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E’ ARRIVATO UN BASTIMENTO CARICO DI …
Facciamo chiarezza sull’import di cereali da Russia e Ucraina

 

Sembra non finire mai la telenovela delle navi che trasportano cereali (grano e mais in particolare) dai porti dell’Ucraina verso i paesi importatori, tra i quali non figura certamente l’Italia, che sicuramente necessita di questi importanti prodotti agricoli, ma dipende marginalmente dal paese invaso dalle truppe russe per i propri approvvigionamenti.

Ma e vero che l’Italia  dipende dal grano russo e ucraino?

Le notizie apparse in questi ultimi mesi su quotidiani e telegiornali, mai così frequenti e numerose, hanno fatto pensare che molti paesi, e anche il nostro, fossero fortemente dipendenti dai paesi in conflitto per il commercio dei cereali.

Non è esattamente così, e a dirlo è ISMEA (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) Ente del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, che in un recente report descrive l’attuale situazione, affermando che le anomalie “del mercato delle commodity agricole, cominciata dalla fine del 2020, è da ricondurre a una moltitudine di fattori che hanno agito in maniera concomitante: pandemia mondiale, vigorosa ripresa della domanda nelle fasi post pandemiche, forte aumento delle richieste all’estero della Cina di cereali e soia, dazi all’export imposti dalla Russia, eventi climatici estremi, guerra in Ucraina”.

Alcuni di questi fattori si sono di recente modificati e, continua il report di ISMEA:  “l’andamento del mercato mostra segnali di flessione, risentendo dell’accordo raggiunto tra Ucraina e Russia per sbloccare i porti ucraini del Mar Nero e delle prime indicazioni circa l’aumento dei raccolti nordamericani. Infatti, a luglio 2022 l’Indice FAO, che monitora l’andamento dei prezzi internazionali delle commodity agricole, evidenzia un calo dei prezzi dei cereali dell’11,5% su base mensile, rimanendo comunque più elevato del 16,6% rispetto a luglio 2021.[1]

Certo, la realtà di questo comparto è particolarmente complessa, e non da oggi si assiste periodicamente a ricorrenti crisi, associate principalmente al regime dei prezzi delle materie agricole.
A partire dalla seconda metà del 2020, afferma ISMEA, “lo scenario internazionale dei mercati è stato caratterizzato da un significativo e generalizzato incremento dei prezzi delle principali commodity energetiche e agricole, riconducibili a un insieme di fattori di natura congiunturale, strutturale e speculativa”, e della “improvvisa e intensa ripresa della domanda mondiale nella prima fase post-pandemica, e dei relativi problemi organizzativi e logistici dei principali scali mondiali”.

Come dicevo, le notizie apparse recentemente su una possibile crisi alimentare sono state spesso confuse e superficiali. In sostanza, non si comprende – o non viene fatto capire – chi e come possa essere coinvolto dalle situazioni originate dalla guerra Russo-Ucraina.
A inizio giugno, La Repubblica scriveva: “Ucraina, nel deserto del porto di Odessa: “Qui il grano arriva e poi non riparte. Così il blocco favorisce i russi e i colossi americani dell’export”. A sua volta, Il Fatto Quotidiano paventava addirittura una “guerra del pane”, spiegando poi che: “dall’inizio del conflitto in Ucraina i prezzi dei cereali hanno continuato a crescere aumentando il rischio di una carenza globale di cibo e di un impatto devastante sui Paesi in via di sviluppo”. 

Da questi pochissimi esempi si evidenzia che due sono i fattori che possono portare ad uno stato di crisi alimentare in relazione alla disponibilità dei principali cereali utilizzati a livello mondiale: da un lato le produzioni, dall’altro i prezzi. E’ ovvio, infatti, che se anche c’è disponibilità di prodotto ma i prezzi delle materie agricole sono elevati, il risultato è che molti Paesi non sono in grado di importarne le quantità necessarie al proprio fabbisogno.

A questo proposito, emblematico è stato il caso dell’India, dove, a fronte di ottimistiche dichiarazioni di disponibilità nei primi mesi dell’anno ad esportare quantitativi record di grano (10 mln di t), e che si era detta pronta a “sfamare il mondo”, a metà dello scorso maggio, a causa di un’ondata di caldo torrido che ha ridotto la produzione e rialzato i prezzi, ne ha vietato le esportazioni, mettendo in crisi molti Paesi in via di sviluppo che da quel grano dipendono. (ascolta il servizio di Radio3) 

Può essere utile quindi descrivere il comparto cerealicolo fornendo qualche dato in più, ricordando però che il mercato di queste importanti materie prime dipende non solo dai quantitativi prodotti e dai prezzi, ma anche dalle dinamiche di altri comparti, a cominciare da quello dell’energia.

Cereali: quote di produzione mondiale, import ed export

La produzione totale di cereali (mais, grano, riso, avena, orzo, ecc.) nel mondo viene stimata per il 2021 in 2.791 milioni di tonnellate secondo la FAO, un dato molto superiore a quello stimato dall’organizzazione intergovernativa International Grains Council (IGC), che lo valuta in 2.226 mln di tonnellate.

Relativamente al solo frumento tenero ISMEA, su dati dell’IGC[2], riporta una produzione media stimata nel triennio 2020-22 di circa 772 mln di t. con Cina, India. Russia, USA e Francia i primi 5 produttori mondiali (52%).
Attenzione: l’Ucraina risulta solo settima in questa classifica, contribuendo con il 4% alla produzione mondiale.
A livello di esportazioni il primo paese è la Russia con il 21% del totale commercializzato, seguita dagli USA (14%), e dal Canada (11%); a seguire Ucraina e Francia con il 10% ognuna. Le principali destinazioni dell’export, ma relativamente al triennio 2018-20, per la Russia sono l’Egitto e la Turchia, per gli USA il Messico e le Filippine e per il Canada l’Indonesia e la Cina. La Francia invece esporta principalmente in Algeria, mentre l’Ucraina in Egitto e Indonesia. L’Ungheria è il paese che esporta in Italia la quota più rilevante (23%) del totale importato, seguita dalla Francia (16%), mentre dall’Ucraina ne riceviamo solo il 3%.

