni comunali su un totale nazionale di 2.100 gestori – e si traduce in una ridotta capacità di investimento e di programmazione. Va segnalato che la politica di coesione per il periodo di programmazione 2014-2020 destina 4,46 miliardi di euro (provenienti da Fondi SIE, FESR, FSC e Fondo di rotazione) agli interventi nel settore idrico localizzati quasi esclusivamente nelle regioni del Mezzogiorno. La realizzazione di questi investimenti è però un problema.

La principale fonte di finanziamento degli investimenti nel settore idrico proviene dalle tariffe che al 2016 continuano a essere fra le più basse d’Europa nonostante dal 2007 al 2015 si sia registrato un aumento medio del 62% nei comuni capoluogo di provincia. Una tariffa idrica più alta non è però sinonimo di maggior qualità, il comune di Frosinone ha alzato la tariffa del 116% dal 2007 al 2015, ma il livello di perdite rimane il più alto fra i capoluoghi di provincia (73,5% nel 2012 e 78,5% nel 2016); al contrario, il comune di Milano mantiene una tariffa molto bassa e un livello di qualità della rete di distribuzione molto alto (16,2% di perdite idriche totali nel 2016). Vanta inoltre un impianto che depura le acque reflue e fornisce 150 milioni di mc di acqua (più di quanto riutilizzato complessivamente da Francia, Grecia e Portogallo) conforme ai rigidi dettami del D.M. 185/2003 alle aziende agricole a sud della città.
Del resto sono diversi i gestori che puntano sulle tecniche di moderna manutenzione e sulle tecnologie innovative per migliorare l’efficienza del servizio e che sono in grado di dimostrare che è possibile intervenire ottenendo risultati concreti: Cafc ha ridotto le perdite idriche dal 28% al 19% utilizzando strumentazione elettroacustica (noise logger) per individuare le perdite; Ireti attraverso la distrettualizzazione e la regolazione di pressione è riuscita a recuperare 1 milione di mc di acqua in 10 mesi; HydroGea e Pavia Acque hanno investito sul telecontrollo per facilitare il monitoraggio dell’acquedotto e gestire i parametri di pressione in funzione della richiesta; Secam interviene sulla riduzione delle perdite mettendo in relazione i dati rilevati dal telecontrollo con quelli rilevati dai contatori elettronici; Hera ha sperimentato metodi innovativi per la ricerca di perdite (ricerca satellitare, rilievi acustici, smart ball,.) e sta sviluppando un modello di gestione sostenibile basato sui fondamenti dell’economia circolare (tutela dei corpi idrici, riuso delle acque reflue depurate a fini agricoli, utilizzo di plastica riciclata per le nuove condotte fognarie). Sono alcuni dei casi decritti in questo lavoro che testimoniano che si può fare una buona gestione dell’acqua.

Disastri naturali campanello d’allarme per un’umanità che non ascolta

Il rumore del torrente che diventa rombo, un’anomala aria calda, pesante, umida che porta l’odore intenso di terra smossa, una pioggia battente che insiste senza tregua. E il livello di quell’acqua che sale, sale rapidamente a vista d’occhio mentre il fluire assume una potenza furiosa e travolge tutto ciò che trova sul suo percorso, precipitando a valle, assumendo sempre più velocità e portata. Erode argini, ruba spazio ai prati e ai campi, si innalza in onde spaventose che qualche passante guarda affascinato come fosse uno spettacolo allestito per quella sera.
Poi cominciano a passare gli alberi divelti con le zolle in cui erano ben piantati e i tronchi che galleggiano seguono la furia dell’acqua sembrando tante navi fantasma su quella superficie liquida che ormai non conosce limiti. E dopo la notte insonne a fissare il livello che non smette di salire, arrivano i conti del day after, come in quei film post apocalittici dove il paesaggio non è più lo stesso e non sarà mai come prima.
La montagna che si vedeva e respirava aprendo le finestre la mattina, appare tristemente spelacchiata dopo lo schianto di moltissime piante, perdendo la sua identità e disorientando chi si riconosceva in essa; frane sulle arterie di comunicazione, allagamenti e crolli di tetti e caseggiati più vetusti, cumuli di detriti depositati sulle strade, cambiano anche l’aspetto urbano. Mentre squadre di operatori e volontari danno il meglio del volto umano, di quella solidarietà e partecipazione fattiva di cui c’è estremo bisogno, instancabili, presenti, rassicuranti. Ma questo non è un film e la realtà supera per certi versi di gran lunga la fantasia. E se non si parla della montagna, è il mare il protagonista di altrettanti cataclismi con maremoti, tsunami e tempeste che invadono e colpiscono coste e litorali lasciando dietro di sé relitti e devastazione.

