Tag: campagna elettorale

Cos’è la destra, cos’è la sinistra
Il boomer, il ragazzo e il bambino senza memoria

 

Tu che sei giovane come me, quindi sei un boomer, te la ricorderai la “conventio ad excludendum” contro i comunisti. C’è persino una voce su Wikipedia, che ad un certo punto dice: “Per tutta la durata della prima repubblica nessun governo ebbe ministri o sottosegretari del PCI, i cui rappresentanti entrarono per la prima volta ufficialmente in un governo col Governo Prodi I nel 1996, quando il PCI si era già trasformato in Partito democratico della Sinistra”. Nel mezzo c’è stato Gladio, la strategia della tensione, le stragi di Stato che usarono manodopera neofascista e membri infedeli  – infedeli alla Costituzione ma non alla continuità statuale col ventennio – dei servizi segreti, Licio Gelli e la Loggia P2, il Piano di Rinascita Nazionale.

Il governo frutto del “compromesso storico” (appoggio esterno del PCI ad un monocolore democristiano) nacque nel mezzo di questa temperie da una profonda riflessione di Enrico Berlinguer, fatta nel settembre 1973 sul giornale Rinascita, che prendeva le mosse dal colpo di stato fascista  – finanziato dagli Stati Uniti – che rovesciò in Cile il governo socialista di Salvador Allende. Giusto per controbilanciare le superficiali evocazioni della scelta “atlantista” di Berlinguer, come se dietro non ci fosse stata una dolorosissima e articolata analisi, mi limito a questo estratto: “gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.” (per leggere i tre articoli di Berlinguer su Rinascita, clicca qui).

Classe borghese, privilegi, potere. Parole chiare, nette, che definivano. Proprio come sono nebulose, ambigue, mistificatorie le parole da cui è composta la melassa acquitrinosa del politichese. Parole prive di un senso, anzitutto perchè appaiono privi di senso coloro che le pronunciano, se non come personaggi di una pièce dell’assurdo à la Ionesco. Come un Enrico Letta che, sprezzante della sua propria fisiognomica, evoca “gli occhi della tigre”. E’ psicologicamente sintomatico che il capo del partito più impallidito in questi anni, anche nel nome – da Partito Comunista a Partito Democratico della Sinistra, a Democratici di Sinistra, a Partito Democratico – dichiari di volere un partito “dai colori vividi e netti, come in un quadro di Van Gogh”. Sembra davvero che l’inconscio si sia impadronito del suo eloquio, conducendolo a elaborare immagini che sono l’esatto contrario della pallida (e inconfessata) percezione di sé.

Tu che sei ragazzo/a adesso, invece, ti becchi la “conventio ad excludendum” verso Fratelli d’Italia, il partito erede della tradizione fascista. La cosa fa sorridere, per un paio di ragioni. La prima è che la sua leader, Giorgia Meloni, è già stata Vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, e Ministro (per la Gioventù: cosa volesse dire, a parte un vago echeggiare littorio, non si sa) dal 2008 al 2011. Quindi non è stata esclusa proprio da niente. La seconda è che la storia dell’Italia dopo la Liberazione dal fascismo, come ricordato prima attraverso la linea nera delle stragi, è attraversata molto più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. Te lo ricordi il G8 a Genova? La “macelleria messicana” messa in atto dalla nostra polizia? Era il 2001, quanti anni avevi? La geopolitica atlantica, unita al più forte partito comunista d’occidente, ha reso inevitabile il fatto di doversi tenere, come serpe in seno, forze dell’ordine e interi gangli dell’intelligence permeati da metodi fascisti e legami col fascismo, dopo aver giurato di difendere la Costituzione nata sulla pregiudiziale antifascista? Non so se era inevitabile, ma è andata così. Quindi non è che gli eredi della tradizione fascista italiana stiano eventualmente “uscendo dalle fogne”: non ci sono mai stati.

Questo non vuol dire che non si corra alcun rischio. Il rischio è che la destra vinca le elezioni a mani basse e abbia, da sola, i numeri per cambiare un pezzo della Costituzione. Infatti Pierluigi Bersani (uno dei pochi con il sale in zucca, oltre ad un pugno inascoltato di costituzionalisti) affermava con elementare buon senso che chi collabora tuttora in tante amministrazioni locali (Pd e 5stelle) dovrebbe fare un cartello elettorale, minimo per contendersi i seggi uninominali con la destra. Invece Pallore Democratico fa a meno dei 5Stelle, i nuovi parìa che hanno osato disturbare il manovratore solitario Mario Draghi, e imbarca il 3% di Azione, giocandosi l’ala sinistra nonchè la possibilità di far tornare a votarlo chi non vota più, per nausea, disperazione o rabbia (ricordo che due tra le peggiori leggi degli ultimi anni, il Jobs Act e la legge elettorale con cui voteremo, sono targate PD).Quel PD sotto il cui ombrello crescono spesso buoni amministratori locali, in Direzione Nazionale non smette di deludere.