Per il frumento duro, a fronte di una produzione media mondiale (anni 2020/22) di quasi 33 mln di t, i principali paesi produttori sono il Canada con il 15 % del totale, l’Italia (12%) e la Turchia (10%). Le esportazioni invece non riflettono la classifica di produttori: infatti se il Canada rimane primo anche in questo caso, le destinazioni sono principalmente l’Italia e il Marocco (19%). Secondo paese per export è la Francia che invia in Italia il 36% del duro commercializzato, poi la Repubblica Ceca che esporta in Germania e Austria e a seguire sono USA, Kazakistan, Russia e Ucraina i paesi esportatori di frumento duro. L’Italia importa il 46% di questo cereale dal Canada, mentre per Grecia, USA e Francia assieme la quota complessiva importata si assesta al 22% del totale.

Per il mais, che in termini produttivi rappresenta il cereale maggiormente coltivato al mondo, l’Ucraina detiene un ruolo rilevante nel mercato, non tanto in termini produttivi, in quanto rappresenta solo il 3%, ma per essere tra i principali esportatori, soddisfacendo il 15% delle richieste globali. La Russia, al contrario, è marginale sia in termini produttivi che di export, sempre secondo i dati elaborati da ISMEA. I principali produttori di questo cereale, che, va ricordato, viene utilizzato soprattutto per l’alimentazione animale, sono gli USA (31%), la Cina (23%), il Brasile (9%) e l’Argentina, che con il 5% si colloca prima dell’Ucraina. Il maggiore esportatore di mais sono gli USA, seguiti da Brasile, Argentina e Ucraina.
La Cina, pur essendo il secondo produttore al mondo di mais, è il primo paese destinatario dell’export dall’Ucraina.
Per quanto riguarda il nostro paese i principali fornitori di mais sono in ordine di importanza l’Ungheria (30% sul totale importato), poi Ucraina seguita da Francia, Austria, Croazia e Germania, secondo le statistiche riferite al 2021. Dall’Ucraina ne importiamo il 15%.

Il riso, infine, che nel contesto mondiale risulta il terzo cereale per quantità prodotte (oltre 500 mln di t nell’annata 2021/22 secondo le rilevazioni dell’IGC), ovviamente non riveste una grande importanza per il nostro continente. Il commercio di riso nell’anno in corso ha raggiunto quantitativi record nei mercati dell’Asia e dell’Africa. La produzione globale 2022/23 è prevista leggermente in calo a causa di potenziali riduzioni dei principali produttori, tra cui l’India, mentre la domanda mondiale di importazioni nel 2023 dovrebbe rimanere elevata per la situazione dell’Africa.

L’andamento dei prezzi 

Di notevole interesse le dinamiche dei prezzi dei vari cereali, che, nello scenario di grande incertezza che si sta vivendo, ma da valutazioni un po’ troppo superficiali, risulterebbero in aumento solo negli ultimi mesi e, principalmente, a causa del conflitto in Ucraina, in base a quanto comunicato dalla maggioranza dei media a partire dalle prime settimane dall’inizio della guerra. In realtà, stando ai dati del report di ISMEA: “gli incrementi di prezzo più consistenti per i principali cereali, si sono registrati già dallo scorso anno, mentre tra gennaio e aprile 2022 questi sono stati decisamente più contenuti”[3].

Se si analizzano i singoli casi, nel report, per quanto riguarda il frumento duro, viene riportato che “ il conflitto in atto non ha alcuna connessione diretta in ragione del fatto che produzione ed esportazione mondiale sono influenzate dal Canada, il quale nel 2021 ha perso il 60% dei propri raccolti”.

Alla luce di questa precisazione si osserva che la crescita dei prezzi del frumento duro si è verificata dal giugno 2021 – quando era quotato poco più di 269 euro/t – arrivando a 514 euro/t a novembre (+245 euro/t) e assestandosi attorno ai 500 euro/t da dicembre in poi e registrando una quotazione di 519 euro/t secondo i dati aggiornati al giugno scorso. Le semole di grano duro (in Italia di notevole importanza per la produzione della pasta secca) hanno subito un aumento dei prezzi da 412 euro/t nel giugno 2021 a circa 782 euro/t a novembre, rimanendo praticamente costanti nei mesi successivi fino alle ultime rilevazioni.
Per quanto riguarda i prezzi medi del frumento tenero i dati statistici hanno mostrato una crescita non così evidente come per il duro; dai circa 230/240 euro/t di metà 2021 si arriva, con qualche oscillazione ai circa 313 euro/t di febbraio 2022. Poi, da questo mese, i prezzi sono saliti fino a circa 409 euro/t, anche a causa del conflitto russo-ucraino, per poi scendere a poco più di 361 euro/t dello scorso luglio.

Per il mais la situazione sostanzialmente è stata di leggero aumento dall’aprile 2021 (circa 233 euro/t), con un’impennata a marzo e, ultimo dato di aprile, leggero calo a circa 371 euro/t. Permangono le preoccupazioni sulla mancanza del mais ucraino, e non sono positive le prime indicazioni per la prossima campagna di commercializzazione 2022/23.

Qualche considerazione

Al termine di questa lunga, e forse un po’noiosa, elencazione di numeri e dati, due considerazioni.
Da un lato, come già detto in apertura, è possibile affermare che l’informazione proveniente dai principali media (giornali e TV) risente di scarso approfondimento, poca chiarezza e imprecisione.

