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Ferrara raccontata dai migranti: similitudini e contrasti

Se hai 24 anni e come Aurelia sei appena arrivata a Ferrara dalla Moldavia, quando cammini sui ciottoli di via Cammello potresti anche non fermarti incantata a guardare le decorazioni in cotto della chiesetta di San Gregorio, ma magari spiare dubbiosa ogni incrocio cercando di riconoscere quello che porta in via Brasavola, dove c’è la sede della Caritas che ti sta dando aiuto per mettere in regola le carte e fornirti le energie per un nuovo inizio.
In quel momento, in effetti, ad Aurelia veniva da pensare a cose molto più presenti e urgenti che non al fatto di trovarsi nel cuore del ‘castrum’ – come ha spiegato invece la guida turistica dell’associazione Itinerando, Chiara Ronchi – ovvero quell’area dove venne costruito il primo insediamento di tipo militare, che è poi il nucleo da cui si è espansa la città. Lo stesso pezzo di strada è diventato invece primo insediamento personale e quasi un’estensione della sua casa per Samira, arrivata a 20 anni dall’Iran come studentessa dell’Università di Ferrara, quando un annuncio le ha fatto trovare un appartamento in affitto proprio qui, in condivisione con una sua connazionale. E allora lei sì – ha raccontato – che ci faceva caso alla bella chiesa costruita attorno all’anno Mille e ai suoi fregi in cotto sopra al muro in mattoni a vista della facciata in stile romanico; anzi, l’albero che fiorisce nel suo piccolo cortile l’ha rincuorata a ogni primavera e rimarrà un luogo d’incanto nella mappa geografica delle sue emozioni.

Guide e operatori di Camelot alla partenza del Migrantour a Ferrara in via Cammello (foto Luca Pasqualini)

Inizia così il MigranTour Experience, la visita guidata fatta a Ferrara sabato 27 ottobre 2018, in occasione del festival ‘Itacà – Migranti e viaggiatori’, dedicato al turismo responsabile, etico e rispettoso dell’ambiente e di chi ci vive. A organizzare l’insolito accompagnamento alla scoperta della città estense sono stati gli operatori della cooperativa Camelot che hanno coinvolto ragazze e ragazzi originari di altri Paesi che, a Ferrara, ci sono arrivati per studio, lavoro, richiesta d’asilo.

Passaggio in in via Mazzini per l’edizione ferrarese del MigranTour (foto Luca Pasqualini)

Lamin, per esempio – che viene dal Mali, nell’entroterra del nordovest africano – ha rivelato quanta gioia gli avesse dato camminare per via Mazzini quand’era tutta coperta dagli ombrelli colorati, perché gli ricordava la sfilata variopinta di una festa che si fa nel suo paese. Sul Listone, accanto al campanile di piazza Trento Trieste, è stato Muddasar Ali, studente pakistano di 22 anni, che ha raccontato con estrema proprietà di linguaggio e accento impeccabile ma anche ironico, dello stupore e della soggezione che gli incutevano tutti questi orologi che campeggiano in città, perché nel Paese dove è nato ci si dà appuntamento con molta meno precisione, basandosi solo sullo scandire dell’ora di preghiera che risuona dai minareti.

Sosta sul Listone per il Migrantour ferrarese (foto Luca Pasqualini)

Davanti alla statua di Savonarola parla Sitta, rifugiato del Benin, che mostra la foto della statua di un antico re del suo Paese alla quale ha detto di pensare sempre quando guarda il piglio e i gesti orgogliosi dell’antico predicatore ferrarese, perché entrambi tendono il braccio e la mano dell’eroe africano è aperta e solida davanti a lui, in quel caso per mettere un freno all’avanzata dei francesi.

Migrantour a Ferrara: largo Castello con Sitta che mostra la foto della statua di un antico re del Benin (foto Luca Pasqualini)

In corso Ercole I d’Este tutti i migranti-guida hanno raccontato di esserci passati tante volte per fare la fila alla Questura e poi, pian piano, di aver cominciato a guardarsi intorno notandone la bellezza. In particolare per Keita, un giovane richiedente asilo del Gambia (piccolo Stato affacciato sull’Oceano Atlantico nel nord dell’Africa), questa strada è stata una rivelazione quando ha visto che si apriva su tanti spazi verdi e soprattutto su Parco Massari, dove ha ritrovato la gioia di correre sull’erba e in mezzo agli alberi come era normale fare per lui nel paese da cui proviene.

Migrantour a Ferrara: il passaggio in corso Ercole I d’Este (foto Luca Pasqualini)

Il MigranTour – tour cittadino a cura dei migranti – si è concluso nei locali della contrada di San Benedetto dove Guy, mediatore interculturale originario del Camerun, ha raccontato la somiglianza tra le attività del palio di Ferrara e quelle di una rievocazione storica con i cavalli che si fa a Bafou. Tutto il mondo è paese, insomma, e i giovani che a Ferrara sono arrivati pieni di speranze, ma anche di timori e spaesamento, hanno saputo raccontarlo con semplicità ed emozione. Chissà che non ci siano nuove edizioni del MigranTour: un’iniziativa coinvolgente per le persone che a Ferrara ci sono nate e cresciute e che con curiosità, in questo modo, si possono affacciare a guardare il resto del mondo dalle belle vie familiari rivisitate attraverso gli occhi degli altri.