Infine ci sei tu, nativo digitale, che ti ritrovi a vivere in una terra che conosci solo per come è adesso: torrida, secca, abitata da gente vecchia, governata da gente vecchia, in cui l’ascensore sociale ti porterà fuori dall’Italia, se hai fegato e soldi per prenderlo – no, il talento non ti basterà.

Non hai neppure la capacità di sognare, perchè il mondo virtuale che maneggi da quando avevi due anni ti mette tutto a portata di mano: non hai mai dovuto immaginare niente. L’idea che hai del lavoro come di una merce uguale a tutte le altre, non è colpa tua. E’ quella che ti è stata lasciata in dote da gente vecchia, tutelata, che ha fatto il fenomeno con il tuo sedere: flessibilità, cioè precariato; disponibilità, cioè sfruttamento salariale. Il liberismo in economia uccide le libertà civili: se non hai la possibilità di progettare un futuro con il tuo lavoro, ti puoi scordare di sposarti, fare figli. Oppure lo fai ma con l’ incoscienza di chi non può pianificare, perchè è nato sotto la stella dell’incertezza. Non è tutto male in questo panorama: ci sono i nonni, che ti aiutano con la loro pensione. Domani tu non potrai farlo coi tuoi nipoti. Se io fossi te, farei fatica a capire cosa vuol dire “destra” o “sinistra” (leggi qui il pezzo di Giuseppe Nuccitelli su queste colonne).

Però hai l’imprinting del sopravvivente. Non hai un passato e non hai un sogno, hai un problema: cavartela e costruire un futuro per te e il pianeta in cui sei costretto a vivere. Con il tuo pianeta condividi lo stesso destino di precarietà. Gli esseri umani che hanno un passato non ne hanno appreso le lezioni, continuano a fare gli stessi errori. L’assenza di memoria potrebbe essere la tua arma vincente.