Abbiamo assistito ad episodi che possono far sorridere sia per la superficialità che per la troppa enfasi data ai fatti raccontati. Come il 13 agosto, quando una nave proveniente dall’Ucraina giunge al porto di Ravenna con un carico di 15mila tonnellate di mais per alimentazione animale. (Agenzia ANSAUcraina: a Ravenna la nave con 15mila tonnellate di mais. Prima in Italia dopo lo sblocco diplomatico, arriva da Odessa). In un notiziario TV ho potuto assistere a una diretta con una giornalista che commentava alcuni momenti delle operazioni di scarico.
Sulla pagina online del Resto del Carlino c”è anche un video  che mostra l’arrivo della nave al porto di Ravenna, lo scarico del prodotto e i relativi controlli. Tutte operazioni di routine che non presentano nulla di eccezionale e si ripetono quotidianamente in questo e in tanti altri porti italiani. Nel servizio TV e nel video si vedono gli addetti ai controlli che prelevano campioni della granella di mais per le analisi che, specie per questo cereale, vengono normalmente effettuate per verificare la eventuale presenza di tossine prodotte da muffe. Anche qui nulla di strano, ma per l’enfasi data alla notizia, e per il contesto in cui la si racconta, le operazioni descritte sembrano risultare straordinarie.

Un’ultima domanda a cui rispondere, ma dal punto di vista quantitativo il carico arrivato a Ravenna è tanto o è poco?

Si consideri che nel 2021 l’Italia ha importato dall’Ucraina 785.000 tonnellate di mais su una produzione nazionale di circa 6 milioni di tonellate (dati ISTAT). Premettendo che le importazioni di mais dell’Italia dall’Ucraina sono importanti e che nel 2020 hanno rappresentato il 13% dei volumi complessivi (prima del 2020 i volumi erano molto più elevati e il “peso” del mais ucraino arrivava al 20%), attualmente ne rappresentano poco meno del 50% della domanda interna, con un andamento crescente da alcuni anni a questa parte in conseguenza del crollo delle superfici a mais in Italia (per fattori climatici e di mercato). Le 15.000 t del carico arrivato a Ravenna rappresentano perciò circa il 2% della quantità importata dall’Ucraina lo scorso anno, e quindi per raggiungere quella stessa quota occorrerebbero più di 50 navi con un carico equivalente.
La conclusione ovvia è che il carico arrivato in Italia il 13 agosto non ha presentato nessun carattere di eccezionalità.

NOTE
[1] “Tendenze e dinamiche recenti”, ISMEA, agosto 2022.
[2] “Dinamiche fondamentali dei cereali e situazione degli scambi commerciali con Ucraina e Russia”, ISMEA, marzo 2022.
[3] “L’impatto della crisi Russia-Ucraina sui prezzi dei cereali e della soia e proiezioni per la campagna 2022/23”, Report Focus on, ISMEA, maggio 2022.

FANTASMI
Le fosse comuni dei bambini nativi:
un altro massacro coperto dal silenzio

 

‘Silenzio assordante’ è un ossimoro che non vale per la breve attenzione che i media hanno dedicato ai recenti fatti che riguardano i nativi del Canada.
E’  invece ‘silenzio e basta’, senza eco né conseguenze, che rischia di far cadere nell’oblio una tragedia che meriterebbe ben più interesse.
Una notizia di cronaca che ha occupato le pagine di tutti i giornali per un giorno solo per poi passare ad altro. Quattro chiese cattoliche che bruciano subito dopo i ritrovamenti dell’orrore, una serie di tombe di bambini senza nome, raccapriccianti fosse comuni con ciò che rimane di giovani corpi, e i fantasmi che tornano dal passato, da una lunga storia di soprusi, violenze, nefandezze.
Con 761 poveri resti nella provincia di Saskatchewan, altri 215 in quella di British Columbia, si sono riesumati anche i ricordi di fatti abominevoli e si è scatenata una reazione devastatrice come, si presume, l’incendio dei luoghi di culto di Kamloop, Chopaka ed altri.

Il collegamento tra i fatti del passato e quelli di cronaca attuale sono al vaglio della polizia, che indaga anche sulle cause e i tempi dei decessi. Un passato pesante e scomodo che affonda le sue radici nel 1800, quando ebbe inizio la pratica di sottrarre i figli dei nativi alle famiglie, per inserirli coercitivamente nelle boarding schools, scuole residenziali, volute dal governo e affidate in gestione ai religiosi cattolici per oltre il 70% delle strutture.
Lugubri pensionati sovraffollati in cui vennero iscritti 150.000 giovani e bambini indigeni delle etnie Inuit, Metis ed altre minoritarie, come racconta il giornale Montreal Star agli inizi del 1900. Lo stesso quotidiano riportava come il 42% di essi morisse prima di aver compiuto 16 anni per malattia, privazioni, maltrattamenti, stenti, abusi sessuali, denutrizione e assenza di cure. Molti i bambini intorno ai 3 anni di età.
Tra le malattie che imperversavano, dominava la tubercolosi che trovava terreno facile in condizioni di tale degrado. Non solo gli ammalati non venivano curati o venivano assistiti in modo insufficiente, ma venivano deliberatamente mescolati ad essi anche bambini sani con effetti di morte diffusa. Questa rete di collegi aveva la funzione di ‘rieducare’ le giovani generazioni native alla nuova cultura coloniale e proseguirono il loro operato per buona parte del XX secolo (l’ultima scuola a chiudere i battenti lo farà nel 1978, dopo numerose proteste e manifestazioni di piazza).

Un’operazione di acculturazione violenta, di assimilazione strutturata e pianificata da una legge, la Federal Indian Act del 1874 che ribadiva l’inferiorità legale degli indigeni e istituiva le scuole residenziali di rieducazione, rigettando ogni responsabilità obbligando le famiglie a firmare per la tutela dei figli. Un sistema che permetteva impunità e lasciava ampio margine ad azioni di ogni tipo.

Alla morte dei giovani venivano trasferiti all’istituto i loro beni, come i terreni, proprietà che venivano rivendute alle multinazionali del legname. Nel 1933, la Sterilization Law diede l’avvio alla sterilizzazione forzata applicata a molti bambini e bambine delle residential schools, oltre che agli indigeni adulti, legge tuttora in vigore.
Già nel 2008 il Primo Ministro canadese Stephen Harper porse ai nativi le scuse ufficiali del governo e lo ha fatto ai giorni nostri il premier Justin Trudeau. Una delegazione di Indiani Metis e Inuit partirà dal Canada a dicembre e incontrerà il Pontefice a Roma dal 17 al 20. In quell’occasione inviteranno il Pontefice nelle loro terre di origine, attendendo le scuse della Chiesa. Gesti di riappacificazione, di assunzione di responsabilità, di ammissione di una colpa che la Storia conserverà tra le pagine più buie e vergognose, bagnate dal pianto di quei bambini.