Alluvioni, terremoti, eruzioni, ondate di calore, drastici cambi climatici: non siamo mai completamente pronti ad affrontare questi eventi perché, come scriveva Seneca, “Nessuna cosa privata e pubblica è stabile: il destino corre veloce e imprevisto per gli uomini e per le città. Proprio mentre tutto è calmo e placido sorge il terrore […]. Quante volte le città dell’Asia, le città dell’Acaia crollarono per un solo tremito della terra? E quanti paesi in Siria e in Macedonia furono inghiottiti dal suolo? […] E non soltanto cadono le opere innalzate dall’ingegno dell’uomo: si disgregano giogaie di montagne, si abbassano intere regioni, si trovano esposte alle onde terre che prima erano lontane anche al cospetto del mare e del fiume […]. Un qualsiasi accidente può togliere te alla patria o la patria a te, può gettarti nella solitudine di un deserto e fare il deserto in un luogo dove ora c’è la folla”.
L’Italia è un Paese fragile, esposto per sua conformazione – e troppo spesso per l’errato intervento umano – a terremoti e disastri idrogeologici e altre situazioni di rischio, per il 77% conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, come ci ricordano i dati Unisdr, l’agenzia delle Nazioni Unite per la riduzione dei rischi catastrofe, la quale rileva anche come le catastrofi naturali siano triplicate negli ultimi 30 anni. Nessuno può negare che i segni di rapidi cambiamenti in atto siano ormai evidenti e se teniamo conto delle recenti dichiarazioni dell’Economist, condivise dagli scienziati, le prospettive diventano ancora più catastrofiche. Il Mediterraneo, scrive la prestigiosa testata, scomparirà riducendosi a una pozzanghera d’acqua. Nascerà un solo continente abnorme, l’Eurafrica, una massa di terre emerse. In alternativa al corrugamento della crosta terrestre – e sarà ancora più spaventoso – nascerà una catena montuosa alta come l’Himalaya e le Alpi non saranno che minuscoli contrafforti. Un mondo che emerge dagli studi geologici del movimento delle placche terrestri. Altre ipotesi portano a considerare una frattura asiatica che spaccherà in corrispondenza di India e Pakistan oppure finiremo tutti a Nord, a ricreare un maxicontinente dove ora regnano solo iceberg. Se consideriamo proiezioni possibili riferite all’Italia, Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, lancia un grido d’allarme: il nostro Paese è a rischio desertificazione nell’arco di un secolo, con la Pianura Padana come il Pakistan e la Sicilia deserto africano.

Questo lo scenario, se non applicheremo subito gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima. Nel frattempo, le coste del Mediterraneo si stanno avvicinando l’una all’altra di due centimetri all’anno, i cataclismi diventano frequenti, irrompono nella nostra vita quotidiana e richiedono sempre più preparazione nella gestione dell’emergenza. I nuovi obiettivi tassativi del millennio e dello sviluppo sostenibile evidenziati dall’Unisdr devono indurre tutti gli Stati e la comunità internazionale a collaborare a uno sviluppo in funzione dei rischi, affrontando seriamente le tematiche della comprensione dei rischi di disastro, il potenziamento della governance dei rischi stessi, l’investimento per la riduzione del rischio ai fini della resilienza, il miglioramento nella preparazione alle catastrofi, la capacità di dare risposte efficaci e realizzare pratiche di ‘Build Back Better’ nelle fasi di recupero, ripristino e ricostruzione.

