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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dall’aula abbandonata ai barbari d’Italia

Aveva sfiorato anche me il dubbio che la causa della situazione politica in cui versa il Paese andasse ricercata nella nostra scuola. Se invece di professarmi insegnante democratico, quello di “non uno di meno”, dell’ “I care” ne avessi bocciato qualcuno dei miei studenti, forse i barbari alla guida del paese non ci sarebbero mai arrivati.
Ma evidentemente anch’io appartengo a quella classe degli Ottimati, di cui scrive Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 19 agosto, che scopre solo ora di vivere accanto a un’altra Italia, sudaticcia, incolta, ignara di cosa sia “il bene pubblico”, che detesta Greta e le Ong, che frequenta il Papeete, vota Lega e 5 Stelle: l’Italia barbara.
Questo il Galli della Loggia che, in formato ferragostano, torna a sproloquiare di scuola. Perché per parlare di scuola è sufficiente averla frequentata, avere insegnato all’università e soprattutto avere avuto una nonna maestra così scrive nel suo “L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola”. Ora ha scoperto con improvvida illuminazione che l’invasione dei Barbari poteva benissimo essere fermata:”Sarebbe bastato ad esempio fare delle riforme della scuola diverse di quelle approvate per tanti anni”. Le riforme di cui parla Ernesto Galli della Loggia le ha viste solo lui, perché l’Italia sarà pure un paese invaso dai Barbari ora, ma non ha mai smesso di essere un paese gattopardesco dove le riforme si fanno perché nulla cambi.
A seguire il Galli-pensiero si comprende che la parola “riforma” non si addice alla scuola, regno della conservazione e archivio del passato. Per la scuola deve valere il motto dei Certosini a proposito della loro comunità: “mai riformata perché mai deformata”. E ciò che non doveva essere deformata è la scuola, quella frequentata da lui, bambino e poi ragazzo: l’elementare Principessa Mafalda di Savoia (di cui apprezza che non sia stata mutata l’intitolazione), la media Ippolito Nievo e il liceo Goffredo Mameli di Roma.
Tale doveva restare, immobile nel tempo, come le memorie dell’infanzia. All’Ippolito Nievo insegnava la professoressa De Sanctis, con un passato da intellettuale fascista, che “trattava gli alunni come se fossero gli allievi di una accademia militare”, capace di lezioni di vita e di somministrare i primi rudimenti del latino in maniera indimenticabile. Una scuola in cui si respirava l’atmosfera dell’ esempio e della disciplina e che, per questo, certo non aveva bisogno di educazione civica né di cittadinanza e Costituzione. La scuola dei riassunti, con qualche mezzo canto della Divina Commedia mandato a memoria.
È sempre la scuola di ieri la scuola migliore, mai quella di oggi, per non parlare di quella di domani che non si è in grado neppure di immaginare.
Ma l’affondo Galli della Loggia lo riserva al “successo formativo” obbligatorio, considerato una deriva demagogica, una palla al piede dell’istruzione.
Galli è di quelli a cui Barbiana continua a pesare sullo stomaco, gli procura cattive digestioni e notti insonni.
A Galli della Loggia deve essere sfuggita l’ultima relazione della Corte dei Conti sulla dispersione scolastica e su come contrastarla. Altro che “democraticismi demagogici”, come sostiene con faciloneria, ad essere in gioco non è la scuola di una volta ma la politica, qui ed ora. Governi e ministri che in tutti questi anni non sono stati in grado di fornire al paese un sistema scolastico capace di garantire a ciascuno il pieno esercizio del diritto allo studio, per miseria economica e intellettuale, sarei tentato di dire.
Mentre l’Europa a Lisbona, nel 2000, apre la strada alla società della conoscenza e all’istruzione per tutta la vita, noi siamo ancora alle premesse. Prima ancora di parlare di cosa studiare e di come studiare dovremmo ragionare dell’accesso allo studio, forse non saremmo un paese con il minor numero di laureati, dopo la Romania, e con il 41% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ha conseguito al massimo la terza media.
La relazione della Corte dei Conti, pubblicata a fine luglio, denuncia una scuola colabrodo, che dal 1995 ad oggi ha perso per strada oltre 3 milioni e mezzo di ragazze e ragazzi, è come se fosse sparita un’intera metropoli.
Bastava a Galli della Loggia leggere le poche righe di sintesi, all’inizio della relazione, dove è messo in evidenza come il nostro sistema di istruzione soffra di una inadeguata valorizzazione di quell’immenso capitale umano che è la formazione dei giovani. Della carenza di decisione e progettualità, oltre che di una forte resistenza a mettere in discussione il modello curricolare tradizionale e gli stili professionali consolidati dei docenti, alla faccia delle riforme.
Dopo la diagnosi è suggerita la cura. Sviluppare strategie che consentano di intercettare il disagio, che riescano a rimotivare lo studente con percorsi di istruzione basati sull’esperienza dell’apprendimento e non sul contenuto (ciò che si deve insegnare), prevenendo così, sia la dispersione scolastica che l’insuccesso nei percorsi superiori (vedi università) migliorando sensibilmente la capacità di ingresso nel mondo del lavoro. Tutto l’opposto del Galli-pensiero.
Forse più che un paese di barbari, il nostro è ancora un paese barbaro. E allora perché stupirsi di Barbari, Ottimati e dei Galli della Loggia?

