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PRESTO DI MATTINA
Il pellegrino e la conchiglia

 

Il pellegrino e la conchiglia

È il cuore che per lontane imprese s’incammina.

Rainer Maria Rilke [Qui] scrive Il Libro d’Ore, in parte in Italia, a Viareggio, all’inizio del 1900 quando ha 25 anni. Presentando il libro, nella versione italiana di Pietro De Nicola, Cesare Angelini scrive:

«Così la poesia di Rilke, col pudore delle sue immagini e la potente labilità del suo linguaggio ci si apriva davanti proprio come “un giardino che si desti all’alba” – ricordando poi che – in una lettera a Ilse Jahr lo stesso poeta descrive il clima sentimentale di certi passi del Libro, precisando che non si tratta di una professione di fede, ma quasi una “esalazione di Dio dal cuore respirante: il cielo se ne copre ed Egli ricade come pioggia”».

Le strade mai si vuotano di quelli
che a te vogliono andar come alla rosa
che fiorisce una volta ogni mill’anni.
Ma li ho visti nel loro camminare:
e perciò credo che respiri un vento
da quei loro mantelli in movimento,
quieti sol se si posano per terra:
sì grande era nei piani il loro andare.

Così vorrei andar verso di te;
raccogliendo da soglie forestiere
elemosine che mal volentieri
mi nutrano. E se molti dei sentieri
mi confondessero coi lor grovigli
con i più antichi m’accompagnerei.

Vorrei essere, Iddio, di pellegrini
una folla e così venire a te,
in lunga fila, ed essere un frammento
di te, giardino con viali viventi.

Dal tuo equilibrio, non cadere, Iddio.
Anche colui che t’ama e che il tuo volto
conosce al buio, se come una luce
ondeggia al tuo respir: non ti possiede.

E se alcuno t’afferra nella notte
si che tu devi entrar nella sua prece:
‘tu sei l’ospite
che procede ancora.
Tu sei il solo,
solitudine sei, tu sei il cuore
che per lontane imprese s’incammina.

(Rainer Maria Rilke, Il libro del pellegrinaggio, in Il Libro d’ore, Morcelliana, Brescia 1950, 7; 9; 78-79; 84).

È l’apostolo Giacomo che nella XXVa cantica del Paradiso interroga Dante sulla speranza. Nel delinearne la figura, Dante si ispira al racconto di Isidoro di Siviglia che indica in Giacomo l’evangelizzatore della Spagna: «e Beatrice, piena di letizia, mi disse: “Guarda (Mira), guarda: ecco l’apostolo Giacomo (il barone), per venerare il quale (per cui) sulla terra (là giù) si va in pellegrinaggio (si vicita) in Galizia”» (XXV 18).

Secondo una tradizione medievale i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni rappresentavano la fede, la speranza e la carità. Sicché, prima di avanzare verso un altro cielo, Dante, nell’VIII cielo delle stelle fisse o delle costellazioni viene esaminato su queste tre virtù dai rispettivi apostoli.

Beatrice si rivolge all’apostolo Giacomo dicendo: «fa che risuoni in questo cielo (altezza) il valore della speranza (speme): tu sei in grado di farlo (tu sai), poiché la simboleggi (la figuri) negli episodi evangelici in cui (tante fiate… quante) Gesù mostrò maggiore predilezione (fé più carezza) verso i tre apostoli», (XXV, 33).

Una leggenda narra che quando i primi cristiani giunsero sulle coste della Galizia trasportando il corpo dell’apostolo Giacomo, un cavaliere − Cristo stesso − si fece loro incontro e gettandosi in mare riemerse con tutto il corpo rivestito di conchiglie.

Leggenda nata forse dal fatto che i pellegrini che arrivavano a Compostela dovevano immergersi nel mare, come a rinnovare il loro battesimo, e poi raccogliere una conchiglia come simbolo della speranza nella risurrezione, che avrebbe accompagnato il loro ritorno.

Uno dei significati della conchiglia nella simbologia cristiana è quello legato all’acqua e alla rinascita battesimale. Ma è pure figura di uno scrigno, dell’arca, custode delle due tavole dell’alleanza, del bastone fiorito di Mosè e della candida manna, come polvere di madreperla.

Infine il guscio della conchiglia, con le sue due valve chiuse, rappresenta anche un sepolcro, così da conferire a questo oggetto un duplice contestuale significato di occultamento e svelamento dell’annuncio del mistero pasquale: la conchiglia simboleggia cioè il corpo dell’uomo, che come una tomba chiusa custodisce dentro di sé, dopo il battesimo, la perla preziosa della vita risorta.

 

Pellegrino tra pellegrini

«Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro» (Lc 24, 13-15).

Pellegrino tra pellegrini: così viene da pensare se ci si lascia guidare dai pittori che hanno raffigurato il racconto dei discepoli di Emmaus. Le conchiglie non sono dimenticate. Anche se piccole, esse sono effigiate sulla borsa del santo Pellegrino nel dipinto di Duccio da Buoninsegna [Qui].

Non solo, nella taverna di Emmaus il Caravaggio [Qui] ha dipinto una conchiglia sul vestito del discepolo pellegrino, che tiene le braccia distese, le mani aperte per lo stupore e − a me sembra − pure per trattenere il Cristo che ha riconosciuto dallo spezzare il pane.

Per questo egli proferisce: “è bello stare qui non andartene”, resta con noi ancora, affinché sia Emmaus il capolinea. E tuttavia, come sul Tabor, occorre riprendere il cammino: il Risorto con il solo gesto della mano indica l’uscita, aprendosi così il cammino in mezzo a loro.

Ma a differenza di quanto accadde sul Tabor, ora i due sono traboccanti di gioia. Il loro cammino missionario è appena cominciato: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro».

Quella conchiglia appuntata sul petto del discepolo senza nome ricorderà ad ogni discepolo il compito e la grazia dell’annuncio del vangelo della gioia e della pace: «Le nostre mani congiunte/ componevano una tenace/ conchiglia/ che custodiva/ la pace» (Antonia Pozzi [Qui]).

È stata dunque una grande sorpresa scoprire, di questi giorni, che minuscole conchiglie fanno da corona ai bordi lungo tutto il perimetro del Crocifisso di san Damiano. Sono così minute che uno non se ne accorge subito. Ma sono proprio lì, dipinte sul legno della croce, primizia e profezia di risurrezione.

 

La missione in una conchiglia

«La missione in una conchiglia», pensai una domenica mattina di molti anni fa, ritrovando nella tasca della giacca a vento, mentre cercavo le chiavi, la “cappa santa” che la sera prima era stata consegnata ai partecipanti della veglia missionaria nella parrocchia di Sant’Agostino.

Durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo – che quella domenica narrava del comandamento dell’amore − la mostrai alla gente e ai bambini incuriositi in prima fila. Forse che quella “cappa santa” esprimeva quello che era stato appena annunciato dalla Parola?

Domandai allora: «Mi sapete dire quale “cosa” sia uno e allo stesso tempo due, e quando due siano una stessa cosa?». Inizialmente, dall’assemblea mi guardarono male, poi piombò il silenzio, perché i pensieri quando cominciano a muoversi non fanno rumore.

Quelli dei bambini sono però più svelti e meno imbarazzati, tanto che dal terzo banco uno di loro mi disse, «Ma la conchiglia che hai in mano, don Andrea!». Io allora incalzai: «E cos’altro?». Ancora silenzio; poi dall’altra parte della fila vedo una testolina inclinarsi verso un’altra e questa a sua volta piegarsi verso la catechista per un breve consulto, innescando poi il movimento inverso di conferma.

Solo allora, la prima testolina emerse sulle altre e disse: «Il comandamento nuovo» − aggiungendo − «mi sembra». E proseguì − probabilmente attingendo da una “glossa” della catechista −: «Due modi di amare, come due sono le valve ma una sola è la conchiglia poiché unico è l’amore».

Provai allora a insistere nell’interrogatorio e domandai ancora: «Sapreste anche dire a quale parte della conchiglia assomiglia di più il primo comandamento ed a quale il secondo?»

E aggiunsi: «Non c’è una risposta esatta questa volta; lasciate quindi parlare il cuore». E quando parla il cuore, si sa, è il gesto che arriva prima, sorpassando la parola.

Subito alcuni indici delle mani segnarono quella parte della conchiglia più rigonfia, con le nervature esposte, tese e convergenti all’indietro: quella che sembrava una vela in cui soffia il vento. «Quella, quella − dissero alcuni − quella è l’amore verso Dio».

Era logico che quell’altra, più somigliante a una “cosa piatta” o ad un utensile tagliente, esprimesse invece quell’amore verso il prossimo come verso se stessi. «Ma perché questa scelta?» chiesi nuovamente.

