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É SOLO UN’IDEA IN ALTA MAREA…..
Intervista a Diego Cignitti, in arte Cigno

 

di Michele Kraisky

ROMA. Abbiamo come ospite un musicista, cantautore e insegnante di una delle scuole di musica più prestigiose d’Italia, il Saint Louis College of Music di Roma, che ospita ogni anno centinaia di nuovi aspiranti musicisti. Il suo nome è Diego Cignitti, in arte ‘Cigno’.

Un paio di mesi fa è uscito Udine, un singolo accattivante, dalle atmosfere evocative e soffuse. Udine come simbolo, come una città immaginaria, pur se realmente esistente, un luogo in cui la solitudine e la creatività convivono accanto alla vita di sempre. Mondi paralleli, un po’ come le città invisibili di Italo Calvino. Cigno è un under 30, ma nel profondo dell’anima sente di appartenere a generazioni passate come mentalità e mondi musicali, pur esprimendo un sound attuale e apprezzato anche dai più giovani. Ci parlerà del suo singolo, ci esporrà le sue opinioni personali sulla situazione della musica di oggi e delle influenze che più lo hanno segnato. Ci darà anche la sua opinione sulla situazione dei musicisti in questo periodo nero, un periodo in cui accadono fenomeni del tutto nuovi, come la vendita su piattaforme online dei diritti d’autore di grandi artisti – da Dylan a Neil Young in poi -ed altro ancora.

M: Buonasera Diego, anzitutto grazie davvero per la tua disponibilità. Dunque, è uscito qualche mese fa, a fine 2020, il tuo singolo Udine. A cosa ti sei ispirato per questo brano? A una canzone, a un evento particolare, oppure altro?

D: Allora…prendo spunto dalla tua domanda: non credo che un brano nasca dal nulla. Esiste un mondo di riferimenti a cui attingo, questo è rapportabile anche alle altre arti che conosciamo e a qualsiasi attività creativa. Sicuramente dentro c’è il mio universo musicale, chiamiamolo ‘Immaginario musicale’; nello specifico le sonorità anni ’80. Che significa dunque ? Io sono nato e cresciuto in un piccolo paesino che si chiama Subiaco e ho l’impressione che nelle piccole cittadine di provincia la moda arriva qualche anno dopo, per cui nei miei anni ’90, che ho vissuto a Subiaco, in realtà erano ancora gli anni ’80 per quanto riguarda i riferimenti musicali ed estetici. Mi viene in mente ad esempio McGyver, che guardavo quando avevo la febbre e non andavo a scuola, la pubblicità della cedrata Tassoni, o la sigla degli Stadio e di Lucio Dalla su Raiuno (ride ndr).

M: Questo singolo ha una sonorità davvero particolare, un misto tra indie, pop, rock e musica psichedelica. Tu che mi dici ?

D: Sì, in realtà non è un genere ben definito, questo probabilmente è un punto a sfavore per la sua comprensione, ma credo che per Udine sia un punto a favore, perché ha una propria personalità ed è originale. Questa dimensione sognante e rarefatta probabilmente la porterò avanti anche nei prossimi brani che usciranno.

M: Pensi che nei prossimi mesi potrai farai dei live? Ne hai qualcuno in programma o in streaming per caso?

D: Beh, sicuramente me lo auguro. I live mancano molto a tutti, sento molti amici che stanno male per questo motivo. Purtroppo questo brutto periodo sta mettendo a dura prova molti lavoratori, e ovviamente non parlo solo del mondo degli artisti. Mi manca molto la parte preparatoria del live, che considero importantissima, e anche la parte più fisica, quando si suda e si vive il palco. Live in streaming per adesso in programma non ne ho, ne ho fatti alcuni precedentemente, ma in realtà questo livestreaming secondo me è solo un palliativo.

M: Pensi che i live in streaming siano una buona soluzione per i musicisti in questo periodo di semi lockdown o comunque di limitazioni? E oltre a questo come pensi che i musicisti possano trovare degli sbocchi nei prossimi mesi o anni?

D: Secondo me sono un palliativo i live in streaming,   sono un surrogato…ma detto ciò vanno bene, gli artisti hanno bisogno di espressione, il pubblico di ‘vibes’ positive e soprattutto di buona musica ! Quindi ben vengano per ora. Per quanto riguarda gli sbocchi che avranno i musicisti in futuro con i livestreaming…credo che le cose andranno di pari passo, perché il livestreaming serve e risolverà molti problemi, e contemporaneamente conviveranno sia la dimensione online e quella offline per mandare avanti i progetti dei musicisti.

M: Si parla molto di nuove leggi per garantire un sussidio per i lavoratori dello spettacolo…. Qualcosa sul modello francese, da finanziare con i soldi del Recovery Plan. In ogni caso chi lavora nel mondo del cinema, della musica e del teatro ha subito grossi danni, molti di questi già hanno rinunciato e sono costretti a cercare altri lavori che nulla hanno a che fare con la loro passione e il loro talento.

D: Sì, secondo me questa sarà un’occasione unica ed irripetibile per il riconoscimento del nostro mestiere! Nel Nord Europa i musicisti sono tassati e la situazione è sotto controllo… C’è purtroppo questa brutta consuetudine nel nostro paese nei confronti degli artisti, nel senso che chi non ha una partita Iva o chi non è tracciato per lo Stato è come se non lavorasse, e in questa maniera non ha diritto a  sussidi e contributi. Dunque facciamo in modo che il nostro diventi un mestiere riconosciuto proprio come gli altri. Questo è un discorso che in Italia purtroppo va approfondito, perché nei Paesi del nord Europa, dove sono sicuro che la gestione funziona meglio, il musicista è più integrato nella società, di questo sono certo! Se facciamo parte dell’Europa e dall’Europa riceviamo fondi così importanti è bene che ci adeguiamo ai loro standard

M: Vuoi aggiungi qualcosa se vuoi per i nostri lettori e per i tuoi ascoltatori?

D: Mah, aggiungo solo che sono su Instagram (mi trovate come ‘Cigno’) ed è uscita da poco una session proletaria in cui si mescola il blues con i prodotti e la tradizione dell’artigianato. Non aggiungo altro.”

M: Prossimamente uscirà anche un nuovo brano, giusto?É

D: Sì certamente, ma per adesso non ne parlo ancora. Dico solo a chi ha progetti : “Tenete duro e stringete i denti in questo periodo di difficoltà, che alla fine si vedranno i risultati! Ringrazio te e tutti i lettori del vostro giornale che amano la musica!

M: Grazie a te Diego! Ci vediamo presto.

Ascolta qualcosa di Cigno: [Qui] ; [Qui] e [Qui]

L’ultimo testamento di Kuzminac

Riassumere una vita intera con le cose davvero importanti. Aver avuto delle figlie e aver goduto della felicità dal profondo. Certamente anche la musica e la libertà. Ma alla fine mi accorgo che quello che importa realmente è il valore di ogni singolo attimo.

I singoli attimi che si possono creare pizzicando le corde di una chitarra per creare gli spazi alle parole del cuore. Mordi la vita prima che lei ti morda, ma Icaro sta ancora cadendo in mare… che passi la noia di questa sera.
Ecco l’ultimo testamento di Goran Kuzminac, cantautore e chitarrista italiano, scomparso il 18 Settembre 2018.

Mordi la vita (Goran Kuzminac, 1982)

Grazie Alfio

La mattina dello scorso 8 agosto sono stato svegliato da un messaggio di poche lapidarie parole: è morto Alfio Finetti.
Da quel giorno di neanche una settimana fa stiamo quindi vivendo in un mondo senza il nostro unico e inimitabile cantore .
Purtroppo non ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo, non ho avuto la fortuna di fare due parole con lui ma posso dire di aver avuto – e che avrò sempre – la fortuna di ascoltare la sua musica.
Non è assolutamente una cosa da poco, è una fortuna che ad esempio a New York se la sognano.
Loro hanno avuto Lou Reed ma Lou Reed ce l’abbiamo anche noi e a noi va pure meglio perché abbiamo tutti e due.
Ѐ una cosa che non scambierei con niente al mondo perché grazie alle canzoni di Alfio Finetti ho potuto – e posso – ridere, imparare delle cose che purtroppo rischiano di scomparire, arricchirmi come musicista, andare a caccia di dischi suoi e scoprirci dentro cose sorprendenti.
E quelle cose sorprendenti le posso vedere tutti i giorni.
A New York invece, ma anche boh, a Parigi, in Gabon, in Australia: avec al caz, proprio come ci ricorda quella grande barzelletta.
Grazie ad Alfio Finetti – io che non sono nato qui – sono riuscito ad amare ancora di più questa città che mi ha accolto e mi ha insegnato a cercare di vivere come un ometto.
Questa è una delle tante cose per cui sarò sempre grato a quell’uomo.
Un’altra è questa cosa che ho pensato mentre quell’8 agosto, verso sera, mi trovavo al supermercato a cercare qualcosa da mangiare e – per forza – ho sentito il dovere di investire 3 umili euro + 49 centesimi in una confezione di cappellacci confezionati.
Mentre andavo verso la cassa ho pensato che avrei dovuto godermi quei cappellacci come se fossero gli ultimi cappellacci presenti nell’intero universo.
Mi è sembrato un modo onesto e soprattutto doveroso di chiudere quella giornata che non penso mi dimenticherò.
Grazie Alfio, speriamo che adesso qualcuno ristampi quei dischi e ti costruisca qualcosa che magari non sarà mai Graceland ma sarà pur sempre la nostra Graceland.

Al Re dla miseria (Alfio Finetti, 1976)

I giardini delle malinconie

«Mi ricordo il punto esatto dove passava un carretto dal quale potevamo comprare per 10 lire dei gelati quadrati e due biscotti, ma quando si era vicini alla fine del mese mia madre non mi dava i soldi. La vita era dura anche per i miei, la situazione economica non era florida. Mi stupivo che i fiori sui suoi vestiti non fossero ancora appassiti perché li aveva portati così tante volte che era un miracolo che non fossero sciupati» (Mogol).
I giardini di marzo sono una delle più celebri canzoni scritte da Mogol e cantate da Lucio Battisti. Pubblicata il 24 Aprile del 1972 e scritta in chiave autobiografica, è una metafora della povertà e della timidezza. Il riferimento è all’infanzia di Mogol, alle sue difficoltà economiche e relazionali, alla sua mancanza di fiducia e di coraggio, al suo essere distaccato e sognatore.

“All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli,
poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
e alla sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

C’è chi pensa che nelle scuole, oltre alle poesie, nel programma di letteratura andrebbe inserita anche la canzone d’autore. È difficile pensarla diversamente quando si ascoltano brani come I giardini di marzo poiché altro non sono che poesie arricchite dalla musica, magari con un testo semplice, ma che arrivano dritte al cuore, senza bisogno di grandi spiegazioni.

“Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima,
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora, ancora amore, amor per te.
Fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me…
Ma il coraggio di vivere, quello ancora non c’è.”

I giardini di marzo (Mogol-Battisti, 1972):

Lucio Dalla: la Trilogia della rinascita

La settima luna era quella del luna park, lo scimmione si aggirava dalla giostra al bar…”. Inizia così “La settima luna”; il primo brano dell’album “Lucio Dalla” del 1979, quello di “Anna e Marco”, “Milano” e soprattutto “L’anno che verrà”.
“Trilogia” è il cofanetto con i tre dischi che stravolsero la vita di Lucio Dalla: “Com’è profondo il mare” (1977), “Lucio Dalla” e “Dalla” del 1980. Le tre opere, prodotte dalla Rca Italiana diretta da Ennio Melis, segnarono in modo indelebile la discografia italiana. Il grande successo fu diretta conseguenza della maturazione dell’artista bolognese e della scelta di fargli scrivere i testi delle sue canzoni, al termine dell’importantissima collaborazione con il poeta Roberto Roversi.

Il box contiene i tre cd e il dvd di “Banana Republic”, il film del concerto portato in giro per l’Italia insieme a Francesco De Gregori e Ron nel 1979, oltre a un booklet di 150 pagine, con foto inedite, interviste e rarità. La prefazione è opera di Walter Veltroni, mentre il primo capitolo è scritto da Alessandro Colombini, il produttore dei dischi che cambiarono la vita a Dalla.
Sfogliando le pagine del libro si possono leggere i racconti di Gaetano Curreri, Ricky Portera, Michele Mondella, John Vignola, Renzo Arbore, Giovanni Pezzoli, per immergersi nel mondo di Lucio grazie a ricordi e curiosità, come quella di Ron: “… lo trovavo sempre accartocciato in un angolo, su un tappeto o un cuscino, rintanato a farsi venire delle idee”.

Com’è profondo il mare
Ennio Melis chiamò Alessandro Colombini invitandolo a Roma per ascoltare un nuovo brano di Lucio Dalla, si trattava del provino di “Com’è profondo il mare”. Il giorno dopo il produttore incontrò Ron, Dalla e Cremonini per conoscerli meglio e visionare quanto realizzato sino a quel momento. Nel suo ricordo Colombini afferma: “Erano canzoni eccezionali, la scrittura di Dalla, i suoi testi, davano incredibili emozioni”.

Lucio Dalla 1979
In occasione della realizzazione del secondo disco della nuova vita artistica di Lucio, si aggiunse Giampiero Reverberi che aveva già lavorato con Lucio Battisti, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Luigi Tenco e altri grandi della scena musicale. Reverberi scrisse e diresse gli archi di “Anna e Marco”, “Tango”, “Notte”, e “L’anno che verrà”. Il disco fu un successo clamoroso, tutti cantavano “L’anno che verrà” e “Cosa sarà”, il duetto con Francesco De Gregori preambolo di “Banana Republic”. L’album fu registrato negli Stone Castle Studios di Carimate, sotto le cure dell’apprezzatissimo tecnico del suono Ezio De Rosa, che ne realizzò il mix insieme a Colombini.

