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Lo stesso giorno
Rubin Carter: il pugile che sconfisse il razzismo

 

28 febbraio 1988:
Rubin ‘Hurricane’ Carter viene finalmente scarcerato.

“Questa è la storia di Hurricane, l’uomo a cui le autorità diedero la colpa per qualcosa che non aveva mai commesso, sbattuto in una cella, ma una volta sarebbe potuto diventare campione del mondo”
(Bob Dylan, Hurricane)

Rubin Carter era nato a Clifton nel 1937 e la sua non è una storia molto diversa da quella di tanti  giovani afroamericani nati e cresciuti in un’America razzista. Poco dopo il suo quattordicesimo compleanno cominciano i primi problemi con la giustizia, finisce in riformatorio per aggressione e piccoli furti. Scappato dal riformatorio nel 1954 si arruola nell’esercito americano a soli 17 anni. Dopo pochi mesi di addestramento viene spedito in Germania dove però il suo animo insubordinato e la sua incapacità a sottostare al razzismo dei superiori gli costano 4 convocazioni da parte della corte marziale che si concludono con il congedo per inadeguatezza dopo solo 21 mesi di servizio. Tornato in New Jersey finisce in carcere per la precedente evasione. Proprio in carcere, prossimo ad arrendersi a una vita di crimini e violenze – come lui stesso dice nella sua autobiografia – si avvicina alla boxe e comincia a intravedere la possibilità di una vita diversa. Appena uscito diviene subito professionista e combatte nella categoria dei pesi medi. Nonostante la sua altezza – 173 cm – non sia negli standard, si distingue da subito per forza e velocità. Testa rasata e baffi lunghi, stile di combattimento aggressivo e indomabile, gli fanno guadagnare in fretta il soprannome di Hurricane. Così Rubin, come un Uragano sale sul ring, e avversario dopo avversario in soli due anni batte contro ogni pronostico il campione del mondo dei welter Emile Griffith, mandandolo K.O. alla prima ripresa.

Rubin ce l’ha fatta. Il 14 dicembre 1964 ottiene un incontro per il titolo mondiale dei medi contro il detentore Joey Giardello. L’incontro lo perderà ai punti tra sdegno e incredulità dei giornalisti che lo avevano visto vincere almeno 10 round su 15. Nonostante quella che alcuni chiamano the hoax – la beffa – Hurricane ha finalmente abbandonato il mondo della criminalità, diventando l’esempio per la comunità afroamericana: un uomo che ha rotto le catene senza cedere i propri valori. Una grande beffa sicuro la sconfitta con Giardello, ma niente in confronto a quello che stava per accadere.

Durante la notte del 17 giugno 1966 due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey, e aprono il fuoco. Muoiono il barista, una donna e un uomo di passaggio, una quarta persona rimane ferita e viene trasportata d’urgenza all’ospedale. Sulla scena del crimine ci sono dei testimoni però: il noto malavitoso Alfred Bello e il suo braccio destro Bradley.

Nel frattempo Runin Carter è in una macchina bianca, proprio come quella dei criminali, insieme all’amico di John Artis. I due vengono subito fermati dalla polizia che li porta all’ospedale, dove Willie Marins sopravvissuto alla sparatoria non li riconosce.
Non li riconosceranno neanche tutti gli altri testimoni che avevano visto la scena dalla strada o dai palazzi adiacenti. Passano 24 ore quando il pugile con il suo amico vengono rilasciati essendo ovviamente innocenti e non legati al fatto. Sette mesi dopo la polizia ferma Bello e Bradley e li convincono a testimoniare contro il pugile assicurando ai malavitosi che non avrebbero più dovuto preoccuparsi della polizia se avessero collaborato. Rubin Carter e John Artis si presentano in aula accusati di triplice omicidio e per la giuria di soli bianchi non ci sono dubbi: carcere a vita per entrambi.

La sentenza non piega Hurricane come sempre indomabile. Grazie alla biografia  – Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472 – pubblicata nel 1974 ottiene il sostegno della gente che chiede a gran voce la grazia per il pugile. A combattere per il pugile sono tanti, anche figure importanti come Muhammad Ali e Bob Dylan. Proprio quest’ultimo nel ’76 pubblica Hurricane e grazie a una serie di concerti in tutti gli USA riesce a coinvolgere sempre di più l’opinione pubblica arrivando addirittura a far riaprire il caso. Nonostante la presenza di due afroamericani nella giuria e la ritrattazione delle dichiarazioni fatte da Bello in sole 9 ore viene riconfermato il carcere a vita per gli imputati.

Proprio quando sembrava che Carter avesse perso le speranze arriva la lettera inviatagli da Lesra Martin, un giovane ragazzo afroamericano adottato da una famiglia in Canada. I due si incontrano nel carcere dove era detenuto Carter e da qui nasce la loro profonda amicizia. Lesra insieme alla famiglia, avvocati e altri attivisti per il caso lavorano a lungo per dimostrare l’innocenza del pugile sino a promuovere una petizione per appellarsi alla Corte Federale.

È il 28 febbraio 1988 quando Rubin Carter alias Hurricane esce dal carcere. I giudici della corte federale infatti avevano riconosciuto che i due afroamericani non avevano avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
Dopo 19 anni passati ingiustamente in carcere, Hurricane non vuole solo essere un esempio per la sua comunità, ma combattere in prima linea le ingiustizie del suo paese.
Trasferitosi a Toronto sceglie di ricoprire la carica di direttore esecutivo dell’Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005. Colpito dalla malattia muore nel 2014 tramandando l’esempio di chi ha combattuto le ingiustizie per migliorare la propria vita e quella di molti. Nonostante la dura interruzione della carriera pugilistica, Hurricane riuscì a collezionare persino la cintura di Campione del Mondo ricevuta ad honorem dal World Boxing Council.

carcere ferrara esterno (foto: Cristiano Lega)

LIBERI DENTRO
La libertà corre lungo i canali televisivi dell’Emilia Romagna

 

Irene Fioresi – Funzione Strumentale per la comunicazione – Cpia di Ferrara

Anche Ferrara nel palinsesto di Eduradio – Liberi dentro, il progetto regionale che ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza sul tema della detenzione e sul reinserimento delle persone detenute nel contesto sociale, obiettivo prioritario per sconfiggere il problema della recidiva, e allo stesso tempo di continuare ad essere presenti nelle carceri della regione Emilia Romagna attraverso le voci e i volti di chi promuove attività riabilitative, istruzione e vari servizi di volontariato. 

Il Cpia di Ferrara sostiene una nuova tappa della programmazione che vedrà l’emissione di una decina di programmi costruiti in collaborazione con il Teatro Nucleo e Astrolabio, il giornale del carcere, assieme ai volontari di diverse Associazioni e Cooperative che regolarmente operano nella Casa Circondariale di Ferrara.

Mercoledi’ 12 maggio sul canale 118 Lepida TV alle ore 13.30 sarà in onda la prima emissione ferrarese, sul tema l’attesa, una delle dimensioni pervasive della vita in carcere.  I video, realizzati in collaborazione con Web Radio Giardino, avranno come filo conduttore “parole – chiave” che attraverso spezzoni del lavoro teatrale svolto nei laboratori in carcere del Teatro Nucleo risuoneranno con accenti diversi dentro e fuori le mura.

Il 21 maggio 2021 il progetto di Eduradio sarà presentato e discusso a livello nazionale, con un convegno online a cui parteciperà anche il Ministro per la Giustizia Marta Cartabia.  Nato dal desiderio di continuare, nonostante l’emergenza sanitaria, il servizio culturale, educativo, di assistenza spirituale nella Casa circondariale Rocco D’Amato di Bologna, il Progetto Liberi dentro – Eduradio, è riuscito ad unire le voci impegnate nel difficile compito dell’esecuzione penale, per arrivare direttamente nelle celle e accorciare le distanze che separano il carcere dalla società.
Per raggiungere le camere detentive, sprovviste di collegamenti internet, le trasmissioni “a distanza” di informazione, cultura e didattica destinate al carcere e alla cittadinanza, hanno viaggiato, inizialmente attraverso gli apparecchi radio, acquistati dalla rete dei promotori e donate al carcere, su Radio Città Fujiko 103.1 FM, a partire dal 13 aprile dello scorso anno, in piena pandemia, per far sentire ai detenuti una presenza e un’attenzione alla loro situazione e per dare continuità alle attività sospese. In seguito la ‘famiglia Eduradio’ si è allargata agli altri volontari e operatori degli istituti di pena di Modena, Parma, Reggio Emilia, Ferrara e Faenza (Forlì), che hanno deciso di aderire all’iniziativa, che ha trovato spazio anche sul canale televisivo 636 e, da aprile 2021 è in onda quotidianamente anche su Lepida TV canale 118 alle ore 13.30.

Qui il link alla programmazione andata in onda: https://liberidentro.home.blog/podcast-liberi-dentro-regione-er/

Il gruppo di Ferrara, sostenuto dal CPIA, intende dare continuità alla propria partecipazione attraverso una trasmissione quindicinale di un contributo video su racconti dal carcere, per il carcere e sul carcere, che coinvolgeranno non soltanto i soggetti delle attività educative e rieducative, ma anche esperti ed interessati alla realtà carceraria.

 

Le rubriche a tema di Eduradio – alle 6.30 su Radio Fujiko 103.1 e alle 17.00 su Teletricolore 636
Su LEPIDA TV CANALE 118 tutti i giorni della settimana dalle 13.30 alle 14.00 (e il weekend dalle 13):

Lunedì 10 AVoC e Centro Internazionale del Libro Parlato, Voci da dentro

Martedì 11 Poggeschi, Ne vale la pena

Mercoledì 12 CPIA Ferrara con Sonni Boi; Segue Lezioni di cucina con Lost in translation

Giovedì 13 Cantieri Meticci

Venerdì 14 Ginnastica da camera; Segue: Spiritualità Islamica e cultura araba

Sabato 15 (6.00 Radio; 10.30 TV636; 13.00 Lepida): Cappellania della Dozza con Il Vangelo ti è
vicino. Segue (6.30 Radio, 11.00 TV636, 13.30 Lepida): Teatro del Pratello con
Scritture teatrali tra carcere e città. Al termine (6.45 Radio, 11.15 TV 636, Lepida
13.45) la rubrica Parliamo di Buddismo.

Domenica 16 (Ore 6.00 Radio, 10.30 TV636, 13.00 Lepida): CPIA Bologna con School on air. Segue
(Ore 6.30 su radio Fujiko, 11.00 su TV636, 13.30 Lepida) il Teatro dell’Argine

Cover: Carcere di Ferrara, esterno (foto: Cristiano Lega)

detenuto

Dalla sua cella

Dopo aver appreso la notizia dell’ennesima proroga della detenzione preventiva, immotivata, brutale di Patrick Zaki nelle carceri egiziane, ospitiamo una frase che può suonare come una inadeguata e facile iniezione di fiducia, se non fosse che l’ha scritta, dalla sua cella, un uomo che in carcere ha trascorso otto anni della sua breve vita, influenzando con la potenza del suo pensiero la vita di milioni di persone.

“Vado convincendomi di essere molto piú forte di quanto mai potessi credere, perché, a differenza di tutti, me la sono cavata con la semplice stanchezza. Ti assicuro che, eccettuate pochissime ore di tetraggine una sera che hanno tolto la luce dalle nostre celle, sono sempre stato allegrissimo; lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto.”

Antonio Gramsci

 

 

Signor Direttore…

racconto di Patrizia Benetti

Signor Direttore,
con questa lettera Le faccio umilmente una richiesta.
Sono Diego C. 49 anni e sto qui dentro da quando ne avevo diciassette. All’inizio è stata dura, lo ammetto, ma poi mi sono assuefatto e ora questa è la mia casa. Da quando ho appreso
che sarò messo in libertà con un anno di anticipo per buona condotta non dormo più. Perché volete farmi questo?
Io non so nulla di cosa c’è là fuori, ho paura.
Non so fare niente, non ho casa e non ho famiglia.
Mia madre morì di overdose quando avevo sette anni e mio padre non l’ho mai conosciuto.
Ho vissuto di piccoli furti fino al giorno maledetto in cui ho ucciso la cassiera di un negozio.
Aveva solo vent’anni. Il rimorso, anche se placato, continua a perseguitarmi.
Non voglio rubare di nuovo e nemmeno uccidere.
Desidero solo vivere in pace. Voglio rimanere in carcere.
I miei compagni di cella sono amici, così come i secondini. Il mio posto è qui.
La scongiuro di accettare, Signor Direttore.
Diego B.

House of the Rising Sun (The Animals, 1964)

Arresti domiciliari anche ai boss mafiosi del 41 bis? No grazie

La proposta di mandare i boss mafiosi ai domiciliari mentre si trovano al 41 bis, in un momento in cui tutto il paese è “agli arresti domiciliari”, è incomprensibile e scellerata. Mentre migliaia di persone muoiono in assoluta solitudine, migliaia di cittadini non hanno più un lavoro, un reddito, un futuro, lo Stato si preoccupa di liberare delinquenti e mafiosi assassini? Scarcerare i mafiosi con la scusa dell’epidemia del coronavirus equivale ad assassinare ancora una volta Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime. Trasferire a casa, per esempio, il criminale mafioso Spatuzza, che si è macchiato del terribile assassinio di un bambino di 11 anni, Giuseppe Di Matteo, rapito, strangolato e sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre, Santo di Matteo, collaboratore di giustizia, è inconcepibile. E’ questa la legge?
Spero non sia vero! Mai come in questo momento il ricordo dell’amica Agnese Borsellino, moglie di Paolo Borsellino, scomparsa nel maggio 2013, mi angoscia ancor di più. A noi amiche del gruppo confidava che non aveva paura di morire, ma aveva paura della consapevolezza che non sarebbe riuscita a vedere la fine del processo sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, che le aveva strappato vigliaccamente il marito e il padre dei suoi figli. Da quel giorno, fino alla morte, causata da un tumore, ha trascorso gli anni della sua vita assieme ai figli e al cognato Salvatore Borsellino, alla ricerca della verità. “Borsellino e Falcone avevano capito da tempo che è la mafia che materialmente uccide, ma il mandate è qualcuno di molto in alto…”.
Molti di noi ricordano quell’intervista televisiva in cui Agnese dichiarò: “Mio marito, Paolo, dopo l’incontro con Mancino a pochi giorni dall’attentato, tornò a casa sconvolto, gli chiesi il motivo e lui mi rispose “oggi ho sentito odore di morte”.
In questi giorni, un altro amico, Giuseppe Giordano (Pippo), ex poliziotto ed Ispettore della Dia (Direzione Investigativa Antimafia), autore de Il sopravvissuto, collaboratore in prima linea alla lotta alla mafia, con Falcone, Borsellino, Cassarà e Montana e particolarmente coinvolto nella vicenda del rapimento e uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sin dal giorno del suo sequestro, si dice sconcertato.
Da anni Giordano si reca nelle scuole di tutta Italia per far conoscere ai giovani i crimini mafiosi. “Questo Stato, al quale giurai fedeltà, mi sta facendo riaprire ferite mai emarginate. Questa Italia che dimentica il passato concedendo la libertà ai mafiosi è la stessa che ad ogni anniversario porta le corone per ricordare i martiri della violenza mafiosa. Fatemi un gradito favore, il 23 maggio (Giovanni Falcone) e il 19 luglio (Paolo Borsellino) state lontani da Capaci e da via D’Amelio, ci fate più bella figura. In questi giorni sono anche disgustato dal silenzio di alcune organizzazioni antimafia che non intervengono sull’avvenuta liberazione anticipata di mafiosi e di quelli che potrebbero beneficiarne. Zitti! Non comprendo questo silenzio. Se chi ha avuto l’idea di liberare anzitempo i mafiosi, con la scusa del coronavirus, avesse visto i corpi maciullati dei carabinieri, dei colleghi di Polizia, dei magistrati, come ha visto il sottoscritto, allora capirebbe tutta la mia amarezza e disgusto per questa scellerata decisione”.
Quaranta mafiosi stanno per uscire: è già uscito dal carcere Bonura (boss di mafia) per motivi di salute, come il boss Zagaria, e potrebbero beneficiare del ‘rischio coronavirus’ altri boss che oggi sono al 41bis, come il mandante della strage di Capaci (Bagarella), il mandante (Santapaola) dell’omicidio del giornalista Pippo Fava (per quest’ultimo giunge notizia che il giudice della Sorveglianza di Milano ne ha bocciato la richiesta proprio in questi giorni), il mandante (Pippo Calò) dell’omicidio del generale Dalla Chiesa e alcuni boss della Nuova Camorra Organizzata. Si tratta di una possibilità che ha generato polemiche e sconcerto nel mondo dell’Antimafia, negli italiani onesti e nei parenti delle vittime innocenti.
Anche l’amico giurista, il prof. Giuseppe Musacchio, presidente presso l’Osservatorio Antimafia del Molise e professore di diritto in varie università italiane e straniere, si dice sconvolto perché se dovessero uscire boss mafiosi del calibro di Cutolo, lo Stato avrà perso la sua credibilità e nessuno avrà più fiducia nelle giustizia. Nessuno avrà più il coraggio di denunciare e la mafia soffocherà definitivamente lo Stato. “Qualora si dovessero aprire le porte del carcere per gli autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio si certificherebbe la sconfitta dello Stato e il trionfo delle mafie. Uno Stato responsabile non può”.