VERSO LE ELEZIONI
Il gatto, la volpe e la Ferrara dei Balocchi

Ha fatto bene Ferraraitalia, un quotidiano che alcuni accusano di amare troppo la Sinistra, a ospitare una lunga intervista a Nicola Lodi. Le sue parole sono molto istruttive: una lettura che consiglio a tutti i ferraresi maggiorenni che, fra poco più di due mesi, saranno chiamati a esprimere il proprio voto per il nuovo governo della città.
Nicola, detto Naomo, Lodi non è solo il segretario cittadino della Lega, ma l’esponente leghista di gran lunga più popolare, attivissimo sia nelle piazze fisiche che in quelle virtuali. E ha un grande pregio, sconosciuto alla gran parte della nostra classe politica, di destra ma anche di sinistra: Naomo è un libro aperto, non conosce sottigliezze e furbizie politiche: dice quel che pensa, e fa quel che dice.
Non è poco; intervistato da Jonatas Di Sabato, confessa: “Ultimamente mi sono istituzionalizzato. Ho fatto azioni meno eclatanti”. Sicuramente qualcuno più importante di lui gli avrà consigliato di abbassare i toni: siamo in campagna elettorale e non bisogna esagerare! Ma lui non ce la fa proprio; come si dice, ‘il ciliegio rimane ciliegio’, non si può forzare la natura. E Naomo è sincero per natura, un politico ruspante, un uomo che ama il megafono e il profumo delle barricate, non le trattative in giacca e cravatta.
Purtroppo le condanne che ha su groppone (l’ultima per la manifestazione non autorizzata anti-migranti a San Bartolomeo in Bosco) sbarrano a Naomo le porte del Consiglio Comunale. Ma Naomo è un uomo generoso e indomabile. Eccolo quindi impegnato in un tour de force nei quartieri e nelle frazioni di Ferrara per sostenere Alan Fabbri, suo superiore in grado e candidato sindaco di tutto il Centrodestra.
Ma Alan Fabbri è un animale – animale politico, intendo – del tutto diverso da Naomo. Alan è un ‘politico di razza’, un Matteo Salvini in sedicesimi, a suo agio su tutti i terreni: in consiglio regionale come su un palco ad arringare la folla, tra i pensionati del bar sport come nei circoli giovanili. Sa fare il Sindaco (per ora solo di Bondeno) come il fiero oppositore. Sa alzare il volume al massimo e parlare a bassa voce. Sa quando è il momento di usare le parole forti e quando invece conviene abbassare i toni, glissare, blandire, mediare, sedurre l’interlocutore.
Naomo è il gatto, Alan Fabbri è la volpe. Il gatto e la volpe, lo sanno anche i bambini, viaggiano sempre in coppia. Entrambi ci raccontano una Ferrara dei Balocchi e ci offrono un viaggio elettorale con un biglietto di solo andata. Ma che troveremo in questo paese meraviglioso? Ci saranno i fiumi di cioccolato e le montagne di zucchero filato? O rischiamo invece la stessa solenne fregatura capitata al nostro antenato Pinocchio?
Per capire quel che ci aspetta, per sapere come sarebbe davvero la Ferrara leghista, non dobbiamo ascoltare la volpe (decisamente troppo furba), ma il suo compare, il gatto Naomo. Un gatto tutt’altro che stupido, ma troppo genuino, troppo sincero per mentire o vendere fumo. Se vogliamo la verità dobbiamo ascoltare attentamente il gatto Naomo. Le sue parole sono d’oro zecchino.
Nella Ferrara dei Balocchi – parole di Naomo – l’unica cosa certa è che si moltiplicheranno le pistole e le divise: “Sarebbe bello in futuro vedere una pattuglia dell’esercito anche in centro”. Naturalmente non si lesineranno i “calci in culo” agli immigrati e si aprirà la caccia ai “nigeriani con i cappellini”. Pericolosissimi i cappellini! Quanto al Festival di Internazionale, non verrà cancellato ma servirà dare una bella regolata. Ugual sorte subirà il mondo dell’associazionismo e del volontariato sociale.
Insomma, per usare una ormai celeberrima citazione, anche a Ferrara “è finita la pacchia”. O, almeno, è quello che ci promette Nicola, detto Naomo, Lodi. Una Ferrara dove regna l’ordine e la sicurezza, con una camionetta o una pattuglia a ogni angolo di strada.
Pinocchio – anche questa è cosa nota a tutti i cittadini elettori – alla fine si lasciò tentare, prese la diligenza dell’Omino di Burro e arrivò nel Paese dei Balocchi. Finì malissimo.

 

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Il nuovo corso della dialettica politica