Dalla 1980
“Dalla” è l’album di “Balla balla ballerino” e soprattutto di “Futura”, anche questo fu un successo clamoroso, 8 singoli racchiusi in un disco, come forse soltanto Lucio Battisti era in grado di fare.
Racconta Colombini: “Nei dischi di allora erano le radio a scegliere i pezzi da trasmettere, anche se noi tentavamo di dare un indirizzo alle loro scelte. Cercammo disperatamente di non promuovere radiofonicamente “Balla balla ballerino”, una canzone che assomiglia a un jingle: appena l’ascolti la impari subito e così va a finire che le radio trasmettono solo quella e trascurano tutti gli altri pezzi. Non ci fu niente da fare, tutte le radio trasmisero “Balla balla ballerino”, poi, da sole si accorsero di “Futura”, “Cara”, e le altre”. Alla realizzazione dei tre lavori o ellepi, come si diceva all’epoca, partecipò Renzo Cremonini come produttore esecutivo e organizzazione.

Banana Republic – il film
Il film propone interpretazioni uniche di brani come “Disperato erotico stomp” di Dalla e “Bufalo Bill” di De Gregori, oltre all’arrangiamento a quattro mani di “Ma come fanno i marinai”. Come ha ricordato il fotografo Roberto Villa, presente al concerto inaugurale di Savona del 4 giugno 1979: “Così tra un assolo al clarinetto di Dalla ed un duo con De Gregori, per tre ore di grande musica popolare, un cocktail di Jazz e rock, di melodia italiana e ironia bolognese, era partito quel Tour”.
Nel booklet non manca un ricordo di Renzo Arbore, legato a quell’epico concerto: “Per la trasmissione Tv “L’altra domenica” registrammo i suoi concerti, compreso “Banana Republic”, uno spettacolo che mi affascinò moltissimo anche per lo straordinario gusto che accompagnava le esibizioni di Dalla, un gran parlatore e un grande inventore di gag e di spunti insoliti. Usava l’attacco di una canzone napoletana “Addio mia bella Napoli”, mentre con De Gregori si dibattevano con il rispettivo repertorio”.

Il cofanetto ha una veste pratica ed elegante, i dischi sono racchiusi tra la seconda di copertina e la quarta, in modo tale che estraendoli non si corra il rischio di rovinarli, come accade sempre più spesso nei packaging di ultima realizzazione.
Il libro raccoglie testimonianze preziose, utili per contestualizzare il lavoro di Lucio Dalla e il periodo storico in cui la Rca Italiana lo produsse. Leggere il booklet, mentre si ascoltano le canzoni, porta un po’ indietro nel tempo. Chi non conosce le opere del cantautore bolognese ha l’occasione di poterle apprezzare ed apprenderne la genesi grazie alle testimonianze rilasciate in prima persona dai protagonisti di allora. Il film di “Banana Republic” è un’importante operazione di recupero, la cui valenza è ben riassunta in una dichiarazione di Francesco De Gregori di qualche tempo fa: “…quel tour è ricordato come uno snodo fondamentale della musica italiana. Perché esiste il duetto che diverte te stesso e quello che diverte gli altri. È questo è il più raro”.

MUSICA
Targa Tenco per il miglior album dell’anno a Niccolò Fabi


Niccolò Fabi con ‘Una somma di piccole cose’ si è aggiudicato la Targa Tenco per il miglior album dell’anno, ripetendo a distanza di tre anni la precedente vittoria ottenuta con ‘Ecco’. Come consuetudine la consegna dei premi è stata organizzata dalla direzione del Premio presso lo storico Teatro Ariston di Sanremo.
L’ottavo album della sua carriera (senza considerare quello con Max Gazzè e Daniele Silvestri), è un punto di arrivo da cui ripartire, un lavoro libero dai rigidi vincoli commerciali in favore di una creatività più vissuta e personale. Il disco è stato scritto, suonato e registrato in poche settimane nel casolare di campagna del cantautore, situato nella Valle di Baccano, vicino a Roma.

Una somma di piccole cose’ è anche il titolo del brano che apre il disco, suonato integralmente da Fabi. Il pezzo è un eccellente esercizio acustico di chitarra e pianoforte, strumenti ideali per accompagnare rimpianti e considerazioni esistenziali, sui momenti perduti che inevitabilmente non ritorneranno più: “Una somma di passi, che arrivano a cento, di scelte sbagliate, che ho capito col tempo, ogni volta ho buttato ogni centimetro in più come ogni minuto che abbiamo sprecato e non ritornerà”.
Tra i nove brani della track list, ‘Le cose non si mettono bene’ ha un peso particolare, si tratta di una cover del brano già inciso dal gruppo laziale Hellosocrate, che ha interrotto l’attività a seguito della prematura scomparsa del front-man Alessandro Dimito. Le canzoni di Fabi si ispirano all’indie-folk americano, il genere musicale influenzato dal folk degli anni cinquanta, sessanta e settanta e dalla musica country. Gli arrangiamenti, molto vicini a un’essenzialità quasi grezza, evidenziano una sottrazione musicale a vantaggio della comprensione delle parole e del loro significato.

Niccolò Fabi in concerto. Foto di Niccolò Caranti

Ho perso la città‘ misura la distanza dal luogo ameno in cui è nato questo album, con le “corsie preferenziali”, le subway e le squallide periferie delle grandi città. Una serie di immagini che fotografano la confusione, la perdita dell’identità e del sogno, concetti metaforicamente sintetizzati in una frase del brano: “… hanno vinto i ristoranti giapponesi che poi sono cinesi, anche se il cibo è giapponese…”. Il video ufficiale di questa canzone è stato realizzato da Roberto Biadi, creativo torinese, che ha raccontato una giornata qualsiasi in una città volutamente non ben identificata, con scene girate a velocità accelerata in numerose metropoli. Il filmato mette in risalto il ritmo forsennato della metropoli contrapposto ad alcuni oggetti che sembrano fermare il tempo e creare un proprio mondo: una bicicletta, un ombrello e una penna. Bello il finale sublimato dall’incedere del coro, che accompagna un writer intento a disegnare un panorama senza costruzioni, con tanto verde, cielo azzurro e qualche nuvoletta.
Filosofia agricola‘ auspica il ritorno alla terra a quella che appare come la più sostenibile dimensione dell’uomo, dove la natura viene rispettata e non continuamente compromessa. Le parole scorrono facili sul desiderio di libertà e utopie, ma non manca la consapevolezza di quanto sia difficile cambiare il modello di vita che ci siamo costruiti: “Se avessi meno nostalgia saprei conoscere, godermi e crescere, invece assisto immobile al mio nascondermi e scivolare via da qui”. La volontà del cantautore romano di raccontare tematiche ambientaliste si era già manifestata con la realizzazione, insieme al geologo Mario Tozzi, dello spettacolo ‘Musica sostenibile‘. Il progetto nacque nel 2015 in occasione del ricordo della tragedia di Val di Stava del 1985, quando i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 180.000 m3 di fango sull’abitato di Stava, piccola frazione del comune trentino di Tesero.

Niccolò Fabi ha vinto la Targa Tenco 2016 per il miglior album in assoluto. Foto di Niccolò Caranti

‘Una mano sugli occhi’ e ‘Le chiavi di casa‘ parlano d’amore, di ragazzi con la mano nella mano, del loro osservarsi quasi di nascosto, come in un gioco. “Le chiavi di casa” si sviluppa per immagini, una tecnica di scrittura cinematografica utilizzata anche in altre canzoni del disco, una serie di fotogrammi che sintetizzano stati d’animo e pensieri: “…tu prenditi i tuoi rischi, tanto amandosi raddoppiano per forza, le ragioni, per cui possono ferirti, stai attento alle correnti e non scordarti le chiavi di casa”.
In ‘Facciamo finta’, un padre racconta il mondo dei suoi sogni con le parole di un bambino, in una sorta di favola: “Facciamo finta che io sono un Re, che questa è una spada e tu sei un soldato. Facciamo finta che io mi addormento e quando mi sveglio è tutto passato. Facciamo finta che io mi nascondo e tu mi vieni a cercare e anche se non mi trovi tu non ti arrendi perché magari è soltanto che mi hai cercato nel posto sbagliato…”.
‘Una somma di piccole cose’ ha vinto la Targa Tenco come miglior album con merito, senza dubbio c’erano anche altri lavori degni di questo riconoscimento ma bisogna ammettere che si tratta di una delle produzioni più coraggiose e originali. Niccolò Fabi ha proposto un disco realizzato con cura artigianale, prestando attenzione sia ai contenuti sia alla musicalità dei testi.

Niccolò Fabi, Facciamo Finta – Hills Sessions

INSOLITE NOTE
Universale esigenza Che ci amino gli altri

Nasce da una verità, l’esigenza “Che ci amino gli altri”, il secondo album di Alessio Creatura, uno degli autori e delle voci più promettenti della nuova scena pop italiana. L’album contiene 10 brani inediti: un percorso di ballate e canzoni dalle sonorità brillanti che trova nell’esasperazione emotiva la chiave della propria originalità.
“Che ci amino gli altri”, oltre a essere il pezzo che dà il titolo al disco, rappresenta le due anime di Alessio, due diversi modi di interpretare un brano che suscita emozione e attenzione. La versione acustica è commovente ed evocativa, magnificata dalla fisarmonica di Massimo Tagliata, mentre l’edizione “studio” dona alla canzone un’altra energia e un ritmo diverso. Nelle parole di Alessio si cela spesso un po’ d’amarezza, soprattutto quando parla d’amore, reminiscenze di periodi difficili e di una sensibilità straordinaria, forse un po’ esasperata: “È che siamo persone che non chiedono e sai, che se chiedono amore a chi è come me… beh… che chiedano agli altri…”.

La copertina di Che ci amino gli altri
La copertina di Che ci amino gli altri

La voce di Alessio, sostenuta dal violoncello di Fabio Gaddoni, introduce “Cerco trasparenza”, brano moderno e d’atmosfera guidato dalla chitarra elettrica di Mirko Guerra.
“Lolita” è uno dei pezzi più difficili da leggere: uno sguardo verso l’anemia morale dei giovani, addolcito dall’ammonì suonato da Michele Guidi e da un coro talmente efficace, soprattutto nel finale, da fare invidia a qualsiasi bluesman. “Ma signor giudice è lei, sveste gli scrupoli miei”. “Dici di non pretendere”, invece, inizia con un tempo sospeso per poi ampliarsi in un vortice di suoni acustici ed elettrici, necessari per sostenere un inciso tanto inconsueto quanto efficace: “Vorrai da me una risposta quando non c’è! Vorrai da me una carezza quando non è”.

“Non sono più lo stesso” unisce ironia e swing, accompagnati dalla sintesi additiva dell’ammonì di Pippo Guarnirà, mentre “Ti porto rancore” sfoga la rabbia di chi ha visto calpestati i propri sogni, un po’ come scrisse Fortis nei confronti di Vincenzo, anche qui chitarre elettriche, voce e cori sopra a tutto. Un pezzo da ascoltare dal vivo.
“Grazie al cielo” è un brano dolce, un vocepiano iniziale rivela l’aspetto nostalgico e introspettivo di Alessio, qui nei panni di un viaggiatore in cerca dell’origine dei sentimenti, disponibile anche a compiere qualche passo a ritroso. Il timbro pieno della chitarra a 12 corde è il corretto supporto per un brano essenzialmente melodico: “Piango al cielo perché sono ancora capace di avere rimorsi…”. Tra gli arrangiatori Pasquale “Paki” Canzi, storico componente dei Nuovi Angeli, al piano il bravo Luca Bonucci.
La ballata di “(Cir)Costanza” riporta alla poesia provenzale, una filastrocca tra gioco e ironia, dove dame e cavalieri sono guidati da oboe e flauti, cembali e dalla voce del baritono Dino Vighesso, azzeccato preambolo della versione acustica di “Che ci amino gli altri”.

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Alessio Creatura © Youness Taouil

Il secondo disco di Alessio Creatura è un passo importante verso la maturità artistica, un lavoro suonato da artisti in carne e ossa, che sorprende per la cura dei dettagli, gli effetti e la facilità con cui attraversa epoche e generi, dal pop alla ballata, sino al medioevo. Le potenzialità sono ancora da definire pienamente, ma il talento di Alessio è puro, e “Che ci amino gli altri”, stupisce e convince. Ne abbiamo parlato con l’artista in persona.

Dopo cinque anni dal precedente disco hai pubblicato “Che ci amino gli altri”, un lavoro in cui riveli una forte emotività espressiva…
Il nuovo album è intimo, riflessivo, di sincera narrazione dei miei stati d’animo: le paure e le fragilità e il percorso intrapreso alla riscoperta della parte più vera di me stesso. È questo che a me interessa: far arrivare alle persone la parte più autentica, evitando qualsiasi forma di omologazione artistica. Nella track list ballate suggestive e malinconiche asi alternano brani dalle sonorità rock e trascinanti. Il disco si apre con “Cerco trasparenza”, dove mi divido tra autoritratto dell’anima e pragmatica presa d’atto delle verità terrene, come il labirinto dei pensieri che si distingue in un livello divino e in uno umano, quasi a simboleggiare il pericoloso contatto tra bene e male, tra perdizione e redenzione.