Cella 22

racconto di Maurizio Olivari
foto di Giordano Tunioli

Il clac clac metallico della chiave della cella 22 nel carcere femminile di Como era penetrata come una stilettata nella sua testa già turbata dal protocollo d’ingresso nella casa circondariale. La consegna di tutti gli effetti personali, di fatto, l’avevano staccata definitivamente dal mondo esterno.
La cella era una stanza lunga cinque metri e larga circa quattro, con una piccola finestra in alto da dove entrava un raggio di sole interrotto dal disegno di sbarre verticali e orizzontali che formavano sulla parete opposta l’ombra di una scacchiera. Due reti per dormire lungo le pareti e un tavolino sotto la finestra, due sedie con la vernice scrostata, due mobiletti e due mensole a fianco e sopra i letti.
Sara, con un fagotto di indumenti fra le braccia, fece due passi avanti, fermandosi di fronte alla finestra, rimanendo poi immobile a guardare il raggio di sole, quasi non accorgendosi della presenza nella stanza di un’altra persona.
“Ciao sono Angela, sedici anni per omicidio colposo, fra quattro esco” esordì con tono garbato la compagna di cella “accomodati pure, non fare complimenti, fai come fossi a casa tua” continuò sorridendo “tu perché sei qui ? Devi aver fatto fuori qualcuno, l’importante che tu non abbia fatto del male a bambini. Se hai fatto fuori un uomo, hai fatto bene. Sono delle bestie, come il mio compagno, ex compagno… Mi trattava come un animale, soprusi, sevizie e io a sopportare, sopportare, sopportare… Fino alle cinque coltellate che gli ho dato mentre dormiva come un ghiro ubriaco. Zac zac zac zac zac… fine della trasmissione!”
Sara si girò lentamente verso quella voce e, sedendosi sul ciglio del letto con in grembo il suo fagotto di indumenti, vide di fronte a lei una donna minuta con i capelli neri appena segnati da qualche ciocca bianca, gli occhi di un azzurro intenso ma con un velo di tristezza e le labbra coperte da un rosso intenso, appena dischiuse in un sorriso, rimasto dopo aver detto zac zac zac zac zac.
Rimasero qualche minuto senza parlare, solo guardandosi negli occhi, trasferendo nel silenzio, le emozioni che provavano in quel momento.
”Mi chiamo Sara…” Fu interrotta dall’apertura della cella e dalla voce della secondina: ”Fuori! C’è l’ora d’aria!”
Angela prese sottobraccio la novizia ed insieme si avviarono in fila indiana con le altre detenute verso il cortile interno recintato da muri altissimi che impedivano la vista dell’esterno, tranne la punta di un campanile di una chiesa che confinava con il carcere.
Camminando lungo il recinto, Angela dispensava consigli a Sara sul comportamento da tenere verso le altre detenute. ”Quella rossa di capelli, lasciala perdere” sussurrò “è sempre pronta al litigio e nessuna compagna la vuole frequentare. Ha ucciso i suoi due bambini… le hanno dato 30 anni ma meritava l’ergastolo. Della secondina bionda ti puoi fidare, puoi anche chiederle qualche favore e se può ti aiuta, è una brava ragazza. Con quella cicciona là in fondo invece non ti confidare, va subito in Direzione a spifferare tutto.”
Sara ascoltava mantenendo però uno sguardo assente, come se le parole le sentisse solamente, senza capirne il senso. Tornate in cella, la compagna riprese il discorso interrotto: “Dicevi che ti chiami Sara… e poi?”
Così Sara, con un filo di voce, iniziò a raccontare: “Avevo dieci anni e vivevo ai margini di un paesino di campagna dove la mia famiglia lavorava la terra, terra che ci ha dato il Duce, ci diceva mio padre che s’impegnava venti ore al giorno per ottenere i migliori raccolti ma non il sabato, perché andava alle adunate fasciste con il vestito della festa e la camicia nera. Mia madre si raccomandava di non andare sempre a quelle manifestazioni, lui per tutta risposta le rispondeva di stare tranquilla perché in Italia son tutti fascisti. Poi la politica coloniale di regime l’aveva portato in Africa alla ricerca di un posto importante, lasciando alla mamma tutto il peso del lavoro e della famiglia che si era allargata per aver ospitato una mia zia, anche lei rimasta sola perché il marito s’era arruolato nella Decima Mas.
Al mattino mia mamma, dopo aver munto le tre mucche che avevamo, m’accompagnava alla scuola elementare facendo quasi cinque chilometri a piedi lungo uno stradone sterrato che quando pioveva diventava un torrente di fango. Quel tempo trascorso per arrivare al paese era per me piacevolissimo, era l’unico momento che mi permetteva di stare sola con lei. Ascoltavo i suoi racconti, le sue raccomandazioni, perché la sera era talmente stanca che dopo cena, mi portava con sé nel lettone e subito s’addormentava. Io la guardavo e pregavo il Signore di darci la salute e d’aiutare il papà che era lontano…”
“Vuoi molto bene a tua mamma” l’interruppe Angela.
“Volevo molto bene… adesso la tengo nel cuore” precisò Sara.
”Dimmi perché sei qui!” insistette Angela.
Sara riprese a raccontare: ”Avevo dieci anni, nel 1944 e c’era la guerra. Noi in campagna la sentivamo meno però i pericoli c’erano, non solo dagli alleati che bombardavano ma anche dai soldati tedeschi che si ritiravano. Quell’anno non andai più a scuola, era stata chiusa per mancanza della maestra che aveva lasciato il paese e, poiché rimanevo tutto il giorno a casa sola con lo zio che era tornato dal fronte perché aveva perso una gamba, mia mamma mi diede una rivoltella dicendomi di usarla solo per difendermi. Una sera appena prima di cena, intorno al tavolo illuminato dalla luce di una candela per evitare che gli aerei ci potessero bombardare, la mamma, la zia e lo zio sulla sua sedia a rotelle, dicevano sottovoce, tanto che facevo fatica a sentire, che in zona c’era un gruppo di partigiani che se ne stavano nascosti da qualche parte. Chiesi senza ottenere risposta chi fossero. Ma proprio allora si sentirono delle voci provenire dal cortile…”
In quel momento una voce proveniente dall’esterno della cella ordinava d’uscire per la cena.
Angela prese sottobraccio la sua compagna, che appariva ancora immersa nei suoi pensieri e forse rattristata dall’interruzione del suo racconto, e insieme s’avviarono verso la sala mensa che era molto grande, con tre file di lunghi tavoli ed un bancone dove veniva distribuito il pasto. Nel vassoio trovarono minestra di verdura, tre fette di prosciutto cotto, un formaggino molle, un pezzo di pane e posate di plastica. Sul tavolo una brocca con acqua di rubinetto.
Sara, dopo due cucchiai di minestra, abbassò la testa rifiutando il resto del pasto. Una detenuta accanto, l’apostrofò con “la signorina non ha gradito il menù, cameriere porti caviale e champagne!”
Angela intervenne apostrofando la vicina con uno spregiativo “stupida!”
Il ritorno in cella fu per Sara un sollievo, tanto che, dopo il solito rumore del clac clac della chiave che chiudeva la porta, continuò a raccontare cosa successe quell’aprile del quarantaquattro.
“Mia mamma andò alla finestra e da una fessura dell’imposta vide un gruppo di uomini armati che si avvicinavano alla casa. Non avevano una divisa, quindi non erano né tedeschi né soldati della Repubblica di Salò. Si spaventò e corse da noi urlando che erano partigiani. Io però non capivo perché avesse così paura. Sentimmo dei colpi forti contro la porta finché non la sfondarono ed entrarono coi fucili spianati. Cercavano mio padre e tutti gli altri fascisti della zona. Così presero mio zio, lo strattonarono, lo buttarono a terra e lo trascinarono fuori in cortile. Io m’ero aggrappata alla mamma e alla zia che venne staccata da noi e portata via. Poi sarebbe toccato a noi due e quasi gentilmente, quello che doveva essere il capo, perché gli altri lo chiamavano comandante Mauro, ci prese sottobraccio e ci invitò a seguirlo. Gli altri trascinarono lo zio e la zia dietro la stalla e scomparvero alla nostra vista. Uno di loro tornò dal capo chiedendogli cosa dovessero fare. Lui rispose che lo sapevano. La mamma intanto mi strinse a lei così tanto che sentii il suo cuore che batteva forte su di me. All’improvviso sentii una raffica di mitra e mia mamma che gridava disperata. Un secondo partigiano arrivò per ricevere ordini dal loro capo. Lui gli ordinò di prendere mia madre, così il partigiano me la strappò dalle braccia e la portò via. Questo comandante Mauro mi teneva stretta mentre io gridavo mamma e piangevo, e lei, mentre la trascinavano via, urlava il mio nome!” Sara s’asciuga una lacrima e continua: “Incrociai lo sguardo del capo, era magro coi baffi, vedevo nei suoi occhi il piacere per quello che stava per succedere. Ho nella testa l’ultimo urlo che ho fatto chiamando mia madre e la raffica di mitra che è seguita. Poi rivedo il sorriso beffardo di quell’uomo… alla fine mi lasciarono in mezzo al cortile e se ne andarono lungo lo stradone che portava al paese. Io piangevo, piangevo e piangevo!”
Mentre Sara pronunciava quelle ultime parole, Angela le prese le mani e gliele baciò. Poi le accarezzò il viso rigato di lacrime.
La lampada della cella si spense, era arrivata l’ora del silenzio. Rimase solo il tenue bagliore blu della luce d’emergenza che permetteva alla ronda notturna di controllare l’interno delle celle.
“Proviamo a riposare” sussurrò Angela.
“Proviamo” rispose Sara.
In carcere il mattino arriva presto col suono assordante della sirena. Ma Sara si svegliò molto prima. Aveva visto spuntare l’alba attraverso la finestrella con le sbarre incrociate che quel giorno non disegnarono la loro ombra sulla parete.
Quella mattina il cielo era grigio e metteva ancor più tristezza di quanto già non facesse lo stare in quel posto.
Angela si svegliò, “maledetta sirena” disse. Poi invitò Sara ad andare con lei al turno dei bagni. Dopo il clac clac della serratura della porta, si unirono alle altre detenute e s’avviarono ai bagni.
Al mattino le porte delle celle rimanevano aperte e questo fatto offriva l’impressione di una certa libertà anche quando rientrarono dalla colazione.
Sara riprese il suo racconto, bisbigliando le parole, quasi non volesse far sentire oltre la porta della cella 22.
“Avevo dieci anni quando, dopo l’uccisione di mia madre, venni accolta da una sua cugina vedova che viveva a Fusignano, in Romagna, assieme al figlio di quindici anni. Era molto lontano dal mio paese ma mi trattavano benissimo…”
“Ma tuo padre che fine fece?” chiese d’un tratto la compagna.
Prima di rispondere Sara cambiò espressione, socchiuse gli occhi quasi a voler scavare nella memoria. Poi disse: “Solo dopo qualche anno ho saputo che era stato catturato dagli inglesi e rinchiuso nel campo di concentramento di Assau. Finita la guerra fu liberato, ma intanto s’era ammalato e, quando seppe ciò che ci era successo, s’aggravò… Morì proprio mentre la Croce Rossa lo stava trasportando in Italia. Io non riuscii nemmeno a vederlo un’ultima volta.”
“Per te fu un’ulteriore disgrazia…” cercò di consolarla Angela.
“Quando hai vissuto tante tragedie, quello che arriva dopo ha un peso minore… Era comunque mio padre e, con la sua morte, rimasi definitivamente da sola. Ho passato sei anni travagliati, sono entrata e uscita da diversi istituti. Ho avuto problemi comportamentali, fobie e raptus isterici. Sono stata in cura per anni, anche se i medici non si facevano illusioni sulla mia guarigione. Nonostante ciò mi ero molto affezionata alla mia nuova famiglia e provavo per mio cugino Fulvio molta tenerezza, tanto che mia zia già ci immaginava sposati… Dopo l’ennesima cura, il dottore disse che nel mio caso l’arrivo di un figlio sarebbe stata probabilmente la soluzione a tutti i miei problemi. Così a sedici anni e, col benestare di tutti, mi decisi a sposare mio cugino Fulvio, anche lui minorenne…”
“Avete avuto figli?” chiese Angela.
“No… Stavo un po’ meglio ma il mio tormento non è mai passato e l’unico mio desiderio era quello di sapere chi fosse quel bastardo… il Comandante Mauro, il boia che ha distrutto la mia famiglia!” Sara fece un lungo sospiro, poi riprese a raccontare: “In Romagna dove abitavo ci vivevano tanti ex partigiani, così andai alla sezione dell’Associazione Partigiani d’Italia a chiedere informazioni su questo Comandante Mauro. Non è stato facile perché faceva parte di un gruppo che operava in un’altra zona d’Italia, molto a nord, in provincia di Como per l’esattezza. Mi dissero che sarebbe stato necessario chiedere in altre sezioni dell’Associazione. Però qualcuno dal cielo m’ha aiutata, perché dopo qualche tempo ho saputo finalmente il suo vero nome: Anteo Raditti!”
“Hai saputo anche dove abitava?” chiese incuriosita Angela.
“No Purtroppo… ma, non so perché, pensai che dovevo andare a chiedere al mio vecchio paese. E così ho fatto. E venni a sapere che i Raditti erano diventati proprietari dei vecchi terreni che sotto il fascismo erano stati assegnati a mio padre. Ho scavato nella memoria per vedere se tra la mia famiglia e loro ci fossero mai stati dei contrasti, dei rancori. Trovai la conferma parlando con una vecchia signora novantenne che abitava ancora in paese e che all’epoca aveva lavorato alle poste. Mi disse che aveva visto molte volte mio padre litigare fortemente con Anteo Raditti per vecchie questioni sui confini dell’azienda agricola, tanto da venire alle mani. Una volta sentì il Raditti gridare a mio padre che gliela avrebbe fatta pagare. Adesso tutto appariva più chiaro, l’esecuzione della mia famiglia non era stata frutto di un’azione militare ma di una vigliacca vendetta personale. Continuavo a star male, anche se mio marito faceva di tutto per consolarmi. Mi sentivo sola, il figlio non arrivava e nella mia testa risuonava sempre il nome di Anteo Raditti. Ho cercato conforto nella fede, non ho mai pensato alla vendetta, ma avrei voluto tanto incontrarlo, guardarlo in faccia e chiedergli il perché di tanta cattiveria. Avevo dieci anni quando mi tolse tutto. Ora ne ho trenta e dopo vent’anni di dolore… adesso sto bene, abbastanza bene direi.”
“Andiamo a fare due passi nel corridoio?” propose Angela.
“Sì andiamo!” annuì Sara.
Il corridoio di quella sezione della casa circondariale, era molto lungo e l’andirivieni delle detenute lo faceva somigliare al passeggio domenicale in una via del centro, con la differenza che, al posto degli alberi, ai lati c’era una fila di celle con le porte di ferro aperte che alla sera si chiudevano, chiudendo al loro interno le speranze, i sogni, i ricordi, i pentimenti e le rabbie di tutte quelle detenute.
Mentre camminavano avanti e indietro lungo quel corridoio, il volto di Sara appariva più sereno, quasi che il racconto fatto ad Angela, l’avesse in qualche modo rasserenata.
Angela l’aveva capito, ma la sua curiosità non era stata soddisfatta completamente. D’un tratto ruppe il silenzo e le chiese: “E poi?”
“E poi qualcuno dal cielo m’ha aiutato ancora…” riattaccò Sara “perché mio marito, che insegnava a scuola, fu nominato preside di una scuola media vicina a Como, a pochi chilometri da qui. Ci siamo trasferiti e siamo andati ad abitare in una bella villetta appena fuori paese. Iniziai le pratiche per il cambio di residenza e un giorno andai in Comune per consegnare dei documenti. Forse era la vecchia Casa del Fascio, ora era il Municipio.
Nell’atrio c’era un pannello dov’erano indicati tutti gli uffici e i nomi dei responsabili, poi vidi per caso il nome del sindaco… era Anteo Raditti!”
“Cazzo! Alla fine l’avevi trovato!” esclamò Angela sempre più coinvolta.
“Proprio così…” continuò Sara “Il suo ufficio si trovava al secondo piano. Avevo il cuore in gola e dovetti sedermi per calmarmi. Avevo il dubbio che non fosse lui, che fosse solo un omonimo. L’unica cosa da fare era incontrarlo. Così ho salito le scale, mi sono fatta coraggio e ho bussato al suo ufficio. Uscì una segretaria che mi disse che il sindaco era fuori città e che sarebbe rientrato il giorno dopo. Quando tornai a casa non dissi nulla a mio marito, ma quella notte non riuscii a dormire. Il giorno dopo sono riaffiorati tutti i ricordi, gli incubi, tutto il dolore vissuto in quegli anni. Così ho tirato fuori l’abito più bello che avevo, ho messo un filo di trucco, un po’ di rossetto e sono tornata in Comune. Per salire di nuovo quelle scale ho fatto uno sforzo enorme, ogni gradino mi faceva rivivere quel giorno tremendo, rivedevo mia madre, i miei zii, sentivo le grida, il terrore, gli spari, la disperazione… poi lui, la crudeltà del suo sguardo, il comandante Mauro… Sono arrivata al secondo piano, mi fermo davanti alla porta del suo ufficio, busso, apro. Mi viene incontro la segretaria che mi chiede chi deve annunciare al Signor Sindaco che si trova dietro un’altra porta. La scanso in malo modo e le rispondo che mi annuncio da me. Faccio tre passi e apro la porta, entro in una sala molto ampia, in fondo vedo un salottino in pelle con una grande scrivania, dietro vedo il sindaco che si alza e mi viene incontro lentamente. Incrociamo lo sguardo. Quella faccia magra, i baffetti sottili, era il comandante Mauro… S’avvicina, mi guarda con stupore, era incredulo. M’aveva riconosciuta come io avevo riconosciuto lui! Buon giorno Comandante Mauro, gli dico. Poi, prima ancora che quel boia potesse dire qualcosa, tiro fuori dalla borsetta la pistola che m’aveva dato mia madre. Lo sentii gridare, implorare come aveva fatto mia madre… Gli ho sparato tre colpi nel petto ed è caduto ai miei piedi, morto stecchito. Ho gridato con tutto il fiato che avevo il nome di mia madre, poi ho pianto…”
“Vieni, andiamo” Angela la prese sottobraccio e, stringendola forte, la fece sedere sul letto della cella. Sara era tornata silenziosa, con lo sguardo verso la finestra. Un raggio di sole, che filtrava fra le nuvole, formava un disegno a scacchi sulla parete.
Una guardia entrò in cella invitando Sara a seguirla. “Sei trasferita al carcere di Ravenna!” Sara raccolse il suo fagotto di indumenti, s’avviò verso la porta e girandosi sussurrò: “Ciao, auguri!”
“Ciao a te!” rispose Angela piangendo.
Dopo due giorni si riaprì la porta della cella 22. Entrò una giovane ragazza, con una coroncina di fiorellini finti inserita fra i capelli rossi, indossava un giaccone verde con sotto un maglione, più grande di almeno due taglie, e pantaloni che in fondo si allargavano a coprire gli scarponcini con la suola a carrarmato.
“Ciao sono Angela, sedici anni per omicidio colposo, fra quattro esco. Accomodati pure, fai come fossi a casa tua. E tu chi sei?”

