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KeepOn Live: ogni locale di musica dal vivo può nascondere un nuovo Guccini

“E fai l’estetista e fai il laureato
E fai il caso umano, il pubblico in studio
Fai il cuoco stellato e fai l’influencer
E fai il cantautore ma fai soldi col poker
Perché lo fai?”
Così cantano gli Stato Sociale, band bolognese ‘rivelazione’ – come si dice spesso – di questo Sanremo 2018, un po’ per la loro musica un po’ per le loro esibizioni, fra denuncia sociale e ‘vecchie’ che ballano. Rivelazione per il grande pubblico televisivo della kermesse, ma non per occhi e soprattutto orecchie più esperti: quelli della KeepOn LIVE Parade, la classifica – mensile e annuale – di qualità relativa alla musica del vivo scelta e votata dai gestori e direttori artistici dei live club che aderiscono al Circuito KeepOn LIVE.
Nulla di nuovo: l’edizione del 2000 ha visto per esempio in gara Subsonica, approdati sul palco dell’Ariston direttamente nei big grazie a un numero esorbitante di live accumulati durante il loro tour. È capitato anche con i Perturbazione e i Marta sui tubi. Il secondo posto de Lo Stato Sociale, in gara tra i big dopo anni di gavetta e con i numeri dei palazzetti sold out dalla loro, è stato un piccolo grande successo per quella musica che nasce nei club, che si costruisce di data in data per tutta la penisola, spesso senza avere alle spalle network radiofonici e/o talent. Quella musica per la quale lo staff di KeepOn LIVE, il primo circuito nazionale che promuove e sostiene la cultura della musica italiana originale dal vivo, non passa ‘Una vita in vacanza’.

289 club aderenti al circuito, 605 concerti settimanali con 1378 artisti coinvolti e un totale di pubblico di sei milioni e mezzo di persone. A questi numeri vanno poi aggiunti quelli dei festival: 60 rassegne in 15 regioni da Nord a Sud, con 890.000 presenze, 2.892 musicisti, 504 tecnici e 3.983 figure retribuite. Questi gli highlights del 2016 (quelli del 2017 saranno disponibili a giugno – ndr): cifre di tutto rispetto che confermano quanto ci sia “voglia da parte delle persone di tornare a conoscersi dal vivo e provare esperienze. La sfida è spostare questa curiosità in modo diffuso anche ai locali ed eventi medio piccoli, mentre spesso rimane appannaggio dei grossi eventi”. A parlare è Federico Rasetti, ferrarese, direttore di KeepOn LIVE.

Federico Rasetti

Federico, cos’è KeepOn?
KeepOn è un progetto sociale nato tredici anni fa per sostenere la musica dal vivo partendo dalle fondamenta, i palchi dove le band si esibiscono, spesso ancora prima di incidere un disco. Con la crisi del disco, la digitalizzazione e la smaterializzazione della musica, il palco rimane una delle fonti di introito più importanti per gli artisti, ma al di là di questo il palcoscenico di fatto è il luogo dove l’artista espone le sue opere ed esercita – attraverso la musica – un diritto umano che tutti abbiamo, quello di espressione. Ecco perché la musica live originale va tutelata.
KeepOn riunisce e rappresenta i locali e i festival dove si programma prevalentemente musica dal vivo italiana originale, dagli artisti più famosi alle band emergenti, anzi, per queste ultime le attività del circuito hanno ha ancora più valore perché è esibendosi nei live club che fanno la famosa ‘gavetta’. Se togliamo i piccoli locali dove i musicisti si esprimono e possono crescere andiamo a tagliare le gambe a una grossa fetta di creatività e di espressione. Basta pensare a quanto le esibizioni nei locali sono state un percorso tipico dei cantautori e band italiane: da Guccini a De Gregori fino a Levante, Calcutta e gli Afterhours.

Un locale come può aderire al vostro circuito?
I criteri fondamentali per poter aderire a KeepOn sono: dare maggior spazio possibile alla musica live originale, avere un palco e un impianto audio residenti. L’obiettivo è diventare da settembre una vera e propria associazione di categoria. A oggi siamo un circuito inclusivo, ma qualificante, perché se a un locale manca uno dei criteri di adesione facciamo il possibile per aiutarlo a migliorarsi e poter entrare, per esempio li aiutiamo ottenere impianti a prezzi convenzionati attraverso sponsorship con i nostri partner tecnici. Offriamo loro anche rappresentanza europea, facendo parte di una associazione di circuiti simili: Live DMA, che riunisce 17 circuiti nazionali in 13 paesi per un totale di circa 2.500 locali e festival.

Come avviene concretamente questo sostegno? E perché avete deciso di aderire alla rete DocServizi?
La mission di KeepOn è sostenere e aiutare i locali piuttosto che i singoli artisti perché è difficile far suonare gli artisti se non si hanno sale dove farli esibire. Paragonando la musica originale ai film d’autore, è un pò come se cercassimo di aiutare dei cinema d’essai. Agiamo quindi su due livelli per aiutare i gestori, che di fatto sono veri e propri imprenditori culturali che si assumono un rischio programmando musica originale piuttosto che cover band o dj set (anche questi in realtà in crisi).
Da una parte interpretiamo un ruolo di rappresentanza istituzionale, facendo azione ‘lobbistica’, massa critica, nei confronti delle istituzioni locali e nazionali, ma anche a livello europeo tramite Live DMA. Dall’altra parte – e questo ci differenzia rispetto agli altri circuiti europei, è la nostra specificità – agiamo sul versante privato per attivare e facilitare collaborazioni, sponsorship, convenzioni.
Creiamo poi occasioni di formazione e networking, come al KeepOn LIVE Club Fest, un vero e proprio meeting di settore dove tutti i professionisti Italiani – e anche europei – della musica dal vivo si riuniscono insieme a Live Club e Festival per eventi di formazione, scambio buone pratiche e incontro di domanda/offerta fra agenzie di booking e promoter locali.
Inoltre aiutiamo i gestori sul lato della promozione: abbiamo una rivista, KeepOn Magazine, e la Live Parade, la classifica mensile curata dai direttori artistici che ogni mese segnalano la migliore band, la migliore nuova band e il miglior performer che hanno ospitato sui loro palchi. E’ una classifica importantissima e le majors così come le etichette indipendenti cominciano ad accorgersene: c’è una giuria ampia e qualificata che giudica non un disco, ma l’impatto delle performances dal vivo. Brunori, Afterhours, Calcutta, The Giornalisti, solo per farti alcuni esempi erano tutti stati segnalati nella nostra live parade prima di diventare famosi.
Per quanto riguarda Doc Servizi: è il giusto ambiente per regolarizzare contratti e servizi e garantire così la legalità nel settore, inoltre offre una rete molto ampia di contatti. Entrando nella rete di Doc abbiamo avuto l’opportunità di elevare il valore di tutto il Circuito e iniziare a lavorare per promuovere i concetti di legalità e lavoro in regola in tutta la penisola. Il lavoro nero è una grossa piaga in questo settore, l’obiettivo di Doc è contrastarlo per portare più sicurezza sopra e attorno ai palchi, oltre a creare la consapevolezza che vivere e lavorare di musica è possibile e lo si può fare con tutte le tutele di qualsiasi altra professione.

E tu Federico come sei arrivato a KeepOn?
Da appassionato di musica, mentre frequentavo l’università, ho iniziato a lavorare il commesso in un negozio di strumenti. E’ partito tutta da lì fra i clienti c’era il titolare di un’azienda di webmarketing presso la quale, successivamente, iniziai a fare uno stage. Quando mi riconobbe mi volle conoscere meglio e scoprii che era un musicista jazz e titolare anche di un’agenzia di booking: mi propose di organizzare i concerti della sua band. Lì imparai a fare l’agente booking e decisi di buttarmi completamente in questo mondo. Iniziai a collaborare con le realtà culturali di Ferrara come Arci, Ferrara Sotto Le Stelle e il Festival di Internazionale e frequentai un corso a Roma in produzione discografica e organizzazione eventi live al seguito del quale fondai un’agenzia di booking dedicata agli artisti emergenti e dove conobbi Piotta – una persona di un’intelligenza fuori dal comune – che aveva bisogno di qualcuno che gli curasse i live ed iniziai così a lavorare con molte altre band come Africa Unite, Perturbazione, Linea 77, Cisco e molti altri. Nel frattempo fondai una mia agenzia dedicata agli artisti emergenti e continuai a curare le competenze in marketing e comunicazione con un master e un successivo lavoro presso una grossa compagnia di assicurazioni e banking con sede a Bologna. Grazie ad un contatto della mia agenzia conobbi KeepOn che in quel momento cercava una risorsa che tenesse i rapporti con tutti i locali italiani: ci siamo sposati e non ci siamo più lasciati. In questa realtà per la prima volta ho avuto l’opportunità di unire passione per la musica, sull’organizzazione di eventi e competenze più ‘aziendali’, come per esempio sul versante del marketing e delle sponsorship.

