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Roma e dintorni

Lentamente si esauriscono le ondate dei migranti del divertimento. Compiaciuti, gli organizzatori degli eventi cominciano a numerare l’elenco delle presenze in città mentre il gesto della statua di Savonarola che è silenziosa testimonianza agli ‘eventi’ indica ormai la posa consueta del cellulare alzato al cielo per testimoniare ( cosa?) forse il necessario ‘io c’era’.

Davanti alla tv la sera dell’ultimo dell’anno, dopo confortanti prelibatezze portate da Roma e la visione di vecchi film, una fuggevole occhiata all’angosciosa cascata di fuoco dal Castello mai abbastanza deprecata per il rispetto che ho alla storia e all’uso che se ne fa e, mentre medito, come sfida al cielo s’alzano le braccia di ignoti dai volti sconosciuti che tali rimarranno nonostante il braccio puntato al cielo. La sera del primo giorno Venti/Venti assistiamo un po’ a disagio allo spettacolo di Roberto Bolle, raffinato e popolare assieme. Ma chi l’avrà visto? In quanto lo spettacolo che sbanca non è affidato all’arte coreutica, ma sono i gorgheggi delle vecchie glorie canore rappresentate a Potenza dalla colossale ex diva del canto avvolta in veli bianchi e il marito in cappellino di paglia e un altro pseudo cantante ambiguamente vestito con guantini, zazzera bianca e sottanuccia da Madonna ( cantante of course).

Roma si offre in tutta la sua (fredda) gloria e luce. Corriamo tra un frullar di taxi alla mostra su Canova – non un granché – forse perché sono arrivato alla saturazione dopo 30 anni di studio matto e disperatissimo, ma ci rifacciamo con le strepitose esposizioni di Lucien Freud – Francis Bacon e la scuola di Londra. Lo stesso luogo, il Chiostro del Bramante, sembra la sede ideale per le imprese dei due artisti: anfratti, i luoghi segreti fatti apposta per testimoniare le deviazioni dei due grandi protagonisti del Novecento inglese e della scuola da loro creata. L’emozione risulta ancor più viva pensando alla fascinazione che Bacon esercitò su Giorgio Bassani. Basterebbe pensare alla prima edizione de L’airone e alla copertina di Bacon, il celebre ‘Figure on a Couch’ (1962) che inaugura la nuova stagione tra scrittura e figura dell’ultimo Bassani. La storia ricorda che per l’edizione del ‘Romanzo di Ferrara’ lo scrittore ferrarese chiese all’editore un’opera di Bacon ma il pittore non diede il permesso e il volume uscì ‘in bianco’.

    

Frida Kahlo è ormai personaggio fisso tra le presenze ineliminabili della cultura figurativa, siano Caravaggio o gli Impressionisti, e del richiamo che esercita sui visitatori.

L’esposizione è la perfetta idea di cosa voglia o debba essere oggi la conoscenza di un artista: la vita possibilmente disagiata o tragica, gli appetiti sessuali indistinguibili, la ferocia della vita, l’ascesa all’Olimpo dei grandi. Qui c’è tutto esposto in modo intelligente e posso dire ‘ruffianesco’. Ma se presentano o presenteranno allo stesso modo Raffaello o Leonardo ecco che la nuova metodologia ci porterà a risultati m’immagino, ma non mi auguro, deludentissimi.
Continua l’esplorazione dei luoghi romani frequentati da anni. Decidiamo di recarci al Pompiere elegante ristorante ebraico al Ghetto vicino all’Enciclopedia italiana. A pranzo ci si recava assieme a mangiare tutti noi che in quel momento si lavorava in quella sede divenuta tristemente famosa perché proprio lì in via Caetani venne trovata la macchina col cadavere di Moro . Ed ecco che un anziano cameriere dalla chioma e barba candida mi abbraccia dopo aver pronunciato a gran voce il mio nome. Al tempo era apprendista nello stesso ristorante e si ricordava perfettamente di me. La sera poi da Sonia, Hang Zhou in cinese, tra le foto degli artisti e dei politici che frequentano quel luogo gustiamo le meraviglie della vera cucina cinese.

 
Ma ancora Roma mi lascia un segno di disagio che non riesco a scacciare. La gente corre freneticamente in cerca di quel di più che la città può offrire ma che mi lascia con un senso di vuoto dentro. Forse il riflesso della politica?

Il lusso degradato ad outlet ha invaso la città. Le vetrine rilucenti delle vie della moda attraggono la vista ma non i clienti che si riempiono di tutte le borse possibili con i prodotti dell’outlet. Sembra quasi che scopo ultimo sia possedere la borsa o la scatola piuttosto che il contenuto. Come in politica. Appunto.