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ferrara città che apprende

Allora diciamocelo. Abbiamo bisogno di una città laboratorio. Non si cava un ragno dal buco se ci ostiniamo ad abitare la nostra pigrizia mentale, se continuiamo a pensare quello che è già stato pensato.
Dopo i cantieri del post sisma, bisogna dare il via al cantiere delle idee.
E chi pensa che non ce ne sia bisogno significa che conta di affossare per i prossimi anni la città nelle nebbie padane.
La città possiede da sempre l’anima del futuro e attende all’appuntamento con la storia i suoi artefici.
Qualche idea e qualche suggerimento l’abbiamo fornito in questi anni anche noi dalle pagine di questa rubrica, come ad esempio “la città che apprende”.
Perché tutti i sistemi complessi hanno bisogno di apprendere. Figuriamoci quelli dell’abitare e della cittadinanza.
Un’idea che era anche piaciuta a qualcuno dell’attuale amministrazione comunale, ma poi, come succede con le idee nuove, è mancato il coraggio di portarla vanti.
Di idee nuove poi non si tratta, perché nel mondo le città che apprendono si moltiplicano sotto le insegne dell’Unesco e perché anche in Italia altri hanno pensato che l’idea di una città che apprende, l’idea della città educante merita di essere realizzata.
A Torino, dal 29 novembre al 2 dicembre scorsi, hanno festeggiato il terzo Festival dell’Educazione, per coinvolgere scuole e famiglie della città, per parlare di buone pratiche educative. Il tema: Per un Pensiero Creativo, Critico e Civico.
Occuparsi di scuola e di educazione per una città significa avere attenzione per i propri giovani, farsi carico del loro futuro e del futuro della città stessa. Ma pare che noi a Ferrara non abbiamo tempo o non riteniamo tutto questo prioritario.
Ad alcune decine di chilometri da noi, Padova si propone come città che “si innova, che educa che impara”. Per dire come sia strategico l’investimento sui saperi e sul capitale umano, che è risorsa e ricchezza di una città. Il capitale umano di tutte le età.
Dai nidi alle scuole, ai centri culturali, ai centri per la formazione degli adulti. Per garantire il diritto allo studio e progetti di qualità, la partecipazione della città al progetto formativo dei suoi giovani e di chi giovane non è più.
Noi abbiamo da tempo prodotto il manifesto “Ferrara Città della Conoscenza”, è ancora lì che fa bella mostra di sé sulle pagine di questo giornale. In diversi l’hanno letto e sottoscritto. È a disposizione dei candidati che nella corsa per le prossime amministrative lo vogliano far proprio.
Ci sono scritte alcune cose importanti, che tutta la vita è apprendimento, che l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone.
C’è scritto che crediamo che la nostra città, per la sua tradizione e cultura, perché patrimonio dell’umanità, debba far parte della rete mondiale delle città che apprendono, essere una learning city che produce e scambia conoscenze, un luogo dove l’apprendimento è al servizio di tutta la comunità.
Ci piacerebbe abitare una città amica dell’apprendimento, una città riconoscente che celebra e festeggia quanti sono impegnati nello studio, nei saperi, nella ricerca. Una città che fa incontrare e dialogare la scuola, l’università, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione e di interesse comune.
Parlare di cultura conduce a prospettare eventi che fanno girare l’economia della città, parlare di apprendimento e di conoscenza è più difficile. Se già per qualcuno con la cultura non si mangia figuriamoci a parlare di città che apprendono.
Eppure la conoscenza è una ricchezza che si può trasmettere senza impoverirsi ed è proprio la conoscenza, la mobilitazione dei saperi, l’investimento sull’apprendimento nelle nostre scuole, sul capitale umano che oggi può fare la differenza, perché senza la loro qualificazione, diffusione e condivisione è difficile pensare alla partecipazione alla vita della città, all’innovazione e al lavoro tanto necessari.
Tutti gli indicatori a livello mondiale oggi ci dicano che strategici sono il “knowledge management”, la gestione della conoscenza e le “knowledge cities”, le città della conoscenza.
Misurarsi con questi temi richiede cultura. Richiede la capacità di investire in saperi e formazione sempre più per tutti, trovare strategie, strumenti e iniziative per fare dell’apprendimento una condizione naturale e diffusa dell’abitare la città.
Dovremmo guardare anche ai numeri. Quanti sono i giovani della città che usciti dalle superiori si iscrivono all’università, quanto è la dispersione scolastica, quanti i laureati ferraresi. È sufficiente consultare l’Annuario Statistico Ferrarese.
Ci sono poi i muri da abbattere, prima di tutto quelli che separano le scuole e i luoghi di studio dalla città, fare della città un libro capace di offrire le sue pagine all’apprendimento, abbattere il muro psicologico per il quale esiste una età per lo studio e una per il lavoro, abbattere il muro che frantuma il sapere in apprendimenti formali, informali e non formali.
Un governo intelligente della città può fare di Ferrara una città che apprende.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Beni comuni e capitale umano

