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Habemus papam di Moretti.
Quando il dubbio è di tutti: una lezione di umiltà

Qualche giorno fa ci ha lasciato il grande Renato Scarpa, un attore indimenticabile divenuto popolare soprattutto grazie a tre fortunati incontri: con Carlo Verdone (l’impagabile ipocondriaco di Un sacco bello), Massimo Troisi (l’impacciato Robertino di Ricomincio da tre) e Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista). Lo abbiamo apprezzato, fra l’altro, nell’inflessibile preside di La stanza del figlio o nel ruolo dell’abile ma sincero cardinale Gregori di Habemus Papam per Nanni Moretti.

Lo vogliamo oggi ricordare con quest’ultimo film, dove non ne è il protagonista ma ove, con delicatezza, affianca un meraviglioso Michel Piccoli; anche se di qualche anno fa, una bellissima pellicola che vogliamo riproporvi, vincitrice di 3 David di Donatello nel 2012, tra cui quello al miglior attore protagonista, e di 7 Nastri d’argento, compreso quello per il regista del miglior film.
Bellissime e soavi, poi, anche le musiche: oltre a quelle originali di Franco Piersanti, sono presenti altri brani musicali, tra cui la canzone Todo cambia, scritta da Julio Numhauser (il fondatore del gruppo cileno dei Quilapayún): la versione presente nella pellicola è quella cantata dalla cantante argentina Mercedes Sosa.

Eccoci allora nella Cappella Sistina, in pieno conclave per la nomina del nuovo Pontefice. Molte fumate nere e folla in trepidante attesa, come da copione. A sorpresa (uno dei favoriti era il cardinale Gregori, Renato Scarpa), arriva la nomina del cardinale francese Melville (Michel Piccoli) che, al momento della pubblica proclamazione, mentre il cardinale protodiacono sta per annunciare il nome del nuovo pontefice alla folla dei fedeli riuniti in Piazza San Pietro, ha un attacco di panico e fugge via nello sconcerto generale, interrompendo la cerimonia prima che sia annunciata la sua elezione. Un Papa umano, spaventato, al di sopra di ogni sospetto.

La stampa incalza, la folla, in preghiera, freme: tutti vogliono conoscere il nome del neoeletto ma il portavoce della Santa Sede prende tempo. La situazione è paradossale, nulla di mai visto prima nella lunga storia della Chiesa. Secondo il codice di diritto canonico, finché il Papa non si presenta ai suoi fedeli, la cerimonia di elezione non può considerarsi conclusa e il conclave non può ancora avere contatti con il mondo esterno. Tutti dentro, allora.

Arriva in soccorso lo psicoanalista professor Brezzi (Nanni Moretti), accolto con un po’ di diffidenza dai cardinali, che, viste le difficoltà, indirizza, in incognito, il Pontefice, depresso e colto da senso di impotenza, alla sua ex moglie, anch’essa psicanalista (Margherita Buy).

Terminata la seduta il papa riesce a dileguarsi durante una passeggiata, sfuggendo alla sorveglianza del portavoce Marcin Raijski (Jerzy Stuhr) e della scorta. Per evitare uno scandalo, il portavoce mente ai cardinali e al dottor Brezzi, e riferisce che il Papa è tornato nelle sue stanze e ha iniziato una promettente convalescenza. Una zelante, e golosa, guardia svizzera resterà negli appartamenti papali a muovere le tende, accendere e spegnere le luci, ascoltare musica, pranzare e cenare come se il pontefice fosse presente.

Il collegio e il dottor Brezzi sono quindi messi in una forzata clausura, ma un esilarate torneo di pallavolo farà passare loro belle ore spensierate, in attesa che il Pontefice emerga dalla sua lunga pausa di riflessione e preghiera. Il tutto anche a suo incoraggiamento.