Morte in diretta di un orso polare

di Francesca Ambrosecchia

Il video dell’orso polare che muore di fame ormai ha fatto il giro del web. Quel povero animale e la sua agonia hanno lasciato senza parole. Ammetto che per me è stato impossibile finire quel filmato: il solo vederlo camminare con tale difficoltà, trascinandosi gli arti posteriori, in un’ultima e disperata ricerca di cibo mi ha immobilizzato e commosso. Un cumulo di pelle e ossa in un paesaggio canadese desertico. Mai avevo assistito ad una scena simile.
Il pubblico è stato toccato e scioccato, ancora di più la sua parte più sensibile: ci si rende conto di quanto l’ecosistema sia fragile, di quanta sofferenza stia portando il cambiamento climatico e di quali specie animali stiamo perdendo.
La seconda emozione che ho provato è stata rabbia. Rabbia per le ragioni appena descritte ma anche perché mi sono chiesta come, chi era dietro la videocamera, non avesse potuto far nulla. Una reazione non solo mia, dato che l’autore del filmato si è sentito in dovere di giustificare il suo “non intervento”. L’obiettivo era sensibilizzare la società con l’aiuto di immagini dall’impatto estremo, dare un valore e uno scopo alla morte di quell’essere vivente.

“Avevamo le lacrime agli occhi mentre filmavamo. È stata l’esperienza più sconvolgente che abbia mai vissuto”
Paul Nicklen, attivista e fotografo del servizio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

BORDO PAGINA
Zichichi, Rubbia, Battaglia e la scienza in-esatta dei climatologi…

Ferara, stazione di ferara, non certo Ferrara … Palo Alto e la Val Padana diversamente Polesine, la Silicon Valley. In ogni caso, uno strano articolo sulla local stampa on line (per altri versi ottima testata) con il cosiddetto Global Warming giustamente ( se parliamo di vera dialettica scientifica) contestato da alcuni oppositori in Consiglio Comunale, eppure stranamente diventato esca per un attacco all’opposizione gratuito… Ecco non il nostro commento, come futurologi professionisti (basta un giro nel web) ma una breve analisi per il diritto all’opposizione a Ferrara (non esistono solo i diritti di diversamente e discutibili nuovi italiani, noi siamo anche ferraresi doc, purtroppo….)
Info estense com si veda link sull’articolo in questione.
In una comunità e una stampa evoluta, magari nelle future società scientifiche modello Popper, pur nella complessità e nelle necessarie sinergie multitasking, i giornalisti devono fare i giornalisti soprattutto e i futurologi i futurologi…
Chiedere certa altitudine a Ferrara, piccola città d’arte in difficoltà, è in effetti troppo, anche a certa stampa on line meritocratica per molta informazione puntuale (ovvero estense.com si veda dopo), ma come critica local politica- nessun moralismo ma non si mistifichi- critica anche si ma sempre in famiglia, da sempre chiaramente schierata con la fu sinistra, centri sociali anche, pro migranti per principio, certo stesso ambientalismo della decrescita felice (sic!), tutto certo conformismo eco sostenibile, come sanno anche i sassi, almeno anche un ecobusiness (lo stesso Lovelock e altri grandi veri ecologi ne hanno preso le distanze e … sempre più i fatti confutano le sempre fallaci previsioni apocalittiche fin dal pur rivoluzionario Club di Roma e a volte anche vere e proprie intenzionali frodi statistiche..).
Il buon Oppo in articolo di questi giorni su Estense.com, appunto, però ci pare abbia trasceso con un resoconto su presunte gaffe dell’opposizione sul cosiddetto cambiamento climatico: ci ha messo da buon scolaro ambientalista luddista molto impegno citando l’ovvio e strutture organizzate, echeggiando vero la maggioranza della comunità scientifica in merito, ma come anche qualche commentatore ha ben scritto, stranamente non è andato oltre la superficie: non è che la scienza cosiddetta sia una religione e scientificamente parlando avrebbe dovuto evidenziare che una minoranza di scienziati (inoltre di formazione strettamente scientifica e non come la maggioranza….soprattutto sociologi, ecologi non di formazione strettamente scientifica, a volte tipo il duo Marcalli-Fazio…) sono assai scettici sull’origine antropica, umana e industriale del cosiddetto global warming: che esiste ma di origine ciclica naturale secondo semplicemente le leggi della Terra, per la cronaca nei suoi 4 miliardi e mezzo di “vita” in gran parte coperta dai ghiacci e la nostra era geologica, con la presenza umana, una delle rare finestre anche calde…..(Per dare una idea della complessità…).