So che con DocServizi sei dietro le quinte anche di Internazionale a Ferrara…
Mi occupo della direzione del personale: in poche parole seleziono formo e coordino il personale di staff – tranne i professionisti della produzione, tecnici ed elettricisti – circa 120 persone. E’ un lavoro e un team che adoro!

Torniamo a KeepOn e ai locali live. Quali sono a vostro avviso i problemi principali di questo settore?
Le problematiche più sentite che ci riferiscono locali e Festival sono tre.
La prima riguarda la riconoscibilità dei locali di musica dal vivo: spesso i Live Club vengono scambiati per pub comuni perché fanno somministrazione di bevande e cibo e non vengono riconosciuti come luoghi di cultura per questa parte commerciale del loro lavoro. Il fatto è che proprio questa fonte di introiti rende sostenibile il loro programmare band di musica dal vivo originale, che comporta per altro diverse spese, dalla Siae all’Enpals, al giusto compenso per musicisti e tecnici audio e di palco. Stiamo lavorando molto su questa percezione errata, soprattutto per farla capire agli Enti locali perché agevolino questi locali che non sono discoteche, ma luoghi dove c’è inclusione e aggregazione sociale, dove si fa cultura, luoghi di espressione e scambio di idee.
La seconda, che in parte deriva da quanto ti ho appena detto, riguarda proprio i rapporti con gli enti locali per quanto riguarda permessi, regolamenti ed altri aspetti. Proprio perché a volte non c’è una conoscenza vera e propria del settore musicale e delle tipicità che ha. KeepOn si affianca ai gestori per far capire all’ente locale che c’è una rete, a livello nazionale ed europeo, per fare massa critica, come ti dicevo prima.
Il terzo, sul quale ci stiamo interrogando molto anche a livello europeo, riguarda il ricambio generazionale: si fa fatica a capire i trend che hanno, per esempio, i millennials, il target 18-25, e quindi diventa difficile capire che programmazione fare per andare incontro ai loro gusti. Quelli della mia età, che hanno più di 30 anni, vanno meno ai live: lavoro, famiglia, si arriva spesso troppo stanchi per andare ai concerti, che iniziano sempre più tardi. Nonostante questo, sembra che la fascia 25-35 sia ancora lo zoccolo duro, perché rappresenta la maggior parte del pubblico dei locali e dei festival.

Federico, so che ti metto in una posizione scomoda e me ne assumo tutta la responsabilità: ci puoi fare una sorta di play list dei locali del vostro circuito? Quali sono?
La programmazione dei nostri locali è molto varia: escludendo il punk, il jazz e il dj set, per il resto trovi tutto. Una buona notizia per l’Emilia Romagna: è la regione con più club aderenti al circuito.
La domanda su quali locali mettere in play list è effettivamente scomoda – scherza Federico – per quanto riguarda Ferrara, c’è il Black Star, nella zona di San Giorgio, mentre come festival non posso non menzionare naturalmente Ferrara sotto le stelle. Se poi vogliamo citarne solo alcuni fra i tanti aderenti da Nord a Sud, partendo da quelli più vicini: in regione, a Bologna, c’è il Locomotiv, mentre a Este c’è l’I’m Lab. A Torino il Cap10100, ora chiuso, col quale grazie a KeepOn stiamo facilitando i rapporti col Comune; La Latteria Molloy e il Festival Albori a Brescia; il Magnolia e l’Ohibò a Milano; il Karemaski ad Arezzo; il Lanificio 159, Na’Cosetta, L’Asino che vola e il Monk a Roma; l’Hart a Napoli; l’Off a Lamezia Terme; il Morgana a Benevento e I Candelai a Palermo.
Sul nostro sito comunque si può trovare l’elenco completo, per tutti i gusti e le provenienze.

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CULTURA
‘Noi siamo Cantautori’, una nuova rivista musicale nelle edicole
 

È piacevole sfogliare le pagine di una nuova rivista dedicata alla musica e in particolare ai cantautori. Questo gesto, una volta abituale, riporta ai tempi in cui le edicole erano frequentate con maggiore frequenza e soprattutto tanta curiosità. Era normale passare lunghi minuti cercando qualche novità o la pubblicazione di cui si era sentito parlare. La rivista in questione è ‘Noi siamo Cantautori‘ ed esce nelle edicole con cadenza mensile. Siamo in attesa del terzo numero .
Se un editore investe denaro ed energie in una pubblicazione dedicata ai cantautori, alla base c’è un sondaggio che ha individuato un numero potenziale di lettori sufficiente a mantenere in vita l’iniziativa.
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Chi vi scrive, conosce bene queste dinamiche, avendo partecipato a numerose iniziative editoriali, a partire dal 1991, quando mi vennero commissionati i primi tutorial interattivi su floppy per il computer Amiga, cui seguirono articoli su computergrafica e video d’animazione.
L’intenzione di scrivere una recensione è nata subito dopo l’acquisto del primo numero, ma ho preferito pazientare e attendere quello successivo. La prima uscita solitamente è preparata sin nei minimi dettagli, con tempistiche umane; la vera ‘battaglia’ inizia a partire da quella successiva, con date di consegna, impaginazione e stampa inderogabili.
‘Noi siamo cantautori’ punta a diventare un riferimento per chi vuole cimentarsi con l’arte della musica, con interviste ai protagonisti della scena, approfondimenti e informazioni. I primi due numeri contengono preziose informazioni sui luoghi in cui è possibile suonare e percepire un compenso, i tutorial tecnici per scegliere l’attrezzatura più adeguata alle proprie necessità relativamente a chitarre, microfoni, schede audio e software.
Gli articoli si basano su interviste e approfondimenti, un’impostazione scelta da ‘Contatto Diretto’ a partire dal 2013, per cavalcare la velocità della rete e avvicinare al contempo chi non si accontenta della scheletrica sintesi di news e twitter.
Dando uno sguardo ai titoli e alle fotografie delle copertine dei primi due numeri risulta evidente lo spazio dedicato ai personaggi che frequentano abitualmente tv, radio e social, fortunatamente però non manca l’attenzione per giovani ed emergenti come Amerigo Verardi, Dente, Claudia Crabuzza, Francesco Motta. Allo stesso modo ci si occupa di Rino Gaetano, Lucio Battisti e John Lennon, della ristampa dei dischi di Eugenio Finardi, di Leonard Cohen e del ritorno agli onori della cronaca di James Senese, recente vincitore della Targa Tenco per il miglior album in dialetto. L’offerta è eterogenea e i contenuti esulano banalità e stereotipi, privilegiando le notizie e limitando gli aggettivi.
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Come nella migliore delle tradizioni, un buon numero di pagine è dedicato alle recensioni dei dischi e ai tour degli artisti, senza trascurare le interviste agli addetti ai lavori e alle produzioni indipendenti.
Terminando di leggere il secondo numero di ‘Noi siamo Cantautori’, il pensiero corre a ‘Ciao 2001‘, la rivista punto di riferimento di almeno due generazioni. L’augurio è che questa nuova iniziativa ne erediti il prestigio, la competenza e soprattutto la passione.

‘Noi siamo Cantautori’ è pubblicata da Sprea S.p.A

INSOLITE NOTE
Il disco ritrovato degli Alunni del Sole

Sono passati tre anni dalla scomparsa di Paolo Morelli, autore e interprete dei successi degli Alunni del sole, da allora il fratello Bruno si è prodigato per mantenerne viva la memoria, contribuendo alla ristampa di quasi tutta la produzione musicale. All’appello mancava soltanto “Di canzone in canzone”, l’album uscito nel 1992 dopo una lunga pausa discografica. Il 9 ottobre 2016, anniversario della scomparsa di uno dei più grandi cantautori del suo tempo, quel disco è stato finalmente ristampato.

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Bruno e Paolo Morelli

All’epoca “Di canzone in canzone” non ebbe un grande riscontro in termini di vendita, soprattutto perché privo dell’indispensabile promozione dovuta a un gruppo che ritornava sulla scena dopo un’assenza di dieci anni. I passaggi televisivi furono pochi, limitati a una partecipazione di Paolo Morelli a “Domenica in” e a qualche apparizione sul circuito privato.
La Phonogram, una delle più importanti case discografiche dell’epoca, condivise il progetto e ne affidò la produzione a Massimo Di Cicco, fondatore degli storici Studi Titania di Roma. Le registrazioni si svolsero per un intero anno, un tempo considerevolmente lungo, giustificato dalla qualità del risultato tecnico e artistico ottenuto. La strumentazione utilizzata era ancora in gran parte analogica ma lo studio aveva iniziato a dotarsi di apparecchiature digitali, con il risultato di ottenere un suono tutt’oggi apprezzabile.
Nella copertina del disco, per la prima volta, il nome di Paolo Morelli venne disgiunto da quello degli Alunni del Sole, una scelta che ribadiva il ruolo creativo e cantautoriale dell’artista all’interno del gruppo.

