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Gente di fiume

Io sono nata in città, ma vivo a Pontalba da molti anni. La gente di Pontalba è la mia gente. Il rapporto che ho con alcuni pontalbesi è quasi-quotidiano, ci vediamo sempre. Vado da Camilla a prendere il pane ogni giorno, poi a prendere il giornale e poi la frutta.  Il giro è sempre lo stesso, le persone che incontro anche.
A Pontalba ci sono i miei vicini di casa, le mie amiche e i miei parenti. C’è il cimitero con i miei cari morti e ci sono i tre figli di mia sorella che rasserenano il mondo. La gente di Pontalba è gente di pianura. Gente di paese. Siamo in Lombardia, tra i campi e lungo le rive del Lungono, il fiume che accompagna l’esistenza di tutti i pontalbesi. Pontalba fa parte del parco del Lungone Nord e i vincoli paesaggistici fanno sì che l’area abitata resti pressochè immutata, compreso la forma e il colore delle case. Basse e spesso bianche. Sono vecchie case di campagne ristrutturate, oppure villette di nuova costruzione. Quasi tutti qui hanno l’orto, il cortile, il garage. Pochissimi pontalbesi vivono in appartamenti, nessuno paga l’affitto. Le case sono di proprietà, ereditate dai nonni contadini che abitavano la zona prima di noi.
Il Lungono fa parte della nostra vita, della vita di questo paese che cammina piano e sicuro come la sua acqua. L’acqua del Lungone è verde, piatta, profonda.  Diventa molto più bassa quando viene incanalata per irrigare i campi di granoturco d’estate. Poi si rialza e, durante l’autunno e l’inverno, scorre lenta e sicura verso la foce.
Camminare lungo il Lungono rende la mia vita sempre uguale e sempre diversa, una sorpresa al giorno, la certezza di sempre.

Mi sono chiesta spesso che rapporto ci sia fra il nostro desiderio di novità e il nostro bisogno di conferme. E’ un rapporto simbiotico, in continuo mutamento. Quando siamo saturi di certezze desideriamo ardentemente qualche novità e quando arrivano importanti novità che ci destabilizzano veniamo presi da una profonda nostalgia per il consueto, per il già dato che in quanto tale, rassicura. Non ci sono margini di imprevedibilità in ciò che è sempre uguale. Non c’è possibilità d’errore in una aspettativa corrisposta nel modo che sappiamo pensare.  La storicizzazione degli eventi li cristallizza definitivamente nel marmo del tempo che fu. Nel tempo che è già passato c’è la radice di ogni nostra certezza. Nel fiume la cui acqua sembra sempre quella ed è sempre diversa, c’è ciò che ogni giorno proviamo ad essere in questo angolo di mondo.  C’è la certezza della vita che prosegue, c’è la memoria di una storia lineare, c’è una buona aspettativa per il futuro garantita dall’origine di ciascuno di noi. Dal fiume dal quale veniamo e al quale torneremo viene una conferma. Come terra che si depositerà sul fondale e perché no, ritornerà definitivamente al suo pianeta, così siamo noi, futura terra. Questa è la certezza di fondo, la prevedibilità del nostro esistere, lo scorrere lento e regolare del nostro fiume. Questa sicurezza, non spaventa nessuno, accompagna.

Lungo le sponde del fiume si trova anche la novità, si ha un ritorno molto forte del tempo che passa. Le stagioni cambiano, spuntano i fiori, crescono, si seccano, marciscono. Spuntano i funghi, crescono velocemente, qualcuno li raccoglie, alcuni non li trova nessuno e diventano concime. La vegetazione è una sorpresa quotidiana, è una scoperta che accompagna, che evidenzia il tempo così come lo conosciamo, che annulla l’idea di tempo così come l’accelerazione mediatica e consumistica propone. Non c’è accelerazione lungo il fiume. C’è novità. Non esiste un buon rapporto tra novità ed accelerazione. Ciò che viene trovato, consumato e archiviato subito non è naturale, è un artificio pericoloso che porta al disintegrarsi di qualsiasi desiderio. Un fuoco che brucia tutto, impressiona, ma muore subito. Un fuoco morto è triste. Lascia molta desolazione. E poi si ricomincia con una nuova novità che diventa un bisogno impellente e che deve essere bruciata subito. Come il fumo di un bellissimo calumet. Finisce subito. Nell’accelerazione innaturale di questo povero mondo c’è l’invecchiamento brutto. Quello che non anela a novità perché le conosce tutte, che non cerca la pace perché non la riconosce più.

Chi vive lungo un fiume sa che il fiume riporta a una dimensione primordiale. Si torna ad un sentire che, accompagnando il corso dell’acqua, è sempre uguale, sempre diverso, sempre in mutamento, sempre fermo. Il fiume non accelera niente, rallenta, rallenta, rallenta ancora, fino a fermarsi. Il fiume sa sospendere l’incedere inesorabile delle ore. Lungo il Lungone il tempo è contemporaneamente fermo e in movimento e sorprende per la sua grande capacità di rallentare, rallenta il tempo, rallenta la vita, rallenta le preoccupazioni, rallenta le necessità artificiali. Facendo questo è fisico e metafisico insieme, è la nostra storia e il nostro presente, è quel poco di futuro che serve per guardare al domani con fiducia. Possiamo camminare con la consapevolezza che potremo tornare al fiume e lui sarà ancora lì con la sua pace ad aspettarci sempre, a rallentare sempre. Nell’acqua che  scorre lenta c’è lo spazio per la riflessione, ma anche per il sentire, per un sentire che basta a se stesso. Come la sensazione del sole sulla pelle e del vento tra i capelli che sa autocompiacersi, sa portare lontano, non brucia subito, non necessita di alcun artificio, basta per quel che è, garantisce sempre la sua persistenza, il suo stare dentro e fuori di noi, così noi possiamo sospendere il tempo guardando il fiume che pervade tutto, aldilà e aldiquà delle sue sponde.  In una dimensione piccolissima e che può dilatarsi a dismisura, in un tempo fermo e lentissimo che cambia e si muove sempre, possiamo ritrovare noi stessi. Possiamo ritrovare un punto d’incontro tra il nostro necessario bisogno di novità e il nostro incessante ritorno alla prevedibilità quale fonte di tranquillità. Possiamo essere nuovi e tranquilli, nuovi e sospesi, dentro il tempo, dentro l’acqua.
Noi che siamo gente di fiume sappiamo tutto questo, nessuno lo dice, ma lo sa la nostra pelle, lo sanno le nostre mani e lo sa il nostro cuore. Ciò che davvero sappiamo non è ciò che diciamo, è ciò che sentiamo. Il sentire è una forma autentica di percepire noi stessi all’interno del mondo. Una forma molto poco mediata, poco condizionata, senza spigoli. Il sentire ci permette di percepire noi stessi in un tempo lento, sempre uguale e sempre diverso, accompagnato dal fiume e dalla certezza che la sua presenza diffonde.

Spero che Pontalba non cambi mai, che la presenza del Lungono renda l’esistenza migliore, che la pace che da lui deriva e che si irradia sulle vite che lo circondano, sia duratura, permetta a noi di invecchiare ai bambini di crescere. Non c’è storia vera senza la possibilità di fermare il tempo, di rallentarlo, di renderlo adatto alle persone e al loro sentire, al loro essere in questo momento e in questa vita. Il fiume toglie molto necessità impellenti, toglie il consumismo che l’accelerazione sostiene, riapre a un tempo che a volte riesce perfino a sospendere se stesso. Galleggia vuoto e bellissimo nel silenzio. Come una fata di primavera che vestita di tulle bianco dondola su un altalena e non ha più bisogno d’altro perché basta a se stessa per quello che è in quel momento, per quello che sente, così potremo essere noi: leggeri, sospesi, dentro un tempo che sa guardare se stesso e che diventa sorprendentemente trasparente.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Per far visita agli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

trebbiatura, agricoltura

Albertino Canali e il canarino

Pubblichiamo questo bellissimo articolo/racconto con un po’ di ritardo, scusandoci con l’autrice.

Siamo a fine Agosto il periodo più impegnativo per i trebbiatori.
Lavoriamo dalle cinque di mattina fino alle nove di sera. A volte mangiamo un panino sulla macchina e non ci fermiamo nemmeno per pranzo. Tutti i campi di granoturco devono essere sistemati adesso. A Pontalba si trovano enormi distese di granoturco che va raccolto e sgranato. L’agricoltura è l’attività prevalente di questo paese. Una volta all’anno il prete benedice tutte le macchine agricole, dopo la messa del ringraziamento.

Sono le otto di sera e miracolosamente sono riuscito a finire di lavorare tutti i campi che vanno dalla cascina dei Faverini fino alle rive del Lungone. Scendo dalla raccogli-sgranatrice e salgo sulla mia jeep. non vedo l’ora di tornare in via Santoni Rosa, andare in casa e farmi la doccia.
La strada dai campi a casa è breve, viaggio per circa un quarto d’ora e poi giro a desta sull’angolo dove c’è la forneria di Camilla, ed ecco via Santoni in tutto il suo splendore. Una via corta in cui abitano poche famiglie, le case sono basse, qui non esistono i condomini. Li ho visti in città e li ho trovati bruttissimi. Le case di campagna hanno tutte cortile, portico e orto. Nei cortili ci sono spesso cani e gatti che convivono pacificamente, bambini che giocano, donne che stendono i panni sui fili che vanno da un pilastro all’altro del portico, attrezzi, macchine, vecchi mobili, casse per la legna e cespugli.

Parcheggio sul pezzo di carreggiata privato che si trova davanti al mio portone. Scendo dalla macchina con la tuta sporca e appiccicata alla mia pelle come se ci avessi messo del Vinavil. Infilo la chiave nella toppa del portone per aprirlo e poi mi fermo perché sento uno strano rumore. Viene dal cortile dei Del Re. Ma chi c’è nel cortile dei Del Re a quest’ora? E cosa sta facendo?.
Invece di entrare in casa, salto il muretto, attraverso la strada e entro nel portone della casa di fronte.