Può comunque darsi che un paio di secoli di ciminiere e smog ecc siano una concausa come semplicemente – oltre allo scetticismo rispetto al trend generale, affermano anche gli scettici, ovvero comunque un’altra struttura di scienziati (minoranza ma comunque migliaia) di aderenti ricercatori indipendenti (mentre quella della maggioranza soprattutto di nomine governative, il primo grande “sponsor” fu un politico – figurarsi- il noto Al Gore). E tra gli scienziati, ad esempio in Italia, appunto un quasi Nobel come Zichichi che il giornalista Oppo liquida così “il prof Antonino Zichichi è stato un notevole fisico della particelle, ma il clima non è proprio il campo in cui appare più ferrato” (è stato? mica è morto… sempre al Centro Majorana di Erice città della scienza e ricercatore scientifico non un banale sociologo militante..), ma anche il Nobel Rubbia (memorabile un suo intervento in merito persino parlamentare ai politicanti quasi neandartaliani rispetto a lui…) e lo stesso F. Battaglia, Fisico- Chimico docente universitario a Modena (ecc.) che è forse il più noto in Italia scettico sui cambiamenti climatici causati dall’uomo.
Riassumendo, a parte l’enfasi del giornalista su un secondario anche dibattito consigliare locale e l’infelice riferimento a Zichichi (Oppo sul piano conoscitivo ne sa di più sulla scienza della climatologia di Zichichi?), il cosiddetto negazionismo (già l’espressione rivela scarsa dialettica scientifica tra gli ambientalisti) non è una fake news, minoranza scientifica si ma se si parla di scienza e non di giornalismo ideologico, ignorarla o liquidarla è pseudoscienza.
Una cosa è certa, colpisce sempre lo stile appunto ben poco scientifico degli ambientalisti non solo sul cambiamento climatico, sempre più ideologico e militante e verso il pensiero unico ben noto.. basato poi sul dogma del consenso scientifico estraneo alla scienza e pure confutato “La velocità della Luce non si fa a maggioranza” recentemente dallo stesso Piero Angela (anche il suo Cicap per la cronaca abbastanza scettico sul Global Warming antropico). Meglio ricordare anche che il principale originario nemico degli OGM (sani secondo la comunità scientifica quasi all’unanimità) è stato ed è il Principe Carlo e che persino il WWF è stato fondato dal Principe Filippo di Edimburgo, noti nostalgici dell’era preindustriale, basata sul popolo suddito e pochi eletti di sangue blu. Certo ecologismo poco scientifico, in ogni caso, viene più da lì (anche se il sangue diventa verde) che da un certo Marx prolettronico e futurologo progressista ante litteram… Mentre certo ecologismo, in generale, sottintende un’ecologia mentale (nonostante il Bateson o lo stesso Capra non certo passatisti) stranamente neoarcaiche, in fondo specchio solare della fu sinistra e il suo degrado contemporaneo irrazionale e ostile alla vera Scienza e la Tecnologia….
Insomma la stessa Climatologia non è per nulla una scienza esatta, persino previsioni del tempo dopo due settimane non sono molto attendibili: molto più attendibili sono, semplice esempio, le previsioni su ad esempio il degrado a breve medio lungo termine a Ferrara migrantico e continuare a affermare che i migranti sono soprattutto profughi di guerre e disperati per fame è una fake news. E su queste dinamiche il campo è quello del giornalista critico e non ideologico, lasciando perdere per cortesia Zichichi o Rubbia….come anche pretesti per attacchi off topic alle opposizioni…