Pare che economia ed economy non siano la stessa cosa. Quando parliamo di economia la nostra mente corre con il pensiero all’industria, alla finanza, al debito pubblico, al prodotto interno lordo, ai bilanci e ancora altro. Se entriamo nel mondo dell’economy il paesaggio cambia radicalmente, ci immergiamo in un fiume di espressioni inglesi come sharing economy, mesh economy, peer to peer economy, economy on demand, rental economy, crowd economy. Non più lo spettro dell’implosione finanziaria, ma il panorama rassicurante di un’economia della collaborazione, di una economia della condivisione.
Mentre l’economia tradizionale, per come la conosciamo, è in crisi e ci fa pagare prezzi altissimi, si sono andate affermando forme di pratiche sociali, di uso delle risorse materiali e immateriali tutte fondate sulla condivisione.
La condivisione è anche scoperta del capitale umano, di un capitale umano buono per il mercato del lavoro, ma finora ignorato dallo Stato, considerato più che altro come soggetto passivo dall’amministrazione pubblica. Eppure dal 2001, con la legge di revisione costituzionale, l’ultimo comma dell’articolo 118 della nostra Costituzione sancisce che i poteri pubblici: ”favoriscono le autonome iniziative dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”. Si chiama principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale.
Basta visitare il sito internet di Labsus, laboratorio di sussidiarietà, per comprenderne l’importanza e la portata. http://www.labsus.org/
Sussidiarietà e condivisione propongono un’idea di polis che non è la vuota arena della chiacchiera politica, ma il rimboccarsi le maniche per fare, per mettere a disposizione i propri talenti a fianco dell’amministrazione locale per la gestione del bene pubblico, che non è proprietà privata dello Stato, ma bene in uso di tutti, che richiama la responsabilità di ciascuno non solo nell’utilizzazione, ma anche nella sua cura e conservazione.
È uscire dal proprio individualismo privato, dal proprio egotismo, per rendere il proprio privato pubblico, al servizio di quello che non è né mio né tuo ma è di tutti e quindi chiama al senso di responsabilità ciascuno singolarmente.
È l’epoca della co-città, della città condivisa, della fine della contrapposizione tra chi amministra e chi è amministrato, perché l’epoca del cittadino semplice utente è destinata a tramontare per sempre.
È il tempo della solidarietà. Della alleanza, della condivisione, della responsabilità di ciascuno nei confronti di quel bene comune che è la propria città, abitata non da soggetti passivi, ma da soggetti attivi, portatori di risorse proprie, sotto forma di capacità, esperienze e idee disposti a metterle a disposizione della comunità in una banca delle competenze e del tempo. Ecco la città che ha bisogno dell’altro, perché si apprende l’uno dall’altro, perché si stende un’ampia rete di scambio e di condivisione, una rete gratuita che è l’esito della cittadinanza di ciascuno, che non accetta d’essere solo gestita, ma che chiede di partecipare facendo.
La città della conoscenza che cresce nel quotidiano, mettendo a disposizione e conducendo all’unità di un progetto, di un’idea del modo di vivere la città, come comunità solidale, intelligente, che vuole essere parte della sua storia e della sua cura, della sua crescita.
È la città della collaborazione civica e della sussidiarietà circolare, basata sulla governance collaborativa dei beni comuni urbani, sul partenariato pubblico-privato. La città che con la regia dell’amministrazione locale coinvolge nella gestione e nella tutela dei beni comuni i cittadini attivi, le autorità pubbliche, le imprese, le organizzazioni della società civile, le scuole, le università, le accademie culturali. È ciò che propone “LabGov” il laboratorio per il governo dei Beni Comuni creato su impulso del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss.
Le nostre amministrazioni locali sono ancora distanti dal dotarsi dei regolamenti necessari alla gestione dei beni comuni da parte di una cittadinanza attiva. Come al solito nel nostro Paese si predica l’educazione alla cittadinanza attiva a partire dalle scuole, ma poi evidentemente le idee chiare su cosa essa sia effettivamente scarseggiano e con questo i provvedimenti per renderla concretamente praticabile. Ancora può apparire assurda la sola idea di un cittadino che, senza essere iscritto ad associazioni di volontariato o similari, abbia la voglia e le capacità per prendersi cura dei beni comuni insieme con altri cittadini e con l’amministrazione.
Questo dimostra la portata rivoluzionaria del principio di sussidiarietà dettato dalla nostra Costituzione, perché significa che la cittadinanza attiva male si coniuga con l’idea del cittadino semplice utente o amministrato, mentre apre la strada ad una pratica della cittadinanza responsabile e solidale che in piena autonomia collabora a fianco dell’amministrazione pubblica nell’interesse generale, ovvero nella cura dei beni comuni.

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Istruzione e mercato: il serpente che si morde la coda

Difficilmente si cresce senza innovazione, tanto meno si può sperare in una ripresa economica, quando tutto il resto dell’economia mondiale punta sulla conoscenza e la ricerca. È qui che il serpente si morde la coda, e la coda è quella del nostro paese.
Avremmo dovuto affrontare da subito la crisi investendo in capitale umano, in istruzione e saperi, anziché mettere in ginocchio scuola e università con i tagli lineari. Una miopia ignorante, incapace anche solo di sospettare i vantaggi a medio e lungo termine di simili investimenti.
Alcuni mesi orsono il Presidente del Consiglio ha annunciato che per ogni euro in sicurezza andava speso altrettanto in cultura per difendere l’identità italiana. Qui mi pare che siamo all’emergenza dell’identità italiana sul mercato, se non si decide che l’investimento prioritario e urgente è quello in istruzione e ricerca a partire dalle università, arginando la fuga all’estero non solo dei nostri cervelli migliori, ma anche dei nostri studenti migliori.