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Il Canada che non ti aspetti

In realtà sarebbe facile produrre un’etica rigorosa, o almeno non sarebbe più difficile che affrontare altri problemi scientifici basilari. Soltanto il risultato sarebbe sgradevole, ma è una cosa che non si vuole vedere e che si cerca di evitare, in qualche misura in modo cosciente. (Kurt Gȍdel)

Tav sì-Tav no, Fazio in Rai o fuori dai palinsesti, reddito di cittadinanza giusto o penalizzante, immigrazione da sostenere o da demonizzare, beneficio di scorta a politici, imprenditori, giornalisti e sindacalisti confermato o revocato, Juan Guaidó presidente del Venezuela riconosciuto ufficialmente tale dal nostro Paese oppure no. Alcuni tra i temi che stanno infervorando l’opinione pubblica, sollevando ragionamenti, critiche, consensi, spaccature, battaglie ideologiche, dissenso, interrogativi, dubbi, malcontento, aspettative, davanti alle scelte politiche da operare e alle conseguenti ricadute concrete o simbolicamente indicative che esse avranno nell’immediato futuro.

E mentre ci dilaniamo nel dibattito più o meno costruttivo o sterile che sia, lo sguardo va anche altrove, in altri angoli di mondo non meno importanti del nostro, perché una delle valenze positive, una volta tanto, della globalizzazione è anche quella di permettere e sollecitare l’attenzione e la visione a 360°. Esistono situazioni, come quella presente in Canada, che passano sottotraccia e non raccolgono il diffuso interesse che meriterebbero, rimanendo nel quasi totale silenzio stampa perché c’è sempre qualcos’altro che ruba la scena e tiene occupate menti, conoscenze e coscienze. Già nel 2015, Karen Stote, docente di Studi femminili e nativi d’America, pubblicò il libro ‘An Act of Genocide, Colonialism and the sterilization of Aboriginal women’ in cui veniva trattato il tema della sterilizzazione forzata delle donne aborigene in Canada. Centinaia di casi documentati, a partire dagli anni Settanta, riguardavano anche disabili e portatori di deficit mentali. Una pratica forzata meno diffusa, estesa ed applicata anche agli uomini tramite vasectomia. Nello stesso anno, il sito di bioetica Bioedge rilanciò con altri portali di comunicazione i contenuti del libro, accendendo i riflettori sul caso. In un Canada felix, connotato da fascino e bellezza, accoglienza e grandi possibilità, il nichilismo si nasconde dietro le facciate che tutti conosciamo e dietro l’idea che ci siamo fatti di questo Paese immerso nelle sue immense foreste, spettacolari cascate e specchi d’acqua, le imponenti catene montuose, le praterie, i ghiacciai perenni dell’Artide, le modernissime e ordinate città di Montreal, Ottawa, Toronto, Vancouver.

Una vera e propria selezione della razza, dal momento che la pratica è applicata ad un gruppo etnico preciso, gli Inuit (chiamati comunemente Eschimesi) e i nativi americani (Pellerossa). Si aggiunga anche il fatto che, tra gli anni Sessanta e Ottanta, molti bambini aborigeni furono allontanati dalle famiglie e inseriti in nuclei familiari non aborigeni. Echi di tutto questo sono arrivati in Italia molto timidamente. Amnesty International ha lanciato una campagna di sensibilizzazione – di cui il Corriere ha dato notizia – mirata alla raccolta di appelli al Primo Ministro Justin Trudeau, affinchè prenda immediati provvedimenti per porre fine alla sterilizzazione delle donne indigene senza il loro consenso. Assistenza al parto solo se la donna acconsente alla sterilizzazione, firme estorte in moduli non tradotti in lingua nativa: una vera e propria forma di violenza e tortura, come definita questa pratica da Amnesty International. Un appello in tal senso, è stato lanciato anche da Niki Ashton, parlamentare canadese, rivolgendosi a Trudeau in Parlamento lo scorso novembre, mantenendo viva l’attenzione sul problema.

Un Paese, il Canada, in cui tra il novero delle ‘conquiste’ e liberalizzazioni ci sono la maternità surrogata con utero in affitto, accessibile a chiunque come bene di consumo, etero, single, gay; lo stesso paese ‘open mind’ che garantisce la pratica dell’eutanasia e della morte programmata, come se la fabbricazione di figli a pagamento e la ‘dolce morte’ tout court fossero forti segni di progresso. Surrogazione ed eutanasia consentono un’umanità replicabile o sopprimibile in modo controllato, diversamente dai legami forti, il corso naturale dell’esistenza e della morte delle genti, le tradizioni contenute in millenni di storia che rendono queste etnie minoritarie scomode, perché posseggono una marcata e radicata identità di appartenenza, non omologata. Scrive Karen Stote: “Mi interessa far capire che la sterilizzazione forzata non è un atto di abuso isolato, ma una delle molte strategie politiche impiegate per danneggiare le donne indigene, per escludere gli aborigeni dalle loro terre e risorse, e per ridurre il numero di quelli verso cui il governo ha degli obblighi. Vi mostro come gli effetti della sterilizzazione degli indigeni, pianificata e non, sono in linea con la politica dl passato sui Pellerossa e servono per gli interessi economici e politici del Canada”.