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Liberi di filosofare

Sono trascorsi parecchi anni dall’ultima volta che sono entrato in carcere per insegnare ai detenuti nella mia città. E l’idea di ritornarci da pensionato non mi è proprio dispiaciuta. Si trattava di non tradire la fiducia degli amici e colleghi del Cpia, Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, di Ferrara, e le aspettative del gruppo di detenuti che hanno accolto la proposta della loro insegnante.
C’è un rapporto importante tra il Carcere e la città che è segno di sensibilità, attenzione e maturità, numerose sono le attività e le iniziative animate da tante organizzazioni e da tanti volontari che fanno della nostra città una città differente, bella e avanti sul piano umano.
Ci mancava la filosofia, non per fare lezione ma per provare a pensare insieme, a pensare i pensieri. I pensieri che non sono sempre quelli che crediamo, che mutano aspetto e consistenza appena da un angolo ci spostiamo ad un altro e la prospettiva non è più quella di prima. Aiutano a capire che la libertà che ci manca non è solo quella preclusa dal carcere, ma anche quella che credevamo di avere e che forse ci è sempre mancata.
Filosofia e libertà vanno insieme, perché la filosofia nasce come atto fondamentale di libertà nei confronti della tradizione, dei costumi e di ogni credenza accettata come tale.
Sembra facile dirlo, ma non lo è più se la popolazione che hai davanti proviene da culture diverse e della propria cultura si fa testimone. Qualcuno difende la superiorità del sacro sulla natura e sulle sue cause, qualcun altro non esita a osservare che se loro hanno un problema ce l’hanno proprio con la libertà.
Ecco, devo stare attento alle parole, lasciare aperti i significati, entrare nei territori con il piede leggero. Ma poi rifletto, che di questi tempi forse le reazioni sarebbero pressoché le stesse anche fuori di qui.
Gli presento come compagna dei nostri incontri la nottola di Minerva, che “spicca il volo sul far del tramonto” ci ricorda Hegel, è come dire che finiamo sempre per capire quando ormai è troppo tardi, monito di un certo peso che accomuna tutti dentro e fuori dal carcere.
Per la filosofia siamo tutti uguali, detenuti o meno, perché nessun uomo possiede la sapienza, deve cercarsela e la filosofia è uno strumento che si offre per aiutarci in questo. La filosofia è l’amicizia con il sapere, scegliere di avere il sapere come amico. È un amico non facile da trovare, ma l’uso del pensiero e della ragione possono aiutarci a cercarlo. Allora ecco le parole che all’inizio della sua “Metafisica” Aristotele mette a nostra disposizione: “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere”, dove “tendono” vuol dire che non solo lo desiderano, ma possono conseguirlo.
Può capitare di sentirci come un coniglio bianco estratto dal cilindro di un prestigiatore, di solito è la sensazione che si prova quando si inizia a filosofare. Bisogna farsi prendere dallo stupore. Stupore è una parola filosofica per eccellenza. Si ripete sempre che agli inizi della filosofia ci sia lo stupore, la meraviglia.
Lo affermano sia Platone che Aristotele, ed è da loro che l’abbiamo appreso. Il meravigliarsi, l’improvvisa sorpresa, il repentino non più comprendere il proprio essere e quello del mondo stimolano a porsi domande che sfociano nella ricerca delle risposte.
Nel dialogo “Teeteto” Platone fa dire a Socrate: “…è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro inizio ha il filosofare che questo”.
Credo che sia stato lo stupore, lo stato di chi rimane attonito che abbia accompagnato il viaggio compiuto da nocchiero con i miei compagni di avventura, ogni volta presi dal fascino di una narrazione che si è snodata tra mito, cosmologia e ragione. Per poi misurarsi con il conflitto tra ragione e percezione all’interno della caverna platonica di Eros e, in fine, per ritrovare la luce nella logica di Aristotele, fondamento di ogni scienza.
Ai nostri incontri sono mancati altri porti a cui avrei voluto attraccare: l’ Etica: L’arte di vivere; Libertà e necessità: Quanto siamo responsabili?; e, in fine, Felicità ti scrivo: Lettera di Epicuro a Meneceo.
I tempi, le routine della vita in carcere non l’hanno concesso.
Io mi auguro di sostare alla rada in attesa di riprendere il largo, se non io qualche altro nocchiero, perché il viaggio è ricco di promesse.

LA PROVOCAZIONE
“Fine pena mai” o pena di morte? L’ipocrisia del caso Battisti

La cattura di Cesare Battisti pone molti interrogativi all’interno della società italiana. Tralasciando le imputazioni per le quali è stato giudicato colpevole, una domanda si pone: qual è la finalità del carcere? La risposta degli esperti è chiara: la finalità della pena, in Italia, ha valore rieducativo. Il riferimento principe rimane l’Art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.  In pratica, andare in galera avrebbe lo stesso valore di entrare in un luogo dove ti ripuliscono, ti rendono presentabile per poi poter rientrare nella società e non essere più un pericolo ma, magari, una possibile risorsa. A partire dal caso Cesare Battisti, riemerge però una realtà molto particolare del nostro sistema giudiziario, quella della legge 356 del 1992 (con l’aggravante dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penale), meglio conosciuto come “ergastolo ostativo”. Questo tipo di pena prevede che sia scritta, sul fascicolo del detenuto, una particolare formula. Alla voce “fine pena” la risposta è chiara quanto lapidaria: mai.

L’ergastolo ostativo, però, non ha solo una durata perpetua per il detenuto, ma non concede alcuno sconto, alcun beneficio. È una norma nata come esigenza straordinaria di contrasto alle organizzazioni malavitose dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, e che, nel tempo, ha trovato ampliamento nel suo utilizzo.
Cesare Battisti dovrà scontare questo tipo di pena, con i primi sei mesi in isolamento.

Non sta a me dire se sia giusto o sbagliato, ma una domanda sorge: il fine di una pena è o non è la rieducazione? E qual è la rieducazione possibile per chi non avrà più nessuna forma di libertà? La risposta non è semplice anche perché impone un altro elemento nella riflessione: l’ostativo lo si ‘prende’ per l’estrema gravità degli atti compiuti e per non aver collaborato con la giustizia. In pratica, quando si parla di questa pena, si sta discutendo di persone che hanno compiuto omicidi, rapimenti, atti terroristici, e dei quali, al momento della condanna, non si sono pentiti. Nella maggior parte dei casi, sono un migliaio gli ergastolani in Italia, si tratta di ex boss e affiliati alle varie organizzazioni criminali italiane. La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2013, ha stabilito che tale pena violi i diritti dell’uomo, e molti Stati europei concedono, con un media di 25 anni, una revisione del processo e un possibile alleggerimento della pena.

Questo, dunque, il quadro generale. Andando sui quesiti morali che fa sorgere ciò, il primo, già citato, ci pone davanti ad un mondo non semplice, che è quello di persone con le quali un normale processo rieducativo potrebbe non funzionare e quindi si può chiedere: che fare con una persona la quale non si pente dei propri reati? Cosa fare con chi non collabora in nessun modo? Ma, soprattutto, cosa fare, invece, con chi, condannato alla pena perpetua, dimostri di essere cambiato? Gestire queste domande in maniera “empatica” darebbe come risultato l’assoluta solidarietà con le vittime, e la classica massima “buttate via le chiavi” sarebbe sicuramente la vincitrice su tutte le possibili scelte. Analizzando in maniera più razionale, invece, è evidente come una pena perpetua sia un danno su svariati livelli: una persona, dipendente in tutto e per tutto dallo Stato, la quale non porta benefici alla società, e che, come dice Adriano Sofri, ha un’unica certezza: dove morirà. A questo punto, neanche tanto provocatoriamente, mi verrebbe da chiedere: a cosa serve?

L’apparato mediatico, torno all’esempio di Battisti, inscenato per la sua cattura ha un’evidente valenza meramente propagandistica: ministri in pompa magna, decine di agenti e dichiarazioni al vetriolo. Anche le parole di Salvini sono sintomatiche: “marcirà in galera”. Ma a che pro? Siamo una società talmente ipocrita e finto-moralista da non giungere, o non voler giungere, al nocciolo della questione? Perché, infatti, dovrei tenere in vita un essere che, per pena inflitta, non sarà mai più un cittadino libero e produttivo?

Nel momento in cui una pena diventa effettiva e si ha la certezza della non collaborazione e della colpevolezza di una persona si può pensare ad una fine diversa, e ci sono due strade. La prima, molto semplice, eliminare l’ergastolo ostativo, e fare in modo che, allineandoci agli altri Stati europei, massimo ogni 25 anni ci sia un riesame da parte di un organo indipendente del caso. Così facendo si dà sia la possibilità della rieducazione alla cittadinanza a qualsiasi tipo di reato.

Seconda opzione, forse più di pancia, ma sicuramente ragionata, è il riammettere la pena di morte. Quest’ultimo caso sarebbe sicuramente duro da digerire, ma, in fin dei conti, l’ergastolo ostativo non è soltanto una pena di morte mascherata? E se invece di campare un essere che non vedrà più la luce del sole, i soldi che lo Stato avrebbe speso per lui, facendo una stima con l’età media di vita delle persone, venissero dati alle famiglie delle vittime e questa persona fosse semplicemente eliminata dal sistema? In fin dei conti ci sarebbero molti vantaggi: non ci sarebbe il problema di una possibile continuazione di comando, nei casi dei boss. I carceri si svuoterebbero di un migliaio di persone. I soldi verrebbero spesi dallo Stato investendo in persone le quali hanno subito un danno. Ed infine si avrebbe una pena che spaventerebbe parecchio: la possibilità di essere uccisi. In tal modo non ci nasconderemo più dietro l’ipocrisia del non volerci sporcare le mani e non ci sarebbero più dubbi sulla funzione del carcere: punitivo per i più, rieducativo per chi si dimostri collaborativo. Non è questo, alla fine, il messaggio che viene fuori dalle ultime dichiarazione dell’Italia degli ultimi tempi? Invece di “far marcire” una persona in carcere, non è meglio toglierla subito dalle casse della nazione? Siamo così intrisi di morale cattolica deviata da non aver coraggio di uccidere direttamente ma solo di “buttar via le chiavi”?

Prima di dare una risposta affrettata, magari non pensiamo a Cesare Battisti, il quale potrebbe essere soggetto anche ad un “tifo” politico. Pensiamo ad un ‘cittadino’ obbligato di Ferrara: Pasquale Barra detto “o’ animale” per l’efferatezza dei suoi omicidi. Costui non si è mai pentito, definendosi sempre un camorrista e, addirittura, ha fatto danni con la sua collaborazione: fu, infatti, tra i principali accusatori di Enzo Tortora. A questo va aggiunto un altro dato. Il carcere, istituto che dovrebbe rieducare, da lui è stato usato per continuare i suoi affari: gran parte dei suoi delitti, infatti, li ha commessi all’interno degli istituti penitenziari, tra i quali forse il più efferato fu quello ai danni di Francis Turatella. Leggenda vorrebbe che o’animale, nell’atto di ucciderlo, gli abbia “strappato il cuore e il fegato per addentarli”. Un uomo così, lontano da ogni logica di pentimento e rieducazione, come dovrebbe essere trattato? Con umanità? Oppure togliere ogni possibilità di azione, uccidendolo? Costui è morto nel carcere di Ferrara nel 2015, per arresto cardiaco e la domanda sorge spontanea: se fosse stato eliminato prima, si sarebbero potute salvare delle altre persone? Le risposte possono essere facili, ma poi mi viene in mente un racconto, una piccola frase tratta da un libro di Elvio Fassone dal titolo “Fine pena: ora” nella quale un detenuto condannato all’ergastolo dice: “Noi siamo maledetti, o la tomba o la galera [ci aspetta]”. Un chiaro riferimento al fatto che nessuno nasce “animale”, ma lo può diventare a causa delle circostanze. Ma allora se uno “diventa” maledetto, può tornare ad essere “normale”?

Io non so quale sia la risposta giusta, ma so quasi certamente che non è quella che abbiamo ora.

TEATRO
Va in scena ‘Il mio vicino’:
lo spettacolo che abbatte i fili spinati e crea ‘terre’ di incontro

L’incontro di due esuli in una terra di nessuno, “che nessuno vorrebbe abitare e alla quale nessuno vorrebbe appartenere, ma nella quale si è costretti a vivere i propri giorni: il carcere. Insieme abbiamo costruito una sorta di terra comune, con la poesia e il teatro abbiamo rifondato una terra in cui ci si potesse riconoscere”. A parlare è Horacio Czertok, attore e regista, fondatore della Cooperativa Teatro Nucleo, centro di formazione, ricerca e produzione teatrale che ha la sua sede al Teatro Julio Cortazar di Pontelagoscuro. Con queste parole descrive ‘Il mio vicino’, lo spettacolo che andrà in scena la sera dell’11 febbraio nello spazio teatrale di Ferrara Off e che vedrà come protagonisti lui e Moncef Aissa, uno dei primi attori-detenuti del laboratorio di teatro-carcere che Horacio conduce fin dal 2005 nella casa circondariale di via Arginone.
La performance è in repertorio dal 2010, ma quella di sabato sarà la prima volta a Ferrara, dopo essere stata rappresentata in diversi contesti a Modena e a Bologna e poi in Spagna, in Germania e in Belgio, “dove l’abbiamo fatto proprio dentro un carcere”.

