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PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

FANTASMI
Le fosse comuni dei bambini nativi:
un altro massacro coperto dal silenzio

 

‘Silenzio assordante’ è un ossimoro che non vale per la breve attenzione che i media hanno dedicato ai recenti fatti che riguardano i nativi del Canada.
E’  invece ‘silenzio e basta’, senza eco né conseguenze, che rischia di far cadere nell’oblio una tragedia che meriterebbe ben più interesse.
Una notizia di cronaca che ha occupato le pagine di tutti i giornali per un giorno solo per poi passare ad altro. Quattro chiese cattoliche che bruciano subito dopo i ritrovamenti dell’orrore, una serie di tombe di bambini senza nome, raccapriccianti fosse comuni con ciò che rimane di giovani corpi, e i fantasmi che tornano dal passato, da una lunga storia di soprusi, violenze, nefandezze.
Con 761 poveri resti nella provincia di Saskatchewan, altri 215 in quella di British Columbia, si sono riesumati anche i ricordi di fatti abominevoli e si è scatenata una reazione devastatrice come, si presume, l’incendio dei luoghi di culto di Kamloop, Chopaka ed altri.

Il collegamento tra i fatti del passato e quelli di cronaca attuale sono al vaglio della polizia, che indaga anche sulle cause e i tempi dei decessi. Un passato pesante e scomodo che affonda le sue radici nel 1800, quando ebbe inizio la pratica di sottrarre i figli dei nativi alle famiglie, per inserirli coercitivamente nelle boarding schools, scuole residenziali, volute dal governo e affidate in gestione ai religiosi cattolici per oltre il 70% delle strutture.
Lugubri pensionati sovraffollati in cui vennero iscritti 150.000 giovani e bambini indigeni delle etnie Inuit, Metis ed altre minoritarie, come racconta il giornale Montreal Star agli inizi del 1900. Lo stesso quotidiano riportava come il 42% di essi morisse prima di aver compiuto 16 anni per malattia, privazioni, maltrattamenti, stenti, abusi sessuali, denutrizione e assenza di cure. Molti i bambini intorno ai 3 anni di età.
Tra le malattie che imperversavano, dominava la tubercolosi che trovava terreno facile in condizioni di tale degrado. Non solo gli ammalati non venivano curati o venivano assistiti in modo insufficiente, ma venivano deliberatamente mescolati ad essi anche bambini sani con effetti di morte diffusa. Questa rete di collegi aveva la funzione di ‘rieducare’ le giovani generazioni native alla nuova cultura coloniale e proseguirono il loro operato per buona parte del XX secolo (l’ultima scuola a chiudere i battenti lo farà nel 1978, dopo numerose proteste e manifestazioni di piazza).

Un’operazione di acculturazione violenta, di assimilazione strutturata e pianificata da una legge, la Federal Indian Act del 1874 che ribadiva l’inferiorità legale degli indigeni e istituiva le scuole residenziali di rieducazione, rigettando ogni responsabilità obbligando le famiglie a firmare per la tutela dei figli. Un sistema che permetteva impunità e lasciava ampio margine ad azioni di ogni tipo.

Alla morte dei giovani venivano trasferiti all’istituto i loro beni, come i terreni, proprietà che venivano rivendute alle multinazionali del legname. Nel 1933, la Sterilization Law diede l’avvio alla sterilizzazione forzata applicata a molti bambini e bambine delle residential schools, oltre che agli indigeni adulti, legge tuttora in vigore.
Già nel 2008 il Primo Ministro canadese Stephen Harper porse ai nativi le scuse ufficiali del governo e lo ha fatto ai giorni nostri il premier Justin Trudeau. Una delegazione di Indiani Metis e Inuit partirà dal Canada a dicembre e incontrerà il Pontefice a Roma dal 17 al 20. In quell’occasione inviteranno il Pontefice nelle loro terre di origine, attendendo le scuse della Chiesa. Gesti di riappacificazione, di assunzione di responsabilità, di ammissione di una colpa che la Storia conserverà tra le pagine più buie e vergognose, bagnate dal pianto di quei bambini.

Roma, basilica san pietro, vaticano, chiesa (Pixabay)

Da Porta Pia a via della Conciliazione:
Vaticano e laicità del pensiero.

 

Ognuno è libero di credere che esiste un essere superiore, solitamente definito ‘dio’, che ha creato il mondo e l’umanità; che esistono donne, solitamente chiamate ‘madonne’, che hanno partorito senza che il loro imene sia stato violato e ad ogni altro immaginifico e miracolistico prodotto del suo pensiero. Libero, senza per questo essere sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio.

Ciò che però diventa patologico è quando si pensa che tutti dovrebbero pensarla allo stesso modo e che il mondo intorno a noi dovrebbe conformarsi ai nostri pensieri. Questa esaltazione della mente, tipicamente umana, è quella che ha prodotto la storia dei conflitti sulla Terra.
Pare impossibile che la coabitazione non possa fondarsi sulla laicità del pensiero, vale a dire su un pensiero di popolo, che consenta di vivere insieme da popolo. La regola che tutto ciò che è fuori della realtà è affare solo tuo, senza che per forza debba coinvolgere tutti gli altri.

Le grandi mitologie sono il prodotto dell’affabulazione umana ed è già capitato, qualche secolo fa, che la grande narrazione abbia dovuto cedere il passo alla scienza, che è il nostro modo di conoscere, attraverso la ricerca del sapere, che è la scoperta dell’ignoto.

Ora, che il Vaticano cavi fuori il Concordato [Qui] per dire che a loro – quelli del giudizio universale, dell’Eden e della mela, di Adamo ed Eva, che evidentemente forse erano eterosessuali, vallo a sapere – un disegno di legge di civiltà, di civiltà di un popolo, non gli va bene perché collude con il loro pensiero che loro chiamano ‘catechismo’, dovrebbe come minimo, in un paese normale, suscitare movimenti di protesta, digiuni radicali, sit-in, no-Tav, no-global, Centri sociali e Cinque Stelle anti-sistema, sinistre radicali in rivolta.

Invece no, perché nel nostro pensiero collettivo è previsto che la chiesa cattolica dica la sua e che sia ascoltata. Tutti abbiamo avuto da qualche parte una madonna che piange, un Padre Pio che sanguina o un San Giuseppe da Copertino che vola, abbiamo pure avuto il presidente del Consiglio nipote di un frate cappuccino. La nostra è cultura umanistica, chiesastica e gesuitica, dove laicità e scienza vengono sempre dopo e non necessariamente. Chi c’è che non sia battezzato a prescindere, non si sa mai che se muori vai a finire al Limbo, che non sia cresimato o che abbia fatto la comunione, perché tutti i suoi compagni di classe l’hanno fatta? Un rigurgito di indignazione che nel ventunesimo secolo la Chiesa possa ancora interferire nella vita di un popolo, questo no!

Dialoghiamo, cerchiamo di capire, c’è il Concordato, le scuole cattoliche potrebbero perdere i soldi che Luigi Berlinguer [Qui] gli aveva promesso, in nome del compromesso tra scienza e fantasia.
Lo stesso compromesso per cui nelle nostre scuole si può insegnare il creazionismo e l’evoluzionismo, si può essere uno stato a-confessionale e garantire l’insegnamento della religione cattolica, pagando noi di tasca nostra gli insegnanti di religione nominati da loro, cioè dalla Curia, garantendogli la stessa carriera scolastica degli altri insegnanti. Si può essere uno Stato laico e tappezzare le pareti delle aule giudiziarie e delle aule scolastiche con il crocifisso.

La cosa che non si può più tollerare però è questa farsa di uno Stato che continua a fingersi laico e pure ci crede. Uno Stato che è lo specchio di un paese opportunisticamente cattolico a cui evidentemente conviene sempre la scommessa di Pascal, non si sa mai che poi dio ci sia, tanto vale credergli, male che vada rischi il nulla, ma non le conseguenze della sua ira. Un paese in cui puoi condurre un’intera vita da ateo praticante, ma poi quando muori ti portano il feretro in chiesa e ti celebrano la messa dei defunti, un paese nel quale per le corsie degli ospedali gira il prete con l’estrema unzione.

Ci si scandalizza della sorte della ragazza pakistana Saman Abbas, ma si trova normale che la Chiesa rivendichi la sua libertà di pensiero, pretendendo di ridimensionare la nostra. Un pensiero fondato sui miti delle sacre scritture, su Sodoma e Gomorra, reclamando il diritto di allevare generazioni di bambine e di bambini sul racconto della loro novella, la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.

Non c’è giorno e non c’è telegiornale che riporti le parole del Papa, sempre più chiamato ‘papà’, per familiarizzare l’orecchio dei fedeli, gesuita rivoluzionario quasi ‘comunista’, ma al dunque sempre papa, gesuita della santa chiesa cattolica, apostolica e romana.
Sarebbe il caso che da Porta Pia si tornasse a percorrere la via della Conciliazione, accordandosi che ognuno si fa i fatti propri senza note verbali del Vaticano e senza Concordati, che di questi tempi global sono tanto demodè.

Se la giornata nazionale contro l’omofobia e l’educazione gender disturbano le scuole cattoliche che problema c’è? O la FIDAE, la federazione nazionale delle scuole cattoliche e l’AGeSC, l’associazione genitori scuole cattoliche, pretendono la botte piena e la moglie ubriaca? Guarda caso, come poi i problemi di fede, le coerenze con la propria identità di credo finiscono con il ridursi a una questione di soldi, di vile pecunia.

Perfino uno Stato laico, si fa per dire, come il nostro, nel riconoscere la parità, richiede che di parità vera si tratti. Diversamente le scuole cattoliche, che non possono rinunciare alla loro connotazione dottrinale, lo facciano pure liberamente, ma senza nulla chiedere e pretendere dalla mano pubblica. E poi che sarà degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole dello Stato, faranno l’obiezione di coscienza? Bene, finalmente porteremo la religione cattolica fuori dalle nostre scuole. Aspettiamo che il papa comunista ci dia una mano, o che il nostro Stato raddrizzi la schiena della sua laicità?

Quando si dice che il Partito Democratico ha perso la sua identità. Allora suggeriamo a Letta di aggiungere alla tassa di successione, allo Ius soli, il ritorno ad un’autentica cultura laica nelle nostre scuole, facendo uscire, a partire dalle scuole dell’infanzia, l’ora di religione, senza compromessi e pasticci come la storia delle religioni e quant’altro, anche questa sarebbe una battaglia di grande civiltà. Forse il minimo per una cultura autenticamente laica, che ha bisogno di intelligenze libere dall’inganno dei miti e sempre più bisogno di scienza, come ha dimostrato il nostro fianco rimasto scoperto di fronte al pericolo imprevisto.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

papa francesco

La deriva dei cattolici americani:
l’ultimo libro di Massimo Faggioli presentato all’Ariostea

 

massimo faggioli  Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti è il titolo dell’ultimo libro scritto da Massimo Faggioli (2021), presentato in Biblioteca Ariostea lo scorso 28 maggio su iniziativa dell’ Istituto Gramsci e di Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.
Un libro pensato e scritto per il pubblico italiano – ha detto l’autore – ma che nel frattempo ha avuto richieste in corso di traduzione in inglese e francese.
Nella riflessione dello studioso ferrarese che insegna alla Villanova University negli Usa (Philadelphia), si intersecano diversi piani di analisi: Biden, cattolicesimo e Chiesa statunitensi; Biden-papa Francesco e Vaticano; e infine papa-Santa sede e cattolicesimo-Chiesa Usa.
Temi fortemente intrecciati, ma che vanno anche presi singolarmente perché ciascuno rappresenta una variabile sulla complicata scacchiera del mondo cattolico oltreoceano, per il quale è difficile fare previsioni sulle mosse future e sui relativi esiti.
Il motivo per il quale è utile mettere a fuoco la scena cattolica statunitense è perché si tratta della Chiesa più grande e influente e destinata, quindi, ad avere un ruolo ancora trainante su scala globale.