Melville, intanto, vaga solitario per Roma, come un uomo qualunque, prima a bordo di un autobus affollato, cercando invano di preparare il suo discorso di investitura, poi recandosi in un albergo, dove incontra una sconquassata compagnia teatrale intenta a mettere in scena il Gabbiano di Čechov (ah, se potesse sostituire quell’attore venuto temporaneamente a mancare…).

Entra allora in gioco la consueta ironica e inconfondibile psicanalisi di Moretti: un deficit di accudimento dovuto ad una frustrata carriera di attore? Tutto resta possibile… Ma Melville vuole solo scomparire senza che il mondo sappia della sua elezione, perché un nuovo Papa sia eletto. Le regole, però, non lo permettono, lo si vuole tenere, convincere e salvare a tuti i costi. E allora il nuovo eletto – che non è un dubbioso sulla propria fede o un pauroso ma un umile – si affaccerà al balcone, dovrà. Con sorpresa finale.

Habemus-Papam papa

In occasione della rinuncia di Benedetto XVI dell’11 febbraio 2013, vari organi di informazione hanno fatto riferimento a Habemus Papam, definendo sia il film che il regista come «profetico». Sul parallelismo tra le vicende reali e la trama del film, Paolo D’Agostini della Repubblica ha affermato: «Nanni Moretti, una volta in più, conferma quanto il suo cinema sia stato capace di cogliere, intuire, intercettare, ascoltare, prevedere». Uno dei suoi film più belli e riusciti, un capolavoro, aggiungo io.

Habebus papam, di Nanni Moretti, con Michel Piccoli, Margherita Buy, Nanni Moretti, Renato Scarpa, 2011, 102 mn.

Omaggio a Lina Wertmuller … ricordando Mariangela Melato

 

Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Espanol, nota come Lina Wertmuller, nata da una famiglia di antiche origini svizzere, una donna forte, curiosa, rivoluzionaria, caparbia, diretta, in parole povere una Grande Donna, simbolo di emancipazione e genio artistico.
Genio creativo che ha segnato la strada del cinema anche al femminile. Libera e femminista a modo suo, era solita dire: “Mi sono sempre fatta rispettare, volevo fosse così per tutte”. Raccontava di essere stata una studentessa ribelle e poco incline alla condotta, indole che la portò ad essere cacciata da ben 11 scuole prima di iniziare gli studi teatrali all’età di 17 anni.
La morte non la spaventava, ed era solita affermare nelle interviste: “Un giorno o l’altro morirò e non mi preoccupo. Mal che vada mi farò un gran bel sonno. Se in paradiso si dovesse stare da soli, preferisco non andarci”.
Determinante, nella sua vita artistica, per sua stessa ammissione, fu, nella sua fase iniziale, la collaborazione con Federico Fellini nella Dolce Vita e in Otto e mezzo.
In seguito il suo cinema si mostrerà ribelle, provocatorio, vivo, brillante, spesso immerso negli squilibri della società, ironico, allegro, imprevedibile e anarchico. A questo proposito mi è d’obbligo ricordare il Film d’Amore e d’Anarchia, ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973). La Wertmuller racconta che: “La storia mi era venuta in mente leggendo le notizie sulla stampa dei primi terroristi. Ragazzi e ragazze che pagavano con la vita le loro idee. Se ne parlava paragonandoli ai criminali ma io volevo capire meglio. Mi misi a studiare la storia dell’anarchia. Le storie degli anarchici italiani mi fecero conoscere l’antica radice che l’anarchia ha avuto in Spagna e nel nostro Paese, in particolare in alcune regioni, come Puglia e Toscana. Così nacque la storia di Tunin, contadino lombardo-veneto, innamorato delle idee di un vecchio anarchico ascoltate fin da bambino davanti al focolare, “gli uomini tutti uguali e liberi, come Dio ci ha creato”. Quando vede il suo vecchio amico anarchico ucciso con quattro schioppettate dai carabinieri, decide di sostituirsi a lui e di andare ad uccidere Mussolini.
L’anno dopo (1974) un altro capolavoro di successo, ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto’, dove si intrecciano, tra Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, protagonisti di alcuni tra i film centrali della Wertmuller, un doppio conflitto di cui alla fine è difficile stabilire il vincitore: la lotta di classe e la guerra tra i sessi; il marinaio comunista e la donna in carriera, dirigente aziendale, che il destino fa ritrovare naufraghi su un gommone e in seguito su un’isoletta deserta, dove i loro mondi si scontrano e diventano battaglia, guerra, e alla fine amore.
E’ doveroso citare un altro capolavoro, ‘Pasqualino Settebellezze’, una visione catastrofica totale della sovrappopolazione. Di seguito la regista affermerà: “Mi fa piacere che le mie storie siano amate da milioni di persone perché fanno piangere, ridere e commuovere. E poi, questo film, mi ha fatto entrare nel Guinness dei primati”. Con quattro candidature all’Oscar, Lina fu la prima donna ad essere candidata come miglior regista.
Lina Wertmuller, in questi giorni ha raggiunto la sua adorata attrice e amica Mariangela Melato, scomparsa nel 2013 a soli 71 anni. Si conobbero negli anni ’70 grazie allo scenografo Enrico Job, marito di Lina. Riguardo a quel primo incontro, la regista afferma: “La giovane Melato mi piacque immediatamente per la sua bellezza e per il talento, grande attrice dalla rara intelligenza”. Mariangela, un’attrice indimenticabile ed elegantissima, capace di passare con disinvoltura attraverso tutti i personaggi, da quelli comici a quelli tragici.
Due donne indimenticabili Lina e Mariangela, che hanno saputo raccontare e interpretare con ironia i conflitti sociali, i sentimenti e i temi caldi del nostro Paese, passato e presente.