L’ambito reale dello scontro intrapreso dal Ministro Di Maio non è tra i rider e la tecnologia, come dice l’amministratore delegato di Foodora Gianluca Cocco, ma tra i cittadini, gli esseri umani, e l’uso strumentale che della tecnologia alcuni, come lo stesso Cocco, fanno.
Al momento, infatti, funziona che questa è al servizio delle grandi aziende, delle multinazionali, dei pochi geniacci dell’app mentre i restanti 6.5 miliardi persone (… e il calcolo è alla buona) si connettono ad internet ed usano Whatsapp.
Un po’ come i vantaggi dell’eurozona. Da una parte pochi esercitano il potere, fanno affari, traggono interessi e aumentano il lusso, dall’altra la maggior parte delle persone grazie all’euro va in vacanza in Francia, Germania, Spagna e Grecia senza il fastidio di dover cambiare valuta.
Nel caso specifico, si impone nella discussione la “necessaria” flessibilità, la diminuzione dei diritti, delle tutele e degli stipendi in cambio del lavoro. O lo si accetta oppure l’arroganza del potere minaccia la fuoriuscita dal Paese alla ricerca di altri luoghi dove imporre la giungla del mercato. Ed è chiaro che in questo momento storico questo potere vincerà perché fuori dalla portata di Di Maio e del tentativo tutto italiano di mettere la dignità davanti al potere c’è il mondo. Un mondo neoliberista, flessibile, disuguale e classista che non sa che farsene della coscienza di un ragazzo di trent’anni che vuole fare il Ministro e vorrebbe andargli contro.
La tecnologia aiuterà l’essere umano solo quando sarà democratizzata ma in questo momento bisogna prendere atto che laddove non fossimo capaci di piegarla al nostro bisogno allora Foodora, come minacciato dal suo Amministratore, può accomodarsi alla porta, ce ne faremo una ragione. Non vogliamo avere uno schiavo a consegnarci la pizza, non necessariamente dobbiamo essere partecipi di questo obbrobrio, possiamo perfino scegliere di comprare le scarpe al negozio all’angolo e, forse, in questo sistema sbagliato di valori contribuiremmo a migliorare la vita di tutti.
Il bisogno di rivolgersi ad Amazon è un falso bisogno o, meglio, un bisogno indotto dalla necessità di contenere le nostre spese e gestire il nostro tempo. Ma questi purtroppo sono due aspetti della vita moderna scolpita nello stampo neoliberista che vuole lo scambio sociale al minimo al pari dei salari, in modo da avere più potere di contrattazione e controllo del dissenso.
E quindi la battaglia di DI Maio mi sembra una gran bella battaglia, dignitosa e onesta, che meriterebbe un sostegno forte almeno da parte di noi cittadini, anche di quelli che hanno un lavoro meglio pagato e tutelato dei “porta pizza”. Un momento, questo, in cui fare Paese e smetterla di attaccare l’operato di questo Governo, di tener conto sì dei 620 migranti indirizzati in Spagna ma anche considerare i 1.000 appena sbarcati e metter insieme le due cose, riflettere per indirizzare la lotta politica e di opinione, comprendere di cosa ha realmente bisogno la gente.
E prendere atto che la politica sta davvero cambiando, bisogna farsi forza e vedere cose che ci sono finora sfuggite. Il PD aveva torto e continua ad averne. Perché dell’impatto della tecnologia sulla dignità del lavoro, dello strapotere delle multinazionali, dei riders e dei migranti utilizzati nella raccolta dei pomodori e della frutta a 2 euro all’ora, della schiavitù sempre più evidente a cui il lavoratore italiano e straniero è sottoposto sul nostro territorio, non si è mai occupato veramente oppure l’ha accettata o, peggio, ha fatto finta di niente e l‘ ha nascosta dietro le belle chiacchiere di Saviano. Sono mesi che il PD parla dell’importanza di fare autocritica ma i suoi dirigenti continuano a sparlare e ad attaccare più gli altri che se stessi perché forse hanno già deciso di non avere niente di cui pentirsi o da rimettere in discussione.
E gli attacchi arrivano da tutte le TV dando l’impressione, viste le presenze, di aver occupato lì le poltrone che gli sono sfuggite a Palazzo Chigi.
Questo Governo non sta’ facendo campagna elettorale ma qualcosa a cui non eravamo abituati: sta facendo. Eravamo abituati alle grandi promesse prima e al silenzio dopo, invece Salvini sta procedendo come i treni, su binari tracciati in campagna elettorale. Sta mettendo in atto, lui come Di Maio quello che avevano annunciato di voler fare.
La cosa ci sconvolge talmente tanto che questo darsi da fare non sappiamo come chiamarlo e lo chiamiamo campagna elettorale, cioè, invece di appoggiarlo e rispettarlo e magari legittimamente criticarlo e indicare vie diverse senza dimenticare l’obiettivo, lo denigriamo. Rivogliamo dunque Renzi, Del Rio, Padoan e la Boschi? E per far cosa, perché tutto rimanga fermo e uguale seguendo quel processo che la sinistra ha iniziato negli anni ’80 quando ha abbandonato la gente, le persone, i lavoratori per dedicarsi al grande capitale e alla finanza?
In questi anni è stato creato un modello di società diviso in due, poveri e ricchi. Come non se ne vedevano dai tempi peggiori dei re e dei nobili con l’aggravante che i tribuni della plebe, negli ultimi decenni, parteggiavano per i ricchi. E questa situazione ci costringe a gridare al miracolo quando un partito, talmente liberista da proporre addirittura la Flat Tax di Milton Freedman, dimostra di tenere di più alla gente dei tribuni della plebe, mostra un volto umano e si preoccupa non di risanare a parole l’immagine del mondo ma nei fatti di migliorare l’esistenza di qualche milione di italiani e di coloro, non italiani, che ci vivono, di ridare dignità alle città e alla convivenza insieme ad un altro partito che vuole ridare dignità al lavoro rimettendo mano alle opere di “sinistra” come il Job Acts e la legge Fornero e tutti insieme rivedere i termini dell’Unione Bancaria per evitare la completa distruzione e precarizzazione del sistema bancario.
E magari ridare dignità al processo di unificazione europea guardandolo, finalmente, non dal solo punto di vista finanziario e di tutela delle élite, ma anche dal punto di vista delle persone reali e degli europei, se mai esistesse una identità in tal senso anche fuori dai confini del limes romano.