Un bel giorno Horacio è uscito di casa e si è trovato di fronte Moncef: “Sono libero ora. Io qui ci vivo”. Moncef, dopo essere stato suo allievo in carcere, è uscito, si è costruito una famiglia e una vita, è diventato il suo vicino e così è nato lo spettacolo, per raccontare il loro lungo lavoro, un percorso di crescita reciproca, fra Totò e la poesia araba.
‘Il mio vicino’ parla di condivisione e di comprensione, in tempi di muri e di filo spinato, per dividere e lasciare fuori i nostri vicini. “Viviamo in tempi difficili e il senso dello spettacolo, almeno spero, è portare in scena la gioia di scoprire nel vicino, nell’altro, qualità e forze che non si sospettavano”.
Nello stesso tempo, confessa Horacio, “sento personalmente questa tematica perché anche io a suo tempo sono stato un ‘vicino’, un esule, arrivato in Italia scappando da una guerra civile e dal pericolo oggettivo di venire assassinato con la mia famiglia. Per fortuna il mio esilio avvenne in aereo, non a nuoto, ma conosco benissimo la sensazione di dover mollare tutto quello che non sta in una valigia e dover ricostruire una vita in un luogo che non ti aspetta, che non ti conta, in un Paese di cui non sai la lingua, tanto per cominciare. Conosco tutte le avventure e le peripezie burocratiche e conosco anche, da parte del rifugiato, la voglia di riscatto, di farsi valere attraverso le proprie capacità: è un bisogno di riaffermare la propria dignità”. ‘Il mio vicino’ è dunque anche un “vicino di condizione umana”.

La performance è nata “dentro il laboratorio di via Arginone, mentre lavoravamo su quello che poi è stato il primo spettacolo a uscire dal carcere nel 2006, ‘Schegge – da Totò a Beckett’: stavamo facendo una ricerca di altri materiali che ampliassero e arricchissero il lavoro per comparazione. Moncef faceva il suggeritore ed era molto rigoroso, quando qualcuno mancava, lui lo sostituiva e così ha finito per sapere e fare questo testo benissimo”.
Da quel lavoro di ricerca di altri materiali è nata poi la contaminazione con le poesie arabe, “una tradizione ricca e meravigliosa, anche se molto poco conosciuta: Moncef si è rivelato una persona di una cultura non indifferente su questo versante”, mi rivela Horacio: nello spettacolo ci sono “poesie per così dire ‘basse’, dei mercati e dei mercanti, quelle dei dervisci e quelle più ‘alte’, con alcune sorprese come diverse poesie in arabo siculo dell’anno 1000, una parte della cultura italiana poco frequentata, se non del tutto sconosciuta”.
“Abbiamo lavorato insieme cinque, sei anni. Lui aveva già cominciato a fare teatro in carcere a Forlì e, arrivato a Ferrara, si è iscritto al nostro laboratorio. È stato uno di quelli, come in realtà succede quasi sempre, che mi è dispiaciuto perdere: ma è stato meglio che l’abbia perso!”, scherza Horacio. Ora Moncef è tornato a Forlì, dove seppur con difficoltà ha trovato un lavoro, una moglie e una figlia.
“Ci siamo trovati, entrambi esuli, io dall’Argentina, lui dalla Tunisia, entrambi ‘desterradi’, un termine della lingua spagnola che esprime tutta la precarietà di chi vive la condizione di venire privato della propria terra natia da un giorno all’altro per decisione di qualcun altro. Per questo una delle poesie che cantiamo è ‘Fin quando durerà il mio esilio’, di Ibn Hamdis Al Sicli, un poeta arabo-siculo che nel 1079 è costretto a lasciare la sua Sicilia a causa dell’arrivo dei Normanni”.

È questa una prima importante risposta alla domanda alla quale Horacio deve rispondere molto spesso: perché il teatro in carcere?
“Per alcuni detenuti siciliani non era poi così automatico che un arabo potesse considerare l’isola la sua terra. Spesso la sala del carcere diventa una grande aula di scambio culturale, un vero e proprio laboratorio di convivenza: se fuori ogni etnia tende a isolarsi con gli altri del proprio gruppo, in carcere si è costretti a stare insieme, a condividere le proprie giornate”.
L’altra risposta ha a che fare con la dignità e il rispetto, due cose cui ogni persona ha diritto, anche – forse soprattutto – quando si paga il proprio errore, la propria trasgressione alle regole del vivere civile, con la privazione della libertà e di tutto ciò che definisce l’identità di un individuo.
Horacio sottolinea che il progetto Teatro-Carcere è nato da subito come pratica quotidiana, “non come una situazione episodica”, perché “non è un modo di intrattenere i detenuti o per occupare il loro tempo, fa parte di un processo di consapevolizzazione e autoresponsabilità, di ricostruzione di un’autonomia, che parte da una rivalutazione della propria autostima”. “Una delle prime cose di cui discutiamo con gli attori-detenuti è la dignità: non è qualcosa che qualcuno ti può dare, la devi conquistare da te”. E a questo proposito mi spiega: “Quando l’ho domandato, nessuno dei miei allievi ha mai risposto che frequentava i corsi di teatro per riacquistare il rispetto di sé stesso: vocazione, una carriera, desiderio di espressione personale, queste erano le risposte. Quando abbiamo chiesto la stessa cosa agli attori-detenuti, tutte le risposte hanno riguardato la dignità e il rispetto: è stato un momento di rivelazione per noi”.
Il carcere è un universo di grande criticità, che richiede “una qualità non molto frequente nel teatrante e non è nemmeno una mia virtù, cioè l’umiltà: è un esercizio duro, il contesto ti sfida continuamente”. “È un luogo di grande sofferenza, credo che non si soffra così in nessun altro posto – continua Czertok – Non solamente i carcerati, che sono stati tolti dai loro affetti e da tutto ciò che costituiva la loro identità, ma anche la polizia penitenziaria, costantemente di fronte alla sofferenza altrui, gli agenti tutti i giorni sono la prima linea della società nei confronti dei detenuti”. “Si lavora a partire dalla disponibilità e dalla curiosità personale, poi è una gara a ostacoli, perché come ha scritto Artaud “L’attore è un atleta del cuore: si sfida e sfida chi lo guarda”.
Il teatro poi “è anche un modo per contribuire alla preparazione all’uscita dal carcere, al reinserimento dei detenuti nella società”: come è successo a Moncef “i detenuti escono e diventano i nostri vicini, che vicini vogliamo?” Senza dimenticare, infine, la valenza di “alfabetizzazione”, cioè l’aiuto nell’imparare una lingua che è straniera, vista l’importanza e la valenza che hanno le parole nel teatro. “Per molti dei nostri attori-detenuti la cultura è un bene lontano, guardato con rispetto, ma considerato non a portata di mano per loro. Perciò la familiarizzazione e la lettura di testi o poesie, magari nella lingua del Tasso, come nello spettacolo ‘Me che libero nacqui la carcer danno’ ispirato alla Gerusalemme Liberata (portato anche al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara nell’aprile 2016, ndr), diventa un doppio salto mortale”. Ecco di nuovo la sfida con se stessi: “si innesca una sorta di provocazione. Ci si dice ‘Devo farcela’, ‘Non posso fare una brutta figura io e non posso far fare una brutta figura a chi ha lavorato per me e con me’. Alla fine, in fondo, è proprio il modo con cui lavoriamo anche con gli altri attori”.

Una cosa è certa. I risultati dei laboratori – fra i quali non ultimo riuscire a far entrare la cittadinanza fra le mura di via Arginone e portare fuori gli attori-detenuti, sul palco del teatro comunale estense ma non solo – e la fiducia che gli attori-detenuti ripongono nelle attività con Horacio e con i suoi collaboratori, tutto ciò non sarebbe possibile se non fosse per un aspetto importante, anzi fondamentale: “il lavoro è fatto sempre da cittadino a cittadino. Noi non siamo lì come un’autorità, non siamo poliziotti, educatori, preti, siamo cittadini che sanno fare teatro e portano queste competenze dentro il carcere, misurandosi alla pari con i detenuti. Piano piano diventiamo attori fra attori”.

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L’INCHIESTA
Essere genitori in carcere. Il Garante: “Anche i detenuti hanno diritto di stare coi figli”

SECONDA PARTE – “Il carcere è parte della città”. Nel 2012 il sindaco lancia un chiaro segnale. Servizi e associazioni si mobilitano e avviano progetti innovativi come “I sabati delle famiglie” e “Comunque papà” che affrontano il tema della genitorialità in ambito detentivo. Avviate a giugno 2014 in via sperimentale, oggi le iniziative sono ormai consolidate. Per capire come si è sviluppato il progetto, abbiamo intervistato i promotori, Tullio Monini responsabile del Servizio politiche familiari e Integrazione scolastica del Comune di Ferrara [leggi l’intervista] e Marcello Marighelli, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Ferrara.

Marcello Marighelli
Marcello Marighelli

“L’origine del mio impegno nel progetto – spiega il Garante – sta semplicemente nell’aver accolto le esigenze dei detenuti. Fin dai primi colloqui con i detenuti, infatti, i padri mi ponevano il problema del rapporto con i propri figli e con la famiglia. Facendo una semplice statistica, questa risultava una delle questioni principali. Conoscevo l’attività del Centro per le famiglie del Comune di Ferrara e ho incontrato il dr. Monini e i suoi collaboratori per verificare la possibilità di proporre alla Casa Circondariale l’attivazione di  un servizio di mediazione familiare anche per i genitori detenuti”.

Quindi fu lei a muoversi per primo in questo senso, allo scopo di garantire ai detenuti il diritto di coltivare rapporti familiari…
La figura del Garante è presente nell’Ordinamento penitenziario, ma non è istituita per tutti gli istituti penitenziari e non è nemmeno molto conosciuta. Il Comune di Ferrara e la Provincia l’hanno istituita da diversi anni, prevedendo tra i suoi compiti quello di rendere accessibili i servizi presenti sul territorio anche ai detenuti [vedi], sostenendone l’attività nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”. In questi anni abbiamo cercato di lavorare attivandoci in tutti gli ambiti, dai servizi primari alla sanità, dal diritto al lavoro alla genitorialità, ma purtroppo ma purtroppo sono ancora molti i servizi non pienamente o facilmente accessibili per i detenuti.

Possiamo dire quindi che c’è stata una grande sinergia da parte di tutte le istituzioni convolte?

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Inaugurazione dello spazio verde e dell’area giochi nel carcere di Ferrara: in foto, i rappresentanti delle istituzioni, il personale penitenziario, le educatrici, i giornalisti

E’ così, si è agito contemporaneamente perché si è colta l’esigenza dei detenuti, perché c’era una volontà politica, perché esisteva un servizio dedicato alla genitorialità e perché c’è stata ricezione da parte della casa circondariale. L’operazione è riuscita perché la città era preparata, come si è visto in modo molto significativo anche durante l’ultima edizione del Buskers festival, quando alcuni musicisti hanno suonato come da programma in carcere e, presentando l’iniziativa, la comandante della polizia penitenziaria ha sottolineato che anche il carcere è “una via della città”.

Che significato ha in particolare questo progetto per il Garante?
Questo progetto dal punto di vista del Garante ha un importante significato perché porta un servizio comunale dentro il carcere, affermando il principio che anche i cittadini ristretti nel carcere, se non soffrono di particolari limitazioni, devono avere un concreto ed effettivo acceso ai servizi comunali.

Quali le principali difficoltà nella realizzazione?
Occupandomi io dell’effettivo esercizio dei diritti delle persone detenute, ho dovuto affrontare essenzialmente problemi pratici, come per esempio chiedere alla Direzione della Casa circondariale di riservare una giornata particolare per dare un senso di specialità ai colloqui con le famiglie, ecco dunque l’idea dei sabati.

Come sono organizzati i “Sabati per le famiglie”?
Tutto avviene in modo fluido perché, come tutti i colloqui, anche i Sabati si predispongono per appuntamento telefonico, quindi non si verificano mai code di attesa all’entrata. Mediamente partecipano sette/otto detenuti con i relativi familiari: un adulto accompagnatore e i figli del detenuto, raggiungendo un numero di persone pari a sedici/venti persone a colloquio. A differenza di quelli ‘normali’, questi sono colloqui di ampia durata, due ore, e si svolgono in spazi dedicati. L’incontro ha suo svolgimento che inizia con l’accoglienza, per passare a momenti d’intimità in cui la famiglia si raccoglie attorno al tavolo; in un secondo momento si passa ai giochi e ai laboratori, poi al saluto finale. Per i detenuti questi momenti sono importantissimi, c’è sempre una grande attesa, si tratta di colloqui speciali.

Che atteggiamento hanno i bambini?
I bambini sono il motore degli incontri. La mediazione passa attraverso i bambini che interagiscono tra loro e stimolano gli adulti a partecipare.

E i carcerati?
Molto importanti sono gli incontri di gruppo “Comunque papà” che funzionano anche da preparazione ai colloqui con le famiglie. Occorre ricordare che le situazioni sono molto variegate e che non è sempre così semplice arrivare a colloquio con i propri figli: a volte non c’è la volontà del coniuge a mandare i figli a colloquio col padre, altre volte c’è la distanza a porsi come ostacolo, oppure il senso di vergogna del detenuto stesso. Ecco, tutte queste problematiche vengono affrontate durante la mediazione, permettendo ai padri di esprimere la propria paternità, non abdicare al ruolo di genitore e trovare le forme migliori per gestire il rapporto. Gli incontri sono impostati molto bene, i carcerati lo sentono veramente come una spazio che coltivano e considerano proprio.

Diceva che ci sono tantissimi servizi ancora da attivare, a che cosa state lavorando ora?
Ora puntiamo su ciò che non funziona ancora, per esempio la difficoltà per i detenuti di rinnovare i permessi di soggiorno e di accedere ad altri servizi durante l’ultimo anno di detenzione (prima della liberazione) fruendo per esempio di permessi per poter regolarizzare i propri documenti, per la ricerca del lavoro, per verificare in modo adeguato la propria condizione di salute.

Ascolta il brano intonato: Lucio Dalla. La casa in riva al mare [clic qua]

Leggi LA PRIMA PARTE

ACCORDI
In riva al mare della vita.
Il brano di oggi

La legge condanna e assolve, non sempre fa giustizia. La pena inflitta va concepita come un periodo di rieducazione. Chi è in carcere, innocente o colpevole, ha comunque il diritto a un’esistenza dignitosa.

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Lucio Dalla

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Lucio Dalla, La casa in riva al mare

 

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L’INCHIESTA
‘I sabati delle famiglie’ oltre le sbarre: “Grazie all’incontro coi bambini il carcere si umanizza”

PRIMA PARTE – “A Ferrara siamo stati i primi ad affrontare il tema della genitorialità in ambito detentivo, ma in Italia esistono realtà che operano da anni. In particolare, l’Associazione Bambinisenzasbarre di Milano [vedi], da cui abbiamo preso spunto per mettere in piedi il progetto, ha grande esperienza nel settore e il 21 marzo 2014 ha sottoscritto con il ministero della Giustizia e con l’Autorità per l’infanzia e l’adolescenza la Carta dei figli dei genitori detenuti, primo protocollo d’intesa siglato in Europa per tutelare i diritti delle migliaia di bambini e adolescenti con genitori detenuti.” Tullio Monini, responsabile del Servizio politiche familiari e Integrazione scolastica del Comune di Ferrara, inquadra così le attività rivolte ai detenuti della Casa circondariale di via Arginone e ai loro familiari, realizzate a cura dei Centri per le famiglie. Monini ci tiene a sottolineare che “I sabati delle famiglie” e “Comunque papà” – così si chiamano le attività – sono gestite dai Centri per le famiglie, ma si vanno ad aggiungere a tutta una serie di progetti avviati da tempo dal carcere con la collaborazione di associazioni e cooperative sociali, che hanno come scopo l’umanizzazione della pena, come l’inserimento lavorativo, le pene alternative, i progetti di lavoro all’interno del carcere, la scuola in carcere. “Il sostegno alla genitorialità in carcere si pone in questo senso come un nuovo tassello, occupandosi nello specifico di garantire ai detenuti padri il diritto di mantenere una relazione stabile con i propri figli.”

L’inaugurazione dello spazio giochi nella sala colloqui e lo spazio verde [clicca le immagini per ingrandirle]

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Fioriere
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Lo spazio verde
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Stanza dei colloqui, l’angolo della casa
I giochi di movimento
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I rappresentanti delle istituzioni
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Educatrici, personale carcerario e rappresentanti delle istituzioni

A quando risale l’idea?
L’allestimento dello spazio giochi e del cortile dedicati ai figli dei detenuti sono stati inaugurati di recente, lo scorso giugno, ma l’idea di introdurre il tema della genitorialità anche all’interno del carcere risale al 2012 quando il sindaco Tiziano Tagliani prese posizione sul tema con una richiesta pubblica a tutti i servizi della città di “considerare anche la popolazione carceraria come parte integrante della propria ‘utenza’”, ossia come cittadini. Su questa base, e sostenuti da Marcello Marighelli (Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Ferrara), noi come Centri per le famiglie ci siamo detti che, occupandoci di sostegno alla genitorialità, avremmo potuto mettere a disposizione le nostre professionalità e competenze in quel campo, ossia cercando di aiutare i padri a migliorare la relazione con i figli. Così ci siamo fatti avanti, abbiamo proposto la nostra idea e siamo entrati in una rete già molto ben strutturata, composta essenzialmente da Csv, assessorato alla Sanità, Servizi sociali che già collaboravano assiduamente con il carcere. La nostra particolarità in questo mosaico di soggetti è che siamo un servizio comunale e non un’associazione. Ma ci tengo a sottolineare che non portiamo mai avanti i nostri progetti da soli, cerchiamo sempre la collaborazione trovandola questa volta nei volontari Agesci.