Alcune cifre interessanti le fornisce lo studio Ocse 2015 sull’istruzione.
Nel 2013 circa 46.000 studenti italiani risultavano iscritti in strutture d’istruzione terziaria in altri paesi dell’Ocse, mentre altri 3.000 studenti hanno scelto di studiare in paesi non membri dell’Ocse.
Regno Unito, Austria e Francia sono le destinazioni preferite dagli studenti italiani. Il loro numero è in costante crescita. Nel 2007 erano circa 6.000 quelli che studiavano nel Regno Unito, nel 2013 la cifra è salita a 8.000.
Sull’altro versante, le università italiane esercitano uno scarso appeal per gli studenti stranieri. Nel 2013 meno di 16.000 studenti provenienti da altri paesi dell’Ocse risultavano iscritti nelle istituzioni italiane dell’istruzione terziaria, rispetto a circa 46.000 studenti in Francia e 68.000 in Germania. La ragione di questa scarsa attrazione internazionale da parte delle nostre università pare sia costituita dalla barriera linguistica, solo il 20% dei nostri atenei, nell’anno accademico 2013/2014, offriva almeno un programma d’insegnamento in lingua inglese contro il 43%, per esempio, della Germania.

Se ragioniamo poi del rapporto che intercorre tra investimento in capitale umano e ripresa economica del paese, ci sono altri numeri che preoccupano seriamente. Non solo i nostri laureati sono troppo pochi rispetto alla media Ocse, ma guadagnano anche meno, perché abbiamo un mercato del lavoro arretrato, che non domanda capitale umano qualificato, che non necessita di elevate competenze. Il nostro mercato del lavoro è ancora costituito prevalentemente da piccole imprese, anche nei settori dove non bisognerebbe essere piccoli, come per esempio i settori dell’high-tech, della farmaceutica e della chimica. Un mercato del lavoro strutturalmente inadatto a sostenere innovazione e ricerca, che invece sarebbero necessari come l’ossigeno per far fronte alla concorrenza, alla competizione nel mercato mondiale, in particolare nei confronti dei paesi emergenti. Il nanismo dell’impresa pubblica e privata mortifica il capitale umano e non consente di creare le condizioni per uscire dalla crisi, così i nostri giovani, che nutrono speranze e aspettative, se ne vanno all’estero.
Paghiamo le conseguenze di politiche neoliberali che per anni hanno irresponsabilmente predicato meno Stato e più mercato; così ora non abbiamo più né l’uno né l’altro: arretrati nell’istruzione, arretrati nell’impresa, arretrati nei servizi.
Il nostro numero di laureati è simile a quello del Brasile, del Messico e della Turchia. In questi paesi però i laureati hanno redditi, rispetto a quanti hanno conseguito solo un diploma di scuola secondaria superiore, più alti della media Ocse, da noi invece sono inferiori: 143% rispetto alla media Ocse del 160%.
Nel 2014 solo il 62% dei laureati tra 25 e 34 anni era occupato in Italia, 5 punti percentuali in meno rispetto al tasso di occupazione del 2010. Un livello paragonabile a quello della Grecia, il più basso tra i paesi dell’Ocse, la cui media è dell’82%. L’Italia e la Repubblica Ceca sono i soli paesi dell’Ocse dove il tasso di occupazione tra 25 e 34 anni è più basso tra i laureati rispetto alle persone che hanno conseguito, come più alto titolo di studio, un diploma d’istruzione secondaria superiore. Se il mercato resta questo, gli studenti che si iscrivono all’istruzione terziaria avranno da aspettare a lungo prima di avere un ritorno del loro investimento sul mercato del lavoro.