DIARIO IN PUBBLICO
La vita è bella anche per i giovani ottantenni

E così si è arrivati alla soglia degli 80. Numero scaramantico che tuttavia nel dormiveglia ci fa intristire se non fosse che la sublime Natalia Aspesi su ‘La Repubblica’ pubblica un commento il cui titolo e contenuto valgono un Perù come diceva la mia nonna millenni fa: “La grande bellezza di noi vecchi” in cui meditando sulle meravigliose possibilità che ci aspettano scrive: “essere vecchi può rendere invisibili. Però basta un bastone e anche il più corrucciato dei taxisti si precipita a fornire un gradino mobile e spingere dentro dal sedere, il corpo in difficoltà” Non occorre che l’amatissima Aspesi racconti della gentilezza dei taxisti avendone noi a Ferrara i migliori in assoluto che ti mettono la spesa dentro l’ascensore, che scambiano con te i progressi e regressi dei nostri pelosi che pur loro stanno raggiungendo età venerabili e che ti prestano libri e dischi e che ti sorridono affettuosamente ai concerti. Ma che ne è dei nostri ragazzi/e a cui per un tempo limitato potevi apparire un maestro? Quei settantenni che ora si vogliono appropriare del potere (?) cacciandoti poco elegantemente dai luoghi e dalle associazioni che avevi contribuito a creare e a difendere? Certo a vedere la nonna ballerina di Sanremo puoi congratularti con l’età che sembra inesistente o puoi piangere d’altra parte  su altri ottantenni che firmano contratti con il popolo ‘itagliano’. Dunque i ragazzi settantenni o nel caso gli infanti tra i sessanta e i sessantacinque hanno un loro popolo che li ammira e li segue fatto di giovani che sembrerebbe affidino a loro il senso del tempo. Così mi consolo pensando che l’età incolmabile tra discente e docente, specie negli studi ‘umanitari’ come suona la scellerata gaffe di Mauro Gola della Confindustria di Cuneo (Chi vuole fare gli studi tecnici. Chi vuole fare gli studi economici. Chi vuole fare gli studi umanitari)  si sta assottigliando a una manciata di tempo. Perciò m’affanno a scrivere festschrift ai miei valorosi discenti di un tempo che a loro volta sono supportati da altri allievi che li imbalsamano in una visione atemporale. Quando con poca eleganza la mia città pensò che era ora che mi ritirassi nel limbo dei senza tempo – un po’ rudemente –  mi aspettavo che quella posizione venisse affidata a bambini/e cinquantenni. Macché! Tutto è tornato in mano ai settantenni che gioiosamente si affidano a questa nuova visione del mondo. Ma, scrive Natalia Aspesi  spargendo balsamo sulla età dei vecchi “Commovente la scoperta di quanto i vecchi, in un tempo in cui si smania per prolungare una sfinita giovinezza, possano essere rasserenanti, fisicamente belli di una loro bellezza data proprio dagli anni; i capelli bianchi (illusione per chi scrive in quanto i capelli li perse già nella prima giovinezza) e la pancetta degli uomini, l’irrinunciabile vanità delle donne ben vestite e ben pettinate, con le loro vite di prima in altri luoghi, con altre persone, con altri dolori e speranze.” Sembrerebbe dunque che i seniori o senatori della vita pubblica fossero i pilastri su cui si fonda la società italiana; poi ci s’accorge che quei seniori o presunti tali  peccano e di brutto. Non vorrei ritornare allo scandalo della grillineria 5 stelle che definitivamente ha insegnato (se il movimento assegnasse un ruolo all’insegnamento) quanto sa di sale salire le scale del potere. Come i conti che non tornano rinfacciati stupidamente da un Pd che dovrebbe a sua volta tacere. Cosi le polemicuzze della campagna elettorale rinfocolano una nostalgia di ottantenni seri che bacchettino gli scapestrati settantenni il cui compito sarebbe quello di farsi ascoltare dai quaranta-cinquantenni. In questo triste tempo, dove le violenze, le stragi, i femminicidi e gli squartamenti occupano sempre più le prime pagine, la nazione più potente del mondo e il suo presidente versano lacrime di coccodrillo non impedendo il mafioso e spaventoso uso disinvolto delle armi che si possono comprare come caramelle. Poi c’è un quarantatreenne Matteo che infuriandosi sempre di più vuol cacciare i migranti per proteggere gli ‘itagliani’ e paragona a bambola gonfiabile la rispettabile Boldrini. La campagna elettorale raggiunge abissi mai visti come la sceneggiata di B. alla scrivania riesumata (come lui) dall’attrezzeria di Vespa. O il salotto della Gruber i cui occhi esprimono la disperazione per non poter contenere le tesi inesorabilmente distorte dei candidati che le sfuggono dalle mani come serpenti. Un caro amico mi consiglia di ritirarmi dal diario in pubblico perché noi, gli ottantenni, non possiamo più commentare nulla. Il nostro sarebbe il tempo del passato che non sa né può costruire il futuro.
Ma ancora non mi rassegno per rispetto a quei ragazzi che forse pensano di non andare a votare in quanto sarebbe inutile.
E in questo caso, pur per nostra responsabilità, sbagliano in quanto votare deve far parte del loro diritto-dovere di vivere in una società.