© Youness Taouil
Alessio Creatura © Youness Taouil

Un altro brano importante è “Che ci amino gli altri”…
“Che ci amino gli altri” ha un forte impatto emozionale, delicato e commovente, soprattutto nella versione acustica dove è intervenuto il fisarmonicista Massimo Tagliata, compositore e musicista di notevole versatilità. La canzone esprime il desiderio di essere amati, in sintesi è l’espressione della paura che qualcuno si approfitti di noi, ben sapendo quanto sia illusorio credere che la nostra felicità dipenda dall’amore degli altri.

A questo progetto hanno partecipato tanti bravi artisti…
Ai cori si sente la presenza di Manuela Cortesi, una delle voci più calde della scena musicale italiana, nota al pubblico come vocalist di artisti quali Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Gianni Morandi, Mina, Celentano, fino ad arrivare ai grandissimi Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Manuela ha dato tutto per questo disco: anima cuore professionalità, intuizione, guizzo. Ho seguito personalmente l’arrangiamento di tutti i brani, nati anche grazie a proposte da parte dei collaboratori: Mirko Guerra, Massimo Roccaforte, Fabio Sartoni, Paki Canzi. Il mixaggio è frutto del lavoro di Loris Ceroni, la masterizzazione invece è opera di Stefano Cappelli.

Fotografie di Youness Taouil

Guarda il video ufficiale di “Che ci amino gli altri” (acoustic version)

Guarda il video ufficiale di “Cerco trasparenza”

INSOLITE NOTE
Franco Simone dà voce alle canzoni di Tenco

Sono anni che Franco Simone parla di un disco con le canzoni di Tenco: finalmente il 21 marzo scorso l’ha pubblicato, è “Franco Simone canta Luigi Tenco”. Non certo in un giorno a caso: si tratta della data scelta dall’Unesco per la giornata mondiale della poesia, in occasione dell’equinozio di primavera, e anche della data di nascita del grande cantautore, 21 marzo 1938.
Franco Simone racconta: “Dall’inizio della mia carriera rimando questo appuntamento musicale, che da sempre sapevo che sarebbe arrivato! Era “Quando” di Tenco il primo 45 giri che acquistai. Era ancora di Tenco la prima canzone-modello che mi fece ascoltare il maestro Ezio Leoni, mio primo produttore discografico, come lo era stato anche di Tenco. Il brano era “Ho capito che ti amo”. Adesso, per cantare tutte queste perle musicali, non ho fatto alcuna fatica. Le ho cantate tutte una volta sola, con grande emozione. Me le sono sentite addosso come abiti che non avevano bisogno di alcuna correzione”.
carissimo luigi
L’album contiene dieci canzoni di Tenco, una di Fabrizio de Andrè e “Carissimo Luigi”, l’omaggio scritto da Simone a completamento dell’opera. Quest’ultimo brano, arrangiato con taglio sinfonico, esalta la struggente e virale interpretazione del cantante salentino, con un finale vocepiano che tocca corde emotive di rara sensibilità: “Presto, te ne sei andato via troppo presto, lasciandoci sperduti in questo mare in cui tu navigavi con il cuore, ma noi quaggiù, tra vivere e morire, noi non sappiamo da che parte andare, perché ancora non sappiamo amare…”.
Il brano di De Andrè è “Preghiera in gennaio”, scritto dal cantautore ligure dopo avere reso omaggio alla salma di Tenco. Si tratta di un tributo interpretato con laica passione da Simone e arrangiato da Alex Zuccaro, capace di unire gli archi al suono evocativo della fisarmonica. In questa canzone l’artista supplica Dio di accogliere l’amico suicida, chiedendo che sia ascoltata “la sua voce che oramai canta nel vento”. Il testo è liberamente ispirato a “Prière pour aller au paradis avec les ânes”, di Francis Jammes, un poeta francese dei primi del Novecento, di cui Georges Brassens musicò e interpretò una poesia tratta da “De l’Angelus de l’aube à l’Angélus du soir”.

Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio
Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio

Simone si immerge nel mondo di Tenco e lo fa suo con un coinvolgimento tale da creare un’aura di originalità alle canzoni, come nel caso di “Vedrai vedrai”, arrangiata da Zuccaro con una ritmica pop, perfetta per la vocalità di Franco.
“Tu non hai capito niente” ci riporta all’atmosfera del night, adatta per sottolineare le schermaglie amorose di cui parla il testo, mentre “Io si” trova nel tango il ritmo giusto per una storia di sottile e delicato erotismo.
“Lontano lontano” è una perla per il repertorio di qualsiasi artista, così come “Se stasera sono qui” e “Mi sono innamorato di te”, canzoni che Franco interpreta con convinzione, emozionando chi le ascolta.
In “Un giorno dopo l’altro”, l’arrangiamento di Zuccaro alterna il sax alla voce di Franco, riproponendo l’accompagnamento al pianoforte della versione originale. Di questo brano Tenco aveva inciso anche una versione in francese e una in spagnolo, il 45 giri fu infatti pubblicato anche in Francia e Argentina, dove ebbe il successo che meritava. La canzone fu scelta come sigla della serie televisiva, “Le inchieste del commissario Maigret”, con Gino Cervi nel ruolo del commissario parigino. Il testo, più che mai attuale, sembra descrivere le difficoltà che i giovani vivono in questo periodo: “E gli occhi intorno cercano quell’avvenire che avevano sognato ma i sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato…”.
“Angela” è proposta come canzone popolare, con improvvise accelerazioni di musica e voce, soluzione perfetta per drammatizzare un addio imprevisto: “Angela, Angela, angelo mio, io non credevo che questa sera sarebbe stato davvero un addio…”.

Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio
Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio

“Ciao amore ciao” fu l’ultimo brano cantato da Luigi Tenco in quel triste Festival di Sanremo del 1967, Franco reinterpreta la prima parte dell’inciso, quasi fosse un saluto al cantautore ligure, senza accompagnamento musicale e con una percepibile “nebbia emotiva”.
“Ho capito che ti amo” rappresenta la sintesi di quest’omaggio, realizzato da un artista sinceramente “innamorato” di Tenco, della sua purezza e originalità.
Ascoltando il disco ci si rende conto delle innumerevoli sfumature e dell’universalità dei sentimenti “disegnati” da un ragazzo scomparso a soli 29 anni. Il merito di Franco Simone è adattare le canzoni alla sensibilità dei giorni nostri, non facendone una questione di voce, ma soprattutto di cuore. Una lode la dedichiamo agli ottimi musicisti che hanno suonato i dodici brani: il polistrumentista e arrangiatore Alex Zuccaro, il chitarrista Adriano Martino e il sassofonista Raffaele Catalano.

Guarda il video ufficiale di “Carissimo Luigi”, regia di Giuseppe Pezzulla

INSOLITE NOTE
Lo scapolo cantassurdatore Matteo Schifanoia

Il cantassurdautore è il termine con cui ama definirsi Matteo Schifanoia, consapevole del fatto che, quando la crisi colpisce anche il rock, al cantautore non resta che farsene una ragione e assumere toni goliardici e assurdi. Con questa piccola premessa presentiamo il disco d’esordio di un artista originale che si destreggia con allegria tra swing e jazz, spaziando in varianti latin, blues, funk, elettronica e pop. Il supermarket delle etichette coinvolge anche i contenuti dell’album che parla di amore sociale, status quo, vita da single e di situazioni tanto originali quanto surreali. Il punto di vista è ironico per non dire bizzarro, con un pizzico di poesia e tanto sense of humour.
“Con lo scapolo guai a parlare di sesso altrimenti poi c’è il rischio anche di renderlo depresso”, questa strofa, estrapolata da “Lo scapolo”, cantata tra cori, ottoni e dal ritmo un po’ sincopato, rende chiara la crisi rock di Matteo Schifanoia, cantore ispirato e ironico, che, come dice sempre lui, di questi tempi il lavoro non lo trova neppure Scotland Yard.

La copertina di Lo scapolo di Matteo Schifanoia
La copertina di Lo scapolo di Matteo Schifanoia

E’ una crisi rock, che rischia di diventare un po’ pop, come ama ripetere Matteo in “Crisi rock”, accompagnato da basso e fisarmonica e dai luoghi comuni più in voga in questo periodo.
La malinconia della star che si ubriaca dentro il bar introduce la “Notte seria”, tra nottambuli loquaci e birre bionde. Qui l’ironia è pungente, meno allegra e più complessa, un po’ di poesia ci porta nei bar, dove le serate scivolano via.
“Costa meno” avere amici puttanieri, piacioni, mascalzoni, ragazzi poco seri che avere amici simpatici e carini, canta Schifanoia in quella che appare una simpatica vendetta, per poi parlare di amore in “Santa la bella stella stanca”, anche qui con il coro che sorregge l’anima popolare della canzone, una ballata che rivela la parte romantica del suo autore.
Il “Guardaroba impazzito” racconta una storia surreale dalla parte dei vestiti, dai pantaloni alla gonna, dalle mutande ai corpetti. Un consiglio? Non dare al guardaroba del tu!

Matteo Schifanoia
Matteo Schifanoia

Il disco di Schifanoia non ha battute d’arresto, cattura sin dalle prime note fino a farsi ascoltare per intero, senza mai fermarsi. “Lolita” è uno degli otto brani che confermano la tesi, con l’aggravante di sentirsi un po’ vecchi, la prima volta che ci danno del “Lei”, così come “Un sognatore in bianco”, dallo stile Dixieland – New Orleans Jazz, dove un uomo, intento a fare colazione al bar con un cornetto vuoto, sogna a occhi aperti, per compensare la mancanza di quelli notturni.
E’ una crisi rock, come dice l’omonima canzone, e presto saremo un po’ tutti pop, di sicuro se dovessimo passare qualche mese in una qualsiasi isola dei famosi, questo è un disco da portarsi assolutamente appresso.

Guarda il video ufficiale de “Lo scapolo”

INSOLITE NOTE
La musica di Ledi fra Italia e Albania, passando per Berlino

Abbiamo conosciuto Ledi grazie a “Un tempo”, il video del brano che ha anticipato “Cose da difendere”, il suo album d’esordio. Il filmato, diretto da Marco Pittalunga, è stato girato a Berlino, rivelando sin dalle prime inquadrature l’animo poetico del cantautore di origine albanese, con tempi dettati da parole, suoni e immagini evocative: “C’è un tempo per le cose vere e uno per le cose serie, c’è tempo per avere ragione oppure per la tua occasione, c’è tempo per tornare a casa e uno per lasciare qualcosa…”.

La copertina di Cose da difendere
La copertina di Cose da difendere

“Cose da difendere” è anche il titolo del primo brano della tracklist, una suite elettronica intrigante e orecchiabile, impeccabile simbiosi tra poesia e musica. L’elettronica non è l’assoluta protagonista delle trame musicali del disco, anche l’acustica trova spazio con violoncello, chitarra e il versatile clarinetto di Mattia Cominotto. I testi sono in italiano a eccezione di “Zemra ime” (Cuore mio), omaggio all’Albania, terra natia e punto di ritorno nel mondo dei ricordi. I brani del disco sono strettamente legati tra loro, in una sorta di disamina e di viaggio nel passato, un filo rosso che unisce le radici di Durazzo a Genova, così come Berlino, città toccate dalla storia di Ledi e della sua famiglia.
“Penelope” è il titolo del primo singolo e del clip girato a Berlino, luogo amato da Ledi, dove è stata scattata la fotografia della copertina dell’album e in cui vive la sorella. A Berlino, città cosmopolita dove convivono Street Art e Musei, l’amore di Penelope vive in chiunque aspetti qualcuno, mentre “Telemaco” cresce domandandosi dove si trovi il padre: “… non servono eroi ma padri”.

Ledi
Ledi

“Nausicaa”, uno dei brani più interessanti, è accompagnato della chitarra acustica di Guglielmo Fresta, scandito da una melodia d’altri tempi con parole che trasmettono il calore delle emozioni: “E allunghi la notte, come l’estate con i suoi giorni, come le sere a casa in inverno”.
“Com’era prima” mette l’accento sugli arrangiamenti, punto di forza di questo lavoro, in cui i suoni evocano la nostalgia di tempi lontani, facendo l’occhiolino agli anni Settanta, mentre “Quello che sta in aria” ci porta al decennio successivo, con una ritmica basata sull’elettronica.
Chiude il disco “Cuore mio”, nenia fuori dal tempo cantata in albanese, che ricorda i grandi chansonnier francesi per l’intensità dell’interpretazione e la basilarità dei suoni, un vocepiano accompagnato dal violoncello: “… cuore mio sono rimasto solo con te e non so che fare”.
L’Odissea di Ledi cattura l’attenzione, ma se si vuole apprezzare la sua musica non ci sono alternative, gli si deve concedere un po’ del proprio tempo, il risultato sarà di entrare in un mondo di colori, odori, suoni, parole e sensazioni ritrovate. Ottimi gli arrangiamenti e i musicisti, tra cui, oltre a quelli già citati: Chiara Enrico, Riccardo Armeni, Jacopo Astori.

Ledi “Penelope” guarda il video ufficiale

INSOLITE NOTE
L’inedito jazz degli Alunni del Sole riappare a due anni dalla scomparsa di Paolo Morelli

La rinata Produttori Associati, la casa discografica che è stata anche di Fabrizio De Andrè, sceglie di pubblicare una versione inedita dell’album “Dov’era lei a quell’ora”, un omaggio al grande cantautore Paolo Morelli a due anni dalla sua improvvisa e prematura scomparsa. Abbiamo intervistato il fratello Bruno, che ha condiviso con lui la storia e il sogno degli Alunni del Sole.