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Sommerso dai ‘d/D’

Una particella del discorso che indica l’appartenenza mi assilla in questo momento. Va aggiunto anche la serissima inchiesta sulla ‘d’ minuscola o maiuscola: de Pisis o D’annunzio? La minuscola indicante la nobiltà del casato, la maiuscola invece negandola. Allora de Pisis, de Chirico, De Nittis, D’Annunzio (all’anagrafe d’Annunzio). E vai col tango e con i filologi!

Ma l’alluvione del de/De non si ferma qui e metaforicamente produce altri dubbi e interrogativi che si esprime in una fulminante e inquietante domanda. Ma noi (forma di pluralis maiestatis) a quale popolo apparteniamo? Le sardine?, il Pd?, a qualche altra formazione non sovranista? La domanda diventa ancor più imbarazzante quando si scatena il (falso) problema dell’illuminazione del Castello, ma soprattutto quello che viene chiamato con un’orrida immagine l’incendio del Castello. Apriti cielo! Cittadini virtuosi m’insultano rinfacciandomi che voglio affossare l’economia e negare a 30 mila innocenti l’innocuo piacere di danzare sotto l’incendio. Tanto cosa vuoi che produca? Qualche lesioncella, qualche caduta di merli (già avvenuta), qualche problema con i quadri in mostra frettolosamente emigrati in luoghi non incendiati. Sono proprio – mi sputano addosso con rancore ( e questo è il meno) – un radical chic! Mi portano l’esempio della Tour Eiffel. Mannaggia che paragone.

Perciò, sempre meno mi sento appartenente ai de/De. La misteriosa scomparsa su Fb del programma del popolo delle sardine ci dice, ma lo sapevamo, in che modo si può manipolare il social quando la decisione è presa. Ma scusate, popolo sardinesco, se rivolgo una obiezione al bel racconto di Francesco Monini su questo giornale (vai all’articolo). Giusto e saggio protestare, ma non avete pensato che tra tutti i colori del Castello forse il meno adatto è quel bel verde con cui è illuminato?

Così la particella d’appartenenza prende vigore e rilievo sul ruolo culturale che Ferara/Ferrara sta assumendo in questo momento. Ferrarese il ministro della cultura, ferraresi nomi importantissimi a capo delle istituzioni culturali, in un embrassons- nous di rara visibilità entro le mura della città pentastellata.

Modestamente esprimerò ancora una volta le mie preferenze. Ottima la mostra di imminente apertura su De Nittis anche se il mio cuore ( organo assai delicato) batte per altri pittori. E mentre il tempo scorre e non s’arresta un’ora, mi ficco a corpo morto nelle mostre guercinesche e sto pensando che il lavoro canoviano che stiamo portando avanti con fatica ma con soddisfazione a Bassano del Grappa è valso sacrifici e ‘magoni’, ma l’edizione delle lettere canoviane, la cui stampa sarà prodotta dal prossimo volume a Ferrara, continua a ritmo trionfale. E ancora una volta Canova vuol dire Leopoldo Cicognara, quel ferrarese Cicognara che riporta nella città estense i problemi e le sfide del centenario della morte- veneziana e non romana- dello scultore.

Così il d/De assume il suo vero senso. E’ l’appartenenza al lavoro umile e sublime di proseguimento e riconferma dell’unica eredità che ci è stata lasciata. Quella della difesa dei luoghi e delle istituzioni dove la Bellezza deve essere protetta e diffusa.

parigi

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Parigi o cara…

E alla fine del libro bassaniano (leggi QUI l’articolo su Ferraraitalia) il ritorno a casa, a Parigi.
Mi accoglie un tempo astioso, un misto di vento implacabile, di pioggia alternata a un cielo azzurrissimo, di freddo gelido con pochi momenti di tepore. L’aeroporto di Beauvais è quasi irraggiungibile. La cittadina che avevo amato con la sua bella cattedrale non si vede, ma tutto si muove velocemente, al limite del disumano tra ordini impartiti con toni secchi, estenuanti attese in piedi, imbarchi a spinta come se i passeggeri fossero merce da stivare. Per i ‘diversamente giovani’ (leggi vecchi come chi scrive) le linee aeree economiche sono da evitare come la peste, specie quella che usa questo aeroporto. Una schiera di liceali di Macerata sfoggia una maglietta rossa. Sono allievi e allieve del Liceo Leopardi gentili, educati, entusiasti. Una deliziosa ragazza nel sedile accanto trattiene il fiato nel pronunciare la parola magica: Parigi. Dò la stura ai ricordi e le indico i luoghi della mia formazione sentimentale e artistica, suggerendole di andare a visitare la casa-museo di Edith Piaf. Mi guarda sconcertata, chiede aiuto alle compagne che scuotono la testa desolate perché tutte non sanno chi sia questa cantante. Nemmeno ‘La vie en rose’ dice loro niente. Provo con Maria Callas e ottengo un lieve ‘remember’. Con sicurezza, la protesi del telefonino incollata alle dita, scattano immagini su immagini. Nessuno guarda ciò che appare se non come visione mediata.