Sosta in piazza Savonarola (foto Luca Pasqualini)
Largo Castello con le guide-migranti (foto Luca Pasqualini)
Passaggio in corso Ercole I d’Este con Guy (foto Luca Pasqualini)
Nella contrada di San Benedetto (foto Luca Pasqualini)
Tappa alla contrada (foto Luca Pasqualini)

Nella foto di copertina in apertura da sinistra il mediatore interculturale camerunense Guy cammina accanto alla collega mediatrice Aurelia originaria della Moldavia, alla studentessa iraniana Samira e alla guida di Ferrara Chiara Ronchi lungo via Mazzini (foto-servizio di Luca Pasqualini)

Giardini rubati negli scatti di Paolo Zappaterra per una Ferrara lunare e nascosta

“Giorgio Bassani non era simpatico, come non lo sono io; era un originalissimo, un anticonformista, quando io l’ho letto mi sono detto ‘qua ci siamo’”. Non ti annoi mai quando parla Paolo Zappaterra. Ti spiazza e ti accorgi che hai teso i muscoli e stai in guardia, come sul tappeto davanti al maestro di Ju-Jitsu. Forse è per ciò che intorno a questo fotografo coi baffi e i capelli bianchi ci sono sempre tanti giovani. Così è avvenuto martedì sera per la serata intitolata ‘Giardini trasparenti’, dedicata alla visione dei suoi scatti realizzati a partire dagli anni Settanta e conservati su diapositive mai presentate in pubblico. Organizzata dai ragazzi dell’associazione IlTurco, l’iniziativa fa parte del festival ‘Itacà migranti e viaggiatori’, manifestazione unica a livello nazionale, che da dieci anni si dedica al turismo responsabile e che per il terzo anno approda anche a Ferrara (da martedì 23 a sabato 27 ottobre 2018).

Serata col fotografo Paolo Zappaterra all’associazione IlTurco e in alto il pubblico che guarda le sue diapositive (foto Luca Pasqualini)

Tra gli eventi in programma c’era appunto la visione di queste immagini realizzate da Zappaterra “infilandosi nei portoni lasciati aperti, citofonando agli sconosciuti, cercando i balconi giusti su cui salire per catturare in un’immagine l’anima verde di una città solo apparentemente rossa di muri e mattoni”.
Cosa sono queste foto di giardini proiettate sul foglio bianco appeso nel cortile dell’associazione IlTurco, nella viuzza omonima dentro al cuore vecchio e scrostato di Ferrara? Le guardi e stringi gli occhi per capire, cercando di mettere a fuoco quello che lui cerca di stanare, quello che c’è e quello che manca. L’atmosfera è quasi carbonara nel cortile chiuso da muri di mattoni a vista, con la grande luna velata di foschia che fa da spot a questo un evento notturno e pieno di suggestione. Spiega il fotografo: “Sono voluto andare a fondo, cercare Ferrara oltre lo stereotipo del duomo e del castello, ho voluto aprire le porte che erano chiuse. È un atto d’amore per la mia città”.

Il fotografo Paolo Zappaterra (foto Luca Pasqualini)

Parlando con Paolo Zappaterra ho sempre l’impressione che la sua visione del mondo si basi sull’essere ferraresi o non esserlo. Un’idea che trova conferma mentre il video su Bassani non parte subito e la colpa viene data al giovane assistente teutonicamente biondo “che ha un nome stranissimo sctrinzantzag che non riesco a pronunciare”. Poi quando la padrona di casa Licia Vignotto presenta l’iniziativa, Zappaterra le chiede se può cercare di tramutare la sua nordica erre moscia in una esce e magari in una grassa elle ferrarese.

Pubblico per Zappaterra (foto Giorgia Mazzotti)

Alcuni non possono fare a meno si invocare il nome di dio, lui evoca sempre quello di Ferrara: nelle parole, negli spazi, nelle inquadrature, come se non potesse avere altro io di questa città. Incalzato, chiedendogli del suo rapporto con Ferrara – però – prende le distanze pure da questo, dicendo che lui ha origini romagnole.

Diapositive in esposizione (foto Giorgia Mazzotti)



Dopo la proiezione del video con la sequenza di foto tutte dedicate ai luoghi ferraresi legati a Bassani e alle sue poesie, Zappaterra chiede: “Lo conoscete Bassani, ragazzi?”. E davanti al silenzio della platea allarga le spalle: “Allora non è poi così famoso”. Poi spiega: “La curiosità è importante da matti, non basta trovarsi tutti le sere a bere e chiacchierare. Fanno i film e dentro ci mettono Berlusconi. Che ce ne frega di Berlusconi a noi?! La democrazia si regge sulla partecipazione, non si può accettare tutto quello che ci propongono. Noi siamo nati unici, non possiamo seguire quei percorsi che altri hanno deciso per noi, perché questo porta alla farmacia, agli psicofarmaci. Non dovete lasciare che vi incanalino”.