Ci è voluto molto tempo per passare alla realizzazione?
Per avviare concretamente il progetto ci sono voluti mesi. Una volta data la nostra disponibilità, abbiamo cominciato ad incontrarci con la direzione del carcere e con gli operatori, ma solo a giugno 2014 siamo riusciti ad organizzare una festa all’interno del carcere con detenuti e figli insieme. Da quel momento abbiamo avviato i “I sabati delle famiglie” ossia colloqui mensili per i detenuti con figli piccoli (fino a 15/16 anni) in presenza di un paio di educatrici comunali e un paio di scout (di solito un giovane maggiorenne e un responsabile) che intervengono per facilitare l’incontro tra genitori e bambini. Sono colloqui più lunghi di quelli standard, durano due ore, dalle 13.30 alle 15.30 del pomeriggio. All’inizio gli incontri si tenevano in una grande sala in cui ogni volta portavamo giochi, libri e materiali adatti ai bambini di quell’età.
Finalmente, nel gennaio 2015, si è deciso di arredare in modo permanente una parte della sala colloqui: in un paio di mesi l’angolo dei giochi è stato ultimato e inaugurato a giugno insieme al giardino esterno. Gli arredi sono un aiuto per realizzare gli incontri ma sono anche molto importanti perché permettono di creare un clima migliore, non solo per genitori e figli, ma anche per tutti gli operatori penitenziari (guardie, secondini, educatrici) in quanto la presenza di giochi e materiali colorati e creativi umanizza una dimensione che per tutti coloro che la vivono è, invece, altamente disumanizzante. Quindi in un qualche modo, attraverso la presenza visibile dei giochi e dei bambini, il carcere recupera una dimensione di umanità che l’istituzione come tale rischia di schiacciare.
Nel tempo abbiamo constatato che ad ogni colloquio si crea una relazione migliore. Se i colloqui stanno andando così bene è perché c’è stato un gran lavoro da parte di tutti, in questo senso voglio esprimere un sentito apprezzamento per l’impegno profuso nel progetto da tutto il personale della Casa circondariale ferrarese, a cominciare dal direttore e senza dimenticare il gruppo delle educatrici e il comandante e il personale di polizia penitenziaria.

Le educatrici hanno una specifica formazione?
Le nostre educatrici sono preparatissime, hanno una grandissima esperienza, basti pensare che i nostri Centri per bambini e genitori sono tra i migliori a livello nazionale. Per questo progetto c’è stata una grandissima disponibilità da parte delle colleghe Monica Viaro, Fulvia Guidoboni, Katia Minchini e Cecilia Forini che si sono rese disponibili a lavorare anche di sabato pomeriggio, turnandosi di volta in volta e affrontando questo nuovo incarico con professionalità e passione.
Ci tengo inoltre a menzionare anche la coordinatrice dei centri per le Famiglie, Bianca Orsoni, che più di me ha seguito passo passo lo sviluppo e la buona riuscita del progetto.

“Comunque papà”, di cosa si tratta?
Una volta avviati i “Sabati delle famiglie”, abbiamo cominciato a sviluppare un’altra proposta, ossia un ‘gruppo di parola’ tra padri detenuti che si confrontano tra di loro sull’essere genitori. Per questo progetto abbiamo tratto ispirazione dall’esperienza pluriennale de “La Fraternità”, associazione storica di Verona. Siamo partiti con gli incontri nella primavera del 2014 e da allora non ci siamo più fermati: a breve avvieremo il quarto ciclo di due incontri al mese, condotto dal mediatore familiare Jacopo Ceramelli con una decina di padri-detenuti.

Seguite altri progetti al di fuori dei vostri centri?
L’idea di fondo che noi perseguiamo è che la cultura educativa può e deve entrare anche al di fuori delle scuole o in luoghi deputati, può essere portata nelle carceri appunto o negli ospedali, altro ambito nel quale lavoriamo da alcuni anni.

Leggi la SECONDA PARTE

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IMMAGINARIO
Arte con tutti.
La foto del giorno…

Si chiama Sofia Sita ed è una giovane street artist ferrarese. La sua aspirazione è fare arte sociale, realizzare opere che nascano dall’incontro con le persone. Ha partecipato a diversi progetti tra cui questo che vediamo nell’immagine: una serie di teli di plastica realizzati con alcune detenute del carcere di Bollate, affissi alle mura esterne del carcere stesso per tutta la durata dell’Expo [vedi il progetto].

Sta lavorando ad un nuovo progetto che prevede l’intervento di tre street artists (Sofia Sita, Bibbito e Giambattista Leoni) con l’aiuto di alcuni bambini della parrocchia di San Giuseppe Cottolengo di Bologna per la realizzazione di un’opera esterna lungo il muro del campo da calcio della parrocchia. Il muro sarà realizzato nelle giornate del 19 e 20 settembre in occasione della festa della parrocchia e ci saranno anche alcuni workshop di pittura per bambini organizzati da Bolognastreetart e LaPupa [vedi].

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Attentati alla libertà di stampa: il giornalista Cipriani condannato come la De Gregorio, ma lui rischia il carcere

Il caso di Concita De Gregorio, rivelato da Report, ha fatto rumore. All’ex direttrice dell’Unità sono stati notificati una quarantina di pignoramenti (fra cui redditi e abitazione), imposti per fare fronte a debiti di cui avrebbe dovuto rispondere l’editore del giornale, che però è fallito.
Ma c’è un’altra vicenda, per molti versi analoga, della quale la stampa si è occupata solo marginalmente. E’ quella di Antonio Cipriani, ex direttore della catena di giornali free-press E-Polis, condannato addirittura a cinque mesi di carcere per omessa vigilanza. La sua responsabilità si estendeva sui 15 giornali del gruppo. Anche in questo caso c’è di mezzo un fallimento e l’assenza dell’editore. Così ad andarci di mezzo è il giornalista, anch’egli, curiosamente, ex dell’Unità, che scrive in proposito: “Fa un certo effetto aprire una mail e scoprire che contiene un ordine di esecuzione per la carcerazione: cinque mesi e qualche giorno per aver omesso, come direttore responsabile del quotidiano E Polis, il controllo su un articolo scritto da un giornalista professionista. Questo dice la sentenza del tribunale di Oristano. Cinque mesi da fare in carcere e in subordine – se verranno accolte come spero le richieste della mia difesa – in affidamento in prova al servizio sociale o ai domiciliari”. Se verranno accolte le richieste del condannato, appunto: perché, diversamente, le manette scatteranno fra un mese. “È solo l’ultimo tassello – aggiunge Cipriani – di una storia assurda e travagliata che va avanti da quattro anni. E mi vede ostaggio di una serie di incongruenze nelle leggi che regolano la professione giornalistica”.

Quel che è accaduto fa riferimento ai tre anni di direzione di E-Polis da parte di Cipriani, fra l’ottobre 2004 e il dicembre 2007. La testata vieni distribuita gratuitamente sino al 2011 quando fallisce sommersa dai debiti. La procedura fallimentare si rivale anche sui giornalisti e Cipriani si ritrova imputato in trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, “perché E-Polis – spiega – usciva e veniva stampato ovunque. Ho cercato di difendermi alla meno peggio – aggiunge – facendomi aiutare da avvocati amici, cercando di evitare il più possibile condanne, cercando di non pagare tutte le spese giudiziarie, rateizzando i debiti con Equitalia, inseguendo gli indulti”. Un calvario fatto di “mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze”.
Senza nessun editore alle spalle, Cipriani è costretto a fare ricorso ai risparmi di una vita, “perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo. Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta) è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato”.
I costi di un processo sono alti, quelli di trentaquattro processi sono insostenibili, “la partita è persa in partenza. Il rischio è che la libertà di stampa diventi una questione di reddito e di protezioni”. Per scongiurare le conseguenze molti si adattano a fare i ‘violinisti’.

Cipriani amaramente denuncia l’assurdità della legge. “Gli effetti di un fallimento, in alcuni casi a seguito di azioni non proprio limpide degli editori, ricadono sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi”. La legge prevede che il direttore responsabile eserciti il controllo preventivo su tutto ciò che ogni giorno viene pubblicato sul suo giornale o, come nel caso di Cipriani, sui suoi giornali. “Ne dirigevo 15 per circa 800 pagine sfornate ogni giorno, come si fa? Eppure, in 33 dei 34 processi mi sono dovuto difendere dall’indifendibile, senza responsabilità dirette sugli eventuali errori. Certo, potevo censurare qualche cronista. Sarebbe stato accettabile? Quando ho bloccato pezzi che contenevano evidenti caratteristiche di diffamazione, sono fioccate le accuse di censura… Figuriamoci”.
Questi i fatti, che potrebbero preludere a un amarissimo epilogo. “La condanna al carcere per omesso controllo mi pare davvero sproporzionata. Già si contesta la carcerazione per un reato d’opinione, in questo caso le responsabilità personali sono davvero minime”. Eppure la libertà di Antonio Cipriani è legata a un esile filo e sta nell’accoglimento della suo ricorso avverso alla sentenza già pronunciata che incombe su di lui.

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Il Meis: com’è, come sarà

Per lunghi anni luogo di reclusione e separazione dalla società civile, poi dal 1992 luogo di abbandono e degrado, con il cantiere per il nuovo Museo nazionale dell’ebraismo nazionale e della shoah, il carcere di via Piangipane diventa luogo della e per la città. Un’apertura verso la cittadinanza che è già iniziata: con le visite guidate al cantiere, organizzate dal segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Fondazione Meis, domenica 26 aprile, in occasione della Festa del libro ebraico in Italia.

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Corpo centrale del Meis, da cui inizieranno i lavori, visto dalla palazzina di via Piangipane.

Proprio perché la volontà è stata sin dall’inizio capovolgere la funzione di questo spazio, da carcere in cui sono stati reclusi anche antifascisti ferraresi di origine ebraica – come Giorgio e Matilde Bassani – a spazio di confronto, dibattito, conservazione e creazione di cultura, il progetto di realizzazione del Meis non ha voluto cancellare la storia precedente, ma piuttosto interpretarla creando una sorta di “osmosi fra interno ed esterno”, come l’ha definita l’architetto Carla Di Francesco, dirigente generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Accanto ai 5 nuovi edifici-libro che accoglieranno le varie funzioni del museo, viene così conservato l’imponente corpo centrale, all’interno del quale si pensa di recuperare una cella per mantenere la memoria di ciò che l’edificio è stato. Non solo: l’ex perimetro carcerario diventerà, attraverso una serie di aperture, un parco ispirato ai giardini diventati anch’essi ormai un simbolo della città di Ferrara.
Tra fine maggio e inizio giugno dovrebbe concludersi la ‘pars destruens’ del cosiddetto ‘cantierone’. L’edificio a ferro di cavallo fra la palazzina e il corpo centrale, che presentava diversi difetti strutturali “accentuati dal terremoto del 2012”, come ha spiegato la dirigente del Mibact, è ormai stato demolito e da giugno si potrà partire con la ‘pars construens’, cioè la realizzazione del parco e il recupero del corpo C, che nei suoi 1225 m2 ospiterà temporaneamente le aree espositive, il centro di documentazione e la biblioteca e le aule didattiche. La consegna di questo lotto di lavori, del costo di circa 9 milioni di euro, è prevista per la primavera 2017.

Galleria fotografica, clicca le immagini per ingrandirle.

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Banner con il rendering dell’intero progetto
Rendering degli spazi aperti del futuro Meis
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Spazio destinato alla tensostruttura temporanea
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Materiali di demolizione dell’edificio a ferro di cavallo
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Spazio interno del corpo centrale del Meis
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Rendering dell’interno del corpo centrale

Nel frattempo, come ci dice Massimo Maisto nella doppia veste di assessore alla cultura del Comune di Ferrara e di componente del Cda della Fondazione Meis, “il nostro compito è costruire un nuovo progetto di allestimento che si inserisca in uno spazio diverso” in modo da poter aprire il Museo nazionale dell’ebraismo e della shoah già a quella data. Una bella novità, rivelata ai visitatori dall’architetto Di Francesco, è che l’impresa che realizzerà i lavori ha proposto una “variante migliorativa”: “una tensostruttura di circa 350 m2” da collocare nell’area fra la palazzina e il corpo C, in cui ospitare le mostre temporanee, gli eventi e le attività del museo, che “potrebbe essere a disposizione già per la primavera 2016, perciò già il prossimo anno parte della Festa del Libro ebraico potrebbe essere svolta qui”.

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Oltre le sbarre, l’arte incontra i detenuti

Sofia Sita, giovane artista ferrarese di cui abbiamo già scritto qualche mese fa [vedi], continua a partecipare a progetti estremamente interessanti e innovativi. Questa volta è stata selezionata insieme ad altri sei street artist italiani – uno di loro è un altro ferrarese, Alessio Bolognesi, che abbiamo intervistato per il nostro Quotidiano [vedi] – per realizzare un murales insieme ad alcuni detenuti del carcere di Bollate. Le opere saranno realizzate su una serie di teli di plastica che verranno affissi alle mura esterne del carcere stesso per tutta la durata dell’Expo, e potranno essere visti da tutti perché il complesso dista solo un centinaio di metri dalla casa circondariale.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra il carcere di Bollate, l’Accademia di belle arti di Brera e Fabbrica Borroni, la realizzazione prevede l’intervento dei giovani street artist coadiuvati dai detenuti del carcere stesso e dai docenti dell’Accademia, con la supervisione di Annalisa Bergo, curatrice artistica della Collezione Borroni, in un’ottica di condivisione e collaborazione tra le parti. L’inaugurazione è prevista per il prossimo 8 maggio.

Abbiamo intervistato Sofia Sita, che attualmente vive e lavora tra Italia e Scozia, e Eugenio Borroni, industriale da generazioni e grande collezionista di giovane arte italiana, per farci raccontare com’è nata l’idea, come si è sviluppata e quale l’esito, sia in termini artistici che umani.

Sofia, come avete lavorato al progetto e com’è stato l’approccio con i detenuti?

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Sofia Sita

Per questo progetto abbiamo impiegato cinque giorni, il primo incontro è stato il 13 marzo, l’ultimo il 24. Il tema era libero, lo spunto poteva essere semplicemente seguire le suggestioni dell’Expo. Prima di incontrare le detenute (a me è stato affidato il reparto femminile), mi ero preparata alcuni schizzi che partivano dall’idea della donna che nutre il pianeta, visto che l’opera sarebbe stata tutta al femminile e immaginando le detenute temporaneamente prive del contatto con i propri figli e della possibilità di averne. Fin dal primo incontro però le sei donne hanno ribaltato ogni mia convinzione e tirato fuori con forza le proprie idee, decidendo per temi più positivi e vissuti e spiegandomi che, in realtà, vedono i figli e i familiari con regolarità e che questi fanno parte della loro vita.

Dai primi incontri alla realizzazione del telo, com’è andata e cosa ti ha dato quest’esperienza?

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Sofia e una delle detenute che hanno realizzato il telo

I primi incontri sono serviti a conoscerci e a capire cosa volevamo rappresentare nel telo, discutere gli schizzi e la tematica. Deciso lo schizzo definitivo, siamo passati al disegno sul telo e successivamente al colore. Gli incontri sono stati importantissimi per definire il tema, sono venuta a conoscenza di molte cose che non avrei mai saputo stando “al di là del muro”, come ad esempio il fatto che hanno una squadra di pallavolo, le Tigri di Bollate, o che fanno molte attività ricreative come l’uncinetto o il cucito, mi sembrava importante far conoscere tutto questo anche alle persone che stanno al di fuori.

sofia-sita-detenute-expoDa qui è nata l’idea di realizzare un puzzle in cui ogni pezzo rappresenta l’identità di ognuna delle detenute, ciò che le sta più a cuore in questo momento o una delle attività che svolge durante la permanenza in carcere. Sono tutte attività, queste, che le rendono unite e che fanno anche capire l’importanza del portare a termine un lavoro, di avere costanza e buona volontà. Mi è piaciuto molto come progetto e credo sia stato istruttivo da entrambe le parti, sia per me che per le detenute, anche se non è stato tutto così semplice: alcune sono state difficili da coinvolgere, altre si imponevano e non volevano scendere a compromessi, ma alla fine sono riuscita a fare sintesi e a proporre un’idea condivisa da tutte, e ce l’abbiamo fatta.

Nel telo che avete realizzato appaiono 9 riquadri, ce li spieghi?

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Gli ultimi ritocchi

Cominciando da in alto a sinistra, abbiamo la Maternità perché la cosa che una di loro desidera di più, una volta uscita dal carcere, è avere un figlio; la seconda è Donna con inserti all’uncinetto perché la detenuta segue regolarmente il laboratorio di uncinetto; la terza figura rappresenta la Pallavolo, anche questa attività rientra tra le proposte; il quarto quadro è la Parrucchiera, per via della professione che una delle detenute esercitava; il quinto è l’Estetica, la cura dell’aspetto, perché anche se recluse amano tenersi in ordine; l’ultimo è la Lettura, perché una di loro ama molto leggere.