Si ripeté il rito confabulatorio, ma un ragazzino svelto mostrò le mani capovolte come conchiglia rovesciata e disse: «Perché si deve accogliere Gesù come alla comunione». Più difficile fu trovare il significato dell’altra parte della conchiglia. Anch’io non ne trovavo un senso e ripetevo: «a che cosa assomiglia, forza», per prendere tempo.

Questa volta, una voce di mezzo alla gente disse: «Un piatto». «Ma certo» risposi, come colpito da quella parola: «ma certo, un piatto». E aggiunsi «avevo fame e mi avete dato da mangiare».

Si sentì una soddisfazione tra le persone per quel piccolo enigma risolto, per quel gioco di simboli svelato. Alla comunione soprattutto i bambini si guardavano le mani perché fossero il più somiglianti al piatto di una conchiglia e il loro sguardo, almeno così m’era sembrato, era attirato non solo dal bianco del pane eucaristico.

Quel piccolo pane bianco sembrava proprio ai loro occhi risplendere come una candida perla.

Allora non conoscevo ancora il significato più antico della conchiglia del pellegrino che si trova nel Codex Calixtinus [Qui], detto anche Liber Sancti Jacobi la cui origine di composizione è tra il 1139 e il 1173.

Vi si legge: «Nello stesso modo in cui i pellegrini che tornavano da Gerusalemme portavano con sé le palme, così i pellegrini che tornavano a casa dopo essere stati a Santiago portano con sé le conchiglie, e non senza ragione. La palma rappresenta il trionfo, la conchiglia le buone opere».

Ah! dissi tra me le buone opere dell’apostolo Giacomo: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.

I ragazzini l’avevano compresso anche senza leggere il Codex Calixtinus e prima del parroco.

Al cuore del poeta che all’inizio attende l’Ospite entrare nella sua preghiera, un altro cuore corrisponde: conchiglia ripiena dell’eco del suo silenzio, infinito silenzio che muta il pianto in gioia.

In gioia si muta il mio pianto
quando comincio a invocarTi
e solo di Te godo
paurosa vertigine.
Io sono la tua ombra,
sono il profondo disordine
e la mia mente è l’oscura lucciola
nell’alto buio,
che cerca di Te inaccessibile Luce;
di Te si affanna questo cuore
conchiglia ripiena della Tua Eco,
o infinito Silenzio.
(David Maria Turoldo [Qui])

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PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

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PRESTO DI MATTINA
Tempo delle confidenze è l’Avvento

 

Tempo delle confidenze è l’Avvento.

La fede nasce dall’ascolto del cuore, al venire di una parola altra. Essa cresce poi poco a poco nel confidarsi scambievole, che crea uno slargo di ‘mutua interiorità’. Perché la fede è l’avanzare non senza ostacoli di un’intesa, di una comunanza che interpella, provoca e ricrea sempre di nuovo l’ambito della libertà che acconsente all’altro.

E si approfondisce così, nonostante dissonanze e diversità, l’intimità dell’alleanza: ambito di arrivo, di sosta e di ripartenza per nuove convergenze e consonanze imprevedibili e impensate: gaudium amicitiæ, la gioia nell’amicizia.

Nel silenzio dell’assemblea − era la prima a domenica di Avvento, ed anch’io ero in ascolto della Parola − risuonava solo la voce del lettore all’ambone, che intonava il salmo dell’alzarsi confidente in Dio del salmista.

D’improvviso furono gli ultimi due versetti del salmo ad aprimi per la prima volta alla chiara consapevolezza dell’Avvento come il tempo delle confidenze. Fu un’intuizione, un attimo fulmineo così singolare e intenso, quasi che quella scrittura parlasse proprio a me in quel momento preciso; e così di fronte a questa notizia gioiosa mi sono riproposto di vivere questo tempo, aprendomi alle confidenze che Dio ci fa attraverso la sua Parola.

«Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza» (Sal 24/25, 14).
All’udire sobbalzai interiormente ripetendo a me stesso: “Il Signore desidera confidarsi, si confida a chi in lui confida”.

Il termine ebraico sôd, il consiglio segreto, i misteri, indica il riunirsi e mettere a conoscenza i segreti, le confidenze l’uno dell’altro in un rapporto di coalizione e di alleanza. Letteralmente suonerebbe così: “Il segreto dell’Eterno è rivelato a coloro che lo temono”. La confidenza è così una via mistica che rende partecipi e uniti a un mistero di amore.

Occorre notare che con l’espressione ‘timore del Signore’ nei testi sapienziali si intende indicare nella sua globalità e articolazione la relazione della fede; si allude alla fede stessa di fronte al mistero dell’altro, del suo comunicarsi e svelarsi misterioso, imprevedibile, di fronte alla sua libertà, che si lascia interpellare solo da un’altra libertà che si affida.

Così ‘chi lo teme‘ è lo stesso di colui che confida in lui, di chi rischia con lui la propria libertà in un’impresa, amicale, amorosa, sapendo di stare di fronte a un alleato che è con te, ma è diverso da te, nella sua singolarità e libertà non manipolabili.

Così l’esperienza della fede è l’esperienza dell’irriducibilità dell’altro e al tempo stesso di una possibile comunanza: lo si perde se tentiamo di ridurlo alla nostra misura. L’altro non è un oggetto di cui disporre liberamente; non è opera delle mie mani.

Di fronte all’altro mi trovo di fronte al suo mistero e a quella ‘sacralità’, dignità della vita stessa i cui caratteri, direbbe lo storico delle religioni Rudolf Otto [Qui], sono tremendum et fascinas, tanto da intimorirti, fermarti a distanza e attrarti allo stesso tempo con il suo fascino irresistibile.

E tuttavia, colui che è il Totalmente Altro e Totalmente Indeterminabile nella sua libertà, viene a confidarsi e, venendo corrisponde la sua amicizia e apre la sua intimità là dove è accolto.

Il libro dei Salmi è il luogo privilegiato per scoprire e apprendere le confidenze di questa vita nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Narra i momenti felici e drammatici, le separazioni e i ricongiungimenti, il confidarsi poi delle gioie e dei dolori, le difficili attese, i silenzi interminabili, i soliloqui, i dialoghi, il perdersi e il ritrovarsi, in forma di suppliche o rendimento di grazie o di mute, notturne confidenze. Si ritrovano in essi i lamenti di Giobbe e gli slanci amorosi e l’intimità mistica del Cantico dei cantici, così come quella profetica di Isaia, Geremia, Osea.

Gesù è il sacramento che ci fa incontrare le confidenze di Dio, la sua intimità più nascosta. “Io e il Padre siamo uno; chi vede me vede il Padre; chi ascolta me ascolta il Padre mio; non sia turbato il vostro cuore abbiate confidenza in Dio e anche in me, nella casa del padre mio, vi sono molte dimore per riposarsi e confidarsi”. Con le parabole Gesù narra le storie del confidarsi di Dio all’uomo, nel rivelargli la sua amicizia e il segreto del Regno dei cieli.

Nelle tue mani affido il mio spirito”: ecco le parole che rivelano il cuore della fede di Gesù, la sua massima confidenza nel padre, pur nell’esperienza dell’abbandono.

Salmo 10,14: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto”.
Salmo 16,5: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.
Salmo 31,16: “I miei giorni sono nelle tue mani. Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori”.
Salmo 28: “Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio”.
Salmo 63,5: “Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani”.

Riportando un discorso di Paolo VI del Natale del 1971, papa Francesco ricorda che nella natività di Gesù «c’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato…; da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo».

Così ho cercato altre traduzioni del versetto del confidarsi di Dio. Il suo segreto sta nel suo donarsi, nell’offrire l’intimità della sua amicizia: «L’amicizia di Jahweh è per chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza».

Le parole di Gesù ai discepoli nel Vangelo di Giovanni confermano e rilanciano questa prospettiva anche per noi: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». (15,15).

La traduzione della Vulgata del salmo usa un termine sorprendente, traducendo “segreto” con la parola “firmamento”, il cielo notturno: «firmamentus est Dominus timentibus eum», come a dire che, quando Dio si confida, è la stabilità e la vastità senza misura della sua fedeltà e del suo amore che ci confida, così come sconfinato e stabile è il misterioso firmamento.

L’etimologia della parola deriva dal latino firmare: rendere fermo, stabile. L’idea di firmamento è molto antica e risale a quando si riteneva che il cielo fosse una ferma e solida distesa a sostegno dell’oceano celeste, luogo e casa delle stelle, che orientavano i cammini dell’uomo.

Un monaco medievale, riferendosi al firmamento, immagine della santità ospitale di Dio, cominciò col riprendere il versetto del libro della Genesi dove si legge: «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”» (1, 14-15) e commentò così: il firmamento è Cristo.