Chi ti vedo? Costanza che sta trascinando un grosso vaso verso la parte più a nord del cortile. Le ortensie! Avrei voluto scappare, Costanza si sta di nuovo dedicando alle sue ortensie. Ha appena fatto una grossa fatica per trascinarne un vaso con un cespuglio nel punto del cortile che lei ritiene più adatto.
Me ne sarei andato volentieri, ero anche sporco e stanco, ma ormai era troppo tardi.
“Ciao Albertino Canali, hai finito di lavorare per oggi?”
“Si” le rispondo e non aggiungo altro.
“Potresti aiutarmi a spostare le ortensie? Mi manca un vaso, è quello laggiù. Prendilo e portalo qui.”
Vado  a prendere il vaso e lo porto vicino all’altro.
“Non devono stare troppo vicini! Si ibridano”.
E poi comincia a tirare il vaso un po’ avanti e un po’ indietro e ripete la stessa operazione più volte.
“Ma cosa stai facendo?”
“Sistemo le ortensie”.
Sono su una brutta strada, devo cambiare argomento subito, prima di soccombere sotto il peso di queste piante.
“Oggi ho lavorato i campi dei Faverini, sono arrivato fino al Lungone”.
Lei si ferma e mi guarda. “Hai per caso visto un cadavere?”
Un cadavere?” forse il cambio di argomento non è andato a buon fine, ma di quale cadavere sta parlando?
“Luisa ha detto che hanno trovato un cadavere in un campo, c’era un morto vicino alla riva di un fosso. Suo marito l’ha visto, ma non ha detto nulla. Aveva paura di finire in qualche guaio.”
Oddio. Poi prosegue: “Il corpo era pressochè intatto, doveva essere morto da poco.”
“Io non ho visto nulla, l’avranno già portato via.” Dico.
“Già, allora non c’è più.”
“Ma ti dispiace?”
“Si.”
“Perche?”
“Perchè magari era un senza tetto, un barbone e allora lo si poteva seppellire là dov’era morto e farci una bella lapide. Io non tralascerei l’importanza del luogo dove uno muore. A maggior ragione se è vicino a un fosso. Magari è andato là perché voleva morire proprio là. E allora perché non lasciarlo dov’era?”
Ma io che ne so, oltretutto non mi sembra molto da serata estiva parlare di un cadavere.
“Molto sereno stasera” dico.
“Si, si vedranno le stelle”.
Smettiamo di parlare e pensiamo entrambi alle stelle.
Ma quanto sono belle, lontane e misteriose le stelle. Ma quanto brillano qui a Pontalba dove di notte c’è poca illuminazione artificiale.
“Forse si vedrà qualche stella cadente, in Agosto è facile, prepara un desiderio da esprimere” le dico.
“Vorrei un canarino.”
Questo  è il desiderio di Costanza, tra tutti i desideri possibili lei vorrebbe un canarino.
“Perché un canarino?”
“Perché è vivo e canta e salta e vola e ti riconosce pure. Cosa vale di più? un milione di dollari o un canarino? “
Alla fine non so mai quale sia la risposta giusta. La saluto, torno verso casa, poi mi giro e la guardo. Ha ripreso a manovrare il vaso di ortensie.

La casa dei valzer

Playground Love (Air, 1999)

Avete mai creduto a una leggenda? Una storia palesemente inventata ma che avreste desiderato intimamente che fosse vera?
Magari la voglia di crederci a tutti i costi vi ha convinto che vera lo fosse sul serio. Ebbene, a me è successo. E non nego che la cosa un po’ m’imbarazza e un po’ mi turba.
Intendiamoci, non si tratta di una bella storia, di una storia piacevole e a lieto fine, tutt’altro.
Eppure, ogni volta che ci penso, sono sempre più convinto che questa storia non sia così campata in aria… Cercherò d’esser più chiaro.

Tutto è iniziato tanti anni fa quando ero ancora un ragazzo. Ricordo di quella volta che lessi l’articolo di un giornale locale che raccontava la tragica vicenda di un mio coetaneo che morì in circostanze misteriose.
Il suo corpo fu trovato semisommerso in una scolina nella campagna di Contrapò. Era ormai del tutto decomposto e irriconoscibile, perciò si riuscì a risalire all’identità soltanto grazie all’agendina che portava nella tasca dei jeans. Nel libretto erano segnate le sue generalità e molto altro. C’erano appunti scritti di suo pugno che descrivevano, come le note di un diario, le sue ultime giornate e s’interrompevano con tutta probabilità il giorno della sua scomparsa. Venne anche accertato dall’autopsia che la morte fu sopraggiunta per soffocamento circa tre settimane prima.
Se inizialmente si pensava a una disgrazia, dopo alcuni giorni dalla scoperta del corpo gli indizi raccolti portavano tutti alla conclusione che si fosse di fronte a un caso di omicidio.
Dopo tanti anni posso confermare che non fu trovato mai nessun colpevole e che la morte di quel ragazzo si andò a sommare a tutti quegli innumerevoli casi di delitti irrisolti di cui la storia della nostra cronaca nera è piena.
La cosa strana era che nessuno, prima del suo ritrovamento, ne aveva denunciato la scomparsa. Solo successivamente, quando i carabinieri dovettero andare a casa del ragazzo per dare ai familiari la tragica notizia, si apprese che il giovane era orfano e viveva nell’abitazione dei nonni materni, e che appena sei mesi prima i due anziani erano morti anch’essi in circostanze poco chiare, pare comunque nel sonno per una fuga di gas dalla stufa mentre il nipote si trovava fuori casa.

Ma proprio il mistero che avvolgeva tutta la vicenda contribuì alla nascita di alcune voci. Si racconta, infatti, che nella famosa agendina ritrovata sul cadavere del ragazzo ci fossero scritte alcune inquietanti affermazioni. Nel diario il ragazzo confessava tutto il suo odio verso i nonni che aveva perso di recente, descrivendoli come dei mostri che gli avevano reso la vita impossibile. Temeva però che i loro fantasmi fossero tornati a tormentarlo, era ossessionato dalla certezza che non sarebbe mai riuscito a liberarsene. Ne avvertiva la presenza ogni sera e per tutta la notte fino alle prime luci dell’alba. A volte gli pareva di sentire il brano preferito dei nonni, un vecchio valzer, provenire dalla loro camera da letto. Così decideva di trascorrere gran parte della notte andandosene a zonzo per la campagna circostante e annotando nel diario ogni stranezza che gli fosse capitata. E questo probabilmente fino al giorno della sua morte.
Per alcuni anni la dimora in cui il giovane e i nonni avevano vissuto – una casetta isolata nella campagna tra Baura e Contrapò – rimase disabitata in attesa di un compratore.

La leggenda vuole che di notte, passando nelle vicinanze, si potesse ascoltare la tenue melodia di un valzer provenire dall’interno della casa.
L’estate di quell’anno io e i miei amici, per alcune sere, andammo a curiosare da quelle parti per constatare di persona se ciò che si diceva in giro corrispondeva al vero oppure no. Voi non ci crederete ma l’ultima sera udimmo tutti quanti le note di un’operetta che sembravano risuonare proprio nelle stanze vuote e buie di quella casa. Dopo qualche attimo d’incertezza, una sensazione di crescente paura s’impadronì di noi tutti, spingendoci a inforcare le bici in fretta e furia e ad allontanarci da lì il più rapidamente possibile.
Quella fu l’ultima volta che andai a far visita alla “casa dei valzer”, come veniva soprannominata allora. Dopo qualche giorno partii per le vacanze e quando tornai mi dissero che la casa era stata demolita.

Non saprei se si trattò di suggestione, di un’allucinazione collettiva. Certamente quella musica la sentimmo tutti. Anche se dopo preferimmo minimizzare la cosa costruendoci intorno qualche strampalata spiegazione che in qualche modo servisse a rincuorarci e a scongiurare ogni dubbio sull’esistenza dei fantasmi.
Devo dire che ormai, a distanza di tanto tempo, ogni emozione legata a quella vicenda si è talmente rarefatta e attenuata da poterne finalmente parlare con rassicurante distacco, nella ritrovata certezza che non vi sia mai stato nulla di arcano e oscuro… a parte l’identità dell’assassino!
Qualcuno che in tutti questi anni potremmo benissimo aver incontrato se non addirittura conosciuto nella più ordinaria quotidianità e senza intuire alcunché.

PER CERTI VERSI
Campagna antica

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

ODE ANTICA

Micia mia cara
C’è qualcosa di antico tra noi
Come i mobili
dei nostri vecchi
Le loro fotografie
Ingiallite
come le dita
di fumatrici incallite
ma dai volti belli
scolpite le loro facce
le loro emozioni
Come le travi
sul soffitto intarsiate
dagli eventi vitali
Umani e non umani
agenti del destino
C’è qualcosa di antico
come le tagliatelle fatte a mano
le mansarde piene
di cose mezze dimenticare
di giornali d’epoca
Il fatto di non buttare via mai niente
Ma quale repulisti
siamo quelle stufe economiche
che scaldano e cucinano
mentre si parla si racconta si ascolta
Così era la vita
Così si tramandava
il senso della storia
La memoria delle piccole grandi cose accadute
I fatti che parlano
I silenzi che odorano di canfora
Gli armadi i vestiti
Così siamo certi
Di essere
E di essere esistiti

ODE ALLA CAMPAGNA

Nacqui cittadino
E piazza maggiore è la mia culla
La mia fibra
I miei mattoni per la vita da costruire
Ma se mi volgo a te
mi risale
da un fondale misterioso
tutto il mio attaccamento per la grande pianura
La nostra Bassa
le variazioni di luce
Le sue antiche case anche in declino
Il loro ammirevole giardino
La folla degli alberi
coperti di edera
Smaniosi di fiorire
Enormi alla vita
Ai suoi silenzi
I prati vibranti al vento
Come ondate
Azzurre gialle
Bianche rosa
Tutto si muove
Tutto ritorna
Tutto sta fermo
Senza posa

scatti-ferrara-zerbini

Ferrara tra storia della città e tradizioni delle campagne

Un simbolico incontro tra storia della città di Ferrara e tradizioni delle campagne della pianura padana, “Storia e storie tra Ferrara e il mondo popolare padano” è il titolo dell’incontro culturale in programma oggi 21 febbraio dalle 15 al MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco.
Farà da apripista la presentazione del volume “Ferrara svelata“, di Giorgio Mantovani e Leopoldo Santini (2G Editrice, Ferrara, 2015), preceduta dalla proiezione di suggestive immagini tratte da “Ferrara 1925-1928. Scatti inediti di Francesco Zerbini“, di Enrico Zerbini. Il libro raccoglie articoli apparsi su un quotidiano locale in anni diversi e focalizza i più disparati aspetti della storia della città. Scrive Silvia Villani in una nota di presentazione: “Nascono così gli approfondimenti su chiese e conventi, negozi storici ormai scomparsi ma la cui fama è rimasta nel tempo, strade con emergenze storiche, palazzi, monumenti, curiosità, usi e costumi, personaggi tipici entrati nella leggenda cittadina, artisti e loro ritrovi, momenti storici significativi, riflessioni sulla toponomastica e sulle innovazioni tecnico-industriali, sulla nuova edilizia, senza dimenticare le corse al palio, il corpo dei pompieri, le antiche farmacie e la professionalità degli speziali, i fornai e la loro arte e tanto altro”.
Seguirà quindi un incontro canoro e musicale con Otello Perazzoli, artista e studioso di tradizioni popolari, che farà conoscere i “Torototéla“, singolari personaggi che, con travestimenti a volte rozzi e con il suono di un violino ricavato da una zucca, giravano di casa in casa cantando strofette e canzoni ricevendo in cambio modesti omaggi, soprattutto in natura. Le sue esibizioni venivano immancabilmente chiuse con la formula “torototéla-torototà”. Otello Perazzoli, veronese, eseguirà alcuni di questi canti accompagnandosi all’organetto e dotandosi anche di uno splendido, autentico esemplare di “bastone del Totototéla”, salvato a suo tempo dall’oblio dallo studioso conterraneo Dino Coltro.