 

 

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Le firme
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Le rondini

Ce n’è poi un settimo sulla Cucina (nella striscia in fondo, al centro) realizzato da una detenuta che ama cucinare e che si è inserita un po’ dopo, prendendo il posto della parrucchiera che è uscita dal progetto perché faticava ad integrarsi. Infine ci sono altri due tasselli, uno con le orme dei piedi e l’altro con le rondini che rappresentano rispettivamente la voglia di libertà e la voglia di uscire migliori e spiccare il volo. Orme e rondini sono realizzate a stencil.

Quale il senso ultimo dell’opera che ne è venuta fuori?

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Il telo finito sarà esposto sulle mura esterne del carcere per tutta la durata di Expo

Il puzzle è il simbolo dell’unione e dell’incastro di sette storie di donne che, anche se momentaneamente private della libertà, hanno la propria identità, coltivano degli interessi, delle passioni, e che hanno progetti di vita per il futuro. Le linguette del puzzle cambiano colore in base allo sfondo del riquadro, a sottolineare che l’incontro tra identità diverse produce unione e integrazione. E poi ci sono le firme di tutte coloro che hanno partecipato alla realizzazione del telo: le loro, la mia e quella di Annalisa Bergo, curatrice del progetto per Fabbrica Borroni, che ha partecipato attivamente alla realizzazione dell’opera.

A Eugenio Borroni, fondatore di Fabbrica Borroni (collezione che raccoglie oltre 500 opere della giovane arte italiana), abbiamo chiesto come è nata la collaborazione con il carcere di Bollate.

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Eugenio Borroni

La collaborazione con il Carcere di Bollate è nata dall’interesse personale per la nostra Collezione da parte di alcune persone della dirigenza. Da lì l’invito a visitare il carcere e, poco dopo, la visita di 15 detenuti in Fabbrica Borroni. Da allora le collaborazioni si sono intensificate, nel 2014 abbiamo anche ospitato una cinquantina di grafiche di un detenuto in semilibertà con buone valenze artistiche (la mostra ha ottenuto un buon successo, all’inaugurazione erano presenti 200 persone tra stampa e pubblico).

Il carcere di Bollate eccelle per realizzare opportunità di lavoro per i detenuti, e centrale è l’impegno per offrire loro attività di tipo rieducativo, sviluppato anche grazie all’apporto di associazioni del privato sociale e del volontariato…
Esatto, il Carcere di Bollate ha un carattere fortemente riformativo, tantissime le attività ricreativo/culturali proposte ai detenuti, dal maneggio al calcio, dal teatro alla musica, dal giornalismo (Carte Bollate è una testata registrata) alla radio; in particolare, per quanto riguarda la sezione culturale, volontari e volontarie sono seguiti dal prof. di Pittura Renato Galbusera dell’Accademia di Brera. E’ stata questa forte valenza artistica che ci ha attratto e coinvolto come partner insieme all’Accademia di Brera e ad altri soggetti del settore.

Torniamo al progetto dei murales per Expo, come nasce?
Il progetto dei murales per Expo è nato nell’ambito della serie di “Percorsi artisti e mostre” ideati dal Carcere per mostrare le capacità artistiche generate durante i progetti trattamentali [vedi] e noi siamo stati coinvolti dalla vice direttrice dr.ssa Buccoliero negli incontri preliminari di riflessione e ideazione dei percorsi, insieme al prof. Galbusera. L’idea principale è stata sfruttare un evento internazionale come Expo per mostrare alcune delle attività riabilitative che i detenuti praticano e coinvolgerli in una situazione complessa che sta sorgendo a pochi metri da loro. Il progetto ArteBollate, questo il suo nome, si inserisce infatti in una serie di eventi a 360° che da maggio a ottobre permetterà al pubblico di visitare il carcere, partecipando a mostre, mercatini, visite didattiche, sfilate e concerti. Concretamente, i detenuti hanno dipinto dei murales da esporre sulle mura esterne del carcere che è prospicente il complesso fieristico; ma siccome non si poteva dipingere direttamente sui muri della casa circondariale, abbiamo pensato di realizzare le opere su teli di plastica. La seconda idea è stata convocare alcuni giovani street artist (esperti di murales e arte pubblica) a titolo gratuito, per sviscerare i temi e realizzare le opere insieme ai detenuti. La fase operativa di ricerca dei giovani street artist e di accompagnamento durante il percorso, è stata poi seguita dalla nostra curatrice Annalisa Bergo; i materiali (acrilici, teli e pennelli) sono stati forniti dall’Accademia di Brera e da Fabbrica Borroni.
I giovani artisti hanno poi fatto il resto, sviluppando il progetto in modo eccellente sia dal punto di vista artistico che umano, c’è stato infatti un importante scambio tra gli artisti e i detenuti, che è poi il grande valore aggiunto del progetto.

Due parole su Sofia Sita, da parte di un collezionista appassionato e di un esperto ricercatore di giovani talenti?
Sofia collabora con noi da qualche anno e ci ha subito colpito per la determinazione e le intuizioni intelligenti e originali. E’ una bravissima ragazza, convinta e dignitosa, noi facciamo molto conto su questa giovane artista, lo dimostra il fatto che abbiamo già acquisito 5 sue opere facenti parte della serie “Gli ultimi saranno i primi” che ha avuto una menzione speciale al concorso di idee “Up_nea’14: lo stato dell’arte ai tempi della crisi” a ottobre scorso [vedi]. Sofia farà molta strada.

Fotografie di Annalisa Bergo.

Per saperne d più su Fabbrica Borroni [vedi].
Per saperne di più sul Carcere di Bollate [vedi].

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IL FATTO
“Carcere duro e isolamento per gli anarchici”: manifestazione di solidarietà

Hanno rinunciato alle bombe carta e ai petardi davanti al carcere per una manifestazione dai toni più pacifici nel centro della città, i militanti di area antagonista che hanno ribadito ieri la loro solidarietà ai detenuti anarchici dell’Arginone.

Si sono dati appuntamento in piazza Castello a Ferrara in una cinquantina circa. Hanno abbandonato le proteste più agitate che li avevano contraddistinti finora, per un sit in di sostegno a nove anarchici attualmente rinchiusi nella casa circondariale. Si tratta di Lucio Alberti, Graziano Mazzarelli e Francesco Sala, accusati di reati contro i cantieri della Tav Torino – Lione, Michele Fabiani, Gianluca Iacovacci e Adriano Antonacci condannati per reati con finalità eversive, Francesco Porcu condannato per il sequestro Silocchi, e Alfredo Cospito e Nicola Gai, condannati per aver gambizzato nel 2012, a Genova, Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare.

“Sono una giornalista, c’è qualcuno di voi con cui posso parlare?”. Non finisco la frase che il ragazzo che ho accanto mi volta le spalle e se ne va. Un altro, quasi parlando fra sé dice: “Noi non parliamo coi giornalisti”. “Perché?”, chiedo. “Perché è già tutto scritto qui” e mi passa il volantino che porta la firma di compagne e compagni contro il carcere e il suo mondo.

E’ un’occasione persa per approfondire alcuni temi, come le condizioni dei detenuti all’interno del carcere di Ferrara, la sproporzione delle pene per i militanti No Tav, la disumanità di misure come l’isolamento. Si poteva parlare per ore, invece il messaggio alla città è stato affidato alla lettura integrale del volantino tramite microfono.

“In particolare, nel carcere di Ferrara esiste una sezione speciale chiamata Alta Sorveglianza 2 (AS2), in cui vengono rinchiusi prigionieri anarchici, che vengono accusati dallo Stato di inseguire, nei modi più svariati (come, ad esempio, dei sabotaggio o delle azioni dirette contro il potere) quel crimine chiamato libertà. Negli ultimi giorni, nel carcere di Ferrara, è successo qualcosa a cui dare voce nelle strade. Successivamente all’isolamento imposto ad un prigioniero (Alfredo Cospito , ndr) avvenuto il 13 febbraio, dopo un alterco con una guardia, gli altri detenuti in AS2 hanno fatto una battitura (sbattere pentole e altre suppellettili su porte e finestre per protesta, ndr) della durata di tre giorni. In seguito, hanno ricevuto una notifica in cui vengono informati che avrebbe avuto luogo un consiglio disciplinare entro dieci giorni con le accuse di sommossa e disturbo.
Il 28 febbraio Alfredo è tornato dall’isolamento. Lo stesso giorno è stato portato via Graziano (Mazzarelli, ndr). Dopo il consueto processino i compagni sono stati tutti condannati a 15 giorni di esclusione dalle attività comuni, ovvero nei prossimi mesi ognuno dei prigionieri finirà in punizione per due settimane, Nel frattempo sono stati trasferiti dal carcere di Alessandria altri due prigionieri anarchici (Porcu e Iacovacci, ndr)”.

Ad ascoltare le loro parole sono per lo più vigili, polizia e carabinieri che fanno da cornice alla piazza. I passanti prendono il volantino più distratti che interessati.
Le domande ai manifestanti rimangono sospese in questo pomeriggio di struscio cittadino, dove si poteva parlare e non lo si è fatto.

(foto di Stefania Andreotti)

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LA RIFLESSIONE
Arresta il sistema

È strano come le parole e le frasi, se pronunciate in certi contesti, possano assumere un significato particolare ed assolutamente diverso rispetto a quello a cui siamo ‘normalmente’ abituati.
Mi spiego con un esempio: da un po’ di tempo sto facendo una bella esperienza presso la casa circondariale della mia città. Tengo un corso di informatica di base ed insegno agli studenti detenuti ad usare un programma di videoscrittura.
Alla fine della prima lezione, un ragazzo mi ha chiesto come si spegne il computer, allora gli ho spiegato che doveva fare clic sul pulsante Start e quindi scegliere la voce: Arresta il sistema… C’è stato un attimo di imbarazzo da parte mia nell’accorgermi dell’effetto ottenuto nel pronunciare quel verbo fra quelle sbarre. Poi, lui si è voltato a guardarmi e, con un sorriso tristemente ironico, mi ha detto: “Tranquillo prof, qui dentro va tutto alla rovescia: io sto qui perché è il sistema che mi ha arrestato”.
Da quel momento credo che, anche altri, provino una sensazione particolare quando è ora di finire la lezione e di spegnere i computer. L’espressione “arresta il sistema” non è stata pensata per il contesto del carcere ma, vissuta in quel contesto, crea una sensazione amara perché è fuori luogo.
La stessa cosa accade quando il governo Renzi trasporta il modello aziendalistico nella scuola; le sue espressioni prese da un vocabolario ‘finanziario’, le sue idee neoliberiste, vissute nel contesto della scuola pubblica, creano una sensazione amara perché sono fuori luogo.
Talmente fuori luogo che ‘il sistema’, quando gli conviene, riesce ad ‘arrestare’ le normali regole democratiche e a mettere in atto una strategia talmente strampalata, anche dal punto di vista ‘aziendale’, da far pensare o ad uno scherzo oppure ad un’operazione ai limiti della legalità.
Alludo alla nota che il Miur ha inviato alle scuole auspicando che i crediti che queste vantano da tempo nei suoi confronti siano cancellati.
In parole semplici, il Ministero dell’Istruzione ha detto alle sue scuole:
Noi sappiamo che vi dobbiamo dare dei soldi.
Noi sappiamo che quei soldi vi spettano.
Noi sappiamo che siamo in debito con voi.
Però…
Noi non vogliamo darvi i soldi che abbiamo.
Noi vogliamo che non ci chiediate più i vostri soldi.
Noi vogliamo che cancelliate il vostro credito nei nostri confronti.
Sulla legittimità di questa procedura rimando ai giuristi, però giuro ai giuristi che una simile sconcezza non me l’aspettavo… pensavo fosse una pratica della malavita ma non di un Ministero della Repubblica Italiana
Le sbarre, da qui, non le vediamo ma… “Tranquillo ragazzo, anche qui fuori sta andando tutto alla rovescia: è il sistema che tenta di arrestarci”.
Noi proviamo a tener botta… in questo ci aiuta anche la lettura del documento inviato dal Coordinamento dei Presidenti dei consigli di circolo e di istituto di Bologna e provincia per reclamare i diritti delle scuole pubbliche.

Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi
Al Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini
e p.c. Al Direttore generale Miur Giuseppe Greco
Alla Dirigente dott.ssa Maria Rosaria Crucitti
Agli organi di stampa

Il Coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto di Bologna e provincia ritiene proprio dovere esprimere il proprio giudizio critico riguardo a quanto contenuto nella nota MIUR PROT. N.° 18780 DEL 22/12/2014 (a firma del direttore generale dott. Greco) indirizzata a molte delle loro istituzioni scolastiche, in cui “si auspica la radiazione dei residui attivi, in considerazione della loro vetustà temporale ed attesa la attuale situazione finanziaria del bilancio dello Stato” e nella lettera ministeriale (a firma della dott.ssa Crucitti) indirizzata ai soli Dirigenti scolastici con la quale l’auspicio diventa una più stringente “raccomandazione” (“si raccomanda di radiare i residui attivi esistenti”).
Riteniamo tale auspicio e raccomandazione particolarmente gravi ed inopportuni: non pare particolarmente corretto ed esemplare che un debitore (soprattutto quando si tratta dello Stato) raccomandi al suo creditore (soprattutto quando si tratta di una scuola) di rinunciare a quanto a lui spettante e dovuto.
È il caso di ricordare e sottolineare che tali residui attivi sono in gran parte dovuti ad anticipazioni di cassa, da parte delle scuole, di spese spettanti allo Stato (in particolare supplenze); anticipazioni di cassa che hanno generalmente attinto dai contributi volontari dei genitori.
Radiare tali crediti significherebbe nei fatti radiare contributi richiesti ai genitori e da loro erogati alle scuole, come da legge, per “l’ampliamento dell’offerta formativa” e non certo per coprire spese correnti spettanti allo Stato.
Per tali considerazioni, sono i Presidenti dei Consigli di Istituto, a loro volta – e forse più opportunamente – ad auspicare, raccomandare e rinnovare richiesta allo Stato di rimborsare integralmente quanto ancora dovuto, in considerazione della vetustà temporale del credito da troppo tempo aspettato e attesa la attuale difficilissima condizione finanziaria del bilancio delle scuole a cui, nel tempo, le assegnazioni statali sono state sempre più ridotte.

Il Coordinamento dei Presidenti dei Consigli di Circolo e di Istituto di Bologna e provincia

detenuto

L’INCHIESTA
In carcere. Viale K: “Il reinserimento umanizza la pena e fa risparmiare lo Stato”

4.SEGUE – La nostra inchiesta sta mettendo in luce le opportunità di lavoro per i detenuti, un’occasione di impegno concreto per chi è recluso e una risorsa per l’intera comunità. In questa quarta parte, parliamo di questi temi con don Domenico Bedin e Raffaele Rinaldi, rispettivamente presidente e direttore dell’associazione Viale K, realtà nata nel 1991 per contrastare le forme di povertà estrema e di emarginazione sociale. La loro attenzione si rivolge a tutte le persone emarginate, agli immigrati appena arrivati, ai detenuti in misura alternativa al carcere e a tutte quelle persone che versano in situazioni di povertà estrema. Sul loro sito si legge: “Intendiamo adoperarci affinché ciascun uomo veda rispettato il ‘diritto al futuro’ e cioè alla sussistenza, alla salute, al lavoro, all’istruzione, all’informazione”.

Don Domenico, nella scorsa puntata dell’inchiesta [vedi] abbiamo fatto un focus sul progetto regionale che state realizzando ultimamente in collaborazione con la Coop estense e che prevede il reinserimento sociale di persone in esecuzione di pena attraverso l’attività orticola. Altre novità?
A dire il vero sì. Il progetto avviato con la Coop estense non è l’ultimo tra quelli che abbiamo intrapreso. Come Viale K da qualche mese abbiamo avviato, unici a Ferrara, un’esperienza in linea con l’art. 21 per l’inserimento di un detenuto con misura alternativa per l’attività della nostra mensa per i poveri (via Pesci, zona Rivana). Si tratta di un accordo tra l’associazione e la casa circondariale di Ferrara: il detenuto viene accompagnato alla mensa, lavora dalle 8 alle 15, poi viene riportato in carcere.

Ci sono altri enti o cooperative coinvolti in quest’esperienza?
No, non sono coinvolti altri soggetti, questo è un semplice accordo tra la direzione del carcere e l’associazione. Anzi, a questo proposito ci tengo a dire che le misure alternative come da art. 21 andrebbero incentivate perché sono di semplice attivazione, è solo una questione di volontà: concedere i permessi è a discrezione della direzione e la selezione viene effettuata in accordo con gli operatori del carcere stesso, una volta definita l’attività con l’associazione di riferimento il gioco è fatto. Si potrebbe fare molto di più, anche a partire da oggi, ma purtroppo si fatica ad ottenere i permessi dalle direzioni perché ancora non c’è la mentalità giusta, si ha paura del nuovo, si ha paura di osare.