Tra il pubblico l’attore Giulio Costa del teatro Ferrara Off (foto Giorgia Mazzotti)

Pungente ma poi pieno di slanci, come nelle sue riprese fotografiche a caccia di dettagli sfuggiti, Zappaterra si lascia alla fine andare. E al pubblico, che ha un po’ provocato e strattonato, confessa: “Con voi giovani io faccio benzina tutti i giorni; più uno è giovane, più dentro ha speranza, ha il fuoco”. E i ragazzi che evidentemente lo conoscono e apprezzano, gli rispondono con i loro diversi accenti di studenti fuori sede, ammaliati dalla sua dialettica volutamente provocatoria come da questa città lunare e inafferrabile che rimbalza dai suoi “Giardini trasparenti” per cercare di raccontare quello che sfugge, quello che si rifugia negli angoli, nell’ombra.

Serata col fotografo Paolo Zappaterra nel cortile di via del Turco a Ferrara (foto Luca Pasqualini)

Un’altra occasione per guardare Ferrara da un punto di vista inedito la offrirà l’iniziativa MigranTour Experience Ferrara: una visita nel centro della città estense con il ruolo di guida affidato ai cittadini stranieri che ci vivono e che la mostreranno secondo i loro punti di riferimento. I migranti-ciceroni saranno affiancati da una guida ferrarese, che potrà inquadrare i luoghi indicati anche da un punto di vista storico-artistico. L’appuntamento, in programma nella mattinata di sabato 27 ottobre 2018 alle 11, è gratuito ma solo su prenotazione (con email all’indirizzo camelot@coopcamelot.org) per la giornata finale della tappa ferrarese del festival ‘Itacà – migranti e viaggiatori’.

“Io fuggito da Boko Haram e poi venduto dalla polizia agli scafisti”
Ecco Lynus, 19 anni, uno degli ‘invasori’ che fa tremare l’Europa

“Gli agenti della polizia libica facevano affari con gli scafisti. Una notte mi hanno detto: Svegliati, vai in Italia. Io avevo paura di salire sulla barca perché non sapevo nuotare. Poi mio fratello mi ha preso per mano’. Qui il racconto di Lynus Efosa, nigeriano di 19 anni, in Italia da due, si interrompe per l’emozione, il dolore ancora vivo del ricordo. Un’altra pausa quando parla di sua madre, Gladys, e di sua sorella, Fatima. Gli occhi si fanno lucidi. Sempre fieri però. Coraggiosi. A una settimana dai fatti di Gorino abbiamo scelto di vedere quella che è stata definita “invasione” dal punto di vista opposto. Con Lynus abbiamo ripercorso le tappe di un viaggio disperato, da quando iniziò a entrare nella milizia a nove anni fino al suo affidamento a Camelot, che si è occupata di lui insieme all’istituto don Calabria di Ferrara.

Lynus, è molto giovane, quanti anni aveva quando è arrivato in Italia?
Ero minorenne, circa 17 anni, è stato nel luglio del 2014.

Le piaceva stare in Nigeria?
No, non mi piaceva molto. Certo la Nigeria è una terra ricca, ma la ricchezza è nelle mani di pochi che con quel tesoro possono fare tutto, permettersi ogni tipo di sopruso sugli altri, cioè la maggioranza povera. Chi ha i soldi in Nigeria, compra la politica, le istituzioni, persino la polizia.

Anche la polizia?
Se vai in Nigeria con i soldi ti trattano come un re. Sei bianco, sei ricco, la polizia ti fa da guardia del corpo costantemente. Ma se non puoi pagare, anche se uccido una persona a te cara non puoi fare niente, specialmente se chi l’ha uccisa ha amici ricchi. I soldi significano sicurezza.

Tutto è iniziato quando sua madre è stata uccisa, giusto?
Sì.

Capisco che è difficile parlarne, ma può essere importante per inquadrare meglio quello che sta avvenendo in Italia. Se non se la sente andiamo oltre.
No va bene. Mia madre lavorava in una zona del villaggio di Dogo Na Hawa, nel nord della Nigeria, abitata soprattutto da cristiani, infatti lì c’era una chiesa cristiana. Era il 7 marzo del 2010. L’anno in cui è arrivato il gruppo di Boko Haram (il soprannome dell’organizzazione terroristica di matrice islamica ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e per la Jihad’, significa letteralemente ‘Educazione occidentale vietata’, ndr). Mia madre stava lavorando. Tutto andava normalmente e nessuno sospettava niente. Finché non è esplosa una bomba potente. Mia madre è morta. Avevo circa 13 anni.

Poche ore dopo l'attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro ripete in inglese: "Dove sei? Dove sei andato?" Non sappiamo a chi sia indirizzata la domanda. Forse a Dio. L'Occidente quanto ha ascoltato quell'urlo?
Poche ore dopo l’attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro, ripresa da un cellulare, ripeteva in inglese: “Dove sei? Dove sei andato?”. Non sappiamo a chi fosse indirizzata la domanda. Forse a Dio. L’Occidente quanto ha ascoltato quell’urlo?

Dove si trovava quando è successo?
Ero fuori paese a comprare roba da mangiare con mio fratello. Mia sorella invece era in giro a vendere cibarie.

Lei è il più piccolo di tre fratelli, giusto?
Sì, piccolo ma coraggioso.

