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Appuntamento di Natale

Stationary Traveller (Camel, 1984)

“Aiuto… aiuto… aiuto!”

A oltranza, ininterrottamente, per tutta la notte.
Non c’è speranza che si fermi, non c’è pietà in chi ascolta.

“Aiuto… aiuto… aiuto…”

“Venite ad aiutarlo, santiddio!” Qualcuno esclama dal letto a fianco. Verrà mai nessuno in quel posto senza misericordia? Pigia il pulsante dell’emergenza. Quel lamento gli brucia nel petto, nello stomaco, nelle tempie.

Dov’è la gente che conoscevo, perché nessuno mi aiuta? Mi son cacato addosso… mi brucia tutto il sedere, mi fa male il tubo, m’impedisce di fare pipì, mi sento scoppiare. “Aiutatemi per favore… aiuto… aiuto… per favore, vi prego!”

“Che c’è Ginetto cos’hai fatto stavolta?” Arriva con passo veloce, accende la luce al neon. Perché gli parla se sa già che non la può capire, fa finta di essergli amica, ma è solo per lavoro. Quando domattina smonterà, avrà altre cose di cui occuparsi per fortuna.
“Non le può dare qualcosa, un sonnifero… per farlo dormire…” È stanco, avvilito. Vorrebbe andarsene da lì, ma è in trappola, esattamente come l’altro, anzi peggio. Perché lui la testa non l’ha mica persa, lui il cervello ce l’ha ancora a posto.

Ho sete, mi brucia la gola. Nessuno mi dà da bere… solo un bicchiere d’acqua. Perché nessuno mi aiuta? “Ho sete… ho sete… ho sete…”

“Non posso darti da bere Ginetto, non riusciresti a mandarla giù l’acqua… Ti stiamo idratando con le flebo, stai tranquillo!” A cosa serve parlargli, tanto non può capire. Sta delirando e la donna lo sa. Magari è solo per far finta che sia tutto a posto, soprattutto la coscienza.
“Ma dategli un sonnifero! Così si addormenta e finalmente si respira tutti quanti!” Vorrebbe un po’ di tregua, viaggiare con la fantasia o rimettere in ordine le idee. Interrompere quello strazio insomma.
“Rosati, non possiamo dargli sonniferi… non li sopporterebbe… troppo rischioso…”
“Allora datelo a me, non riuscirò a dormire stanotte se quello continua a lamentarsi!”
“Neanche lei può prendere sonniferi, il medico è stato chiaro…”
“Allora domani chiedo che mi mettano in un’altra stanza… Sono cinque notti che non chiudo occhio a causa dei suoi lamenti!”
“Domani è Natale, Rosati… Ci sarà solo il medico di turno. Il responsabile per queste cose lo troverà solo il ventisette… Porti pazienza Rosati, a proposito buon Natale!” Un sorriso di circostanza e se ne va.
“Sì, sì, buon Natale!” Lo dice per contraccambiare ma suona come una bestemmia. Si chiede perché deve subire quest’ingiustizia, perché mai deve scontare tutta quest’angoscia… perché?

“Cosetta, vieni… Cosetta, vieni dai. Vieni dai… Cosetta dove sei?” Sono solo e nessuno mi aiuta. Cosetta amore mio, non ti ho detto mai quanto ti amo? Ho sete, ho la pipì e non me la fanno fare. Voglio tornare a casa da te Cosetta. Mi brucia il sedere e non riesco a muovermi, non riesco a fare niente e non viene nessuno ad aiutarmi. Nessuno mi aiuta. “Aiuto… aiuto… aiuto…”

Ottantacinque anni di pelle e ossa. Gambe rattrappite, immobili, piegate su se stesse. Polsi legati, braccia inermi, prigioniere. Bocca spalancata, sdentata, seccata, lingua gonfia, voce rauca e stridula, tremula.
Senza mutande, senza faccia, senza onore… solo un fantoccio da compatire.

No. Non era questa la fine che volevi.
Scavi nella tua memoria per fuggire il presente, oltre questo letto maledetto, oltre questo corpo irriconoscibile, inutile, ormai futile.
Ogni respiro in più pare una scommessa, eppure non smette. Non vuole cessare di battere questo cuore testardo. Così chiami i tuoi morti, chiedi aiuto a loro. Loro ci sono, non ti tradiscono i morti, perché stanno tutti lì dentro ai tuoi occhi. Occhi opachi ormai, ma a che serve veder la luce se puoi vedere nel buio?
Eccola finalmente. Il tuo amore sta arrivando… “Cosetta, amore mio, finalmente! Ho sete, tanta sete. Portami a casa. Portami con te!”

“Sono qui, Gino, sono venuta a prenderti, a portarti via con me…”

È Natale. Forse Cosetta se l’è ricordato, forse ti ha solo dato retta, chissà…
Il fatto è che ora siete di nuovo insieme, e sarà per sempre, come volevi tu.
È Natale, Gino, ora anche per te.

Un fulmine a ciel sereno

Come un fulmine a ciel sereno, la notizia arrivò improvvisa, inaspettata.
«Non è giusto.» fu la prima cosa che mi uscì fuori.
Guardai oltre la finestra: c’era sereno. Il sole era tramontato e sulle strade ancora le pozze che la pioggia aveva sparso ovunque per quasi due giorni.
Ma piovve ancora dentro la mia testa. Mi bruciavano gli occhi e non riuscii a fermare le lacrime. Gocce incandescenti che scendevano come la rabbia che saliva. Scottava la mia faccia e il mio cuore bolliva.

Era stato Davide a dirmelo. Era passato davanti a casa mia e si era fermato.
Cinque secondi. Tre parole e il tempo di elaborarle.
«Chiara è morta.» aveva detto, la voce tremava e a stento tratteneva il pianto.
Non lo avevo mai visto così. Del resto era la prima volta per tutti noi.
Fino ad allora non avevamo mai fatto i conti con la morte, con la perdita di una persona cara.
Eravamo ragazzi, i più vecchi di noi avevano appena sedici anni. La morte non l’avevamo proprio messa in conto.
Chiara si era sentita male la sera prima al cinema. Dicono che stava ridendo di gusto per una scenetta comica, che di punto in bianco s’era fatta seria, che poi aveva perso i sensi senza fare in tempo a dire una parola.
E che non si svegliò più.
Emorragia cerebrale, così la vita di Chiara si spense per sempre.
Chiara, occhi azzurri come cielo sereno, capelli come grano maturo e pelle come latte alla fragola, lentiggini e sorriso disarmanti.
«Non è giusto.» ripetevo, mentre Davide si copriva il viso.

Era un giorno d’autunno del 1981 e per la prima volta io e i miei amici ci scoprimmo mortali.
Dopo quarant’anni mi chiedo chi si sia salvato di noi… Nessuno in verità. Ora siamo tutti qualcos’altro, resi irriconoscibili dallo scorrere della vita. Tutti eccetto Chiara, solo lei è rimasta la stessa.
Ora come allora rivedo Chiara, sento la sua voce di eterna quattordicenne, amica di una volta…
Ora e per sempre.

Summer Lightning (Camel, 1978)

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