Altre esperienze realizzate per garantire un lavoro utile ai detenuti?
Da molti anni, quasi da sempre, abbiamo in carico diversi “affidamenti in prova ai servizi sociali” come misura alternativa al carcere, ossia persone affidate ai Servizi sociali di grazia e giustizia che risiedono presso le associazioni o presso la propria abitazione, e che possono svolgere attività di volontariato. Nel nostro caso questi affidamenti risiedono presso le nostre comunità e svolgono anche attività di inserimento lavorativo sia all’interno che all’esterno della comunità; prevedono una fase di accoglienza, un periodo di formazione poi l’inserimento lavorativo. Nel periodo 2012-2014, queste esperienze sono rientrate nel progetto “Acero – Accoglienza e lavoro” per percorsi di inclusione lavorativa [vedi]. Il progetto si è appena concluso ma abbiamo buone speranze che venga riattivato. In realtà, per noi non è cambiato nulla, ma rientrare nel progetto regionale significa inserirsi in un contesto più strutturato e condiviso e, cosa non secondaria, ottenere qualche finanziamento.
Per le persone agli arresti domiciliari, invece, le misure sono più restrittive e quindi generalmente sono limitati a svolgere il loro lavoro all’interno delle strutture. In qualche caso possono lavorare all’esterno ma con orari ben prestabiliti.

Stiamo sempre parlando di lavoro volontario vero?
Per i casi appena descritti sì. Noi purtroppo siamo un’associazione e non riusciamo a pagare degli stipendi ma conferiamo piccole borse lavoro o piccoli contributi. Per quanto riguarda invece il lavoro retribuito la Coop. Meeting Point di via smeraldina, che gestisce il ristorante La Casona, ha un inserimento lavorativo. Il prossimo anno se ne prevede di inserire un secondo.

Tra tutte queste attività, a quante persone siete riusciti ad offrire la possibilità di rendersi utili risarcendo in questo modo la comunità? Per ricavare qualche dato ci siamo rivolti a Raffaele Rinaldi, direttore di Viale K.
Tirare fuori dei numeri non è facile perché il turn over è più veloce per i “fine pena”, mentre i tempi sia allungano per gli altri casi. Però stiamo proprio stilando in questi ultimi giorni il report annuale, quindi possiamo dire che ad oggi abbiamo una decina di casi attivi, mentre nell’arco del 2014 siamo arrivati a coinvolgere quasi 30 detenuti.

Tutti coloro che sono stati intervistati nell’ambito dell’inchiesta hanno detto che si potrebbe fare molto di più, che gli enti locali o le stesse direzioni delle carceri non sfruttano le possibilità e le potenzialità create dalle leggi. Tu cosa ne pensi?
Concordo pienamente e aggiungo anche un paio di considerazioni. In primo luogo occorre ricordare che utilizzare le misure alternative costano alla Stato meno della metà rispetto alla detenzione: a fronte di un costo medio di € 116 al giorno per persona, si scende a circa € 40 con progetti di reinserimento. Per dare un dato che descriva le proporzioni nel 2013, il sistema carcerario è costato 2,8 miliardi di euro, all’esecuzione penale esterna sono andati 471,213 euro mentre solo per le attività trattamentali sono stati spesi oltre cinque milioni di euro. Per questo investire diversamente, e di più, sulle misure alternative vuol dire investire sulla persona e dare valore alla Costituzione. Tutto ciò si tradurrebbe in un risparmio “economico” ma soprattutto “sociale” per la collettività, in termini di certezza del “recupero” e di politiche della sicurezza, perché significa abbassare la recidiva, passare dalla giustizia vendicativa alla giustizia riparativa, in due parole umanizzare la pena.
In secondo luogo, e qui apro un tema più ampio ma di fondamentale importanza, il reinserimento di queste persone – anche da un punto di vista culturale e sociale – non deve essere un tema completamente delegato all’Istituzione carceraria, ma deve essere condiviso e agito anche dalla società civile. Non bastano le leggi, i decreti, le circolari ma è necessaria la disponibilità ad accogliere per dare la possibilità di compiere un percorso graduale e responsabile verso il reinserimento nel tessuto sociale. Paradossalmente, pur esistendo strumenti legislativi per l’accesso alle misure alternative, la società civile non risulta pronta. A Ferrara ci sono tantissime associazioni di volontariato (per fortuna) impegnate nei settori più disparati del vivere civile, ma pochissime si interessano e si dedicano a questa fetta di umanità rinchiusa e contenuta ai bordi della nostra città, come un’isola ecologica dove quotidianamente si sversano i “rifiuti umani”. Perché culturalmente siamo portati a identificare la persona con il reato piuttosto che al percorso di recupero in cui è impegnato. E’ soprattutto la politica che deve misurarsi con questa parte di cittadinanza e del suo recupero, ed è proprio una notizia di qualche giorno fa che vede il Comune approvare una Convenzione l’Asp. Centro servizi alla persona e la Casa Circondariale di Ferrara, per favorire l’inserimento di persone detenute, attraverso lavoro gratuito e volontario in progetti di pubblica utilità (art. 21 e sostitutivi pena). Credo che sia la direzione giusta.

CONTINUA

leggi la prima parte dell’inchiesta
leggi la seconda parte dell’inchiesta
leggi la terza parte dell’inchiesta

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L’INCHIESTA
In carcere. La Ginestra, i campi della libertà

3. SEGUE – Siamo alla terza parte dell’inchiesta sul diritto al lavoro delle persone private della libertà personale. Facendo una sorta di retrospettiva, siamo passati dal problema generale delle esigue opportunità di lavoro offerte ai detenuti nel nostro Paese [vedi] alla dimensione locale, facendo il quadro delle esperienze in atto a Ferrara [vedi]. Ora lo zoom si restringe, entrando nello specifico di un progetto molto interessante realizzato negli orti della Comunità la Ginestra di Cocomaro di Cona (associazione Viale K), in collaborazione con la Casa circondariale di Ferrara e la Coop estense. Abbiamo visto che i casi di eccellenza come quello della Ginestra sono ancora pochi, i numeri piccoli ma Ferrara, e in generale l’intera Emilia Romagna, rappresentano la punta di diamante di un nuovo sistema carcerario, già definito a livello normativo ma ancora tutto da costruire.

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La Ginestra

L’associazione Viale K ha coltivato orti fin dagli inizi, ossia dai primi anni ’90, per l’autofinanziamento delle strutture per l’accoglienza attivate nel tempo [vedi]. La Comunità la Ginestra, in particolare, ha fatto della coltivazione degli orti la principale attività intesa anche come percorso di riabilitazione di persone che vengono dal carcere o dalla strada. Abbiamo intervistato a questo proposito il responsabile della Ginestra Eduardt Kulli, per farci raccontare del loro nuovo progetto.

Sappiamo che dalla scorsa primavera siete partiti con un progetto che vede il coinvolgimento di persone agli arresti domiciliari per la coltivazione del vostro terreno e la commercializzazione di prodotti freschi attraverso il canale della grande distribuzione. Com’è nato il rapporto con la Coop e come nasce questo progetto?

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Il terreno coltivato a zucchine

Dal maggio scorso noi di Viale K produciamo zucchine per la Coop estense. La Coop da alcuni anni ha sviluppato con la Regione un progetto con le carceri intitolato “Percorsi di accompagnamento al reinserimento sociale di persone in esecuzione di pena attraverso l’attività orticola” che prevede il ritiro di prodotti coltivati negli orti delle carceri, la commercializzazione e ridistribuzione del guadagno tra gli istituti. Lo scorso autunno erano già venuti a trovarci il direttore del carcere, il comandante e i dirigenti della Coop per verificare il posto e il terreno, con la prospettiva di collaborare. Poi, in primavera, il progetto con il carcere di Ferrara non è partito perché non avevano i permessi per fare l’orto e noi, siccome alcuni dei nostri ragazzi sono ai domiciliari, abbiamo proposto di farlo qua, in modo di usufruire del loro lavoro mettendo a disposizione il nostro ettaro di terra.

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Ospiti della comunità al lavoro nell’orto

Come mai proprio voi?
Perché ci conoscono, in quanto già da un paio di anni svolgiamo questa attività di reinserimento di persone ai domiciliari attraverso l’attività orticola nell’ambito del progetto regionale “Acero – Accoglienza e lavoro” per percorsi di inclusione lavorativa [vedi]. Il progetto con la Casa circondariale di Ferrara si aggiunge e va a sviluppare un’esperienza già avviata dalla nostra associazione.

Quanti persone ai domiciliari lavorano a questo progetto?
Per il momento due ma con il prossimo anno dovremmo riuscire ad ottenerne altrettanti che vengano presso di noi a lavorare in giornata. Poi, molto probabilmente, a primavera dovrebbe partire anche l’attività dell’orto all’interno del carcere, alla quale siamo stati chiamati per collaborare come formatori.

Com’è andata finora la coltivazione e la vendita dei vostri prodotti alla Coop?

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Le zucchine appena raccolte e pronte per la consegna
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Le zucchine sui banchi della Coop Il Castello

Il progetto sta funzionando molto bene, nei mesi di giugno e luglio abbiamo prodotto un centinaio di quintali ognuno. La produzione è andata avanti fino a ottobre. La raccolta viene effettuata tutti i giorni, quindi questo è un progetto che porta sui banchi delle Coop cittadine (Le Mura, Il Castello, Il Doro) prodotti freschissimi che vengono coltivati a Ferrara e non passano dalle celle frigorifere e dai camion. Un prodotto fresco, veramente a chilometri zero. Le zucchine sono andate benissimo, la Coop è molto soddisfatta del nostro prodotto, tanto che abbiamo appena avuto la conferma anche per il prossimo anno e, oltre alle zucchine, aggiungeremo anche altri prodotti come pomodori, melanzane, peperoni, broccoli e cavoli per l’inverno.

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Eduart Kulli controlla gli ortaggi nella serra

Questo è un progetto molto importante per il territorio e per la comunità: perché tiene impegnati i ragazzi, offre lavoro e, cosa molto importante per noi che siamo una comunità e non un’azienda, e che quindi non ci poniamo in competizione con nessuno, il fatto che quello degli ortaggi è un mercato libero; nel ferrarese ci sono veramente pochi produttori di ortaggi destinati al mercato locale, essenzialmente perché attività che richiede molta manodopera e un costante lavoro quotidiano.

Esperienze come queste dimostrano che, a fronte di un bilancio disastroso a livello nazionale, quando si avvia sul territorio una fattiva collaborazione tra istituti penitenziari, Regioni, amministrazioni pubbliche, cooperative e associazioni di volontariato, assicurare e garantire qualche possibilità di lavoro per i detenuti si può e la loro attività diventa una risorsa per l’intera società.

3. SEGUE
leggi la prima parte dell’inchiesta
leggi la seconda parte dell’inchiesta

Per saperne di più sugli orti della Ginestra visita il sito agrizero.it [vedi]

(Foto di Sara Cambioli)

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L’INCHIESTA
In carcere. Lavori utili
per dare un senso alla detenzione e un risarcimento alla collettività

Scade a giugno 2015 la proroga per la nuova verifica sulle carceri. Entro quel termine lo Stato italiano dovrà adottare le soluzioni necessarie a ridurre il sovraffollamento. Risale ormai a due anni fa (8 gennaio 2013), la sentenza di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, per i trattamenti inumani verificatesi negli istituti penitenziari del nostro Paese (violazione dell’art. 3 della Cedu, Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Ma il sovraffollamento non è l’unico problema delle nostre carceri. La situazione è drammatica anche perché è esiguo il numero delle persone che hanno l’opportunità di lavorare, sia all’interno del carcere per lavori di manutenzione o in officine e laboratori specializzati, sia per lavori socialmente utili come spalare il fango dopo le alluvioni, coprire le scritte che deturpano i muri dei centri storici o ripulire strade e parchi. I detenuti che hanno la possibilità di lavorare piuttosto che non fare assolutamente niente per giorni, mesi, anni, in Italia sono pochissimi, l’abbiamo sentito a Report nella puntata trasmessa il 30 novembre scorso [vedi] e i dati ufficiali* confermano il quadro.

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Desi Bruno

Dell’importanza del diritto al lavoro per le persone detenute, abbiamo parlato con l’avvocato Desi Bruno, Garante delle persone private della libertà personale per la Regione Emilia-Romagna, organismo di vigilanza e monitoraggio presente ormai da vari anni in via sperimentale a livello comunale, provinciale e regionale e, dal febbraio 2014, operativo anche a livello nazionale.

Avvocato, oltre alla sua principale attività di vigilanza e monitoraggio, lei da anni si sta spendendo nel territorio su vari fronti, per diffondere e promuovere una nuova cultura della pena che fatica ad affermarsi, nonostante sia già tutto predisposto e livello di ordinamento legislativo.

Sì, gli strumenti legislativi ci sono, c’è un raccordo e una collaborazione fattiva con gli altri Garanti territoriali presenti in regione, in particolare con quelli dei comuni di Piacenza, Parma e Ferrara (nella nostra città il garante è Marcello Marighelli, ndr). Quello che manca è la conoscenza degli strumenti e la volontà di attivarli, e per questo è necessaria un’opera di diffusione e comunicazione capillare a livello territoriale, perché come spesso succede in questo Paese gli strumenti ci sono ma non vengono compiutamente utilizzati. Spesso gli enti locali o le stesse direzioni delle carceri non sfruttano le possibilità e le potenzialità create dalle leggi, tutti si lamentano ma permane un forte immobilismo.
E’ importante ricordare che i detenuti sono privati della libertà personale, ma non degli altri diritti, in primo luogo del diritto al lavoro che è il fulcro del trattamento penitenziario e che deve essere retribuito. Il nostro è un ordinamento avanzato e non prevede il lavoro obbligatorio; il detenuto deve poter lavorare, per contribuire a mantenere la famiglia, per le piccole necessità e per mettere da parte qualcosa per quando uscirà dal carcere. Poi va benissimo anche il discorso del volontariato e dei lavori socialmente utili, una cosa non esclude l’altra, ma il lavoro retribuito è un diritto imprescindibile e l’istituzione penitenziaria avrebbe l’obbligo per legge di garantirlo.

Con Ferrara si è instaurato un certo legame e l’avvocato Bruno ha partecipato a diverse iniziative, tra cui la rassegna “Libri galeotti”, curata da Andrea Pugiotto, ordinario di Diritto costituzionale dell’Università di Ferrara, e recentemente la due giorni di confronto sul tema dei “Diritti alla Terra. Coltiviamo nuovi modelli d’azione” organizzato da Alce Nero e Amnesty International, che si è svolto alla Wunderkammer di via Darsena, durante l’ultima edizione del festival di Internazionale [vedi].

Come si inseriva il suo intervento nel contesto dell’incontro sui “Diritti alla terra” alla Wunderkammer?
Da vari anni collaboro con Lucio Cavazzoni di Alce Nero per creare opportunità di lavoro per i detenuti legate al settore alimentare. Con lui abbiamo cercato di avviare alcuni progetti all’interno del carcere di Bologna, allora ero ancora Garante per il Comune di Bologna, come la creazione di laboratori di panificazione nel reparto femminile, di serre e orti, un allevamento di api.

Perché è così importante il tema dell’alimentazione e della terra per l’occupazione e la riabilitazione dei detenuti?
La coltivazione della terra per le persone detenute è un fatto cruciale che tocca vari aspetti: i detenuti che lavorano e coltivano prodotti freschi trovano soddisfazione e realizzazione durante la pena, imparano un mestiere che potrà essere utile una volta usciti dal carcere e, aspetto non meno importante, possono stare nel verde, nella natura, toccare e respirare qualcosa che non sia cemento. Le carceri italiane sono luoghi molti alienanti perché costruite quasi tutte negli anni ’70, con colate di cemento e con criteri di massima sicurezza, per via del terrorismo. Ecco quindi da dove nasce il recente tentativo di recuperare degli spazi verdi per la coltivazione o anche solo per l’incontro con le famiglie.

Le esperienze di orti e serre realizzate in regione e in Italia in generale hanno dato esito positivo? E quanto sono diffuse?
Le esperienze di coltivazione della terra sono state tutte molto positive, ma sono ancora molto poche. In regione ci sono realtà poco competitive ma che funzionano perfettamente: nel carcere di Modena si produce un ottimo miele, a Reggio Emilia e a Bologna ci sono le serre e gli orti, a Ferrara la coltivazione di verdure per la grande distribuzione, progetto molto interessante che vede la collaborazione della Coop e dell’associazione Viale K.