L’incontro si chiuderà con un buffet di saluto preparato con i prodotti della terra estense. I visitatori avranno anche l’opportunità di ammirare la mostra-studio fotografica “Il Reno. Acqua che scorre. Il Fiume si racconta“, in parete fino a tutto il 25 febbraio.

L’iniziativa è promossa dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’associazione omonima.

MAF – Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese Via Imperiale, 263 44124 – San Bartolomeo in Bosco (Fe) Tel. 0532 725294 – Fax 0532 729154 e-mail: info@mondoagricoloferrarese.it

Dal comunicato a cura degli organizzatori.

Occhio uccellini, nella ‘campagna in città’ c’è uno spaventapasseri armato

Mette in effetti un po’ di timore lo spaventapasseri che si erge in mezzo al campo all’entrata di Terraviva: cappuccio, occhiali scuri e revolver. Ma conoscendo i gestori dell’area verde di via delle Erbe, non c’è dubbio che la cosa debba essere presa con ironia: tutta l’area infatti è coltivata con metodi biologici e biodinamici e c’è una grande attenzione alla natura in tutti i suoi aspetti, per le coltivazioni, gli insetti e gli animali che la abitano. Uccellini, api e lucciole sono quindi i benvenuti in questo meraviglioso angolo di città.

“La campagna dentro le Mura”, clicca le immagini per ingrandirle.

L’Associazione Nuova Terraviva gestisce l’area verde comunale di via delle Erbe (dietro P.za Ariostea): questo raro brano di campagna all’interno delle mura è l’unico caso in Italia di uno spazio così ampio (4 ettari) dedicato anche all’agricoltura. L’area è stata coltivata dal 1987 al 2007 secondo le tecniche dell’agricoltura biodinamica introdotte da Rudolf Steiner. Dal 2008 l’area agricola è coltivata da BioPastoreria col solo metodo biologico (azienda privata che gestisce anche il negozietto sulla ciclabile), mentre l’area Orti condivisi è coltivata dai soci di Nuova Terraviva e dai cittadini col metodo biologico, biodinamico e sinergico, che gestiscono anche l’allevamento delle api e degli animali (capre, pecore, galline), il frutteto didattico e dei frutti antichi. Ciò conferisce alla natura una straordinaria salubrità com’è testimoniato dalla presenza in estate di centinaia di lucciole.

NOTA A MARGINE
Crowdfunding, la colletta del Duemila: casi e ricette di successo

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di crowdfunding. Il sistema di autofinanziamento basato sul microcredito e gestito da piattaforme ad hoc, sorte numerose in rete negli ultimi anni, fa registrare numeri in costante aumento. Anche il nostro giornale qualche mese fa ha deciso di avventurarsi in questa esperienza e, tramite Idea Ginger, è riuscito a raggiungere e superare l’obiettivo prefissato di 5000 euro [qui la nostra campagna]. E come noi, in Italia, tanti altri progetti emergenti e desiderosi di ottenere maggiore visibilità e maggiore sostegno si sono serviti di questo moderno strumento. Che in fondo poi tanto moderno non è…
Tania Palmier, accompagnatrice dei progetti italiani della piattaforma Ulule e ospite di un seminario svoltosi giovedì al dipartimento di Economia di Unife, ha ricordato infatti agli studenti del corso di marketing tenuto dal professor Fulvio Fortezza che “in passato anche alcune grandi opere architettoniche come la Statua della Libertà e la Sagrada Familia sono state finanziate dalla ‘folla’”. Baratto? Colletta? Finanziamento dal basso? Chiamatelo come volete, in tutti i modi la giovane collaboratrice di quella che risulta essere una delle maggiori piattaforme di crowdfunding a livello europeo conferma che in realtà “internet non ha fatto altro che accelerare una pratica che esiste già da moltissimo tempo”.
La presenza della Palmier è stata anche l’occasione per sfatare il mito del “crowdfunding come strumento magico e infallibile. In realtà – ha affermato – già dai primi passi dell’organizzazione della campagna bisogna mettere in conto fatica e sacrifici, un percorso lungo ma ragionato che darà i suoi frutti solo se curato minuziosamente in tutti i suoi dettagli”. La cerchia di possibili donatori incomincia dai familiari e dagli amici, che coinvolgono a loro volta altri amici, fino ad arrivare agli utenti sparsi nella rete: un sistema estremamente efficace, che sfrutta nella maggior parte dei casi la formula del ‘reward based’ (una ricompensa per ogni donazione ricevuta) e che permette soprattutto di tessere relazioni, creare una vera e propria community.
Valori importanti anche per Ulule, questi ultimi, poiché come ha specificato Tania “la cosa più importante per noi è riuscire a creare sinergie con il pubblico e le istituzioni, e per farlo ci basiamo sul training, sugli eventi e sulla partnership. Per questo oltre a Ferrara abbiamo incontrato altre venti città europee solo nel 2015”. L’azienda francese, nata cinque anni fa, si è prefissata l’obiettivo di diventare la piattaforma di riferimento per tutto il territorio continentale (più il Canada): presente in sette lingue e con oltre un milione di utenti, Ulule si è imposta sul mercato grazie al successo del 66% delle campagne promosse e a 42 milioni di euro raccolti. Tra i progetti di maggior successo spiccano quello italiano dell’artista Gipi e le sue carte da gioco fantasy, l’apertura di una grande birreria parigina, una moderna bicicletta in bambù, un casco richiudibile e un sistema per la produzione di luce non inquinante.
E la situazione del crowdfunding Italiano qual è? La Palmier, unica referente dell’azienda per il nostro Paese, spiega che il trend (positivo) ha portato “trenta milioni di euro raccolti da oltre quaranta piattaforme presenti sul territorio”, numeri confortanti se si pensa che molte altre aziende di crowdfunding sono in fase di lancio. In aggiunta, interessante è il dato delle richieste medie di finanziamento che si assesta attorno ai 3000 euro, a conferma dell’effettiva sostenibilità dello strumento alla portata di chiunque.
Se uniamo questi incoraggianti dati al fatto che, rispondendo al quesito posto all’inizio, solo una minoranza dei ragazzi presenti al seminario ha alzato la mano alla classica domanda “quanti di voi conoscevano prima il crowdfunding?”, possiamo sperare in una sempre più capillare e radicata diffusione di questa tipologia di finanziamento. Se è vero infatti che il crowdfunding non è adatto a sostenere progetti estremamente rivoluzionari in stile Silicon Valley, che richiederebbero ben altro tipo di fondi, è altrettanto vero che la sua filosofia basata su principi come la trasparenza e la sicurezza (da ricordare che tutti i soldi raccolti vengono restituiti ai proprietari in caso di campagna non andata a buon fine), unitamente alla reale possibilità di creare community in diversi settori, non può che essere un toccasana per la debole economia odierna.
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LA CURIOSITA’
Memorie d’estate: grilli cantanti in città

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Gabbie per grilli in vendita in una bancarella orientale (foto Alessandro Vecchi su Il Girovago)

Nel buio senti cri-cri. Ma in casa. Poi lo vedi che saltella. Prima uno – nel bel mezzo del soggiorno – poi un altro tra la cucina e la terrazza. Verso sera ne saltano fuori altri due, tre, quattro. Grilli, pensa un po’. Chi abita nella campagna attorno a Ferrara conferma: “Ce ne sono davvero tanti, quest’estate di grilli. Quando si taglia l’erba ne escono centinaia”. Anche chi ha un giardino urbano, li nota numerosi. Più curioso averli in casa, in pieno centro. Ma anche questo fatto, da una piccola indagine cittadina condotta nei giorni passati, non è inusuale .

I grilli, nei racconti orientali, sono considerati una gran bella cosa. Per questi insetti in Cina costruiscono addirittura piccole gabbie, dove vengono nutriti e abbeverati amorevolmente utilizzando minuscole ciotole in ceramica con vezzose decorazioni in scala. Lo scopo è quello di ascoltare il loro canto. E ogni esemplare sembra che emetta un suono un po’ diverso rispetto agli altri. Sono un bel po’ di secoli che, in Oriente, li prendono, addomesticano, vezzeggiano. Mi ricordo un racconto letto tanto tempo fa, e lo spiega e documenta bene con tanto di fotografie di bancarelle con gabbiette per grilli Alessandro Vecchi nel blog “Il girovago”.

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Particolare di un grillo fra gli “Insetti” dipinti da Jan van Kessel il vecchio su it-wikipedia

Meno scontato era trovarceli in casa, questi animaletti. Colore marrone chiaro-beige e dimensione medio-piccola. Sarà stato il grande caldo. Viene da cacciarli, ma se pensi quanto ci teneva, al suo grillo, il protagonista di quell’antico racconto orientale, ti sembra quasi un peccato. Cri-cri, di notte. Sempre più aggraziato, in effetti, del craaa-craaa a squarciagola che fanno durante il giorno le cicale. Pezzi di campagna in città. Qualche entomologo potrà forse spiegare come e perché…

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LA SEGNALAZIONE
Quelle erbacce commestibili
Elogio dei mercati contadini

Erbacce commestibili. Una volta ci andavano nonni e zie, in campagna, a raccoglierle, tra fossi e distese di ortica, da fare lessare per poi tirarci fuori una sfoglia verde verde che veniva arrotolata e magicamente trasformata in tagliatelle così saporite. Adesso, in città, ce le portano loro, i contadini che mettono su il loro banchetto. Magari l’ortica non c’è, ma la portulaca sì, e ha foglie rotonde e carnose dal sapore croccante e un retrogusto leggermente di limone. “Si mangia tutta, compreso il gambo”, spiega Massimiliano Santi, che in piazza XXIV Maggio la porta dai campi della sua azienda Sole Sereno, lungo la via Consandolo di Molinella. Bordo seghettato e consistenza un po’ vellutata e opaca, invece, per il farinello comune. “Le foglie – dice – si possono mescolare crude in insalata, ma se si lessa, si mangia tutto e ha il sapore degli spinaci, appena un po’ più dolce”. Poi si può avere cicoria, tarassaco, bietola. Gli intenditori sanno che ci sono più omega 3, antiossidanti e vitamine qui, in queste spiegazzate erbe randage, che in mille promettenti etichette lustre e nei barattolini di seriosi e seriali integratori.