Le elezioni presidenziali del novembre 2020 hanno visto prevalere il candidato democratico Joe Biden, secondo presidente cattolico dopo John Kennedy, sul repubblicano Donald Trump. Per tanti aspetti non è stata una tornata elettorale qualunque. A cominciare dal fatto che Trump fino all’ultimo ha cercato di contestare l’esito del voto, affermando ripetutamente che l’elezione era stata rubata dai democratici.
Una tensione crescente, culminata il 6 gennaio con la protesta inscenata dai sostenitori del presidente uscente a Washington, dove nel palazzo del Campidoglio era prevista una seduta congiunta di Camera e Senato per ratificare l’elezione di Joe Biden.
Il bilancio di cinque morti e centoquaranta feriti la dice lunga se sia stata una farsa o qualcosa di molto peggio. Ne parla diffusamente il direttore de Il Mulino. Mario Ricciardi, nell’ultimo numero del trimestrale da lui diretto (1/2021), il cui titolo, Guarire le nostre democrazie, ha tutta l’aria di essere un autorevole e inquietante campanello d’allarme.

Ma è sulle caratteristiche del voto cattolico che si concentra l’attenzione di Massimo Faggioli.
Un voto spaccato in due – fra democratici e repubblicani – indice di una radicalizzazione che è in primo luogo culturale e teologica.
Una polarizzazione tra posizioni, la cui sponda Trump ha ripetutamente cercato e alimentato per alzare il livello di scontro, a sua volta funzionale alla sua azione politica.
La narrazione del complottismo e del cospirazionismo ha contribuito a dare un volto ai nemici del popolo americano e, allo stesso tempo, a rafforzare il programma di America first. Una sorta di reazione alla fine del secolo americano, facendo leva sull’orgoglio nazionalista, suprematista e nativista e sul mito di una nazione la cui missione globale è intimamente sentita come iscritta nel piano divino.
Così The Donald è stato visto come il nuovo Costantino, o Ciro di Persia che permise il ritorno del popolo ebraico nella terra promessa.
Un disegno in cui motivi politici (con forti tinte illiberali) e religiosi si cercano e si alimentano a vicenda in un tempo scosso dalle paure, nel quale schiere consistenti di consenso – specie le più fragili e indebolite – trovano rifugio nella nostalgica e securitaria riproposizione di un prestigio minacciato dal complotto di un presente e futuro ricchi d’incognite.

Un celebre saggio de La Civiltà Cattolica (14/2017) puntò il dito sull’ “ecumenismo”, inteso come congiunzione tra fondamentalismo evangelicale e tradizionalismo cattolico.
Se, come dice Faggioli, quel disegno può dirsi fallito su scala globale (l’attivismo in terreno europeo dell’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon), con la vittoria del cattolico Biden l’analogo tentativo può dirsi stoppato sulla scena statunitense, ma non definitivamente sconfitto.
I motivi sono profondi e fanno leva su un lungo tragitto teologico e pastorale interno alla Chiesa Cattolica, in un arco di tempo che percorre i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (1978-2013).
Le nomine dei vescovi, molti dei quali ancora al loro posto, e la prolungata insistenza di un magistero sui temi etici e sulle questioni pro-life (aborto, principi non negoziabili, omosessualità), hanno di fatto favorito il transito di Chiesa e cattolicesimo statunitensi da posizioni conservatrici verso un vero e proprio tradizionalismo. Il risultato è la radicalizzazione di uno scontro che progressivamente toglie spazio all’area più dialogante, statisticamente sempre più occupato da chi cerca di proposito gli spigoli e gli argomenti della sfida.

Parte significativa di vescovi e clero – sulla scorta delle culture wars e delle wafer wars (ossia la negazione dell’ostia eucaristica ai democratici Kerry e Biden per le loro posizioni sull’aborto) – se da un lato non hanno nascosto le loro simpatie per Trump, sul versante ecclesiale da tempo manifestano apertamente la loro irritazione verso l’attuale pontefice, che di fronte all’urgenza dei tempi si presenta con le armi spuntate della misericordia, del dialogo e della tenerezza.
Questa contrapposizione tra due opposti, afferma Faggioli, “è entrata nell’anima del cattolicesimo Usa”, al punto che sono usate con frequenza espressioni come “scisma morbido” e “nuova vandea”.
E così, in terreno religioso il partito di Dio resta quello repubblicano, mentre in quello specifico cattolico si rafforzano le posizioni che, in nome della Tradizione, arrivano a mettere in discussione persino la legittimità di papa Francesco (l’accusa di sedevacantismo), per un successore di Pietro che finisce per mettere in discussione l’identità cattolica. Un pontificato, quello dell’argentino Bergoglio, colpevole di decentrare l’asse geopolitico e pastorale della Chiesa dall’anglosfera e dall’Occidente, verso le periferie del mondo. Il tutto sulla lunghezza d’onda del concilio Vaticano II, parimenti messo sul banco degli imputati dal fronte tradizionalista, che per la prima volta arriva a contestarne non solo interpretazioni e aperture, ma gli stessi documenti.
Nella tregua rappresentata dalla vittoria del settantottenne Biden (l’ultimo dei cattolici adulti, lo definisce Faggioli) rispetto al clima da culture wars, è però ancora difficile dire cosa ci si può aspettare nel rapporto con papa Francesco.
Se per un verso la Casa Bianca potrà trarre ragionevole vantaggio da un raffreddamento della temperatura sulle questioni etico-sessuali sulla sponda vaticana, su questo stesso fronte papa Francesco dovrà continuare a usare la massima prudenza per salvaguardare gli equilibri interni ecclesiali sempre più delicati.
D’altro canto, permangono non pochi punti di incertezza nel rapporto Chiesa di Roma-Biden sul versante del magistero sociale (le encicliche Laudato sì e Fratelli tutti), se si considera che papa Francesco sta mettendo nel mirino nella sua essenza un modello di sviluppo (per sette volte definito irresponsabile nella Laudato sì), che tuttora rappresenta il principio organizzativo del modello geopolitico americano per antonomasia di libertà, ricchezza, sviluppo e benessere.

INFALLIBILE?
La domanda scomoda di Hans Küng

Meno di un mese fa, il 6 aprile, è morto all’età di 93 anni Hans Küng. Nato in Svizzera (1928), teologo, prete, perito conciliare, docente universitario, con la sua scomparsa, scrive Antonio Ballarò (Il Mulino online, 8 aprile 2021), se ne va “un largo frammento di storia della Chiesa e del secolo che ereditiamo”. Franco Valenti (settimananews.it, 11 aprile 2021) lo descrive come “probabilmente uno dei teologi più letti dalla ‘gente’ – laici e credenti – negli ultimi 50 anni”. Per la sua ricerca teologica, ricorda Sergio Ventura (Vinonuovo.it, 11 aprile 2021), si è guadagnato gli appellativi di progressista, scomodo, controcorrente, critico, ribelle e addirittura di eretico.

È bene sgomberare il campo dall’ultimo termine: gli fu tolta nel 1979 la cattedra di teologia dogmatica, ma non venne mai sospeso a divinis, né scomunicato. Di conseguenza, in base al Codice di Diritto Canonico, non è possibile giudicarlo eretico.
Anche l’appellativo di “critico della Chiesa o del papa”, puntualizza Thomas Jansen (settimananews.it, 20 marzo 2018), era motivo di “suo grande dispiacere”.
Più appropriata sembra la definizione di chi si è sempre mosso sulla linea di confine, dove si incontrano, mescolano, confrontano e scontrano il dentro e fuori, l’identità e l’alterità. Quella linea sottile lungo la quale cercare di riannodare legami spezzati. “Un cammino di ricerca – prosegue Ventura – che si può riconoscere e bene-dire senza necessariamente approvarne tutti i tornanti e tutti i traguardi”.

Ma perché il suo nome è ancora noto come ‘il caso Küng’?

Non è per niente facile condensare in poche righe il succo di un dibattito teologico durato una vita intera. A titolo di esempio, scrive ancora Valenti, la sola editrice Herder Verlag: “lo ha onorato con la pubblicazione di 24 volumi della sua produzione teologica: un tributo riservato a pochissimi testimoni chiave del ‘900”.
Già la sua tesi di dottorato (1957) gli valse una prima attenzione del Sant’Uffizio (poi Congregazione per la dottrina della fede): scheda protocollata col numero 399/57/i. Con quella dissertazione Küng sosteneva, con Karl Barth, che la dottrina della giustificazione in campo riformato non era da ritenere in contrasto con quella cattolica, “non c’è separazione nella fede”, scrive Rosino Gibellini (La teologia del XX secolo, 1992).

Di fatto, 42 anni dopo, nel 1999 fu firmata ad Augusta la Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla dottrina della giustificazione, lo storico documento siglato dal capo del dicastero vaticano per l’Unità dei cristiani, cardinal Kasper, e dal segretario della Federazione luterana mondiale, pastore Noko, fortemente voluto da papa Giovanni Paolo II con il consenso del card. Ratzinger. Dichiarazione confermata a inizio 2021, con l’aggiunta di metodisti, anglicani e riformati.
Per farsi un’idea dell’importanza teologica del tema, basti pensare che ha impegnato per due millenni intelligenza e genio di personaggi del calibro di San Paolo (Lettera ai Romani), Sant’Agostino, San Tommaso, Lutero, fino al grande teologo protestante Karl Barth.

A costo di rischiare la banalità, si può dire che giustificazione è l’azione con cui Dio rimette i peccati, riammettendo gli uomini in uno stato d’innocenza causata da Dio. Azione confermata e rinnovata da Cristo, per il quale essere giustificati significa diventare partecipi della sua morte e risurrezione, nell’itinerario sacramentale del battesimo. Due aspetti caratterizzano, dunque, la giustificazione: quello negativo della remissione dei peccati e positivo della creazione dell’uomo nuovo.
Per lungo tempo si è disquisito, specie sulla scorta di Lutero, se la giustizia di Dio, per la quale si diventa giusti per grazia, sia una giustificazione dell’uomo pienamente nuovo, oppure se sia un’azione di carattere forense che ripulisce dai peccati ma permanendo la condizione di peccatori.

Il punto di Barth (protestante) e di Küng (cattolico), è di considerare le due posizioni dottrinali –  riformata che pone l’accento sulla condizione umana di peccator e cattolica dell’intima trasformazione dell’uomo iustusnon come inconciliabilmente distanti, ma due approcci teologici – dal basso e dall’alto – in un certo senso riconciliati dall’azione unificante della grazia come pieno ed esclusivo dono, fonte divina che trasforma.