Decido – anche se avevo promesso a me stesso di non lasciarmi incantare dalle sirene dei musei – almeno di andare a dire ‘ciao’ ai miei amici. Comincio con la Fondation Vuitton al Bois de Boulogne e allora non importa più il vento, le code interminabili, i controlli che smagnetizzano perfino la chiave dell’hotel e mi trovo in questo vascello di vetro e acciaio a guardare con occhi rapiti la Courtauld Collection tante volte vista a Londra, ma qui trionfalmente risplendente, che sfoggia senza pudore i suoi capolavori: quasi provocatoriamente. Già sono in fase di follia amorosa. Il taxi mi porta al Museo Marmottan tempio del Neoclassico. C’è una mostra, ‘L’Orient des peintres’, e tra Ingres, Gêrome, David, Manet e compagnia raggiungo la pazzia mentale. Un altro taxi dovrebbe condurmi all’inizio di Faubourg Saint-Honoré, ma m’imbatto in un autista ladro che comincia a girare trasportandomi da tutt’altra parte. Alle mie proteste risponde con viso innocente. E’ ormai consuetudine, mi si spiega; basterebbe che telefonassi alla polizia e perderebbe il posto. Ma quanto tempo mi sottrarrebbe alle mie visite? Rinuncio quindi a 20 euro e sempre più in stato di esaltazione percorro la strada del lusso almeno per comprarmi un etto di tè e i suoi inimitabili frutti canditi da Verlet. Sguardo implorante a chi condivide questi giorni con me e concludiamo con il Louvre. Tra folle scalpitanti con sottofondo delle lingue più strane, su cui predomina l’italiano. Mi dirigo a porgere un doveroso saluto alla Gioconda, un quadro che non amo, ma ai compleanni è buona norma portare gli auguri. Il pavimento della rinnovata sala tutta in legno è cosparsa di corpi umani che compulsivamente cercano di guardare non il quadro ovviamente, ma l’orrido aggeggio attaccato alle falangi. Un classico odore di corpi e piedi non lavati condisce il salone dell’idolo. Lentamente monta la rabbia. E nella grande galleria m’imbatto nei ‘Baccanali’ Tiziano, una volta a Ferrara, che mi conducono fino alla ‘Morte della Vergine’ di Caravaggio. Qui stanchi barbutelli o ragazzotte in abito da sera con unghioni variopinti s’accarezzano le untuose chiome o si fanno treccioline. Dall’Alpi alle Isole i dialetti italioti si sprecano. Formulo tra me e me una proposta: perché non impedire l’ingresso ai musei d’arte ai giovani tra i 15 e i 25 anni? Sarebbe un risparmio di energie e di consumo del luogo. Chi volesse potrebbe farlo da solo perché motivato. E ce ne sarebbero. Di solito, mi spiegano, la gita di fine anno alle superiori dovrebbe sancire l’ingresso nella società europea. E allora lasciate che scelgano loro le mète. E se mèta è inevitabilmente Parigi, allora che vadano a fotografare l’entrata del ‘Lido’ o del ‘Moulin rouge’, che ancora nell’immaginario rappresentano il peccato e non noiosissimi luoghi di falsa impudicizia. Altra cosa invece i bambini. A due per due guardano rapiti ogni cosa orgogliosamente condotti dai loro maestri. In silenzio per capire l’origine della bellezza.

Eppure il mio rigorismo crolla quando un gruppo s’avvicina al Caravaggio e una ragazza spiega impeccabilmente il senso del quadro e la sua storia. Tacciono, le fanno domande e capiscono l’enormità dello scandalo di quel folle pittore che osa dare alla Vergine forme e modi di una vecchia prostituta. Lo stesso rispetto che ho visto in quel gruppo come nei milioni di giovani che manifestavano per la salvezza del clima, nel loro sentirsi Greta, nel darci una lezione di eticità. Al di là e sopra ogni retorica o ogni atteggiamento da radical chic.
E m’avvicino all’amico tra gli amici. Canova. Scendo al piano terra e mi dirigo sicuro a salutare ‘Amore e Psiche’. Resto basito. Non ci si può avvicinare per la folla. Ha raggiunto il livello di fama della Gioconda o del Caravaggio. Giovani e meno giovani in estasi pensano come sarebbe bello esser baciati da ‘cotanto amante’. Riesco non senza difficoltà a procurarmi un posto alle spalle del gruppo e contemplo le chiappe canoviane di Amore fino a sentire una piccola punta d’orgoglio. Trent’anni a lavorare su quell’autore!