In un altro banco le signore che vengono dal Polesine con grandi albicocche, ciliegie, una varietà antica e scura di patate dall’anima viola, patate rosse, gialle e altri ortaggi. Ma quante albicocche colorite ci hanno già ammiccato, adescato e sedotto, finora, per poi deluderci tristemente con la loro inutile, insapore e scialba polpa? Saranno poi davvero buone, queste qui? E le ciliegie? “Le assaggi pure”, ti invitano loro tranquille. In barba all’igiene, non lasci spazio al bluff. Afferri e assaggi. Oh, yeah! E’ frutta. Duroni dal sapore denso, forte, dolce con una punta deliziosamente asprigna. Evvai. Arrivano anche a 5 o 6 euro al chilo, ma alla fine li possono valere. Il problema sarà, piuttosto, quello di tornare agli scaffali del solito supermercato, dove lampeggiano colori e offerte speciali che riempiono sporte, ma lasciano vuote le papille, spiazzate dall’inganno ottico che promette sapori e ricordi che non mantiene.

Un banco di pane e biscotti fa largo alla farina di grani antichi. Ma ci sono anche prodotti a base solo di grano saraceno, che è quello scuro e naturalmente senza glutine, che si gonfia in rotondi pasticcini allo zucchero di canna; poi zenzero candito, amaretti, muffin all’albicocca.

Il banco dell’azienda di Giorgio Donati, che viene da Porotto, ha solo farina e biscotti di farina di mais tradizionale, non ibrido. E’ un mais biologico integrale di una varietà antica chiamata ottofile. Poi ci sono piatti di pesce (baccalà, frittura), uova fresche, una signora che tesse, barattoli di marmellate, succhi di sola frutta. Pochi, sparuti banchi, un po’ di terra attaccata alle radici e gusto di roba vera.

A Ferrara questi prodotti arrivano dalle persone che li fanno il giovedì (ore 16.30-20,ma da oggi anche con alcuni espositori dalle 8 del mattino) nella piazza dell’Acquedotto con il mercato Biopertutti. Altre occasioni il venerdì mattina (ore 8-13) con Campagna Amica accanto a Porta Paola, dove finisce via Bologna e inizia il mercato settimanale; il sabato mattina al Mercato della terra, nello spiazzo imboscato in fondo al sentiero ghiaioso di viale Alfonso I d’Este.

Ancora il sabato (ore 8-14) in piazza Castellina, c’è il km zero di Campagna Amica a ridosso della stazione; una domenica sì e una no (ore 10-18) quello in piazza Municipale, dove i prossimi appuntamenti sono programmati per 5 e 19 luglio, 2 e agosto; 6 e 20 settembre.

GIARDINI E PAESAGGI
Kurosawa sogna Van Gogh

Il caldo opprimente di questa settimana è stato preceduto da giorni di pioggia e di vento che ci hanno regalato un fine maggio di cieli olandesi. Olanda, Paese piatto, steso come una tavola dove nessun rilievo oppone resistenza al vento e dove hai sempre la sensazione di stare in corrente tra due finestre aperte. I cieli olandesi cambiano continuamente, il vento gioca e sposta masse di nuvole di ogni colore e forma, quando si ferma diventano un gregge di pecore sparse su un prato azzurro, e allora sai che nel giro di un’ora, pioverà. Pioggia, nuvole, vento, movimento continuo di luce e acqua creano un paesaggio lindo, dove i colori brillano splendenti come in questa domenica pomeriggio in mezzo ad una campagna ferrarese che sembra uscita da una tela di Van Gogh. Amato Vincent, condannato ad avere un cervello abitato dal vento, dove i pensieri e le idee corrono irrefrenabili come la locomotiva di un treno a vapore. Non si può fermare questo mostro metallico che pulsa nella testa, solo una pallottola ci può riuscire, ma prima, prima dello sparo, è solo arte.
Un’arte potente e lucida di un uomo che in pochissimi anni ha prodotto opere straordinarie, un patrimonio dell’immaginario collettivo e come tali, molto interessanti dal punto di vista turistico. In Provenza, tra Arles e d Aix-en-Provence, nei paesi dove Van-Gogh visse gli ultimi anni della sua vita tormentata, ci sono diversi itinerari che propongono al turista di seguire i passi del pittore suggerendo proprio le viste precise dei quadri con cartelli, che riproducono le opere e che sono posizionate nel luogo dove sono state dipinte. Come se fosse possibile entrare nel quadro e vedere i luoghi con gli occhi dell’artista, un po’ come succede nell’episodio “Corvi” nel film di Akira Kurosawa: “Sogni” del 1990, in cui il regista giapponese ci mostra aspetti della cultura giapponese e i suoi cambiamenti attraverso immagini oniriche.
Perché dunque un episodio su Van Gogh? A parte l’intenzione di rendere un omaggio a questo artista, sicuramente Van Gogh, tra i tanti suoi contemporanei affascinati dal Giappone, è stato quello che ha saputo veramente fondere Oriente e Occidente in uno stile unico e personale, e Kurosawa con sensibilità e chiarezza ce lo mostra attraverso il sogno di un giovane pittore, che incantato davanti alle opere esposte in un museo, si trova all’improvviso nelle campagna della Provenza. Qui incontra le lavandaie, al lavoro sotto il ponte di Langlois, che gli indicano dove potrà trovare il pittore. Il ragazzo cammina finché non raggiunge l’artista in un campo. Il dialogo fra i due è velocissimo, poche battute che dicono tutto. Van Gogh sta dipingendo quello che vede, con ansia, velocemente, perché deve seguire il sole, la luce indispensabile al suo lavoro, ma l’opera d’arte non è nella tela, è lì davanti ai loro occhi. Poi l’artista abbandona il giovane pittore perché deve seguire il sole, non può fermarsi a fare conversazione, e il giovane lo segue camminando, perdendosi in un paesaggio che ormai è quello inconfondibile delle tele dipinte. Uno sparo alza i corvi in volo su un campo grano, come nel celebre dipinto, e riporta il giovane alla realtà nella galleria del museo. Questo è il sogno che il turista rincorre seguendo i cartelli degli itinerari proposti, ma può bastare? Se bastasse questo l’arte sarebbe ben poca cosa, ma per fortuna l’arte è quella straordinaria invenzione che ci fa vedere il mondo, e così, davanti a una campagna anonima, in un fresco pomeriggio di maggio, provo gratitudine infinita per un uomo che mi ha regalato la possibilità di vedere il blu del grano mentre matura e le onde nelle chiome verde cupo degli olmi che ballano, davanti a un cielo azzurro olandese, in mezzo a campi padani infiniti, dove la profondità dell’orizzonte è una prospettiva “giapponese” senza protagonisti, dove l’occhio si allarga nelle sue linee orizzontali e vedo la sua bellezza, senza cartelli, senza frecce segnaletiche, semplicemente apro gli occhi e posso vedere.

NOTA A MARGINE
Il peso della corruzione che affossa l’Italia

Corruzione: scambio illegale tra un pubblico ufficiale e un soggetto privato, nel quale quest’ultimo si fa parte attiva per dare al primo denaro, beni o favori, e in cambio riceve un vantaggio che non gli è dovuto o è costretto a pagare per un atto dovuto. (Dizionario di economia e finanza Treccani)

Ma la corruzione è davvero solo questo? Se fosse così, sarebbe tutto molto più semplice. In realtà, la corruzione è un fenomeno difficilissimo da indagare, che condiziona fortemente la sfera economica, morale e culturale del nostro Paese. Occorre una radicale trasformazione della cultura diffusa, affinché la corruzione venga considerata socialmente insostenibile e inaccettabile, in questa battaglia per la prevenzione e il contrasto della corruzione ciascun cittadino dovrebbe sentirsi chiamato in causa, perché “in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile”, come dice don Luigi Ciotti. Da questa convinzione è nata nel 2013 una delle più grandi mobilitazioni digitali organizzate in Italia: “Senza corruzione. Riparte il futuro”, promossa da Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e dal Gruppo Abele.

Tutti ormai ripetono che la corruzione costa al nostro paese 60 miliardi di euro l’anno, non solo tv e altri organi di informazione, ma lo affermano persino i documenti ufficiali dell’Ue. Tuttavia, anche se si conoscesse la cifra di tutte le tangenti pagate in un anno, quel numero non rappresenterebbe il costo della corruzione, ma solo la punta di un iceberg, perché non terrebbe conto di tutte le distorsioni che essa produce. Distorsioni come il fatto che l’Italia attiri investimenti stranieri pari alla metà della Germania e a quasi un terzo della Francia (Unctad, 2014), oppure che si trova al 49° posto nel Global competitiveness index (World economic forum, 2014) e che ha un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 43% (Eurostat, luglio 2014).

Distorsioni di cui ha parlato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, nelle sue considerazioni finali in occasione dell’assemblea annuale: “Corruzione e criminalità organizzata generano distorsioni nell’allocazione delle risorse, riducono l’efficacia dell’azione pubblica e ostacolano lo sviluppo”. E ha poi aggiunto: “In Italia la diffusione dei fenomeni corruttivi è amplificata dalla presenza delle organizzazioni criminali, ormai anche al di fuori dei territori di tradizionale insediamento”.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella, ospite a Torino a un incontro pubblico organizzato dal Sermig (Servizio missionario giovani), rispondendo alla domanda di uno dei ragazzi sul dilagare della corruzione nel Paese, ha addirittura usato l’espressione “concezione rapinatoria della vita”. E poi ha fatto un appello: “Ognuno cominci a riflettere su se stesso”. È fondamentale guardare a se stessi e capire quali sono gli errori che si fanno nel quotidiano, perché troppo spesso si punta il dito su ciò che fanno gli altri senza accorgersi che si ha lo stesso comportamento.