La lezione di Macerata

Dai cieli fiscali promessi dai partiti alla dura realtà di uno scontro sociale tra accoglienza e rifiuto

Mi ero proprio dimenticato di una città di nome Macerata, tanto piccola quanto decentrata. Proprio questo lembo periferico della penisola ha conquistato in questi giorni gli onori della cronaca e deviato, di un poco e non so per quanto tempo, una battaglia elettorale tutta basata sulle promesse fiscali dei vari schieramenti e in particolare dei populisti di vecchio stampo o di nuovo conio.

Alle astronomiche promesse, lo dice anche un recente sondaggio, non crede davvero più nessuno; anzi, quelle decine o centinaia di miliardi che tutti, se vincitori, ci vogliono assolutamente versare nelle tasche hanno qualcosa di surreale. Segno forse che il populismo, a forza di alzare la posta, ha perso il senso della misura e molta credibilità. Era molto più concreto ed efficace Achille Lauro: consegnava una scarpa destra e, solo dopo il voto, la scarpa gemella per il piede sinistro.
Se le promesse elettorali sono surreali, le pallottole non lo sono per nulla: sono di piombo e se ti colpiscono possono mandarti all’altro mondo. Così, il raid di Macerata del (pazzo?) ex candidato di Salvini e cultore appassionato di Hitler, Mussolini e altre frattaglie fasciste, ha spostato il fuoco della battaglia tra i partiti. Dai cieli fiscali alla dura realtà delle nostre strade e delle nostre piazze.

Nei commenti e nelle reciproche polemiche tra i vari leader è rispuntato fuori il tema del fascismo. Se cioè occorra o meno una nuova legge che – oltre al netto divieto stabilito dal nostro testo costituzionale – ponga un argine efficace al fenomeno di un risorgente nazismo e fascismo. E ancora: i nuovi gruppi e gruppuscoli della destra estrema, Casa Pound in testa, sono gli eredi diretti del fascio littorio oppure costituiscono una realtà affatto nuova, figlia delle periferie degradate e impoverite e degli intrecci tra mafie ed estremismi?
Il tema è interessante, se ne potrebbe discutere per ore, ma dietro al ‘tiro all’emigrato’ di Macerata e a una miriade di altri episodi di intolleranza, il fascismo – vecchio o nuovo che sia – c’entra forse solo di striscio, sembra essere solo una maschera, un modo estremo e criminale per combattere una battaglia molto più vasta. Una battaglia in atto nel nostro Paese ormai da qualche anno, che non coinvolge solo minoranze militanti (e militari), ma che riguarda il cuore stesso del nostro vivere sociale.

Accoglienza o rifiuto, solidarietà o chiusura, dialogo o difesa dell’egoismo identitario. E’ su queste parole, su questi comportamenti che in ogni città, in ogni quartiere, in ogni piazza si sta combattendo la battaglia. Il suo esito appare ancora incerto – neppure queste elezioni potranno dare una soluzione definitiva in un senso o nell’altro – e almeno per il prossimo decennio saremo costretti bene o male a prendere posizione. E non basterà scandalizzarsi per il candidato governatore Fontana che si proclama difensore della razza bianca, o irridere al “Prima gli Italiani” ossessivamente ripetuto da Giorgia Meloni. Non basterà cioè prendere le distanze dalle parole estreme e stigmatizzare questo o quell’episodio di razzismo o squadrismo.
Forse qualcuno pensa che possiamo cavarcela come semplici spettatori. Come se fossimo appena usciti da un film e ci venisse chiesto che ne pensiamo di questa o quella scena. Potere della televisione e della rete! Invece nel film – cioè dentro la battaglia che segnerà il volto della nostra società di domani mattina– ci siamo anche noi. Tra i protagonisti. O tra gli sconfitti.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Senza trama