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Foto di Paolo Morelli, all’interno del volumetto del CD

Di canzone in canzone
Il singolo “Di canzone in canzone” apre la tracklist dell’album, si tratta di una raffinata e sofisticata frase melodica che coinvolge l’ascoltatore. Il testo descrive un mondo fantastico, animato da fantasie, illusioni, pupazzi di legno, principi affascinanti e incantatori di canzoni. Simboli, espressioni e figure spesso presenti nei testi di Paolo, che ritornano simultaneamente come per ristabilire il contatto a lungo interrotto tra l’artista e il suo pubblico. Le parole hanno un percorso preciso, ogni frase raffigura immagini e pensieri, l’armonia ne facilita l’assimilazione.
“Giochi di bimba negli occhi tuoi” conduce all’interno di un mondo chiuso a chiave, un angolo nascosto dove la protagonista diventa regina nel mondo delle fate e compra la fortuna quando cade l’allegria.
“Dimenticarsi” è la sintesi dell’ispirazione di Paolo, un’eccitazione della mente che percorre tutto il disco, con armonie e ritmiche sempre attuali. È un piacere ascoltare l’inciso di questo pezzo e fantasticare sul significato delle parole: “… i sogni belli non finiscono la sera”.
La sovrapposizione tra chitarra a 12 corde a quella classica accompagna “Rosita”, il primo dei ritratti femminili dell’album, tra ritmi ed espressioni inconsuete: “Ma sono forse caduto in un altro pensiero che mi toglie il respiro ma mi sento più vero…”. Gli altri brani dedicati a nomi di donna sono “Lena” e “Francesca”, freschi profili di pensieri d’amore, quest’ultimo sottolineato da un suggestivo sax soprano in stile new age.

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La copertina del CD “Di canzone in canzone”

Una delle caratteristiche autoriali di Paolo Morelli è quella di porre elementi e situazioni tra sogno e realtà, senza disegnarne i confini ma riuscendo, con la scrittura, a muoversi a piacimento tra una dimensione e l’altra. Qui sta la sua grandezza, quella che comunemente viene chiamata vena poetica, ma che forse è qualcosa di più. È difficile entrare nelle pieghe dei suoi versi, conviene seguirli e lasciarsi guidare dalle immagini che riescono ad evocare.
In “Perché” il tema della solitudine affiora con il calare della sera, tra un treno che viaggia, i disegni sul viso e il desiderio di ricordi che non abbandonano mai le fantasie. Leggendo le parole del testo ci si accorge di quanto sia intrigante entrare nei pensieri dell’autore, rimanendo affascinati dagli accostamenti lirici e poetici. Grovigli di parole, similitudini, metafore e accostamenti ripetuti rendono unico uno dei pochi artisti in grado di rendere poesia la canzone. È questo anche il caso di “Donna”, forse un ricordo amoroso, e di “Sentimentale”, splendida nel suo intercalare: “Inconsapevoli di un’ora senza fine abbiamo scelto di fare di nuovo una storia tra noi due”.
“’O sole se ne jeva” è la sola canzone del disco in dialetto napoletano, eseguita da Paolo al pianoforte durante una puntata del Maurizio Costanzo Show. L’inciso, struggente e ispirato, ne fa una delle perle dell’album, un ricordo d’amore sopravvissuto all’impietoso passare del tempo.
Paolo Morelli accettò di ritornare in sala d’incisione a patto che venisse realizzato un lavoro come lui desiderava e il risultato conferma che raggiunse pienamente l’obiettivo.
Chi vi scrive ha più volte intervistato Bruno Morelli, il quale si rammaricava dell’indisponibilità del master di “Di canzone in canzone”. È facile immaginare la sua reazione quando il sottoscritto lo informò che era in possesso del rarissimo CD da cui poi è partita l’operazione di recupero. Ecco rivelato il motivo dell’inserimento del mio nome tra i crediti dell’opera.
Il CD è contenuto in un’elegante confezione, curata in ogni parte, con i testi dei brani e la riproduzione delle etichette a suo tempo poste sulle facciate del vinile. Scrive Bruno Morelli nell’ultima pagina del libretto: “Erano passati dieci anni e Paolo Morelli ritornava con le sue canzoni per continuare e raccontare che… i sogni belli non finiscono la sera”.

Sito ufficiale Alunni del Solehttp://www.alunnidelsole.it/

Paolo Morelli ospite al Maurizio Costanzo Show, presentazione “Di canzone in canzone”
https://www.facebook.com/federico.rigoni.1/videos/817385251661053/

INSOLITE NOTE
L’inedito jazz degli Alunni del Sole riappare a due anni dalla scomparsa di Paolo Morelli

La rinata Produttori Associati, la casa discografica che è stata anche di Fabrizio De Andrè, sceglie di pubblicare una versione inedita dell’album “Dov’era lei a quell’ora”, un omaggio al grande cantautore Paolo Morelli a due anni dalla sua improvvisa e prematura scomparsa. Abbiamo intervistato il fratello Bruno, che ha condiviso con lui la storia e il sogno degli Alunni del Sole.

Paolo Morelli e Gli Alunni del Sole sono una parte importante della storia della scena musicale italiana…
Credo che Paolo sia stato tra i più bravi cantautori della sua epoca, stimato e ben considerato dai colleghi, compreso Fabrizio De Andrè, che all’epoca del suo primo lp, quello de “La canzone di Marinella”, incideva per la Produttori Associati, la nostra stessa casa discografica milanese. Fabrizio voleva sempre sapere quando andavamo a Milano, in modo da trascorrere il tempo del viaggio insieme con noi. Credo che il lavoro di mio fratello sia stato riconosciuto soltanto in modo parziale, perché avrebbe meritato una maggiore considerazione da parte di tutto l’ambiente. In quegli anni la musica era importante e di qualità, si viveva una continua competizione con la quale ci si doveva confrontare e dimostrare di essere all’altezza.

Alunni del Sole
Alunni del Sole

Cosa si sta facendo per ricordare il lavoro di Paolo?
L’unica cosa che io posso continuare a fare è raccontare la storia di mio fratello, dopo essergli stato accanto una vita intera e avere condiviso con lui lo stesso mestiere.
A parte i tributi, concerti e quant’altro, io posso raccontare una storia vista dal di dentro, parlare di quello che mio fratello è stato capace di produrre da quando aveva 20 anni, sino alla scomparsa. Lui ha dedicato tutta la sua vita alla musica.
Oggi tutto passa velocemente, cambia, si trasforma e anche la musica non si sa dove stia andando. C’è un concetto dell’usa e getta che contrasta con quanto fatto dai grandi protagonisti che si sono succeduti da Modugno in poi, ma per fortuna, anche se viviamo un periodo di grande distrazione, Paolo in parte è ancora ricordato. Quando è scomparso, le televisioni ne hanno parlato, mi ricordo gli annunci dei tg, di Domenica In e il bel servizio di Vincenzo Mollica su Rai uno.
Ritiro spesso targhe e riconoscimenti da parte di persone e iniziative che dedicano un ricordo a mio fratello, ma evito di progettare un eventuale premio Paolo Morelli, che durerebbe inevitabilmente una sola stagione, scontrandosi con questo momento storico in cui non interessa neppure l’attualità della musica leggera.
Nascono spontaneamente molte iniziative che lo ricordano e non c’è bisogno che io le incentivi ulteriormente. Nel 2013 il Flaminio Film Festival di Roma gli ha dedicato il premio per il migliore cortometraggio e la scorsa estate, il Direttore del Teatro San Carlo di Napoli, gli ha dedicato il concerto svoltosi nella spettacolare piazza Guglielmo Marconi di Riardo, nell’ambito del “Riardoborgofestival”. Recentemente Enrico Ruggeri ha cantato “’A Canzuncella” al Festival di Sanremo, a testimonianza di come le canzoni di Paolo siano senza tempo.