Gli anni ’60 vedono Hans Küng partecipare al Concilio Vaticano II (1962-1965) in veste di perito, cioè esperto, conciliare. Dell’assise convocata da papa Giovanni XXIII – ricorda Ballarò – ”confesserà la sua parziale delusione per i risultati ottenuti”, resistendo anche all’invito di far parte della Commissione teologica.
Anni che coincidono con un’intensa ricerca ecclesiologica, che – scrive Gibellini – “ha il suo punto più espressivo in La Chiesa (1967) e il suo momento più polemico in Infallibile? Una domanda (1970)”. Ricerche che lo videro entrare di nuovo nel mirino vaticano sui punti caldi della collegialità e democrazia nella chiesa.

Ma è con il libro del 1970 che la temperatura si alza. Küng affronta il tema elettrico dell’infallibilità del papa (definita al concilio Vaticano I, cent’anni prima). Lo affronta con il suo stile pungente, affermando, come scrive Jensen, “che non poteva essere dedotta né dalla Bibbia né dalla Tradizione” e rincarando la dose sul fatto che “alcune decisioni del papa nella storia della Chiesa, a suo parere, erano degli evidenti errori”.
Con un’analisi sul Nuovo Testamento, Küng aveva già prospettato in La Chiesa una soluzione ecumenica dello spinoso problema del primato: se di servizio, e non di potere, non è contrario alla Scrittura. La proposta è quindi per una rinuncia del potere di Pietro per un servizio di Pietro.

Ora, sull’infallibilità, su cui torna nel 1973 con Fallibile? Un bilancio, la proposta è per una chiesa complessivamente indefettibile, che non cade in difetto. In altri termini, una chiesa che, al netto degli errori, non viene meno, ma non a motivo di proposizioni a priori infallibili. Alla stregua della Bibbia, per la quale non si può parlare di un’inerranza proposizionale.
Inevitabile fu il dibattito in ambito teologico. Ad esempio, per Yves Congar, altro gigante della teologia del Novecento, pur apprezzando l’indagine sulle fonti bibliche, l’indefettibilità era un concetto poco convincente. Figurarsi dentro le mura vaticane. La Congregazione per la dottrina della fede, infatti, aprì una procedura che arrivò a un richiamo pubblico nel 1975. Nonostante l’opera di mediazione attribuita al card. Julius Döpfner (fra i più attivi in concilio e al quale era legato personalmente), con il libro Essere cristiano (1974) la misura fu colma, con alcuni passaggi – dalla divinità di Cristo, alla nascita verginale, fino all’eucaristia – finiti sotto la lente d’ingrandimento della Santa Sede.
Il risultato fu il ritiro vaticano nel 1979 della licenza d’insegnamento nell’università di Tubinga, in cui insegnò Ratzinger, dalla quale Küng, però, ottenne in seguito una cattedra di teologia ecumenica indipendente.
In questo nuovo ruolo si dedicò al dialogo tra le religioni, passando dal dialogo interconfessionale a quello interreligioso. Suo fu il progetto Weltethos, ossia per un’etica globale, con la creazione dell’omonima Fondazione da lui presieduta.

Significativo è stato il suo rapporto con alcuni pontefici.
Con Giovanni Paolo II, scrive Francesco Strazzari (settimananews.it, 7 aprile 2021), i rapporti partirono subito in salita a causa di un articolo che Küng scrisse un anno dopo l’elezione di Wojtyla (avvenuta nel 1978), patito dal pontefice come un colpo basso e che pare all’origine del precipitare degli eventi fino al ritiro della cattedra di Tubinga. Nel 1989, infatti, disse in proposito il card. Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca: “ho seguito mese dopo mese l’evoluzione del caso Küng. Nel 1975 veniva ammonito e lo si invitava a rivedere le sue posizioni. Non capisco perché abbia ripreso quelle stesse posizioni riaffermandole, anzi, enfatizzandole, con una sfida imprudente”.
Di Benedetto XVI, suo ex collega a Tubinga, va detto che nel 2005 volle riceverlo a Castel Gandolfo. Un colloquio durato quattro ore, sintetizzato in un comunicato che, sostenne Küng, fu redatto dallo stesso pontefice.
Di riconciliazione si può parlare con il pontificato di Bergoglio. Più di tutto, forse, vale il gesto di papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Kenya nel 2015, quando ai rappresentanti musulmani disse: “Nessuna pace tra le religioni è possibile senza un dialogo tra le religioni”. Le stesse parole di Hans Küng nel suo programma ecumenico per un’Etica Globale: “Non vi può essere convivenza umana senza un ethos mondiale delle nazioni; non vi può essere pace tra le nazioni senza la pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni senza un dialogo tra le religioni”.

UN ILLUMINISTA IN SICILIA
Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita

Non so se in questo 2021, in occasione del centenario della nascita (8 gennaio 1921), Leonardo Sciascia, le sue opere e il suo pensiero libero, verranno celebrati come meriterebbero. Del resto, se Sciascia non è diventato un evergreen, un classico come Italo Calvino, la ‘colpa’ è in buona parte dello stesso Sciascia: protagonista della scena letteraria e politica dell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, ma sempre all’opposizione, inorganico a qualsiasi parte o partito. Un personaggio che non si accomodava a nulla, seguendo solo due stelle interiori: l’acutezza del suo pensiero e della sua lingua, e insieme, il suo grande e sconsolato amore per la sua terra. Per queste ragioni Ferraraitalia ospita con piacere – confidando sia solo il primo di altri contributi – l’intervento di Sergio Reyes, einaudiano e siciliano come Leonardo Sciascia.
(Francesco Monini)

“La Rivoluzione francese ha dimostrato che restano sconfitti coloro che perdono la testa”. Questo aforisma di Stanislav Jerzy Lec descrive in modo sintetico una delle differenze che distinguono la nostra cultura da quella francese.
La ghigliottina, a parte la sua spietatezza, propone una irreversibile cesura fra il ‘prima’ e il ‘dopo’: è infatti problematico rimettere al suo posto la testa del condannato dopo che la lama del boia l’ha staccata dal resto del corpo. Nel nostro cattolicissimo paese, fra gli altri, esiste un sacramento che viene elargito con grande generosità: la confessione. Il successivo pentimento e il perdono conseguente tornano a rendere immacolato il peccatore.
Come dice la Lucia manzoniana “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”.

Questo percorso un po’ tortuoso ha permesso a tanti politici, sia della Prima che della Seconda Repubblica, ma anche a tanti mafiosi o delinquenti comuni di ritornare vergini nelle braccia amorevoli della Chiesa cattolica. Forse anche per questo, e non solo per la loro inattendibilità, Leonardo Sciascia ha sempre guardato con diffidenza e forte pregiudizio al fenomeno dei pentiti.
Lo scrittore siciliano ha sempre avuto un rapporto molto intenso con la letteratura francese e in particolare con Parigi e non ha mai fatto mistero della sua discendenza culturale dall’Illuminismo.
Io non sono né un critico letterario né un esperto di politica o di sociologia, ma da privato cittadino sento il bisogno di manifestare una mia inquietudine.
Oggi, basta ascoltare un telegiornale, vedere un qualunque talk-show o aprire le pagine di un giornale e perfino sentire parlare le persone per strada o al bar per rendersi conto che viviamo in un mondo di verità preconfezionate e date per scontate e come queste vengano scandite quasi sempre sotto forma di slogan.
In particolare il linguaggio della politica, e soprattutto dei politici di professione, utilizza un vocabolario di poche centinaia di parole e queste, combinandosi fra loro in poche unità, vanno a costituire un puzzle che potrebbe avere come titolo “il non pensiero”.

Una voce come quella di Sciascia sarebbe oggi preziosa non solamente per la sua dirittura morale, ma anche per il suo approccio laico alla ricerca della verità, in quanto non viziato da pregiudizi di qualunque natura. Ha ragione Vittorio Alberti quando, nel suo recente libro Non è un paese per laici, afferma che Sciascia è sempre stato all’opposizione.
Lo è stato nel senso che si è sempre posto di fronte a qualunque enunciato indagando sul suo contrario e cercando una verità terza. Questo è stato un suo metodo di lavoro e, prima ancora, un suo modo di pensare. Lo si riscontra nelle sue opere di narrativa e, ancor più, in quelle di saggistica.
In questa prospettiva il suo libro più rappresentativo è forse L’affaire MoroLa sua indagine, svolta con la puntigliosità dello storico che esamina le fonti, si arricchisce di una pietas e di una passione che sono proprie del letterato e il suo approccio, oltre che laico, è prima di tutto ricco di umanità.
A margine del suo libro Sciascia diceva che la peggiore condanna che Moro avrebbe potuto avere dopo la sua morte sarebbe stata quella del silenzio. Pensiero questo già espresso qualche anno prima da Pier Paolo Pasolini, che vedeva nella ‘indifferenza’ uno dei mali peggiori della nostra società.
A questo proposito Sciascia sottolineava che questo allarme egli lo aveva già dato, “più sommessamente”, mentre Pasolini era in vita ed ora sentiva il bisogno di esprimerlo ad alta voce.

Dal punto di vista del lettore è importante quanto uno scrittore riesce a dire anche dopo la sua morte e quali interrogativi riesce a  sollecitare.
Forse non è un caso che nel 1964 Jean Paul Sartre non abbia accettato il premio Nobel motivando il rifiuto col fatto che solo a posteriori, dopo la morte, fosse possibile esprimere un giudizio sull’effettivo valore di un letterato.
Le indagini svolte da Sciascia  nei suoi romanzi polizieschi, sono sempre svolte all’insegna del dubbio e, non raramente, al contrario di quanto di solito avviene nei gialli, il dubbio rimane non risolto fino alla fine del racconto.
Rivelatore a questo proposito quanto Sciascia scrive di se stesso a proposito del  Consiglio d’Egitto: “volevo, insomma, assumere quel fatto del senno di poi; conferirgli – con sufficiente ambiguità e leggerezza – una forza allusiva, ma un significato sull’attualità, sul presente: sul nostro presente. È un modo per non pacificare il lettore, per lasciarlo con una sorta di inquietudine.
Esemplare in questo senso il finale di Todo Modo. Già l’ambientazione della storia è emblematica, tipica del “detto e del non detto”. La vicenda si svolge all’interno dell’eremo di Zafer, ma sembra di poter riconoscere in esso l’Hotel Emmaus, il mostro edilizio costruito dalla Chiesa e che, dopo avere deturpato irrimediabilmente il lato nord dell’Etna, è visibile da decine di chilometri.
Durante gli Esercizi spirituali che si svolgono al suo interno accadono una serie di omicidi e per gli investigatori la matassa della vicenda pare insolubile; in chiusura non viene rivelato chi ha commesso i vari omicidi e l’eremo-albergo viene sgomberato. Lo stesso narratore fra l’altro, paradossalmente, si “dichiara colpevole” del delitto.
La verità è sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo nessuno la vede. Un’attenta lettura delle ultime pagine permette al lettore di avanzare ipotesi sulla soluzione dell’enigma.

La cultura popolare è una delle strade maestre percorse da Sciascia nella costruzione dei suoi romanzi e soprattutto dei suoi saggi. Ad essa lo scrittore guarda non solo con l’interesse dello studioso del folklore e del demologo, ma anche con umorismo e ironia. Una ironia sempre sotto traccia, mai esposta, affinché il sorriso non sconfini mai in aperta e scomposta risata.
Nel suo breve elzeviro L’ordine delle somiglianze scrive: “… C’è in proposito, in ogni paese siciliano, una ricca tradizione: e quasi sempre riferisce del Cristo che, padre della ragazza che fa la Madonna o la Maddalena, vede dall’alto della croce l’apostolo Giovanni stringersi un po’ troppo a confortare la dolente; e dapprima ammonisce, poi si stacca dalla croce e scende bestemmiando alle cosiddette vie di fatto.”