Quest’anno le immatricolazioni alle università hanno fatto intravedere una inversione di tendenza rispetto al costante calo degli ultimi anni, ma non credo sia il caso di trarre facili auspici, perché fintanto che la prospettiva di un ritorno d’investimento, dopo anni di studi, sarà così bassa e incerta, l’interesse dei giovani italiani a iscriversi all’università sarà sempre più limitato.
D’altra parte, se non si investe nell’alta qualificazione, le prospettive economiche per il nostro paese saranno ancora peggiori. Nel 2012 il finanziamento dell’istruzione terziaria era pari allo 0,9% del prodotto interno lordo, rispetto allo 0,8 del 2000. Si tratta della seconda quota più bassa tra i paesi Ocse dopo il Lussemburgo, un livello simile a quello del Brasile e dell’Indonesia.
Prima di ogni altra cosa, prima di altre sparate sulla priorità della cultura, sarà opportuno che l’Italia si allinei in fretta a paesi come Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti che investono nell’istruzione terziaria oltre il 2% del loro prodotto interno lordo. Ma se il sistema dei servizi e quello produttivo restano arretrati, neppure il Pil potrà crescere. E allora ecco che ancora una volta il serpente si morde la coda.

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Presta una mano al capitale umano

Best seller negli Stati Uniti, “Il trionfo della città” di Edward Glaeser, professore di economia all’università di Harvard è stato pubblicato in Italia nel 2012 dalla Bompiani. Glaeser ci conduce in un viaggio lungo i secoli e attraverso i continenti, per rivelarci i volti nascosti della “più grande invenzione dell’uomo”, la città. La dimensione urbana è la culla di miracoli fisici, economici e culturali. Per progredire, le città devono attrarre la gente in gamba e far sì che essa possa lavorare collaborativamente, solo così si può ripetere un evento come fu, nella storia delle città e del mondo, il Rinascimento a Firenze.
Insomma, al termine della lettura appare con tutta evidenza che sono le nostre città il punto migliore da cui partire per il rilancio del nostro Paese.
Non manca un manifesto programmatico, proposto in dieci paragrafi. A noi interessa quello intitolato “Presta una mano al capitale umano” e da questo attingiamo ampiamente per sostenere ancora una volta le ragioni della “Città della Conoscenza”.
È famosa la frase di Rousseau che “le città sono l’abisso della specie umana”, ma poi sappiamo che lui vedeva le cose esattamente all’opposto, a partire dall’istruzione.
Dell’istruzione scrive l’economista Glaeser riportando indagini e statistiche. Innanzitutto affermando che l’istruzione è l’indicatore più affidabile della crescita urbana, perché il prodotto pro capite cresce nettamente se la città offre buona istruzione, altrimenti no. Poiché città e scuole si integrano a vicenda, la politica dell’educazione è un ingrediente vitale del successo urbano.
È sufficiente confrontare il reddito annuale dei laureati con quello dei diplomati della scuola media superiore, anche se in Italia le differenze non sono così marcate come altrove, per rendersi conto che è conveniente studiare.