Paolo Morelli e Gli Alunni del Sole sono una parte importante della storia della scena musicale italiana…
Credo che Paolo sia stato tra i più bravi cantautori della sua epoca, stimato e ben considerato dai colleghi, compreso Fabrizio De Andrè, che all’epoca del suo primo lp, quello de “La canzone di Marinella”, incideva per la Produttori Associati, la nostra stessa casa discografica milanese. Fabrizio voleva sempre sapere quando andavamo a Milano, in modo da trascorrere il tempo del viaggio insieme con noi. Credo che il lavoro di mio fratello sia stato riconosciuto soltanto in modo parziale, perché avrebbe meritato una maggiore considerazione da parte di tutto l’ambiente. In quegli anni la musica era importante e di qualità, si viveva una continua competizione con la quale ci si doveva confrontare e dimostrare di essere all’altezza.

Alunni del Sole
Alunni del Sole

Cosa si sta facendo per ricordare il lavoro di Paolo?
L’unica cosa che io posso continuare a fare è raccontare la storia di mio fratello, dopo essergli stato accanto una vita intera e avere condiviso con lui lo stesso mestiere.
A parte i tributi, concerti e quant’altro, io posso raccontare una storia vista dal di dentro, parlare di quello che mio fratello è stato capace di produrre da quando aveva 20 anni, sino alla scomparsa. Lui ha dedicato tutta la sua vita alla musica.
Oggi tutto passa velocemente, cambia, si trasforma e anche la musica non si sa dove stia andando. C’è un concetto dell’usa e getta che contrasta con quanto fatto dai grandi protagonisti che si sono succeduti da Modugno in poi, ma per fortuna, anche se viviamo un periodo di grande distrazione, Paolo in parte è ancora ricordato. Quando è scomparso, le televisioni ne hanno parlato, mi ricordo gli annunci dei tg, di Domenica In e il bel servizio di Vincenzo Mollica su Rai uno.
Ritiro spesso targhe e riconoscimenti da parte di persone e iniziative che dedicano un ricordo a mio fratello, ma evito di progettare un eventuale premio Paolo Morelli, che durerebbe inevitabilmente una sola stagione, scontrandosi con questo momento storico in cui non interessa neppure l’attualità della musica leggera.
Nascono spontaneamente molte iniziative che lo ricordano e non c’è bisogno che io le incentivi ulteriormente. Nel 2013 il Flaminio Film Festival di Roma gli ha dedicato il premio per il migliore cortometraggio e la scorsa estate, il Direttore del Teatro San Carlo di Napoli, gli ha dedicato il concerto svoltosi nella spettacolare piazza Guglielmo Marconi di Riardo, nell’ambito del “Riardoborgofestival”. Recentemente Enrico Ruggeri ha cantato “’A Canzuncella” al Festival di Sanremo, a testimonianza di come le canzoni di Paolo siano senza tempo.

Paolo e Bruno Morelli
Paolo e Bruno Morelli

La rinata Produttori Associati ha pubblicato la versione inedita di “Dov’era lei a quell’ora”, orchestrata da Giorgio Gaslini. Come mai fu deciso di non pubblicarla e di rifarne una seconda con Gianni Mazza?
Il discorso fu affrontato nella sede della società, nella solita riunione di fine lavoro, alla presenza del direttore artistico, del produttore, del proprietario, insieme a noi e ad altri addetti ai lavori. L’opinione generale fu che la versione di Gaslini non era in linea con certi standard di suono e arrangiamento in uso all’epoca. Negli anni Settanta uscivamo dall’epopea beat, dominata da Rolling Stones e Beatles, e cominciavano ad arrivare le prime edizioni di Elton John, c’era quindi già l’esigenza di adeguarsi a quello che era diventato il nuovo “sound”. Si sosteneva che il disco dovesse suonare in un certo modo e avere uno standard di sonorità, soprattutto per quanto riguarda la ritmica: batteria e basso dovevano essere suonati con energia. Si pensò quindi che l’orchestrazione di Gaslini, pur molto bella, suggestiva e affascinante, avesse trascurato questi parametri e risultasse troppo elitaria, un arrangiamento per buongustai e appassionati della musica. All’epoca la discografia e un po’ tutti gli addetti ai lavori, cercavano di preservare la qualità del prodotto senza perdere di vista l’aspetto commerciale.

Voi quali delle due versioni preferivate?
Per noi sono belle tutte e due, queste cose in fondo le realizzavamo noi: non fu una proposta subita a malincuore, ci siamo prodotti in un’azione che accontentasse anche l’esigenza di cui ho parlato prima. Inoltre, ascoltandole in parallelo ci si accorge che c’e’ una risposta di suono più invadente nella seconda versione, ma ci sono anche alcuni tratti di quanto si era fatto con Gaslini. Per esempio l’ingresso con flauto dolce e l’utilizzo della chitarra classica erano idee di mio fratello. Anzi ti dirò di più, nella seconda versione Paolo arricchì molto i tratti di congiunzione tra un pezzo e un altro. Nella prima parte tra “Dov’era lei a quell’ora” e “Il paese dei coralli”, c’è un intermezzo meraviglioso che sicuramente rispecchia tutta la sua cultura classica, ascoltandolo ci si accorge che è una piccolissima suite di taglio sinfonico. La bella orchestrazione degli archi, della quale Paolo scrisse una linea portante, fu realizzata da Gianni Mazza, quindi, a mio avviso, anche nella seconda versione ci sono cose molto eleganti.

Dopo avere lavorato con Gianni Mazza, iniziò l’epoca di Gian Piero Reverberi…
La collaborazione con Reverberi è iniziata con “E mi manchi tanto”, in quello che consideriamo il periodo “milanese”. Dopo i primi tempi con Detto Mariano, Paolo volle incontrare Gian Piero, sia perché arrangiatore di Lucio Battisti sia per l’ottima considerazione di cui godeva in tutto l’ambiente. Da lì in poi abbiamo lavorato con lui sino alla fine degli anni Settanta, con la sola eccezione dell’album “Jenny e la bambola”, arrangiato da Tony Mimms.

La copertina di Dov'era lei a quell'ora
La copertina di Dov’era lei a quell’ora

Recentemente “Jenny e la bambola” è stato portato in digitale, in occasione del cofanetto realizzato dalla Sony, che contiene 10 vostri album. Come mai il disco è stato convertito dal vinile e non dal master originale?
I master realizzati per la Produttori Associati furono trasferiti negli archivi della Dischi Ricordi: tutto il catalogo (De Andrè, Santo & Johnny, Morris Albert) fu ceduto alla casa torinese che a sua volta fu acquistata dalla BMG. Da quel momento l’archivio è stato portato in Germania. I nastri, anche se conservati bene, col tempo si deteriorano, ogni tanto andrebbero suonati e conservati nel migliore dei modi. Prima che il processo di deterioramento si compia è consigliato il trasferimento su un supporto adeguato, in questo caso il digitale. Quando hanno cercato il master per realizzare il tributo della Sony, si sono accorti che “Jenny e la bambola” non suonava più, purtroppo non erano stati fatti i dovuti salvataggi. In questo caso, come per tanta altra bella musica, l’unico modo di recuperare qualcosa è quello di ripartire dal vinile. Comunque, grazie a quest’operazione, una delle nostre più importanti produzioni è riuscita a sopravvivere.

“Il sogno che svanisce” è l’ultimo album d’inediti che avete pubblicato, com’è nato questo disco?
Paolo non ha mai smesso di scrivere canzoni, ma da qualche anno la discografia è quasi scomparsa, i dischi non si vendono più e quindi c’è meno attenzione e possibilità di produrre nuovi lavori.
Alla fine del 2012, stavamo finendo di incidere “Il sogno che svanisce”, quando una mattina Paolo mi chiede di accendere il registratore perché aveva una canzone in testa. Si è seduto al pianoforte e l’ha cantata di getto, così com’è accaduto per tante canzoni di successo come “Pagliaccio” e “‘A Canzuncella”. La versione registrata in casa è la stessa stampata nell’album, non abbiamo fatto altro che dare una sistematina e aggiungere delle sottolineature con pochi archi e così via. Mio fratello era innamorato di questa canzone che gli era venuta di getto. Io, nel riascoltarla, ci trovo tanta tristezza, irrequietezza e nostalgia infinita. Nel testo ci sono dei passaggi, visto quanto successo dopo pochi mesi, che ne fanno una canzone enigmatica.

Qualche sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe fare ristampare l’album “Di canzone in canzone”, uscito in sordina nel 1992 e mai apprezzato come meritava. Il disco contiene 10 belle canzoni degne di essere riproposte e fatte conoscere.

Grazie Bruno per averci raccontato tante belle cose della vostra storia e di Paolo…
William, prima di congedarci, consentimi innanzitutto di salutarti. Non pensare che non sappiamo cosa hai scritto di noi, sei stato forse il primo agli albori di Internet a raccontare la nostra storia. Per questo ti vorrei testimoniare, oltre a un affetto istintivo che nasce nei confronti di coloro che parlano di noi, la mia gratitudine e riconoscenza.

Si ringraziano, per la gentile disponibilità e il sostegno, tutti i gruppi e i fan che sostengono Gli Alunni del Sole e Paolo Morelli su Facebook

“Liù”, Discomare 1978

INSOLITE NOTE
Un viaggio nella memoria con Marco Cantini

Marco Cantini, cantautore fiorentino, è l’autore di questo viaggio nel tempo, diviso in tre atti, un concept storico-generazionale di 15 canzoni che racconta le vicende di un professore bolognese, “Siamo noi quelli che aspettavamo” è un bestiario rivoluzionario sul graduale passaggio da una condizione migliore a una peggiore, da ricercatore a insegnante a chiamata. La trasposizione temporale crea il pretesto per incontrare artisti e scrittori nei giorni in cui prendevano coscienza delle loro capacità: Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Frida Kahlo, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli.
E’ la nostalgia o la voglia di comprendere i tanti fallimenti che porta il protagonista a voltarsi indietro e a sognare di ritornare a Bologna, nel 1977, tra le prime radio libere, i carri armati di Stock 84, le barricate del movimento studentesco e gli scontri con la polizia. Nei giorni in cui perde la vita Francesco Lorusso, il punk-rock domina i concerti giovanili e comincia ad affermarsi, attorno al Dams, un fermento artistico che condizionerà i decenni successivi.

La copertina dell'album Siamo noi quelli che aspettavamo
La copertina dell’album Siamo noi quelli che aspettavamo

“Pazienza” è il titolo del pezzo dedicato ad Andrea Pazienza, il fumettista e pittore scomparso a soli 32 anni, autore di “Zanardi” e “Gli ultimi giorni di Pompeo”, disegnati con il caratteristico tratto essenziale, così come questo brano e il video che ne è stato ricavato. Canini tratteggia un ritratto di avanguardie sospese o, come recita il testo: “La più bella striscia di fumo sulla terra”, partendo dal ritorno a Montepulciano, ultimo tratto del suo cammino.
“Cinque ragazzi” riporta ancora al mondo dei fumetti, tanto in voga in quel periodo, ai tempi delle riviste “Cannibale” e “Frigidaire”, che rivoluzionarono la satira italiana, proseguendo l’esperienza de “Il Male”. La canzone pur struggente è quasi ballabile, grazie al ritmo imposto dalla fisarmonica suonata da Giacomo Tosti.
“Technicolor” introduce il secondo atto e porta il professore negli anni ’80, dove l’edonismo e la televisione commerciale spazzarono via il bianco e nero della perduta innocenza. Cantini canta con Giorgia Del Mese, proponendo una ballata dal sapore cantautorale, in cui elenca i miti di quel periodo, accompagnato dall’evocativo piano Hammond di Lele Fontana e dal malinconico violino di Francesco Moneti.

Il Professore incontra Pier Vittorio Tondelli in “Soffia profondo Pier”, uno dei brani più belli e centrali del disco, arricchito dall’intervento al sax di Claudio Giovagnoli. Il passo successivo, nella canzone “L’esilio”, vede la pittrice messicana Frida Kahlo accogliere Trockij nella casa Azul, con la voce di Letizia Fuochi che affianca quella di Cantini.
Prima del risveglio, ancora nella seconda parte, l’incontro è con Federico Fellini nel brano “Vita e morte di Federico F.”. Qui il sogno si sposta in Messico alla ricerca di Castaneda, per la sceneggiatura di un film che non sarà mai girato.

Marco Cantini
Marco Cantini

Il terzo atto porta “Fuori dal sogno” e la decisione di andare via dal paese, un “Preludio all’addio” che si compirà con “In partenza”, l’ultimo brano che ci lascia con un paradosso: “Pensa liberamente, ma ubbidisci per sempre”.
L’opera si avvale di importanti collaborazioni: da Erriquez della Bandabardò e Francesco Moneti dei Modena City Ramblers a Giacomo Tosti, Bernardo Baglioni, Luca Lanzi della Casa del Vento.

Il secondo disco di Marco Cantini compie un viaggio nella memoria, dove luoghi, situazioni e personaggi sono soltanto apparentemente lontani dal presente. Il progetto musicale è fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato, ma Cantini riesce a compiere il suo ambizioso viaggio nel tempo con lucidità intellettuale e talento musicale. Quegli anni ce li racconta un ragazzo nato nel 1976 e noi, che abbiamo qualche anno in più, cogliamo l’occasione per ricordare e riflettere.