Ho preziosi indirizzi per poter mangiare in luoghi unici. Alle Halles di Saint-Germain una trattoriuccia dal nome di un profumato fiore ci accoglie con calore e via allora con champagne e coquilles Saint Jacques a prezzi da pizza! Riprovo anche per una doverosa Margarita al Deux Magots. Il puro orrore di turisti asiatici e russi. La Margarita mi costa come il pranzo in trattoria. Fine di un mito.
E sotto un cielo rabbiosamente incattivito rinuncio ai libri da Gibert in Boulevard Saint Michel.

Ripartiamo per l’Italia, ma sorpresa delle sorprese nel Duty Free dello scalcagnato aeroporto troviamo un celeberrimo profumo ormai sparito da qualche anno dal mercato che ci riporta con quell’odore indimenticabile alla città magica.
Au revoir mon Paris.

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Notizie dalla città murata

“Sous le ciel de Ferrare… L’espoir fleurit au ciel de Ferrare” per imitare la celebre canzone “Sous le ciel de Paris”.

Basta sostituire Paris con Ferrare e… les jeux sont faits. Poi se invece di cantarla Yves Montand la canta Roberta Fusari allora veramente ci siamo. Che la sua candidatura sia un fatto a mio parere positivo è indubitabile nonostante le riserve Dem; che la sua lista civica abbia un rapporto con i radicali a cui guardo non tanto per i rappresentanti cittadini quanto per la grande Emma che continuo a considerare tra le persone più oneste della nostra politica allora qualche speranza si apre per una ripresa della sinistra sprofondata nell’umiliazione di un baratro da cui spero voglia sollevarsi come appare anche dalla determinazione della pugnace Ilaria Baraldi. Spero solo che altri nomi, altri rappresentanti di un rinnovamento (e il pensiero corre a Fulvio Bernabei) sentano il richiamo di un dovere che la politica impone come primario.

Frattanto son trascinato in avventure culturali sempre più complesse e affascinanti che in ordine alfabetico suonano A B C e che risultano Ariosto, Bassani, Canova.

Si sta preparando la serata conclusiva del centenario ariostesco che coinvolge poesia musica e filmati di spessore davvero straordinario. Il 10 dicembre dalle 20.30 al Teatro comunale Abbado si celebrerà “l’evento”( e con le lacrime agli occhi uso la tremenda parola che impazza sia quando è usata per mangiare un panino innaffiato da vino scadente o per partecipare a questo spettacolo davvero imponente) che ovviamente sarà gratuito.

Il nome, la voce, la scrittura di Bassani richiamano nella sua città poeti e traduttori, attori e intellettuali. Il primo dicembre in Castello gli eredi Ravenna doneranno al Comune di Ferrara documenti e lettere. E anche questo è un segno che ormai Ferrara, la città dello scrittore, si è impegnata a custodirne le memorie .

Frattanto in équipe si lavora per comporre uno straordinario libro visivo dove le fotografie commenteranno la vita e le opere di Giorgio Bassani.

Continuo con l’autore il tour per presentare lo straordinario libro di Andrea Emiliani “Opere d’arte prese in Italia” che racconta attraverso documenti originali la missione di Canova di riportare in Italia i capolavori strappati da Napoleone alle città italiane. Questa volta è toccato a Faenza dove nella cornice unica del neoclassico Palazzo Milzetti diretto con garbo, intelligenza e passione dalla nostra concittadina Enrica Domenicali si è parlato anche dell’amicizia Cicognara-Canova. Il libro sarà presentato a Ferrara in Marzo alla Pinacoteca di Palazzo dei Diamanti all’interno dei cicli di conferenze organizzati da Francesca Cappelletti.

Direte: “Ma allora perché ti lamenti?”
Perché il troppo stroppia, perché la volontà di non fare l’“umarel” che commenta in piazza i fatti del giorno alla fine poi ti atterra per troppo lavoro.

Guardo e spero che i giovani o i maturi (lontani dal ‘de senectute’ che sto vivendo) accolgano un’eredità culturale senza la quale Ferrara diventando ‘Ferara’ rischia di perdere le sue qualità che l’hanno fatta unica. Quella Ferrara che nella indimenticabile mostra di Bruxelles sotto l’egida della comunità europea organizzò una mostra esemplare il cui titolo era “ Ferrare. Une Renaissance singulière” che si potrebbe tradurre anche come “Ferrara. Un Rinascimento speciale”.