I stand with Ken Loach

Non esci dalla proiezione di un film di Ken Loach, inglese “eretico” di Nuneaton, portandoti dietro un qualche senso di consolazione, ma questo lo sanno tutti. Personalmente non utilizzerei nemmeno termini come resistenziale, didascalico, militante, per citare alcuni degli aggettivi spesso associati alla sua opera. Loach è un cineasta che mostra le cose dal punto di vista degli invisibili, e sotto questo profilo è imbattibile. Le ambientazioni, le inquadrature, i dialoghi (il sodalizio con il suo storico sceneggiatore Paul Laverty non sarà mai abbastanza lodato) ti fanno entrare letteralmente dentro la famiglia, l’individuo, la comunità che vive quella situazione, che attraversa quell’esistenza. Un antropologo o un sociologo ti descriverebbero dall’alto una situazione per come è, spiegandone le cause. Un tecnico di laboratorio te la mostrerebbe come se fosse un vetrino. Loach ti scaraventa all’interno della situazione, mettendoti a bordo dello stesso camioncino di Ricky (in Sorry we missed you), facendoti perdere nel labirinto informatico della previdenza e sanità inglese assieme a Daniel (in Io, Daniel Blake), facendoti attraversare (come Damien in Il vento che accarezza l’erba) la porta che divide la tua vita prima di uccidere un amico dalla vita dopo averlo ucciso, un punto di non ritorno che cancella l’ipotesi di qualunque compromesso, fino a diventare il nemico del tuo fratello di sangue e di lotte.

Per quanto lo stile di Charles Dickens fosse anche patetico, caratteristica meno presente in Loach, vedere i suoi film mi fa lo stesso effetto che mi fece leggere, da bambino, Oliver Twist: quello di com-patire la sofferenza degli ultimi, che non significa piangere per la loro sorte, ma sentirsi in qualche modo loro.
Loach pratica anche una coerenza estrema tra il suo cinema e i suoi comportamenti, infrangendo il luogo comune che vuole che un artista sia giudicato solo per la sua arte, anche se è un farabutto, o un furbastro. “Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.” Questo disse nel 2012, motivando il rifiuto a ricevere il premio dal Festival di Torino con lo sfruttamento cui venivano sottoposti alcuni lavoratori della catena di produzione interna all’ organizzazione del festival stesso – una di quelle cose che non potrete mai vedere fatte dal progressista Fedez rispetto ad Amazon.