Il video ufficiale di “Pazienza”

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IL CONCERTO
Calcutta e l’amore ai tempi della precarietà

Un po’ di odore di fumo tra i capelli, le mani alzate coi polsi avvolti nel vecchio Casio al quarzo, camicie a scacchi e Vans ai piedi. E’ un salto indietro di trent’anni – al concerto all’Arci Zona Roveri di Bologna – dove Calcutta canta di “una cantina buia dove noi” e di tante ragazze per lui, come Irina che lo “invita a cena” e Lucia che lo “invita a uscire”, ma di cui alla fine non fa nulla, perché preferisce restarsene malinconicamente a casa col cane (anche se lui non c’è più). Chi già così tanto tempo fa ascoltava quasi clandestinamente le vecchie cassette di Lucio Battisti non può non ritrovarsi qui tra le parole della “Canzone del sole” e di “Dieci ragazze per me”. E anche dentro a quelle camicie scozzesi fuori dai jeans.

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Concerto di Calcutta al Zona Roveri di Bologna

A coronare il flash back ci sono persino i dischi in vinile sul banchetto che vende i gadget del cantautore 26enne, arrivato da Latina con la sua felpa scolorita e l’aria scazzata. Per non dire delle fragole nella vaschetta che passa ai ragazzi della prima fila sotto al palco, per poi chiedere: “Vi sono piaciute? Fragole buone buone”. Cavolo, Luca Carboni! Ti giri e Carboni c’è davvero, ma non sul palco; è mescolato tra la folla di ragazzi con addosso un giubbotto mimetico e l’altrettanto mimetico anonimato di chi si trova in mezzo a una popolazione musicale che forse non è mai andata a gridare a un concerto le sue Persone silenziose, Farfallina, Dustin Hoffman che non sbaglia un film o il Fisico bestiale che ci vuole. In quel caso lì, al posto degli smartphone tenuti in alto nelle mani, c’erano gli accendini accesi a oscillare la loro luce sopra la folla. Gode di tranquillo anonimato anche Alberto Ronchi, fino a pochi mesi fa assessore alla Cultura della giunta bolognese di Merola e, da metà degli anni Novanta fino ai primi del 2000, assessore alle politiche e istituzioni culturali a Ferrara. Ma questo ci sta, perché Ronchi è sempre stato un politico fuori dal coro, e la sua passione per la musica lo ha portato a fondare la manifestazione “Ferrara sotto le stelle”, che dal 1996 a oggi mette insieme ogni estate una rassegna di concerti di musica contemporanea e indipendente nel cortile del castello estense.

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Alberto Ronchi al concerto di Calcutta al ZonaRoveri di Bologna
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Luca Carboni tra il pubblico del concerto bolognese di Calcutta
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Dischi e magliette di Calcutta al concerto dell’Arci ZonaR
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Fan con vinile di “Mainstream” all’uscita del concerto di Calcutta

Alle 23,30 ancora Calcutta non sale sul palco, ma via facebook annuncia “Ragazz* di zona roveri fra poco cominciamo/ non siamo stronzi, abbiamo solo aspettato che tutti entrassero”. Una volta in scena, parla, canta e si muove con quel fare trasandato ed elementare che spazza via tutto il senso di fasullo, confezionato e luccicante, che ormai sembra essere diventato un tutt’uno con la musica. Dice: “Al Covo (sempre a Bologna, ndr) mi hanno tirato preservativi e cortisone. Questo vuol dire che la gente ormai conosce le mie dipendenze. Dedico questa canzone al Bentelan!”. E via con “Del verde”, dove lui ancora battistianamente canta “preferirei del verde tutto intorno” e “preferirei perderti nel bosco che per un posto fisso/ preferirei una spiaggia di Sardegna/ preferirei scaldarmi con la legna”. Poi “Amarena”, che – spiega – “è il primo pezzo che ho scritto e quello che mi sembra sempre il più bello”.

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Fan al concerto di Calcutta
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Calcutta sul palco dell’Arci ZonaR
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Il pubblico durante il concerto di Calcutta
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Copertina dell’album “Mainstream”

I titoli delle sue canzoni anticipano subito la scelta di non essere altisonante, ma sempre periferico e sghembo, indie e pop. Come “Pomezia”, “Frosinone”, “Arbre magique”: dichiarazioni d’amore sottotono, la rabbia gettata lì così, per diventare poi quasi un malessere passeggero. I video su Youtube, che nel passaparola hanno portato in giro la voce e i testi di Calcutta fino a renderlo uno dei cantanti emergenti più apprezzati, sono girati come vecchie pellicole casalinghe. Anche le foto dei dischi hanno questa marginalità qui; non c’è l’immagine patinata del divo, ma un amico che esibisce la sciarpa col suo nome dietro a turisti in bermuda e tracolla da gruppo-vacanze.

Video di “Mi piace andare al mare”

Verso la fine del concerto con quella sua semplicità disarmante (che è poi uno stile distintivo), Calcutta dichiara: “Ormai ho finito tutti i pezzi che avevo e che quindi ve ne ricanterò alcuni che ho già fatto, solo che ve li faccio sentire arrangiati… un po’ peggio”. E vai con “Cosa mi manchi a fare” e “Gaetano”, roba di tutti i giorni mescolata nelle rime che scompigliano i luoghi comuni con disincantata malinconia. Canta “volevo avere dei figli/ né troppi né pochi/ né tardi né domani” e “ho fatto una svastica in centro a Bologna/ ma era solo per litigare/ non volevo far festa e mi serviva un pretesto/ ma in verità ti vorrei accompagnare/ fare ancor quattro passi con te/ ma è difficile se vai veloce/ stare al passo con te”. Spettacolo senza tanta messa in scena, che racconta i sentimenti senza la retorica. Finalmente qualcuno che ti torna a cantare vita e pensieri piccoli, tante volte contraddittori. Forse è questo che conta: è l’amore ai tempi della precarietà.

INSOLITE NOTE
L’Amorale “Emergenza di emergere”

russo amorale

Russo Amorale, all’anagrafe Ugo Russo, è un cantautore francese di origini italiane. Proprio queste ultime, per motivi poetici e personali, lo hanno spinto a cantare prevalentemente in italiano. Non solo, Amorale inizierà proprio da Ferrara il suo tour italiano: venerdì 15 aprile al “91sanromano Bar-Bistro” (ore 21, ingresso libero).
La chitarra è lo strumento che guida la sua musicalità, con tempi che spaziano dal passato al presente e viceversa, a volte dura nei suoni così come le parole, sintesi di origini semplici e allo stesso tempo nobili, sicuramente ricche di artisti del quotidiano. “L’emergenza di emergere” è il titolo del suo recente ep: il viaggio di un ‘bastardo’ multiculturale e sradicato, riassunto stilistico della sua espressione artistica. Questo sradicamento culturale, senza punti di riferimento statici o inerti, si ritrova nei luoghi dei suoi testi, scritti per cinque canzoni che si muovono tra Reggio Emilia, Nancy, Lione, Bologna e Parigi.

“Fossato 41” aleggia tra accordi rock e arie folk, camminando tra le vie di Bologna, citando luoghi, persone e situazioni, con la leggerezza e il sarcasmo del cantastorie: “Vieni a Bologna che introduco a te, ora ti spaccio per quell’Andrea o l’altro Andrea, mastro somaro che canta e suona male… Comunque, era un postaccio…”.
“Torrione 10” è, invece, una ballata che s’insinua tra i due fiumi di Lione e una Parigi che in provincia non è più capitale. Il brano propone una geografia poetica ricca di citazioni, francesismi, approssimazioni linguistiche, quasi un gergo, forse una nuova lingua di frontiera, Amorale, per l’appunto: “Una tennista mi massaggia le mani mentre sorseggio un decotto d’erica, dice “non si sta male senza un domani”, a breve sparirà in America…”.
“Galileo” è un blues, in lingua inglese, registrato su nastro e senza sovra-incisioni, così come “Le cose (che ti fanno prendere male)”, basato su un testo surreale, con assolo di armonica a bocca: “…ma in qualche infarinatura di ingenuità, ti aggrovigli torva serpe che non sei altro, ed io verrò con certa sciabola di amenità, a sciogliere i veleni e le conclusioni errate: sarò il tuo disastro”.

russo amorale 2

“Arenata Regina, in un’ultra-Siberia, nell’oltraggio di brina, canto la mia miseria”. E’ la prima strofa di “L’emergenza di emergere”: uno scioglilingua dedicato agli outsider di provincia, uno spaccato generazionale di chi è ancora lontano dai 30 anni, ma sta già perdendo di vista i primi 20. Gli accordi rock-blues accompagnano un testo all’apparenza metropolitano, ma chiuso nel suo salotto a chilometro zero.

Russo Amorale è l’autore di musiche, testi e arrangiamenti di questo EP, registrato tra Italia e Francia, un’opera che sorprende l’ascoltatore con curiose sfumature musicali e linguistiche, preludio di un talento pronto per emergere: “Fossato 41” docet!

Fotografie di Pierre Banon

Video ufficiale di “L’emergenza di emergere”

INSOLITE NOTE
Gli Zombie fra noi, note di Leonardo Veronesi sulla follia quotidiana

“Non hai tenuto conto degli Zombie”, il quarto album di Leonardo Veronesi, pone uno sguardo sulle cose di tutti i giorni, con l’imprevedibilità e l’humor che può creare l’inatteso apparire dei morti viventi. Il testo dell’omonimo brano descrive una situazione piccolo borghese, con una famiglia intenta a curare la propria casetta e a scoraggiare i malintenzionati. Dinanzi a questo piccolo quadretto, l’autore immagina l’apparire degli Zombi, una situazione che rompe lo schema del consueto e del quotidiano. Fantasia, ironia e il ritmo leggero della ballata, sono il biglietto da visita delle 12 nuove canzoni, prodotte e arrangiate da Veronesi con Francesco Cairo.

veronesi-zombie In “Precario” la chitarra scandisce i tempi e la sintesi di un mondo privo di certezze, mentre con “Lorenza” si ha la conferma del talento di Veronesi, grazie a una filastrocca poco ortodossa quanto efficace.
“Libero” rivela il cantautore lombardo nel ruolo di autore, un mestiere che la crisi della discografia ha quasi estinto, il brano riflette sul valore della libertà: “Dimmi che cos’è questa libertà, se ce l’hanno tutti o pochi, chi lo sa, e poi cerchiamo chi le mani e i piedi e poi le braccia ci legherà…”. La chitarra acustica e la batteria guidano ritmo e melodia.
Tra paradossi, innamoramenti e ballate sensuali, il disco non concede pause alla piacevolezza dell’ascolto, con melodie e arrangiamenti adatti all’ironia dei testi: “ È questa la vera ballata sensuale, neanche un effetto collaterale, aumenta la tua prestazione sessuale, non serve una cura ormonale…”.
Quattro note fanno di “Bella” un tormentone, la partitura è molto più ricca ma le brevi note ricorrenti, suonate al pianoforte, entrano nella testa e non se ne vanno neppure quando il brano finisce: “Bella come una donna mai nata, come la frutta appena lavata… bella come una tassa non pagata, una multa contestata e giustamente cancellata”.
“Profondo” accompagna verso il termine dell’album, non prima di avere ascoltato l’umoristica “Il tuo culo”, un ritornello che non fa mai rima con sole, neanche con amore o cuore, ma lo fa con stupore. Chiude il disco “Non c’entra niente”, un modo di dire che presume alternative fantasiose a situazioni poco convincenti.

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Leonardo Veronesi è l’autore di “Il colore giallo”, brano della colonna sonora del film “John” interpretato d Enrica Bee

Il videoclip di “Non hai tenuto conto degli Zombie” è stato girato nel centro storico di Ferrara, scenario ideale per lo zombie “domestico”, interpretato da Francesco Cairo, silente e originale angelo custode per il disbrigo delle commissioni quotidiane. Anche il video di “Precario”, il secondo singolo, ha il sapore di Ferrara, grazie alla partecipazione di Massimiliano Duran, i riferimenti al grande pugile Juan Carlos Duran e ai locali della Palestra Padana Vigor.

Leonardo Veronesi si conferma interprete e autore di qualità, in quest’ultima veste ha scritto canzoni per Frenk Nelli, Carmen Gonzales Aranda, War-k, oltre ad avere partecipato al 53° e 55° Zecchino d’Oro, rispettivamente con “I suoni delle cose” e “Il blues del manichino”. Il brano “Il colore giallo”, scritto da Veronesi e interpretato da Enrica Bee, è stato inserito nel commento sonoro del film “John – Il segreto per conquistare una ragazza” di Marco Lui.

Non hai tenuto conto degli Zombie – Video Ufficiale:

Precario – Video Ufficiale:

LA SEGNALAZIONE
Beppe Giampà mette in musica Pavese e Leopardi

Un disco solidale. Per la realizzazione del suo nuovo album, Beppe Giampà si affidata alla comunità: il 2 ottobre ha preso il via il crowdfunding a sostegno “Della fatal quiete“, titolo della raccolta dedicata alle poesie di alcuni dei più importanti scrittori della letteratura italiana come Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Dino Campana. Poesie musicate, cantate e interpretate con lo scopo di preservarne l’intimismo poetico anche sotto il punto di vista musicale. Tutti i sostenitori della sua campagna di crowdfunding riceveranno il cd, avranno il proprio nome inserito all’interno del libretto come coproduttori e/o partner e potranno scegliere altri gadget, tra cui la maglietta dedicata al progetto e la possibilità di organizzare un concerto live in un luogo a scelta.