Ci si aspetta umanamente di più, dal secondo Paese più grande al mondo dopo la Russia, che occupa il 41% del continente nord americano, federazione multiculturale aperta e innovativa, abitato da millenni da First Nations (aborigeni), patria della sensibilità di grandi nomi come Glenn Gould, Leonard Cohen, Neil Young, Joni Mitchell, Cèline Dion, Bryan Adams, Margaret Atwood, Alice Munro, David Cronenberg…

AFFARI INTERNAZIONALI
L’Accordo Eu-Canada potrebbe avere effetti indesiderati anche gravi
Leggere attentamente prima di firmare

di Federica Mammina

Il 15 febbraio scorso il Parlamento europeo ha approvato il CETA, acronimo per Comprehensive Economic and Trade Agreement, ovvero l’Accordo economico e commerciale globale tra Cananda e Unione europea. Questo accordo prevede l’istituzione di un mercato libero tra questi paesi, privo cioè di dazi doganali, del tutto simile al sistema adottato tra gli stati membri dell’Unione stessa. L’accordo è stato approvato con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astenuti, cui l’Italia ha contribuito con solo 27 voti a favore, a fronte di 35 contrari. Durante la votazione Forza Italia si è schierata a favore, Movimento 5 Stelle e Lega Nord contro l’approvazione, mentre il Partito Democratico si è spaccato in due.

Precisazione non irrilevante perché l’approvazione del CETA è al momento provvisoria: il testo dovrà poi passare al vaglio dei parlamenti dei singoli stati membri che dovranno esprimersi definitivamente sull’accordo, che non entrerà in vigore se anche uno solo di loro si pronuncerà negativamente. Si tratta però di un unicum, un’eccezione alla regola che prevede la sola votazione del Parlamento (trattandosi di fatto di un accordo negoziato tra il Canada e tutta l’Unione europea) concessa a fronte di una mobilitazione popolare di 3,5 milioni di persone che hanno firmato una petizione contro il CETA. Più nello specifico l’accordo, che principalmente fissa come obiettivo l’abolizione del 99% dei dazi doganali, prevede anche la reciproca possibilità per le imprese europee e canadesi di partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi, il riconoscimento reciproco di alcune professioni come quella di ingegnere, architetto e commercialista, consente agli investitori di beneficiare di condizioni eque e paritarie nei rispettivi mercati, e prevede la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici.

Si tratta quindi di un accordo che a tutti gli effetti instaura un mercato libero non solo di beni, ma anche di persone, servizi e investimenti. A fronte dei molti vantaggi assicurati dal libero mercato, altrettanti sono i dubbi sollevati. Uno di questi riguarda il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e stati che prevede, per la composizione delle stesse, il ricorso ad un collegio arbitrale, definito da molti un tribunale privato, composto da soggetti con provata esperienza nel settore del diritto internazionale pubblico; soggetti che però, si sostiene, tendenzialmente sono più propensi ad appoggiare gli interessi dei privati (leggi, trattandosi di investimenti, multinazionali) piuttosto che gli interessi pubblici. Altra forte critica mossa al CETA riguarda la possibilità assicurata alle multinazionali statunitensi di bypassare una eventuale mancata approvazione del TTIP (fratello maggiore del CETA), il Transatlantic Trade and Investment Partnership, o Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, fortemente osteggiato anche questo per mezzo di petizioni e mobilitazioni di vario genere, rispetto al quale il presidente Trump non si è ancora espresso, volendo a quanto pare osservare gli effetti della Brexit e del CETA stesso se verrà approvato.

Le multinazionali statunitensi infatti potrebbero beneficiare dei privilegi previsti dall’accordo molto semplicemente eleggendo sede legale in Canada. Altro dubbio, che ci coinvolge maggiormente, è quello che riguarda i prodoti alimentari: si teme infatti che la creazione di questa area di libero scambio generi un abbassamento degli standard qualitativi che notoriamente in Europa sono molto più alti rispetto alla maggior parte dei paesi terzi, e che determinano tra l’altro il successo dei prodotti italiani all’estero. Secondo Paolo De Castro, primo vice presidente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, ciò non avverrà perché, come fa sapere lui stesso dal suo sito personale, “Il CETA contiene uno storico riconoscimento della tutela di un paese terzo delle produzioni di qualità: è stata inserita nell’accordo raggiunto con il governo di Ottawa una lista di 172 Dop e Igp delle quali 41 sono eccellenze italiane, che rappresentano la quasi totalità dei prodotti Dop e Igp esportati in Canada”, e ancora “Con il CETA l’Unione europea fa un accordo con una potenza economica atlantica, mantenendo i suoi standard sanitari e ambientali e compiendo un primo e concreto passo avanti nella lotta all’italian sounding”.

C’è da precisare però che, con riferimento agli standard sanitari e ambientali, l’accordo recepisce sostanzialmente quanto previsto dall’Accordo sull’applicazione delle misure sanitarie e fitosanitarie (allegato dell’Accordo che istituisce l’Organizzazione Mondiale del Commercio), secondo cui è vero che gli stati sono liberi di adottare le misure che ritengono più idonee allo scopo di tutelare la salute degli uomini, degli animali e delle piante, ma nella misura in cui si generi il minor ostacolo possibile al commercio. E quindi rendere libera la circolazione delle merci tra due stati che adottano standard diversi, impedendo nella misura maggiore possibile che questi producano ostacoli, non può che voler dire un livellamento verso il basso degli standard medesimi. Per quanto riguarda invece la lotta alla contraffazione è difficile rinvenire nell’accordo specifiche disposizioni in merito, ed è ancor più difficile capire come il riconoscimento di 41 Dop e Igp (che costituisce senz’altro un passo avanti se si considera che ad oggi gli Stati Uniti e il Canada non riconoscono questi marchi) possa efficacemente combattere il fenomeno della contraffazione e dell’italian sounding, laddove non venga contestualmente impedita la produzione di prodotti del tutto simili a quelli italiani.