Al cuore del confidarsi di Dio all’uomo sta dunque il suo Cristo. Egli è l’Unigenito il confidente del Padre: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6,12).

Al sepolcro di Lazzaro Gesù si rivolge al padre in questi termini: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato», (Gv 11, 41-42).

Nel salmo 19, 2 si dice «i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Sal 19,2). È da leggersi qui l’opera del Cristo, la sua missione. Gli incontri di Gesù, il suo dire e il suo agire con la gente.

Tutta la sua vita narra di questo dispiegarsi del firmamento, che è il confidarsi del Figlio nel confidarci il segreto del Regno dei cieli. Iniziando il suo ministero Gesù dirà nella sinagoga: “lo Spirito del Signore è su di me; egli mi ha mandato a confidare ai poveri il lieto annuncio, a svelare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, proclamare la grazia del Signore, grazia che è il suo confidarsi a noi”.

Tempo della confidenza è stato quello di Gesù nei tre anni della sua predicazione. Annunciando il Regno a tutti, aprì la sua intimità per mostrare quella del Padre suo e così aprire i suoi uditori all’ascolto profondo, fraterno, dell’intimità delle persone.

Un’intimità rubata fu quella della donna che aveva perdite di sangue e che toccando il lembo del suo mantello di nascosto guarì del suo male e scoprì, scoperta da Gesù, la sua fede, tanto da ritrovare la libertà interiore, contro ogni forma di discriminazione religiosa e sociale.

Al pozzo di Giacobbe le confidenze di Gesù alla donna samaritana meravigliarono i discepoli, che si stupirono che parlasse con una donna. Eppure da quell’intimo dialogo sgorgò in lei il dono dell’acqua viva, lo Spirito sorgente stessa di ogni confidenza: quella che libera dai pregiudizi e genera il dono di sé “in spirito e verità”, secondo quel confidarsi proprio del Padre, che vede nel segreto e nel segreto della tua intimità si confiderà anche a te.

Il mattino di Pasqua è bastata un parola soltanto a Gesù per far risorgere in Maria di Magdala la confidenza che credeva perduta, rubatagli, per sempre sotto la croce. Le disse Gesù: “Maria!” e lei “Maestro mio”: «…si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv 20, 14-16).

Dall’annunciazione al Natale, il loro avvento, anche per Maria e Giuseppe fu tempo delle confidenze: quella singolarissima del portavoce Gabriele, dell’intimità svelata e gioiosa alla ragazza di Nazareth.

Quella pure dell’altro angelo che, donando a Giuseppe la confidenza di una parola di Dio, dissipa in lui ogni paura di prendere con sé Maria. Ma poi ulteriori confidenze tra loro due sempre in cammino da Nazareth a Betlemme; in fuga da Betlemme in Egitto e da lì di nuovo a Nazareth.

Confidenze ancora, come quando Maria va in fretta a visitare la cugina Elisabetta, anche lei incinta di Giovanni. Entrambe si scambiano le rivelazioni dei lori figli e la gioia nel sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta e la lode di Maria con il canto del Magnificat, che proclama la gioia, perché Dio non solo guarda ma si confida con i poveri e gli umili e dona loro la sua beatitudine: “Beati, accolti voi poveri, accolti voi che piangete perché il Regno è confidato a voi” come consolazione dirà Gesù sul monte delle Beatitudini.

Sant’Ambrogio nell’Esamerone (I/I,5) raffigurava il respiro che saliva dall’assemblea liturgica della sua chiesa di Milano durante il canto dei salmi, come «il maestoso ondeggiare dei flutti dell’oceano». Ma il firmamento, il confidarsi di Dio nel Figlio per noi non è forse un vastissimo oceano, un mare senza sponde?

Ho pensato così che la confidenza di chi compie l’attraversata del Salterio e delle Scritture nei salmi è come un’andar per mare, confidandosi, nonostante la nostra barca come il vivere a volte sia ‘appruata’ (i.e. ‘immersa a prua’), ripiegata su se stessa e vada a scarroccio, deviando lateralmente dalla rotta per l’azione del vento.

Ciò nondimeno, sebbene l’equipaggio dorma, c’è chi veglia su di lui e nella notte si intrattiene come sul monte Gesù in muta confidenza. La stessa che Mario Luzi [Qui] seppe descrivere nella poesia Per mare:

Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C’è un po’ di mare
e la barca appruata scarricchia.
L’equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
È passato agosto. Siamo alla rottura dei tempi.
E una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
sicuri in mano d’altri
e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo.

(Tutte le Poesie, Garzanti, Milano 1993, 361)

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falco volo distanza

PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

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PRESTO DI MATTINA
L’elogio dell’umiltà

Magnificat anima mea Dominum perché ha guardato all’umile sua serva, innalzandola con gli umili: «L’universo è il tuo stelo,/ fiore della poesia,/ profumo del creato, Maria/ e ravvivi nei cuori/ che disperavano di Dio,/ la fiamma dell’amore./ L’umile tua purezza/ ti rese madre di tutti,/ e volgesti ogni lacrima/ in nostalgia di bene» (Agostino V. Reali, Primavere, Ferrara 2002, 102).

Quella di Maria è l’umiltà dell’aurora, quella, «che se ne sta rannicchiata direbbe Maria Zambrano – nascosta in un grano di luce». Maria più dell’aurora «è il velo della bellezza senza lacerazione, dell’amore senza degrado della purezza, della purezza accesa». Anche Maria, come l’aurora, ha le sue notti: «Quelle notti in cui l’amore senza nome e senza figura avvolge e rigenera l’universo intero, che appare allora senza distanza, lucente, ma di una luce che non ferisce. Quando la luce ha smesso di essere una ferita e l’amore si rivela per ciò che è… Si direbbe la sorgente stessa da cui nasce l’Aurora e insieme il compimento della sua promessa, questa notte dell’Aurora: sorgente che lascia sempre, in chi l’ha gustata, una minima goccia di acqua luminosa, in qualche angolo oscuro della notte del cuore. Notte e fonte che fa sentire che tornerà, ormai per sempre», (Dell’Aurora, 18; 128 129).

Maria è donna dell’avvento, che ha nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo e con gli occhi scruta negli orizzonti della propria vita il suo volto albeggiante. Salomone chiese a Dio la sapienza e gli fu concessa; Maria non chiese nulla è fu piena di grazia.

L’Immacolata dice l’integrità, l’interezza, la pienezza del dono che Dio fa di sé nel figlio. Dono incondizionato, grazia irreversibile che anticipa in Maria una smisuratezza di innocenza, quale condizione preveniente per poter ospitare l’Innocente: colui che non abbandona l’uomo in balia del male, che restituisce al colpevole l’innocenza, al nemico l’amicizia, tutto solleva e accoglie nelle proprie mani.

Smisuratezza di intimità è l’Immacolata: mistica aurora di colui che è intimo al Padre come la luce al sole; intimo a noi come un figlio nel grembo di una madre; come il vecchio padre sulle spalle del figlio, come un amico che muore per l’amico. L’intimità innaturale e mirabile di un raggio di luce che non va oltre pur trapassando il cristallo, che resta iridescente arcobaleno anche quando cala la notte.

Quella di Maria è l’umiltà dell’amore, scaturita da quell’eccesso di grazia e di fontale innocenza che l’ha preservata dal chiedere qualcosa. Ma l’ha custodita anche dal timore di quell’abisso di umiltà a cui Dio l’ha chiamata, di quel suo volere a tutti i costi farsi piccolo con i piccoli, umile con gli umili, povero con i poveri, uomo tra gli uomini. È l’angelo Gabriele a rassicurarla subito: «non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». La tua umiltà ha trovato spazi larghi in quella di Dio, che l’ha fatta traboccare. È il suo santo Spirito, infatti, che l’ha cinta con l’intimità della sua ombra: umiltà d’amore. Lo stesso Spirito che discenderà sul Figlio nel battesimo, e si abbassò vivificante già nella creazione ed errante nel deserto con il popolo dell’alleanza. Lo Spirito di Pentecoste, che scende sul Vangelo dei dodici, sul pane e sul vino, per renderli vivi della vita del Signore. Colui che come unzione profumata consacra i battezzati; che si riversa su tutto ciò che è piccolo, fragile, oscuro, freddo, claudicante, piangente sudicio, sviato, per raddrizzare, lavare, consolare, fortificare, riscaldare, illuminare, rinfrancare, innalzare, e generare in lei, Maria, quella grazia singolare che è il Cristo, l’umiltà di Dio resa visibile in un volto, tangibile nelle sue mani e udibile nella sua Parola fatta carne, l’unigenito Figlio Gesù, l’amato, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 18).

Ricordando le parole di Gesù (“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”), Papa Leone Magno si domanda «Ma come potrà abbondare la giustizia se la misericordia non trionfa sul giudizio? A chi ama Dio è già sufficiente sapere di essere gradito a Dio, a colui che ama; e non brama ricompensa maggiore dell’amore stesso» (Discorso, 92). Ecco l’umiltà d’amore, in Maria. Quella di Dio precede sempre, e da essa scaturisce come da fonte cristallina, da immacolata neve, l’elezione di innocenza primigenia di Maria. E di qui poi la nostra, pure noi amati per primi, prima di ogni macchia ed ogni rovinosa caduta, scelti e amati da Dio: pre-destinati ad essere figli nel Figlio e dunque ad essere «santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,4).

Anima innamorata è Maria. Immacolato cuore. Cuore a cuore con il Figlio suo. Una tale sovrabbondanza di intimità che Giovanni Eudes la descrive così: «Come dal cielo e dal seno del Padre, è uscito senza tuttavia uscirne (“Excessit, non recessit“), del pari il cuore di sua Madre è un cielo dal quale è uscito in modo tale che ci è sempre rimasto e ci rimarrà sempre».
L’umiltà di Gesù rivela dunque quello che c’è nel cuore di Dio.

Se infatti il Compassionevole non va in cerca della smarrita; se il Misericordioso non attende il prodigo; se il Giusto innocente non porta su di se l’ingiustizia; se il Fedele e il Verace (così l’Apocalisse chiama Gesù Cristo, «il testimone fedele, il primogenito dei he ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue») non riscatta l’infedeltà resistendo fedele, la menzogna rimanendo innocente e la cecità illuminandola; e se il Liberatore non affranca la libertà e il disamore come «un virgulto e come una radice in terra arida», facendosi servo, umiliando se stesso, obbediente fino alla morte e alla morte di croce, allora il Figlio non si è incarnato e non è nato da Maria. Il regno di Dio non è annunciato, la sua prossimità mai giunta, il perduto non è ritrovato, e colui che è morto non tornerà in vita. Così l’umiltà di Dio celata nel suo cuore si è manifestata nella carne umiliata di Gesù, prima nascosta nel grembo fecondo di Maria e venuta alla luce nella natività, poi tutta raccolta nel cuore già trafitto del Padre da cui è scaturita la grazia immensa della risurrezione dai morti: il crocifisso risorto nasce per sempre alla vita nel cuore di Dio Padre.

L’Immacolata, umiltà senza macchia, è così presenza che annuncia l’aurora di un mondo nuovo, quello nato dal sangue di Cristo. Così canta al modo di un preludio l’inno pasquale della liturgia delle ore: «Torna alla casa il prodigo, splende la luce al cieco; il buon ladrone graziato dissolve l’antica paura. Gli angeli guardano attoniti il supplizio della croce, da cui l’innocente e il reo salgono uniti al trionfo».

Una meditazione poetica di Gerard Manley Hopkins paragona Maria all’umile «aria che respiriamo». Un’aria che fa la differenza con l’aria soffocata e spenta di questo nostro faticoso tempo:

Selvatica aria, aria materna al mondo,
che d’ogni parte mi proteggi,
ricingi ogni ciglio e capello;
tu che penetri il Più soffice, morbido,
il più fragile ago di un fiocco di neve;
ben composta aria
che filtri, colmi la vita
di ogni più minuscola cosa;
necessario, inesausto,
almo elemento;
mio più che cibo e bevanda,
mia vivanda ad ogni istante;
tu mi rammenti
Colei che non soltanto
nel grembo raccolse e nel seno
l’infinità di Dio,
rimpicciolita nell’infanzia,
e diede nascita, latte e tutto il resto,
ma in ogni nuova grazia s’incinge:
Maria Immacolata,
che a noi discende:

In verità, la misericordia ci veste
come ci veste l’aria:
lo stesso è di Maria,
molto più per il nome.
Ella, ruvida tela, prezioso manto,
ammanta il colpevole globo,
dacché Iddio ha dato alle sue preghiere
di dispensare la provvidenza;
è più che dispensatrice, è la stessa elemosina
e gli uomini hanno parte della sua vita
come la vita ha parte dell’aria.

Nuove Betlem ove egli nasce
Sera, meriggio e mattino;
Betlern o Nazaret,
dove gli ordini attingano,
come respiro, più Cristo
a schernire la morte;
il quale, così nato, un nuovo sé
e un migliore me diviene
in ognuno e ognuno più rende
figlio, dove tutto è compiuto
nella pienezza del tempo
di Dio e di Maria.
Ma guarda di nuovo in alto,
come l’aria è azzurrata;
fermati là dove tu possa levare
la tua mano al cielo:
ricca l’aria, ricca lambisce,
empie la mano tra dito e dito.
Ma da un cielo così colmo, carico,
intriso di zaffiro,
la luce non ha macchia.
Vedi, non le reca offesa.
Sono giorni di cristallo azzurro,
quelli in cui ogni colore riarde,
ogni forma, ogni ombra si rivela.
È tutto un azzurro: ma l’azzurro
cielo ritrasmetterà perfetto
il sette volte e sette volte
colorato raggio, senza alterarlo.
E se un tenero fiore aliti
su cose remote sospese
nell’aria, più bella
sol per quel soffio è la terra.

Aria materna al mondo, selvatica aria,
in te raccolto, in te avvolto,
prendi il tuo figlio, chiudilo nelle tue braccia.

(Stonyhurst, maggio 1883)

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PRESTO DI MATTINA
Amici per sempre

Anche oggi, come nelle prime comunità cristiane, Agape fraterna esprime il legame che accomuna chi guarda con fede a Gesù: di tutti coloro che sono convocati e riuniti dalla Parola di Dio alla sua mensa, per rendere grazie, nel ricordo della frazione del pane. Eukharistía appunto (etim. rendimento di grazie’) per il dono della fraternità, dal quale non può essere disgiunto il desiderio di annunciare e vivere sparpagliati tra la gente questo stesso Spirito di Agape, amore non richiesto, non dovuto, spontaneo dunque, che trova in sé stesso la motivazione, senza attendersi altro se non la libertà di una risposta nello stile di una amicizia capace di gareggiare in gratuità e in reciproca ospitalità.

Non per caso, anche il Concilio ‒ l’ho ricordato altre volte ‒ quando parla dell’autocomunicazione di Dio nella storia degli uomini usa l’immagine dell’amicizia. Che anzi viene addirittura assunta come paradigma della relazione che Dio, incontrandoci nell’umanità del Figlio amato, ha intrapreso con l’uomo, per far conoscere la propria volontà e renderlo parte della sua vita: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr.Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Del resto, forse cogliendo lo stesso Spirito, già San Tommaso equiparava ‘la carità’ a una certa amicizia dell’uomo con Dio. Tanto che lo stesso mistero di Dio si lascia interpretare dall’esperienza di un’amicizia: della quale il Padre è la fonte, lo Spirito il vincolo sostanziale, l’amicizia stessa, il Figlio, l’Amico che conduce a mostrare e partecipare alla fonte stessa di questo amore amicale.

Non sorprende allora che Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ‒ un monaco cistercense autore di un intenso libro sull’amicizia spirituale ‒ abbia potuto reinterpretare la nota espressione giovannea “Deus charitas est” (1Gv 4,16) con “Deus amicitia est”, soggiungendo che “colui che rimane nell’amicizia rimane in Dio e Dio in lui“. Ne nasce una relazione a tre: “Ecco io e te e spero che il terzo tra noi sia Cristo; un’amicizia simile alla comunione trinitaria che può arrivare fino al dono supremo della vita”.

Ma sono innumerevoli i richiami all’amicizia nelle pagine dei mistici contemplativi così come nelle sacre Scritture. Teresa d’Avila, per esempio, afferma che “Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia”. E l’evangelista Giovanni riporta le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Amici ‒ si badi ‒ non già nel senso corrivo del termine, ma legati da un’intensità amorosa di tale smisurata portata e capacità da risultare totalizzante: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13-15).

Di più, una “amicizia per sempre“. Così infatti la pensava Santa Teresa d’Avila: interpretandola nella sua autobiografia come frutto di un amore che pratica l’alterità, fiducia di un legame fraterno e sponsale. Un’amicizia ‘per sempre’ che infiammava la lettura delle vite dei santi da parte della mistica spagnola e del fratello, che assieme progettavano di spingersi nella terra dei Mori anche a costo del martirio pur di raggiungere quel fine: Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre!. E ancora: “Che vogliamo di più di un così fedele amico al nostro fianco, che non ci abbandonerà nelle sventure e nelle tribolazioni, come fanno quelli del mondo? Fortunato colui che lo amerà sinceramente e lo avrà sempre vicino a sé!”. E della preghiera Teresa di Gesù dirà: “per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate, cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi”.

Agapimu (amore mio, amico mio): non è solo il nome di un locale di specialità greche di via Saraceno. In me quella scritta accende la preghiera, mentre vado di fretta, tornando dalla piazza, a celebrare messa in santa Francesca. Proprio lì comincia il mio Introibo ad altare Dei. Salirò all’altare di Dio: al Dio che rende lieta (laetificat) la mia amicizia ‒ come si proclamava nel rito antico della messa che si ispira al salmo 43 (42). In quel punto rallento un poco con la bici, attratto da un altro Agapimu, una canzone di Mia Martini di cui ricordo solo i primi versi che recito come un salmo: “Torna con me. Non so rimanere senza di te, amore mio”.

Una domenica ‒ forse la gente della parrocchia lo ricorda ancora ‒ per esprimere l’aspirazione a un’amicizia ‘per sempre’, la costruzione di un amore con questo amico che non cambia, ho ricordato anche un’altra canzone della stessa artista, Almeno tu nell’universo: “Tu, tu che sei diverso/ Almeno tu nell’universo/ Non cambierai/ Dimmi che per sempre sarai sincero/ E che mi amerai davvero di più, di più, di più”. Così simili queste parole a quelle di un’altra anima innamorata: la Sulamita del Cantico dei cantici, che è chiamata amica dall’amato, storia segnata da un amore perduto e ritrovato “Sei bella, amica mia, iridescente/ con le colombe degli occhi. Sei bello amico mio, dolceridente” risponde l’amata.

Ma l’amicizia come agape è sempre sfidata dal disamore. Tanto che sino alla fine sarà un testa a testa con le potenze che tentano di farla fuori. L’ultima sfida, la più impegnativa, sarà con la morte, che il Cantico equipara in potenza ‒ forte come la morte è l’amore ‒ per dire la decisività dell’esistenza di fronte a entrambe, la necessità di schierarsi per l’una o per l’altra; non è possibile starsene indifferenti, si avrebbe come mercede il disprezzo. Ma proprio sul filo del traguardo, per una manciata di secondi, il sorpasso: Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo” (Ct 8, 6-7). Una sequenza trasposta in innumerevoli poetiche (di Andrea Ponso, Guido Ceronetti, Emilio Villa), tra le quali scelgo quella di padre Agostino Venanzio Reali, parole che attendendo ancora note amiche; chissà… qualcuno lassù contando le “Stelle” e poiché “Non finisce mica il cielo” ci sta già provando:

Come un sigillo imprimimi sul cuore,
come uno stigma portami sul braccio;
poiché l’amore è indomabile
più che la morte, inflessibile
la gelosia più che lo scheol.
Un rogo sono i suoi impeti
d’incoercibili fiamme: non vale
il mare a sopirne gli ardori,
né a travolgerlo i fiumi.

Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA.
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PRESTO DI MATTINA
SIAMO TUTTI CLAUDICANTI, TUTTI MIGRANTI:
Non cerchiamolo in cielo, è sulla Terra che troviamo Cristo

Anni fa, quando m’imbattei nell’opera pittorica di Georges Rouault (1871-1958), ne rimasi sorpreso. Le sue tele ‒ pensai ‒ riflettono bensì la disumanità dell’uomo, ma testimoniano al contempo anche il volto umano di Dio nel mondo. È nella realtà del suo tempo, segnata da profonde disuguaglianze sociali mascherate da un’ipocrisia dilagante, che egli trova la sua ispirazione, intrecciando il tutto con una spiritualità incarnata. Emerge così nella sua narrazione pittorica un carattere sacro generato da una duplice polarità: fede e vita, spiritualità e realtà, si fondono assieme inducendo lo stesso autore a definire la propria opera come un’ardente testimonianza della compassione di Dio per gli uomini. Con gli occhi della sua pietà, il pittore ritrae questa vicinanza di Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo sull’orlo di un abisso esistenziale; una prossimità che lo porta a condividere con loro, tanto l’esclusione e il rifiuto, quanto la speranza di un riscatto che proviene dalla Sua stessa vita.
Domani è l’ottava di pasqua. La settimana vissuta come fosse un solo giorno, quello di Pasqua, in cui facciamo memoria dell’incontro di Gesù Risorto con Tommaso: un episodio dipinto più volte proprio da Georges da Rouault in quadri che egli intitolò “Seigneur, c’est vous, je vous reconnais”. Vi si ritrae il riconoscere di un altro irriconoscibile, uno straniero del quale, come a Emmaus, il Risorto assume le sembianze. «Sei tu Signore, ti riconosco»: da allora questa frase risale in me ogni volta che accade un incontro, specie se difficile, l’incontro con il dolore e la sofferenza. Perché ormai queste parole si sono inestricabilmente intrecciate alle altre ‒ che parimenti tengono insieme fede e vita riflettendo l’opera di giustizia su cui riposa la benedizione del Signore ‒: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».

Colpisce il fatto che nel Tommaso di Rouault alla fine le ferite non vengono toccate; il riconoscimento accade prima, senza dipendere dal vedere le piaghe nelle mani e nei piedi del Cristo o nel mettere la mano nel suo costato. Il riconoscimento del Risorto scaturisce dalla pietà, da quella compassione, da quell’amore verso la condizione umana calpestata  che supplisce ogni vedere e toccare ed è generativa del credere. L’amore come forma di fede, propria di quei credenti cui si rivolge la beatitudine finale di questo brano del vangelo: «beati quelli che non hanno visto ‒ e potremmo anche dire: amato ‒ e hanno creduto!».
Ecco l’invito della Pasqua: quello di vedere con il cuore, di riconoscere nell’altro noi stessi, e in lui vedere anche la nostra fragilità, il nostro dolore. Nel Risorto convergono, in fondo, il suo e il nostro destino, così come quello di ogni uomo. Per questo, come narrato ne La leggenda del Grande Inquisitore (il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij ndr.), Egli non è da cercare in cielo. Lo ricorda anche l’evangelista Luca negli Atti degli apostoli.«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». È qui, dunque, sulla terra, che Cristo va cercato e incontrato, perché egli è già qui e viene sempre. È da cercare claudicante con chi zoppica, sulle strade della nostra quotidianità, che egli percorre per rialzarci e così disvelare il valore della nostra claudicanza.
Pasqua è un essere rialzati: o meglio innalzati proprio perché, prima, ci si è abbandonati, come Gesù, nelle mani del Padre. Innalzati perché siamo stati amati e perché riusciamo ad amare nonostante la nostra fragilità, comprendendo che cercare le cose di lassù significa cercare il Risorto tra noi.

Alzarsi è il verbo della risurrezione; non più disteso ma in piedi, libero dalle bende, perché liberato dai legami della morte. Colui che si è abbassato fino alla morte e alla morte di Croce è stato innalzato dal Padre, che gli ha dato il nome sopra ogni altro nome, affinché in Gesù ciascuno di noi venga rialzato e rimesso in cammino.
La fede a Pasqua non è una fede trionfante ma claudicante: cammina zoppicando. Parola nuova per dire la nostra fragilità, il nostro farci e divenire, progredendo nella vita come nella fede. E se ci pensate bene, anche l’amicizia ‒ che «è metà della vita» come mi disse una volta don Ones , parroco prima di me a S. Maria in Vado ‒ è esperienza di claudicanza. Perché l’amicizia autentica ci rende consapevoli che senza l’altro si è zoppicanti. E parimenti anche la fede è zoppa senza uno a cui affidarsi.
Ma questa debolezza del credere è anche la nostra forza, rendendoci capaci di distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo oltre, al di fuori, vero l’incontro con l’altro.
È nella relazione, nella compagnia della fede, scoprendo che l’altro mi manca e non posso vivere senza, che avviene la crescita che ci trasforma. Come la pasta in compagnia del lievito, il cibo del sale, il seme in compagnia della terra, così anche noi in compagnia della dolce amicizia del Cristo che come uno straniero si accompagna mentre siamo in cammino, trasformiamo la nostra vita. Nella nostra condizione umana sta fortunatamente una claudicanza che ci impedisce di esistere da soli, come una torre senza porte e finestre, una vita vuota in solitudine.

Lo constatiamo anche in questa situazione di quarantena: cosa saremo senza gli altri? I malati senza i medici, noi senza farmacie e alimentari aperti, senza i vicini che ci rivolgono una voce. La nostra realtà più profonda, quella di esseri incompiuti ma orientati, in trasformazione verso una pienezza, in movimento verso un compimento, ci viene allora manifestata proprio dalla claudicanza: essa ci spinge a cercare sempre di nuovo e oltre, in profondità e fuori, in avanti e al di sopra. Ci distoglie dal nostro io, e se in apparenza ci sottrae a noi stessi, in realtà ci completa nella relazione, come il seme che diventa spiga, o il fiore frutto.
In fondo, siamo pellegrini e ospiti anche in questa città, di cui pure siamo responsabili. Lo sguardo resta però rivolto alla città di lassù, nella consapevolezza ‒ altro aspetto della nostra claudicanza umana ‒ che non abbiamo qui una città definitiva. Una condizione che ci rende per definizione precari, tutti indistintamente migranti, ridimensionando la nostra illusione di onnipotenza, scalzata dal desiderio di condividere e moltiplicare con gli altri il pane della Pasqua, che è pane per tutti, anzi pane di tutti.

Spezzate il pane alla vostra tavola oggi, e ricordate che così ha fatto anche Gesù condividendo con chiunque desiderasse stargli accanto. Forse che non ci si restringe quando nasce un figlio? E quando vien un ospite, non ci si rimpicciolisce e gli si lascia il posto più bello? Il tutto senza sacrificio, perché la loro presenza ci completa, ci fa evolvere, ci darà la stessa gioia che emozionò i due di Emmaus nel riconoscere il Signore. Vedete che si può rimpicciolire senza diminuirsi.
I discepoli a Pasqua sono come i bambini che hanno appena iniziato a vedere o a camminare, che stanno in piedi a malapena. È l’esperienza di Pietro e Giovanni: uno corre e arriva prima, ma si ferma e lascia entrare il secondo claudicante che lo segue. Vedete: la fede di uno aiuta la fede dell’altro, e così si completano. Per questo dobbiamo pensare  che anche la Chiesa è una realtà claudicante.
Ce lo ricorda il Concilio che paragona la Chiesa alla luna. Cosa sarebbe infatti la luna senza la luce del sole; resterebbe buia, non diminuirebbe ma non crescerebbe nemmeno, rimanendo spenta e invisibile. Così anche la Chiesa, senza rimpicciolirsi e far posto a Cristo e ai fratelli, non potrebbe riflettere colui che è la luce delle genti; non sarebbe più inviata né missionaria; non sarebbe più niente.

Per concludere, una piccolissima parabola nella quale ci si ricorda che chi si rimpicciolisce, come la luna, per fare spazio agli altri, ascoltarli ed aiutarli, e donare anche la vita, avrà la gratitudine di molti e la vita per sempre nel Signore risorto.
Si racconta che quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: “Due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona.”
“Hai ragione”, rispose il Creatore, “non ci avevo pensato, vai e rimpicciolisciti.”
La luna rimase a dir poco mortificata, allora il creatore riprese. “Vai, la tua incompiutezza ti darà una moltitudine di sorelle e fratelli. Rimpicciolirsi non significa diminuirsi ma aprirsi e fare spazio all’intero universo.”
La luna esitò un momento e in quell’attimo, come ogni chicco di grano che sta per essere gettato nella terra od ogni uomo che sta per morire, sentì una grandissima solitudine ed ebbe paura. Ma fu solo un attimo, perché subito ricordò quella parola, “Sia la luce”, che aveva illuminato ogni cosa, e senza più indugiare si tuffò nella luce. In quel momento l’oscuro denso orizzonte del nulla si aprì all’infinito, e una moltitudine di stelle, pianeti, galassie si dispiegò a perdita d’occhio, senza fine, sotto il suo sguardo, incredulo per la gioia.
Sono i mistici, i genitori e i poeti i più sensibili al dovere di rimpicciolirsi davanti al mistero della vita, al mistero di Dio e al mistero della parola generatrice di senso. La scrittrice Lalla Romano così ci racconta la fede: “Fede non è sapere / che l’altro esiste /  è vivere dentro di lui / Calore / nelle sue vene / Sogno / nei suoi pensieri / Qui aggirarsi dormendo / in lui destarsi.”.
Destarsi in lui: questa è la Pasqua.

PRESTO DI MATTINA
La Terra di Mezzo della Domenica delle Palme

Chissà perché il pensiero della Domenica delle Palme evoca in me la ‘Terra di mezzo‘ ideata e descritta con insuperabile creatività e realismo da J.R.R. Tolkien. Una terra abitata da figure antiche e nuove. Un luogo per un verso pacificato dalla mancanza di ombre, verso il quale convergono in alleanza diversità non oppositive, ospitali, generative di quell’amicizia che nasce dall’avere uno scopo comune. Ma al tempo stesso una zona minacciata dall’oscurità caotica, che se custodisce una promessa di vita amabile e dunque capace di nutrire la speranza nel bene che vince sul male, è nondimeno messa alla prova da una moltitudine di ombre inquietanti di tenebra e di morte.

L’immagine non è estranea al realismo della storia biblica nella tradizione giudeo-cristiana. Tanto che in un’analoga ‘terra di mezzo’, si gioca anche la sfida, l’agone della domenica (“Dov’è, o morte, il tuo Pungiglione?”). È il ‘Giorno del Signore’ che intacca la ferialità, che si fa strada nella ombrosità dei giorni. Arginando un tempo senza qualità, la domenica reca con sé un tempo qualificato dalla novità dell’incontro con il Crocifisso risorto, che riapre il sepolcro come un seno materno ed esce fuori, lasciandolo vuoto. Vuoto dalla disperazione e dall’angoscia, così da mandare i Suoi sino ai confini della terra ad accendere un fuoco, quello di Pentecoste, e ad offrire il Battesimo di nuova nascita, perché nell’incontro con il Risorto chi perde la propria vita la ritrova. “Anima mia – scrive padre David Maria Turoldo – non pensare male di Lui: gli è impossibile fare altro. E vedrai il male non vincerà!”.

Forse più di ogni altra, la Domenica delle Palme sta in mezzo come un Vado: tra la domenica della risurrezione di Lazzaro e quella della Pasqua; tra l’arrivo di Gesù al sepolcro dell’amico per farlo nascere di nuovo, e la venuta dell’Angelo di Dio. Angelo inviato dal Padre a riaprire gli occhi del Figlio amato, ripetendo per lui quelle parole che egli, il Nazzareno, già rivolgeva a tutti per le vie della Palestina: “Alzati e va , perché il pungiglione della morte nulla ha potuto e le si è rivoltato contro ripagandola della sua stessa moneta: “dov’è o morte la tua vittoria”, si dirà nella Veglia Pasquale: inghiottita dalla Risurrezione.

È questa pure la domenica dell’ ‘Osanna‘ del popolo che accoglie festante Gesù con rami di ulivo e che grida “osanna, oh sì salvaci”. Del Messia accolto nella città santa e riconosciuto come colui da cui dipendono le sorti: anzi, il ribaltamento della sorte minacciosa del male: “spezzerà le loro spade e ne farà aratri, delle loro lance farà falci” (Is, 2,4). Questa domenica vede l’alleanza tra il mondo degli alberi, la creazione tutta e quello degli uomini di fronte al pericolo del bene comune.

Ma è anche la domenica più umile: quella della gioia umile. Lo sfidante, come già vittorioso, entra nella città santa cavalcando un puledro d’asina e non su carri da guerra. Così lo descrive il profeta Zaccaria (il cui nome significa ‘Dio si ricorda’) invitando all’esultanza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra. Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,9-12).

La domenica delle palme è proprio la piccola Pasqua, la piccola risurrezione che abita la ‘terra di mezzo’ della nostra coscienza. E non diversamente dalla piccola Speranza di Charles Peguy che tiene tra le sue mani le due sorelle, Fede e Carità, è lei, la più piccola, una bambina da nulla, che le traina entrambe, perché senza di lei non si va da nessuna parte. Ma lo stesso può dirsi di ogni domenica, che – come la piccola Speranza – ci accompagna di settimana in settimana e s’intreccia alle nostre giornate affinché nel passaggio da un giorno all’altro, da una settimana all’altra ci ricordiamo di colui che è passato oltre; che ha attraversato la morte; che ha aperto un varco nella morte: “Lui, il capofila, il pastore grande delle pecore che il Dio della pace ha ricondotto dai morti” – dice la lettera agli Ebrei 13,20 – che anche noi seguiremo nella Pasqua. Passando dal cammino quotidiano.

Tutto ciò mi ritorna in mente talvolta quando passo nel chiostro di Santa Maria in Vado davanti a una scritta di saluto rivolta ai pellegrini in cui li si chiama viatores (viaggiatori). Perché la Pasqua – sapete – è proprio questo ‘Vado’, un attraversamento che ci fa uscir fuori. O meglio nascere di nuovo. Anche per nascere infatti bisogna passare oltre, attraversare la soglia che divide il buio dalla luce, che separa l’asfissia soffocante dal soffio che ti riempie i polmoni e li apre, come vele distese al vento della vita. Pasqua è veramente un venire alla luce. Nel racconto di Lazzaro egli è richiamato fuori, alla vita. Ed è Gesù la levatrice di questa nuova vita, che grida a Lazzaro di uscire fuori, che fa slegare le bende del sudario che gli avvolgevano il volto, le mani e i piedi, così da poterlo lasciare andare. Anzi, di più. Gesù agisce, al contempo come una levatrice, favorendo la venuta alla luce dell’amico Lazzaro, ma anche come una madre che vive nel suo corpo le doglie del parto. Per questo Gesù piange l’amico Lazzaro, e con ciò la nostra umanità dolente e mortale. Come una madre, egli si strugge per infondere la vita, per far uscire dall’oscurità e far venire alla luce tutti noi, per condurci dalla morte alla Pasqua di risurrezione. È questo che ci prefigura il racconto di Lazzaro: vi si anticipa la Pasqua del Signore, tramite le quale è dato a tutti noi il dono inestimabile di poter nascere di nuovo nella sua vita.
Del resto, è Gesù stesso – nel Vangelo di Giovanni 16, 21 – che si immedesima nella donna e nell’esperienza del generare; nella madre che è nel dolore perché soffre le doglie del parto, rivelandoci così la consapevolezza che egli avvertiva del suo futuro patire per darci la vita, ma anche la consapevolezza della gioia che ne segue. La donna – dice Gesù – quando partorisce è nel dolore, perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più della sofferenza in ragione della gioia per la nascita di un uomo. Così anche voi – riferendosi ai discepoli – siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo, mi sentirete e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno, proprio nessuno, potrà togliervi la vostra gioia. Forse per questo un tempo in campagna, nella mattina di Pasqua, la gente usciva fuori e si bagnava gli occhi con la rugiada della notte. Rugiada memoriale del battesimo. Un gesto simbolico, che diceva della felicità di riaprire gli occhi, rivedere la luce, il cielo, gli alberi, il volto delle persone care.

Un’altra nascita a cui ebbi il dono di partecipare me la regalò Gloria, catechista in parrocchia. La incrociai infatti nel corridoio del vecchio ospedale Sant’Anna, mentre facevo un giro per visitare i malati e mi riferì che Agata, la mamma di Sofia e di William, stava per partorire. Mi disse, però, che Paul, il papà era un po’ in pensiero, perché la situazione sembrava più difficile del previsto. Così Gloria mi disse “vai, vai a trovarlo al reparto maternità”. Arrivai da lui, trovandolo seduto un po’ rannicchiato su una panchina. Era solo e mi sedetti accanto a lui in silenzio, dopo averlo salutato solo con un cenno della testa. Ogni tanto ci guardavamo, come chi non sa cosa dire, e ci stringevamo nelle braccia. Passò molto tempo, e le infermiere andavano e venivano con alcuni bambini in braccio, ma non erano il nostro. Dopo oltre due ore di attesa, iniziai a pensare a una frase di augurio e conforto con cui congedarmi da lui. Ma proprio mentre gliela stavo per dire, lui mi anticipò dicendomi: “mi fa proprio piacere e mi tranquillizza che sei qui con me”. Così io non ebbi più il coraggio di lasciarlo e rimasi con lui. Aspettai come un qualunque altro papà lasciandomi contagiare dalla sua ansia.
Finalmente dopo molto tempo uscì un’infermiera. Guardava verso di noi con lo sguardo interrogante tenendo in braccio un fagottino. Paul fu più veloce di me e prese quel fagottino tra le braccia commosso. Anzi commosso è dire poco, ma non saprei descrivere quel momento di infinita felicità che contagiò anche me. Poi all’improvviso Paul si girò, mi venne incontro di slancio, tanto che io indietreggiai mentre lui avanzava. A un certo punto però mi fermai e allungai il collo per vedere dentro la coperta, da lontano. Ma lui, accostandosi sempre di più, sollevò quel fagottino e me la mise in braccio. Nemmeno io saprei dirvi la grazia e l’emozione che ho provato nel tenere quella vita nuova appena nata tra le braccia. Fu come un nuovo battesimo: una nuova vita che mi era stata donata in quel gesto, e pensai sorridendo dentro di me che ‘ero nella gioia’ come aveva detto Gesù perché era venuto al mondo… una donna, Gloria Marica.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cittadinanza italiana alla laicità

Voglio coniare un nuovo termine, mi si perdoni, il “lourdismo”, in nome dei treni di malati che ogni anno si recano a Lourdes credendo più ai miracoli che alla scienza.
Ora che Alfie Evans non c’è più a noi non resta che la tristezza di essere un paese alfiere del “lourdismo”.
Pro-life non è la linea di probiotici per mantenere l’equilibrio della flora intestinale. Pro-life è l’Italia vaticana che si cela, sempre latente, dietro ogni facciata politica che governi questo paese. Così, coerente con la battaglia contro l’eutanasia, questa Italia, codina e clericale, ha pensato bene di concedere al piccolo Alfie Evans la cittadinanza italiana pensando di impedire al governo britannico di staccare la spina per porre termine a una esistenza che nessuno mai augurerebbe ad alcun bambino.
Da noi la scienza non ha cittadinanza ma i miracoli sì, ti danno diritto alla cittadinanza italiana, non si capisce perché non quella vaticana, che è pure una città stato, come quelle di una volta, ma quando c’è da pagare è consigliabile che in nome della povertà della chiesa, siano gli altri a tirare fuori i soldi, a fare la carità cristiana, e, poi, in Vaticano stanno ancora facendo la colletta per saldarci l’Ici.
Non c’è vita che possa essere presa in ostaggio da alcuno, né in nome della fede, del papa o del Vaticano. Ma il governo del nostro paese ha deciso di farlo, violando la Costituzione e il rispetto della dignità umana, calpestando umanità e scienza insieme, in nome di un “lourdismo” che evidentemente è nel Dna degli italiani.
Non resta che chiederci quando in Italia sarà data la cittadinanza alla laicità.
È un vecchio vizio questo di essere la longa manu del Vaticano e di non farcela proprio ad essere una nazione laica, a vedere le cose a prescindere dal cattolicesimo masticato nell’infanzia con il catechismo, le prime comunioni e le cresime, che ancora rendono.
Un governo, incapace di dare lo ius soli ai figli degli immigrati nati in Italia, decide però di militare dalla parte dei movimenti pro-life, i più integralisti. Concede in tutta fretta la cittadinanza ad un piccolo che per compagna non ha altro che la morte, vivo o morto che sia, perché a chiederlo è il Vaticano con la sua corte dei miracoli, in nome di una concezione della vita che fa il paio con la croce, il calvario e la sofferenza, che non appartiene alla cultura laica di questo paese e che è un affronto ad ogni sensata, razionale concezione scientifica.
Non si trattava di salvare una vita, perché la vita di Alfie era già morte, per lui e per chi gli stava vicino, non sarebbe stato salvabile in alcun modo da una via crucis di dolore a cui nessun bambino può essere condannato in nome di un egoistico affetto dei genitori e di una fede religiosa che, anziché essere grazia e redenzione, è sacrificio crudele a quel Thanatos che tanto piace alla Chiesa, alla sua cultura, alle sue liturgie.
Vita e sofferenza che solo una sadica immaginazione religiosa possono giustificare come imperscrutabile disegno divino, come olocausto offerto al dio in espiazione del male prodotto dagli uomini nel mondo.
A raccontarlo ci sarebbe da vergognarsi, ma alla notizia ha dato risalto perfino il Corriere della Sera: mancano gli esorcisti, così a Palermo, sempre il Vaticano, che avrà pure a capo papa Francesco, ma che non abbandona il suo retrogusto di sagrestia, madonne lacrimose e barocchismo, ha aperto un corso per esorcisti con esperti di satanismo. La domanda di chi ricorre all’opera dell’esorcista è in aumento, una stima di mezzo milione di persone che ogni anno ne chiede l’aiuto.
Un paese che ha accettato di farsi complice della condanna di un bambino, fin dalla nascita, al dolore, senza altro orizzonte che una non vita crudele per lui e per gli altri, per sublimare nella sofferenza una mal concepita sacralità della vita.
Siamo al primitivismo dei cervelli, ai cervelli rettili che abitano le religioni, che rendono mortifera l’aria che respiriamo e che continuano ad avvelenare i pozzi di ogni conquista nel campo delle scienze, della cultura e dei diritti civili.
Preoccupa un paese che persevera a vivere in questo ibrido, che lo usa per punire il diritto e la libertà delle persone di decidere della propria vita e della propria morte, che se per caso dovessero appartenere a qualche dio, sono comunque cose che riguardano solo noi e nessuna altra coscienza suppletiva, Stato o Chiesa che sia.
Questa laicità semplice, elementare, nel secondo decennio del terzo millennio ancora spaventa, cosa, dunque, dovremmo pensare di noi stessi, delle nostre cittadinanze, arretrati come siamo dal punto di vista culturale e dell’evoluzione sociale su questi temi, che fiducia possiamo nutrire nel futuro nostro e del paese, quali rivoluzioni promettono i piazzisti del cambiamento dell’ultima ora?

luigi-negri

IL CASO
“Caro papa Francesco, il nostro vescovo non è misericordioso”: 300 i firmatari della lettera su Negri

La lettera è già arrivata in Vaticano. E il numero dei firmatari è sorprendente: in trecento, quasi tutti ferraresi, aderendo all’appello dell’associazione ‘Pluralismo e dissenso’, hanno sottoscritto la missiva rivolta a papa Francesco “per rilevare come le parole dell’Arcivescovo della nostra comunità di Ferrara, Mons. Luigi Negri, si discostino troppo frequentemente e su troppe questioni da quelle del Papa”. I firmatari manifestano il “diffuso e significativo senso di disagio sia fra i cattolici che fra i non cattolici”, dovuto alle frequenti esternazioni del vescovo, che “usa spesso parole non ispirate a misericordia e a carità ma, anzi, sembra, persino al loro contrario”.
La raccolta di firme è iniziata alla fine di novembre e in poco più di 15 giorni, attraverso il sito dell’associazione e il passaparola, si arrivati a una massiccia adesione. A testimoniare che le “affermazioni dell’Arcivescovo, distoniche quando non antitetiche addirittura” rispetto alle parole che si è soliti udire da papa Francesco, risultano “divisive” e generano sconcerto nella comunità ferrarese.
Conclusa la raccolta delle firme il 15 dicembre, la scorsa settimana la lettera è stata inviata in Vaticano: a papa Francesco, al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e a monsignor Nunzio Galantino, che della Conferenza episcopale italiana è segretario generale. Si attendono reazioni…

Il testo integrale della lettera è disponibile sul sito di Pluralismo e Dissenso [leggi]

Qui pubblichiamo il dossier che è stato spedito a papa Francesco [apri]

E qua puoi leggere l’articolo di Ferraraitalia in occasione del lancio dell’iniziativa [vai]

Ecco l’elenco completo dei firmatari:

Adriana Di Pietro
Alessandra Bertazzini
Alessandra Chiappini
Alessandra Talmelli
Alessandro carion
Alessandro Fusetti
Alessandro Malimpensa
Alessandro Vincenzi
Alessio Coletti
Alfredina Boldrini
alice aldrovandi
Alice Fogli
Alice pelucchi
Alice Vaccari
ambra ceccato
Amos Castaldini
Andrea Bandiera
Andrea Biolcati
Andrea Lazzari
Andrea Soloperto
Andrea Strocchi
Andreana Fioretto
Angela Luly
Anna Iacometti
anna lugaresi
Anna Maria Tagliati
Anna Rosa Pacchioni
Anna Toselli
Anna Zonari
Annalisa Sortini
Annamaria D’Ambrosio
antonella facchini
Antonella Pintarelli
antonietta marchetti
Antonio Fabbri
Barbara Mascellani
Barbara Strocchi
bartolomeo Zabato
Cristina Bencivelli
C. Maruzzi
Carla Lazzari
Carolina Maiocchi
Caterina Di Mitri
Caterina Ferrari
Cecilia Bandiera
Cecilia Chiappini
christian lucchiari
cinzia tebaldi
Claudia Bencivelli
claudia gradi
Claudio Capedri
Claudio Fabbri
Claudio Maruzzi
Claudio Mosca
Claudio Orsi
Corinna Vergara
Corrado Carletti
Corrado Padovani
Cosimo Alvati
Cristian Violani
Cristiana Sandri
Cristiano Zocchi
cristina Bovolenta
cristina carrara
Cristina Zanella
Daniela Camerini
Daniela Guidi
Daniela Peroli
daniela reginato
Daniele Cavallina
Daniele Droghetti
Daniele Lannini
Dario Capatti
Dario Giorgi
Dario Rocchi
Davide Albanesi
Davide Castaldi
Davide Ciriani
davide cotti
deila ferrari
Domenico Casellato
Domenico savio Seong
Donatella Lanuti
Elena Coatti
Elena Fornasari
Elisa Malerbi
elisa mazzoni
elisa soncin
Elisabetta Zapparoli
Emanuela Ghedini Maielli
Ennio Santolini
enrica casagrande
enrica moratelli
Enrica Villa
Enrico Barducco
Enrico Grandi
Erika Mantovani
Ernesto Arlotti
Ethel Guidi
Ettore Bandiera
Evolo Buosi
Fabiola Farina
federica bernagozzi
Federica gamberale
Federica Rossi
Federica Tosatti
Federico Mongardi
Felice Bruno
Ferdinando Origani
Filippo Marcello
Fiordalice Cenacchi
Flavia Lucarelli
Franca Guidi
Franca Parisotto
Francesca Pilitta
Francesco barigozzi
Francesco Cavalieri
Francesco Ganzaroli
Francesco Polesinanti
Franco Iannotta
Franco Zanotti
Gabriella Cavalieri
gastone bartoletti
Gelsomina Longobucco
Giacomo Roversi
Gian Paolo Benini
Gianna Stabellini
Gianoberto Gallieri
Gioacchino Leonardi
Giorgio Piva
giorgio santi
giovanna Vendramin
Giulia Gioachin
Giuseppe Fornaro
Giuseppe Giove
giuseppe gualandi
Giuseppe Luciani
Giuseppina Bertucci
Graziella Cervi
Guglielmo Russo
Guido Grisolia
Gustavo Collini
ilaria stecca
Irene Ferraresi
Irene Grassi
Irene Spagnolo
isabella stea
Ivana Cambi
Jean Gab
Jenny Giove
Laura Bregoli
Laura Chiappini
Laura Schlumper
leonardo bentivoglio
leonardo boarini
Leonardo Fiorentini
Lia Padovani
Lidia Bacilieri
lidia guidi
liviana rubbi
lorenzo bandiera
Luca Arlotti
Luca Battaglia
Luca Bianchi
luca Francesca
Luca Mercieca
luca putinati
Lucia Facchini
Lucia Marvelli
Luciano Romagnoli
Luigi Confessore
Luigi Grassi
M.Teresa Pistocchi
manuela salani
marcello cavicchi
Marcello Collini
Marcello Italiani
Marcello Piccolo
Marco Bellini
Marco Forlani
Marco Guarisco
Marco Paolo Previati
Marco Pareschi
Marco Pigozzi
Marco Segarini
Margherita Ascolano
Maria Antonietta Difonzo
Maria Calabrese
Maria carlotta Rossi
Maria Cavalieri
Maria Chiara Sabini
Maria De Stefani
Maria Elisa Campi
Maria Grazia Lonzi
maria raffaella mattioli
Mariella Mariotti
Marilena Lazzari
Marina Simoni
Marino Guidi
Mario Zamorani
Marisa Cecchetti
Marisa Toffanin
Marzia Sitta
Massimo Antonelli
Massimo Cariani
Maurizio Faggioli
Massimo Zanirato
Matteo Rescazzi
Mattia Vallieri
mauro ballola
Mauro Ferrari
Michele Alessandro Berselli
Michele Marinelli
Miriam Mariotti
Monica Barbieri
Monica Fabbri
Monica Malventano
monica soriani
Nadia Bisa
Orlando Pizzuti
Paola Artioli
Paola Borsetti
paola cavazzini
paola lodi
Paolo Mojoli
Paolo Niccolò Giubelli
Paolo Scopa
Pasquale Longobucco
paul anardi
pesce patriarca
pier giorgio
Pietro Patria
Pietro Ventura
Raffaello Berry
Renzo Macchioni
riccardo ferraresi
Riccardo Isoli
Riccardo Viaro
Roberta Elmi
Roberta santini
Roberto Buso
Roberto Ghetti
Roberto Mazza
Roberto Zaccaria
Roberto Zaccaria
Rodolfo Calzolari
Romeo Savini
Rosanna Constantini
Rosanna Maini
rosanna piva
salatore musacchia
Salvatore Cumia
Samantha Pullara
Sante Cavallini
Sara Calzolari
Sara Congorti
Sarà Franesi
Sergio Caselli
Sergio Frivoli
Sergio Gessi
sergio gnudi
Sergio Guglielmini
Silvana D’Errico
Silvia Cantelli
silvia mantovani
silvia pazzi
Silvia Peretto
Silvia Pulvirenti
Silvio Faria
Silvio Soffritti
Simona Bersanetti
simona massaro
Simona Travagli
Simone Totareo
Stefano Aspettati
Stefano Droghetti
Susi Bertasi
Liana Vaccari
teresa bazzani
Teresa Grassi
Thiago Santos
Thomas Pifferi
thomas stecca
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