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I mattini passano chiari
Beppe Giampà non è nuovo a questi progetti. In “I mattini passano chiari” ha già musicato e interpretato alcune poesie di Cesare Pavese, tratte dalle raccolte “La terra e la morte” (1945) e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1950). Queste ultime, ritrovate tra le carte del poeta dopo la morte, sono liriche d’amore permeate di una struggente nostalgia, scritte con uno stile insolito per Pavese, dedicate all’attrice americana Constance Dowling, l’ultimo suo tragico amore.
Come ci ha insegnato Renzo Zenobi, non è facile tradurre le parole in musica, ma quando il suono dei testi riesce a trasformarsi in note, il risultato può essere stupefacente. Il progetto di Giampà è ambizioso, difficile e, soprattutto, si assume una responsabilità ‘senza rete’, come solo un animo poeta è in grado di fare.
Quante notti ha passato Beppe Giampà a respirare l’odore della terra descritta da Pavese, a leggere le sue poesie e a decidere quali musicare? Quanto ha influito il vivere nelle stesse terre, tra Langhe e Monferrato? Sono tanti gli interrogativi che vengono alla mente mentre si riassaporano gli amori, le paure, i colori della terra del poeta piemontese, tra note che spaziano dal folk al blues, dal jazz alla canzone popolare.
Il cantautore piemontese è stato coadiuvato, nella realizzazione del disco, da valenti musicisti quali Federico De Martino (piano, chitarra e basso), Manuel Daniele (programmazione batteria e percussioni), Italo Colombo (armonica e organetto) e Justina Wasowska (violino), Marco Genta (pianoforte e fisarmonica), Naudy Carbone (percussioni).

Le note del pianoforte e dell’armonica che accompagnano “Terra rossa terra nera”, il primo dei dodici brani dell’album, sciolgono subito ogni dubbio. L’interpretazione è viscerale e la musica rende melodica la poesia di Pavese, tragica, nostalgica e sanguigna allo stesso tempo.
Sarà anche un periodo di crisi per la discografia italiana ma certamente non lo è per la creatività dei nostri autori.
“Anche tu sei collina” si esprime in una ballata folk, dopo una lunga introduzione di pianoforte e fisarmonica, in cui le parole di Pavese sono cantate al ritmo di chitarre acustiche e semiacustiche, in una serie di suoni nitidi e puliti, idealmente silenti nei momenti in cui il testo domina: “Ritroverai le nubi e il canneto, e le voci come un’ombra di luna”.
“I mattini passano chiari”, il brano che dà il titolo all’album, è recitato da Giampà, accompagnato da piano, batteria e vocalist, d’influenza jazz. “Passerò per Piazza di Spagna” cattura l’ascolto sin dalle prime note, grazie a un’interpretazione intima e convinta con un andamento lento e incisivo.
“In the morning you always come back” trasforma la poesia in canzone, dove chitarra e piano dialogano alternandosi al testo, con un ritmo orecchiabile e piacevole all’ascolto.
“Tu sei come una terra” ha lo stile del vocepiano, con l’intervento vocale di Chiara Gallino, che ritroviamo anche in “To C from C”.
Il lavoro del cantautore piemontese ha facilitato la comprensione delle poesie di Pavese, grazie alla musica che le accompagna in perfetta simbiosi, esaltandone i lati oscuri con pause e alterazioni della voce e il suo contrario, manifestato dalla velocità del ritmo e da suoni brillanti.

Da “I mattini passano chiari” è nato uno spettacolo acustico dal titolo “Le parole di Pavese e Calvino dal Territorio alla Resistenza”, reading musico-letterario portato in tour da Giampà lungo la penisola e all’estero in Austria, Germania e prossimamente in Belgio. L’album è anche colonna sonora di un altro spettacolo teatrale che porta il medesimo titolo, scritto e diretto da Alessio Bertoli con Roberto Accornero, Barbara Forlai e lo stesso Giampà nei panni dell’ultima donna di Pavese: “La morte”. Se il reading tratta il rapporto del poeta piemontese con Territorio e Resistenza, nello spettacolo teatrale si parla, invece, del “Mestiere di vivere” dell’autore.

Beppe Giampà, domenica 11 ottobre alle ore 18, si esibirà a Ferrara presso la Sala della Musica, in via Boccaleone 19.

  • Link correlati
    Per saperne di più sul Crowdfunding clicca qui
    Video di “Alla sera”, poesia di Ugo Foscolo, il primo singolo tratto dal nuovo album: clicca qui
    Video di “Hai viso di pietra scolpito”, tratto dall’album “I mattini passano chiari” con le poesie di Cesare Pavese in musica: clicca qui
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ACCORDI
Pierangelo Bertoli, artigiano della canzone
Il brano di oggi…

Pierangelo Bertoli
Pierangelo Bertoli

Un cantastorie a tutto tondo, un “artigiano” della canzone come amava definirsi. Ci lasciava oggi tredici anni fa Pierangelo Bertoli, un grande della musica italiana e uno dei più amati artisti emiliani di sempre. Estremamente impegnato a livello sociale e politico, grazie a brani come A muso duro e Eppure Soffia Bertoli è stato uno dei principali protagonisti della musica d’autore italiana tra gli anni ’70 e 2000.

Pierangelo Bertoli – Eppure Soffia

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

 

Paolo Tocco

LA SEGNALAZIONE
Cantautori 2.0: ballando con Paolo Tocco

Furono Ennio Melis e Vincenzo Micocci, rispettivamente direttore generale e direttore artistico della Rca italiana, a inventare il termine “Cantautore” negli anni Sessanta. Da allora questa parola ha perso un po’ del significato originale, ma nel caso di Paolo Tocco identifica il modo di scrivere e curare i suoi lavori. Qualche anno dopo il precedente “Anime sotto il cappello”, Paolo pubblica “Il mio modo di ballare”, un nuovo album che è già stato selezionato tra i cinquanta migliori dell’anno, candidato al Premio Tenco 2015 (dal 22 al 24 ottobre al Teatro Ariston di Sanremo). Lo affiancano in questa sua danza musicisti capaci, in grado di costruire con lui un sound elegante e accattivante, curatissimo nei dettagli e caratterizzato dalle chitarre acustiche ed elettriche di Claudio Esposito, dal pianoforte e dalle tastiere di Vincenzo Murè, dal basso freatless di Giuliano De Leonardis (Equipe 84), dalle percussioni di Walter Caratelli, dalla batteria di Carlo Porfilio, Synt e programmazione di Domenico Pulsinelli.

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“Il mio modo di ballare”, nuovo album di Paolo Tocco

Il disco si apre con “D’oro e di pane”, una delicata ballata dagli antichi sapori, eseguita con Helen Tesfazghi (“Finally” è il suo ultimo album): una storia d’amore tra un uomo con le mani bucate e la schiena piegata e una ragazza nata in un villaggio di fate. Insieme saranno figli dell’oro e si terranno per mano: “Mi misi in cerca dell’oro per un pezzetto di pane… saremo figli dell’oro, saremo pezzi di pane”.
“Da questo tempo che passa” è cadenzato dalla chitarra a sette corde di Daniele Di Diego e dalla malinconica fisarmonica di Marco Di Biasio. È la canzone dei ricordi, di un non ben definito film a colori di Totò, del bicchiere di vino “che fa cantare”, dei fiori portati in viaggio sulla luna. Con passo leggero, leggero, leggero, Paolo Tocco ci porta nel suo mondo, con un po’ di nostalgia e un velo di tristezza legato al passare del tempo. Questo è il suo modo di ballare!
“In un mondo di giganti…c’è un mare di formiche”, inizia così “Come le formiche”, metafora intensa sviluppata per immagini chiare e suggestive, capaci di fare riflettere: “Conta le gocce prima di parlare”. “Nenè” è un vocepiano suonato da Vincenzo Murè, dove il suono del pianoforte accompagna con dolcezza un testo disegnato con matite a colori, alla ricerca di una stella che assomiglia a Nenè. La voce di Paolo rende questo brano un momento sospeso, una favola d’amore per una donna o forse per la vita, zucchero o sale, il giusto compenso per gli angeli e il veleno per i ladri. “Il magico mondo di un vecchio che sapeva ballare” porge l’orecchio alla ballata e nello stesso tempo strizza l’occhio alla filastrocca, il tutto condito in salsa di coro e i fiati di Gabriel Rosati.

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Paolo Tocco

Sono undici i brani del nuovo album di Paolo, undici mondi tutti diversi, come nel caso di “Vent’anni”, una storia raccontata con un ritmo veloce, come ci ha abituato De Gregori, dove la passione si divide tra cuore e vizio, dove a soli vent’anni si è già vissuto troppo, correndo con in una mano un aquilone e nell’altra un coltello: “… il pazzo vince e l’amore muore”. Un brano intenso, con metafore da raccogliere.
“Luna nera” mostra i due lati della luna: una canzone d’amore inusuale, un percorso di riflessioni con improvvisi mutamenti e ripensamenti. “11 settembre” è dedicata a uno dei momenti più tragici degli ultimi anni. Paolo lo affronta con un testo visionario e struggente, descrivendo fiori che cadono dai grattacieli come aquiloni. Da ascoltare. “Occhi di cenere”, con la voce femminile di Elena Dragani, è un viaggio che non può finire perché sta per iniziare: “Lasciami arrivare in tempo… prima di partire”. “Chiodi di pioggia, fiocchi di neve” è il racconto di una sposa alla quale forse manca un anello, un diario segreto che si trova sotto tutti i cuscini e una scusa che potrebbe servire a qualcosa, sapendo bene che i chiodi di pioggia saranno fiocchi di neve: “E la neve stanotte, se torna… aspettiamola insieme!”. È “Pezzi di bugie” a chiudere il disco: un elegante swing con la voce registrata al telefonino, la fretta delle inutili poesie, le pietre cadute dalle montagne, gli amanti nascosti dietro le bottiglie e i bambini che giocano.
La stagione dei cantautori continua, in una sorta di generazione 2.0, che eredita il meglio del passato proiettandosi in un presente diverso, difficile, ma con maggiori stimoli. Il lavoro di Paolo Tocco merita di essere conosciuto per la passione, la poesia e il talento che riesce a esprimere.

Link correlati
Paolo Tocco, “Da questo tempo che passa”

Paolo Tocco, “Luna nera”

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LA SEGNALAZIONE
La nuova “Aurora” di Tony Cicco: collaborò con Battisti, Pino Daniele e Bertè

Tony Cicco torna prepotentemente sulla scena musicale con “La mia aurora”, un brano dalle ricche sonorità e con un ritmo incalzante, un rock d’altri tempi eseguito con passione e talento, un ritorno al futuro dal sapore di novità. Il cantautore è in questi giorni in tour con la sua band storica Tony Cicco & la sua Formula 3 [vedi].

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La copertina del nuovo singolo

“La mia aurora” è l’ariete, il brano che ha il compito di apripista per il nuovo album d’inediti, realizzato insieme con amici e compagni di viaggio storici del calibro di Luigi Lopez, Mario Castelnuovo, Carla Vistarini, quest’ultima autrice dei testi dei suoi primi successi da solista: “Se mi vuoi”, “E mia madre”, “La gente dice”, all’epoca prodotti da un lungimirante Gianni Boncompagni.

Luigi Lopez ha scritto le parole de “La mia aurora”, un testo che ben si adatta al ritmo sostenuto da batteria e chitarra, suonato con energia, talento e passione, antitesi dei campionatori e della musica al computer.

Il progetto nasce dall’esigenza di scrivere nuove canzoni anche in un momento di forte crisi della discografia, per continuare a proporre e sperimentare cose nuove. Per la realizzazione in studio Tony si è affidato alle chitarre di Angelo Anastasio e al polistrumentista e tastierista Ciro Di Bitonto, due ottimi musicisti che da qualche anno lo accompagnano nei live in giro per l’Italia.

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Tony Cicco & la sua Formula 3

Pochi artisti possono vantare la storia di Tony a cominciare dall’incontro con Lucio Battisti, che l’ha portato a diventare il batterista e voce leader della Formula 3, una band mito della storia del rock progressivo italiano, ancora oggi punto di riferimento per tanti giovani musicisti.
Nel 1973, con il nome Cico, iniziò la carriera da solista pubblicando l’album “Notte” e il singolo “Se mi vuoi“, balzato immediatamente ai primi posti delle classifiche di vendita. Il successo fu clamoroso, il brano fu subito amato dai giovani e richiestissimo in discoteca. Seguirono gli Lp “E mia madre” e “La gente dice”, sempre con Carla Vistarini come autrice dei testi e con gli arrangiamenti curati da Paolo Ormi.
Sul finire degli anni settanta Cicco ha collaborato con Pino Daniele, come percussionista e tastierista, in due brani del suo secondo album “Pino Daniele” del 1979. In qualità di musicista ha lavorato per molti artisti e direttori d’orchestra: Pino Donaggio, Armando Trovaioli, Franco Micalizzi, Stelvio Cipriani, Franco Pisano, Renato Serio e Fabio Frizzi. Ha suonato la batteria e le percussioni nell’album di Lucio Battisti intitolato “Umanamente Uomo: il sogno”, che includeva il singolo “I giardini di marzo”. Tony ha al suo attivo un’invidiabile carriera di autore, grazie ai successi scritti per Loredana Bertè, Fiorella Mannoia, Peppino di Capri, Mita Medici, Caterina Caselli, Drupi e Raffaella Carrà.