Perché dice coraggioso?
Perché quando avevo dieci anni sono entrato in un gruppo paramilitare per la difesa del mio Paese. Non avevamo le armi, ma controllavamo notte e giorno la nostra zona e sorvegliavamo che tutto andasse bene.

Ha deciso liberamente di entrare nell’organizzazione?
Sì perché quando eri uno di loro, la gente ti rispettava, nessuno poteva farti niente. Ti sentivi sicuro.

Ma non andava a scuola?
Sì ma ho smesso a nove anni.

Perché?
Problemi economici. Mio padre Emanuel è morto quando avevo tre anni. Ha avuto un incidente stradale. Faceva il camionista per la Guiness, la birra. Dopo questo fatto, mia madre è stata costretta ad andare a lavorare e ha aperto un negozietto di alimentari, mia sorella l’aiutava a vendere.

Quando una donna con bambini rimane vedova come può vivere, non c’è nessuno che l’aiuta?
Sì di solito i parenti del marito e i suoi genitori. Ma nel nostro caso non è stato così perché per potersi sposare i miei si sono dovuti mettere contro le rispettive famiglie. I parenti di mio padre non volevano perché mia madre veniva dal nord. Una volta il nord e il sud non erano amici.

Pare che questo avvenga in tutti gli Stati del mondo. Ma torniamo alla sua storia. Chi vi ha avvisato dell’accaduto?
Nostro zio. Noi lo chiamavamo zio, ma era un vicino di casa che ci aiutava. Era musulmano. È venuto da noi, ci ha presi con sé, ci ha portati a casa e ci ha detto: “E’ finita. Qui non è più sicuro per voi. Partiamo e andiamo in Niger, lì conosco qualcuno”.

Il 7 marzo sembra un giorno come tanti. Invece in un batter d’occhio per lei è cambiato tutto. Cosa è avvenuto immediatamente dopo l’attentato?
Sì ho perso mia madre, si chiamava Gladys. E sia io che mio fratello abbiamo perso i contatti con mia sorella Fatima. Da allora non sappiamo cosa le sia successo, se sia viva o no, o dove sia andata. Fatima è un nome musulmano. Prima vivevamo vicini cristiani e musulmani. Il giorno della bomba è scoppiata una guerra civile, perché dopo sono arrivati i militari nigeriani con i fucili e sono iniziate le sparatorie.

Da qui in poi comincia un viaggio di quattro anni che culmina con la salvezza, che ha il volto della Marina Militare Italiana. Prima di arrivare a questo però, Lynus dovrà affrontare un viaggio di più di due anni dalla Nigeria alla Libia, poi la prigionia nelle carceri libiche. Infine verrà venduto dalla polizia agli scafisti e verrà portato in alto mare, a pochi chilometri da Lampedusa, dove non sbarcherà mai a causa dell’enorme quantità di profughi presenti sull’isola. Lui e il fratello Erik saranno condotti direttamente a Napoli. È il giugno del 2014. Ma facciamo un passo indietro.

La persona che voi chiamavate zio vi ha portati da alcuni amici in Niger, giusto?
Sì, siamo rimasti lì parecchio più di un anno, credo, non ricordo bene. Davamo una mano in campagna. Ma eravamo stranieri in mezzo a stranieri e la situazione del Niger non era buona. Un giorno lo zio ci ha detto che in Libia c’era possibilità di lavorare e che là c’erano molti nigeriani. Così ci siamo aggregati, questa volta da soli, ad un gruppo di persone che con jeep e camion stava attraversando l’Africa per andare in Libia. Su quei camion c’era gente di ogni nazionalità e gruppo etnico, tutti stipati. C’era gente dalla Costa d’Avorio, dal Cameroon, dal Mali, eccetera.

Quindi finalmente arrivate in Libia.
Sì, ma quando siamo arrivati, gli autisti ci hanno chiesto i soldi del viaggio. Noi non ne sapevamo nulla. Non sapevamo se nostro zio li avesse già pagati. E in più non avevamo niente di niente. E quelli ci hanno detto: Se non pagate chiamiamo la polizia. I poliziotti sono arrivati e ci hanno portato subito in prigione.

Qui il racconto si interrompe, le parole faticano ad uscire, sono bloccate da un nuovo nodo di dolore.

Se la sente di parlarci del periodo della prigione?
È stato molto brutto. Ci hanno divisi, io con i piccoli e mio fratello con i grandi, anche se abbiamo solo due anni di differenza. A me hanno trattato abbastanza bene perché ero piccolo per loro, a mio fratello no.

Ha subito violenze?
Mio fratello non è stato fortunato come me.

Quanto siete rimasti in prigione?
Circa un anno e mezzo. Mese più mese meno.

Lei aveva circa 15/16 anni. Perché vi hanno tenuto così tanto?
Perché aspettavano che qualcuno ci reclamasse. C’erano molti ragazzi in prigione, quando le famiglie se ne accorgevano, pagavano per farci uscire. Ma per noi nessuno ha pagato.

Quindi cosa è successo?
Un giorno un poliziotto viene e parla con me e mio fratello. Ci chiede cosa ci facciamo lì dentro e poi ci dice: Ok, trovo il modo di mandarvi fuori. Ma noi abbiamo risposto: Non sappiamo dove andare. Nessun problema, dice lui, vi aiuto io.

E vi ha aiutato?
Ci ha aiutato. Ci ha portato a casa sua. Poi una notte ci ha detto venite con me. Ci ha portato in una città che non conoscevamo, di nome Tripoli. Siamo andati sul mare. Diceva: “Vi faccio vedere una cosa”. Noi avevamo paura, ma non avevamo scelta.

Cosa c’era là sul mare?
Un gruppo di persone e una barca. Ha detto: “Vedete quelle persone lì? Vanno in Italia. Voi andrete con loro”. Ma io non volevo andare e piangevo. Piangevo perché non sapevo nuotare e avevo paura. Ma mio fratello mi ha preso per mano e mi ha fatto coraggio. Così mi sono ricordato che io ero quel ragazzo piccolo, ma coraggioso.

Ma chi ha pagato?
Non lo sappiamo. Ma abbiamo capito che la polizia dà agli scafisti gente sempre nuova per il viaggio. E molti sono reclutati dalla galera.

Come è stata la traversata in barca?
Per fortuna il mare era calmo, anche se comunque io non ho fatto altro che vomitare. Da dove ci avevano messi non vedevamo fuori. Ad un certo punto ci siamo accorti che non c’era nessuno a comandare, c’eravamo solo noi. Non ho mai capito chi guidasse. Infatti quando è arrivata la Marina Italiana non ha trovato nessuno a guidare. Qualcuno ci deve essere stato, poi si sarà confuso tra la gente.

Quanto siete stati in mare?
Ci siamo imbarcati la notte, tutto il giorno abbiamo navigato e alla notte successiva è spuntata la nave italiana.

Cosa ha provato?
Mi sono sentito contento. All’inizio piangevo e avevo paura perché ero rimasto da solo, mi avevano portato in salvo e mio fratello era rimasto in barca, ma poi nel giro successivo è arrivato anche lui. Siamo rimasti tre giorni nella nave militare: ci hanno detto che bisognava andare a Napoli perché a Lampedusa c’era troppa gente.

Poi una volta a Napoli qualcuno si è occupato di voi?
Sì, siamo stati subito trasferiti a Bologna. Siamo rimasti lì una settimana e poi siamo arrivati a Ferrara con Camelot. Siamo stati sistemati alla Città del Ragazzo, istituto don Calabria.

Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo
Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo

Sentire che ci sono problemi con gli stranieri, sapere i fatti di Gorino e tutto quello che si dice come la fa sentire? La fa arrabbiare?
No, mi dispiace che la gente ha paura. Però penso alla questione del grattacielo: la gente ha ragione. È normale non volere nella tua città cose come droga e violenza. Ed è vero che molti nigeriani gestiscono il traffico di droga. È una cosa che fa male anche a me. Mi danno fastidio spesso.

In che senso?
Mi capita spesso che qualche signore italiano mi fermi per strada e mi chieda: “hai la droga?”. Io mi arrabbio moltissimo, rispondo: “Cosa credi che siccome siamo nigeriani siamo tutti uguali?”

E loro?
Loro mi mandano a quel paese e se ne vanno.

Qual è il suo sogno, Lynus?
Vorrei lavorare, magari fare il parrucchiere, un lavoro che facevo anche da piccolo in Nigeria e per cui ho fatto anche un corso qui in Italia. Poi con il tempo una donna e una famiglia.

Non vuole tornare in Africa?
No assolutamente. Prima devono morire tutti i presidenti corrotti, deve cambiare la situazione. E credo che anche se sono giovane non farò in tempo a vederla cambiare.

Lei è stato accolto come minore alla Città del Ragazzo, poi sempre sotto Camelot è passato in una comunità per neo maggiorenni a Tresigallo. E ora?
Ora sono in scadenza. Dopo Natale dovrò lasciare la comunità, ma non so cosa farò, dove andrò ad abitare. Per pagare l’affitto mi servono un po’ di soldi. Al momento grazie all’aiuto di Camelot sto facendo il servizio civile nella biblioteca di Tresigallo, e sono molto contento di lavorare lì, ma ovviamente se dovessi pagarmi vitto e alloggio i soldi non basterebbero.

C’è stato un momento felice, spensierato nella sua vita?
Quando ero bambino e giocavo, prima di dover andare a lavorare a nove anni. Ero troppo piccolo per capire cosa succedeva, ed ero felice.

INTERSEZIONI
I rifugiati mettono in scena le loro storie a teatro

da Cooperativa sociale Camelot

Il Teatro Nucleo di Pontelagoscuro ha ospitato per dieci giorni la residenza artistica di due registi, che hanno realizzato un laboratorio teatrale con alcuni rifugiati residenti a Ferrara.
Il risultato è l’emozionante spettacolo “La Fuga” andato in scena il 9 dicembre.

Douglas è un richiedente asilo che vive a Cona nella casa gestita dalla cooperativa Camelot, ha studiato recitazione fin da bambino. In Nigeria era attore per il teatro e per il cinema, ha anche lavorato in alcuni colossal di Nollywood, ed ora il suo sogno è tornare sul palco. Lo spettacolo “La Fuga” gli ha ridato la speranza di poterci riuscire.

La scena si apre con due pannelli neri che si muovono spinti da un gruppo di migranti e si dispongono a formare la prua di una nave di fronte al pubblico. Il senso è: siamo tutti sulla stessa barca. Non solo chi scappa dal proprio paese, ma ogni abitante della terra. E se non riscopriamo il senso di comunità, non c’è futuro per nessuno.
“La Fuga” è uno spettacolo intenso che mette in scena il talento espressivo e la ricchezza umana di chi si è abituati a considerare un “problema”. A recitare sono, assieme ad un’attrice italiana, rifugiati e richiedenti asilo che vivono a Ferrara, che per oltre una settimana hanno partecipato al laboratorio teatrale tenuto, presso il teatro “Julio Cortàzar” di Pontelagoscuro, dai registi Andrea Santantonio eNadia Casamassima del Centro Iac (Centro Arti Integrate) di Matera, ospiti della residenza artistica “Cose Nuove” organizzata dal Teatro Nucleo.

Parlano di sé, si mescolano tra il pubblico, ripropongono le frasi razziste di un articolo del ‘58 che gli americani scrissero contro gli italiani e sembra di sentire i luoghi comuni di oggi sui profughi. Ballano, cantano, si rincorrono, si interrogano, ci interrogano, e alla fine disegnano per terra i loro desideri. Una casa, un albero di arance, una chiesa, una piscina, un’auto, una scatola dei ricordi, un bambino. Poi, un attimo prima della conclusione dello spettacolo e degli applausi finali, prendono per mano gli spettatori e li conducono in scena per spiegargli perché hanno fatto quel disegno, e cosa rappresenta. Dapprima le persone sono in imbarazzo, poi tutti vogliono ascoltare e si alzano spontaneamente per andare a sentire i racconti dei rifugiati. Il teatro compie la magia: indurre all’ascolto, alla curiosità, a superare le proprie resistenze.

“Non vogliamo gli applausi, vogliamo parlare”, dicono gli attori. Ma gli applausi arrivano lo stesso, per suggellare questa comunione laica che ha portato tutti incredibilmente vicini nel copro e nei sentimenti.

“Abbiamo voluto rappresentare l’allontanamento necessario, la diaspora dei popoli, l’emigrazione da terre inospitali. Quelle fughe che spingono ad allontanarsi dai conflitti in cui si è solo vittime, dalle terre in cui non si è chiesto di nascere. Quelle fughe a cui ci stiamo abituando ad assistere, a cui non riusciamo a trovare rimedio, ma a cui vogliamo dare una voce”, ha spiegato il regista Andrea Santantonio.

“Non volevamo parlare della loro traversata, di cui abbiamo già visto e sentito tanto, ma di quanto loro si sentano ancora in viaggio. Nessuno di loro si sente approdato, e questa è una condizione comune a tanti esseri umani”.

“Per noi è importante che loro siano attori non solo dello spettacolo, ma della loro esistenza. Che iniziano a porsi non come oggetto, ma come soggetto attivo, che mettano a disposizione quel che hanno per creare comunità”.

Non sono parole, ma è quel che è accaduto al termine dello spettacolo, con il pubblico
che ha voluto conoscere queste persone.

Oami è fuggita dal Gambia dove lavorava in una TV locale come attrice di soap opera, e tornare a recitare è come recuperare un pezzetto della sua storia.
Al pubblico regala un canto in lingua mandingo. “E’ un canto di benvenuto – spiega – racconta di un paese che accoglie, così come un uomo tra le sue braccia”.

E’ l’augurio che facciamo a noi e a loro oggi, Giornata mondiale dei diritti umani, anniversario della proclamazione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948.

SEGNALI
Ecco la “casa del quartiere”. Per gli abitanti di via Medini uno spazio condiviso di incontro

Da cooperativa sociale Camelot

Al confine tra Doro e Barco c’è un nuovo spazio di vicinato che servirà alle 300 famiglie del quartiere per incontrarsi e organizzare attività di socializzazione.
Il caseggiato, costruito nel 1979 e gestito dalla cooperativa Castello, è uno dei più grandi della città, e negli anni ha subito profonde trasformazioni. L’età degli abitanti è aumentata, e con essa i bisogni. Per questo, Comune di Ferrara, Asp e Azienda Asl, la primavera scorsa, hanno avviato un’attività di facilitazione per raccogliere le nuove esigenze degli inquilini e rispondere alle loro richieste. Per farlo, si sono avvalsi del supporto della cooperativa Camelot e del Teatro Nucleo, oltre che di singoli cittadini e realtà della zona. Il nuovo spazio è stato inaugurato venerdì pomeriggio al civico 34 di via Medini.

Sono stati organizzati vari momenti di condivisione, confronto e ideazione, come camminate di quartiere, feste tra le case, laboratori teatrali, interviste video, riunioni di abitanti, tutti parte del progetto Porte A.per.Te, nato nell’ambito del percorso regionale di partecipazione attiva Community Lab. La richiesta più frequente raccolta dagli operatori che hanno seguito gli abitanti, è stata quella di tornare a stare assieme, a vivere di più in spazi comuni, come accadeva all’inizio dell’insediamento. Ed è così che, grazie ad uno spazio messo a disposizione dalla cooperativa Castello, ed un contributo del Comune, si è arrivati ad inaugurare la nuova “casa del quartiere”.

“Qui si potranno condividere capacità, problemi e soluzioni”, ha detto Patrizio Fergnani, del Servizio salute e politiche socio sanitarie del Comune di Ferrara, uno dei facilitatori di Porte A.per.Te.

“Ora sta a voi fare in modo che questo posto non si riempia di ragnatele, ma di persone”, ha auspicato Chiara Sapigni, assessora alla Sanità, ai Servizi alla Persona e all’Immigrazione.

“Noi ci preoccupiamo della sanità, ma anche della salute, non solo fisica, ma anche sociale, e il benessere non si raggiunge da soli, bene dunque questo nuovo spazio”, ha affermato Paola Castagnotto dell’Azienda sanitaria locale.

“Sono anni che lavoriamo qui per facilitare i rapporti tra i vicini, e questo traguardo è davvero importante per tutti”, ha spiegato Eris Gianella della cooperativa Camelot.

Daniele Guzzinati, Presidente della Cooperativa “Castello”, ha chiuso i saluti istituzionali ricordando che “la qualità della vita è da sempre un obiettivo della cooperativa di abitanti: in collaborazione con le Istituzioni offriamo uno spazio ai cittadini perché lo possano riempire di partecipazione.”

Quindi gli abitanti, diretti da Natasha Czertok e Greta Marzano, hanno proposto delle letture ispirate sia ai ricordi del quartiere, come la cocomerata di Ferragosto, che a fantasiose proposte per il futuro, come gli scivoli per collegare le case fra loro.

Queste suggestioni sono emerse nel corso del laboratorio teatrale sulla memoria del quartiere “Teatro tra le case”, condotto dal Teatro Nucleo, che ha anche coordinato le riprese del video “Abitare al Doro” di Martina Pagliucoli, e la ricerca fotografica di Giacomo Stefani, fatta di ritratti degli abitanti nelle loro case e suggestivi scorci che mostrano le architetture immerse nel verde. Immagini che rimarranno nello spazio di vicinato per ricordarne la storia.

Il pomeriggio si è concluso con un rinfresco preparato dagli stessi abitanti e con il mercatino dei lavori dei bimbi della scuola Guido Rossa, la nuova linfa vitale del quartiere.

IL FATTO
Blitz di Fratelli d’Italia alla coop Camelot. L’accusa di Spath, la risposta di De Los Rios

Ieri mattina c’è stata una visita inaspettata per i lavoratori della cooperativa Camelot. Guidati dal consigliere comunale Paolo Spath, alcuni militanti di Fratelli d’Italia An, tra cui i dirigenti provinciali Fabrizio Florestano, Alessandro Balboni e Stefano Barbieri, si sono presentati davanti al cancello di via Fortezza con bandiere e volantini per protestare contro le modalità di accoglienza ai rifugiati e ai profughi.

“La nostra iniziativa è nata – ha spiegato il consigliere Spath – perché c’è stata un delibera di giunta che ha approvato la richiesta di accogliere a Ferrara 64 rifugiati con un finanziamento di oltre 900 mila euro. Così abbiamo deciso di andare in modo provocatorio con dei cartelli e un salvadanaio per raccogliere offerte per la cooperativa. Il nostro non vuole esser un attacco alla sua attività sociale, ma alle problematiche della gestione dei rifugiati. Sono tre i punti che contestiamo. Innanzitutto non siamo d’accordo a monte con l’assegnazione di tutti questi aiuti dallo Stato. Poi Camelot lavora in maniera monopolistica e i soldi vanno rendicontati in modo più ampio. Infine 448 € è la pensione minima di un pensionato sociale, mentre un calcolo approssimativo ci dice che un profugo ci costa 1100 € mensili, quindi c’è una forte disparità. Tra l’altro a loro rimangono in tasca pochi soldi, quindi tutto viene speso nella filiera: noi non vogliamo che qualcuno speculi su queste persone. Non siamo contrari al sostegno ai rifugiati, ma prima vogliamo vederci chiaro, infatti l’hashtag dell’iniziativa è proprio #vediamocichiaro. Come Fratelli d’Italia e Alleanza Nazionale abbiamo chiesto lo stop agli sbarchi e chiediamo che tutti i richiedenti asilo siano maggiormente controllati perché l’Unione Europea ha detto che il 10% di chi chiede asilo, non ne ha diritto. Inoltre queste persone vengono da paesi dove c’è il terrorismo e rischiamo delle infiltrazioni. Presenteremo anche un’interpellanza comunale in merito alla gestione dei fondi sia a livello locale che nazionale: dopo lo scandalo romano deve essere resa più chiara possibile per tutti, a partire da chi lavora nelle cooperative.
Quella a Camelot è un’assegnazione diretta, non ci sono altre strutture che lo fanno, perciò pretendo la rendicontazione dei passaggi e una spesa esattamente commisurata a quello che serve.
Anche le nostre famiglie sono in difficoltà, noi vogliamo avere la contezza che chi ha lo status ne abbia realmente la necessità”.

Avete parlato con gli operatori della cooperativa mentre eravate lì?
No – ha spiegato Spath – è uscito solo un operatore che ci ha detto: fate quello che vi pare e se ne è andato. Poi noi eravamo lì con i giornalisti, stavamo rispondendo alle domande e non c’è stato il momento.

L’operatore a cui si riferisce il consigliere Spath è Carlo De Los Rios, direttore della cooperativa Camelot.
Non sapevamo nulla di questa iniziativa – ha detto De Los Rios – fino a quando li abbiamo visti qui sotto. Sono sceso per chiedere cosa stessero facendo, e l’unica cosa che hanno fatto, è stata rassicurarmi che poi avrebbero tolto tutti i volantini che avevano attaccato. Ma nessuno mi ha fatto domande, non hanno cercato di interagire con noi, non cercavano i contenuti per approfondire il tema, ma solo di fare il blitz. Questa è una roba che puzza di qualche decennio fa. Il punto è che i soldi ci sono stati assegnati grazie a un bando vinto arrivando terzi su circa 420 a livello nazionale. Una cosa di cui bisognerebbe andare fieri invece che accusarci.

Fratelli d’Italia chiede trasparenza nei conti, proviamo a fare un po’ di chiarezza sulla questione?
Il bando che abbiamo vinto è triennale, il finanziamento è partito nel 2014 e arriva fino al 2016. I rifugiati sono già qui dall’anno scorso, per cui questa in realtà è una non notizia. Noi riceviamo 723 mila euro dallo Stato ogni anno per l’accoglienza, la protezione e l’integrazione di 64 richiedenti asilo. A questa erogazione statale va aggiunto un cofinanziamento comunale di 181 mila euro che però non si traduce in soldi che entrano nelle nostre casse, ma è la stima complessiva di servizi che vengono forniti. La parte a carico del Comune è di 30-35 mila euro, che equivale al valore del lavoro dei dipendenti comunali che si occupano dei migranti, sommata alle spese di canone per la scuola di Vallelunga che accoglie 20 persone. I restanti 150 mila euro circa sono i progetti di supporto che vengono offerti dalle realtà del territorio: come Brutti ma buoni di Coop Estense o Last minute market per riutilizzare il cibo invenduto, l’accesso a strutture sportive con Uisp, o ad attività culturali e ricreative con Arci. Ma ancora una volta chiariamo che non sono soldi che ci vengono in tasca, sono servizi messi a disposizioni gratuitamente, la cui valorizzazione, tradotta in cifre, può essere inserita come cofinanziamento.

E i 723 mila euro annui come vengono utilizzati?
Con una parte paghiamo l’affitto degli appartamenti dove vengono sistemati i richiedenti asilo. E’ una politica di accoglienza più dispendiosa rispetto a metterli tutti in un unico stabile, ma pensiamo sia anche un trattamento più umano per loro e una soluzione per creare meno impatto sul territorio.
Poi li usiamo per vitto e alloggio, mezzi di trasporto come bicicletta o biglietto dell’autobus, corsi di italiano, mediazione e interventi culturali, servizi sanitari, integrazione lavorativa e tutela legale, e una parte li diamo cash per le loro spese.
La cosa che mi preme sottolineare è che sarebbe auspicabile che non ci fossero i presupposti per questi interventi, ma la realtà indipendente da noi è che queste persone sono costrette a fuggire perché nei loro Paesi ci sono guerre e persecuzioni individuali o generalizzate. Detto questo, qui a Ferrara questi soldi vengono interamente spesi sul territorio e diventano decine di posti di lavoro, contratti di tipo subordinato dei nostri operatori tutti laureati, soldi che vengono spesi nei supermercati, nelle case che non erano occupate, ma sfitte da anni, negli esercizi commerciali, in tutte le attività che queste persone fanno. E i lavori che poi vanno a fare i rifugiati, colmano i vuoti lasciati dagli italiani. In sostanza quelli che passano da noi, sono soldi che rimangono qua. Tra l’altro ci sono accordi con gli amministratori locali perché le spese alimentari vengano fatte nei negozi del territorio. Non si tratta di speculare sulle disgrazie, ma di gestire in modo sostenibile un’emergenza. Ricordo comunque che il diritto alla protezione delle persone che fuggono dal loro paese, è sancito dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra. Su come usiamo i finanziamenti dei progetti ministeriali, ci sono ovviamente controlli severi da parte di figure preposte, noi siamo tenuti a tenere tutte le rendicontazioni.

Per quanto tempo viene seguito un rifugiato?
Quando arrivano qui, i migranti sono richiedenti asilo, ai tribunali il dovere di decidere se hanno diritto allo status di rifugiato. L’iter per il riconoscimento può essere più o meno lungo a seconda delle pratiche. Una volta ottenuta la protezione, hanno diritto di essere seguiti altri sei mesi.

A margine di questa querelle locale, che rispecchia comunque malumori nazionali, quel che concerne trasparenza e assegnazioni, lo lasciamo agli organi competenti. Quello che ci riguarda invece, è questa guerra tra poveri, dove si contrappongono categorie deboli come i pensionati a quelle più che deboli, indifese, come i migranti che scappano dalle guerre o dal terrorismo. Mettendola su questo piano, non ci perdono i cittadini ferraresi, o i rifugiati, ci perdono il senso civico, la dignità, l’umanità, la solidarietà.

il blitz di Fratelli d’Italia alla coop Camelot
il volantino di Fratelli d’Italia
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