Paolo e Bruno Morelli
Paolo e Bruno Morelli

La rinata Produttori Associati ha pubblicato la versione inedita di “Dov’era lei a quell’ora”, orchestrata da Giorgio Gaslini. Come mai fu deciso di non pubblicarla e di rifarne una seconda con Gianni Mazza?
Il discorso fu affrontato nella sede della società, nella solita riunione di fine lavoro, alla presenza del direttore artistico, del produttore, del proprietario, insieme a noi e ad altri addetti ai lavori. L’opinione generale fu che la versione di Gaslini non era in linea con certi standard di suono e arrangiamento in uso all’epoca. Negli anni Settanta uscivamo dall’epopea beat, dominata da Rolling Stones e Beatles, e cominciavano ad arrivare le prime edizioni di Elton John, c’era quindi già l’esigenza di adeguarsi a quello che era diventato il nuovo “sound”. Si sosteneva che il disco dovesse suonare in un certo modo e avere uno standard di sonorità, soprattutto per quanto riguarda la ritmica: batteria e basso dovevano essere suonati con energia. Si pensò quindi che l’orchestrazione di Gaslini, pur molto bella, suggestiva e affascinante, avesse trascurato questi parametri e risultasse troppo elitaria, un arrangiamento per buongustai e appassionati della musica. All’epoca la discografia e un po’ tutti gli addetti ai lavori, cercavano di preservare la qualità del prodotto senza perdere di vista l’aspetto commerciale.

Voi quali delle due versioni preferivate?
Per noi sono belle tutte e due, queste cose in fondo le realizzavamo noi: non fu una proposta subita a malincuore, ci siamo prodotti in un’azione che accontentasse anche l’esigenza di cui ho parlato prima. Inoltre, ascoltandole in parallelo ci si accorge che c’e’ una risposta di suono più invadente nella seconda versione, ma ci sono anche alcuni tratti di quanto si era fatto con Gaslini. Per esempio l’ingresso con flauto dolce e l’utilizzo della chitarra classica erano idee di mio fratello. Anzi ti dirò di più, nella seconda versione Paolo arricchì molto i tratti di congiunzione tra un pezzo e un altro. Nella prima parte tra “Dov’era lei a quell’ora” e “Il paese dei coralli”, c’è un intermezzo meraviglioso che sicuramente rispecchia tutta la sua cultura classica, ascoltandolo ci si accorge che è una piccolissima suite di taglio sinfonico. La bella orchestrazione degli archi, della quale Paolo scrisse una linea portante, fu realizzata da Gianni Mazza, quindi, a mio avviso, anche nella seconda versione ci sono cose molto eleganti.

Dopo avere lavorato con Gianni Mazza, iniziò l’epoca di Gian Piero Reverberi…
La collaborazione con Reverberi è iniziata con “E mi manchi tanto”, in quello che consideriamo il periodo “milanese”. Dopo i primi tempi con Detto Mariano, Paolo volle incontrare Gian Piero, sia perché arrangiatore di Lucio Battisti sia per l’ottima considerazione di cui godeva in tutto l’ambiente. Da lì in poi abbiamo lavorato con lui sino alla fine degli anni Settanta, con la sola eccezione dell’album “Jenny e la bambola”, arrangiato da Tony Mimms.

La copertina di Dov'era lei a quell'ora
La copertina di Dov’era lei a quell’ora

Recentemente “Jenny e la bambola” è stato portato in digitale, in occasione del cofanetto realizzato dalla Sony, che contiene 10 vostri album. Come mai il disco è stato convertito dal vinile e non dal master originale?
I master realizzati per la Produttori Associati furono trasferiti negli archivi della Dischi Ricordi: tutto il catalogo (De Andrè, Santo & Johnny, Morris Albert) fu ceduto alla casa torinese che a sua volta fu acquistata dalla BMG. Da quel momento l’archivio è stato portato in Germania. I nastri, anche se conservati bene, col tempo si deteriorano, ogni tanto andrebbero suonati e conservati nel migliore dei modi. Prima che il processo di deterioramento si compia è consigliato il trasferimento su un supporto adeguato, in questo caso il digitale. Quando hanno cercato il master per realizzare il tributo della Sony, si sono accorti che “Jenny e la bambola” non suonava più, purtroppo non erano stati fatti i dovuti salvataggi. In questo caso, come per tanta altra bella musica, l’unico modo di recuperare qualcosa è quello di ripartire dal vinile. Comunque, grazie a quest’operazione, una delle nostre più importanti produzioni è riuscita a sopravvivere.

“Il sogno che svanisce” è l’ultimo album d’inediti che avete pubblicato, com’è nato questo disco?
Paolo non ha mai smesso di scrivere canzoni, ma da qualche anno la discografia è quasi scomparsa, i dischi non si vendono più e quindi c’è meno attenzione e possibilità di produrre nuovi lavori.
Alla fine del 2012, stavamo finendo di incidere “Il sogno che svanisce”, quando una mattina Paolo mi chiede di accendere il registratore perché aveva una canzone in testa. Si è seduto al pianoforte e l’ha cantata di getto, così com’è accaduto per tante canzoni di successo come “Pagliaccio” e “‘A Canzuncella”. La versione registrata in casa è la stessa stampata nell’album, non abbiamo fatto altro che dare una sistematina e aggiungere delle sottolineature con pochi archi e così via. Mio fratello era innamorato di questa canzone che gli era venuta di getto. Io, nel riascoltarla, ci trovo tanta tristezza, irrequietezza e nostalgia infinita. Nel testo ci sono dei passaggi, visto quanto successo dopo pochi mesi, che ne fanno una canzone enigmatica.

Qualche sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe fare ristampare l’album “Di canzone in canzone”, uscito in sordina nel 1992 e mai apprezzato come meritava. Il disco contiene 10 belle canzoni degne di essere riproposte e fatte conoscere.

Grazie Bruno per averci raccontato tante belle cose della vostra storia e di Paolo…
William, prima di congedarci, consentimi innanzitutto di salutarti. Non pensare che non sappiamo cosa hai scritto di noi, sei stato forse il primo agli albori di Internet a raccontare la nostra storia. Per questo ti vorrei testimoniare, oltre a un affetto istintivo che nasce nei confronti di coloro che parlano di noi, la mia gratitudine e riconoscenza.

Si ringraziano, per la gentile disponibilità e il sostegno, tutti i gruppi e i fan che sostengono Gli Alunni del Sole e Paolo Morelli su Facebook

“Liù”, Discomare 1978

I Cultura Minimal si raccontano: la veloce ascesa di un’emergente rock-band ferrarese

Di sicuro a Ferrara una cosa che non manca mai è la musica. Tanti sono i giovani ferraresi appassionati di musica e tantissimi sono quelli che a questo mondo si avvicinano in maniera attiva, talvolta riscontrando anche un buon successo oltre le Mura. Tra questi spiccano i Cultura Minimal, band emergente tutta al ferrarese che in pochi anni si è già imposta nel panorama musicale della città estense.
Abbiamo deciso di raccontare la loro musica e la loro storia incontrando uno dei quattro membri della band, il batterista vigaranese Nicola Giovanardi.

Il logo dei Cultura Minimal
Il logo dei Cultura Minimal

“I Cultura Minimal nascono nel maggio del 2013 da un’idea del nostro frontman Niccolò Battaglia – racconta Nicola – e dopo una prima fase di assestamento durante la quale il progetto ha piano piano preso forma, siamo arrivati solo pochi mesi fa alla formazione ufficiale del gruppo”. Oltre a Niccolò battaglia (voce e chitarra) e Nicola Giovanardi, i Cultura Minimal sono Diego Guidoboni (chitarre) e Raffaele Guendalini (basso). Un nome, quello della band, “nato un po’ per gioco, perché tendiamo sempre a prenderci un po’ alla leggera” ci spiega Nicola, precisando quanto Cultura Minimal “rispecchi veramente quel concetto di leggerezza che ci contraddistingue come band”.

Tutta l’energia del rock puro legata alle tradizioni del pop moderno, senza mai tralasciare una sostanziosa impronta cantautoriale caratterizzata soprattutto da testi attuali (si spazia davvero tra mille temi) e impegnati, vere fondamenta della musica della band: questi i tratti che maggiormente li contraddistinguono. I Cultura Minimal, spiega Nicola, “non si pongono in alcun modo vincoli di genere musicale: siamo convinti che soprattutto oggi nel mondo della musica etichettarsi non serva a niente, al contrario è necessario tenere sempre la mente aperta e sperimentare in continuazione”.
Queste aperture a ogni influenza musicale sono anche la chiave di tutti i live della band, poiché “in ogni concerto – racconta il batterista – riusciamo a essere sempre noi stessi e sempre spontanei, convinti che cercare di mettere in musica quello che siamo e proporlo al pubblico in maniera genuina sia la chiave per arrivare a quanta più gente possibile”.