Il razzismo ha una funzione nella nostra società. Fa in modo di impedirci di identificare il nostro vero nemico. La responsabilità del problema dei senza tetto, della povertà e dello sfruttamento non è delle persone più povere e sfruttate. Farli diventare il capro espiatorio, perché sono neri o marroni o perché vengono da una cultura diversa, lascia i veri sfruttatori liberi di agire. Una classe di lavoratori divisa dal razzismo è perfetta per gli imprenditori. Essi traggono beneficio dal lavoro a basso costo, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Qualunque sia la loro retorica, i fascisti che si servono del razzismo parlano nell’interesse del capitale“. Vi ricorda qualcosa? E inoltre: vi viene in mente qualche politico di professione che usi parole così chiare per descrivere la guerra tra poveri in corso a favore del capitale?

Ken Loach è stato appena espulso dal Labour Party, al quale è sempre stato iscritto (tranne durante la tragica parentesi blairiana), formalmente perché non si è dissociato dalle posizioni (definite ridicolmente “antisemite”) dei membri del partito fortemente critici verso la politica di occupazione militare messa in opera dallo Stato di Israele [Vedi qui] .

La vera ragione è fare pulizia della sinistra radicale che si riconosceva nella leadership di Jeremy Corbyn, che aveva portato il partito Laburista al massimo degli iscritti. Mi domando che senso può avere, per un leader laburista, la cacciata di uno degli artisti la cui carriera rappresenta uno dei più fulgidi esempi di realismo sociale, le cui scelte anche personali testimoniano di un’integrità difficile da reperire nell’arte contemporanea. “Questa è davvero una caccia alle streghe. Starmer e la sua cricca non guideranno mai un partito del popolo. Noi siamo tanti, loro pochi.”  L’ultima frase di Ken Loach suona come monito e incitamento al tempo stesso per tutte le lotte che vedono impegnati i lavoratori contro il grande capitale, una frase che contiene un concetto semplice, poderoso ma troppo spesso depotenziato dalla sfiducia che serpeggia tra le file degli ultimi: loro sono pochi, noi siamo tanti.

 

Red Carpet rosso sangue

La ‘Settima Arte’, come viene definito il Cinema, contiene in sé qualcosa di magico e irripetibile perché cattura, fa immedesimare, affascina e coinvolge come fosse un mirabolante affabulatore instancabile. Il grande schermo rimane un appuntamento in cui ci immergiamo totalmente, gioiamo, soffriamo, ci commuoviamo, ci spaventiamo, sperimentiamo l’intera gamma di sensazioni, sentimenti ed emozioni nello scorrere delle sequenze, troviamo  conferme o smentite, rassicurazioni o dubbi nei personaggi della narrazione.
Si è conclusa da poco la 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia in una cornice straniante fatta di mascherine, distanziamenti, termoscanner, percorsi obbligati, barriere separatorie, prenotazioni di posti rigorose, visioni in apnea. Un film dentro il film che descrive un day-after, ma diventa anche uno dei simboli di forte volontà di ripartenza culturale post-Covid.
Vince il Leone d’Oro il film Nomadland  di Chloé Zhao, con riconoscimento quasi unanime: la storia di Fern, una donna rimasta senza lavoro – e senza il marito, che muore – dopo la chiusura della fabbrica in cui ha lavorato per molti anni e il crollo economico della città del Nevada in cui vive. Lascia tutto e intraprende una vita sulle strade dell’Ovest americano, lontana dalla società convenzionale, nomade moderna e anima errante in perpetuo movimento. Il suo vagabondaggio diventa quello speculare dell’America anni ’80 e attraverso il peregrinare della donna si dipana anche  il percorso degli States di quegli anni.
La rassegna cinematografica veneziana del 2020 ha registrato la partecipazione di visioni importanti, dedicate a una moltitudine di generi e prospettive: una coraggiosa decisione dell’organizzazione di non abbandonare, nonostante le insicurezze del periodo che viviamo. Nella storia del cinema, nel backstage di ogni film esiste il lavoro dettagliato e scrupoloso di una miriade di figure professionali che rendono possibile la sua realizzazione; si raccontano anche aneddoti, talvolta dai contorni leggendari, che lo caratterizzano e lo rendono più curioso e particolare di altri.