Tra le nazioni, un anno in più di scolarizzazione – si pensi che da noi si parla di ridurre di un anno la secondaria di secondo grado – si accompagna a un 37% in più di reddito pro capite che è un dato rimarchevole, dato che un anno in più di scolarizzazione fa crescere generalmente le remunerazioni individuali del 20%. Le ricadute che si hanno a livello di Paese dalla scolarizzazione sono alte proprio perché esse includono anche tutti i benefici indotti dall’avere concittadini istruiti, compreso governi locali e nazionali più affidabili.
Scrisse Thomas Jefferson che “Se una nazione pensa di restare ignorante e libera, in una condizione di civiltà, si aspetta una cosa che non è successa mai e mai succederà”.
Il legame tra istruzione e democrazia è forte, non tanto perché le democrazie investono di più sull’educazione, ma perché la conoscenza genera democrazia.
Secondo uno studio condotto sulle leggi dell’istruzione obbligatoria attraverso i vari Stati, gli individui che ricevono più scolarizzazione in virtù di queste leggi diventano più impegnati sul piano sociale.
L’istruzione non migliora semplicemente le prospettive economiche di una regione; contribuisce anche a creare una società più giusta. Dare un buona istruzione ai bambini meno fortunati può essere da solo il miglior modo per aiutarli a diventare degli adulti prosperi.
Se però è facile inneggiare all’istruzione, difficile è poi migliorare i sistemi scolastici. Trent’anni di ricerche hanno dimostrato che se si impegnano semplicemente dei soldi su questo problema, non si ottiene un granché. I più importanti risultati vengono raggiunti con interventi preventivi del tipo Head Start, il programma del Dipartimento della salute e dei Servizi alla persona degli Stati Uniti per ridurre gli svantaggi di partenza.
Ma per promuovere veramente l’istruzione c’è bisogno di una riforma sistematica, non solo di più soldi a disposizione. È ciò che a nostro avviso sembra mancare al progetto ‘la buona Scuola’ di questo governo e, se proprio ‘buona’ si deve usare, avremmo preferito ‘la buona Istruzione’.
Con abbastanza denaro a disposizione e un governo competente potremmo essere in grado di creare un accesso universale a un’eccellente istruzione puramente pubblica.
Ma la qualità dell’istruzione si gioca a partire dalle nostre città, perché il capitale umano costituito dai loro abitanti è l’ingrediente primo del loro successo.
Poiché il valore delle nostre scuole dipende dal talento dei loro insegnanti, la città su questa parte rilevante del capitale umano non può essere distratta. Le ricerche hanno dimostrato enormi divari di rendimento educativo tra gli insegnanti migliori e quelli meno buoni.
E allora prendersi cura delle proprie scuole, investire sulla loro eccellenza è il modo migliore per tutelare il futuro dei nostri figli, perché solo l’istruzione di qualità, con strutture efficienti e docenti all’altezza del compito può produrre persone sempre più capaci perché competenti.