Per intenderci, il formaggio parmesan potrà ancora essere prodotto e venduto, purchè nella confezione non vi siano richiami all’Italia mediante immagini e colori. È quanto ha peraltro confermato Alessandro Bezzi, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, affermando che “Il trattato commerciale non interviene in modo del tutto restrittivo sulle produzioni canadesi che si ispirano alla Dop originale (con l’uso, ad esempio, della denominazione “parmesan”), ma vieta di associarle  ad elementi di “italian sounding” (il tricolore, città o monumenti italiani, ecc.) che risultano ingannevoli per i consumatori”. Siamo sicuri che quando i canadesi si troveranno accanto al parmesan un Parmigiano Reggiano che, anche senza dazi, costerà certamente molto più del cugino d’oltreoceano, sapranno che spendendo quella cifra comprano un prodotto unico al mondo, di elevata qualità nutrizionale, oltre che frutto di lavoro sapiente di aziende che, questo lavoro, lo tramandano da generazioni? Se è fuor di dubbio che il ricorso all’italian sounding rafforzi il richiamo ad un’origine geografica, è altrettanto certo però, e dimostrato da ricerche di mercato, che anche solo l’uso di un nome come quello nel caso specifico di parmesan (definito generico dai produttori per allontanare da sé l’accusa di contraffazione) è in grado di generare nel consumatore la certezza di comprare un prodotto italiano.

La cultura, anche del cibo, si sa che è una delle armi migliori contro la contraffazione. Vale la pena precisare infine che il tema del latte e dei suoi derivati tocca nel vivo anche il Canada perché, citado sempre Paolo De Castro, “con questo accordo il Canada aumenterà la quota di importazione di prodotti lattiero caseari, al momento attuale molto limitata”. Molto limitata è vero, perché in Canada la produzione e il mercato del latte sono regolamentati da un regime di quote produttive gestito da una commissione che fissa quantità e prezzi di riferimento, cui si aggiungono le quote e tariffe di importazione; questo sistema rigido, che ha garantito fino ad ora la stabilità e la sicurezza dei produttori di latte per i quali è ancora una produzione remunerativa, è destinato a cambiare con l’applicazione del CETA che aprirà le porte al latte e ai prodotti lattiero caseari europei provocando una caduta dei prezzi.

Dubbi, molti dubbi. Ciò che è sicuro è che non si tratta di una materia di immediata comprensione, e soprattutto non sono facilmente individuabili le ripercussione che un tale accordo potrebbe avere sul mercato, sugli investimenti e sulle persone, per quanto le intenzioni possano essere le migliori. Più di ogni altra cosa c’è quindi da augurarsi che il risultato ottenuto da milioni di persone non sia vano: che i parlamentari non strumentalizzino, come troppo spesso accade, a fini elettorali una materia così rilevante per la vita dei cittadini, ma che esprimano realmente attraverso il voto il volere dei cittadini; e che ancor prima i cittadini facciano di tutto per farsi un’idea sul CETA e che non sentano soltanto il diritto di manifestare il proprio pensiero, ma si sentano in dovere di manifestarlo, pretendendo che questo risuoni nelle aule parlamentari. Che il CETA venga o meno approvato, un voto informato, espressione dei cittadini, e dato secondo coscienza, è un voto democratico.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola che venne dal freddo

La vita di ognuno, nuova e vecchia che sia, è sempre una promessa, sempre uno sviluppo verso il futuro. Se la vita è appena nata è piena di speranze e tutti sono lì a spianarne la strada, almeno fino a quando uno non decide che la sua strada se la spiana da solo. La delusione non è di quanti avrebbero voluto aiutarlo, ma che alla fine di tanti sforzi si rischi di trovare solo il nulla.
La conoscenza, il sapere, l’istruzione, la curiosità, la meraviglia sono le nostre libertà. Si nasce che è un tutto darsi da fare per assimilare il mondo che ci sta intorno e che ci deve ospitare. E questo è un imparare, un apprendere incessante, spontaneo, naturale.
La stupenda avventura della crescita, del cammino nel mondo di chi nasce è storicamente imbrigliata, mortificata dalle culture e dai costumi sociali, attraverso un’educazione che è ancora un universo di riti di passaggio, obbligatori per essere accolti nell’alveo degli adulti.
L’amore per i nostri piccoli non è ancora così forte da difenderli dai nostri condizionamenti, dalle nostre aspettative, dalle nostre visioni del mondo.
Eppure il rispetto della libertà di ogni individuo ci dovrebbe indurre a diffidare della parola educazione quando si sostituisce all’istruzione, alla conoscenza, all’esperienza, ai processi di apprendimento. Abbiamo un eccesso di cultura dell’adattamento sociale che distrae dai sentieri che conducono ai veri saperi, alle vere conoscenze.
L’infelicità di una classe, di un banco, di una lavagna nera, di una realtà di nozioni in formule bianche e nere, l’anonima solitudine delle scuole, degli apprendimenti gelidi, dei tradimenti del pensiero, della mente, dell’intelligenza. La noia che precipita le sue nubi sul tempo dei giovani, che ne oscura il sole, che ne anticipa i tramonti.
La mano sinistra a scuola non ha mai avuto cittadinanza, è sempre stata mancina, da ricondurre sulla retta via della destra.
Siamo così abituati a vivere le nostre mancanze di libertà, che tutto ciò ci pare normale o per lo meno riteniamo che è sempre stato così. Qui sì l’obbedienza non è più una virtù, come scriveva Lorenzo Milani. Cosa ci sarebbe di così virtuoso nel sottomettersi alle lunghe pratiche di un’educazione che avrà anche cambiato i propri metodi, la considerazione dell’infanzia e dei giovani, ma che, alla pari di quella più tradizionale, tende ancora prioritariamente a formare cittadini fedeli, emozionalmente legati alla cultura e ai simboli del proprio paese o della propria civiltà?
Sarà bello e rassicurante, ma non è virtuoso, perché posto a monte anziché a valle di un processo volto ad impadronirsi dei saperi e degli strumenti culturali che consentano alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, una volta divenuti adulti, di compiere scelte consapevoli in piena libertà. Le nostre scuole non esercitano la mente e il suo spaziare, le intelligenze e il loro ragionare, se non entro i confini sanciti da quei percorsi di studio che chiamiamo curricoli, ma che del latino ‘currĕre’ hanno mantenuto solo l’etimologia.
Verso dove corrono i giovani che escono dalle nostre scuole? Non certo verso la propria realizzazione, non certo verso ciò che li renda felici, arresi ormai come sono al sistema che li ha educati, o meglio piegati. Fin dall’infanzia a scuola li prepariamo per una società che c’è già stata e per una che, quando anche loro saranno grandi, non ci sarà già più.
Ma nessuno si pone in questa prospettiva, quasi fossimo convinti che meglio del presente e degli insegnamenti tramandati dal passato non ci sia nulla.
Invece il meglio c’è, ed è la cura delle nostre giovani generazioni non per educarli a quello che noi abbiamo deciso di mettergli attorno, ma per fornire loro ambienti ricchi di strumenti e di opportunità d’apprendimento permanente, per imparare ad essere se stessi, a realizzare pienamente la propria personalità, a migliorare per sé e per gli altri il mondo in cui vivono.
Si tratta di un’operazione delicata e difficile che non può essere imbrigliata nello schema di prescrizioni e regolamenti, nella visione angusta di una scuola per classi, corsi, orari, gradi ed esami, inadatta per la sua scarsa flessibilità a forme progettuali e creative di apprendimento condotte dagli studenti stessi.
È tempo per i nostri sistemi di istruzione di evolvere. Di uscire dalla scuola del freddo, delle conoscenze senza calore, incapaci di accendere il fuoco del sapere. Anche gli insegnanti più capaci e impegnati sono in difficoltà a preparare gli studenti per questo tempo nuovo, all’interno di un modello educativo sviluppato per il secolo diciannovesimo. La natura antiquata di questo modello sta causando seri problemi agli studenti, di interesse, di motivazione, di prospettive per il futuro. Oggi, circa un terzo dei bambini di tutto il mondo non accederà mai alle scuole superiori e molti di coloro che giungeranno ad iscriversi abbandonerà prima della fine. Gli altri che ce la faranno ne usciranno senza un’idea di cosa voglia dire istruzione permanente, disimpegnati come saranno ad imparare. Ciò implica una perdita enorme di potenziale umano e un costo economico elevato per la società. Dobbiamo e possiamo fare meglio.
La buona notizia è che in alcuni posti intorno al mondo studenti e insegnanti innovatori stanno effettuando il cambiamento, formando in modo nuovo gli studenti alle competenze che il secolo ventunesimo richiede. Questo sulla spinta delle conclusioni del vertice “Equinox: learning 2030”, tenuto a Waterloo, nell’Ontario, in Canada, ne abbiamo già scritto in questa rubrica. [vedi]