Il set di alcuni film è diventato anche teatro di fatti strani e inspiegabili, dai contorni tragici in alcuni casi, misteriosi e inquietanti in altri. Prendiamo, ad esempio, il “Caso della donna delle dune”, legato al set del famoso film “Lo squalo”, grande successo degli anni ’70. Il 26 luglio 1976, tra le dune di Cape Code in Massachusetts, fu rinvenuto da una tredicenne il cadavere di una donna: mani amputate, testa semidecapitata, lunghi capelli raccolti a coda di cavallo, bandana blu, jeans, capsule dentarie d’oro di qualche migliaio di dollari. Un’identità mai scoperta e l’impossibilità di indizi da impronte digitali. Un caso irrisolto da 45 anni.
Il seguito di questo fatto ricompare nel 2015, quando Joe Hill, figlio del celebre scrittore Stephen King, guardando “Lo squalo” si accorge di un clamoroso dettaglio al minuto 54 della rappresentazione: una folla  accalcata sul pontile si sta imbarcando sul traghetto e tra le persone si nota la donna delle dune, proprio la stessa donna, ignota ma visualizzata da milioni di persone senza che qualcuno arrivasse a qualche collegamento col film. Le coincidenze erano tante per nutrire dei dubbi, stesso abbigliamento, il set del film era nei paraggi della spiaggia del ritrovamento e la scena era stata girata a giugno, un mese prima della scoperta. Hill ne parlò con la polizia e FBI, fece girare la notizia in Internet con un post che ad oggi risulta uno dei più cliccati. Dal registro delle comparse del film non risulta alcun nome o indizio e attualmente non esistono ancora risposte.

Ci sono film girati in circostanze strane, in cui registi, attori e membri della troupe rimangono coinvolti in misteriosi avvenimenti durante le riprese. A volte sembra che la realtà del set superi la finzione cinematografica. E’ il caso di “L’esorcista” (1973), film terrificante da vedere e set terrificante su cui lavorare. Numerosi eventi raccapriccianti durante la lavorazione hanno tinteggiato di toni funesti quest’opera: l’attore irlandese Jack Macgowran morì subito dopo aver completato le sue scene e la stessa sorte toccò disgraziatamente a un membro della troupe e a una guardia di sicurezza. Il set andò a fuoco senza spiegazione alcuna. Strane circostanze che portarono il regista William Friedkin a chiedere a un prete di benedire i luoghi della lavorazione.

Nel 1954 la troupe del RKO girò nell’Area St. George, Utah, il film “The conqueror” sulla vita di Gengis Khan. Le autorità rassicurarono il produttore Howard Hughes sull’assenza di qualsiasi rischio in quella zona, sede di esperimenti  e test nucleari. Fu un film tra i più visti di quella stagione ma considerato successivamente dai critici uno dei 100 film peggiori della storia del cinema. Protagonisti erano John Wayne e Susan Haywa, due giganti del grande schermo. 91 persone delle 220 impegnate sul set si ammalarono nel giro di pochissimi anni e morirono, a cominciare dal regista Dick Powell e un attore. Che rapporto ci fosse tra l’insorgere delle malattie tumorali e l’esposizione in quell’ ambientate non è dato certo; un medico parlò di epidemia, la fantasia popolare creò una delle leggende metropolitane ancora raccontate, attribuendo ai fatti un alone di mistero. Il produttore acquistò tutte le copie del film per 12 milioni di dollari e lo ritirò dalla circolazione.