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L’educazione del capitale umano e la fabbrica del consumo

La stragrande maggioranza delle nazioni mondiali ancora individua nella scuola e nei suoi curricoli il mezzo per fornire ai giovani ciò che si ritiene sia necessario per poter competere nel mercato globalizzato del lavoro e nel mondo dell’economia globale.
Nello stesso tempo però le pratiche educative fondate sulla teoria del capitale umano (a cui per primo fece riferimento l’economista Adam Smith nel 1776) sono oggi sempre più oggetto di critica per i loro effetti negativi sulla qualità della vita delle persone. Il Nobel dell’economia Amartya Sen poco più di un decennio fa esprimeva le sue preoccupazioni circa lo sviluppo di politiche incentrate solamente sulla crescita economica. Nel suo Development as Freedom egli individua nel tasso di longevità di una popolazione l’indicatore della qualità della vita umana. Sen sottolinea che, poiché le variazioni della speranza di vita dipendono da una gamma di opportunità sociali che sono fondamentali per lo sviluppo (comprese le politiche epidemiologiche, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche e così via), una visione esclusivamente centrata sul reddito ha bisogno oggi di essere rivisitata o quanto meno integrata, se si vuole giungere a una piena comprensione dei processi di sviluppo.
Inoltre gli studi internazionali di economisti e di psicologi sociali hanno da tempo individuato i fattori sociali che influenzano la percezione soggettiva del benessere e la longevità delle persone. È davvero significativo che tra questi nel nostro mondo globalizzato non ci sia l’istruzione nella sua forma attuale, se non solo quando consente di accedere a un lavoro ben retribuito.
Ma il valore dell’istruzione e dei sistemi formativi può essere oggi ridotto unicamente alla preparazione degli studenti per il mercato del lavoro?