E a ripercorrere nei dettagli la breve storia dei Cultura Minimal i fatti sembrano dar ragione alle parole di Nicola: oltre al secondo posto all’edizione 2014 del “SangioinRock”, al primo posto all’edizione 2015 del “Rock Fool’s Fest” di Bondeno e alla conquista delle fasi semifinale del festival “Musicale” di Pisa nel 2015 (selezionati tra oltre 120 partecipanti), l’ultima ‘conquista’ è arrivata poche settimane fa con la vittoria del “Boccalone d’oro” al “MusicaFè”, il festival universitario organizzato dall’Associazione Ferrarese Universitaria de li 4S che prevede l’obbligo tra le band partecipanti di avere almeno la metà dei componenti iscritta all’Università di Ferrara. “Una bellissima iniziativa che, parlando da studente Unife – ha commentato Nicola – andrebbe di sicuro valorizzata, un’occasione per suonare insieme e divertirsi, ma anche di sana competizione. Vanno ringraziati tutti gli organizzatori per la passione e l’impegno con il quale creano queste belle manifestazioni, sempre meno presenti a Ferrara”. Una vittoria sicuramente prestigiosa e importante visto anche un recente cambiamento di formazione.

La copertina del primo Ep
La copertina del primo Ep

Ora, quindi, sembra essere arrivata l’ora di fare sul serio: “Con questa nuova formazione vogliamo finalmente fare il salto di qualità”, afferma il batterista, annunciando l’uscita “del nostro primo Ep nel maggio 2015 e, un mese dopo, del video di uno dei singoli da questo estratti, “Dmax” [guarda]. Attualmente siamo costantemente in sala di registrazione per lavorare sul nostro primo disco ufficiale, in uscita il 15 settembre”. Tutto questo grazie alla collaborazione con l’etichetta AreaSonica Records di Bologna, avviata nel dicembre scorso, “una novità – spiega Nicola – che ci permetterà di organizzare le date per il lancio dell’album e un tour di promozione che uscirà anche dal territorio ferrarese. Di sicuro con l’uscita del nuovo disco cambierà anche il nostro approccio soprattutto per quanto riguarda la distribuzione, per ora siamo davvero fortunati perché abbiamo tante persone al nostro seguito che cercano di migliorarci e consigliarci in questa fase per noi completamente nuova”.

Una grande opportunità quindi per la band, che Nicola precisa essere “frutto di una buonissima base di etichette indipendenti sparse per tutta l’Italia, gente competente e appassionata che per fortuna crede ancora nella musica e, di fatto, sono vera e propria linfa vitale per il panorama musicale italiano, oggi quasi in crisi d’identità”. Secondo il batterista il problema principale della situazione attuale della musica in Italia è la sua stessa comprensione da parte degli ascoltatori: “Sono cambiati radicalmente i tempi e ciò viene confermato dai ragazzi di oggi, i quali faticano troppo a capire realmente cosa stanno ascoltando. Oggi siamo portati tutti a seguire solo alcune vecchie linee melodiche che ci hanno fatto rimanere culturalmente indietro, manca quella concezione fondamentale che la musica è innanzitutto lavoro e ricerca continua”. Tutto ciò secondo Nicola si riscontra anche a Ferrara, una realtà “sicuramente attivissima dal punto di vista musicale”, ma che purtroppo “fatica ancora a riconoscere i musicisti come veri e propri lavoratori”, un problema che incide anche nella “collaborazione tra chi lo show lo fa e chi lo organizza, e a risentirne sono soprattutto la promozione e la comunicazione degli eventi stessi, dettagli spesso mal gestiti. Oggi, purtroppo – conclude Nicola – non è più come trent’anni fa quando la musica era seguitissima soprattutto dal vivo, ecco perché risulta davvero fondamentale riuscire a creare la giusta aspettativa”.

Al termine della chiacchierata, Nicola ci tiene a lanciare un appello a tutti i lettori: “Andate ad ascoltare la musica dal vivo! Noi lo diciamo sempre… non c’è modo migliore di capire davvero tutta la passione e l’impegno che stanno dietro ai tanti giovani progetti musicali come il nostro”. E noi non possiamo fare altro che condividere questo appello e rilanciarlo, consigliando a tutti di seguire il cammino di questi quattro ragazzi verso quello che sarebbe, davvero, un successo meritato.

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Viaggio d’autore nel Po che sembra l’Amazzonia

Con quella voce roca e un po’ strascinata Vasco Brondi racconta il mondo da un punto di vista che ogni volta ti colpisce e ti sorprende. Perché parla di cose comuni, che hai sotto gli occhi, ma ne mostra un lato che ti era sfuggito, un’angolatura sbieca come quella voce lì. Lo fa quando canta con il nome suggestivo e un po’ ingannevole di Luci della centrale elettrica, ma anche quando chiacchiera a ruota libera. Può essere in un’intervista tv con Daria Bignardi, sul palco di una sala, in strada o – adesso – tra gli scaffali di una libreria cittadina. La cosa strana è che, quando parla, ti incanta uguale a quando canta. Perché ha proprio lo stesso modo di descrivere fatti e situazioni, di farti entrare nei suoi pensieri, che è il tratto distintivo dei suoi testi; e fa effetto vedere come quel modo gli venga naturale anche mentre risponde e ti porta dentro i suoi circuiti mentali, nella stradina inclinata e attenta con cui attraversa la vita.

Il libro è “Anime galleggianti” e racconta un viaggio che è quasi dietro casa eppure inaspettato: tre giorni “dalla pianura al mare tagliando per i campi”. Cosa ci fanno due cantautori insieme su tre metri quadrati di alluminio che galleggiano sull’acqua del fiume? Cosa vedono e che emozioni scoprono dentro a questo canale del Po i rappresentanti emiliani di due generazioni diverse della musica d’autore? A raccontare il viaggio lungo uno dei luoghi-simbolo della terra padana sono appunto Vasco Brondi, 32 anni, famoso con il nome d’arte di Le luci della centrale elettrica, e Massimo Zamboni, 50enne tra i fondatori del mitico gruppo dei Cccp e poi dei Csi. Loro la definiscono una “crociera nel posto meno turistico del mondo”.

Il libro, fresco fresco di pubblicazione, viene presentato per la prima volta in un tour che parte da Ferrara, poco distante da dove inizia il viaggio che c’è dentro, nella città dove Vasco Brondi è cresciuto e poco lontano dalla “patria” di Massimo Zamboni, che è di Reggio Emilia e ne è sempre andato fiero. A chiacchierare con loro – davanti a un pubblico che mescola fan ventenni da concerto e parenti e amici di ogni età – è Paolo Foschini, giornalista del Corriere della sera, che a Ferrara ci è nato e torna qui con gli occhi di chi sta a Milano da anni, ma si ritrova perfettamente a suo agio sui temi della sua adolescenza, circondata dai dischi dei Cccp ancora ben custoditi nella vecchia cameretta.

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Vasco Brondi, Paolo Foschini e Massimo Zamboni (foto Giorgia Mazzotti)
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Il cantante Vasco Brondi con il giornalista Paolo Foschini alla libreria Ibs (foto Giorgia Mazzotti)
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Dialogo tra il cantautore e il giornalista nella libreria ferrarese (foto Giorgia Mazzotti)
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Vasco Brondi durante la presentazione del libro “Anime galleggianti”

Il fiume riporta tutti quanti qui, nel cuore della pianura da cui è partito il cammino di ciascuno: dei due musicisti, del fotografo e del giornalista.

“Vasco – scherza Foschini – scrive come il trentenne che è, parlandoti subito di quello che sta facendo. Massimo, invece, parte da un pochino più indietro, dallo storico incontro tra  papa Leone I e Attila il re degli Unni (anno 452, ndr) avvenuto in un piccolo paese tra Mantova e Ferrara. Perché è in questo posto, che si chiama Governolo, che più di mille anni dopo si rinnova il senso dell’incontro tra noi e i disperati che arrivano da chissà dove”. Dopo questo viaggio – ribatte il chitarrista e fondatore del gruppo punk rock degli anni ’80 – dovranno scrivere che in quel posto si sono incontrati anche Brondi e Zamboni… “Lo scriveranno a pennarello, però!”, commenta ridendo Vasco.