Altro che i “me ne frego” che qualcuno potrebbe pronunciare! La cultura deve essere gestita con la consapevolezza di quel che si vuol fare e si deve fare. Anni tristi ci aspettano causa i danni del terremoto che hanno lesionato tanti palazzi e chiese così che la depisissiana “citta delle 100 meraviglie” si trova in fase di restauro. Non so se riuscirò a vedere lo splendore dei suoi monumenti rimessi in sesto. Ma lavoro per quello, per una speranza che va trasmessa ai più giovani a cui ci si si affida per trasmettere il testimone.

Ci riusciremo? Chissà! Comunque è la Speranza l’ultima dea.

laguna venezia

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Del bello nel modo di ieri e di oggi

Sembra inutile o quasi blasfemo commentare esperienze felici nel momento in cui il mondo impazzito sembra regredire alle crudeltà più mostruose, come insegna l’orribile vicenda del Sinai. Ma proprio perché la bellezza, la cultura, l’idea, riescono a trasformare la vita in arte o in qualcosa di simile all’iperuranio, allora forse non sarà inutile ricordare momenti memorabili della propria esperienza della bellezza.
Come Marco Polo di fronte a Kublai Kan nelle ‘Città invisibili’ di Italo Calvino descrive all’imperatore 55 città del suo impero che il sovrano non ha mai visto, ma che tutte riconducono a un’unica città, Venezia, così anch’io ho sperimentato nell’unicità di quel luogo ciò che maggiormente lo collega al mondo, alla natura all’idea. Un luogo – il luogo – emblema della bellezza/bontà; ciò che l’abitante del mondo può desiderare o concepire.

L’occasione mi è stata data dal simposio su Leopoldo Cicognara che l’Accademia di Venezia ha voluto dedicare al suo primo presidente nel duecentocinquantesimo anniversario della sua nascita. A questa occasione s’accoppia l’altra, straordinaria, della bellissima mostra alle Gallerie dell’Accademia veneziana che illustra le opere di Canova, di Hayez e del mentore canoviano, il conte ferrarese Leopoldo Cicognara. La qualità delle due iniziative appassionatamente condotte a vertici straordinari, tra gli altri, da carissimi amici come Alessandro Di Chiara, Paola Marini, Fernando Mazzocca, si è svolta in queste giornate alla presenza degli allievi dell’Accademia, che hanno potuto partecipare a questi incontri e ai quali sono stato orgoglioso di illustrare il trattato ‘Del Bello’ scritto dall’intellettuale ferrarese per i giovani frequentanti l’Accademia veneziana da lui presieduta e che tre giorni prima avevo presentato nella mia edizione novecentesca nella mostra-convegno dedicati a Cicognara e svoltasi alla Biblioteca Ariostea di Ferrara.

Descrivere cosa è Venezia in questi giorni supera ogni fantasia. Alloggiato accanto all’Accademia, luogo mitico per gli intellettuali otto-novecenteschi che la frequentarono e la frequentano, mi sembrava di essere Henry James all’inizio del secolo. La dominante coloristica era il grigio perla, che per un attimo s’illuminava della gloria del sole. I ragazzi che studiano all’Accademia vengono da tutte le parti del mondo e nell’ex ospedale degli Incurabili, sua sede storica, li vedi intenti ai lavori: scultura, pittura, arti decorative o immersi nella lettura. Hanno mises incredibili e una voglia straordinaria di apprendere. La dolce calata veneziana si scontra con i linguaggi di tutto il mondo. E che serietà nel seguire il difficile percorso del trattato ‘Del Bello’ del conte ferrarese. Poi un seminario tenuto alle Gallerie dell’Accademia, in quegli spazi incredibili a confrontarci tutti con Hayez, l’allievo più dotato del momento storico della pittura neoclassica, del quale campeggia lo splendido ritratto della famiglia Cicognara, suo protettore, accanto alla incomparabile statua del divino Canova che troneggia tra gli oggetti, quadri, tavoli, statue, marmi, che artisti e artigiani veneti crearono per l’omaggio delle province venete presentato per le nozze dell’imperatore e che sono tutte opere straordinarie e coerenti proprio con quel concetto di bellezza che il trattato del Cicognara proponeva per l’educazione teorica degli allievi dell’Accademia.
Questo è studiare, questo è vivere dall’interno il senso di una cultura per poterla contestualizzare. Il cuore mi si è aperto e ho parlato non ai colleghi, ma a questi buffi giovani che ti piantavano gli occhi seri in faccia per dirti “non ingannarmi!” Che gioia lavorare così!