Gli stessi indicatori internazionali sembrano suggerire che la percezione individuale del diritto all’istruzione coinvolge in modo sempre più consapevole ed esteso il diritto soggettivo delle persone ad avere non solo un futuro di lavoro ma un progetto di vita da realizzare, e soprattutto un progetto di vita che sia di qualità, che investe la felicità individuale, la salute e la tutela dell’ambiente.
A tale proposito, la scoperta del contributo che l’istruzione può dare alla felicità delle persone e alla loro longevità dovrebbe essere considerata come una chiamata alle armi per cambiare profondamente le politiche dell’istruzione, sostiene Joel Spring, professore alla City University di New York e maggiore esperto dei sistemi educativi nel mondo.
I modelli educativi del capitale umano hanno assunto come paradigma la positività della crescita economica e hanno chiarito che il benessere consiste nell’accrescere la propria capacità di consumo di sempre nuovi prodotti. In questo sistema di industria e di consumi l’uguaglianza delle opportunità educative significa fornire a ciascuno un’eguale possibilità di essere formato per divenire partecipe dell’economia globale attraverso il lavoro e il consumo. L’uguaglianza delle opportunità consiste nel disporre di uguali chance di guadagno e di reddito per l’acquisto di un flusso infinito di prodotti fabbricati dall’ impresa globale.

Le scuole del capitale umano finiscono così con l’assomigliare a fabbriche per la lavorazione della materia prima umana, testata e certificata per diventare forza di lavoro e di consumo globale.
In questo quadro la fruizione del diritto all’istruzione per l’integrazione sociale non può più essere considerata una finalità sufficiente. Istruzione e cultura sono sempre più gli elementi indispensabili ad ogni singolo individuo, bambina e bambino, ragazza e ragazzo per poter concretamente esercitare il proprio diritto alla salute, alla felicità, che non sono il diritto a consumare, ma bensì a costruire e realizzare il proprio progetto di vita.

Istruzione, formazione, educazione non sono solo mezzo, strumento, occasione, sono invece parte determinante della qualità del progetto di vita di ciascun giovane. In questa dimensione ci rendiamo conto che lo strumentario delle classi, dei voti, della didattica ex cathedra, degli edifici scolastici riciclati da conventi e caserme, eccetera dovrebbe appartenere da tempo ad un’epoca ormai distante e che l’istruzione amica, esperienza ottimale per ciascuno, appagante richiede di essere vissuta e partecipata con mezzi, spazi, relazioni, strumenti che sono tutti da ripensare con creatività e lena.
Lo stesso sistema di valutazione delle competenze imposto dalla Banca Mondiale alle scuole dell’educazione globalizzata, l’Ocse Pisa, ci deve vedere capaci di valutazioni e considerazioni largamente autonome, avendo l’occhio rivolto alla crescita delle persone, alle competenze necessarie alla realizzazione del loro progetto di vita, più che agli interessi della crescita economica e sociale del mondo globalizzato. E’ davvero tempo di nuovi paradigmi per la politica scolastica soprattutto per il nostro Paese che più di altri ha necessità di recuperare sulle numerose stagioni perdute e sui ritardi fin qui accumulati.

Si può e si deve pensare a un sistema scolastico che sia luogo, non della retorica di star bene a scuola, ma di benessere che è ben altra cosa, ad un sistema scolastico che nella organizzazione della sua struttura, nei suoi curricoli, nei suoi metodi di istruzione e di studio contribuisca ad accrescere il benessere e la felicità delle persone, assumendo le persone, prese singolarmente, ognuna per se stessa come il prezioso capitale umano, come valore su cui il nostro Paese, attraverso l’istruzione e il suo sistema, investe per il proprio futuro e soprattutto per prospettare alle nuove generazioni un avvenire più felice, per il quale vale la pena davvero impegnarsi e investire gli anni preziosi della propria crescita.

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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