Viaggio memorabile dunque, questo del libro, perché attraversa quella regione che non esiste, che si chiama Polesine, dove i cartelli segnalano il passaggio dal Veneto alla Lombardia all’Emilia-Romagna. Ma la geo-politica non la vedi, e nemmeno la pianura, perché a mollo nel canale domina la natura e un’umanità fuori luogo e fuori tempo, dai tratti spesso esotici. Come a Castelguglielmo  (in provincia di Rovigo, ndr) – fa notare Zamboni – dove ci dicevano: ‘Quando arriverete lì, vi sembrerà di essere in Amazzonia’. E ce lo diceva uno che, in Amazzonia, non c’è mai stato; e non ci sono mai stato neanch’io.  Eppure, quando arrivi lì, hai davvero l’impressione di essere in Amazzonia, immerso in una vegetazione esuberante, persino con le palme che i barcaioli devono tagliare con il machete per farsi largo”. O come un altro signore – ricorda Vasco – che diceva che lui veniva da Pavia e che quando è arrivato da queste parti ha deciso di fermarsi. E lo raccontava con lo slancio di Gauguin, quando è arrivato in Polinesia! “Quando sei lì e ti guardi intorno – ammette il cantautore di Le luci della centrale elettrica – non capisci bene cosa ci sia di così speciale. Poi, come ha spiegato il fotografo che era con noi, Pier (Piergiorgio Casotti), ti rendi conto che attorno hai cose silenziose, che le riesci a vedere solo dopo che ti sei ben ripulito gli occhi e le orecchie. Allora sì, ti accorgi che sono speciali”. Più che i posti “è il movimento stesso che diventa importante, sentire l’odore che fa, l’effetto dell’aria sulla pelle”. Ecco allora l’incontro di due generazioni, la scoperta che folgora Vasco quando, ragazzino, inizia ad ascoltare i Cccp che ormai, forse, si erano anche già sciolti. Vasco spiega: “Da adolescente rimasi colpito dal fatto che i Cccp dicevano ‘Non a Berlino ma a Carpi’ e io non capivo bene in che senso… Così con un mio amico a sedici anni abbiamo preso un paio di treni e siamo andati a Carpi a vedere cosa c’era, dal momento che la consideravano addirittura meglio di Berlino. Abbiamo trovato una piazza enorme deserta, tantissima gente normalissima, nessuno vestito come noi, ma ci è piaciuta comunque. Forse alla fine abbiamo capito che più o meno era come stare a Ferrara e allora ci è venuto il dubbio che intendessero che i nostri posti andavano benissimo e che anche lì i desideri si possono realizzare. Anzi, sono posti cruciali perché non accade niente, e se vuoi che succeda qualcosa lo devi fare succedere tu”.

Eccolo, l’incanto del viaggio, che non importa tutto sommato dove arriva (e qui, la meta, era il mare di Porto Levante), ma quello che attraversa.

Anime galleggianti: dalla pianura al mare tagliando per i campi” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni con fotografie di Piergiorgio Casotti, edizioni La Nave di Teseo, Milano, aprile 2016, 164 pagine, 15 euro

INSOLITE NOTE
L’Amorale “Emergenza di emergere”

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Russo Amorale, all’anagrafe Ugo Russo, è un cantautore francese di origini italiane. Proprio queste ultime, per motivi poetici e personali, lo hanno spinto a cantare prevalentemente in italiano. Non solo, Amorale inizierà proprio da Ferrara il suo tour italiano: venerdì 15 aprile al “91sanromano Bar-Bistro” (ore 21, ingresso libero).
La chitarra è lo strumento che guida la sua musicalità, con tempi che spaziano dal passato al presente e viceversa, a volte dura nei suoni così come le parole, sintesi di origini semplici e allo stesso tempo nobili, sicuramente ricche di artisti del quotidiano. “L’emergenza di emergere” è il titolo del suo recente ep: il viaggio di un ‘bastardo’ multiculturale e sradicato, riassunto stilistico della sua espressione artistica. Questo sradicamento culturale, senza punti di riferimento statici o inerti, si ritrova nei luoghi dei suoi testi, scritti per cinque canzoni che si muovono tra Reggio Emilia, Nancy, Lione, Bologna e Parigi.

“Fossato 41” aleggia tra accordi rock e arie folk, camminando tra le vie di Bologna, citando luoghi, persone e situazioni, con la leggerezza e il sarcasmo del cantastorie: “Vieni a Bologna che introduco a te, ora ti spaccio per quell’Andrea o l’altro Andrea, mastro somaro che canta e suona male… Comunque, era un postaccio…”.
“Torrione 10” è, invece, una ballata che s’insinua tra i due fiumi di Lione e una Parigi che in provincia non è più capitale. Il brano propone una geografia poetica ricca di citazioni, francesismi, approssimazioni linguistiche, quasi un gergo, forse una nuova lingua di frontiera, Amorale, per l’appunto: “Una tennista mi massaggia le mani mentre sorseggio un decotto d’erica, dice “non si sta male senza un domani”, a breve sparirà in America…”.
“Galileo” è un blues, in lingua inglese, registrato su nastro e senza sovra-incisioni, così come “Le cose (che ti fanno prendere male)”, basato su un testo surreale, con assolo di armonica a bocca: “…ma in qualche infarinatura di ingenuità, ti aggrovigli torva serpe che non sei altro, ed io verrò con certa sciabola di amenità, a sciogliere i veleni e le conclusioni errate: sarò il tuo disastro”.

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“Arenata Regina, in un’ultra-Siberia, nell’oltraggio di brina, canto la mia miseria”. E’ la prima strofa di “L’emergenza di emergere”: uno scioglilingua dedicato agli outsider di provincia, uno spaccato generazionale di chi è ancora lontano dai 30 anni, ma sta già perdendo di vista i primi 20. Gli accordi rock-blues accompagnano un testo all’apparenza metropolitano, ma chiuso nel suo salotto a chilometro zero.

Russo Amorale è l’autore di musiche, testi e arrangiamenti di questo EP, registrato tra Italia e Francia, un’opera che sorprende l’ascoltatore con curiose sfumature musicali e linguistiche, preludio di un talento pronto per emergere: “Fossato 41” docet!

Fotografie di Pierre Banon

Video ufficiale di “L’emergenza di emergere”

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LA STORIA
Il suono dell’utopia e del coraggio: i Cranchi

“Non canto per cantare” è il nuovo album dei Cranchi, scritto e prodotto da Massimiliano Cranchi e da Marco Degli Esposti. Il titolo del disco è una dichiarazione precisa, si riferisce a “Manifiesto” di Victor Jara, il cantautore cileno assassinato durante il golpe in Cile: “Il canto ha senso quando scorre nelle vene di chi morirà cantando le verità autentiche”.
I Cranchi rincorrono sogni di uguaglianza, libertà, amore e fede, per mezzo di dieci canzoni dal sapore ‘cantautoriale’, con la passione di chi crede nelle proprie idee senza rinunciare alla poesia e alla ricerca di nuove sonorità.

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La copertina di Non canto per cantare

L’album si apre con “Cantico”, una ballata acustica tra fiori rossi e pensieri che rimano l’uno l’altro, sino a volgere lo sguardo verso vuoti siderali. Un vento leggero percorre le armonie del brano che cita Dylan e cerca Dio per ritrovarsi e comprendere il senso dell’uomo.
“Mariposa” si ispira liberamente a “El Arado” (L’aratro) di Victor Jara, in cui la fatica del contadino non conosce tregua, scandita dal volo delle farfalle, dal canto dei grilli e dai solchi scavati nella terra. Le parole di Jara s’intrecciano con quelle dei Cranchi, sino a fondersi in un unico brano.
Il banjo suonato da Marco Degli Esposti, voce leader del gruppo, introduce “11 Settembre ’73”, la canzone sul colpo di stato in Cile: “C’era il latte e la scuola per i figli, terre incolte distribuite ai campesinos, nel ’70 tutti andarono a votare per il sogno di riprendersi un paese…”.

Marco Degli Esposti-Massimiliano Cranchi
Marco Degli Esposti e Massimo Cranchi

“Eroe Borghese” ricorda Giorgio Ambrosoli, con la sua ritmica rock e la voglia di raccontare l’Italia degli anni Ottanta, per certi versi non tanto dissimile da quella odierna.
“Mio padre e mia madre” s’ispira a “Il Vangelo secondo Cristo” del Nobel per la letteratura Josè Saramago, con il suo Gesù ironico e umano, senza mai essere blasfemo. L’opera di Saramago, sacrifica un po’ la storia a favore di licenze poetiche e narrative, prediligendo il mito del figlio di Dio.
“Dove sei e dove vai” è ambientata a Ferrara, in Via Carlo Mayr, luogo di un amore vissuto tanti anni prima. Il tempo, che passa sempre più in fretta, ha cambiato tutto tranne la speranza di un nuovo incontro.
“Giulia è una ragazza strana che si distingue dalle masse, veste rosse sciarpe al collo e poi ti fissa, con i suoi occhi color diamante…”, nei testi dei Cranchi le parole identificano chiaramente il loro pensiero, così come gli autori di riferimento e i temi proposti. “Giulia” parla ancora di Gesù e della sua rivoluzione, della solitudine e dell’essere figlio di operaio.

foto di gruppo dei Cranchi
I Cranchi. Al centro il violinista ferrarese Alessandro Gelli

“Non canto per cantare” è il terzo album dei Cranchi, gruppo che proviene da quei luoghi della Pianura Padana, tra cui anche Ferrara, dove s’incrociano Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, lungo le rive del fiume Po. Si tratta di un lavoro che ci riporta indietro nel tempo, dove non si canta per far ballare, ma con la voglia di seguire un sogno. L’ascolto è piacevole grazie alla leggerezza della musica, contrapposta a parole intrise di indignazione, utopia e coraggio.