L’aurora è l’intervallo di tempo che segue l’alba e che precede il sorgere del sole, quella di Cicco è l’inizio di una nuova attesissima e affascinante avventura.

Per ascoltare “La mia aurora” su SoundCloud, clicca qui.

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Francis Cabrel: legato ai miti della musica e al suo paese Astaffort

Francis Cabrel, nato nel 1953, è un autore e interprete francese, di origini italiane, famoso in tutte le nazioni francofone, dove ha venduto oltre 21 milioni di dischi (Francia, Quebec, Louisiana – Usa, Nord Africa, etc.).

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Francis Cabrel in concerto al Festival international de Louisiane in Lafayette

Sin da ragazzo si appassiona alle canzoni di Bob Dylan, l’autore che più di tutti ha influenzato la sua vita artistica. Il suo recente album “Vise le ciel” è interamente composto di canzoni del folk singer americano, tradotte e adattate in francese.
Cabrel ha iniziato la sua carriera grazie a un concorso radiofonico nel 1974, ma il successo è arrivato cinque anni dopo con l’album “Les Chemins de traverse” e il singolo “Je l’aime à mourir” (ripreso anche da Shakira). Altre sue canzoni famose sono “L’encre de tes yeux”, “Le mond est sourd”, “Les murs de poussière” e “La corrida”, dove descrive questa sanguinaria usanza vista dalla parte del toro.
Molto legato alle sue origini del sud non ha mai abbandonato Astaffort (2.137 abitanti), dove vive con la moglie e le tre figlie e dove, dal 1988, organizza un festival musicale che attira migliaia di appassionati di musica.
Nel 1992 Francis Cabrel fonda, sempre ad Astaffort, un’associazione che organizza stage per autori, compositori e interpreti di canzoni. Questi incontri riuniscono una ventina di giovani artisti che in due settimane devono scrivere una quarantina di canzoni, poi ne saranno scelte quindici per essere eseguite live nei locali del piccolo villaggio francese. Ogni anno un importante artista è chiamato a patrocinare questi incontri (Zaho, Maxim Le Forestier, Thomas Dutronc, Emily Loizeau) per aiutare, sostenere e consigliare i partecipanti.
Francis Cabrel non si allontana mai, nelle sue canzoni, da due perni fondamentali: la chitarra (acustica o elettrica) e le riflessioni sulla vita. La chiarezza della voce, le sofisticate melodie e la chitarra rappresentano il nucleo su cui si tesse il suo folk contemporaneo. I suoi brani si allineano, per qualità e originalità, a quelli dei grandi autori cui s’ispira: Bob Dylan, Leonard Cohen e Neil Young.

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La copertina della compilation ‘L’essentiel’

Tra i suoi album più interessanti: “Fragile” (1980) dove per la prima volta la chitarra elettrica sostituisce quella acustica, “Hors-saison” (1999), “Les beaux dégâts” (2004) innovativo per la presenza della sezione fiati, “Des roses et des orties” (2008) registrato nel suo studio-fienile in Astaffort, propone un mix di chitarra elettrica e acustica, questioni sociali e politiche espresse con raffinatezza, “Samedi soir sur la terre” (1994) e la compilation “L’essentiel 1977-1997”, indispensabile per chi vuole avvicinarsi alla sua opera.
Nel 2006, il cantautore francese ha collaborato alla realizzazione della colonna sonora di “Le soldat rose”, un’opera musicale scritta da Louis Chedid e Pierre-Dominique Burgaud, in cui Joseph, un bambino stanco del mondo degli adulti, decide di rifugiarsi in un grande magazzino per vivere con i giocattoli.
Cabrel, causa il perfezionismo che lo contraddistingue, fa passare lunghi periodi tra un album e l’altro, intervallati da tournée (in Francia ricordano ancora i 10 recital consecutivi all’Olympia di Parigi nel 1999) e relativi dvd, una vita dedicata alla musica ma anche alla famiglia e alle opere umanitarie.

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Francis Cabrel e la chitarra, binomio indissolubile

Testo tratto dal brano “Des roses et des orties”: “Vers quel monde, sous quel règne et à quels juges sommes-nous promis? A quel âge, à quelle page et dans quelle case sommes-nous inscrits ? Les mêmes questions qu’on se pose, on part vers où et vers qui? Et comme indice pas grand chose des roses et des orties…”.

Il videoclip live “Je l’aime à mourir” [vedi]

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L’INTERVISTA
Vincenzo Spampinato: ‘venditore di nuvole e sogni’ con Dalla, Battiato e i Rondò

Vincenzo Spampinato è presente sulla scena artistica sin dagli anni Settanta in qualità di autore, musicista, interprete, cultore di discipline quali danza (ha alle spalle anni di studio di mimo), teatro e ogni forma artistica che gli possa creare stimoli e interesse. Tra i suoi tanti successi ricordiamo “E’ sera”, “Battiuncolpo Maria”, “Voglio un angelo”, “L”, “Napoleone”, “I separati”, “L’amore nuovo”, “Milano dei miracoli”, “Bella don’t cry”, “Campanellina” e “La tarantella di Socrate”.

Contemporaneamente alla sua carriera di cantante, lavora come autore per Viola Valentino, Riccardo Fogli, Patrizia Bulgari, Fausto Leali, Irene Fargo e Milva. Tra i tanti successi: “Torna a sorridere”, “Sulla buona strada” (Sanremo 1985) e “Per Lucia” (Eurofestival 1983), portate al successo da Riccardo Fogli, “Sola e Arriva”, “Arriva” (Sanremo 1983), eseguite da Viola Valentino, inoltre, con Maurizio Fabrizio ha scritto la sigla degli spot televisivi del settimanale Sorrisi e canzoni.
A partire dalla fine degli anni ’80 ha pubblicato numerosi album raffinati e innovativi, coinvolgendo artisti quali Lucio Dalla, Franco Battiato e i Rondò Veneziano.

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Locandina dello spettacolo

Attualmente è in tour nei teatri con “Venditore di nuvole” e con lo spettacolo musicale “Il canto antico delle stelle”, accompagnato dalla Piccola Orchestra del Sole, che recentemente è stato rappresentato nello splendido scenario del Teatro Garibaldi di Modica (RG). Spampinato, in questo nuovo spettacolo, interpreta alcune tra le più belle melodie del Natale, dai classici italiani a quelli stranieri fino alle canzoni in lingua siciliana. L’obiettivo è quello di ritrovare la magia della festa, il senso religioso e spirituale del Natale di qualche tempo fa, tra giochi di luce, elementi scenici e suggestioni musicali.

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Locandina del tour

“Venditore di nuvole” è il titolo dello spettacolo che da quattro anni stai portando in giro per l’Italia, dove tra citazioni, filmati, aneddoti e racconti inediti, proponi il tuo vasto repertorio in una sorta di percorso artistico e umano.
Ognuno di noi è (se vuole) “il venditore di nuvole o sogni”. Una vendita metaforica, dove si chiede soltanto di sognare in compagnia, in un Paese dove ormai tutti si credono creatori o padroni dei sogni degli altri. L’idea nasce dall’esigenza di presentarsi in maniera semplice e sincera al pubblico, che a parer mio è stanco dell’arroganza che si vede in giro e nei media.

Un musicista che vende nuvole e sogni ha ancora la possibilità di farsi apprezzare in una società sempre più chiusa ed egoista?
Credo che ogni essere umano, dunque anche noi suonatori, viva sempre in bilico sulla bilancia della qualità o quantità. Io spero sempre, di divertire gli ascoltatori con intelligenza. Non per fare il saputello, ma semplicemente perché la gente non è così stupida come ci vogliono far credere i reality.

intervista-vincenzo-spampinatoHai scritto brani per cantanti importanti, tra cui “Per Lucia” interpretata da Riccardo Fogli (Eurofestival ’83), cosa provi ad ascoltare le tue canzoni interpretate da altri?
Una grandissima gioia! Oggi si potrebbe spiegare o paragonare a quando condividono su Facebook una foto o un tuo pensiero. Per Lucia è stato il primo colpo di “piccone” sul muro di Berlino. Nonostante fosse ancora lontana l’ipotesi del crollo di quella vergogna di cemento e mattoni, ho voluto credere che (senza retorica) l’amore non si ferma davanti a niente. Ho voluto cantarla perché appartiene profondamente al mio vissuto musicale.

Hai detto che le canzoni una volta create camminano con le loro gambe, ma cosa si prova quando le si incontra all’improvviso?
Forse un effetto Dorian Grey. Non so perché, ma credo che le canzoni non invecchiano… sono immortali.

Lucio Dalla, Franco Battiato, due incontri importanti culminati con la loro partecipazione a “L’amore nuovo”, l’album della rinascita…
Ci è dato sempre di rinascere… in musica naturalmente. Ricordi la celeberrima song dei Beatles “With a little help from my friends”? Due cari Amici, mi hanno dato un piccolo grande aiuto.

Nel 1987 il tuo brano “Il mio grande papà” si classificato secondo allo Zecchino d’oro, quale è stata la genesi di quella canzone?
Visto che ero ormai grande per parteciparvi come cantante, non avendo altra scelta… beh diciamo la verità: l’ho scritta per mio figlio e per dirla come Gianni Rodari, un po’ anche per i figli degli altri.

Sino a qualche anno fa era normale entrare in una rivendita di dischi e interagire con altre persone. Cosa abbiamo guadagnato e cosa si è perso in cambio di un download da iTunes?
Anche la musica risponde ai sensi, a tutti i sensi: manca il tatto… col disco avevi sempre qualcosa di tangibile. Sarò un nostalgico ma mi manca tantissimo il vinile.

Hai vinto l’11 edizione del Festival della nuova canzone siciliana, con “Muddichedda muddichedda”, qual è la motivazione che giustifica la scelta del dialetto?
Quando ho paura, nostalgia, insomma sentimenti decisamente più forti, ho bisogno di parlare e cantare nella mia lingua, il Siciliano.

Quali progetti per il 2015?
Ho ripreso finalmente la scrittura e le registrazioni del nuovo album, che riuscirò a fare uscire quest’anno, senza spiegarti i mille problemi che ormai la discografia crea. Farò presto dei tour all’estero e un cd per il mercato internazionale. Attualmente non ho altri progetti, bisogna accontentarsi…

Video di “Muddichedda, Muddichedda” [vedi]

Leggi l’approfondimento: Dei e dintorni: gli album di Vincenzo Spampinato

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L’INTERVISTA
Renzo Zenobi, l’Aviatore che vola sulle note delle canzoni

Renzo Zenobi, come scrive Pino Stillo nella biografia inserita nel libro “Canzoni sulle pagine”, è un protagonista atipico del filone della canzone d’autore italiana. Con un linguaggio a volte sofisticato, altre volte semplice, ma sempre finemente poetico, è riuscito a imporsi come un delicato inventore di atmosfere liriche e musicali, in anni in cui le ‘mode’ indicavano prevalentemente tutt’altre direzioni.

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‘Canzoni sulle pagine’, il libro con tutti i testi di Renzo Zenobi e un cd di inediti

Come è iniziata la sua carriera?
Tutto è cominciato quando Edoardo De Angelis mi chiese di suonare la chitarra nel disco di De Gregori “Alice”. Da quel momento Francesco mi portò al Folkstudio e in seguito anche alla Rca, dove mi fecero un contratto per incidere dischi. Con la Rca ho inciso 7 Lp e naturalmente 7 singoli, com’era d’uso in quegli anni.

Recentemente lei si è esibito alla Sala Estense, com’è stato accolto dal pubblico ferrarese?
Il pubblico di Ferrara ha gradito le canzoni e devo dire che sicuramente doveva essere già preparato a gradirle; la serata, infatti, comprendeva anche l’esibizione di Massimo Bubola dunque chi è venuto ad ascoltarci sapeva benissimo a cosa andava incontro. Aggiungo che il pubblico di Ferrara, che comprendeva anche gente mai vista ai miei concerti, si è dimostrato molto affettuoso verso di me e anche i giornalisti locali che voglio ora, da qui, ringraziare.

“Silvia” è dedicata a Silvia Draghi, com’è nata questa bella canzone?
La canzone “Silvia” prende spunto da un week end trascorso a Firenze presso Silvia Draghi che avevo conosciuto tramite amici comuni, lei all’epoca cantava canzoni folk, una sorta di stornelli toscani, ma la canzone è una costruzione trasfigurata che dalla realtà passa alla fantasia.

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Renzo Zenobi in un momento di relax

Sono passati più di 40 anni da “Silvia”, com’è cambiato il suo pubblico?
Il pubblico che viene ad ascoltarmi è sempre lo stesso, cioè gente che rispecchia i propri pensieri e le proprie sensazioni nelle mie canzoni. Alcune persone sono proprio le stesse di tanti anni fa, altri sono giovani ma con lo stesso sentimento. Ricevo però, a volte, e-mail di giovani che vogliono discutere con me delle mie canzoni e spesso ricordano “Silvia”, che avranno sicuramente ascoltato su qualche vecchio disco dei genitori o degli zii: la cosa mi fa piacere.

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Renzo Zenobi, ha suonato la chitarra nell’album “Alice” di Francesco De Gregori

Il Folkstudio e il Cenacolo Rca, erano punti di aggregazione della creatività?
Il Folkstudio sì. Era un punto di aggregazione in cui tutti erano liberi di fare ascoltare le proprie invenzioni e, infatti, la domenica pomeriggio bastava dare il tuo nome ed eri messo in scaletta e cantavi la tua canzone. Se la gente reagiva bene, potevi tornare altrimenti…
il Cenacolo no. Era un posto della Rca in cui si facevano i provini dei dischi o le prove dei tour. C’erano vari studi con un registratore e prenotandoti potevi provare le tue canzoni e le musiche, almeno per noi cantautori, gli altri provavano ciò che creavano in base al loro mestiere. A pranzo poi arrivavano, a volte, i capi dalla Rca e si mangiava tutti insieme, si mangiava benone!