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Mobilitare i saperi. Qualcuno ci ha già pensato

L’idea è quella di fare uscire saperi, cultura, esiti delle ricerche dalle aule accademiche, dalle biblioteche e dagli archivi, farli circolare, dare loro respiro, tradurli in ossigeno per le persone, per la società intera. Farli diventare oggetti di dialogo, di connessioni effettive con i bisogni di una società della conoscenza concepita in modo dinamico e non statico, aprire i sancta sanctorum della cultura alle necessità impellenti della nostra epoca. Colmare la distanza tra ricerche, nuovi saperi e la necessità di migliorare le competenze della società civile, sia sul versante politico, sia sul versante dell’organizzazione sociale, sia riguardo a tutti i settori produttivi e non in cui si articola la vita di ogni comunità.
È ciò che dal 2012 ha compreso il Forum canadese per la mobilitazione della conoscenza, il ‘Canadian KMb’, nato per iniziativa dei dipartimenti di scienze sociali e umane delle università canadesi (Sshrc). I Forum sono a tema e tutti possono partecipare, tutti ne possono beneficiare. Poiché l’idea è mobilitare le conoscenze, ogni anno i forum si spostano da una città all’altra del Canada, il tema per il 2015 è “La creatività come pratica per mobilitare le diverse forme del pensiero”.
I Forum sono organizzati come un’opportunità per condividere ciò che si sa e per spingersi oltre i confini degli attuali saperi. Sono eventi che fanno incontrare professionisti, ricercatori, studenti, amministratori, opinion-leader e le migliori menti impegnate nella arte e nella scienza. In questo modo la mobilitazione delle conoscenze appare come la condizione indispensabile per migliorare le prassi sociali, per processi formativi avanzati, per migliorare l’occupazione, per l’innovazione, per accrescere il valore complessivo della società.
Che viviamo nella società della conoscenza è un dato ormai ampiamente acquisito, come è indiscutibile che la conoscenza è indispensabile alla crescita del capitale umano. Ciò che invece rimane oggetto di dibattito, di riflessione e di critica è la gestione della conoscenza, ciò che gli economisti hanno definito come ‘knowledge management’, l’uso della conoscenza, la sua diffusione e fruizione in funzione del mercato e della globalizzazione.
Ci sono in gioco la democrazia, i diritti, l’autodeterminazione e le libertà. È evidente quando il governo delle conoscenze è nelle mani di pochi decisori, di interessi economici e politici, di strategie volte a condizionare scelte e comportamenti di persone, popoli e Paesi. Pertanto società della conoscenza e knowledge management non sono di per sé sinonimi di progresso, di conquiste sociali, di più benessere e di più democrazia. Specie se benessere e democrazia vengono dosati con strategica determinazione.
Ci sono però alcuni elementi che, oggi più di ieri, accomunano il destino della specie umana sulla Terra. Innanzitutto la consapevolezza di appartenere ad una umanità che condivide le proprie radici biologiche con il resto della natura, almeno per quanti culturalmente assegnano all’evoluzionismo un valore scientifico. E poi la globalizzazione. La globalizzazione come prospettiva mondiale ha contribuito a renderci consapevoli di condividere il futuro del pianeta con tutte le vite che lo abitano.
Da questo punto di vista il nostro futuro non ci appare dei più brillanti. La distruzione della biosfera, i cambiamenti climatici e gli squilibri dell’ecosistema operati dall’azione umana, unitamente al loro impatto ambientale e sociale, sono divenuti questioni sostanziali. È soprattutto sul fronte sociale che non siamo preparati, che siamo lontani dal prevedere le sfide poste dalle dinamiche globali della nostra epoca.
Il tema è, dunque, quali cambiamenti, quali conoscenze sono necessarie per confrontarci con queste sfide senza precedenti. Di conseguenza la nostra comprensione del comportamento umano collettivo e la nostra capacità di gestire tutto ciò diventano i fattori chiave, pertanto conoscenza e capacità di innovare l’organizzazione sociale, sia su scala locale che globale, sono il cuore del destino dell’umanità.
Una società della conoscenza non può che fondare il suo disegno e la sua evoluzione in accordo con la dinamica del valore sociale della conoscenza, che si nutre di idee, di emozioni, di lungimiranza, che sa guardare verso tutti quei territori che ancora non sono esplorati. Detto in questi termini, la società della conoscenza è sempre il luogo delle utopie possibili, del pensiero non improbabile. Parlare di cultura e di valore sociale significa assumere come punto di vista non gli interessi dell’economia e del mercato, ma il benessere collettivo.
Allora emerge una strada da percorrere, che si muove nella direzione dell’evoluzione della gestione delle conoscenze, che non è il knowledge management finora conosciuto. La strada è quella di mobilitare le conoscenze, di farle fluire nel tessuto sociale di tutti, per favorirne la più ampia diffusione e condivisione. E qui entra in gioco la grande rilevanza dei centri di ricerca, degli enti culturali, delle università, dei governi, delle comunità, dei network come agenti primi di questo processo. L’iniziativa canadese suggerisce un’idea di società della conoscenza nella quale le dinamiche collettive non sono quelle materiali e monetarie, ma quelle di ordine umano, culturale e civile, capaci di bilanciare le politiche di un knowledge management centrate sulla crescita economica e finanziaria.
Una società della conoscenza senza mobilitazione delle conoscenze non è altro che un controsenso. Se non si intraprende per davvero una strada capace di mobilitare, diffondere, condividere saperi e culture non solo faremo fatica a difendere e tutelare l’ambiente e la vita sul nostro pianeta, ma neppure potremo avanzare sul terreno della giustizia sociale, della lotta all’ignoranza, all’intolleranza, alla superstizione, al dogmatismo, al fondamentalismo i cui rigurgiti ogni giorno imbrattano le pagine della nostra storia umana. Del resto le maggiori conquiste di civiltà possono essere descritte come straordinarie mobilitazioni della conoscenza. Forse la più grande mobilitazione della conoscenza che mai la storia abbia conosciuto è richiesta oggi in cima alla scala della globalizzazione.