La narrazione non è una narrazione, non ci sono protagonisti, non c’è una trama. Ti elencano solo oggetti magici che promettono di cambiarti la vita. Quale non si sa, perché nessuno è più in grado di prospettartene una da vivere. Qualcuno propone delle sequenze, ma mai tutto il film.
È la narrazione di questa campagna elettorale senza storia e senza indice. Neppure la sovracopertina. C’è solo il prezzo che pagheremo noi e il paese.
Uno va alla ricerca del futuro e non lo trova, non trova l’uomo, la sua intelligenza, la sua voglia di vivere, di sfidare il tempo, la generosità e il coraggio delle idee. Solo rumori di fondo, rancori, astio, disprezzo e presunzione.
Non c’è nessuna cittadinanza né della politica né delle persone in questa campagna elettorale. Un paese che ha bisogno di interrogarsi, di risollevarsi, di energia, di spinta e di entusiasmo, anche su questo hanno spento la luce.
Siamo tutti cittadini al governo della democrazia diretta solo da un click del mouse, seduti nelle nostre solitudini davanti al desk di un computer. Gli infatuati del movimento che promette le stelle si rendono conto di questo? Del vuoto umano, del vuoto di pensieri, di idee illuminanti, di creatività, di invenzioni, di confronti aperti che si sta crescendo in questo paese e che si vorrebbe crescere in prospettiva?
L’Europa spaventa perché è uno scenario di apertura, uno scenario impegnativo di itinerari di idee da percorrere e riempire. L’Europa spaventa perché le idee non ci sono, non ce le abbiamo, non ce le ha il paese.
A questa campagna elettorale manca la cultura, non quella del nostro patrimonio di beni e di istituzioni, la cultura del paese, la cultura di cui ha bisogno il paese.
I nostri intellettuali, le nostre università, le nostre istituzioni culturali, non ci aiutano più a crescere, ad esercitare l’intelligenza, a produrre pensieri, non ci aiutano a conoscere cosa si muove alle frontiere della conoscenza dove si formano i saperi. Non ci aiutano ad avere la cultura per pensare al domani, per traguardare il presente.
Questa non è la società della conoscenza fondata sulle risorse umane come capitale per sé e per gli altri. Le risorse umane, giovani e meno giovani, non ci sono in questa campagna elettorale.
Nessuno dice come ognuno di noi può contribuire attivamente per il futuro del paese e cosa possono fare le conoscenze, la ricerca, la creatività, perché il futuro del paese non c’è, nessuno è in grado di pensarlo.
E questa è la maggiore mortificazione nostra, della nostra intelligenza e della cultura. Trattati come ingombranti utenti da amministrare, non come la risorsa preziosa su cui puntare per rilanciare città e sistema paese.
Non si è cittadini perché si fanno le parlamentarie o si può esprimere una preferenza su una scheda elettorale, ma perché la cultura per pensare e per decidere gira e appartiene a tutti. Perché ognuno è responsabile della propria crescita culturale, è responsabile di combattere la propria ignoranza, perché i saperi sono sempre più accessibili a tutti e perché la conoscenza è ormai divenuta da tempo l’ingrediente fondamentale di ogni cittadinanza democratica come l’aria che si respira. Perché politica vuol dire crescere comunità colte, pensanti, dove le intelligenze si nutrono, si diffondono e contribuiscono ad affrontare le sfide sempre nuove della vita e del futuro.
Pare, invece, che ci sia sulla cultura e gli intellettuali il coprifuoco, l’oscuramento, così spuntano le mediocrità, così mediocri da credersi capaci di governare questo paese, senza nutrire nessuna visione che sia un panorama di futuro da crescere nelle sfide e nelle novità, nell’invenzione del nuovo da perseguire. Flat tax, reddito di cittadinanza, respingimenti, Europa sì e no. È questa l’afasia a cui siamo condannati.
Di fronte alla povertà degli orizzonti che le forze politiche riescono a disegnare, alla fine ci si ritrae nell’astensionismo, perché non c’è una narrazione che sia in grado di appassionare.
Perché sei cittadino se sai qual è il tuo ruolo in un progetto di futuro per il quale valga la pena essere coinvolti. La politica non è la retorica dell’uno vale uno, ma assemblare quel tutto che messo insieme è di più della somma delle singole parti.
A noi, invece, si chiede un voto e poi di lasciar fare a loro. Non è più così, perché ormai è tempo che nessuno può più chiamarsi fuori. Il bene comune, oggetto d’ogni governo, è bene di tutti e la rivoluzione politica vera non è che è politico solo chi fa politica, ma che ogni singolo cittadino, in una democrazia matura e colta come la nostra, è politicamente responsabile per la sua parte nella gestione del quotidiano, nel suo lavoro, nella cura di sé e della sua formazione.
Questa è la democrazia diretta, non quella pentastellata. È che la responsabilità di cittadinanza non si delega, ognuno di noi ha la sua e di questa deve rispondere. Con il voto sulla scheda elettorale non si delegano le proprie responsabilità, si affidano solo compiti.