Guarda il video ufficiale di “L’isola infelice”

LA SEGNALAZIONE
Beppe Giampà mette in musica Pavese e Leopardi

Un disco solidale. Per la realizzazione del suo nuovo album, Beppe Giampà si affidata alla comunità: il 2 ottobre ha preso il via il crowdfunding a sostegno “Della fatal quiete“, titolo della raccolta dedicata alle poesie di alcuni dei più importanti scrittori della letteratura italiana come Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Dino Campana. Poesie musicate, cantate e interpretate con lo scopo di preservarne l’intimismo poetico anche sotto il punto di vista musicale. Tutti i sostenitori della sua campagna di crowdfunding riceveranno il cd, avranno il proprio nome inserito all’interno del libretto come coproduttori e/o partner e potranno scegliere altri gadget, tra cui la maglietta dedicata al progetto e la possibilità di organizzare un concerto live in un luogo a scelta.

beppe-giampa

I mattini passano chiari
Beppe Giampà non è nuovo a questi progetti. In “I mattini passano chiari” ha già musicato e interpretato alcune poesie di Cesare Pavese, tratte dalle raccolte “La terra e la morte” (1945) e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1950). Queste ultime, ritrovate tra le carte del poeta dopo la morte, sono liriche d’amore permeate di una struggente nostalgia, scritte con uno stile insolito per Pavese, dedicate all’attrice americana Constance Dowling, l’ultimo suo tragico amore.
Come ci ha insegnato Renzo Zenobi, non è facile tradurre le parole in musica, ma quando il suono dei testi riesce a trasformarsi in note, il risultato può essere stupefacente. Il progetto di Giampà è ambizioso, difficile e, soprattutto, si assume una responsabilità ‘senza rete’, come solo un animo poeta è in grado di fare.
Quante notti ha passato Beppe Giampà a respirare l’odore della terra descritta da Pavese, a leggere le sue poesie e a decidere quali musicare? Quanto ha influito il vivere nelle stesse terre, tra Langhe e Monferrato? Sono tanti gli interrogativi che vengono alla mente mentre si riassaporano gli amori, le paure, i colori della terra del poeta piemontese, tra note che spaziano dal folk al blues, dal jazz alla canzone popolare.
Il cantautore piemontese è stato coadiuvato, nella realizzazione del disco, da valenti musicisti quali Federico De Martino (piano, chitarra e basso), Manuel Daniele (programmazione batteria e percussioni), Italo Colombo (armonica e organetto) e Justina Wasowska (violino), Marco Genta (pianoforte e fisarmonica), Naudy Carbone (percussioni).

Le note del pianoforte e dell’armonica che accompagnano “Terra rossa terra nera”, il primo dei dodici brani dell’album, sciolgono subito ogni dubbio. L’interpretazione è viscerale e la musica rende melodica la poesia di Pavese, tragica, nostalgica e sanguigna allo stesso tempo.
Sarà anche un periodo di crisi per la discografia italiana ma certamente non lo è per la creatività dei nostri autori.
“Anche tu sei collina” si esprime in una ballata folk, dopo una lunga introduzione di pianoforte e fisarmonica, in cui le parole di Pavese sono cantate al ritmo di chitarre acustiche e semiacustiche, in una serie di suoni nitidi e puliti, idealmente silenti nei momenti in cui il testo domina: “Ritroverai le nubi e il canneto, e le voci come un’ombra di luna”.
“I mattini passano chiari”, il brano che dà il titolo all’album, è recitato da Giampà, accompagnato da piano, batteria e vocalist, d’influenza jazz. “Passerò per Piazza di Spagna” cattura l’ascolto sin dalle prime note, grazie a un’interpretazione intima e convinta con un andamento lento e incisivo.
“In the morning you always come back” trasforma la poesia in canzone, dove chitarra e piano dialogano alternandosi al testo, con un ritmo orecchiabile e piacevole all’ascolto.
“Tu sei come una terra” ha lo stile del vocepiano, con l’intervento vocale di Chiara Gallino, che ritroviamo anche in “To C from C”.
Il lavoro del cantautore piemontese ha facilitato la comprensione delle poesie di Pavese, grazie alla musica che le accompagna in perfetta simbiosi, esaltandone i lati oscuri con pause e alterazioni della voce e il suo contrario, manifestato dalla velocità del ritmo e da suoni brillanti.

Da “I mattini passano chiari” è nato uno spettacolo acustico dal titolo “Le parole di Pavese e Calvino dal Territorio alla Resistenza”, reading musico-letterario portato in tour da Giampà lungo la penisola e all’estero in Austria, Germania e prossimamente in Belgio. L’album è anche colonna sonora di un altro spettacolo teatrale che porta il medesimo titolo, scritto e diretto da Alessio Bertoli con Roberto Accornero, Barbara Forlai e lo stesso Giampà nei panni dell’ultima donna di Pavese: “La morte”. Se il reading tratta il rapporto del poeta piemontese con Territorio e Resistenza, nello spettacolo teatrale si parla, invece, del “Mestiere di vivere” dell’autore.

Beppe Giampà, domenica 11 ottobre alle ore 18, si esibirà a Ferrara presso la Sala della Musica, in via Boccaleone 19.

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    Per saperne di più sul Crowdfunding clicca qui
    Video di “Alla sera”, poesia di Ugo Foscolo, il primo singolo tratto dal nuovo album: clicca qui
    Video di “Hai viso di pietra scolpito”, tratto dall’album “I mattini passano chiari” con le poesie di Cesare Pavese in musica: clicca qui
Paolo Tocco

LA SEGNALAZIONE
Cantautori 2.0: ballando con Paolo Tocco

Furono Ennio Melis e Vincenzo Micocci, rispettivamente direttore generale e direttore artistico della Rca italiana, a inventare il termine “Cantautore” negli anni Sessanta. Da allora questa parola ha perso un po’ del significato originale, ma nel caso di Paolo Tocco identifica il modo di scrivere e curare i suoi lavori. Qualche anno dopo il precedente “Anime sotto il cappello”, Paolo pubblica “Il mio modo di ballare”, un nuovo album che è già stato selezionato tra i cinquanta migliori dell’anno, candidato al Premio Tenco 2015 (dal 22 al 24 ottobre al Teatro Ariston di Sanremo). Lo affiancano in questa sua danza musicisti capaci, in grado di costruire con lui un sound elegante e accattivante, curatissimo nei dettagli e caratterizzato dalle chitarre acustiche ed elettriche di Claudio Esposito, dal pianoforte e dalle tastiere di Vincenzo Murè, dal basso freatless di Giuliano De Leonardis (Equipe 84), dalle percussioni di Walter Caratelli, dalla batteria di Carlo Porfilio, Synt e programmazione di Domenico Pulsinelli.

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“Il mio modo di ballare”, nuovo album di Paolo Tocco

Il disco si apre con “D’oro e di pane”, una delicata ballata dagli antichi sapori, eseguita con Helen Tesfazghi (“Finally” è il suo ultimo album): una storia d’amore tra un uomo con le mani bucate e la schiena piegata e una ragazza nata in un villaggio di fate. Insieme saranno figli dell’oro e si terranno per mano: “Mi misi in cerca dell’oro per un pezzetto di pane… saremo figli dell’oro, saremo pezzi di pane”.
“Da questo tempo che passa” è cadenzato dalla chitarra a sette corde di Daniele Di Diego e dalla malinconica fisarmonica di Marco Di Biasio. È la canzone dei ricordi, di un non ben definito film a colori di Totò, del bicchiere di vino “che fa cantare”, dei fiori portati in viaggio sulla luna. Con passo leggero, leggero, leggero, Paolo Tocco ci porta nel suo mondo, con un po’ di nostalgia e un velo di tristezza legato al passare del tempo. Questo è il suo modo di ballare!
“In un mondo di giganti…c’è un mare di formiche”, inizia così “Come le formiche”, metafora intensa sviluppata per immagini chiare e suggestive, capaci di fare riflettere: “Conta le gocce prima di parlare”. “Nenè” è un vocepiano suonato da Vincenzo Murè, dove il suono del pianoforte accompagna con dolcezza un testo disegnato con matite a colori, alla ricerca di una stella che assomiglia a Nenè. La voce di Paolo rende questo brano un momento sospeso, una favola d’amore per una donna o forse per la vita, zucchero o sale, il giusto compenso per gli angeli e il veleno per i ladri. “Il magico mondo di un vecchio che sapeva ballare” porge l’orecchio alla ballata e nello stesso tempo strizza l’occhio alla filastrocca, il tutto condito in salsa di coro e i fiati di Gabriel Rosati.