Ennio Melis è stato un grande manager per la discografia e un punto di riferimento per gli artisti, che ricordo ha di lui?
Si direi che Melis è stato uno dei più ispirati direttori di case discografiche. Lui sceglieva seguendo il proprio gusto più che il mercato e questo al 90% lo ripagava in pieno. È questo suo modo di fare che ricordo con grande stima e affetto, perché certo mi riporta a un tempo e a uomini ormai difficili da trovare.

Il direttore della Rca non riusciva a spiegarsi perché il pubblico non la seguisse come riteneva che lei meritasse, ha mai sofferto di questo?
No perché, nonostante io vendessi forse meno dischi degli altri, comunque facevo parte di quella grande squadra e questo non mi faceva sentire solo e neppure meno importante.

“Telefono elettronico” ci riporta a Lucio Dalla, cos’ha rappresentato per lei il cantautore bolognese?
Lucio per me è stato dapprima un grande amico e poi un grande professionista da cui si poteva soltanto imparare. Imparare tanti modi diversi di affrontare la registrazione di un disco, dunque quando scrissi le canzoni di “Telefono Elettronico” e lui le lesse decidemmo insieme che fosse lui a farne l’arrangiamento e la produzione.

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Renzo Zenobi prosegue la sua attività live

Lei, Piero Ciampi, De Angelis e Nada avete cantato insieme in alcuni concerti e registrato uno special tv…
Furono le prime date che io feci per la Rca: eravamo io, Nada, De Angelis e Ciampi in un teatro qui di Roma, se non ricordo male era il Teatro dei satiri. Ricordo che Piero qualche volta recitava delle sue poesie e che Nada cantava le canzoni che lui aveva scritto per lei. Da quell’esperienza credo che poi nacque il desiderio di Nada di incidere la mia canzone “Giornate di tenera attesa”. Una canzone che lei cantò magnificamente.
Lo special fu organizzato dopo i concerti, con Paolo Conte. Registrammo questa trasmissione per la Rai a Torino che si chiamava “Tre Uomini e una Donna”. Cioè Nada, Paolo Conte, Piero Ciampi e Renzo Zenobi: cantavamo dal vero e la trasmissione credo sia andata in onda alle due di notte in agosto! Pochi l’hanno vista e ancor di meno la ricordano.

“Bandierine” è l’album della sua collaborazione con Morricone, il brano “E ancora le dirai ti voglio bene” lo troviamo anche nel suo ultimo cd…
A me era sempre piaciuto il modo di arrangiare di Ennio Morricone e quando scrissi “Bandierine”, facemmo con Melis il tentativo di proporglielo e a lui le canzoni sono piaciute e accettò di realizzarle. Il disco non passò mai per radio o tv ma secondo me è stato ed è un bel disco. Ho deciso di inserire “E ancora le dirai ti voglio bene”, brano di quell’album, nel mio nuovo cd perché credo sia una delle mie canzoni più belle, senz’altro fra le mie preferite, che se caso mai questo nuovo album dovesse capitare in mano di chi non conosce il mio passato musicale ritengo sia giusto ne venga a conoscenza.

Quando usci “Proiettili d’argento”, Dalla fece un gesto inusuale, scrisse alle radio chiedendo di prestare attenzione al suo nuovo lavoro…
Come dicevo prima Lucio era un grande amico, dunque a lui piacque molto la canzone “E noi piccoli piccoli” così decise di scrivere una lettera alle radio per chiedere, se non altro, di ascoltare il disco che gli era stato mandato. Ricordo con grande nostalgia che Lucio ascoltava questa canzone anche negli anni successivi e sulle sue note spesso mi chiamava per salutarmi: prima dai telefoni fissi, poi da quelli elettronici …

“Il ritratto” apre il nuovo cd, è da ritenersi il manifesto di quest’ultimo lavoro?
“Il Ritratto” a me piace abbastanza, specialmente l’arrangiamento, e mi sembrava giusto aprire il cd con questo brano. In effetti, le canzoni sono un po’ dei ritratti dunque quale pezzo migliore per iniziare e per presentare un album?

“… stiamo come due caffè che aspettano sul tavolino, freddi perché è tardi ormai, tragici perché tu non arriverai…” rendere semplici figure e situazioni complesse è poesia?
Non ne ho idea! Non è il mio mestiere quello di critico ma spesso capita di leggere nelle poesie queste trasfigurazioni della realtà quotidiana come le intende lei. Non so dirle effettivamente se quei versi della mia canzone sono poesia, in fondo non sta a chi scrive giudicarlo, posso però dire che io scrivo e musico e se la poesia è solo scrittura, come ci hanno abituato a scuola, tragga lei la risposta…

Lei, che è un “Aviatore”, ci presta un sogno per volare via?
Io credo che tutta la vita sia fatta di sogni e di mete da raggiungere. I sogni, infatti, secondo alcuni ci indicano le mete che vogliamo raggiungere, poi sta alle persone tenerseli ben stretti e farsi portare fino allo scalo, magari da un volo che ci accompagna solo fino a casa!

Si ringraziano Renzo Zenobi e Pino Stillo per la gentile collaborazione.

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IMMAGINARIO
Canzoni sbagliate.
La foto di oggi…

Insieme con Fabrizio De André, Massimo Bubola cantava “Una storia sbagliata”: storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale. Oggi (e domani) a quel genere di storie dedicherà spazio e musica la “Rassegna storica della nuova canzone d’autore”. Stasera sul palco Bubola – cantante e arrangiatore per molti anni al fianco di De André – e Renzo Zenobi, cantautore e artefice degli arpeggi in diverse canzoni di De Gregori, da “La casa di Hilde” a “Pezzi di vetro”. Ospite speciale Cranchi. Sala estense, piazza Municipale, ore 20,45.

OGGI – IMMAGINARIO MUSICA

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Massimo Bubola con Fabrizio De Andrè. Insieme cantavano “Una storia sbagliata”

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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L’INTERVISTA
Leonardo Veronesi,
la musica e
“L’Anarchia della ragione”

Ad un anno esatto dall’uscita del suo terzo album “L’Anarchia della ragione”, incontriamo il cantautore Leonardo Veronesi, dopo i successi di “Rock Circus” e “Music Park”. Veronesi è attivo sulla scena musicale italiana da vari anni con tre album incisi, “Uno”, “Domandario”, “L’Anarchia della Ragione”, e ha nel suo curriculum diverse collaborazioni prestigiose come autore. Negli anni ha stretto un solido legame con la nostra città, lo si vede di frequente attraversare le vie e le piazze di Ferrara. In questo periodo continua la promozione del suo ultimo album, uscito per l’etichetta Jaywork, con un tour partito lo scorso ottobre che sta riscuotendo molto successo attraverso le “Cantacchierate”.
La sua versatilità lo porta a spaziare in vari campi. Contemporaneamente alla sua attività di autore, alterna esibizioni live alla composizione di brani anche per altri artisti. Si è cimentato in sigle di trasmissioni televisive. Ha partecipato al 53° Zecchino d’oro come autore con il brano “I suoni delle cose”, ed è arrivato al terzo posto al 55° Zecchino d’Oro con il brano “Il Blues del manichino” del quale è stata registrata anche la versione spagnola interpretata da Carmen Aranda che sta avendo molto successo in Spagna. Per Carmen Aranda ha inoltre scritto il singolo “Acqua” uscito sia in italiano che in spagnolo. Attualmente ha scritto tre brani per il nuovo album di Frenk Nelli (“Mi lavo”, “Il nostro amore”, “Non c’entra niente” che dà il titolo all’album) e il singolo “Quel che non c’era” per War-k.
Lo abbiamo intervistato per conoscerne la personalità e scoprire l’impegno che sta dietro ad un percorso artistico che si sta consolidando.

Quando hai iniziato ad interessarti alla musica? E come ti sei avvicinato?
Ho sempre avuto attenzione per la musica sin da piccolo quando ascoltavo le sigle dei cartoni animati. Mi sono sempre interessato più che ai cantanti a chi lavora dietro le quinte di un album, dagli autori, ai turnisti, ai produttori. Il primo approccio importante risale ai primi anni ‘90.

Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico…
Ho diviso il percorso tra le serate live nei locali con varie cover band e la frequentazione ravvicinata di autori e produttori per imparare il mestiere, tra cui Davide Romani, Roberto Casini e Carlo Marrale.

Quanto è importante per un artista raggiungere un proprio stile e un’identità?
Penso che la cosa più importante sia avere personalità, avere una visione precisa e le idee chiare su come raccontare una storia, cantare una frase, strutturare un brano, utilizzare la voce, utilizzare un determinato suono, ecc.

Quali sono stati e quali sono ora i tuoi riferimenti?
Cerco di ascoltare tutto, ma penso che la musica che mi ha influenzato di più siano state le sigle dei cartoni animati manga, la New wave degli anni ‘80, le colonne sonore di alcuni film e i cantautori italiani.

Cosa rappresenta per te la musica? Che spazio ha nella tua vita?
Penso che la musica ormai sia diventata parte integrante della mia personalità, nel bene e nel male.

Cosa provi quando ti esibisci?
Emozione, divertimento ed energia.

Quanto conta per te il testo di un brano rispetto alla musica?
Penso abbia la stessa importanza della musica, anche se nella mia testa ragiono più da musicista, tant’è che memorizzo meglio gli accordi dei testi.

A cosa ti ispiri quando componi? E’ più difficile “incastrare” versi e parole alla musica o il contrario?
Io m’ispiro generalmente ad esperienze personali, a quello che osservo e che spesso non capisco. Per quanto riguarda versi e musica, penso sia più difficile incastrare le parole giuste nella musica giusta.

Uno dei problemi della musica odierna è che molti artisti vogliono bruciare le tappe. A volte sembra che basti vincere un talent per essere o diventare un artista di successo. Invece la notorietà è diversa dalla fama, e una volta guadagnata è difficile da conservare. Non sarebbe meglio che il successo arrivasse passo dopo passo all’insegna della gavetta e dell’ esperienza?
Tanti anni fa in un locale in Toscana, alle prime esperienze, la band con cui mi esibivo mi catapultò chitarra e voce davanti al pubblico per qualche brano, prima di cominciare insieme. Per l’emozione e l’inesperienza stonai e sbagliai diversi accordi con la chitarra. A quel punto il pubblico mi fischiò e per me fu devastante. Con l’entrata del resto della band dovetti riconquistare la fiducia del pubblico. A fine serata mi applaudirono. Questo è l’unico modo per crescere e diventare dei musicisti.

Le tue canzoni si ispirano di più al mondo che ti circonda o sono più autobiografiche? Cioè i tuoi testi nascono da un impulso o da una riflessione?

Direi più da una riflessione che spesso porta ad un impulso.

Nell’ ultimo decennio si è sempre più sentito parlare di crisi discografica. Secondo te la colpa è solo delle nuove tecnologie che permettono di scaricare illegalmente i brani o anche del mercato stesso ormai saturo di proposte?

La colpa è dell’Italia, perché Inghilterra e America riescono a far convivere tecnologia, nuove proposte e vendite.

Che momento pensi sia questo per la canzone d’autore e per il mondo cantautorale cui appartieni?
Per me le idee e le belle canzoni ci sono, ma nessuno ha più voglia di cercarle, di ascoltarle e promuoverle, perché nessuno pare abbia più tempo di ascoltare musica.

Ci sono differenze tra i cantautori degli anni ‘70 e gli attuali?

Entrambi sono quasi tutti di sinistra, quelli degli anni ‘70 più geniali, quelli di adesso sperimentali, cupi, spesso cacofonici, ma quello che mi colpisce di più è che non sono emozionanti. Con alcuni cantautori della precedente generazione spesso ho pianto per l’emozione che mi trasmettevano e mi trasmettono tutt’ora. Io ricerco questo, non il linguaggio nichilista e decadente, da impero decaduto, che va di moda adesso.

Mi pare che si sia tornati comunque ad una attenzione maggiore nei confronti della lingua italiana sei d’accordo?
Mi sembra di sì.

Cosa ne pensi del mondo del rap e dell’uso che si fa del linguaggio che normalmente viene usato, lo slang e parole create per affermare quel particolare contesto?
Lo trovo interessante, pare che siano loro i nuovi cantautori… ma in realtà spero caldamente di no.

Con la tua musica quali messaggi vorresti arrivassero al pubblico?
Voglia di ascoltare musica non banale e voglia di pensare.

Ti piace collaborare con altri artisti, con un team o lavori preferibilmente da solo?
È stimolante confrontarsi con gli altri, quindi in linea di massima mi piace creare un team di lavoro, perché in genere se sfugge qualcosa a te è più difficile che non sfugga all’altro.

C’è un brano dei tuoi cui sei particolarmente legato?
Forse “L’Anarchia della ragione”.

Secondo te chi va in classifica e riempie le platee è sempre un grande artista di successo o spesso è frutto del caso e non c’è corrispondenza con il vero talento?
Non sempre il successo è direttamente proporzionale alla qualità.

Un ultima domanda, quella classica… quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ci puoi anticipare qualcosa?
Alcune produzioni per giovani talenti, una colonna sonora e il mio nuovo album.

Per saperne di più visita il sito di Leonardo Veronesi

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