Cambio d’anno e di governo, ma il rinnovamento dipende dal nostro voto

Cambio d’anno come metafora del prossimo cambio di governo? Tempo di bilanci, somme e sottrazioni per chi vuole segnare questo passaggio ponendo un doveroso accento su quello che è stato e ciò che si vorrebbe vedere realizzato.

Un cambio che per essere tale dovrebbe contenere la svolta, quella reale e percepibile fin da subito, quella che presuppone davvero un giro di boa che permetta di affrontare un futuro nebuloso e preoccupante con almeno un pizzico di speranza e rinnovata energia. Sono caduti gli slogan e i modi di dire tanto sbandierati di un recente passato e di ogni estrazione come ‘rottamazione’, ‘yes we can’ (preso a prestito da Obama), ‘dialogo al posto di insulto e scontro’, ‘Un impegno preciso: città più sicure’, ‘Prima il Nord’, ‘Ricostruire tutto senza paura’, ‘O noi o loro’, ‘I want you’ (ma perché scopiazzare sempre dallo zio Sam?), ‘Cambiamo musica!’ e chi più ne ha più ne metta. Un vero e proprio dizionario di sparate elettorali classiche e del tutto scontate, una raccolta di espressioni che, nell’ottica politichese dovrebbero catturare l’immediata simpatia del cittadino creando pathos, rabbia, familiarità, carica.

Sono tramontate le frasi a effetto perché non scaldano più i cuori. E quello che doveva essere il tanto atteso processo di ‘rottamazione’ (che brutta espressione!) è ritornato a essere solo una parola sbiadita e non più spendibile perché il millantato miracolo del rinnovamento totale che avrebbe guidato l’Italia verso approdi felici rimane sulla carta, o meglio sui cartelloni. Sono finiti i tempi in cui le note di ‘Io lo so che non sono solo’ di Jovanotti percorrevano il Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma, accompagnando empaticamente le convention del Partito Democratico, inneggiando a quella che allora sembrava una rivoluzione pacifica di grande forza e impatto. “Ora la città è un film straniero senza sottotitoli/le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli/il ghiaccio sulle cose/la tele dice che le strade sono pericolose/ma l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente…”, recitava il pezzo di Lorenzo Cherubini-Jovanotti. E siamo rimasti là, con le nostre paure, le insicurezze sociali, gli interrogativi sul futuro, gli indici che ci passano sotto il naso tentando di creare ottimismo quando la realtà parla del contrario, linee programmatiche da scrivere nella disperata ricerca del consenso di chi è stanco, demotivato, disilluso o indignato, i partiti in affanno che si stanno dimenando come i capponi di manzoniana memoria: quattro povere bestie in attesa di essere consegnate al dottor Azzeccagarbugli, che a testa in giù sono intente a beccarsi fra loro.

Ha ragione Jovanotti: l’unico pericolo è proprio quello di non sentire più niente. Ci ritroveremo chiamati al voto nelle prossime scadenze elettorali nazionali, regionali, provinciali e amministrative con una nuova tornata di slogan e sciorinature luccicanti, magari un po’ meno americane e più ruspanti, perché il ruspante e il ‘nostrano’ ora fa più appeal. Chi parlerà di populismo, chi di responsabilità di governo, chi di un’ennesima ‘svolta’ nel nome dell’onestà e della trasparenza… Verrà rispolverato e tirato a nuovo il tema dei vitalizi con tutte le considerazioni del caso, che risolleverà l’ira popolare a ragion veduta, corredato di tutti gli scenari possibili, testimoni di un’Italia che viaggia su più binari molto diversi tra loro. Il cambiamento? Forse, difficile, impossibile, timidamente probabile…chissà!

Intanto affacciamoci sui prossimi appuntamenti elettorali senza dimenticare, forse illusoriamente, che il nostro voto è un’affermazione di volontà di cui essere consapevoli. Almeno quello. Una cosa è certa: il 2017 se ne va e il 2018 è l’Anno Nuovo che comparirà nei nostri calendari con tutte le sue sfide, sorprese, certezze e imprevisti. Buon Anno a tutti e che i nostri buoni propositi del primo gennaio ci ricordino ogni giorno che possiamo, dobbiamo rendere le nostre comunità un luogo sano da valorizzare, giusto e completo, in cui crescere, vivere ed esprimere ciò che siamo e possiamo offrire. Ciascuno nel proprio pezzetto di esistenza.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi