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LO STESSO GIORNO
Gli Alleati arrivano a Buchenwald: tutti liberi, tranne i “Triangoli rosa “

11 aprile 1945
Viene liberato il campo di concentramento di Buchenwald

Aprile del 1945: la guerra, dentro i confini europei, sta volgendo al termine. La Germania nazista è già sotto assedio: le truppe USA e Alleati arrivano da Ovest, mentre le truppe sovietiche da Est: destinazione Berlino.
Proprio in quei giorni le si scoprono con orrore decine di campi di concentramento. Emergeva così per la prima volta la tremenda realtà dei campi di sterminio nazisti, nei quali erano ammassati, oltre agli ebrei, oppositori politici, Rom e Sinti, testimoni di Geova.
Nei campi erano rinchiusi anche gli omosessuali. A partire dal 1935 furono più di 100 mila in Germania gli omosessuali arrestati, di questi, circa la metà fu mandata nei campi di concentramento. Ne morirono circa 10mila, ma le cifre a riguardo sono incerte. La persecuzione e lo sterminio dei ‘deviati’ omosessuali è una storia poco conosciuta, a ragione definita l’omocausto dimenticato.

Questo stesso giorno, l’11 aprile 1945, le truppe americane ,che erano già in Germania da febbraio, raggiunsero il campo di concentramento di Buchenwald, nella Germania centrale, non troppo distante da Weimar.

Buchenwald – il campo prendeva il nome dall’omonima collina sul quale era stato eretto – fu istituito nel luglio 1937 e fu uno dei più grandi campi della Germania nazista, e sicuramente uno dei più duri per gli omosessuali che ne ospitava tra i 700 e gli 800. Tra i tanti esperimenti portati avanti, c’era una ‘ricerca’ sulla cura ormonale dell’omosessualità.
Il medico SS danese Carl Peter Vaernet, sulla base di presunti studi scientifici, ipotizzò che si potesse curare l’omosessualità impiantando massicce dosi di testosterone sui deportati ‘deviati’. L’esperimento, condotto a partire dal luglio del ’44  causò la morte di centinaia di omosessuali.

Pochi giorni prima dell’arrivo del contingente americano, i soldati tedeschi di guardia abbandonarono il campo ancora pieno di deportati. I detenuti organizzarono il campo in autogestione fino all’arrivo degli Alleati, sopravvivendo a stento. .
La gioia che seguì la liberazione fu immensa per migliaia di prigionieri, ma per centinaia di detenuti omosessuali i festeggiamenti sarebbero durati poco. Terminata la guerra, per questi uomini l’orrore continuò. Infatti, il fatidico paragrafo 175 della legge nazista del 1937 non venne abrogato nella nuova Germania. I detenuti omosessuali, che a Buchenwald erano stati contraddistinti con il triangolo rosa, furono fermati e costretti a continuarono la loro detenzione nelle carceri tedesche.

Negli anni successivi si parlò a lungo di compensazioni e risarcimenti per i deportati nei campi di concentramento. In molti  ottennero un risarcimento in denaro per la tremenda tortura ai quali furono sottoposti, ma i “triangoli rosa” rimasero fuori da ogni opzione, niente risarcimento e nessuna commemorazione. Alcuni riuscirono ad evitare il carcere dopo il ’45. Questi però si ritrovarono in grandi difficoltà a causa dell’iscrizione nel casellario della polizia. A differenza degli altri deportati, che furono cancellati dal casellario subito dopo la guerra, i registri nazisti sui quali venivano segnati gli omosessuali furono sfruttati dal nuovo governo tedesco per trovarli e incarcerarli.

Molti sopravvissuti non riacquistarono mai la libertà, morirono in carcere, quelli non incarcerati vissero emarginati dalla società dei ‘normali’ Nessuno ricevette un risarcimento. Il paragrafo 75 rimase in vigore a lungo dopo la fine della guerra. Solo dagli anni Sessanta in poi le autorità della Germania Occidentale cominciarono a depotenziare questa legge. Dopo anni di battaglie, la cancellazione definitiva arrivò solo nel 1994.

Nonostante l’eliminazione della legge, ci volle ancora tempo prima che gli omosessuali ricevessero lo stesso trattamento degli altri deportati. Nel 2002 venne concesso il ‘perdono’ agli omosessuali arrestati durante il Terzo Reich, senza però nominare la repressione che la Germania portò avanti dopo il ’45. I familiari delle vittime, ormai quasi tutte decedute, dovettero aspettare il 2017 per ricevere i risarcimenti.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

campi di concentramento Libia lager

LAGER LIBICI
Una antica vergogna che oggi si ripete

 

Aumentano gli sbarchi di persone in cerca di rifugio e assieme la detenzione nei lager libici, che ne trattengono, aggiungendo disperazione a disperazione. Le speranze dell’UE sono in una riforma costituzionale e in una legge elettorale che assicuri un governo stabile.

Nessun serio contrasto all’estrema violenza praticata, con soldi europei, nei centri di detenzione. È denunciata da tutte le organizzazioni internazionali e documentata anche dalle visite dei medici legali sui corpi torturati. (Ne ho scritto anch’io su Azione Nonviolenta). Cinquemila sono nei lager ufficiali, diverse migliaia in quelli non riconosciuti. Le condizioni in questi non sono certo migliori, e neppure in quelli organizzati dai colonizzatori italiani.

Draghi ci prova con Macron e tutta l’Ue. Ecco le foto dei bimbi morti, bisogna fare qualcosa, ma l’Europa guarda altrove scrive Alberto Negri.
Draghi va a Tripoli e Abdul Hamid Dbeibah restituisce, a Roma, la visita. Il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti è l’impegno ribadito.

Come fidarsi delle assicurazioni di un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati? Intanto questo dovrebbe, come minimo, fare. Abbiamo buoni motivi per diffidare dei loro impegni. Loro, forse, anche più dei nostri.
Nel momento di massima collaborazione tra i due Paesi l’Italia non esita ad appoggiare Usa, Gran Bretagna e Francia nella guerra alla Libia. La Libia è uno stato-mafia, ricorda Alberto Negri. Con la mafia si convive ovunque e si fanno affari, dentro e fuori il nostro paese e dunque perché no nella quarta sponda?

Il distretto dell’Emilia-Romagna è, a buon titolo, un distretto di mafia, dice la procuratrice generale reggente di Bologna inaugurando l’anno giudiziario. Non mi meraviglia. Non meraviglia neppure che i campi profughi libici siano campi di concentramento. Sappiamo che i campi di concentramento non sono una novità in Libia. Ce ne parla più volte il già ricordato Negri. Nei libri di Angelo Del Boca ne troviamo notizia. Così negli scritti di Giorgio Rochat, che ricordo straordinario docente a Ferrara. In particolare Negri segnala i lavori di Eric Salerno, io aggiungerei il più giovane studioso Matteo Dominioni, di Del Boca allievo.

Dagli scritti di Eric Salerno – i titoli sono eloquenti: Genocidio in Libia e Uccideteli tutti – oltre al documentato racconto sull’uso dei gas contro la popolazione civile e sulla deportazione dei libici in Italia, emergono oltre 100mila detenuti nei 13 campi di concentramento in Cirenaica e nella Sirtica e altrettanti assassinati. Non manca neppure un campo per gli ebrei: lì ne muoiono 600, ai sopravvissuti pensano i tedeschi a Bergen-Belsen. Salerno sente citare da Gheddafi El Agheila, un villaggio divenuto campo di concentramento e da lì parte la sua ricerca, che è molto nei territori interessati. Alla Farnesina molti documenti sono distrutti, fuori posto, difficilmente rintracciabili, ma qualche traccia emerge.

L’estesa rete di campi di concentramento risulta da documenti ufficiali. I funzionari, contrappongono alla richiesta di risarcimenti, una relazione accurata. Gli impiccati sono meno di quelli pretesi, le fucilazioni senza processo dei ribelli normali atti di guerra, i bombardamenti della popolazione civile episodi spiacevoli.
Quanto ai cosiddetti campi di concentramento non è vero niente, El Agheila come gli altri, sono luoghi di raccolta. A uomini, donne e bambini è garantita alimentazione controllata, assistenza sanitaria e scuola. Il fatto che ai carabinieri fosse affidato il servizio di guardia è, suppongo, un’ulteriore garanzia di legalità. Un risarcimento è tuttavia riconosciuto anche se, denuncia il regista libico Abo Khraisse, non compensa le vittime. Getta piuttosto, scrive Salerno, le basi per una nuova epoca di campi di concentramento finanziati dall’Italia con l’aiuto di collaborazionisti libici che vengono pagati generosamente.

Dalla ricostruzione del più giovane studioso Matteo Dominioni, fondata sugli studi di Rochat e su documenti ritrovati, ricavo qualche ulteriore elemento. Nel giugno del 1931 si creano campi di concentramento capaci di accogliere l’intera popolazione del Gebel, colpevole di appoggio alla resistenza, vent’anni dopo l’invasione. Sì, quella che commuove Pascoli, La grande proletaria si è mossa, ottiene l’adesione del nostro unico premio Nobel per la Pace, Teodoro Moneta.

È insufficiente l’opposizione. Si distingue per intransigenza, motivazioni, preveggenza e proposte Giacomo Matteotti. Dopo vent’anni l’Italia non si ritira, non è mica come gli Stati Uniti. Graziani con i tribunali volanti stabilisce la pena di morte per il possesso di arma o l’aiuto ai ribelli.
I campi mirano a troncare i rapporti tra popolazione e ribelli e impedire l’autosussistenza delle comunità. Il 90-95% del bestiame è eliminato tra il 1930 e il 1931. Per impedire i contatti con l’Egitto – 20mila libici vi si rifugiano – si costruisce un reticolato lungo 270 km e largo metri. È un’altra grande opera – dotata di fortini e sorvolata da aerei – realizzata in pochi mesi, sempre nel 1931. È imitata ancora oggi in Europa.

Badoglio è cosciente di quel che sta facendo: Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica.

Rochat stima in 100-120mila i deportati nei campi. Mancano i medici, forse quattro in tutto, c’è pure un’epidemia di tifo e non ci sono i mezzi per sterilizzare vesti e vettovaglie. Ai detenuti viene tolta, con la terra e il bestiame, la possibilità di vivere e imposto il lavoro, soprattutto nelle grandi opere del regime, con un terzo del salario dei lavoratori italiani. Le donne si esercitino nella tessitura. Le vittime della repressione sono stimate tra le 50 e le 70mila. Forse più, come scrive Salerno.
Nota Rochat: Questo non è l’unico genocidio della storia delle conquiste coloniali, se ciò può consolare qualcuno, ma è certo uno dei più radicali, rapidi e meglio travisati dalla propaganda e dalla censura.

NOTA 1
Sull’impero coloniale italiano, la guerra d’Africa, i campi di concentramento e gli eccidi degli italiani in Libia,
Franco Ferioli ha scritto per questo giornale un lungo saggio/reportage dal titolo: 25 APRILE A METÀ. Radici del razzismo e scheletri negli armadi”. Lo puoi leggere [Qui]

NOTA 2
Il presente articolo di
Daniele Lugli è uscito con altro titolo sulla rivista online Azione nonviolenta

schiavitù

L’OMBRA LUNGA DELLA “FORTEZZA EUROPA”:
immagini di un arcipelago antirazzista

cop-rifugio-finale copertina

 

 

 

Questo testo riprende alcuni spunti meglio approfonditi nel libro Quale rifugio? Razzismo di Stato e accoglienza in Italia. Una lettura antropologica, in uscita per i tipi Sensibili alle foglie alla fine di gennaio.

 

La fortezza, la tana

Il 22 Giugno del 2018 il quotidiano Il Manifesto pubblicava un inserto gratuito e interminabile: 56 pagine di nomi delle persone morte – documentate negli ultimi quindici anni – nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo. 34.361 vittime, alle quali andrebbero aggiunte le circa 4.200 degli ultimi due anni. Ovviamente i numeri reali, che considerano anche le vittime non documentate, sono molto più alti. Nel titolo della ricerca si individuava una precisa responsabile: la ‘Fortezza Europa’ [1].

Colpisce la trasversalità di questa immagine: da una parte questo appellativo viene utilizzato in senso critico da chi richiede politiche migratorie europee meno disumane; dall’altra una “fortezza ancora più fortificata” è ciò che auspicano, con tanto di bandiere e magliette a tema, molti movimenti europei di destra apertamente razzisti.

L’origine è interessante: la Festung Europa, nella propaganda del Terzo Reich, indicava la parte del continente che era sotto il dominio della Germania nazista di Adolf Hitler e che avrebbe dovuto resistere agli attacchi degli Alleati. Il piano prevedeva la completa fortificazione della costa nord-occidentale dell’Europa, il cosiddetto ‘Vallo Atlantico’, al fine di impedire lo sbarco delle forze avversarie.

Fortificazioni, muri, sbarchi da impedire, morti: temi che ritornano

Immagine chiama immagine: in un racconto di Kafka intitolato La tana, il protagonista è uno strano animale che, nel costruire la sua ‘casa’, è ossessionato dall’idea che qualcun altro possa entrarvi. La paura è tale che l’animale escogita tutti i possibili sistemi di sicurezza: trasforma la tana in un labirinto e, di fatto, una casa in una prigione.
Ma non basta, e il personaggio si fa dunque sentinella di guardia all’entrata. Anche questo non è sufficiente. L’animale decide allora di uscire lui stesso dalla tana, nascondendosi nei dintorni, per meglio controllare l’unico accesso alla sua ‘fortezza’ e, paradossalmente, esponendosi così al rischio che cercava di evitare.
Il filosofo Pier Aldo Rovatti, in un libricino di poche ma intense pagine intitolato La follia, in poche parole, ne trae la seguente conclusione: «Più impazziamo a blindare il nostro Io (tana o casa che sia) più ci esponiamo all’invasione dell’altro, ottenendo dunque l’esatto contrario. […] La follia dell’altro, così bloccata in se stessa, ci renderà folli»[2].

Chi governa la Fortezza Europa dei nostri giorni pare comportarsi in maniera molto simile al protagonista kafkiano. Almeno dagli anni ’90 in poi, il processo di fortificazione del confine europeo al fine di contrastare l’immigrazione è avanzato a ritmi costanti, fino alla recente esternalizzazione delle frontiere. Respingimenti in mare e cancellazione delle vie regolari di ingresso non bastavano, e così siamo arrivati ai campi di prigionia libici, uno sconcertante esempio del più vasto processo di subappalto della gestione delle frontiere a paesi terzi. Altra nota ‘immagine’: il campo.

La “follia dell’altro” è davanti a noi, dentro di noi, avvolta in un velo di quotidianità raccapricciante: l’Altro siamo noi di fronte ad uno specchio onesto. L’assenza di scandalo, la normalizzazione e l’assuefazione sono sintomi della follia stessa: di fronte alla negazione dell’altro-straniero ecco riemergere l’altro-noi, il volto in ombra dell’Europa stessa, quello rimosso e non elaborato, che si pone in perfetta continuità col colonialismo e con i totalitarismi, con la caccia alle streghe e con le enclosures.
Quel volto nascosto sotto gli stendardi della civiltà, dei “Diritti Umani” e del progresso. Siamo noi che ammettiamo, finanziamo e organizziamo con criterio ed efficienza la morte dell’altro, come se fosse un principio inevitabile e necessario. Siamo noi a ignorare continuamente questo crudissimo dato di fatto, tra distanza, rimozione e rabbiosa legittimazione. Non abbiamo capito davvero quanto banale possa essere il male.

Le condizioni di possibilità

Nel 1951 Albert Camus poneva una questione che ancora oggi rimbalza senza risposta nell’inconscio collettivo della “civiltà occidentale” [3]: «Ogni azione sfocia nell’omicidio, diretto o indiretto, [e quindi] non possiamo agire prima di sapere se, e perché, dobbiamo dare la morte»[4]. Mentre l’Occidente sanciva – creando un enorme rimosso – che gli stermini della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto si dovevano ad un ritorno della barbarie e del selvaggio istinto animale nella culla della civiltà, alcuni critici del tempo offrivano un’immagine ben diversa e ben più onesta: “noi” in quanto “assassini”. Adorno, Horkheimer e la Scuola di Francoforte, Hannah Arendt, mostravano chiaramente come la barbarie del ‘900 non fosse un inciampo, una regressione o un vuoto all’interno del progresso, ma il punto di caduta preciso di un mo(n)do ben specifico.

D’altronde il nesso tra Illuminismo, razionalismo, colonialismo e capitalismo aveva già mostrato, fuori dai confini occidentali, la sua capacità distruttiva. La voce di Georges Snyders, filosofo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, aggiungeva una domanda ancora più paralizzante: «Auschwitz rappresenta forse un’eccezione nella storia del mondo? […] Si tratta piuttosto del punto culminante di una lunga catena di massacri, di guerre, di tratta di Neri, di secoli di schiavismo, di colonialismo – in fin dei conti di sfruttamento di uomini da parte di altri uomini?»[5].

Il razzismo del ‘900 fu certamente mostruoso, ma non nuovo. Averlo reso “mostruoso” in quanto inconcepibile, inspiegabile e folle, fa parte della follia stessa. Viene in mente Foucault quando dice che è molto più saggio e utile non perdere tempo a chiedersi, superficialmente, “come sia stato possibile”, quanto piuttosto andare a cercare le condizioni di possibilità di un certo avvenimento.

L’etnopsichiatra Piero Coppo ricostruisce un quadro piuttosto eloquente a riguardo: «La teoria dell’evoluzione giustificava esplicitamente l’organizzazione del dominio da parte della “razza eletta” e il meccanismo selettivo per eccellenza, la guerra. Hitler “era parlato” da ciò che molti in Europa sentivano, pensavano, facevano e lasciavano accadere […]. Non era un’improvvisa follia, ma la seria, metodica, esplicita applicazione dei principi del dominio, dell’organizzazione, dell’evoluzione, della gerarchia già operanti altrove, ma importati in Europa»[6].

La storia è ben raccontata, gli elementi sono a disposizione, l’operazione non è intellettualmente difficile. Eppure c’è qualcosa di più profondo che ci impedisce di elaborare collettivamente e consapevolmente la dimensione dell’assassinio. Forse ha a che fare con quel filo che arriva ai giorni nostri e che non si è mai reciso del tutto. Oggi come allora, la morte dell’altro non è frutto di un’improvvisa follia, ma di una cosmogonia radicata, di dinamiche che diremmo tanto materiali quanto epistemologiche, di una particolare concezione del sé, dell’identità, della “natura” umana e del suo posto nella relazione col mondo.

Un passo indietro: razzismo epistemologico

Lo storico George Fredrickson nel suo Breve storia del razzismo[7] definisce quest’ultimo a partire dal nesso tra “differenza e potere”: la differenza insormontabile di un “Altro” rispetto a un “noi” legittima un trattamento che, se applicato ai componenti del “noi”, riterremmo insopportabile. Ma il razzismo tra umani radica in qualcosa di molto più ampio. Potrebbe essere utile applicare la definizione in una prospettiva che diremmo antispecista: l’“Altro” è, prima di tutto, qualsiasi “alterità”. La “differenza” è qui una “radicale partizione” e il “potere” è, in realtà, polarizzato in forma di “dominio”.

Si tratta di ripartire dai presupposti del nostro mo(n)do, della nostra onto-epistemologia. Il quadro, con qualche semplificazione, può essere tracciato così: il pensiero occidentale si è caratterizzato, a partire almeno da 2.500 anni fa, per un approccio prevalentemente partitivo: soggetto/oggetto, natura/cultura, umano/ambiente, essere/non-essere. Uno dei perni centrali di questa partizione è l’istituzione di ciò che ancora oggi chiamiamo “natura”.

L’idea di “natura” – lungi dall’essere “naturale” – costituì nella polis greca l’ambito fondamentale per dare spiegazioni fisiche vincenti. I filosofi battagliavano: chi era più convincente aveva più allievi e quindi più prestigio e denaro. «Il modo di spiegare le cose dei naturalisti era superiore – o almeno così essi credevano – proprio perché restava esclusivamente in termini di natura. La loro spiegazione eliminava in teoria l’arbitrario, il premeditato, l’arcano in favore di ciò che era in linea di principio regolare e osservabile»[8].

L’ambito divenne progressivamente autoreferenziale ed escludente, fino a pretendere di includere tutta la realtà possibile. La “natura” in quanto alterità diventava così l’oggetto-mondo del quale poter dire la “verità”. La distinzione parmenidea tra essere e non-essere rappresenta forse l’emblema più chiaro di questa operazione: l’essere è unico, compatto, uguale a se stesso, non soggetto al divenire; ciò che è mutevole appartiene al regno dell’opinione, della non-verità. Attraverso la spiegazione razionale, la logica formale ed il principio di non-contraddizione si afferma, in definitiva, una forma di monismo: c’è un unico essere e un’unica verità su di esso.

Questa traccia non si perde nel tempo, anzi, si radicalizza con la scienza moderna: vi è un’unica natura e un unico metodo (corretto) per conoscerla, la scienza. Questa natura viene letta sotto la lente del riduzionismo: comprendiamo il mondo quantificandolo, frammentandolo in piccoli pezzi, ciascuno dei quali dotato di caratteristiche sue proprie. Il problema centrale di questo approccio è che si fonda sulla separazione. La relazionalità non è nel cuore del reale: gli enti possono intrattenere delle relazioni, ma la loro essenza non è relazionale.

Questi presupposti sono alla base di una particolare idea di “identità”. Come sottolinea Stefania Consigliere, in questo modo si «fonda la concezione atomistica dell’identità, in cui l’esistenza dipende dall’identità, e questa dipende esclusivamente dalle proprietà intrinseche dell’ente: ciascuna cosa è ciò che è in virtù delle sue qualità, indipendentemente dalle relazioni»[9].

La “natura” è spiegata in termini di natura, l’identità è definita nei termini del proprio: il campo della discussione (e la possibilità di deduzione) sono ben circoscritti – perciò controllabili – e “decisi in anticipo”.

È la stessa espressione che Horkheimer e Adorno usano nella Dialettica dell’illuminismo: questo è il più totalitario dei sistemi proprio perché in esso “il processo è deciso in anticipo”. Il ragionamento (la lettura del mondo e dell’umano) funziona molto bene se si tiene arbitrariamente fuori ciò che lo può far saltare. C’è un escluso, o meglio, ci sono molti esclusi: l’indefinibile, il non-oggettivabile, il continuo, il non-quantificabile, il contraddittorio, per certi versi quel “noi” che non si limita ad essere la somma di tanti “io”. È una forma di razzismo epistemologico: io sono io solo se pretendo di non essere anche altro; la natura è “quella cosa lì” se pretendo di poterne circoscrivere e sigillare i componenti. L’unica ragione ammessa è quella strumentale.

Questa lettura del mondo regge nella misura in cui separa ed esclude l’alterità. La storia ci mostra, però, come l’impalcatura scricchioli: “l’io non è padrone nemmeno in casa propria”, si dice con la nascita della psicoanalisi, mentre oggi l’ecologia radicale ci mostra come nulla “in natura” sia realmente circoscrivibile: il corpo umano contiene migliaia di “specie” diverse; l’Altro è in ogni “cosa”.

Assassini

«Questo è il tempo degli Assassini»[10], scrive Rimbaud alla fine del 1800. Sembra un invito a considerare onestamente il peso mortifero di buona parte della storia occidentale. Ai bambini di dieci anni nelle nostre scuole parliamo di “scoperta dell’America” quando raccontiamo il più grande genocidio della storia. Non riconosciamo nei volti dei migranti, che oggi respingiamo come illegittimi ladri, i segni della devastazione coloniale e postcoloniale. Accettiamo le scuse più banali riducendoci a distinzioni di forma inquietanti: il migrante economico no; quello di guerra sì, ma solo se… Non ci tocca minimamente che lo Stato democratico riconosca l’essere giuridico prima dell’essere umano, che i “diritti umani” valgono solo se vidimati burocraticamente. Non ci rendiamo nemmeno più conto che gli oggetti di consumo che tengono in piedi le nostre quotidianità sono intrisi di violenza, sfruttamento e morte. Se allarghiamo questa riflessione ad un’ottica antispecista la distruzione animale e vegetale in corso è annichilente. E se un dubbio sulla violenza in atto sorge, l’unica alternativa alla paralisi sembra essere il there is no alternative di thatcheriana memoria.

Separazione e assuefazione sono concetti fondamentali per accogliere la provocazione del nostro coinvolgimento omicida. Viene alla mente un’altra storia. Quella degli Assassini era una setta ismailita di cui scrive Marco Polo. I membri, cresciuti in una fortezza piena di godimenti di ogni genere, erano capaci dei peggiori assassinii pur di continuare a vivere nel loro “paradiso”. È un legame circolare tra consumo, assassinio e paradiso a far sì che il meccanismo non si fermi.

La fortezza si è espansa, l’assassinio è delegato, la dissociazione infinitamente maggiore, ma non trovo immagine più efficace per raccontare questo pezzo del nostro mo(n)do. Nel frattempo i cadaveri si posano sul fondo dei “nostri” mari e gli sfruttati si accalcano sui fili spinati delle frontiere, mentre una piattaforma interattiva su internet chiamata how many slaves work for you? ti permette di quantificare l’“impronta schiavistica” del tuo stile di vita. Chi siamo veramente?

Specchio, specchio delle mie brame

Quando lavoravo nei progetti istituzionali di accoglienza per migranti, una delle cose più interessanti era vedere come il contatto con l’alterità mostrasse prima di ogni altra cosa il nostro modo di essere. L’“Altro”, i suoi modi e le sue priorità, rimanevano per mesi un mistero; i nostri invece, con tutti i tic e le rigidità del caso, venivano subito a galla. Il primo “altro” a emergere era il nostro lato in ombra.

Abdelmalek Sayad scriveva negli anni ’90: «Abitualmente si parla di “funzione specchio” dell’immigrazione, cioè dell’occasione privilegiata che essa costituisce per rendere palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di “innocenza” o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l’effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell’inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell’ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale»[11].

I migranti che bussano alle porte della “fortezza Europa” proiettano sul nostro specchio collettivo almeno tre storie rimosse che rappresentano le ragioni materiali del razzismo: la tratta degli schiavi; l’imperialismo e il colonialismo (passato e presente); l’odierna e taciuta “inclusione differenziale”, ovvero quel governo istituzionale delle migrazioni che crea clandestinità al fine di produrre manodopera altamente sfruttabile, sempre essenziale al capitalismo.

Ad accomunare queste tre storie mortifere è la violenza, perennemente occultata, necessaria a tutte le ondate di accumulazione e creazione di capitale. Affinché violenza e dominio siano legittimati e sopportati, l’Altro dev’essere di volta in volta collocato in quella posizione di “differenza insormontabile”. Se lo sterminio degli indigeni d’America e la tratta degli schiavi furono accompagnati dall’idea che essi fossero non-umani (si pensi alle grandi diatribe sul possesso o meno dell’anima), per quel che avvenne successivamente le parole di Hannah Arendt nel suo Il razzismo prima del razzismo sono di una chiarezza disarmante: «L’imperialismo avrebbe richiesto l’invenzione del razzismo come unica possibile “spiegazione” e giustificazione delle proprie azioni, anche se nel mondo civile non fosse mai esistito alcun pensiero razziale. Essendo però esistito, il pensiero razziale si è rivelato un potente alleato del razzismo. […] serviva a occultare la forza distruttiva della nuova dottrina […]»[12].

Ragione strumentale: la “costruzione dell’altro” è sempre stata in qualche modo funzionale a ciò che dell’altro si voleva fare. Oggi il razzismo di Stato[13] non discute dell’anima dei migranti, ma del suo equivalente statale, il riconoscimento giuridico-burocratico, che legittima o meno l’annientamento di migliaia di persone. Come in una sorta di nevrosi collettiva, l’Europa si ritrova a ripetere gli stessi gesti che da secoli ne svelano il suo lato in ombra. La sostanza è la stessa, e nemmeno la forma cambia molto. L’impalcatura retorica ci permette di non vedere la crudezza di fatti altrimenti indigeribili.
Allora, per i “buoni”, le politiche razziste sono solo quelle dei fascio-leghisti e non l’intero governo istituzionale delle migrazioni; mentre i “fascio-leghisti” nel frattempo raccontano tutte le “ragioni” per cui il buonismo, nel “regime della scarsità”, non è più sostenibile. Mentre i primi non vedono, i secondi indicano il punto che gli fa più comodo.

Un posto per Pan

Oggi la scienza non ha solo dimostrato l’inconsistenza di qualsiasi teoria razziale, ma, andando ben oltre, pone in discussione persino l’idea di specie e svela tutta l’inadeguatezza di un’identità immaginata come chiusa e autonoma. Dagli studi di neuroscienze a quelli di filogenetica, appare sempre più evidente che l’alterità è in noi, ci costituisce ed è necessaria alla vita. Non che in precedenza siano mancate cosmologie che lo sostenessero.

Pan veniva spesso considerato il dio incarnante tutto ciò che non era (o non era più) umano: la bestialità, la natura, la sessualità selvaggia; l’alterità più radicale. Se disturbato, o escluso, era in grado di emettere un urlo terrorizzante, che spaventava persino lui stesso: il panico. Eppure gli ateniesi riuscirono a sconfiggere i persiani a Maratona solo dopo averlo accolto tra le divinità onorate.

Quando De Martino indaga la “presenza” dell’umano si appunta: «il singolo è il mai solo che rischia di essere assolutamente solo, il sempre comunicante che rischia di essere l’assolutamente incomunicabile»[14]. Il rischio è la chiusura, la fissità, la rottura di una relazionalità essenziale. L’alterità porta inevitabilmente con sé il terrore di Pan, la paura della perdita e della dissolvenza. Ma strutturare la nostra identità in termini di un’individualità chiusa fa sì che il rischio si concretizzi, esattamente come nel racconto di Kafka. Pan va accolto. Oggi costituiamo una società che, da una parte, si barrica in fortezze omicide, da un’altra distrugge ogni forma di vita “altra” in un ecocidio che mina la stessa possibilità della vita sulla Terra; e parallelamente, come individui, viviamo nel nostro intimo un’epidemia di panico sempre più diffusa. In tutti questi casi l’alterità è qualcosa con cui non sappiamo più relazionarci al di là del nesso di “radicale partizione” e “dominio”. Il razzismo è una postura che va ben al di là di ciò che comunemente intendiamo: è multidimensionale, è materiale ed epistemologico, sociale e psicologico.

Il movimento di fuoriuscita difficilmente può essere dei singoli. Il mo(n)do capitalista che abbiamo costruito, seppur nelle sue diverse declinazioni, si muove sulla partizione, premessa necessaria ad ogni quantificazione e capitalizzazione. Ha bisogno di quel binomio di “differenza e dominio” proprio del razzismo. E si muove sulla menzogna, sul racconto malefico di una “naturalità” della separazione e del dominio: “è sempre stato così”, si dice. Eppure ci sono segni, contorni, di possibilità diverse. C’è una pluralità di racconti che dai miti antichi alle scienze contemporanee ci parla di un modo non-razzista di essere e di abitare la Terra. Continuamente nascosti, attaccati, quasi sempre sconfitti, questi racconti non hanno tuttavia mai smesso di essere ereditati e di trasformarsi in pratiche. Ci dicono che nel nostro profondo più intimo non troviamo noi stessi, ma tutta l’alterità che siamo, lo sfondo comune. Per non perderci nel panico che l’apertura comporta dobbiamo riconoscere e negoziare con Pan. Il mondo fuori non fa che offrirci continuamente l’occasione per iniziare a lavorare su questa nostra imprescindibile “noità”.

Note:
[1] List of 34.361 documented deaths of refugees and migrants due to the restrictive policies of “Fortress Europe”, in http://www.unitedagainstracism.org/blog/2018/06/20/press-release-unitedlist-of-34361-refugee-deaths-published-in-the-guardian/ , consultato il 31/10/2018.
[2] Pier Aldo Rovatti, La follia, in poche parole, Bompiani, Milano, 2000, pp. 39- 40.
[3] Per quanto solo con un certo grado di semplificazione si possa dare una definizione di “Occidente”, rimandiamo al quadro che ne disegna la filosofa ed antropologa Stefania Consigliere: «Una prima definizione di Occidente potrebbe indicarlo come l’asse storico-culturale che percorre e lega l’ebraismo, la Grecia classica, il cristianesimo e la modernità scientifica, coloniale e capitalista. […] Esso dispone tuttavia di una certa coerenza tassonomica conferitagli da un insieme di elementi che hanno un’aria di famiglia e si ritrovano oggi in modo ubiquo, sedimentati e variamente combinati, quasi sempre attivi: il monismo ontologico (che si declina anche in monoteismo); l’essenzialismo; l’esigenza di universalità; il prestigio della dimostrazione; il risalto dei termini individuali atomici anziché della relazione tra di essi; il risalto tutto tondo dell’individuo rispetto allo sfondo; la superiorità accordata alla vista; la propensione a privilegiare la razionalità deduttiva e la ragione strumentale; l’integralità del bene; il tempo lineare; la progressione evolutiva dei processi; l’aspirazione palingenetica; la percezione degli esseri secondo una gerarchia di valore; il nesso scarsità-valore; l’enfasi sull’attività cognitiva e sulla sua regolatività rispetto a ogni funzione psichica; la verità come rappresentazione fedele dello stato delle cose nel mondo», in Antropo-logiche, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 2014, p. 42.
[4] Albert Camus, L’uomo in rivolta, (1951), Bompiani, Milano, 1994, p. 6.
[5] In Piero Coppo, Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 1998, p. 93.
[6] Ibidem.
[7] George Fredrickson, Breve storia del razzismo. Dall’antisemitismo allo schiavismo dalla Shoa al Ku Klux Klan, Donzelli, Roma, 2002.
[8] Una precisazione è fondamentale: 2500 anni fa, nella Grecia antica, così come per molti secoli successivi, vi era una compresenza di modi e quindi di mondi diversi. Probabilmente ciò è vero anche oggi, benché la coazione all’Uno sia sempre più forte e pervasiva.
[9] Stefania Consigliere, La piega logicista, in Rizomi greci, Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2014, p. 84.
[10] Arthur Rimbaud, Una stagione in inferno – Illuminazioni, (1886), Mondadori, Milano, 1990, p. 135.
[11] Abdelmalek Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul “pensiero di stato”, “aut aut”, 275, 1996, p. 10.
[12] Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 75-76.
[13] Per un approfondimento sul tema si veda Pietro Basso, a cura di, Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, Milano, 2010.
[14] Ernesto De Martino, Scritti filosofici, Società editrice Il Mulino, Istituto Italiano per gli Studi Storici – Napoli, 2005, p. 3.

Questo contributo è uscito con altro titolo sulla rivista online Altraparola.

 

Il re nudo, una fiaba moderna

I vestiti nuovi dell’imperatore  è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837. La trama della fiaba è nota e parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, ma invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché. Attribuendo la non visione del tessuto alla sua indegnità, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità.
L’incantesimo è spezzato da un bimbo che grida con innocenza “Ma il re è nudo!”.
Ciononostante, il sovrano continua a sfilare come se nulla fosse successo.

Desidero proporre ora una riflessione che proprio partendo dal messaggio contenuto in questa fiaba possa sostenere il pensiero critico a non rimanere impantanato nei vari ismi che possiamo vedere agitare sempre di più la nostra società nelle forme del negazionismo, populismo, relativismo, dogmatismo, fascismo
Il re è nudo! si grida a gran voce nella fiaba. Questo fatto è talmente evidente da suscitare una reazione paradossale nei presenti: la sua ovvietà viene gridata a gran voce da un bambino, ma allo stesso tempo negata da chi questa evidenza vuole coprire, poiché spinto da interessi di altra natura.

Come si arriva al negazionismo

Siamo tutti uguali. E’ un dato talmente scontato in una società che si definisce democratica, che il rischio è proprio quello di dimenticarselo. Possiamo osservare i nostri figli giocare con gli altri bimbi allo stesso modo negli anni della scuola dell’infanzia, senza nessuna preclusione rispetto al colore della pelle, provenienza geografica o culturale, disabilità. Poi crescendo cosa succede?
Per giustificare certi orrori
, che con una parola chiamiamo razzismo, ecco che diventa necessario mettere tra parentesi il nostro essere uomini, la nostra comune natura, etichettare e ridurre l’altro ad artificiose e reificate identità: quella dell’ebreo, del nero, del migrante dell’omosessuale…

Solo così, da veri anestesisti dell’anima riusciremo passo dopo passo ad arrivare all’insensibilità emozionale, necessaria per giustificare anche linguisticamente la trasformazione della solidarietà in buonismo, per chattare contenuti grondanti di odio, per redigere atti legislativi dove le persone sono ridotte a pacchi postali da collocare in modo burocratico.
Per arrivare a questo risultato è necessario tenere accesa la televisione durante i pasti per vedere, mentre si consuma il pranzo, immagini di esseri umani morire di fame.
E’ necessario smettere di studiare, dimenticare la nostra storia, le nostre radici e appiattire tutto sul presente, non fare memoria di nulla, perché solo così tutto si può negare…anche che il re è nudo!

I problemi legati all’immigrazione ci sono e sono enormi. Devono essere gestiti con responsabilità e competenza. Non affrontarli in nome di una accettazione generalizzata sprovvista di una politica di integrazione è doppiamente colpevole. Altra cosa però è utilizzare queste emergenze solleticando e sfruttando la stanchezza della gente per fini di potere! Non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando di esseri umani!
Metaforicamente il bambino della fiaba di Andersen lo assimilerei alla nostra Carta costituzionale, voce che è necessario ascoltare in tutti quei casi in cui vogliamo essere rassicurati sulla congruità delle nostre scelte.
Per esempio sulle democraticità delle scelte politiche.

Quando si perde la memoria 

Eccidio di Sant’Anna di Stazzema 12 agosto 1944,560 morti;
Eccidio delle Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944, 335 morti;
Eccidio di Lippa di Elsane30 aprile 1944,269 morti,
Eccidio del Padule di Fucecchio 23 agosto 1944, 174 morti…questo elenco purtroppo è molto lungo e visto che a scuola questi avvenimenti non si studiano quasi più, chi vuole può, consultando L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 43-45 (,ed.Il Mulino,2016), ritrovare  tutte le stragi di quel periodo con i 5.607 episodi di violenza, per un numero complessivo di 23.669 persone uccise.

Questo fu il fascismo. Ed è per questo che la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Desidero proprio rivolgere queste note col cuore in mano a chi è insofferente ed infastidito dalla cosiddetta retorica della Resistenza.
Non lasciamoci tentare dall’opporre, quasi in modo ragionieristico, alle stragi sopra richiamate i morti causati dalla reazione partigiana, nasconderemo solamente che il re è nudo! Dovremmo invece tutti vigilare affinché non siano ostentate, in modo particolare oggi sui social, dai nostalgici del ventennio, simboli, motti, effigi che in un qualche modo possano essere ricollegati a quegli orrori.
Dovremmo tutti ritenere che queste dimostrazioni pubbliche di un richiamo ai caratteri del fascismo storico non siano da archiviare come manifestazioni folcloristiche di un numero limitato di soggetti, ma pericolose deviazioni rispetto a ciò che dovremmo condividere come cittadini per il mantenimento di una società democratica.

L’esempio della Polonia

Guardiamo a ciò che sta succedendo nella Polonia di oggi, il paese che ha conosciuto Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau e Maidanek dove oramai da un po’ di anni sta crescendo sempre più un clima antisemita che rischia di rovinare l’Europa intera.
Abbiamo ancora negli occhi l’immagine del 17 febbraio del 2018 quando il primo ministro polacco Morawiecki depose un mazzo di fiori in un cimitero tedesco sulle tombe dei polacchi che durante la seconda guerra mondiale collaborarono con i nazisti, considerando i sovietici e i comunisti un nemico peggiore.
Commenta W, Goldkorn dalle colonne de l’Espresso: “Morawiecki è un signore cinquantenne, colto e istruito. Ha studiato economia in Europa e negli Stati Uniti, è diventato un importante banchiere. Insomma, è un uomo che conosce il mondo. Eppure, quel mazzo di fiori in onore di gente che nell’inverno del 1945 lasciò il territorio polacco assieme ai reparti nazisti – e che tradì la Polonia – veniva deposto proprio nei giorni in cui lo stesso premier spiegava che c’erano ebrei tra i perpetratori della Shoah; e a poche settimane dall’inizio delle commemorazioni del cinquantesimo anniversario dell’espulsione, nel 1968, degli ultimi ebrei rimasti in Polonia: traditi quindi dalla Polonia.”.

Un limite da non oltrepassare

Non c’è il tempo qui per analizzare compiutamente come sarebbe necessario tutti i richiami storici sopra riportati e il rischio è quello di esporsi a immediate contro argomentazioni che però a mio avviso non dovrebbero offuscare il messaggio che faticosamente tento di proporre. Qui non è il problema di dare il torto agli uni e la ragione agli altri, o di imporre sulle una propria verità.
Discutiamo, confrontiamoci, studiamo il più possibile senza trincerarci dietro a barriere ideologiche o pregiudizi di sorta; la cosa importante è porre il limite oltre cui nessuno può andare, oltre cui la facoltà critica diventa negazione dell’altro.
E questo rischio si corre ad ogni livello. E’ in fin dei conti un discorso di assunzione di responsabilità verso le giovani generazioni.

Quando si ha a che fare con l’interesse pubblico il dovere principale è quello di esplicitare quali siano gli interessi in gioco.
Il governo ha obbiettivi di un certo tipo, l’opposizione  un altro, i cittadini spesso  un altro  ancora; la democrazia riguarda l’equilibrata conciliazione di tutti questi diversi interessi attraverso l’arma bianca del compromesso.
E tutto ciò sia che riguardi i problemi di politica internazionale che quelli interni come, solo per fare un esempio, le misure anti covid da prendere per il rientro a scuola (davvero si ritengono provvedimenti adeguati il distanziamento di un metro in classi di 25 studenti, e autobus carichi completamente in tragitti fino a quindici minuti?).

Solo questo modo di agire, disinteressato, pubblico, critico come insegna l’intero percorso conoscitivo di J.Habernas, potrà consentire di formare una coscienza civica sensibile alla ricerca del bene comune, che non giochi a nascondino con la realtà mistificandone i fatti e dove anche in questo caso  possa essere sempre possibile che si levi alta una voce a richiamare tutti che  il re è nudo!

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi

Non so se succede a tutti, ma ogni volta che arriva il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, provo una resistenza interiore forte. Guardare gli orrori accaduti soli 80 anni fa, perpetrati e voluti con una logica agghiacciante e premeditata, fa così male, fa così paura che viene voglia di sfuggire al ricordo, anche se è solo un ricordo che arriva tramite il racconto di altri.

Dunque mi interrogo: se io, che non ho parenti ebrei o comunque finiti nei campi di concentramento, provo una resistenza così forte a guardare quell’orrore inimmaginabile persino nei più terribili incubi, chissà quale resistenza deve aver accompagnato i sopravvissuti? Chissà il combattimento interiore che ha vissuto chi quell’orrore l’ha vissuto e ne è stato testimone. Chissà quanto avrà vacillato: da una parte il desiderio profondo, l’istintivo di rimuovere e cancellare, dall’altra il senso del dovere di urlare che l’indifferenza uccide quasi più della logica aberrante dello sterminio. Molti testimoni del lagher parlano del silenzio che ha sigillato, nel profondo di se stessi, quel pezzo della loro vita. L a stessa Liliana Segre con coraggio ha raccontato di un silenzio durato 40 anni e della rivelazione che fu per lei la lettura di “Se questo è un uomo“ di Primo Levi.

La battaglia, dunque, di chi ha voluto che non si seppellissero queste storie, di chi ha filmato, di chi ha raccontato e continua a battersi perché questi racconti circolino, vengano proiettati alla televisione e nelle scuole, diventino film (quante storie ci sono ancora da raccontare!) è una battaglia del coraggio che coinvolge tutti noi.
Parlare di sterminio attraverso i numeri non restituisce, non può restituire la realtà di quanto è avvenuto. È necessario vedere gli occhi di quei bambini, di quelle madri, di quei giovani e di quelle giovani, di quei padri, occhi, occhi e occhi. Occhi smarriti che quando ti fissano, ti terrorizzano perché ci vedi i tuoi stessi occhi.

Non so se succede a tutti, ma io mi sento quel bambino o quella bambina strappata alla mamma per pura ferocia, mi sento quella madre a cui strappano un figlio appena nato e lo affogano davanti ai suoi occhi, e l’urlo di disperazione mi muore ancora prima di giungere alla bocca, mi entra nelle viscere e me le attorciglia. Mi sento anche quei soldati guardiani, i loro occhi raramente sono inquadrati, eppure non oso guardarli, ho paura di vederci i miei occhi, vigliacchi. Avrei mai avuto il coraggio di ribellarmi agli ordini dei superiori?

Gli occhi che guardano dietro il filo spinato hanno fornito le parole a chi poi ha scritto e raccontato. Anche gli occhi spalancati dei morti ammucchiati come roba vecchia, ci parlano. A quegli occhi interrogativi anche se vitrei, non puoi sfuggire. Quegli occhi devono restare impressi dentro di noi perché orientano il nostro sguardo sulla vita presente, ci aiutano a individuare dove si insinua una narrazione che può portare alla giustificazione di tali orrori, a identificare i luoghi in cui, sotterranea, continua a sopravvivere. Ecco perché la giornata della memoria per me è così importante, perché mi mostra con chiarezza le mie paure, perché mi mette a nudo, ma anche perché mi conferma che non dimenticare è necessario non solo per onorare la sofferenza di tanti, troppi, bambini, donne e uomini, ma per l’oggi che viviamo, perché quell’indifferenza alla sofferenza umana non abbia il sopravvento.

GIOVANI REPORTER
Viaggio al termine dell’umano. Suggestioni e promemoria dal dramma dell’Olocausto
 

di Matilde Bigoni, Eleonora Cavallini, Gioia Frigo*

“Ogni conquista umana non è mai per sempre”, ha esordito così Mara Salvi, preside del liceo Ariosto di Ferrara, in occasione dell’appuntamento ‘Promemoria Auschwitz: l’esperienza del viaggio’, tenutosi nel pomeriggio del 26 gennaio scorso nella sede del’istituto cittadino.
L’incontro era finalizzato alla presentazione dell’esperienza, che ha visto coinvolti diciassette studenti delle classi quarte provenienti dall’Istituto tecnico Itis e dal liceo Ariosto, promossa dall’associazione Deina con la collaborazione dell’Istituto di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara.

Il progetto ‘Promemoria Auschwitz’, nato con lo scopo di formare i giovani alla cittadinanza e alla consapevolezza della complessità del reale, prevede la realizzazione di ‘viaggi di memoria’ in uno dei luoghi tristemente noti per l’Olocausto: Cracovia ed il campo di concentramento Auschwitz-Birkenau, a contatto con la realtà dei fatti accaduti nel periodo nazista. Con l’appoggio di tre tutor universitari, i ragazzi hanno trascorso i mesi precedenti alla partenza immersi nella ricerca e nello studio degli eventi che hanno segnato negativamente il ‘900.
Per la restituzione dell’esperienza, gli studenti hanno prodotto un video in cui ognuno di loro riferiva i momenti e le emozioni più significativi vissuti durante la preparazione, la realizzazione e a seguito del viaggio.
L’incontro svoltosi al Liceo è stato anche un’occasione per interrogare alcuni ragazzi, insegnati ed educatori presenti sul significato di questo viaggio.

Quali cambiamenti del vostro modo di essere o di pensare ha prodotto in voi la visita dell’ex-lager di Auschwitz e di Auschwitz II-Birkenau?
Ad Auschwitz abbiamo deciso di non fare foto per principio, e anche in altri musei, successivamente, non abbiamo usato i telefoni perché le foto non rendono ciò che rimane impresso nella memoria. Sofia

Adesso, quando sento battute riguardanti l’argomento del nazismo o ogni riferimento ai fatti accaduti mi sento colpita in prima persona. Marta

Ciò che mi sono portato a casa è un senso di sfiducia verso l’essere umano. Bisogna lavorare sulla solidarietà. Pietro

Non è la stessa cosa essere vittima e carnefice. Giulia

Dopo questo viaggio,quale esortazione vorreste fare ai ragazzi più giovani?
Vedo continuamente atteggiamenti ostili verso gli altri ragazzi, e già la vita è dura. Dovrebbero capirlo loro in prima persona. Giulia

Invito ad andare sul posto. È davvero un viaggio dell’esistenza. Giulia

Ci indigniamo per quello che è successo, però oggi questa conquista di libertà e umanità non deve essere persa. Irene

Com’è stato essere uno dei pochi testimoni di un’esperienza come questa, in classe?
L’abbiamo raccontato in tutte le lingue! I nostri compagni erano molto interessati, anche perché molti di loro avrebbero voluto vivere la nostra stessa esperienza. Marta

In ognuno di noi c’è una parte buona e una cattiva. Ne ‘Le sorgenti del male’ Zygmunt Bauman definisce “un confine poroso” quello tra l’essere malvagi e l’essere normali, e quindi si chiede chi sia veramente il colpevole di ciò che è successo. Lui la definisce la tattica della “diffusione di responsabilità”. Secondo voi?
Eichmann, ad esempio, ne ‘La banalità del male’ della Arendt si difende continuando a dire che ha solo eseguito degli ordini, quindi che la sua responsabilità era nulla. Ma la responsabilità è di tutti. Nel momento in cui tu ti rendi conto di ciò che stai facendo, una parte di responsabilità ce l’hai. Irene

Alcuni studiosi del post olocausto l’hanno chiamata colpa collettiva. Va distinta in gradi di responsabilità. Però noi siamo indifferenti. Certo, non siamo i colpevoli principali. Attorno a noi avvengono drammi che sono altrettanto gravi e drammatici e chi si gira dall’altra parte ne è altrettanto colpevole. Professoressa Mingozzi

Cosa provereste tra qualche anno a tornare negli stessi luoghi?
Da ragazzi si provano delle emozioni che ti arrivano direttamente, che tu non riesci bene a spiegarti. Magari, crescendo, la cosa può essere vista in maniera più razionale e matura. Anche se la razionalità, quando si parla di eventi del genere, non esiste. Giulia

Qual è lo scopo di questo progetto?
Serve a costruire un puzzle per avere una vista completa dei fatti accaduti. Un ulteriore sviluppo del progetto sarebbe proprio che i ragazzi che hanno vissuto l’esperienza facessero da tutor alle nuove generazioni. Margherita

Qual è stato un momento o un particolare che vi ha colpito di più durante la visita ad Auschwitz?
Alla vista di quei luoghi ho avuto una sensazione di solitudine e desolazione. Come se fossi sola, in un campo enorme. Sofia

A me hanno colpito i graffi che sono presenti sulle pareti delle camere a gas. Vogliono simboleggiare la ricerca di una via d’uscita anche quando tutto è perduto. Silvia

La stanza dei capelli mi ha colpito particolarmente. Rappresenta la femminilità rubata. Giulia

Gli oggetti ritrovati dei bambini rappresentano fino a dove la crudeltà dell’uomo può arrivare. Pietro

Attraversato il cancello mi sono immedesimato in queste persone ignare di ciò che le attendeva. Edoardo

*Alunni del Liceo L. Ariosto di Ferrara

Una poesia, un disegno, un’amicizia.
Storie di ordinaria bellezza nella “banalità” del Male

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La Memoria va preservata affinché il passato possa diventare lezione presente e futura, e ci aiuti a “superare” certi fatti di cronaca che, purtroppo ancor oggi,raccontano l’odio inspiegabile verso un popolo, dimenticando, troppo spesso, che nei campi di sterminio il popolo ebraico ha segnato col sangue la via verso la pace e l’amore tra gli uomini. Il sacrificio non sarà stato consumato inutilmente se i figli capiranno che togliere la libertà e uccidere sono manifestazioni dei peggiori istinti umani. L’odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. Che cosa si nasconde dietro l’antisemitismo? Secondo lo scrittore tedesco Hesse l’odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei, certi strati meno saggi di un’altro gruppo etnico sentirebbero nascere dalla concorrenza invidia e inferiorità umiliante.

Va custodita la Memoria della Shoah, e non solo il 27 gennaio, ma ogni giorno, senza dimenticare i figli, i nipoti di queste vittime, che vivono in mezzo a noi. Dobbiamo smuovere le coscienze affinché non solo la memoria di un passato in cui il mondo è tornato ad essere foresta di ombre e belve, ma anche la contemporaneità infinita dei tempi e dei destini, sia finalmente percepita. “Del male si può essere forzatamente vittime, ma non forzatamente autori”. La Shoah intende ammonirci e invitarci alla riflessione, divenendo il simbolo della tragica divaricazione che spesso si verifica tra le leggi della politica e della storia e le esigenze naturali della coscienza e della morale dei singoli individui, quando, come scrisse Goya, “il sonno della ragione genera mostri”.

Insieme alla Shoah vanno ricordati anche tutti coloro che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e quanti, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. Fra i Giusti è doveroso ricordare Giorgio Perlasca che a Budapest, fingendosi Console spagnolo, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei ungheresi.

La politica nazista nei confronti dell’infanzia fu ancor più crudele e devastante che rispetto al resto della popolazione. I bambini erano i primi a dover essere eliminati. Purtroppo in guerra, i bambini sono le vittime più indifese della persecuzione e dello sterminio, come sta accadendo da alcuni anni anche in Siria. La guerra, la fame, ma soprattutto la distruzione fisica e psicologica sono i mali che da sempre gettano buio sul mondo.

Sono stati più di un milione e mezzo i bambini uccisi nei campi di sterminio nazisti. L’unica colpa era quella di essere ebrei! Ricordando l’assassinio di questi poveri innocenti, si evince in quale abisso il mondo possa precipitare quando a dominare oltre all’odio è l’indifferenza. Quindicimila furono i bambini “ospitati” nel campo-ghetto di Terezìn, situato a circa 60 km da Praga. In questo “speciale” campo di concentramento venivano raggruppati i bambini ebrei prima dello smistamento nei vari campi di sterminio. I sopravvissuti sono meno di un centinaio. La maggior parte dei bambini trovò la morte nelle camere a gas di Auschwitz.

Quattromila disegni e poesie sono stati recuperati in questo campo di Terezìn, dove i bambini, seppur in condizioni terribili, riuscivano a dare sfogo alla loro fantasia e spontaneità come risposta al progetto criminale nazista.

Dei 776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, corre l’obbligo citare, tra i pochissimi sopravvissuti, Samuel Modiano (detto Sami) e Piero Terracina, diventati amici proprio nell’inferno di Auschwitz, dove avvenne anche l’incontro con Primo Levi, più grande di loro di circa dieci anni e morto suicida nel 1987.

Primo Levi è l’autore della più celebre testimonianza sulla “vita” nel campo di Auschwitz-Birkenau, “Se questo è un uomo”. “C’è acqua ad Auschwitz, ma non è potabile. Ci sono le docce, gelate, ma in alcune esce il gas…berretto su, berretto giù, correre alla zuppa, andare alla latrina. Andare a morire correndo”.
L’immensa sofferenza di tante crudeltà è conservata nelle parole di questi testimoni che hanno avuto il coraggio di condividere le terribili esperienze attraverso la scrittura. Descrivere l’indescrivibile affinché tutti sappiano e tutti si chiedano “perché?”.

Scrive Modiano:”Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino: la notte mi addormentai come un ebreo”. Questa frase si riferisce alla promulgazione delle leggi razziali: frequentava la terza elementare e si vide espulso in quanto ebreo. Per molti anni, da sopravvissuto, Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dar voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato a Rodi,un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Modiano non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma all’indomani delle leggi razziali,all’improvviso si trova bollato come “diverso”.

Piero Terracina:”Ci misero in sessantaquattro in un vagone. Fu un viaggio allucinante, tutti piangevano, i lamenti dei bambini si sentivano da fuori, ma nelle stazioni nessuno poteva intervenire, sarebbe bastato uno sguardo di pietà. Le SS sorvegliavano il convoglio. Viaggiavamo nei nostri escrementi: Fossoli, Monaco di Baviera, Birkenau-Auschwitz”.

Degli otto componenti della sua famiglia, Terracina sarà l’unico a fare ritorno. “Dove sono i miei genitori? chiesi a un altro sventurato nel campo di Auschwitz-Birkenau. E lui rispose: Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì”.

(Le opere di Laura Rossi sono tratte dalla Collezione ‘Shoah’, 1984)

Il padre scomparso e l’orrore dello sterminio sempre presente

Non è uno dei tanti libri sulla tragedia degli ebrei nei campi di concentramento nazisti quello scritto da Marceline Loridan-Ivens, nata Rosenberg, classe 1928. È una storia diversa, potente, sconvolgente, profondamente umana. A porgermela è una cara amica: mi sa attenta a ogni forma di sofferenza e di amore, al mondo e alla sua storia, che spesso purtroppo si alimenta di orrore. Sa che, pur non essendo ebrea, mi sento in profonda empatia con il popolo ebraico. Che considero l’aberrazione dei campi, la forma peggiore di abominio (che nulla ha di umano), oltre il confine di ogni possibilità di comprensione.
padre-scomparsoQuesto ‘libricino’ (tale unicamente per le sue dimensioni) “E tu non sei tornato”, raccoglie fragili memorie tracciate in forma di lettera al padre, lascia il segno di un amore paterno immenso, il marchio a fuoco, indelebile, di un legame con un genitore che va aldilà dello spazio e del tempo, di una donna che ha vissuto perché lui voleva che lei vivesse. Un libro che imprime una forza che supera e contrasta la cattiveria e la bestialità dell’essere umano, una disperazione che aiuta a sopravvivere. Nell’aria gelida e sotto un cielo incurante di quanto stava accadendo.

Tutto inizia a Nancy, in Francia, nel 1944, quando la quattordicenne Marceline, figlia di negozianti ebrei polacchi, viene catturata, dalla Gestapo, con il padre Salomon e trasferita prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Bergen. Futura matricola 78750. Al momento della deportazione il padre le sussurra “tu ritornerai perché sei giovane, io non ritornerò”. Quelle parole resteranno sempre con Marceline, saranno il suo sprone, la sola molla di sopravvivenza, la sua unica forza e linea retta, perché l’amato padre voleva così.

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Marceline Loridan-Ivens, autrice di ‘E tu non sei tornato’ Bollati-Boringhieri, 2015

Da un campo all’altro, su treni e con la morte di fronte, la ragazza sopravvive, con una lettera in tasca arrivata in qualche modo dal padre mentre era assegnata ai lavori forzati. La parola papà è per Marceline ancor oggi impronunciabile. “Quando sento dire papà, sussulto, persino settantacinque anni dopo, anche se viene detto da qualcuno che non conosco. Quella parola è uscita dalla mia vita così presto che mi fa male, riesco a pronunciarla soltanto nel mio intimo. Non riesco a dirla né a scriverla”.
Nel suo messaggio il padre la spronava a vivere, a resistere, parole comuni dettate dall’istinto, le sole rimaste agli uomini di buon senso che non vedono un domani. La ragazza si era raggelata dentro per non morire, con una mente che, in mezzo a tanto odio, si può solo contrarre, con un futuro che dura al massimo pochi minuti, con la perdita di coscienza del chi, del dove si fa, dei perché. Marceline confessa al genitore che “la tua lettera era arrivata troppo tardi. Probabilmente parlava di speranza è d’amore, ma non c’era più umanità in me… Ero al servizio della morte. Le tue parole sono scivolate, se ne sono andate, anche se devo averle lette parecchie volte. Mi parlavano di un mondo che non era più il mio. Avevo perduto ogni riferimento. Bisognava che la memoria venisse distrutta, altrimenti non sarei riuscita a vivere”.
E in effetti questa ragazza ritorna, come papà voleva. Ma a quell’incubo non si sfugge più. E talvolta contagia persino chi nei campi di concentramento non è stato, come i due familiari di Marceline che si sono dati la morte per sfuggire ai ricordi. Perché, dopo quel buio e quelle tenebre, è difficile ritrovare un proprio posto nel mondo.

Marceline Loridan-Ivens, E tu non sei tornato, Bollati-Boringhieri, 2015, 112 p.

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IL FATTO
Ma il padiglione italiano nel museo della memoria di Auschwitz resta chiuso

“L’Italia da cinque anni non paga il contributo alla fondazione del museo di Auschwitz e il suo padiglione al memoriale è chiuso. E’ una cosa per me molto triste e incomprensibile”. Si avverte un rammarico profondo e una sofferenza autentica nel tono di voce dell’anziana guida polacca che accompagna i turisti italiani nella visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. E’ autodidatta, ma si esprime con grande proprietà linguistica. “Non sono mai stata nel vostro Paese, ma mi sono innamorata del suono della lingua e della sua cultura. L’ho imparata studiando ma soprattutto leggendo romanzi”. La signora vive a una quindicina di chilometri di distanza dai campi di concentramenti, nel cuore e nelle mente porta l’orrore dello sterminio. Da anni si dedica a mantenere viva la memoria, “perché i giovani sappiano, perché non accada mai più, mai più”, scandisce.

L’Italia risulta essere l’unico Paese assente dall’esposizione museale. Ai visitatori la cosa non passa inosservata e desta sconcerto. Dal 2011 un semplice avviso “In allestimento” blocca l’accesso. La vicenda ha elementi surreali.

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L’installazione ospitata sino al 2011 nel padiglione italiano

Inaugurato nell’aprile del 1980 il padiglione italiano ospitava un’opera collettiva concepita dal gruppo BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti e Rogers) con Mario “Pupino” Samonà: una spirale ad elica nella quale il visitatore poteva entrare come in un tunnel. L’interno era rivestito da una tela composta da 23 strisce dipinte da Samonà, seguendo la traccia di un testo originale di Primo Levi, scritto appositamente. In sottofondo risuonavano le note di una composizione di Luigi Nono. L’allestimento aveva la regia di Nelo Risi, fratello del più celebre Dino.

L’esposizione è rimasta attiva sino al 2011, quando il padiglione è stato chiuso dalla direzione del museo. Nel 2007 erano infatti entrate in vigore le nuove linee guide approvate dal museo che richiedevano allestimenti di taglio pedagogico-illustrativo. Si è aperto un contenzioso con i vari governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese, senza però che si trovasse un’intesa. Così, nel 2011, il padiglione al Blocco 21 è stato chiuso d’autorità dalla direzione museale “perché non corrispondeva più agli standard”.

Nel frattempo la Regione Toscana si è offerta di dare ospitalità all’opera sfrattata e proprio la scorsa settimana è stata annunciata la sua imminente collocazione in uno spazio espositivo dell’Ex3, centro d’arte contemporanea. Ma ad Auschwitz resta invece un vuoto insostenibile e uno sfregio alla memoria dei 7.500 ebrei italiani deportati.

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