Basta giocare su www.zeroscuse.it/play e www.riparteilfuturo.it/quanto-sei-corrotto per scoprire quanto la corruzione sia un sistema che permea ogni azione del nostro vivere quotidiano. Non a caso si riporta l’avvertenza “Attenzione: questo gioco potrebbe risvegliare la tua coscienza”. “Zeroscuse” mette alla prova la nostra capacità di distinguere fra fatti realmente accaduti e trame cinematografiche: il detto “la realtà spesso supera la fantasia” non potrebbe essere più calzante. Un costruttore edile, che è anche consigliere comunale, pilota un’enorme speculazione edilizia che cambierà per sempre il volto della sua città; un giovane imprenditore rampante aggredisce un poliziotto che rifiuta di accettare una tangente, lanciandogli addosso aragoste; un sindaco riceve un viaggio a Disneyland, in cambio di una gara d’appalto; durante un esame lo studente riceve vari sms da un’organizzazione clandestina che comunica tutte le risposte esatte a pagamento; oppure ancora un’associazione universitaria assiste gli studenti durante gli esami, con auricolari e sostituzioni di persona. Sapreste dire quali sono gli episodi di cronaca? Un piccolo aiuto: le citazioni cinematografiche sono “Le mani sulla città” di Risi e il recente “The wolf of Wall Street” di Scorsese. “Quanto sei corrotto”, invece, ci chiama in causa personalmente: come ci comportiamo quando troviamo un portafogli per strada o al bar non ci fanno lo scontrino?

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Logo della campagna

“Riparte il futuro” è iniziata con le elezioni politiche del 2013 quando ai candidati al Parlamento è stato chiesto di mettere in rete il proprio curriculum vitae, la propria condizione reddituale e patrimoniale, l’eventuale presenza di conflitti di interesse e la situazione giudiziaria, e l’impegno a riformare, nei primi 100 giorni della legislatura, l’articolo 416 ter del Codice penale: la norma riguardava lo scambio elettorale politico-mafioso e considerava corruzione soltanto il passaggio di denaro dal rappresentante pubblico al corruttore, trascurando altre controprestazioni essenziali, come favori, raccomandazioni, informazioni privilegiate su appalti. La modifica di quell’articolo, nell’aprile 2014, è il primo grande risultato: nel nuovo testo sono state inserite due semplici parole, “altra utilità”, che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso.

Da allora i fronti di mobilitazione si sono moltiplicati. Su quello della sanità, con la rete di “Illuminiamo la salute”, si sono fatti grandi passi avanti in materia di trasparenza: a dicembre 2013 è stato chiesto agli assessori regionali alla sanità e ai direttori generali di far rispettare da ciascuna delle circa 240 aziende sanitarie nazionali quanto prevede la legge 190/2012 sull’integrità delle Pubbliche amministrazioni, registrando nei mesi successivi un +127% di conformità agli obblighi di legge, senza contare che per la prima volta nella storia del nostro paese la società civile ne ha monitorato l’operato. Per quanto riguarda il nostro patrimonio artistico, “Riparte il futuro” ha putato i riflettori su Pompei e sulla relazione del generale Giovanni Nistri, l’alto ufficiale dei Carabinieri nominato dall’allora ministro della cultura Massimo Bray per gestire l’emergenza del sito archeologico campano. A fine 2014 il generale ha potuto illustrare la propria relazione alla commissione Beni culturali del Senato, grazie alla richiesta di oltre sessantamila cittadini che hanno firmato in poco più di una settimana l’appello sul destino di Pompei. Questo è solo il primo passo per delineare la ‘road map’ verso il salvataggio del sito campano, per questo la nuova fase della campagna “Mai più silenzio su Pompei” chiede che le gare di appalto qui diventino un modello di trasparenza e di rispetto delle regole.

È poi storica la vittoria ottenuta il 20 maggio in materia di tutela dell’ambiente e del diritto alla salute: gli ecoreati come il delitto di inquinamento e delitto di disastro ambientale entrano finalmente nel Codice penale, grazie a “In nome del popolo inquinato“, promossa da Libera e Legambiente insieme ad altre 23 sigle associative tramite “Riparte il futuro”, che ha raccolto in pochi mesi quasi 80.000 firme.

Il 21 maggio è stato approvato anche il ddl anti-corruzione: depositato dall’allora senatore Pietro Grasso all’indomani delle politiche 2013 e della prima campagna di “Riparte il Futuro”, è rimasto fermo per oltre 700 giorni ed è stato più volte emendato dal governo. Traguardi importanti sono il potenziamento dell’Autorità nazionale anticorruzione e la possibilità di scambi di informazioni con la magistratura, la restituzione del guadagno illecito per accedere al patteggiamento e alla sospensione della pena e l’aumento delle pene. Fra le perplessità maggiori ci sono quelle riguardo il falso in bilancio, che finalmente torna a essere perseguibile penalmente senza prevedere soglie e con la procedibilità d’ufficio. Accanto ai fatti materiali andrebbero perseguite anche le “valutazioni”, cioè quando si trucca il bilancio stimando in più o in meno qualcosa che si possiede, con un valore sballato rispetto a quanto previsto dalla legge e dagli standard internazionali: non averlo previsto nel testo aumenta il campo dell’interpretazione da parte del giudice. Inoltre, se nella prima versione della riforma per le aziende non quotate si prevedevano da 2 a 6 anni di carcere, nel testo approvato le pene vanno da 1 a 5 anni di carcere: quell’anno fa la differenza fra la possibilità o meno di richiedere le intercettazioni.

A oggiRiparte il futuroha superato il milione di adesioni e fra i fronti ancora aperti ci sono: un Freedom of information act per l’Italia, che permetta ai cittadini l’accesso a dati e documenti della pubblica amministrazione, perché solo la trasparenza può sconfiggere la corruzione; la richiesta ai rettori degli atenei pubblici italiani di sottoscrivere un impegno a favore del ‘whistleblowing’ (letteralmente ‘suonare il fischietto’), cioè una tutela efficace a chi denuncia gli episodi d’illegalità che avvengono al loro interno; il monitoraggio su “Garanzia giovani” per capire insieme alle regioni come si sta spendendo il miliardo e mezzo di euro di fondi europei e statali per aiutare i giovani senza lavoro.

Ambigue intese ai danni dei consumatori: Ttip, l’ombra dell’inciucio fra Europa e Usa

Rimuovere le barriere che rendono difficoltoso acquistare o vendere prodotti e servizi fra le due sponde dell’Atlantico. E’ questo l’obiettivo del Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), negoziato commerciale bilaterale fra Stati uniti e Unione europea, in discussione ormai dal 2013. E per barriere non si intendono più solo dazi e tariffe doganali, in gioco c’è anche la rinegoziazione dei vincoli non tariffari: in altre parole, norme e regolamenti che servono a tutelare la sicurezza dei prodotti acquistati dai consumatori e i diritti-doveri di chi li produce o li vende. del tema si è discusso durante l’incontro che ha avuto luogo nell’ambito del Festival di Altroconsumo “Il Trattato Ttip: rischi e vantaggi. Sui diritti e sul cibo si può trattare?

Barriere o tutele: una disputa ben più che lessicale, spiega Luisa Crisigiovanni, segretario generale di Altroconsumo facendo esempi molto concreti. Dalla carne contenente ormoni e antibiotici, ai cosmetici – “in Europa abbiamo censito e messo al bando 1328 sostanze perché pericolose, negli Stati uniti ne hanno mappate soltanto 11” – fino alla tutela dei dati personali. Come armonizzare due approcci al rischio così diversi, quello statunitense della sicurezza dei prodotti fino a prova contraria e quello europeo della precauzione lungo tutta la filiera?
Altra clausola molto controversa è quella sulla tutela degli investimenti, secondo cui un’azienda estera potrebbe fare causa allo Stato in cui esporta non nei tribunali ordinari, ma dinanzi a un collegio arbitrale, di fronte al quale potrebbe richiedere un risarcimento se ritenesse che i suoi investimenti vengano danneggiati dalla normativa di quello Stato.
Oltre a queste questioni di merito, c’è però una macroscopica obiezione sul metodo con cui viene discusso il trattato: riguarda la mancanza di trasparenza e l’accesso a dir poco problematico alle informazioni che lo riguardano.

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Ttip, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti

La prova provata è pensare a quanti incontri, dibattiti, servizi giornalistici avete visto o letto riguardo il Ttip. Monique Goyens, direttore generale di Beuc, associazione che rappresenta i consumatori a livello europeo, afferma che “le trattative sono portate avanti da tecnocrati non eletti” e aggiunge che “gli organi elettivi, il Congresso e il Parlamento europeo, potranno solo accettarlo o meno: prendere o lasciare tutto il testo nella sua interezza, senza la possibilità di proporre e discutere modifiche”. Tutto ciò non è molto rassicurante se si pensa al fatto che, “anche se il Ttip viene presentato come un trattato commerciale, in realtà, creando un unico mercato, avrà un impatto sulla legiferazione nei vari Stati sulle due sponde dell’Atlantico” e che, come viene apertamente detto nel dibattito pubblico statunitense, “il suo principale obiettivo è la riduzione dei costi per le aziende”, non per i consumatori. Il timore maggiore è che tale riduzione avvenga a scapito della tutela dell’ambiente o della salute e sicurezza dei cittadini europei. Proprio per fugare questo timore i suoi sostenitori dovrebbero volerne parlare maggiormente, far capire a più cittadini e consumatori possibili quali possono essere le opportunità e confutare le tesi delle associazioni come Beuc e Altroconsumo sui potenziali rischi. Perché non farlo?
È ipotizzabile che questioni di tale portata vengano “discusse a porte chiuse e si impedisca così alla società civile e ai portatori di interesse, che in questo caso sono una cosa come 800 milioni di consumatori europei e statunitensi, di conoscere se le proprie istanze vengono tenute in considerazione durante la discussione?”: a domandarselo non è solo Luisa Crisigiovanni. Ma le difficoltà di accesso non riguardano solo le associazioni dei consumatori. Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, tra i coordinatori della Campagna Stop Ttip, rivela ai presenti che persino i nostri rappresentanti eletti “possono consultare solo i testi europei, non quelli statunitensi, nelle sale di lettura del Parlamento europeo, dove prima di entrare vengono perquisiti perché non è consentito fare nessun tipo di riproduzione. Sono permessi solo appunti su un tipo speciale di carta non fotocopiabile. Inoltre questa documentazione non comprende gli allegati tecnici”. Al Congresso le cose vanno in maniera un po’ diversa: “si è dotato di una commissione di advisors esperti che ricevono la documentazione sul proprio pc, sotto la propria responsabilità”.
A suo avviso il Ttip è “un’operazione molto poco commerciale, ma estremamente politica”, per questo “serve prima di tutto un ragionamento sulla politica economica europea e su quale modello di sviluppo vogliamo portare avanti. Dobbiamo chiarire prima fra noi europei quale ruolo vogliamo giocare, altrimenti rischiamo di uscire da questa partita solo come gregari che prendono ordini da altri”.
Il ruolo dell’avvocato difensore tocca a Simone Crolla, managing director dell’American chamber of commerce in Italia, ma (ahi lui!) l’unico argomento che riesce a trovare è il fatto che noi europei, e in particolare noi italiani, non abbiamo scelta perché siamo “l’anello debole” del mercato internazionale. “Se il Ttip non verrà approvato, le cose non rimarranno tali e quali a ora, saremo esclusi dalla seconda fase della globalizzazione. Se vogliamo difendere il nostro tenore di vita, dobbiamo rimanere agganciati al partner più forte, che farà di tutto per non perdere il suo ruolo nel mercato globale”. Appunto: gli Stati uniti difenderanno – legittimamente – il proprio ruolo; nel Ttip non c’è nessun tipo di garanzia che dovrebbe garantire anche quello dell’Europa. In più, come dice giustamente Cinzia Scaffidi, vicepresidente di Slow Food Italia, dobbiamo aprire gli occhi e capire che il mondo non è fatto solo da Europa e Stati uniti. “Per una volta nella vita – continua Cinzia – siamo più avanti noi, perché la nostra regolamentazione è costruita su standard più alti, dunque chiediamo che le trattative avvengano al rialzo partendo da questi standard, non al ribasso”.
Se essere consumatori e soprattutto cittadini consapevoli significa fare scelte consapevoli, dobbiamo pretendere che a noi, o quanto meno a coloro che eleggiamo per rappresentarci, vengano date le informazioni per poter esercitare questo diritto di scelta. Poi, con le informazioni a nostra disposizione, dobbiamo chiederci quali sono gli obiettivi del Ttip: vantaggi per la maggioranza della popolazione europea e americana o qualche punto in più di profitto per le aziende. Infine, dobbiamo pensare al futuro. Siamo sicuri di voler rinunciare alla nostra biodiversità agroalimentare, alla nostra cultura del cibo e, a quanto pare, a parte della nostra sovranità, per qualche punto in più di Pil (sempre ammesso che le previsioni degli esperti riguardo questo trattato siano attendibili)? Qualcuno molto più qualificato di me ha detto che il Pil misura tutto “eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”
Cinzia Scaffidi è stata più prosaica e sarcastica: “Provate a triplicare la vostra produzione di rifiuti o ad andare a sbattere ogni giorno contro qualcosa con la vostra auto nuova, vedrete come crescerà il Pil”. È questo il modello economico che vogliamo continuare a portare avanti nei prossimi anni? Siamo davvero ancora convinti che il nostro attuale tenore di vita possa e debba essere non negoziabile? Può l’Unione europea continuare il suo cammino verso gli Stati uniti d’Europa provando a proporre un’alternativa?

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Primi mattoni per la coop di Ferraraitalia. E al festival di Altroconsumo si potrà aderire al crowdfunding

Un solido futuro per Ferraraitalia e un’opportunità di lavoro per alcuni giovani collaboratori che con passione si sono impegnati in questi mesi nello sviluppo del progetto. Lunedì 11 maggio è iniziata l’avventura di “Una redazione condivisa per Ferraraitalia”, la campagna di crowdfunding lanciata con l’obiettivo di favorire il passaggio dalla fase del puro volontariato a quella dell’impresa, che vede nella nascita di una cooperativa una concreta opportunità occupazionale. E’ un passo importante quello che ci accingiamo a compiere, ben ponderato. Un passo, però, che necessità del contributo della nostra comunità di lettori ai quali abbiamo rivolto l’invito ad accompagnarci in questo cammino.

Dopo poche ore dall’avvio della campagna, ecco già i primi sostenitori. I contributi sono affluiti regolarmente e in appena dieci giorni di raccolta abbiamo raggiunto la ragguardevole quota di finanziamento di 1.360 euro pari al 27% del budget previsto, grazie allo slancio di 40 sostenitori.

La durata inizialmente prevista per la campagna è di 90 giorni, 80 sono quelli residui, si potrà dunque concorrere al consolidamento di Ferraraitalia sino al 9 agosto.
Versare un contributo è semplice, basta andare sulla piattaforma Ideaginger.it, cliccare sul nostro progetto [vai] e scegliere fra le ricompense definite in collaborazione con i partner che ci sostengono in questa campagna: a ognuna è associata una cifra, commisurata al valore della proposta. Oppure si può optare per una donazioni libera, svincolata da doni e importi predefiniti. Gli amici che ci affiancano sono Altra qualità, Ferrara Off, Hostaria Savonarola, Foné, Delta ciclando, Bao publishing, Holiday village Florenz.

Abbiamo denominato il progetto “Una redazione condivisa” perché immaginiamo Ferraraitalia come laboratorio aperto alla partecipazione, all’incontro e al confronto con i lettori, attento alle loro esigenze, capace dunque di orientare il proprio lavoro in un’ottica di autentica condivisione comunitaria. L’obiettivo è rafforzare la rete di relazioni che si è creata in questi mesi e irrobustire sempre più la base sociale di Ferraraitalia. Anche per questo abbiamo scelto il crowdfunding, una forma di finanziamento dal basso per sviluppare progetti di riconosciuto interesse collettivo.

crowdfunding-altroconsumoIl nostro cammino interseca quello del festival di Altroconsumo, che si svolgerà in città nel fine settimana. I temi della ‘sharing economy’, fra i quali rientra anche la riflessione sul crowdfunding, saranno al centro di alcuni dei numerosi incontri del festival.“Dire, fare, cambiare”, è il titolo-slogan dell’iniziativa che esprime un orientamento che ci sentiamo idealmente di sottoscrivere. Le iniziative di questa che è la terza edizione si rivolgono principalmente ai consumatori, con lo scopo di favorire corretta informazione e consapevolezza. Ma l’intento programmatico ha un valore più ampio e generale e parla ai cittadini, al di là del loro ruolo di consumatori.
Sabato 23 maggio ti aspettiamo alle 10.30 a Palazzo della Racchetta per l’incontro-caffè “L’informazione indipendente e il senso del consumo (critico)”. Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo, intervisterà Maura Franchi, sociologa, esperta dei comportamenti di consumo, che per Ferraraitalia redige la rubrica “Elogio del presente”.
E poi saremo alle 17.30 al Chiostro di San Paolo, per la presentazione del libro “Mi fido di te” di Gea Scancarello sulla sharing economy, per comprendere come creare relazioni ci permette, per esempio di girare il mondo gratis. Saranno presenti i ferraresi Simone Chiesa e Anna Luciani, la cui vicenda è stata raccontata da Ferraraitalia [vedi], che esplorano il mondo utilizzando il Couchsurfing.

Durante entrambi gli eventi chi lo desidera potrà fare la propria donazione per la campagna di crowdfunding in forma semplice e diretta, senza l’ausilio di strumenti informatici.

Link correlati:
“Una redazione condivisa per Ferraraitalia” [vedi]
Programma del Festival di Altroconsumo a Ferrara [vedi].

 

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IMMAGINARIO
Conosci i tuoi polli.
La foto di oggi…

Oggi dalle 10 alle 18, torna anche a Ferrara e provincia, l’iniziativa Fattorie Aperte: le aziende agricole aprono ai visitatori per far conoscere le colture, i metodi di produzione e soprattutto le storie che stanno dietro a quello che mangiamo. Un’occasione preziosa per stare all’aria aperta che si rinnoverà ogni domenica fino al 7 giugno.

Qui il programma di Ferrara e delle altre province [leggi].

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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unite4heritage

IL FATTO
Castello in lutto: Unesco lancia #Unite4Heritage, Ferrara si associa

Oggi il Castello Estense è listato a lutto. Chiunque, un po’ attento, vi passi davanti si chiederà perché e troverà la spiegazione nel pannello antistante. Certo, perché anche la nostra bella città sostiene la campagna Unesco contro la distruzione del patrimonio storico-artistico che si sta perpetuando in Nord-Africa e in gran parte del Medioriente. E una città che è stata inclusa nella lista dei Siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco (al centro storico di Ferrara il prestigioso riconoscimento è stato conferito nel 1995, con la denominazione “Città del Rinascimento” ed, esteso, nel 1999, al territorio del Delta del Po e alle Delizie estensi) non poteva non unirsi all’appello. Un drappo nero cingerà i più significativi monumenti del Patrimonio Unesco italiano per testimoniare lo sconcerto e lo sgomento conseguente alla sistematica e brutale distruzione di beni storico-culturali in Medio Oriente, molti dei quali inclusi nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità, ad opera delle falangi armate dell’Isis. L’associazione Beni italiani patrimonio mondiale Unesco manifesta così il suo cordoglio per le vittime civili e lo sdegno della comunità internazionale di fronte a questa incivile e insensata barbarie. Il Direttore Generale dell’Unesco Irina Bokova, ha, infatti, lanciato ieri, al Cairo, la seconda fase della campagna “#Unite4Heritage dal Museo di Arte Islamica (Mia) di Babul Khalq, danneggiato da un’autobomba nel gennaio 2014, durante l’anniversario della rivoluzione del 2011. Si vuole rinnovare l’alleanza tra società e patrimonio storico-artistico e lanciare un forte e preoccupato grido di allarme contro la distruzione della storia che sta avvenendo in Iraq, in Nord-Africa e che ora minaccia anche la stupenda Palmira, in Siria. La scelta del Museo del Cairo non è casuale, se si consideri non solo la ferita da esso subita nel 2014, ma il ruolo di culla della civiltà e della cultura che da sempre l’Egitto ricopre, nella storia.
Anche il nostro Castello Estense è solidale, allora, lui stesso simbolo della storia e dell’identità di ogni ferrarese oltre che di ogni italiano che si specchi nelle sue sale e nelle sue dolci acque. Ferrara c’è.

Per saperne di più clicca qui.

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LA RICORRENZA
Abiti al contrario con l’etichetta in vista per il Fashion revolution day

Il 24 aprile è l’anniversario della strage di Rana Plaza, l’edificio-fabbrica di Savar, alla periferia di Dacca in Bangladesh, dove 1133 operai avevano perso la vita nel crollo di un agglomerato di laboratori tessili con oltre 3000 lavoratori, pagati meno di 30 euro al giorno. Per cucire vestiti, 12 ore al giorno, instancabili. Era il 2013 e, da allora, si erano raccolte firme per migliorare le condizioni di lavoro e di sicurezza in luoghi simili e lanciate campagne di raccolta firme come quella denominata “Abiti Puliti” [vedi], con cui si chiedeva ai marchi coinvolti di fare passi concreti e immediati necessari a cambiare le condizioni di lavoro e di sicurezza presso i loro fornitori in Bangladesh. Oltre un milione di persone avevano firmato le petizioni che chiedevano ai marchi che si riforniscono in Bangladesh di sottoscrivere il “Bangladesh fire and building safety agreement” immediatamente. I grandi marchi italiani, come Benetton, si erano dissociati, indicando che nessuno dei laboratori presenti nel palazzo crollato era loro fornitore. Incidenti analoghi erano diventati troppo frequenti. Il Bangladesh è la più grande fabbrica di vestiti occidentali, con le condizioni di lavoro peggiori.

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Logo della campagna internazionale Fashion revolution day 2015

Nel giorno di questa triste ricorrenza, dunque, il 24 aprile, “Chi ha fatto i miei vestiti?” è la domanda cui sono tutti invitati a rispondere, proposta dalla campagna internazionale Fashion revolution day 2015 [vedi], che invita a indossare gli abiti al contrario, con l’etichetta in vista, a fotografarsi e condividere le foto attraverso i social media con l’hashtag #whomademyclothes. Fashion Revolution è una coalizione globale di designers, scrittori, accademici, imprenditori e parlamentari che chiedono una riforma sistematica della catena della forniture nel campo della moda. Un’industria della moda che deve essere più etica e giusta, convinta che 1133 vite perse siano troppe in una sola fabbrica, in un sole terribile giorno. Va mostrato al mondo che il cambiamento è possibile, che quanto è successo non deve più succedere. Tutti devono conoscere, quando acquistano, processi e impatti dei propri abiti. E, soprattutto, da dove essi provengono. Alla campagna aderiscono 71 Paesi.

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Chi ha fatto i miei vestiti?

L’idea è quella di coinvolgere tutto il mondo della moda, dai coltivatori di cotone ai lavoratori delle fabbriche, dai grandi marchi ai negozi di abbigliamento, dai consumatori agli attivisti. Nata in Gran Bretagna, da un’idea di Carry Somers, pioniera del fair trade, la campagna 2015 è coordinata in Italia dalla stilista Marina Spadafora, ambasciatrice di una moda etica e sostenibile, e direttrice creativa di “Auteurs du Monde” con Virginia Pignotti, Laura Tagini e Carlotta Grimani e sostenuta da Altromercato e Botteghe del Mondo [vedi]. Se allora domani vedete gente con etichette a rovescio, non stupitevi… ora sapete perché.

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Campagna in città: guida a Ferrara nascosta

La trovi quando ti incammini un po’ fuori piazza Ariostea. I nomi delle strade, ghiaiose e sperdute dietro l’angolo del traffico ordinario, sembrano didascalie. Via delle Vigne, via delle Erbe. Quando cominci a entrarci, non puoi che andare avanti. Ed ecco che ci sei dentro: la campagna in città! Una specie di tunnel nel verde ti fa entrare per incanto in quei “post” favolosi che la gente pubblica su diari, blog e bacheche e che mostrano sentieri avvolti da alberi, fiori e fronde provenienti dai più disparati angoli del mondo. Questo tunnel di alberi, invece, è proprio qui, dietro una piana, tranquilla, asfaltata città padana.

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Alberi in fiore nel sottomura vicino a Terraviva a Ferrara (foto di Aldo Gessi)

A fare un po’ di chiarezza nella strana faccenda, arriva un cartello di legno inciso con una calligrafia libresca. Ai visitatori che, si sa, arriveranno stupiti e magari anche dubbiosi di avere infranto chissà quale magico o privato confine, viene spiegato che “questo raro brano di campagna all’interno delle mura cittadine è l’unico caso in Italia di uno spazio così ampio (quattro ettari) dedicato all’agricoltura”. Una campagna interna alla città, che fa parte del disegno rinascimentale di Biagio Rossetti e della sua famosa “addizione” del 1487. L’urbanista che ha fatto di Ferrara una città che – per l’Unesco – è un patrimonio dell’umanità e che l’ha resa la prima città moderna d’Europa, prevede una crescente estensione del verde con punto di partenza ideale dal Castello estense, su su verso la cinta muraria. E, il cartello, spiega e quantifica che grazie a ciò, ora, il verde della campagna di questa zona, che è la più ampia del genere, è stato preservato per oltre 500 anni.

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Cimitero ebraico di Ferrara con vista sulle Mura tra via delle Erbe e via delle Vigne (foto di Aldo Gessi)

La suggestione, dunque, non è frutto del caso, c’è un preciso disegno storico-architettonico dietro. Un progetto così antico e così moderno, se si pensa che poi nel secondo dopoguerra, nel pieno del boom delle costruzioni, il Comune di Ferrara si oppone all’edificazione di quest’area e la acquista per preservarla; l’amministrazione che compra della terra dentro la città per tenerla vuota, per mantenere un vuoto nel pieno.

Negli ultimi trent’anni questo pezzo di campagna cittadina ha sposato le tecniche dell’agricoltura biologica e biodinamica introdotte da Rudolf Steiner. La gestione con questo metodo di coltivazione comincia nel 1985 e a parlarne – quest’anno, che è anche occasione di celebrazione dei 30 anni – hanno contribuito una serie di incontri, organizzati nella biblioteca Ariostea. In collaborazione con l’associazione Nuova Terraviva i pomeriggi nella sala Agnelli della biblioteca cittadina dedicati a “Spiritualità pratica steineriana a Ferrara” che vanno ad arricchire il programma di incontri dello spazio culturale comunale. Terra e aria, parole e ossigeno, libri intorno a mani che lavorano sporche di erba, fango e pollini. Buona fuga.

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IL FATTO
MediCinema, quando il cinema è una terapia

Emozione e sogno sono il primo vero passo verso la guarigione. Per questo Giuseppe Tornatore ha scelto le note oniriche di “Acqua dalla luna” di Claudio Baglioni per il video-spot  da lui diretto a sostegno dell’attività di MediCinema. La presentazione ufficiale alla stampa c’è stata alcuni giorni fa, nella sede romana di Rai Cinema.

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La locandina dello spot di Giuseppe Tornatore

Pochi hanno sentito parlare di MediCinema, un’associazione nata nel 2013 che, ispirandosi a MediCinema UK (organizzazione no-profit attiva in Gran Bretagna dal 1996) si pone l’obiettivo di utilizzare il cinema e la cultura cinematografica a scopo terapeutico negli ospedali italiani.
Il breve spot di Tornatore, tutto realizzato al Policlinico Gemelli di Roma con l’intervento dei soli malati (fra stampelle, barelle e deambulatori), vuole sostenere la campagna di fundraising di MediCinema, volta a costruire la prima sala cinematografica italiana integrata in una struttura ospedaliera pubblica, uno spazio destinato alla ‘cinematerapia’ e alla terapia di sollievo per i degenti del Policlinico Gemelli e i loro familiari. L’idea è di occupare e distrarre, per alcune ore, la mente dei pazienti, allontanarli dalla malattia per un po’, almeno per la durata di una bella pellicola cinematografica. I benefici del cinema (e della cultura in generale) sulla persona, ricorda il regista, sono innegabili, quando si regalano storie, magia e incanto, si creano attimi importanti di emozione, di armonia e di serenità. Bisognerà, quindi, scegliere film che portino all’emozione pura, al sorriso, ma anche alla commozione e all’empatia. Una commissione di medici e psicologi deciderà i titoli più appropriati anche chiedendo a ogni paziente la sua opinione per migliorare quel rapporto difficile, tra chi deve curare e chi deve essere curato.
Vi sono già il sostegno di Rai Cinema (che metterà anche a disposizione il proprio listino) e di Disney Italia. Il regista e sceneggiatore Francesco Bruni assicura l’impegno del Centro autori e dell’Anec (i giovani produttori cinematografici indipendenti). Rai Cinema ha anche annunciato l’avvio della sua più ampia collaborazione con MediCinema Italia, per la quale ha in preparazione varie iniziative di raccolta fondi per completare il progetto di costruzione della sala cinematografica, uno spazio tecnologicamente all’avanguardia, che abbia 120 posti e spazi per i letti dei malati, le loro sedie a rotelle, per i familiari e il personale di assistenza. Il progetto costerà circa 300.000 euro, ci vuole l’impegno di tutti. L’idea è lodevole e pregevole, la si vorrebbe realizzare entro l’estate. Qualcuno l’ha già definita “Nuovo Cinema Gemelli”. Bello.
Il video di Tornatore sarà programmato già in questi giorni nello spazio solidale offerto dal circuito Thespacecinema su tutti i suoi schermi, nelle sue 362 sale per circa 79 mila posti. La cordata di solidarietà continuerà con gli altri circuiti cinematografici che sostengono MediCinema e negli spazi dedicati al sociale delle principali reti televisive.
Per alcune ore di magia in corsia, allora, in un’emergenza col sorriso. Perché, come dice Tornatore, c’è un film di Frank Capra che dà il senso di questa nobile iniziativa, dove la luce della consolazione entra in un’anima ferita. Progetto da sostenere, bello potervi contribuire.

Il brano intonato: Acqua dalla luna di Claudio Baglioni [ascolta]

Per informazioni su MediCinema clicca qui

IMMAGINARIO
Vita rarefatta.
La foto di oggi

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

campagna

La campagna emiliana conserva ancora
dei luoghi che parlano di un altro mondo,
in superficie mostra come
ferite i solchi nella terra, le sterpaglie.
E una strada sterrata porta dritta
a un rudere, dove la vita si è rarefatta,
si è fatta silenziosa, minuta.

[clic sulla foto per ingrandirla]

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IL FATTO
Una firma in più, un’arma in meno

Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento, lo aveva promesso nell’intervista di gennaio [leggi] e ieri mattina nella sala dell’Arengo della residenza municipale è stato presentato il Comitato provinciale di Ferrara della campagna “Un’altra difesa è possibile”. Fra gli aderenti Agesci, Acli, Anpi, Arci, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione Viale K, Caritas, Cgil, Copresc, Emergency, Emmaus, Fiom, Legacoop, Libera.
Forse mai come in questo momento la guerra potrebbe sembrare una difesa giusta e necessaria e sappiamo quanto in questi ultimi anni sia stata presentata come umanitaria, ma la verità è che “la carta istitutiva delle Nazioni unite, la nostra Costituzione, parlano piuttosto di un flagello che abbiamo scelto di ripudiare”, ha sottolineato Daniele. “L’intervento armato ha dimostrato tutta la propria insufficienza come forma di risoluzione dei conflitti: dovunque è stato impiegato, dalla Bosnia all’Afghanistan all’Iraq, la situazione semmai si è aggravata. Con questa proposta di legge vogliamo dare una possibilità a forme di difesa differenti, quali i corpi civili di pace disegnati da Alex Langer fin dal 1995, o gli interventi di base sperimentati in luoghi di conflitto dai giovani di Operazione colomba, con costi irrisori e con grande impegno personale”, ha spiegato Daniele.
Una legge di iniziativa popolare formata da quattro articoli per l’istituzione del Dipartimento per la difesa civile, cui afferiranno i Corpi civili di pace, e l’Istituto di ricerca sulla pace e il disarmo, da finanziare spostando parte dei fondi per i sistemi d’arma del Ministero della difesa e attraverso le quote di quei contribuenti che vorranno versare il proprio 6 per mille a beneficio della difesa civile.
L’obiettivo è raggiungere 50.000 firme che permettano di presentare la proposta in Parlamento, per questo sono già in programma iniziative che si susseguiranno nei prossimi mesi. Paolo Marcolini, presidente Arci anche lui presente alla conferenza stampa, si è impegnato ad ospitare banchetti di raccolta firme nelle proprie strutture, a contatto con i giovani, ed in particolare in occasione della Vulandra, al Parco urbano dal 23 al 25 aprile. Anche Emergency, che “è presente nei luoghi di guerra dal ’94 e ha lavorato in 16 paesi, curando più di sei milioni di persone”, come ha ricordato la referente Sandra Broccati, “sostiene la campagna, anche a livello nazionale, e organizzerà un banchetto di raccolta firme alla Sala Estense nella serata del 4 marzo, durante il Viaggio italiano”. Mentre la Cgil di Ferrara, che insieme alla Fiom sta curando il coordinamento organizzativo del comitato provinciale, con il suo segretario provinciale Raffaele Atti ha preannunciato una iniziativa in collaborazione con Fiom sulla riconversione dell’industria bellica.
Nel frattempo si può già firmare a Ferrara all’Ufficio protocollo presso la sede municipale, oppure presso le segreterie di tutti i Comuni ferraresi nei quali si è elettrici o elettori.

Per informazioni e aggiornamenti sulla campagna vedi www.difesacivilenonviolenta.org
Contatti Comitato Provinciale di Ferrara
Davide Fiorini
davide.fiorini@mail.cgil.fe.it
3487510060

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IL FATTO
Oltre 600 sieropositivi nel ferrarese, riparte la campagna di prevenzione contro l’Aids

Circa tremila nuovi casi in più ogni anno Italia, quattrocento in Emilia Romagna e, l’anno passato, ventotto nel Ferrrarese, dove i sieropositivi sono più di 600, cinquecentotrentasei dei quali trattati con tre differenti farmaci indispensabili a cronicizzare l’infezione, che contagia principalmente persone sessualmente attive tra i 25 e i 40 anni. Sono i numeri della sieropositività, che solo a Ferrara comporta una spesa farmaceutica di 4milioni di euro a carico della sanità pubblica.
Non è emergenza, ma è necessario mantenere i riflettori accesi su un’infezione “dimenticata” ma sempre in agguato, sicché la campagna d’informazione deve ripartire con rinnovata forza concentrandosi sull’”amore sicuro e consapevole”. Si ricomincia da un corso di formazione riservato ai giornalisti, che il 29 novembre vedrà lo psicologo e psichiatra Stefano Caracciolo concentrarsi sulla comunicazione dei dati collegati alla malattia e lo farà affrontando un percorso per immagini tratte da film sull’Aids. Il programma prosegue con un’anteprima domenica pomeriggio, alle 17.30, in piazza Municipale, dove va in scena  Write Aids flash mob, seicento palloncini rossi formeranno la scritta Hiv, un’installazione accompagnata dalla presenza di uno stand informativo.

Da oggi e fino al 5 dicembre la Sala Arengo del Comune (chiuso il sabato) ospita la mostra Write Aids story: l’Aids attraverso occhi e pensieri dei giovani; lunedì alla Sala Estense, dalle ore 8.30, si alternano differenti incontri con le scuole, che nei giorni successivi toccheranno gli istituti superiori “Monaco”, “T.L. Civita” di Codigoro e il “Remo Brindisi” del Lido degli Estensi. Il progetto, alla cui realizzazione hanno collaborato la Commissione interaziendale per la lotta all’Aids, gli operatori di Free Entry, il Comune, l’Avis ferrarese e provinciale, l’Afm (farmacie comunali) e l’Associazione Ferrara by Night, ha un obiettivo preciso: sensibilizzare il pubblico e di conseguenza prevenire il contagio da Hiv. E’ questo lo scopo di “World Aids day”, la giornata mondiale contro l’Aids celebrata l’1 dicembre.

L’Aids non passa di moda, non è stato sconfitto – ricorda l’assessore alla Sanità Chiara Sapigni – E’ necessario rafforzare la prevenzione”. E’ l’unica via per contenere i casi di contagio che avvengono attraverso il sangue e i rapporti sessuali con persone infette e spesso ignare di esserlo. “E’ una realtà di cui si tende a parlare poco, ma ogni anno si rileva lo stesso numero di nuovi casi che si aggiungono ai vecchi”, spiega l’infettivologa Laura Sighinolfi dell’azienda ospedaliera.

“Stiamo lavorando attraverso nuovi mezzi di comunicazione tra cui i social network per raggiungere un maggior numero di persone estranee ai percorsi di prevenzione tradizionali avviati nelle scuole e al Sert, dove alcuni utenti hanno suggerito diversi metodi informativi soprattutto all’interno delle famiglie chiamate a confrontarsi con questa realtà”, racconta Luisa Garafoni, direttore del Sert. Rispetto e consapevolezza sono le due parole d’ordine su cui si basa la guerra alla sieropositività perché “tutto dipende dalla scelta personale dei propri comportamenti sessuali”, dice Garafoni ricordando quanto adolescenti e giovanissimi siano i più colpiti dalle malattie sessuali, mentre i tossicodipendenti, pur rimanendo una categoria a rischio, sono la più sotto controllo rispetto a fasce di popolazione meno informate sull’infezione.

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Quali siepi, quali piante? Prima regola, mano leggera e testa pensante

SIEPI E RECINZIONI VERDI (seconda parte)
Alzare un muro o una siepe per dividere una proprietà e separare uno spazio privato da quello pubblico, è un gesto talmente abituale che nel farlo non ci poniamo troppe domande. Per prima cosa ci preoccupiamo dei costi, di certo non pensiamo che l’atto stesso di recintare sia all’origine della storia del giardino, un fatto che trova riscontro nell’etimologia comune del termine che in tutte le lingue, antiche e moderne, parlate in Occidente e nel Medio oriente, significa sempre: luogo protetto, recinto, chiuso, quindi il giardino non è altro che il luogo delimitato per eccellenza. Nel passato, l’uomo è riuscito a sopravvivere nel deserto e nelle foreste isolando uno spazio in cui era presente l’acqua e dove era possibile coltivare piante commestibili, poi, nei secoli, il recinto ci ha protetto dai pericoli, ci ha separati dal caos, dall’inciviltà e dalle cose brutte. Da cosa dobbiamo difenderci oggi? Quando penso alla fatica e alle cure necessarie per tenere in ordine una siepe di arbusti sempreverdi, mi chiedo sempre perché ci impuntiamo su una pratica che alla fine dei conti non ci difende nemmeno dai ladri e che, nel migliore dei casi, impedisce al nostro vicino di vederci in mutande. Il desiderio di un avere uno spazio a tutti costi privato, mi sembra ancora più assurdo quando penso che, nel tanto sudato isolamento del nostro giardinetto, ci mettiamo davanti a un computer e non ci facciamo nessun tipo di scrupoli nel metterci a nudo di fronte al mondo, spellandoci vivi nell’arena dei social network.
La bellezza di una siepe ben curata è sicuramente un ottimo motivo per desiderarla. Muri verdi di tasso e di carpino, barriere profumate di alloro, lecci potati ad arte, hanno lasciato un bel corredino di immagini dure a morire nel nostro immaginario collettivo, peccato che la bacchetta magica che le ha rese possibili, siano tempo, mezzi e braccia. Guardiamoci attorno, le siepi che circondano i nostri giardini non sono nemmeno lontane parenti di quelle meraviglie che gli eserciti di giardinieri del passato, riuscivano a coltivare e mantenere. Ci siamo illusi di poter sostituire la nobiltà del tasso, con cipressi leylandi e simili, magari con un bel fogliame argentato e a rapida crescita, ma con quali risultati? Siamo sicuri che quelle cose che abbiamo in giardino, rosicchiate da potature incostanti, piene di ciuffi che scappano da tutte le parti, secche alla base, siano proprio quelle che avevamo sognato? Potrei fare un elenco di tutte le nefandezze che si possono osservare camminando in città, le prime che mi vengono in mente sono le siepi con le foglie larghe tranciate dai tagliasiepi a motore, ma quelle che mi mettono tristezza sono quelle potate fino al legno perché, dopo anni di crescita libera, sono diventate troppo invadenti, in particolare quelle segate in sezione con tanta malagrazia da mostrare il loro interno nudo circondato da una corona di vegetazione. Se abbiamo lo spazio per una recinzione larga mezzo metro, perché ci ostiniamo a piantare siepi che in pochi anni si allargheranno per metri? Continuo a farmi delle domande, ma quali potrebbero essere le risposte alternative al tormentone “perché si fa così”? Innanzitutto, provare a ragionare con senso critico: una siepe può stare in campagna o in città, quindi guardare per un attimo che cosa ci circonda e magari pensare che il nostro microcosmo diventerà parte del paesaggio, sarebbe già una buona partenza. La prima analisi la facciamo con gli occhi, è un esercizio facile: cosa vediamo? Vediamo case, palazzi nuovi o vecchi, condomini, cortili, altri giardini, altre recinzioni, oppure ci sono campi, frutteti, ecc. E poi cominciamo a chiederci che effetto farà la nostra siepe in quel contesto. Non è difficile, ma per la nostra mentalità, quando si parla di giardino, è quasi impossibile uscire dalla logica dei desideri personali e ragionare in termini di immagine collettiva del paesaggio. Ogni caso ha la sua storia e il suo sviluppo, ma osservare il contesto e avere la consapevolezza del fatto che una siepe è una cosa viva, di sicuro, ci guiderà verso scelte meno banali della solita barriera di sempreverdi, per lo meno ci indicherà che se stiamo in città non potrà avere una forma libera come una siepe di campagna ma dovrà essere potata e in ordine, per non occupare la strada o i marciapiedi; quindi, se non abbiamo il tempo per farlo o i mezzi economici per garantirne una potatura ottimale, frequente e regolare, cerchiamo alternative. Un muro o una recinzione artificiale possono diventare un sostegno per rampicanti, ci sono tipologie per tutti i gusti, la cosa importante è non fare di un muro una siepe, coprendolo completamente di vegetazione. Avere mano leggera quando si pianta è sempre una buona partenza, usare la testa e non smettere di ragionare, è la cosa migliore.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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Redazione

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