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Paolo Tocco

Sono undici i brani del nuovo album di Paolo, undici mondi tutti diversi, come nel caso di “Vent’anni”, una storia raccontata con un ritmo veloce, come ci ha abituato De Gregori, dove la passione si divide tra cuore e vizio, dove a soli vent’anni si è già vissuto troppo, correndo con in una mano un aquilone e nell’altra un coltello: “… il pazzo vince e l’amore muore”. Un brano intenso, con metafore da raccogliere.
“Luna nera” mostra i due lati della luna: una canzone d’amore inusuale, un percorso di riflessioni con improvvisi mutamenti e ripensamenti. “11 settembre” è dedicata a uno dei momenti più tragici degli ultimi anni. Paolo lo affronta con un testo visionario e struggente, descrivendo fiori che cadono dai grattacieli come aquiloni. Da ascoltare. “Occhi di cenere”, con la voce femminile di Elena Dragani, è un viaggio che non può finire perché sta per iniziare: “Lasciami arrivare in tempo… prima di partire”. “Chiodi di pioggia, fiocchi di neve” è il racconto di una sposa alla quale forse manca un anello, un diario segreto che si trova sotto tutti i cuscini e una scusa che potrebbe servire a qualcosa, sapendo bene che i chiodi di pioggia saranno fiocchi di neve: “E la neve stanotte, se torna… aspettiamola insieme!”. È “Pezzi di bugie” a chiudere il disco: un elegante swing con la voce registrata al telefonino, la fretta delle inutili poesie, le pietre cadute dalle montagne, gli amanti nascosti dietro le bottiglie e i bambini che giocano.
La stagione dei cantautori continua, in una sorta di generazione 2.0, che eredita il meglio del passato proiettandosi in un presente diverso, difficile, ma con maggiori stimoli. Il lavoro di Paolo Tocco merita di essere conosciuto per la passione, la poesia e il talento che riesce a esprimere.

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Paolo Tocco, “Da questo tempo che passa”

Paolo Tocco, “Luna nera”

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LA STORIA
Gli anni del vinile:
c’era una volta Rca Italia

Nel secondo dopoguerra la Rca (Radio Corporation of America), con sede a New York, era una delle più importanti case discografiche degli Stati Uniti; fondata nel 1919 come compagnia radiofonica, nel 1929 aveva acquistato la Victor Talking Machine Company, entrando così nel mercato discografico.
Nel 1949, Frank M. Folsom, vice presidente della RCA Victor, fu ricevuto in udienza privata da Papa Pio XII, il quale in ricordo dei bombardamenti americani che colpirono il quartiere di San Lorenzo, gli chiese l’installazione di una fabbrica nel borgo romano. La società americana, già decisa ad aprire uno stabilimento in Italia, dopo quell’incontro scelse Roma come sede, inizialmente vicino a Villa Borghese e, nel 1951, al Km 12 della via Tiburtina.

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Sede Rca Italia in via Tiburtina

I primi anni furono stampati per lo più dischi di provenienza dalla Rca statunitense, (Elvis Presley e Harry Belafonte in primis), anche perché la casa madre non era interessata a promuovere più di tanto gli artisti italiani; le poche registrazioni di quegli anni riguardavano Domenico Modugno, Nilla Pizzi e Katyna Ranieri.
Alla fine del 1954 la casa madre propose di chiudere la sede romana, il cui bilancio era in perdita. Papa Pio XII incaricò Ennio Melis, uno dei suoi segretari laici, di verificare lo stato dell’azienda.

Melis, che affidò l’amministrazione a Giuseppe Ornato, vide nell’azienda un enorme potenziale, questa intuizione lo portò a diventare il responsabile della politica intrapresa dalla RCA Italiana nei 30 anni successivi. Per molti aspetti la visione di Melis ricorda quella di Enrico Mattei con l’Agip.

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Harri Bellafonte

Le prime decisioni furono di portare tutta la produzione sui 45 giri, abbandonando il 78 giri, trasferire studi e uffici presso lo stabilimento di via Tiburtina e scegliere Vincenzo Micocci come direttore artistico. I due promossero la costruzione di nuovi studi di registrazione e l’assunzione di giovani e promettenti musicisti, tra cui Ennio Morricone e Luis Enriquez Bacalov. I primi cantanti ingaggiati furono i famosi “quattro moschettieri”: Nico Fidenco, Gianni Meccia (per lui Melis, con Micocci, coniò il termine “cantautore”), Jimmy Fontana ed Edoardo Vianello. Nello stesso anno il direttore artistico mise sotto contratto Rita Pavone e Gianni Morandi, che negli anni successivi dominarono le classifiche di vendita.
Negli anni successivi la RCA ingaggiò come direttore artistico Nanni Ricordi, che portò in “dote” artisti quali Sergio Endrigo, Gino Paoli, Luigi Tenco ed Enzo Jannacci. In quel periodo la RCA Italiana divenne la casa discografica leader per le vendite, grazie ai successi dei cantautori e di Gianni Morandi e Rita Pavone, abbinando quindi la canzone d’autore a quella di consumo.

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La sede di Via Tiburtina non era soltanto il luogo degli uffici, delle registrazioni e della
stampa dei dischi, si trattava di una vera e propria “cittadella della cultura”. Il bar della RCA è stato il salotto “temporaneo” in cui, per tanti anni, è passata tutta la cultura italiana.Tra i tanti frequentatori: Pier Paolo Pasolini, Arthur Rubinstein, John Huston, Vittorio De Sica, Sergio Leone, Luigi Magni, Ettore Scola, Giuseppe Patroni Griffi, Pasquale Festa Campanile, Elio Petri, Dario Argento, Alberto Sordi e Alberto Moravia. Un altro importante luogo di ritrovo è stato il “Cenacolo”, una sorta di campus situato in via Nomentana.
Il successo dei dischi degli anni ‘60 fu spesso dovuto agli arrangiamenti di Morricone e Bacalov, che non si limitavano all’orchestrazione, ma cercavano nuove sonorità ed effetti, inoltre, un ruolo importante lo ebbe anche la tecnologia, notevolmente all’avanguardia per quell’epoca.

Gli anni settanta continuarono con i grandi successi dei cantautori e dei nuovi cantanti, tra i tanti nomi citiamo Lucio Dalla, Claudio Baglioni, Ivano Fossati, Renato Zero, Gabriella Ferri, Nicola di Bari, Fiorella Mannoia, Nada, Riccardo Cocciante, Schola Cantorum, Angelo Branduardi, Stefano Rosso, Anna Oxa, Ron, Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Rino Gaetano. Venne anche stipulato un accordo per la distribuzione della Numero Uno, la casa discografica di Mogol e Lucio Battisti, che produceva anche Formula 3, Bruno Lauzi e la PFM.

rca
In quegli anni si ebbe un primo periodo di crisi economica, dovuto al calo del mercato discografico italiano e a una serie di errori, tra cui il flop delle cassette Stereo 8, imposto dalla casa madre. Nel 1978 la RCA perse Baglioni e Venditti e alcuni cantanti non raggiunsero gli obiettivi di vendita previsti.

Negli anni 80 altri artisti lasciarono la Rca (tra questi Paolo Conte, Francesco De Gregori e Ivano Fossati) e non furono ingaggiati personaggi di rilievo, una delle rare eccezioni fu Luca Carboni. Nel 1983, avendo saputo che la Bmg Ariola era interessata all’acquisto della RCA e che quindi si doveva ridurre il personale (da 600 a 200 dipendenti), Melis decide di lasciare l’azienda.

Gli edifici della sede storica di Via Tiburtina sono stati in parte trasformati, sopravvivano quelli che furono gli studi di registrazione (già drasticamente ridotti negli anni ’80, dopo l’uscita di Melis), la palazzina dirigenti, il magazzino e pochi altri. Questi palazzi sono oggi utilizzati come magazzini per ditte di abbigliamento e calzature.
L’idea di realizzare un museo sta diventando sempre più sentita e a nostro avviso anche dovuta.

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