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NOTA A MARGINE
Il senso dei canadesi per lo spettacolo. Sul palco la bibbia laica dei Ballets Jazz de Montréal

E’ uno SPETTACOLO tutto maiuscolo quello che il direttore artistico Louis Robitaille ha portato in città. Tre momenti di danza interpretati da tre coreografi diversi per un unico spettacolo entusiasmante che ha fatto saltare i ferraresi sulle poltrone del Teatro Comunale domenica.
E’ una sorta di bibbia laica quella che vediamo sul palco. Nella prima coreografia, Zero in on, di Cayetano Soto, ci sono solo un uomo e una donna, che interagiscono e si respingono. Passi a due atletici, ma con una chiara matrice classica. Poi arriva tutta la compagnia nel folgorante Kosmos, qui in prima nazionale, di Andonis Foniadakis, dove la compagine dei danzatori di nero vestita travolge tutto come la frenesia urbana che vuole rappresentare. Gesti precisi, alienati in un crescendo di potenza che culmina con una specie di estasi mistica, di intimo raccoglimento come opposizione al caos cosmico.
C’è tutto, dalla danza tribale a quella classica, passando per la jazz fino alla contemporanea.
Le musiche di Julien Tarride sono un accompagnamento incalzante e coinvolgente, e le luci minimali, ma di grande efficacia di James Proudfoot, completano la scena senza bisogno di nessun altro elemento. Tutto è essenziale e necessario, ed è evidente come questo risultato derivi da un lavoro enorme.
Potranno fare meglio? Ci si chiede dopo Kosmos. Poi arriva Harry di Barak Marshall, uno degli allestimenti di maggior successo dei Bjm. Non è meglio forse, ma è complementare. Riporta la scena in una più colorata ambientazione anni ’40-’50 dove questi danzatori senza limiti vengono anche fatti recitare, attorno alla figura di Harry, grottesca caricatura dell’essere umano, continuamente coinvolto in conflitti intimi, come quelli tra uomo e donna, o sociali, come la guerra. E da questi costretto a morire e rinascere in continuazione, interrogandosi ogni volta sul senso di tutto ciò, con la leggerezza di ci sa che una risposta non c’è.

I danzatori sono da spellarsi le mani dagli applausi. Tengono dall’inizio alla fine un ritmo elevatissimo, sono simpatici e sanno trasformarsi in ogni coreografia.

Il bello di questo spettacolo tardo pomeridiano è anche che dopo arriva Robitaille stesso per un incontro col pubblico, e conferma una serie di pensieri fatti disordinatamente durante la visione.
I canadesi riescono a produrre spettacoli così, perché hanno un governo che investe. Ed è un investimento che dà i suoi frutti dal momento che la compagnia è in tournée dai quattro ai sei mesi all’anno in tutto il mondo. Una dimensione globale di cui i Bjm non hanno paura. Loro pensano in grande e guardano avanti chiamando non i grandi nomi, come ha spiegato Robitaille, ma i giovani più talentuosi di ogni paese, li fanno crescere, permettono loro di lavorare da professionisti e ovviamente alla fine, li rendono tali. Una lungimiranza che a noi italiani, benché non privi di talenti, di idee e di esperienza, purtroppo manca. E poi i canadesi, figli di secoli di migrazioni, non hanno paura delle mescolanze e delle contaminazioni: tra razze, generi, stili. Prendono il meglio di tutto e ce lo restituiscono col sorriso.
Grazie!

Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
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Les Ballets Jazz de Montréal (foto di Marco Caselli Nirmal)
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