Abbiamo seguito la puntata di Report di domenica 30 novembre in cui emerge il drammatico quadro delle carceri italiane: sovraffollamento, rarissimi i casi di opportunità lavorative per i detenuti (fuori e dentro il carcere), a fronte di altissime spese di mantenimento da parte dello Stato, si parla di 4.000 euro al mese a persona. Perché è così difficile far lavorare i detenuti?
Sì, la puntata di Report è stata molto eloquente, anche se un po’ parziale perché è mancata la presentazione delle diverse esperienze che funzionano e che potrebbero servire da modello. Effettivamente il lavoro manca, e questo è un dato inconfutabile. Ed è vero che i detenuti vorrebbero lavorare perché l’inattività distrugge il corpo e la mente.
Occorre però distinguere tra lavoro retribuito e lavori di pubblica utilità. I lavori di pubblica utilità sono stati inseriti nel nostro ordinamento già da tempo, e consentono agli enti locali di poter utilizzare i detenuti per fare una serie di lavori. Nella nostra regione ci sono già state diverse esperienze positive: a seguito del terremoto del 2012, una decina di detenuti del carcere di Bologna e Modena sono usciti per svolgere attività di volontariato; a Bologna altrettanti detenuti sono stati formati per la pulitura dei muri dai graffiti del centro storico; nel ravennate già da tempo si occupano della pulizia delle spiagge e dei fiumi. Quindi diciamo che, laddove c’è una maggiore sensibilità, le iniziative vengono assunte e sono esperienze estremamente positive perché aiutano la collettività, hanno una funzione riparatoria e fanno risparmiare le amministrazioni che, soprattutto negli ultimi anni, non hanno più risorse da investire per questo tipo di attività. Vanno di conseguenza incentivate.

Quindi il problema si riscontra soprattutto per il lavoro retribuito, è così?
Sì, per il lavoro retribuito il discorso si fa più complicato: ci sono regole e controlli molto stringenti e occorre garantire un certo livello di produttività all’impresa che decide di investire all’interno degli istituti penitenziari. Alle imprese che assumono detenuti o ex detenuti vengono riconosciuti sgravi fiscali (legge “Smuraglia”) al fine di incentivare appunto l’assunzione. Quanto al lavoro interno all’amministrazione penitenziaria invece, vorrei però sfatare la questione del “non ci sono risorse”, perché le carceri spendono moltissimo appaltando lavori di manutenzione del carcere a ditte esterne, mentre potrebbero assumere gli stessi detenuti risparmiando. Come spesso accade non è un problema di soldi ma di mentalità. La stessa cosa potrebbe essere fatta dalle amministrazioni, favorendo l’assunzione di un certo numero di detenuti nelle cooperative di tipo B che si occupano della manutenzione del verde pubblico o dei lavori stradali. A Rimini, per esempio, c’è un’esperienza molto interessante ed esportabile in qualsiasi altra città: si tratta dell’Associazione Papillon che si occupa di impiegare nella coltivazione degli orti comunali i detenuti in misura alternativa.

Bene, passiamo al lato pratico e diamo indicazioni concrete: se un Comune senza più risorse avesse bisogno di fare la pulizia degli argini o la manutenzione delle aeree verdi, e volesse utilizzare dei detenuti, come dovrebbe fare?
L’ente pubblico deve fare richiesta alla direzione del carcere dichiarando uno specifico fabbisogno. Per ottenere il permesso di utilizzare un certo numero di detenuti, l’ente deve stipulare una convenzione con la direzione del carcere coinvolgendo la magistratura di sorveglianza. Quest’ultima fa una selezione delle persone idonee, ce ne sono molte, e la cosa è fatta. E’ fattibile e utile. Si tratta solo di agire, altrimenti siamo sempre punto e a capo. Tra l’altro l’Anci ha da poco firmato un protocollo d’intesa [vedi] con il dipartimento per l’amministrazione penitenziaria per promuovere l’attività lavorativa in favore della popolazione detenuta, in collaborazione con strutture pubbliche e private, al fine di dare concreta attuazione all’articolo 27 della Costituzione recuperando all’attività sociale il detenuto, evitando che possa delinquere ancora e riducendo i rischi di recidiva. Addirittura, in questo protocollo si parla anche di istituire vere e proprie agenzie che segnalino l’ammanco di personale per lavori socialmente utili che non vuole fare nessuno, in modo da incanalare l’utilizzo di detenuti per situazioni di reale bisogno.

E per quanto riguarda il lavoro retribuito, come fare per incentivarne e promuoverne l’utilizzo?
Le direzioni degli istituti penitenziari dovrebbero poter utilizzare le risorse di cui dispongono in modo diverso e con autonomia gestionale, considerando il lavoro dei detenuti come una risorsa, almeno per la manutenzione ordinaria e i lavori di pulizia che spesso non vengono svolti come si dovrebbe per mancanza di personale. Le amministrazioni penitenziarie dovrebbero anche poter utilizzare le competenze specifiche di certi detenuti: ci sono tecnici elettricisti, imbianchini, idraulici che potrebbero venire molto utili per la manutenzione dell’edificio. Per andare incontro alle difficili condizioni economiche in cui versano gli istituti, si potrebbero rivedere i compensi e le tariffe sindacali per il lavoro dei detenuti, e anche trattenere una parte dello stipendio come risarcimento delle spese sostenute per il singolo detenuto o come risarcimento alle vittime. Ma per fare questo è necessario che i fondi destinati al lavoro per i detenuti non subiscano continue e preoccupanti riduzioni, che vanificano ogni migliore intenzione.
Poi occorre anche saper interagire con il privato, con le aziende che potrebbero utilizzare il lavoro dei detenuti.

Qualche esempio positivo, nell’ambito della nostra regione, di aziende che acquistano i manufatti prodotti dai detenuti?
Da segnalare i casi di eccellenza del carcere di Bologna: da qualche anno nel carcere della Dozza è attiva a pieno regime un’officina meccanica, fortemente voluta da un cartello di imprese che operano nel territorio (Ima-Marchesini e Gd), che sta dando lavoro a 10 detenuti, assunti con regolare contratto da dipendenti; sempre alla Dozza, c’è poi l’esperienza di 4 donne che lavorano nella sartoria della sezione femminile, dove realizzano borse e capi bellissimi che commercializzano in varie situazioni pubbliche, ultimamente si è raggiunto anche il canale Ikea.

(*) a fronte di 58.092 detenuti presenti negli istituti italiani, sono 11.735 lavoranti alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria e 2.364 non dipendenti ovverossia lavoratori in proprio o alle dipendenze di imprese o cooperative. Alla stessa data, nella Regione Emilia Romagna, a fronte di 3127 presenze complessive nelle carceri, risultavano 833 i detenuti lavoranti, di cui 627 alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria (Fonte Dap, dati aggiornati al 30 giugno 2014).

Per saperne di più:

Relazione annuale 210- Garante delle persone private della libertà personale della Regione Emilia-Romagna [vedi]

Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale della Regione Emilia-Romagna
BRUNO Desi
Ufficio: Viale Aldo Moro, 50
40127 BOLOGNA
Telefono : 051 5275999
Fax: 051 5275461
e-mail: garantedetenuti@regione.emilia-romagna.it
sito [vedi]

Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale del Comune di Ferrara
MARIGHELLI Marcello
Ufficio: Via Fausto Beretta, 19
44121 Ferrara
Telefono e fax: 0532 419709
email: garantedetenuti@comune.fe.it

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LA STORIA
La favolosa ‘Banda Biscotti’
ovvero i detenuti-pasticceri

In poco tempo, sono passati dal carcere di Verbania agli scaffali di Eataly e dei colorati e innovativi negozi solidali di Altromercato. Con impegno, tenacia e abilità, sono riusciti a far entrare la ‘dolcezza’ dietro le sbarre.
Parliamo dei dolci e profumati biscotti prodotti dai detenuti del carcere di Verbania, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, dal quale, ogni mattina, si leva un delizioso profumo di burro, cacao, miele, mandorle, zucchero, cannella e vaniglia.
A produrre questa delizia, sono i detenuti della Banda Biscotti, impegnati nel laboratorio di pasticceria del carcere che, dal 2009, sforna ogni giorno delicati baci di dama, gustose lingue di gatto, leggere margherite, fragranti damotti e polentine, perché, come dice un loro slogan “anche i cattivi fanno cose buone, anzi buonissime”.

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I pacchetti di frollini

Frollini per tutti i gusti, che i detenuti con pene inferiori ai tre anni creano e vendono ogni giorno nei circuiti fuori dal carcere, grazie alla Cooperativa sociale Divieto di sosta nata, nel 2007, nella stessa ridente Verbania. Grazie all’art.21 della legge 354/1975, sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.
A tutti viene data una seconda opportunità, quella di apprendere un mestiere per trovare un lavoro una volta usciti, di riscattare un errore, di vedere una nuova luce, di trovare una nuova strada, insomma, di avere una speranza.
La Banda Biscotti è nata, nel 2008, da un’idea del cuoco del carcere di Verbania, Gianluca Giranni, della Fondazione casa di carità arti e mestieri, che organizzava corsi di cucina per i carcerati. Nel 2009, viene aperto il laboratorio Banda Biscotti, che oggi conta una sede, appunto, dentro la casa circondariale, una nella scuola di formazione penitenziaria adiacente, un’altra nel carcere di Saluzzo e una a Verzuolo.

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Il logo

Il marchio, che racconta in maniera davvero autoironica la sua storia, ha avuto subito successo. Nel 2010, è arrivato sugli scaffali della fiera milanese “Fai la cosa giusta” e non è, poi, sfuggito all’attenzione di Ctm Altro mercato, che ha inserito i biscotti nel proprio circuito, distribuendoli nelle oltre 300 botteghe in tutta Italia sotto l’etichetta “Solidale italiano, economie carcerarie”. I gruppi di acquisto solidale (Gas) hanno iniziato a far entrare i prodotti nei loro circuiti virtuosi, e si è arrivati, infine, negli Ipercoop, nei più piccoli e illuminati negozi di provincia e a Eataly, la famosa catena alimentare di punti vendita di medie e grandi dimensioni specializzati nella vendita di generi alimentari italiani di qualità, fondata da Oscar Farinetti.
Oggi, dal laboratorio verbanese escono circa 120 kg di biscotti al giorno, in pacchetti da 200 grammi che costano dai tre ai quattro euro. Chi ci lavora, oltre al corso di cucina nella casa circondariale, deve aver fatto un tirocinio di sei mesi, retribuito con 600 euro al mese. Poi si passa all’assunzione attraverso la citata cooperativa Divieto di sosta, con l’obiettivo di lavorare per un reinserimento dei detenuti nella società civile.

banda-biscottibanda-biscottiLe avventure della Banda Biscotti, sono, allora, davvero un buon esempio di come si possa passare il tempo in carcere per e a imparare qualcosa. Perché siamo di fronte a esseri umani con voglia di riscatto, ai quali è giusto dare questa possibilità.
Una storia di evasione, di libertà e dolcezze. Una storia che ha dato vita anche ad una serie, “Condannati a creare dolcezze”, che ha partecipato al progetto “Are you series?”, pensato da Milano Film Festival, volto alla produzione di una web serie in 10 episodi che racconti il mondo del non profit italiano, attraverso l’utilizzo di soluzioni creative e linguaggi innovativi. Illogica lab, laboratorio creativo nato dall’incontro tra le personalità creative di Giorgia Di Pasquale, Claudia Palazzi e Clio Sozzani, ha scelto così di partecipare raccontando le avventure della Banda Biscotti.
Perché l’isolamento e i pregiudizi nei confronti dei carcerati si abbattono anche così.

Per saperne di più visita il sito della Banda Biscotti [vedi]  e vedi un video di Repubblica [vedi]

Michalis Traitsis

Traitsis: in carcere mettiamo in scena la vita

di Alice Pelucchi

“La mia formazione teatrale è partita dal cosiddetto ‘teatro sociale’ degli anni ’60 che mirava a sperimentare forme di comunicazione all’interno di tutte le strutture di disagio fisico e psichico e di conseguenza anche nelle carceri”. A parlare è Michalis Traitsis, regista e pedagogo dell’associazione culturale Balamòs e membro fondatore del Coordinamento dei teatri in carcere. Le esperienze pionieristiche di quegli anni, in particolare del Living Theatre e del “Teatro dell’Oppresso”, confluirono poi nel teatro-forum. Dopo un primo spettacolo di questo nuovo genere, con Roberto Mazzini della cooperativa sociale Giolli di Parma e altre esperienze in istituti di pena, vincendo un bando della Regione Veneto, Michalis Traitsis poi ha avviato nel carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia il progetto “Passi Sospesi” (attualmente a sua volta sospeso per mancanza di fondi…) che ha portato, nel 2007, alla genesi di “Vite Parallele “, un altro spettacolo di teatro-forum, sempre in collaborazione con Mazzini. Nonostante gli attori e la maggioranza degli ‘spett- attori’ (come si definisce il pubblico di questo genere di teatro) fossero detenuti, ho avuto la possibilità di assistere e mi ricordo come all’inizio, durante la presentazione del funzionamento dello spettacolo, la cosa mi parve piuttosto macchinosa. Ma nel momento in cui fu chiesto se qualcuno dei presenti volesse intervenire e sostituirsi al personaggio che si trovava in una condizione di oppressione e che stava però sbagliando approccio, si alzò subito dal pubblico qualcuno che, con grande motivazione, si inserì nella scena. La situazione rappresentava un rapporto familiare, nel quale l’ex detenuto doveva provare a reintegrarsi, scontrandosi con la mancanza di fiducia da parte del fratello. L’immedesimazione e la commozione di chi intervenne risultarono così reali e palpabili da contagiare rapidamente molti dei presenti, ormai proiettati in situazioni analoghe, che certamente avrebbero dovuto imparare a fronteggiare una volta scontata la pena.
A mio avviso, si tratta di un esempio lampante e concreto di che cosa significhi l’utilizzo di queste tecniche per il reinserimento dei detenuti. Ma non solo, spiega Traitsis: “Sono fortemente convinto dell’utilità e della necessità di un teatro per i reclusi, ma penso anche che sia il teatro ad avere bisogno del carcere.” In che modo? Nel progetto “Passi Sospesi”, grazie anche alla collaborazione con il Teatro stabile del Veneto, sono stati coinvolti registi, attori, musicisti, scenografi, come Fatih Akin, Antonio Albanese, Cèsar Brie, Alessandro Gassman, Fabio Mangolini, Mira Nair, Giuliano Scabia, Elena Souchilina, Stefano Randisi ed Enzo Vetrano. Dal 2008 i video-documentari di Marco Valentini vengono poi proiettati nell’ambito della Biennale del Cinema di Venezia.
Ma oltre all’importante aspetto culturale, il percorso scelto da Traitsis ha risvolti pedagogici sublimati da questa modalità concretamente biunivoca: dal 2006, gli studenti del Centro teatrale universitario di Ferrara partecipano ad incontri di laboratorio misto con i detenuti e all’allestimento di studi teatrali creati in comune. Alcune classi degli istituti superiori di Venezia hanno inoltre avuto la possibilità di conoscere tale realtà non solo tramite i video, ma anche assistendo agli spettacoli all’interno della casa di reclusione femminile della giudecca. E’ in questa struttura detentiva che sono stati raggiunti i migliori risultati. Le motivazioni riguardano soprattutto la gestione dell’ istituto: “E’ considerato all’avanguardia in Italia – spiega Traitsis – intanto per i numerosi laboratori, come quello di sartoria e di serigrafia, ma anche per il tipo di detenzione che è attenuata e quindi, durante il giorno, le donne non sono rinchiuse, ma possono usufruire dei vari spazi comuni”.
Un’eccezione quindi. Le attività di reinserimento sono possibili a prescindere dall’annosa questione del sovraffollamento e dell’inadeguatezza degli spazi che riguardano la stragrande maggioranza degli altri istituti di pena? Come possono essere praticate quando la condizione detentiva è più restrittiva, sempre ammesso che sia necessaria? Sono questioni dibattute da tempo, ma spesso in modo sterile e solo il confronto con chi se ne occupa nel concreto può fornire indicazioni produttive. A otto anni dalla fondazione ad opera di Michalis Traitsis, Balamòs lavora in maniera stabile e continuativa, anche con mancanza totale di finanziamenti. “Chiaramente la crisi ricade in primis su questi progetti, ma si tratta anche di crisi culturale”, sostiene Traitsis. “ Il vero problema è come possano essere programmate e progettate tali attività, ma oggi questo è in Italia un argomento tabù. La convinzione è che sia più questione di spazio mentale che di spazio fisico.”
Frattanto il 18 settembre scorso è stato stipulato un protocollo d’intesa tra il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, l’Istituto superiore di studi penitenziari e il Coordinamento. “Si tratta di un documento ufficiale per la tutela e la promozione dell’attività teatrale all’interno del carcere – riconosce Traitsis – e questo è significativo, ma resta da vedere come verrà applicato”. Riserve più che mai giustificate da parte di chi di queste problematiche si occupa con passione fin dagli inizi del suo percorso.

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