Info
http://www.divenire.org/autore.asp?id=17

http://www.meteoweb.eu/2016/06/lambientalismo-male-alla-natura-libello-sconcertante-battaglia/700588/

Le malattie della Terra

di Federica Mammina

Innalzamento della temperatura, scioglimento dei ghiacciai, aumento dei fenomeni metereologici improvvisi e violenti, scomparsa di molte specie animali. Sono solo una parte delle “malattie” della terra causate dall’uomo e dalle sue attività che nella maggior parte dei casi non tengono conto delle conseguenze a lungo termine, laddove è sufficiente il soddisfacimento dell’interesse nel breve termine. Quando gli scienziati ci dicono che alcune città rischiano di essere sommerse e di scomparire e quando sentiamo parlare di migrazioni climatiche, scommetto che tutti almeno una volta abbiamo pensato che ci sia nelle loro parole un pizzico di catastrofismo, oppure immaginiamo luoghi sperduti ai confini del mondo.
Eppure c’è un’isola in Louisiana che sta scomparendo dalle cartine geografiche. Si chiama Jean Charles e dal 1955 ha perso il 98 per cento della sua superficie. L’isola è molto esposta agli uragani e a frequenti inondazioni che hanno reso impossibile coltivare la terra. Oltre al riscaldamento globale, l’erosione e l’industria estrattiva attiva nello stato hanno contributo alla sparizione di paludi e foreste che proteggevano le coste; la costruzione di oleodotti e canali per l’estrazione di gas ha reso infatti la terra più vulnerabile e ha fermato il processo naturale di sedimentazione. Gli abitanti di quest’isola, da 400 ormai solo 85, sono i primi profughi climatici degli Stati Uniti e nel giro di poco tempo anche gli irriducibili saranno ricollocati sulla terra ferma.
Il piano di ricollocamento è considerato dalle autorità un piano pilota, potrebbe servire per altre popolazioni minacciate.
Eccessiva preoccupazione? Lungimiranza? Tocca dire più che mai…ai posteri l’ardua sentenza.

BORDO PAGINA
I ghiacciai e il Non Riscaldamento globale

Uno dei dogmi insospettati del pensiero unico è il cosidetto Global Warming o Riscaldamento Globale. O meglio per questioni più di natura(sic!) ideologico ambientalista e relativamente pseudoscientifica, come dimostrano anche previsioni storiche come quelle del Club di Roma essenzialmente sballate e anche altre , si sopravvalutano e mistificano certe dinamiche per logiche di Potere e Lobby misconosciute o quasi, al passo con lo choc del futuro del nostro tempo che privilegia come risposte soprattutto velleitarie opzioni antitecnologiche e antiprogressiste. I media stessi riflettono certo analogo regressivo spirito del tempo, rimbalzando notizie parziali e più di fonte sociologica che strettamente scientifica. Gran parte dei teorici dominanti del riscaldamento globale hanno deboli basi strettamente scientifiche, la stessa Climatologia non è una scienza relativamente esatta come le cosiddette Scienze Naturali, fisica, matematica eccetera. Vero che la maggior parte della comunità scientifica parla di Global Warming, ma esiste da anni una minoranza, lo stesso Zichichi, Battaglia e altri scienziati noti scettici se non “negazionisti”. Il copione puntuale dei ghiacciai in scioglimento dovuto al Global Warming è oggi smentito da uno studio recentissimo , si veda MeteoWeb link in fondo a cui rimandiamo. Va da sé i Ghiacciai a quanto pare si sgretolavano anche in tempi insospettabili, nell’ultima grande era glaciale… “Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dal gruppo dell’università americana del Michigan coordinato da Jeremy Bassis…. “Abbiamo dimostrato che non c’è bisogno del riscaldamento atmosferico per innescare eventi di disintegrazione su larga scala di un ghiacciaio, basta che l’oceano si scaldi un po’ e cominci a ‘solleticarne’ i bordi” (…..). Ergo… CO2 e Cambiamenti Climatici, Kyoto trattati vari tutta una bufala? Nientaffatto… I “negazionisti” cosiddetti non negano affatto un cambiamento climatico in atto, ma lo interpretano in senso strettamente naturalistico, cicli eoni (migliaia e anche milioni di anni…) in certo senso della storia della Terra, storia di cui si conosce oggettivamente soltanto in chiave parziale e in progress, e non – essenzialmente- per questioni d’inquinamento atmosferico ed umano industriale… E quindi, anche se più complessa e articolata (non necessariamente in tale ottica strettamente scientifica il clima in mutazione avrà effetti solo negativi) la sfida presente e futura resta prioritaria. Nello stesso tempo semplicemente, almeno in democrazie aperte alla Popper per intenderci, in un campo, dove la verità scientifica è sempre provvisoria e verosimile e inquinamenti culturali e purtroppo anche ideologici sono sempre in agguato, lo spettro ampio d’indagine domanda, anche a livello mediatico, un doppio sguardo, una doppia modulazione, finora stranamente quasi assente dai dibattiti salottieri e nell’opinione pubblica spesso poco dotata di basi scientifiche e preda di certo irrazionalismo contemporaneo.

http://www.meteoweb.eu/2017/02/i-ghiacciai-si-sbriciolano-come-migliaia-di-anni-fa-ecco-lo-studio-che-nega-la-correlazione-con-il-riscaldamento-globale/856068/#D29zPslEkFQVCCUC.99

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