Ritorna in questa occasione celebrativa la necessità di capire la storia, di vederla nel suo percorso e individuare le ragioni per cui proprio nel momento di massima presenza e di totale predominio di un Napoleone conquistatore e tiranno, che non si perita di svuotare i luoghi sacri della cultura europea dei loro massimi capolavori per radunarli al Louvre, l’orgoglioso museo ove tutta l’arte si concentra, l’espressione di quel mondo fu una nuova forma di classicità: gareggiare con l’antico, emularlo, forse superarlo, perché quei tempi vedono il nuovo Fidia, il divino Canova, che aggiunge alla esemplificazione della bellezza condotta sull’antico la necessità di trasformarla, come dirà davanti ai marmi del Partenone che Lord Elgin asporta da Atene e che vennero comprati dal British Museum, in “carne, vera carne”.
La grande cultura di Leopoldo Cicognara che non cessa di ampliarla, tenendosi al corrente delle maggiori opere filosofiche, di estetica e di letteratura europee, tanto da raccoglierle poi in una biblioteca di più di cinquemila volumi quasi tutti attentamente postillati e poi venduta alla Biblioteca Vaticana, venne riversata nella sua opera maggiore, una storia della scultura in Italia che ebbe due edizioni, la seconda delle quali consisteva in ben sette volumi, forse l’opera di quella che oggi noi chiamiamo storia dell’arte più importante del diciannovesimo secolo e non solo.
Si amplia così la conoscenza e l’importanza che Ferrara non solo estense ebbe nei secoli dopo la Devoluzione. Una storia non solo legata all’età delle Legazioni, ma anche oltre fino a concludersi in quel secondo Rinascimento che si sviluppò con la Metafisica nel primo ventennio del Novecento.
E nonostante segni minacciosi inducano a non considerare la storia come possibilità prima di conoscenza e di umanesimo cerchiamo di non lasciarsi travolgere dalla sua negazione come i fatti atroci degli ultimi anni purtroppo ci stanno abituando.

Il Museo Universale. Dal sogno di Napoleone a Canova

di Maria Paola Forlani

La mostra – allestita fino al 12 marzo 2017 alle Scuderie del Quirinale – racconta tutte le fasi di un importante pezzo di storia del nostro paese attraverso autentici capolavori provenienti dalle migliori collezioni italiane: da Raffaello a Tiziano, da Carracci a Guido Reni, da Tintoretto a Canova. Ventotto agosto 1815: lo scultore Antonio Canova arriva a Parigi per restituire all’Italia i beni artistici sottratti da Napoleone in seguito al trattato di Tolentino del 1797. Dopo mesi di trattative, tra la fine del 1815 e il 1816, alcune delle opere rientrano in patria, dopo avventurosi viaggi via terra o via mare. Un ritorno il più delle volte accolto dalla popolazione in festa. Da questo momento l’Italia avrà quindi una coscienza sempre più forte del valore del suo patrimonio, ponendosi il problema della sua conservazione e della sua valorizzazione in modo sempre consapevole.

Sono passati 200 anni da quello straordinario ritorno a casa. Oggi l’avventura che vede in Europa un grande movimento di quadri e sculture, diretti prima a Parigi e poi in quegli stessi luoghi da cui erano stati trafugati, è raccontata, per quel che riguarda l’Italia, in un affascinante mostra intitolata “Il Museo Universale. Dal sogno di Napoleone a Canova” a cura di Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce. Il primo piano del palazzo è occupato da alcune delle opere scelte dalle commissioni mandate da Napoleone nello Stato Pontificio, per decidere quali capolavori avrebbero potuto far parte del suo museo ideale, il nascente Louvre. Tutte rientrate dopo l’intervento di Canova.

L’imperatore aveva un gusto ben preciso e non portava via niente che non fosse di qualità eccellente. Sceglieva con grande sapienza il suo bottino di guerra, o meglio di pace – perché era all’interno degli accordi che definivano la fine delle ostilità, che con grande furbizia, si “legalizzava” il furto. Quindi molti dei prestiti ottenuti in questa mostra sono di straordinaria bellezza. Lo si vede dall’incipit, che vede La strage degli innocenti di Guido Reni, artista molto amato (e dunque molto sottratto). Il dilemma del Reni consiste nel <<desiderio in lui acutissimo, di una bellezza antica, ma che racchiuda un’anima cristiana>> (Longhi). Egli torna all’ideale di bellezza assoluta del rinascimento, che, a sua volta, ha la sua più lontana origine non nel classicismo greco ma in quello romano, e che permane anche nel Seicento, trovando la sua formulazione nelle parole del teorico Giovanni Pietro Bellori, il quale, nella seconda metà del secolo, scriverà che, essendo gli oggetti creati dalla natura sempre imperfetti, << li nobili pittori…si formano … nella mente un esempio di bellezza superiore, ed in esso riguardando emendano la Natura >> (1672).