Leonardo Sciascia con amici a Racalmuto (Wikimedia Commons)

In questo sguardo semiserio Sciascia si serve anche della penna di altri.
In  Feste religiose in Sicilia scrive “Tra il Cinquecento e il Settecento … le popolazioni andavano per le spicce nei riguardi dei patroni. Scrive il Pitrèé: “codesti patroni non sono stati sempre gli stessi. Una occasione qualunque, un infortunio, una pubblica calamità, bastarono per soppiantare con un nuovo il vecchio patrono; e devoti, con armi e bagagli, passarono sotto la protezione di esso. Così vediamo come in un caleidoscopio Santa Rosalia sostituire Santa Cristina, e alla sua volta essere sostituita in Vittoria da San Giovanni Battista… messo da parte in  Gioiosa per San Nicolò di Bari e in Butera per San Rocco, che in Pietraperzia viene dimenticato per la Madonna della Cava. San Nicolò vince in Nicosia, però perde in Noto… Santa Caterina, nel Comune omonimo in provincia di Caltanissetta, scalza San Giulio, ma cede alla Madonna delle Grazie …”. A me par di vedere Leonardo Sciascia che, attraverso le pagine di Giuseppe Pitré, ascolta divertito, ma anche molto interessato, la radiocronaca dell’arrivo di una tappa del giro d’Italia.
E  per dare maggior credito ad una affermazione a lui cara cita un altro scrittore “allora di una città correvo a vedere i musei; ora credo avesse ragione Gide , che bisogna cominciare dai mercati, dai giardini pubblici, dai cimiteri e dai palazzi di giustizia”.

La sua costante ricerca della verità si percepisce anche dallo stile della sua scrittura. In essa ogni aggettivo, avverbio o parola appaiono come un distillato di pensiero. Praticamente tutta l’opera di Leonardo Sciascia è stata scritta prima della pubblicazione delle Lezioni americane di Italo Calvino, ma è come se ne avesse subito l’influenza, in particolare di quella intitolata Esattezza.
La sua sobrietà, la sua riservatezza e discrezione fanno sì che egli appaia come un uomo vagamente “misterioso”, come misteriosa appare la sua sconfinata conoscenza delle letterature e il modo in cui al loro interno egli si muove con naturalezza, con una disinvoltura mai ostentata.

Sebbene tutto il suo cammino sia improntato alla verifica di ipotesi diverse, secondo un solido principio di laicità, quasi sempre, quando egli ha acquisito una verità, l’ha subito messa in discussione considerandola come provvisoria, passibile di ulteriori approfondimenti.
Questa che a volte può apparire come ambiguità, a me sembra la più autentica caratteristica di un figlio dell’Illuminismo, di uno scienziato del pensiero.
Non è un caso che sulla bara di Sciascia, ateo ma religiosamente credente nei valori dell’etica, sia stato posto un crocifisso, anche perché egli aveva un profondo rispetto verso questo simbolo.

In copertina: foto scattata a Leonardo Sciascia nell’estate del 1979 al gruppo parlamentare radicale alla Camera dei deputati (Wikimedia Commons)

LA FAMIGLIA DI TUTTI?
Le ultime parole di Papa Francesco

Il Papa apre alle unioni civili e dice che tutti hanno diritto a una famiglia. Da tutte le parti si levano voci di gioia e si dice che questo Papa è visionario e coraggioso. Io credo che in parte lo sia, rompe è vero con certa tradizione cattolica, ma lo fa a metà e facendolo a metà crea dei grandi fraintendimenti.
Da cattolica e cristiana che ha curato, insieme a Cristina Guarnieri, il libro di Teresa Forcades Siamo tutti diversi: per una teologia queer edito da Castelvecchi, trovo che chi davvero teologicamente è stata rivoluzionaria è proprio suor Teresa. Lei nel suo libro argomenta con coraggio il sostegno alla battaglia dei gay e delle lesbiche cattoliche perché venga riconosciuto loro il diritto al sacramento del matrimonio. Non è una questione solamente politica, ma anche teologica, quando per teologia s’intende “l’esperienza umana di Dio”. Il matrimonio non è un sacramento perché la coppia porta in se la riproduzione della specie, ma è sacramento perché l’amore che lega due persone (etero o omosessuali, poco importa) rispecchia sulla terra l’amore di Dio, è un amore sacro dunque, in cui la partecipazione di Dio è intrinseca.
L’amore è creativo sempre, genera in tanti modi (non solo facendo figli) il seme del futuro dell’umanità. Ma, per potere dire forte e chiaro tutto ciò, è necessario rimettere in discussione tutta quella teologia della complementarità che accompagna l’esegesi del matrimonio. Il matrimonio non è sacro perché due, un uomo e una donna, avranno dei figli (non si spiegherebbe come mai una donna che è già in menopausa potrebbe sposarsi in chiesa, se questo fosse il fondamento cardine del matrimonio), ma appunto perché immagine dell’amore di Dio e immagine trinitario dell’amore. L’amore infatti è fecondo se trinitario, nel circolo dunque di una relazione non chiusa ma aperta. Due uno che si incontrano, non due metà che incontrandosi si completano. Questo è quello che io ho capito seguendo “la complessità molto semplice” (sembra un ossimoro ma non lo è: suor Teresa entra nella complessità della vita, ma la rende chiara con ragionamenti facili da seguire), delle sue argomentazioni che le permettono di andare alla radice delle questioni teologiche e antropologiche dei nostri tempi.

Dunque perché il Papa si rivolge alla politica e non dentro la stessa Chiesa, che in tal modo potrebbe davvero diventare evangelica nel suo senso più profondo? Certo facendo così sarebbe una rottura dirompente con le gerarchie ecclesiastiche e le rotture grandi preoccupano la tenuta delle istituzioni. Ma io mi chiedo: Gesù quando agiva si poneva questa questione? non mi pare. La sua azione è stata sempre rivoluzionaria, anche politicamente parlando. Se Gesù è il nostro modello, perché chiedersi sempre quale strategia usare per fare passi avanti, soprattutto quando si parla dell’evoluzione dei sentimenti umani? Perché non agire in conformità al sentire evangelico e avere fiducia nella provvidenza?

E infine il Papa si è spinto oltre e ha parlato di diritto alla famiglia di tutti. Cosa intende con famiglia? S’intende sempre e solo quella di una mamma un papà e dei bimbi, o di una comunità fondata sull’amore? Perché, se s’intende la prima, il diritto alla famiglia di qualsiasi coppia apre al diritto ai figli, che per me non è un diritto, e dunque a quell’abominio che è la pratica dell’utero in affitto, dove alle donne, come nella teologia della complementarità, viene riconosciuto valore solo in virtù della loro capacità riproduttiva e non in quanto esseri umani a pieno titolo.
Se invece si pensa alla seconda definizione (famiglia: comunità fondata sull’amore), allora il Papa è sì rivoluzionario e finalmente nuovo. Ma questo lo doveva specificare. Conoscendo lo sforzo che papa Francesco ha fatto per portare nel mondo il valore delle culture indigene dell’Amazzonia, credo che lui pensasse proprio a questa definizione, ma continuo a chiedermi, perché non lo ha specificato? Perché crede che questa definizione sia sottintesa in un Occidente che invece continua imperterrito la corsa verso gli interessi privati, dei singoli e disinteressandosi di un ben più ampio bene comune?

SCHEI
Il Diavolo veste Prada (e paga coi soldi del Vaticano)

All’uscita della cresima, suggello di anni di catechismo, coi parenti in ghingheri e nell’atmosfera ecumenica, cerimoniosa e festante del sagrato, alla domanda su cosa questa esperienza gli aveva lasciato, mio figlio rispose: “Mi sento agnostico”. Mutuo la (involontaria?) genialità di questa sua affermazione preadolescenziale: anch’io voglio essere agnostico sul caso del cardinale Becciu, numero due della Segreteria di Stato vaticana, dimissionato da Papa Bergoglio per un utilizzo disinvolto delle finanze vaticane, tra cui cento milioni di sterline per operazioni immobiliari a Knightsbridge, il quartiere più caro di Londra (fonte Financial Times); nonchè per il mezzo milione di euro non contabilizzato finito nella disponibilità della sedicente filantropa Cecilia Marogna, titolare di una società slovena (Logsic) che finanzia operazioni umanitarie e, pare, anche l’acquisto di poltrone Frau, borse Prada e scarpe Tod’s. Intervistata dal Corriere della Sera, Cecilia Marogna si difende dapprima con orgoglio nazionalista (“ho acquistato solo prodotti italiani”), poi dice che le operazioni del Vaticano non sono contabilizzate per definizione, che lei non poteva certo emettere delle fatture, che doveva “pagare delle persone in Africa, gestire delle crisi, fare dei bonifici”. Viene in mente quella scena di “Ecce Bombo” in cui la ragazza risponde a Nanni Moretti che le chiede cosa fa nella vita: “Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, conosco, faccio cose”.

Questo “scandalo” sta riempiendo le pagine dei giornali anche per la pozza pruriginosa nella quale sempre si tuffa la stampa quando di mezzo c’è una donna, immancabilmente soprannominata “Dama Bianca”. In realtà, la guerra di papa Bergoglio contro la corruzione e il riciclaggio di denaro nella Chiesa ha conosciuto atti ben più pesanti: fra tutti, ricordiamo l’azzeramento dei vertici dello IOR, che nonostante l’acronimo (Istituto Opere Religiose) è passata alla storia come la banca lavatrice delle più luride masse di denaro mai transitate dal sistema finanziario ufficiale, altro che opere religiose. Quando la parte conservatrice della Chiesa ed i suoi Socci di corte tuonano contro la sua presunta eresia, l’ignoranza dottrinale, uno schiaffetto dato in diretta tv ad una fedele troppo invadente (scandaloso atto di violenza in una Chiesa squassata dagli abusi sessuali ai danni di minori); quando addirittura lo accusano di essere “comunista” e di voler aprire le frontiere agli infedeli straccioni o fanatici, quando lo accusano di considerare un valore il “meticciato”, cosa che in effetti afferma nella sua recentissima enciclica “Fratelli tutti”, più che un novello manifesto comunista una declinazione ramificata dei concetti ritrovabili in sintesi nel testo di “Imagine” di John Lennon (con la significativa eccezione della “imagine no religion too” che sarebbe stato eccessivo aspettarsi dal Papa); quando lo accusano di tutte queste nefandezze, dovete tradurre. Quando i nemici ti attaccano sui princìpi, sull’ortodossia, sulla morale, sui dogmi, devi tradurre simultaneamente: ti stanno attaccando sui soldi, sui vizi, sul potere. I loro soldi, i loro vizi, il loro potere, che vedono messi in pericolo.

Papa Bergoglio ci sta provando, con inevitabili errori (soprattutto di politica interna) ma con una premura ed una fretta inversamente proporzionali al tempo che gli resta da vivere: più si avvicina la sua fine (spero naturale), più fretta ci mette nel cercare di restituire un minimo di dignità ad una istituzione che perde progressivamente presa proprio perchè ha fatto strame della sua etica, della coerenza tra i princìpi e le azioni, della propria autorità morale. Pochissimi sono i leader che, una volta assurti ai vertici di uno Stato o di una organizzazione, manifestano quell’indipendenza rispetto alle cambiali da onorare, ai debiti da pagare, alle mani da baciare (quelle mani che li hanno sostenuti e appoggiati nella rincorsa alla vetta) necessaria per tagliare le corruttele, interrompere i ladrocinii, punire i violentatori. Tra quelli che hanno intrapreso questa gigantesca iniziativa dal secondo dopoguerra, a me veniva in mente Gorbaciov.  Adesso mi viene in mente anche Papa Francesco, e quindi, come lui spesso chiede, prego – agnosticamente – per lui.

in copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

PRESTO DI MATTINA / LA CHIESA DEL CONCILIO:
Il buon Pastore e i pescatori di uomini.

Domani è la ‘Domenica del Buon Pastore’, di colui che, rivolgendosi a tutti, incessantemente chiama alla sequela e alla fraternità. Per il vero, il testo originale del vangelo utilizza l’espressione il ‘bel pastore’, alludendo con ciò non tanto alla bellezza esteriore ‒ che pure il Salmo 45,3 declama con parole incantevoli: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia” ‒ quanto alla bellezza espressa da un animo capace di amare sino al prezzo della propria vita. Un amore che anche le pecore percepiscono e che offre a Gesù una metafora ideale, specie al suo tempo, per presentare in parabola l’autenticità della propria missione. Vi trasse spunto anche san Giovanni della Croce (1540-1591) per comporre un testo poetico, dal titolo El pastorcico, dedicato a un pastorello che ama intensamente a dispetto del dubbio di essere ricambiato; un testo recitando il quale il Santo era solito contemplare il mistero dell’abbandono di Cristo alla croce. Quell’abbandono del Servo sofferente di cui Isaia scriveva: “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Eppure, San Giovanni, questo grande mistico della notte oscura, vi scorgeva nascosto il pastore bello, il pastore dal dolce nome di agape che è il nome cristiano dell’amore. Un sentimento capace di trasformarci, tanto da suscitare in questo cantore dell’anima innamorata pensieri struggenti: “L’anima innamorata è un’anima dolce, mite, umile e paziente. L’anima dura indurisce nel suo amor proprio. Se tu, o Gesù, nel tuo amore non la rendi dolce, ella resterà sempre nella sua durezza naturale” (I detti di luce e amore, nn. 27 e 28). Ma l’immagine del pastore si presta anche a descrivere lo stile della missione di Gesù. Ne ritrovo il riflesso nei quadri di Jean-François Millet (1814-1875), esponente del realismo pittorico francese, intento a cogliere le persone nei loro ambiti di vita sociale, specie di quella contadina, con un tratto poetico scevro da polemiche e provocazioni. Con questo tocco egli dipinse il seminatore, le spigolatrici, la preghiera dell’Angelus serale dei contadini e, soprattutto, i pastori che vegliano il proprio gregge al chiaro di luna, disvelando così la dignità del popolo e della vita rurale.

Con papa Francesco abbiamo imparato molto sullo stile del pastore e di come debba declinarsi, nel nostro tempo, l’agire pastorale della Chiesa. Una chiesa impregnata, non già degli effluvi d’incenso, ma dell’odore delle pecore, e intenta non solo a pettinarne il mantello, ma a farsene carico, cercandole nei luoghi dei loro smarrimenti per accollarsele sulle spalle. Riconosciamo in questa linea l’autenticità della missione e della voce di Cristo: la stessa autenticità di cui il vangelo del buon Pastore ci parla quando dice che, dopo avere “spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce (Gv 10, 4). È proprio così: in papa Francesco riconosciamo la Sua voce. Quella che “ci chiama fuori” per intraprendere un processo di trasformazione, un passaggio che apre a una nuova esperienza di vita ‒ cantata nel salmo 23 ‒ tra pascoli erbosi e acque tranquille, senza temere alcun male, pure se dovessimo attraversare una valle oscura, perché consapevoli che la presenza e la cura del pastore non ci abbandoneranno mai. Il tutto partendo da Gesù, una porta sulla vita – come egli si rappresenta nel vangelo del buon Pastore – aperta per tutti. Un’immagine, quest’ultima, per contemplare la quale vorrei prendere in prestito una poesia dell’Abbé Pierre (1912-2007), il fondatore del movimento internazionale dei Compagni di Emmaus, il prete per così dire dello scarto, ma sarebbe meglio definirlo della ‘raccolta differenziata’ stante il recupero e la dignità re-infusa nella vita degli esclusi. Egli scriveva che:  “Bisogna amare le porte/ perché sono il posto/ dove nessuno si ferma/ il posto da dove si passa/ da dove si parte/ dove avvengono tutti gli incontri”. Anche e soprattutto in questo senso Gesù è porta aperta a tutti: è l’invito all’incontro per poi partire in cammino con lui.

L’incontro con il Pastore, la gioia di riconoscerne la voce e di fidarsene, generano fatalmente una trasformazione esistenziale. La stessa che ci viene descritta nel vangelo della chiamata dei discepoli pescatori. Pietro e i suoi compagni, dopo quella pesca al largo tanto faticosa quanto vana, riconoscono l’autenticità della sua parola, anche se non proveniva da un pescatore, anche se in apparenza maldestra, sino a invitarli a pescare di giorno, dopo che nulla avevano preso durante la notte. Eppure, scegliendo di fidarsi, fu per loro gioia incontenibile, tanto da indurli ad abbandonare le reti per seguirlo. Non è anche qui da vedersi l’inizio di un processo di trasformazione, di cambiamento radicale, una partenza verso un futuro ignoto? Nella Chiesa la chiamano ‘vocazione‘, ma non è forse la stessa chiamata alla vita che interpella tutti, sollecitando ciascuno a mettersi in cammino per trovare sé stessi e quanto di più intimo e prezioso c’è in noi e negli altri? L’inizio del cambiamento è generativo di una nuova professionalità – da pescatori a discepoli, o meglio pescatori di uomini – ma pure di una nuova personalità e socialità. Essi comprendono che il senso del vivere è altrove, che vi è un’eccedenza di senso da scoprire strada facendo. Da quel momento il cammino dei discepoli non si fermerà più, anche se a Pasqua subirà un breve traumatico arresto, un ripiegamento nel timore dell’impresa. Ma poi di nuovo, richiamati fuori per raggiungere le periferie del mondo, abitati da uno spirito nuovo e dalla stessa carità del pastore, essi seppero raccogliere quella carità pastorale per infonderla nel pane della parola e del pane spezzato per noi, da condividere e moltiplicare per tutti. Scrive Paul Claudel: “Non basta percorrere questa parola con gli occhi e con le labbra, bisogna aderirvi, bisogna dimorarvi, bisogna impregnarsene non con uno spirito di curiosità vana, ma di devozione; bisogna abitarla, bisogna immagazzinarla in noi, bisogna dormire e ridestarsi con essa, bisogna persuadersi che essa tutta intera è pane, e che soltanto di essa noi abbiamo fame” (Cit. in C. Bissoli, Una Bibbia sempre Giovane, Torino 1998, cap. 5).

Pastorale, insieme ad un’altra parola ‘aggiornamento’ – da intendersi però come ‘mettere a giorno’, ad diurnus, e non come semplice ritocco di facciata  – si sono rivelate parole cruciali, attraverso cui si è andato declinando e strutturando il processo di cambiamento della Chiesa. Un rinnovamento che riflette l’antico sguardo del pastore bello, capace di far nuove tutte le cose e, rivolgendosi alla chiesa del Concilio, di rivelarne l’autentico volto pastorale.
Accadde nella basilica di San Pietro, nell’anno 1962. Di nuovo la Chiesa fu chiamata e inviata all’umanità. Di nuovo essa udì le parole Duc in altum, predi il largo, vi farò pescatori di uomini. Nato dal cuore ecumenico e pacificatore di papa Giovanni XXIII, il Concilio fronteggiava i profeti di sventura annidati proprio dentro la Chiesa, lasciando germogliare quelle radici già da tempo presenti nel cuore dei cristiani, molto prima della sua apertura e risvegliati nella coscienza – come dirà Romano Guardini – attraverso i movimenti ecumenico, liturgico, biblico e patristico. Una nuova teologia nasceva. Una theologie nouvelle – osteggiata, è dir poco, da quella romana – che proponeva di ‘cambiar pelle’, risalendo alle origini della tradizione apostolica, per riproporre il paradigma della storia come chiave di lettura della stessa rivelazione. Dio “nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici” (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. E da allora fu la realtà, nella svolta antropologica determinatasi nella coscienza, nella cultura e nelle società al tempo della modernità, il terreno di missione della Chiesa. Un magistero, disse papa Giovanni al Concilio, “a carattere prevalentemente pastorale”, un’interrelazione tra sapienza dottrinale e profezia pastorale. Non si trattava infatti di aggiustare o aggiornare una dottrina, ma di comprendere la prospettiva sapienziale tramite quella profetica. Al Concilio, la verità del vangelo è stata interpretata e riaffermata attraverso l’amore del vangelo, consentendo così alla Chiesa di passare da un modello ideale, veritativo e sapienziale a una Chiesa reale, storica. Fu un mutamento e un’integrazione di paradigma, “un incontro di natura e di avventura”, come lo definì Jacques Maritain. L’ambito concettuale, oggettivo, ideale del vangelo fu riletto attraverso l’ambito simbolico, relazionale, storico; l’ascolto della parola e la sua coerente concretizzazione fu anteposto alla comprensione dell’insegnamento sapienziale contenuto in tale evento di amore.

Tutto ciò dovrebbe caratterizzare anche l’azione pastorale delle nostre comunità. In esse dovrebbe maturare la consapevolezza che genesi e accensione dell’intelligenza, anche quella della fede, è l’amore. La fide cordis è già in sé performativa, testimoniale, evidente. “Amor ipse notitia sui”, dice San Gregorio Magno, perché l’amore, nel suo rivelarsi, è di per sé stesso annuncio, buona notizia, intervento di Gesù nella storia.

CHIESA E CORONAVIRUS
Appellarsi alla libertà di culto nasconde altri fini. Poco nobili.

Fa discutere la sospensione delle celebrazioni liturgiche durante la pandemia da coronavirus, in osservanza ai Dpcm del governo italiano. Tanto che il tema è diventato nuova benzina nel serbatoio di chi, da tempo, sta muovendo dubia e attacchi a una Chiesa guidata da un pontificato giudicato troppo cedevole nei confronti di un mondo secolarizzato, che espelle riti e sacramenti, ossia l’essenza dell’annuncio evangelico.

Per la verità, fra le voci critiche che si sono levate, non è passata inosservata quella di Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, in un articolo su La Repubblica lo scorso 15 marzo (pubblicato e in un secondo tempo scomparso sul sito di Bose), che titolava: Coronavirus, la Chiesa non può chiudere. Parole che sono sembrate come il sale su una ferita, sulla quale si ha l’impressione che in tanti abbiano l’interesse a mettere il dito, piuttosto che curare. A cominciare, sulla sponda politica, da chi, come Matteo Salvini, si è espresso apertamente per la riapertura di chiese e celebrazioni, recitando poi in Tv L’eterno riposo insieme a Barbara D’Urso! (30 marzo).

La puntata di Report del 20 aprile scorso ha raccontato i potenti intrecci internazionali all’opera, per acuire le tensioni vaticane e preparare la successione di papa Bergoglio, evidentemente data in un orizzonte ormai breve. Personalità come il cardinale Raymond Leo Burke, le sintonie tra la Fondazione russa San Basilio il Grande, il mondo ultraconservatore cristiano statunitense e l’attivismo dell’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, oltre al fiume di denaro (circa un miliardo di dollari), che dagli Usa sta piovendo in Europa e in Italia, per alimentare la galassia tradizionalista all’insegna della riconquista cristiana, sono gli esempi citati dalla trasmissione di Rai 3.

In una recente intervista rilasciata al giornalista Aldo Maria Valli sul sito portoghese Dies Irae (un nome che è tutto un programma), l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha detto parole in chiara continuità con questo programma: “Non lasciamoci intimidire! Non permettiamo che si metta il bavaglio della tolleranza a chi vuole proclamare la Verità!”. Una potenza di fuoco che mai come durante il pontificato di Francesco, almeno nella storia recente, sta alzando i toni di quello che a molti appare ormai un vero e proprio scontro, senza esclusione di colpi. Al punto che persino sul fronte opposto, specie nella fase  giudicata discendente dell’attuale pontificato, alcuni sembrano allargare le braccia.

Vito Mancuso, per esempio, sul suo sito lo scorso 21 aprile ha finito per ammettere: “Forse il sogno del Vaticano II si rivela alla fine quello che effettivamente è destinato a essere: solamente un sogno”. Fatto sta che, rileva il direttore della rivista dei Dehoniani di Bologna Il Regno, Gianfranco Brunelli, sul “digiuno liturgico” (le chiese chiuse e le messe senza fedeli) si sono registrate per settimane le prese di posizione di singoli vescovi, ma non della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Un silenzio colmato con un comunicato del 26 aprile, nel quale la Conferenza episcopale italiana conferma, in sostanza, di non poter “accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”.
È innegabile, il problema esiste, come anche quello della limitazione delle libertà più in generale. Eppure fa pensare che, proprio nel tempo liturgico pasquale di risurrezione, la riflessione biblica e teologica potrebbe aiutare a fare un po’ di chiarezza sulla questione. “Il tempo messianico – scrive Gianfranco Brunelli – non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico”. In altre parole, l’escatologia cristiana, cioè il compimento della salvezza, implica una trasformazione delle cose penultime, la storia, a partire da quelle ultime, non la loro contrapposizione. La riflessione teologica significa che la costruzione della vita ultima inizia qui e ora, a partire dalla vita di tutti. Se così è, vuol dire che la rinunzia alla vita liturgica in questa fase di emergenza in realtà non è una privazione, imposta e subita con imperdonabile debolezza, ma è l’offerta che la comunità ecclesiale fa innanzitutto per la vita di tutti. “Se si chiudono le chiese – continua Brunelli – è per la vita, nel suo significato evangelico di dono e non semplicemente per un provvedimento, pur necessario, di sanità pubblica”.

Se non si capisce questo snodo fondamentale, vuol dire che non è chiaro nemmeno il senso spirituale, biblico e teologico dell’eucaristia e della santa messa, cioè del corpo e sangue di nostro signore offerto per la vita di tutti. Dunque, non esisterebbe alcuna mutilazione alla libertà della Chiesa, bensì l’occasione storica per l’intera comunità ecclesiale di avere capito e di testimoniare a tutti il mandato di Cristo durante l’ultima cena: “Fate questo in memoria di me”.
La questione non è mettere il bavaglio alla vita liturgica, ci mancherebbe, ma se si accede a questo significato, a partire dalle radici bibliche, si esce dalla sua riduzione a puro diritto rituale, fino a issarlo come vessillo identitario contro ogni nemico e si entra nell’economia sacramentale, cioè in pieno cammino escatologico, che dovrebbe essere la ragione costitutiva della Chiesa. Altrimenti essa diventa (è) un’istituzione di potere come tante altre. Questo ha detto il concilio Vaticano II, che, evidentemente, non è una discontinuità eretica nella tradizione ecclesiale, come troppi sorprendentemente affermano, anche in posizioni di rilievo nella gerarchia, bensì è stata una straordinaria operazione di riscoperta delle sorgenti bibliche (in francese: ressourcement) e apostoliche della Chiesa. Più tradizione di così!

Discussioni come quella in atto dovrebbero suonare come un campanello d’allarme alle orecchie dell’intero popolo di Dio, per avvertire con maggiore consapevolezza di quanto non sembri, che il tema è usato come un pretesto per altre partite, che nulla hanno a che fare con il senso letterale del testo biblico.

Di conseguenza, su questo registro teologico e spirituale non si gioca la cedevolezza della Chiesa (tantomeno di Bergoglio) all’anticristo, ma il coraggio e tutta la potenza  di un amore eccedente, cioè di un messaggio di speranza per la vita di tutti, che conserva una straordinaria e spiazzante attualità.

Leggerei in questo senso anche la decisione dell’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, di esporre la bandiera italiana nella festa del 25 Aprile. Un gesto che non solo richiama la memoria del vescovo Ruggero Bovelli e la sede del CLN ferrarese proprio nel palazzo vescovile, ma che è in sé la volontà, che trova fonte nell’economia sacramentale, di includere coerentemente nella liturgia della vita ecclesiale le sorti, la vita e la libertà di tutta la comunità civile. In un certo senso, quella bandiera appesa è anche la messa che l’arcivescovo Perego ha celebrato, insieme con la comunità ecclesiale e tutti i ferraresi, nella Festa della Liberazione, perché nello spirito escatologico dell’eucaristia tutti siano una cosa sola.

 

 

L’AUGURIO DI ANGELA VOLPINI, L’ULTIMA MISTICA:
Come trasformare la pandemia in opportunità.

Si dice che una volta, durante le grandi epidemie, la gente trovasse rifugio nelle chiese e cercasse ristoro dall’angoscia della morte nella preghiera, nella penitenza, nella celebrazione religiosa e nel rito. Oggi molte chiese sono chiuse, le celebrazioni interrotte per non alimentare il contagio e, per chi è più devoto, l’unica partecipazione liturgica concessa è quella a distanza, resa possibile dalle tecnologie della comunicazione. Anche oggi però l’inquietudine, che fa emergere lo spettro della morte con modalità inattese per i tempi, si diffonde e si sviluppa man mano che i numeri del contagio e delle morti aumentano.

La quarantena, ancora unico antico rimedio alla diffusione del virus, con la forzata inattività e la privazione di alcuni diritti fondamentali dati per scontati nel tempo normale, obbliga comunque a riflettere, forse oggi come e più di allora. In questi periodi, colorati di disagio e di paura per molti, si aprono per altri, forse per tutti, spazi inattesi dove riprendere contatto con sé stessi, con la propria interiorità e con quella che potremo chiamare la componente spirituale della vita; essa sale alla coscienza di molte persone, proprio ora; ora che sono ridimensionati gli obblighi del lavoro, che sono cambiati i riti del consumo, che sono minati i presupposti della libertà obbligatoria cantata da Giorgio Gaber; ora che l’ansia egoistica per il domani è un poco sostituita da un certo affanno e da un’incertezza sconosciuta e di più vasta portata.
Proprio in questi giorni, le parole di chi ha vissuto esperienze spirituali autentiche, possono risuonare con esemplare chiarezza nelle anime liberate dal peso dello scontato quotidiano così caratteristico di un mondo troppo veloce, troppo competitivo, troppo impersonale, troppo materialista: il mondo in cui siamo vissuti fino a pochi giorni fa. Esperienze spirituali che nella forma della mistica – con la sua millenaria, concretissima tradizione che abbraccia tutti i popoli – mostrano vie di conoscenza sorprendenti, percorsi capaci di suscitare il senso del divino nel cuore, traiettorie di crescita personale che non di rado portano copiosi frutti nella società e nella cultura, danze che sembrano connettere le più estreme acquisizioni scientifiche con le più antiche sapienze tradizionali; sentieri infine, percorrendo i quali si può vivere la pienezza della felicità,  finalmente indifferenti alle manipolazioni di una propaganda martellante che ha fatto della vita comune un deserto spirituale, una prigione soffocante e non di rado triviale.

Angela Volpini, nata nell’Oltrepò Pavese nel 1940 fu protagonista negli anni 1947-1956 di una straordinaria sequenza di esperienze mistiche, che per anni riempi le pagine di riviste e giornali dell’epoca. Tra le rare donne, giovanissima, a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II, più volte accolta all’Accademia di Francia, ha avuto modo di conoscere e frequentare personaggi notissimi che vanno dal Vescovo Romero a Padre Pio, da Edgar Morin a don Zeno Saltini; è stata amica di protagonisti anche controversi quali Pier Paolo Pasolini, Raimon Panikkar, Gianni Baget Bozzo, Autrice di numerosi libri ha dedicato la vita a diffondere in modo originalissimo un messaggio d’ispirazione mariana estremamente innovativo e quanto mai attuale: una visione profetica, che si radica nella responsabilità  dell’autocreazione e che delinea la possibilità concreta di una comunità umana fondata sull’unicità di ogni persona, sulla incoercibile libertà  personale e sulla creatività umana che si manifesta incessantemente nella storia.
Ecco quel che ci dice Angela di questa pandemia globale che, toccando tutti in varie forme, interroga ognuno personalmente.

“Sento la paura collettiva del morire come il grido di un bambino quando è tolto dal suo gioco preferito.
Tutti vivono nella speranza di trovare il senso della propria vita, e questo è quanto basta alla vita stessa, quando la morte è lontana.
Ma quando questa si avvicina, soggettivamente e collettivamente, ci prende la disperazione del nostro fallimento.
Forse tutti abbiamo intuito che potremmo vivere diversamente e che questa possibilità l’abbiamo toccata molte volte, ma mai afferrata come nostra vera opportunità.
La mia speranza è che quanto sta accadendo ora, ci convinca che siamo un’unica famiglia umana che vive in un piccolo mondo, e che il comportamento di ogni singolo può trascinare il mondo intero.
Se però uniamo la nostra creatività per il bene comune, forse potremmo vincere ciò che oggi sfida la nostra convivenza, e potremmo vivere ancora a lungo su questo pianeta, facendolo ancora più bello e più giusto.
E’ la condivisione che deve motivare le nostre singole creatività, per fare di questo mondo, non una pattumiera, ma il giardino di tutti i viventi.
Approfittiamo di questo male comune per comprendere che, o ci si salva insieme, oppure non ci resta che lottare gli uni contro gli altri per difendere il nostro piccolo spazio ammalato di egoismo e di violenza.
Ricordiamoci sempre che ogni persona, nel suo profondo, desidera essere amata.
Abbiamo l’occasione per incominciare a farlo, e questa scelta ci aprirà il cuore, non solo alla speranza, ma anche alla felicità”.

Poche parole, che parlano al cuore, espresse con la semplicità di chi ha avuto un’esperienza autentica travolgente che ne ha plasmato la vita.  Frasi su cui riflettere con calma, da leggere e rileggere
Parole che ci ricordano la potenzialità che si cela in questo periodo che può e deve essere occasione di cambiamento: personale innanzitutto e poi collettivo.
In questi giorni possiamo provare a prendere coscienza, a lavorare sullo spazio di quel potere interiore che ci consente di ritrovare la nostra qualità e regolare, valorizzandola, ogni tipo di pressione che viene dall’esterno; non siamo affatto meri individui fungibili, ma siamo invece – tutti, e lo ribadisce con forza Angela Volpini – esseri unici; in questa unicità, della quale ognuno può e deve  scoprire personalmente la cifra e la qualità, risiede il nostro valore: un valore che possiamo gustare quando, scopertolo in noi, riusciamo a riconoscerlo nell’altro e farne dono reciproco. Qui ed ora e proprio con chi abbiamo fisicamente vicino.
In questi giorni possiamo e dobbiamo prendere coscienza che non siamo necessariamente e non dobbiamo più essere in balia di un potere esteriore che ci domina in tutto e ci rende impotenti; questo potere abbiamo invece la responsabilità di capirlo prima, e di provare poi a cambiare un assurdo modello di vita basato sulla competizione ad ogni livello; è un sistema che non è in grado di creare un mondo giusto ed umano, un modello di sviluppo che non è più sostenibile su questo magnifico pieneta dalle risorse limitate.

Siate realisti: chiedete l’impossibile” recitava un famoso aforisma di Albert Camus; dunque, quello che vogliamo in esito a questa pandemia, è nulla di meno che un salto di coscienza, un passaggio di livello, laicamente parlando (in periodo di settimana santa che prepara la strana Pasqua dell’Anno Domini 2020) una resurrezione.  Per questo, per dare speranza al futuro e dar voce al nostro desiderio di felicità, dobbiamo cogliere tutte le nostre risorse e metterle in gioco, come dice Angela porgendo misticamente a tutti e ad ognuno gli auguri di Buona Pasqua alla fine del suo ultimo videomessaggio [Qui].

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Pomposa: l’isola che non c’è più

Se un tempo avessimo voluto recarci presso l’Abbazia di Pomposa, le nostre gambe o un semplice carro non sarebbero bastati. Il monastero, infatti, inserito in un contesto del tutto differente da quello odierno, sorgeva su una antica isola.

Dove oggi le automobili sfrecciano, sulla vicina Via Romea, come tante nel Medioevo ce n’erano dirette verso Roma, circa 1500 anni fa si estendeva un territorio definito nelle carte dell’epoca “insula”. Un’isola che si sviluppava in mezzo ad acque salmastre, con a Sud un’altra isola più minuta e più selvaggia, ricca di alberi, dove i primi eremiti amavano rifugiarsi. Al posto dei moderni campi coltivati, a farla da padrona era l’acqua: molti spazi, prima asciutti, si erano insabbiati a causa di un aumento delle precipitazioni e di un incremento del livello delle acque. Il buon clima dei vecchi tempi dell’Impero romano era ormai solo un ricordo. I canali costruiti in precedenza non furono più seguiti dall’acqua, che incurante arrivò a invadere ciò che le stava intorno, diminuendo l’abitabilità generale. In queste condizioni, non era possibile spostarsi unicamente via terra, e sempre di più i centri urbani si eressero intorno alle realtà religiose, piuttosto che commerciali. I monaci che si stabilirono sull’Insula pomposiana, delimitata sino al XII secolo dai due rami principali del delta del Po e dalle lagune orientali, cercarono sin dal principio di gestire con attenzione il territorio circostante, bonificando ad esempio della terra per utilizzi vari, dalle coltivazioni, alle peschiere, fino alle saline. Anche il bosco, però, veniva sfruttato intelligentemente, per l’allevamento e il recupero di legna. Ma qualcosa si fece pure per le vie di comunicazione: le vicine strade e rive, di fatto, furono periodicamente sottoposte a manutenzione. Tali attività erano possibili in quanto il territorio dell’insula era di diretta proprietà dell’abbazia, amministrato in due modi diversi. Una parte, identificata con le terre a pascolo e bosco, era gestita realmente dal monastero attraverso la figura del gastaldo, sottoposto all’abate. L’altra, costituita dai terreni coltivati, era invece consegnata in affitto, a condizione che si curassero le terre e le coltivazioni. Non solo, poiché nel suo vasto territorio l’abate esercitava anche il diritto della giustizia civile: un vero e proprio feudatario. L’insediamento altomedievale, tuttavia, non è giunto sino ai nostri giorni. Alcuni resti vennero a galla nel 1925 e in seguito nel 1962. Per tutta la sua storia, l’abbazia si configurò così come una realtà sempre in evoluzione, specie a partire dalla sua trasformazione, nell’XI secolo, in centro di scambi religiosi, politici e culturali. Il 1026 è l’anno riportato in una lastra posta nel pavimento della chiesa, dandoci testimonianza della data di consacrazione. Nel 1975, però, una campagna di scavi archeologici mise in evidenza che prima ancora di quell’anno era esistita un’altra chiesa, che presentava più o meno le stesse dimensioni di quella attuale. E proprio l’edificio rimasto in piedi fu eretto grazie a una tecnica, che possiamo descrivere come senza tempo: il reimpiego. Fu soprattutto il Medioevo a vedere il riuso estremamente diffuso di vecchio materiale, determinando la maggior parte delle volte una ricontestualizzazione definitiva degli antichi oggetti – la sensibilità che oggi si cerca di avere verso il passato è squisitamente moderna – . Furono soprattutto i resti romani a essere reimpiegati a Pomposa, quasi a voler sottolineare un riconoscimento del loro valore artistico. Contestualmente all’anno di consacrazione sono riferibili vari interventi all’edificio, ma anche poco dopo la chiesa e la realtà monacale furono potenziate dal vescovo Gebeardo, che riposa nella sala del Capitolo. A lui si deve la costruzione di un nartece, struttura usata nelle basiliche, affrescato riccamente da immagini scoperte nel 1956.

Ma più passavano gli anni, più si rendevano improrogabili dei necessari interventi conservativi: dalla sistemazione parziale del 1151 ai restauri del nuovo millennio, l’abbazia ha vissuto interesse e vitalità, ma anche degrado e abbandono. Il suo campanile svetta ancora per chi l’ha recuperata, per chi l’ha amata.

L’abbazia dalle sette regioni

In un periodo turbolento per l’Italia, tra giochi di potere e incertezza sull’avvenire, sorgeva nell’Esarcato di Ravenna un nuovo complesso religioso, pronto a divenire nei secoli uno dei centri monastici con più dipendenze in assoluto.

L’Abbazia di Pomposa sarebbe nata sul confine settentrionale del territorio ravennate verso il VI secolo, ma si trattava ancora solamente di una cappella. Non molto dopo, comunque, sarebbe comparso un primo cenobio, ovvero una comunità di monaci, dai tratti abbastanza dissimili rispetto alle altre realtà italiane. In effetti, i primi eremiti che decisero di condividere la vita terrena presso Pomposa lo fecero in maniera spontanea, non strutturata, anche se si ispirarono certamente alla vita benedettina – “Ora et labora” – . Nella regione non mancavano perfino influenze pagane che ancora resistevano, come divinità celtico-romane di campagna. L’originalità del monachesimo pomposiano si sarebbe poi sviluppata con gli anni, prendendo caratteri provenienti anche da altre esperienze, fino a giungere a una propria regola codificata. Ma come mai fu scelta proprio Pomposa? Si vede che l’antica conformazione del territorio, abbondante di verde e decisamente salutare, evangelizzato solo da un secolo, era fonte di ispirazione e foriera di una intrinseca spiritualità, in un’epoca in cui non esistevano distrazioni tecnologiche e il rapporto con la natura era più vero e intenso. Fu con tutta probabilità la Chiesa di Roma ad assumere l’iniziativa, che toccava un territorio di sua influenza come terreno fiscale. Non si trattava ancora, tuttavia, della costruzione che in parte oggi possiamo ammirare, innalzata, si pensa, verso la metà del IX secolo, ma edificata di certo prima dell’874, anno in cui il papa Giovanni VIII rivendicò la propria giurisdizione sul monastero e su altri luoghi del territorio, meno importanti, contro la Chiesa di Ravenna. La prima chiesa, infatti, venne distrutta a fine VIII secolo durante le migrazioni ungare, provocando altresì la dispersione dei monaci e la conclusione momentanea della vita comunitaria. I primi secoli della nuova abbazia furono toccati continuamente da questioni giurisdizionali: nel 982, per esempio, l’imperatore Ottone II ne parlò come oggetto di donazione compiuta dai suoi genitori in favore del monastero di San Salvatore di Pavia; in seguito però i monaci di Pomposa ottennero da Ottone III la donazione all’arcivescovo di Ravenna, dopodiché concessioni papali e imperiali portarono infine alla piena autonomia nel 1022. Determinante fu proprio Ottone III, che alcuni anni prima aveva dichiarato il monastero “abbazia imperiale”, promulgando un documento in cui era sancita ufficialmente la sua indipendenza. Il potere di Pomposa iniziò così ad accrescersi e nessuno poteva più pensare di avanzare pretese. Nonostante fosse l’unica, tra le grandi realtà abbaziali del tempo, a non poter vantare un santo fondatore, o il possesso di reliquie uniche, fu comunque rilevante nel controllo dei vicini canali. Ma il raggio d’azione non si fermava sull’acqua. La situazione monastica locale era sì circoscritta, eppure Pomposa, agli inizi del XIV secolo, poteva vantare dipendenze distribuite nel Nord e nel Centro, toccando in tutto altre sei regioni oltre all’Emilia-Romagna, per un totale di quasi cinquanta chiese. Dalle antiche donazioni fino alla politica territoriale di espansione che caratterizzò l’abbaziato di Guido di Pomposa, l’abbazia finì per diventare una tra le più ricche di dipendenze: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Umbria. Con Guido, abate dal 1008, Pomposa si fece centro agricolo, culturale, artistico e musicale, fruttando all’importante monastero diritti esclusivi, oltre che lasciti e offerte. Fu il periodo aureo della storia dell’abbazia, da un punto di vista materiale e spirituale.

I monaci che portarono a termine parte della propria parabola umana nel monastero di Pomposa, che da semplice cenobio divenne abbazia, ebbero modo di conoscere figure notevoli e rappresentative del tempo, che li arricchirono e stimolarono. Lo stesso effetto che noi oggi possiamo provare entrando a Pomposa.

Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)

Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

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Papa Francesco: il gesuita pragmatico che fa pulizia nella Chiesa

Il 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio è stato eletto 266° pontefice della Chiesa cattolica e si può forse iniziare a racciare un primo bilancio di questi sei anni di papa Francesco. A farlo alcuni giorni fa, Massimo Faggioli, a Santa Francesca Romana, la sua parrocchia prima che spiccasse il volo nel 2008 per gli Usa, dove insegna e fa ricerca storica e teologica, ora, alla Villanova University di Philadlphia in Pennsylvania.

Il profilo tratteggiato di papa Bergoglio è stato quello di un “gesuita pragmatico” che, in sostanza, sta andando avanti per la sua strada innescando processi, più che formulare risposte risolutive. Un incedere incurante dei freni della curia romana, di un Pontefice che non perde il sonno la notte se il suo fare non incrocia il sostegno di un pensiero teologico. Anche se il suo tragitto pastorale non si può dire privo di una teologia e filosofia, come vorrebbe chi lo sminuisce come ‘parroco del mondo‘ in confronto con il papa teologo per definizione: Joseph Ratzinger.

Ma la parte saliente della riflessione di Faggioli è stata riservata allo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa.
Qui l’atmosfera in sala si è fatta densa e preoccupata.
Le rivelazioni nel giugno 2018 a carico dell’ex arcivescovo di Washington D.C., Theodore McCarrich (espulso il luglio successivo dal collegio cardinalizio per decisione di papa Francesco); in agosto il rapporto del gran giurì della Pennsylvania che rivelava il sistema di coperture a favore di sacerdoti accusati di pedofilia e alla fine dello stesso mese la pubblicazione del memoriale dell’ex nunzio negli Usa, Carlo Maria Viganò, con tanto di nomi e cognomi di cardinali e vescovi accusati di collusioni con circoli gay, che avrebbero favorito McCarrick e altri (e invito rivolto al Papa a dimettersi); fino all’annuncio di papa Francesco, in settembre, della riunione straordinaria dei presidenti delle conferenze episcopali a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019.
E poi lo choc delle rivelazioni riguardanti l’Irlanda; la vicenda dell’arresto, con sentenza in diretta tv australiana, dell’ex ministro vaticano per l’economia, cardinale George Pell (condannato a sei anni di carcere per abusi sessuali); il film premio oscar ‘Il caso Spotlight‘ sulla diocesi di Boston con le accuse al cardinale Bernard Francis Law (dimessosi nel 2002 sotto il peso dello scandalo e morto nel 2017), di aver coperto in modo costante e sistematico gli abusi compiuti da sacerdoti; fino alla consapevolezza che “quasi tutte le chiese occidentali ne sono coinvolte a livello dei loro più alti responsabili”, scrive lo stesso Faggioli (Il Regno 2/2019).
Sono solamente alcuni esempi di un ciclone che si sta abbattendo sulla Chiesa cattolica (ma il fenomeno non risparmia le altre confessioni e la società in generale, nella sua mutazione antropologica nell’era capitalistico-digitale), senza contare che il silenzio che finora riguarda la Chiesa italiana pare non significhi che qui il problema non esista.

Un macigno grande come una casa, le cui implicazioni non fanno che aggiungere preoccupazione a inquietudine.
Proviamo a dirne solo alcune.
Il tutto accade dopo che per anni la predicazione morale ecclesiale è stata concentrata in modo insistito, martellante e ossessivo sulla sfera sessuale, fino all’irrigidimento intransigente sui valori non negoziabili, tralasciando in secondo piano la questione sociale e imbastendo alleanze – più o meno tattiche (atei devoti, tecocon…) – con abbracci politici imbarazzanti, se non sconfinati nella più plateale incoerenza.
Un’impostazione che, per quanto con l’attuale pontificato stia conoscendo una decisa correzione di rotta, finisce per porre un grande problema di credibilità della Chiesa, nell’impatto brutale contro le proporzioni dello scandalo abusi.
Le conseguenze non sono di portata minore, se si pensa che questo ciclone è facile fianco per usi strumentali sul piano teologico, pastorale, culturale e politico.

Se la globalizzazione, specie in Occidente, sta producendo disuguaglianze dove si attendeva il definitivo passaggio delle colonne d’Ercole di una nuova era di benessere, questo significa società facili prede di paure e nuovi rancori, con tanto di ripiegamenti nostalgici e chiusure dietro ripari, per quanto anacronistici, del passato: nazionalismi, sovranismi, suprematismi, muri, barriere, dottrine, tradizionalismo. Tutte letture che, per quanto strumentali, trovano orecchi sensibili per ostacolare chi vuole incamminarsi sulla strada di una ecclesia semper reformanda.

Restando nel recinto strettamente ecclesiale, non si potrà trascurare a lungo anche il problema di un collegio cardinalizio così pesantemente investito che, prima o poi, dovrà riunirsi per eleggere il prossimo Papa.
Non da meno è, e destinato a essere, il prezzo in termini di vittime innocenti di questo uragano: da chi, devastato, ha subito violenze inconfessabili, e tuttora inconfessate, ai casi, già verificati, di prelati dimessi o allontanati da incarichi pastorali, travolti sotto il peso insopportabile delle accuse, poi scagionati al termine dei processi.

Se poi l’altra categoria di cittadini ecclesiali, oltre ai consacrati, è quella dei laici, dai quali attendersi una ventata di aria nuova dove ristagna un’atmosfera a dir poco plumbea, non si possono trascurare le analisi di chi, con tutto lo spirito costruttivo che si vuole, ha intitolato libri come ‘Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano‘ (2008). In questa riflessione, per esempio, Fulvio De Giorgi fa impietosamente notare che, per ordini partiti dalle alte sfere gerarchiche, per lunghi decenni i paradigmi conciliari della mediazione (Azione cattolica e cattolicesimo democratico) e del paradosso (la linea Roncalli-Dossetti), sono stati sacrificati per dare mano libera al paradigma movimentista della presenza (Comunione e liberazione): al posto del dialogo con la modernità si è dato fiato e spazio all’eterno ritorno del mito della conquista.
Il risultato è, almeno così sembra, che in queste condizioni fare appello al laicato è un po’ come infierire sulla Croce Rossa.

L’impressione, quindi, è che nella tempesta degli abusi sessuali, su cui esperti come Faggioli dicono che si sta solo iniziando a levare il coperchio, lo stesso papa Francesco corra il serio rischio di essere tremendamente solo nel suo pur eroico tragitto.
Da solo, perché ormai è impossibile rimetterci il coperchio: significherebbe andare incontro a una sconfitta tutta consumata sul piano dell’incoerenza, del testacoda.
Da solo, inoltre, perché questa sfida epocale avviene con un corpo ecclesiale a sua volta risultato di un modello formativo (l’età costantiniana, come l’ha chiamata Alberigo, il paradigma tridentino, come l’ha definito Paolo Prodi, o l’età piana di Fulvio De Giorgi), giunto storicamente al capolinea e con un cattolicesimo che tuttora si porta dentro le tossine di un clericalismo invasivo (da leggere la riflessione di Hervé Legrand su Il Regno 2/2019), che al più gli ha concesso ospitalità nella Chiesa, mai cittadinanza.
Non a caso papa Bergoglio, in un’analisi lucidissima, è arrivato a indicare nel clericalismo la radice deviante che in proiezione ha prodotto il disastro drammatico degli abusi, ancora da misurare in tutta la sua estensione.

E tornano alla mente le parole che l’allora cardinale Joseph Ratzinger pronunciò alla nona stazione della famosa via crucis del 2005, al posto di un esausto Giovanni Paolo II ormai al termine dei suoi giorni terreni: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa”. Lo stesso Benedetto XVI, che nel 2013 rassegnò le sue clamorose dimissioni.

L’eterna lotta di San Giorgio: luci e ombre nella secolare storia della nostra cattedrale

Bene e male, vita e morte, luce e oscurità. Ferrara è la città dai contrasti insanabili e dalle mille contraddizioni, testimoniati copiosamente nei suoi libri di pietra e marmo.
E’ il 28 ottobre del 2015, quando all’ingresso della Cattedrale consacrata a San Giorgio, il Cavaliere di Dio, vengono avvistate delle scritte che il giorno prima non c’erano. Si tratta di segni inquietanti, ben visibili. Non è difficile comprendere il loro significato. Sono segni satanici: una croce rovesciata, simbolo in realtà cristiano; il numero 666, erroneamente ritenuto il numero della bestia a causa di una traduzione sbagliata della Bibbia; e infine, la grottesca quanto ingenua invocazione “Satana call me”, ovvero “Satana chiamami”. Eppure, questi segni non sono casuali. La stessa cattedrale, in effetti, è l’incarnazione dell’eterna lotta tra il bene e il male. La facciata è oggi coperta perché in restauro, ma chi l’ha già vista si ricorderà delle incredibili figure mostruose scolpite secoli fa, creature ritenute reali, abitanti di mondi lontani. Come ogni chiesa, è metafora di tutto il creato e dell’aldilà, tutto ciò che esiste trova qui il suo posto. E’ sorprendente il Giudizio Universale rappresentato sopra la loggia centrale, una raffigurazione decisamente poco comune per la facciata di una chiesa, ma non è l’oltretomba il protagonista dei bassorilievi: la vita è richiamata dalla molta vegetazione che avvolge tutta la facciata, rendendo il duomo un vero e proprio Albero della Vita. Simboli, numeri, geometrie, ma non solo: c’è chi dice che la battaglia perpetua, a Ferrara, si sia combattuta veramente, e tutto questo sarebbe dimostrato dalle bizzarre colonnine della cattedrale situate sul suo lato destro, perfettamente visibili a tutti i viandanti che provenivano dalla medievale Via San Romano. La leggenda vuole che queste, realizzate con forme strane e indecifrabili dalla corporazione dei Maestri Comacini, fossero state in realtà scolpite in maniera simmetrica, come ci si potrebbe aspettare in una costruzione simbolo di ordine e perfezione. Ma la notte prima dell’inaugurazione, il diavolo si sarebbe divertito a plasmarle a suo piacimento, per rovinare la giornata di festa dell’indomani. Peccato però che il giorno dopo la popolazione fu così sorpresa da complimentarsi con gli scultori per la loro eccellente maestria e fantasia. E’ arrivato però il momento di lasciare le leggende per immergerci nella storia, quella documentata, spesso molto più straordinaria della nostra immaginazione. 17 dicembre 1269: muore, a Ravenna, il ferrarese Armanno Pungilupo, sepolto come un imperatore nella tomba costruita per Teodorico e subito inviata a Ferrara per essere collocata a sinistra dell’altare maggiore nella cattedrale. Ma andiamo con ordine. Armanno era un uomo venerato già in vita per le guarigioni che sembrava dispensare a chiunque. Nel 1254, tuttavia, fu scoperto essere in realtà un cataro, dunque un pericoloso eretico. Una setta contro cui la Chiesa cattolica aveva organizzato proprio all’inizio di quel secolo una vera e propria crociata, con l’obiettivo di sterminarla. Armanno, dunque, fu costretto ad abiurare la propria fede, promettendo di vivere da vero cattolico. Anzi, per tutta la sua vita fu considerato un santo, e tale fu proclamato alla sua dipartita. Il suo corpo era in grado di attirare nella cattedrale ferrarese un gran numero di genti. Tutto questo fin quando, un anno dopo, riesaminando alcuni suoi documenti, ci si rese conto che in realtà Armanno non aveva mai smesso di essere cataro, e la Santa Inquisizione non poteva certo perdonare un falso giuramento. Ci vollero ben trent’anni e dieci papi perché il nuovo santo scontasse la pena, anche se da morto: il suo corpo, il corpo del santo eretico, venne dissotterrato e bruciato barbaramente. La sola sepoltura ancora oggi presente nel duomo è quella di Urbano III, ma questo non basta a sconfiggere l’oscurità e il grigiore che ormai incupiscono l’interno della splendida cattedrale, un tempo color bianco e oro, e che soltanto un buon restauro, previsto per i prossimi anni, potrà regalarci.
La lotta tra luce e oscurità è appena ripresa a Ferrara, una lotta mai definitiva, nella città che anche nel suo stemma custodisce i colori della trasformazione e della rinascita, il bianco e il nero.

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