Accanto a Reni appare un gesso del Lacoonte. L’opera, che Plinio vide nel palazzo dell’imperatore Tito, venne alla luce, nella primavera del 1506, nelle rovine delle cosiddette Terme di Tito, sull’Esquilino a Roma. Secondo il mito, Lacoonte, sacerdote di Apollo, fu uno dei pochi che, diffidando del cavallo di legno lasciato dai greci sotto le mura di Troia, cercò di dissuadere i troiani dal portarlo dentro la città. Due serpenti, venuti dal mare, lo aggrediscono, mentre compiva sacrifici in onore di Poséidon, e lo stritolarono insieme ai due figli. Studi recenti sembrano dimostrare che i tre autori, Aghesàndro, Polydòro, Athenodoro, sarebbero eccellenti copisti dell’età di Tiberio e che l’originale sarebbe stato realizzato in bronzo. Riproposto in mostra in un calco del XIX secolo proveniente dai Musei Vaticani, aveva significato l’irrompere di un’antichità da cui non era escluso il pathos, la drammatizzazione dell’avvenimento. Ed ecco che, secoli dopo, questo contorcersi di braccia e di muscoli, arriva fino alla figura sul fondo del dipinto di Reni, quell’uomo che tira i capelli di una madre in fuga per difendere il suo bambino. La strage di Reni giunge a Parigi da Bologna nel 1896, il Lacoonte fu trasportato su carro con 12 bufali al traino e arrivò in Francia con un vero e proprio corteo trionfale.

Il mondo classico consentiva a Napoleone di considerarsi parte di quella storia, di autoincoronarsi erede dell’antica Roma. A Parigi arriva quasi al completo ciò che aveva realizzato Raffaello. Sono i francesi a far nascere il mito dell’artista. Basti pensare a Ingres che lo considerava il più grande di tutti. Qui c’è un capolavoro come il Ritratto di Leone X con il cardinale Giulio de’ Rossi accanto ad una bella copia della Deposizione della Galleria Borghese, eseguita dal Cavalier d’Arpino. In questo caso non era stato trafugato l’originale perché il principe Borghese era cognato di Napoleone, ma anche perché per 13 milioni l’imperatore si era accaparrato – e per sempre – la sua meravigliosa collezione di marmi antichi. Nel frattempo, perché fosse dichiarata la sua origine culturale, si era portato a Parigi anche la Venere Capitolina e il Giove di Otricoli, altri due pezzi importanti dell’esposizione delle Scuderie.

Accanto alla pittura “ideale” bolognese di Reni, Carracci, Guercino, Domenichino, Albani presentati in mostra con pale d’altare di grande impatto e intensità, nel museo universale di Napoleone, quello in cui tutta l’Europa avrebbe dovuto identificarsi, non poteva mancare il colore della scuola veneziana: ecco l’agitazione di Tintoretto, la luce di Tiziano e la bellezza cromatica di Veronese. Al piano di sopra delle Scuderie c’è la seconda puntata di questa storia, ovvero l’Italia che si accorge che il suo patrimonio ha valore civico. Con le opere già conservate nei depositi, dopo la soppressione degli ordini religiosi e con quelle rientrate si pensano ai musei come luoghi identitari.

Tra i capolavori di queste sale ecco la Madonna con il Bambino di Cima da Conegliano, la Lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli realizzata da Tullio Lombardi nel 1525: un prestito importante, non era mai uscita dal Museo della città di Ravenna. Al centro della sala del secondo piano troneggia la Venere Italica di Canova che nell’intento dello scultore doveva onorare il genio dell’Italia. Vicino alla splendida scultura, come chiusura della mostra, troviamo un’opera particolare e suggestiva, il dipinto di Hayez dove l’Italia non ha le sembianze di una divinità, ma quelle di una fanciulla del popolo. Bella e con lo sguardo fiero, ma oltraggiata. Un’allegoria della nazione dolente dopo i fatti del 1848 e che invita ad una profonda riflessione ancora oggi.

inferi

LA NOTA
Descensus ad Inferos: un normale viaggio tra le stazioni italiane

Si parte un po’ tesi ma baldanzosi per la due giorni torinese ad inaugurare i tesori canoviani esposti alla Biblioteca Reale di Torino. Aria di tempesta imminente. L’autista che ci conduce al Freccia Rossa a Bologna con voce chioccia qual novello Cerbero mi spiega i vantaggi di approdare con il piccio legno (in realtà spaziosa auto sbrilluccicante) alla bocca degli Inferi: il Kiss & Ride. Perplesso non so coniugare il bacio con una cavalcata o giostra ma son rassicurato dalle ampie spiegazioni sulla nuova struttura che permetterà di scendere a 7 metri di profondità, di scaricare le anime dei dannati indi questi ultimi purificati dal viaggio al ritorno potranno riveder le stelle. Ma attenzione! Seguir i comandi e le istruzioni e non fare come lo sventato Orfeo che si volse indietro. Seguir le Leggi. E più non dimandare.
Silenziosamente s’approda in un lungo tunnel che vede davanti i taxi e dietro le auto a noleggio. Mai sbagliare postazione se no si rischia di essere inesorabilmente lasciati nel luogo d’attesa e di scarico.
Buio d’inferno ci accoglie entro immani pareti grigie che centuplicano lo scalpitare ritmato dei passi di chi s’avvia verso lunghissime scale mobili che inesorabilmente ci conducono al girone assegnato: binario 16!
E s’arriva al terzo girone/livello.
Qui stridor di freni e annunci di tormenti atroci (minuti o ore d’attesa) beffardamente sono commentati “Ci scusiamo per il disagio”. Come sulla ripa del fiume infernale la banchina che costeggia il binario non dà possibilità di sosta. Proibita qualsiasi tipo di seduta. E non importa se vecchi, bambini, umanità dolente stracarica di bagagli chiede, invoca un riposo, inesorabilmente si è ricacciati al secondo livello appena lasciato. E “più non dimandare”.
Sottili ondate d’angoscia si propagano tra il mio ansiolitico procedere e quello esitante della mia fedele compagna. Stremati allora decidiamo di andare a lavarci le mani. Misericordiosi cartelli in blu-speranza indicano le note icone di lui e di lei accompagnate da frecce misteriose in su e in giù che non portano ad alcun conforto di luoghi noti e frequentati. Infine, una porta indica senza ombra di dubbio che dietro di essa starà l’agognato camerino che pur non d’alabastro come quello che Alfonso I d’Este si fece costruire a Ferrara per custodire i suoi tesori artistici, ma di solido e grigio cemento ci conforterà e ci premierà della ricerca. Apriamo dunque e di fronte a noi si presenta un muro… del pianto. Certi d’avere infranto le leggi d’Averno smarriti e attorcigliandosi sull’orlo del pianto ci rivolgiamo a un guardiano dal volto amicale che con uno stanco segno del dito ci indica una picciola rientranza dove baciata da un’intensa luce s’apre la porta aurea immediatamente contesa da una piccola folla di angeli pulitori che corrono a chiudere l’agognato varco ma noi, con balzo felino, riusciamo a conquistarci il “loco [non] di delizie pieno” e raggiungere così la mèta delle mani lavate. Passano frattanto i tristi tempi dell’attesa e imbocchiamo il terzo livello. Ma qui commettiamo un errore fatale. Sventatamente sicuri che le postazioni delle carrozze siano sempre le stesse, attendiamo con fiducia presso la carrozza 8 di Italo adorno di strisce confortanti: “Smart” “Extra smart”, “De luxe” quasi fossimo al New Cataract di Luxor al tempo di Agatha Christie. Mal ce ne incolse. Arriva la nostra Freccia rossa e ovviamente la carrozza 8 è esattamente postata all’altro capo della banchina. Pazientemente saliamo e ci accasciamo sulle rigide poltroncine mentre una selva di qualsiasi tipo di smart (phone et similia) freneticamente digita, fotografa, immortala l’ultimo istante prima dell’uscita dall’infero loco. Una tempesta d’acqua ci accoglie minacciando ancora la nostra stremata resistenza poi a Rho un timido raggio di sole ci accoglie nelle terre promesse dell’Expo. Sfilano padiglioni e torri invasi dai turisti che senza soluzione di continuità scendono dal treno e imboccano i viali elisii della felicità raggiunta intonando i sacri versi di Montale:

“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.”

Ancora un balzo poi si approda dolcemente al terminal torinese di Porta Nuova. Baldanzoso m’avvio alla ricerca dei taxi che secondo le indicazioni sarebbero dovuti essere fuori dalla stazione. Invano. Ancora dopo 11 anni di lavori (parola di taxista) la fila è ancora di fronte alla stazione. E quindi via verso l’albergo più antico della città dove soggiornò Mozart e dove avremmo fruito del riposo dei giusti. Un cortese adepto ci avverte che la stanza “purtroppo” non sarebbe stata pronta che alle 15 mentre la carta indicava le 14.

Non ci resta che tuffarci nel cibo piemontese consci che sarebbe stato un errore fatale abbuffarci di cibo. Ma “più che il dolor potè il digiuno”. Così dopo la nostra esperienza infernale s’apre la fiorita strada delle meraviglie canoviane. Potenza dell’arte che tutto placa e, secondo l’augurio del poeta Montale ad Esterina che compie vent’anni, il miracolo sia per tutti noi viaggiatori e lettori questo:

“ecco per te [per noi] rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te [per noi]concerto ineffabile
di sonagliere.”

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