Si racconta di fatti inspiegabili durante le riprese della serie di film “The Amityville Horror”, un cult anni ’70, con avvenimenti spettrali, manifestazioni strane e un ritrovamento di un corpo umano sul luogo delle riprese. Si ispira alla vera storia del 23enne Ronald DeFeo Jr., autore dell’efferato sterminio della sua famiglia, condannato a 6 ergastoli – 6 erano le vittime – che sta ancora espiando in carcere.

Aggiungiamo due nomi diventati un mito, Bruce Lee padre e Brandon Lee figlio, morto sul set del film che stava girando, in circostanze che lasciano ancora molti interrogativi. Citiamo anche “The omen Il presagio”, in cui Gregory Peck rischiò di morire in un disastro aereo scampato e un altro velivolo decollato dal luogo del set precipitò causando 11 vittime. Una sciagura che venne interpretata come segno negativo inspiegabile.

Il cinema non è sempre un paradiso in Technicolor: dietro le quinte esiste un mondo meno dorato, dove la realtà è dura e talvolta spietata. In qualunque dei casi e qualunque connotato gli si voglia riconoscere, il cinema può essere mille mondi: uno specchio dipinto, come lo definiva Ettore Scola, un business, come diceva Audrey Hepburn, una competizione con Dio, come lo pensava ironicamente Federico Fellini.  Anche un sassolino nella scarpa, veicolo di pensiero, mezzo di contestazione, fastidioso e scomodo pretesto per riflettere, a detta di Lars von Trier.
Il cinema è e rimane una meravigliosa reimpostazione del mondo, un grande inganno, una rappresentazione di quella vita che scegliamo di rappresentare, un sogno, una cruda denuncia, un invito a fermarci e guardare.

Emozioni

Forse perché l’arte rende tutto troppo struggente, troppo straziante, troppo entusiasmante, e non è la tua vita. Innamorarsi perdutamente di un libro, di un’opera, di una canzone fino ad esserne ossessionati è anche un modo di vivere fino in fondo la vita degli altri, ma non è detto che aiuti a vivere fino in fondo la propria. Ti fornisce l’alibi per essere incontentabile, e finisci per scappare.

“Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa che procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finché non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo. Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d’animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida.”
Nick Hornby

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

SCHEI
Un incantesimo, anzi un incubo:
economia domestica durante la quarantena

Ti ci è voluta una settimana di clausura perché ci facessi caso. Poi hai iniziato a renderti conto, e poi hai cominciato proprio a farli, i conti. Come se fosse un gioco, anche perché dovevi pure trovarlo un modo per far passare il tempo.

Di benzina, risparmi circa quaranta euro la settimana. Fa centosessanta euro al mese. La spesa la fai, ma la concentri una volta ogni dieci giorni e compri le cose essenziali – quelle definite non essenziali tanto non si possono acquistare. Anzi, compri cose che nessuno comprava più e che adesso vanno a ruba. Farina, lievito: introvabile, sei fortunato se lo trovi sottobanco da qualche fornaio. Lievito e farina, il nuovo petrolio. E’ bizzarro, ma a pensarci non sembra così irragionevole. Col petrolio non ti fai la pizza a casa, la torta di mele, il pane. All’improvviso Masterchef diventa un programma datato. Tutta questa competizione tra veri o presunti fenomeni dei fornelli ti appare sotto una luce diversa, meno sinistramente affascinante di prima. Hai appena scoperto che anche tu sai farti da mangiare, quindi hai ridotto le distanze.

Confronti i tre scontrini con quelli del mese prima. Per la spesa alimentare, in un mese avrai risparmiato cento euro. Non ti sembrano tantissimi, meno di quelli che pensavi, visto che a casa tua non inviti più nessuno per cena (ovviamente catering a domicilio, per fare bella figura) e che non compri più i preparati pronti o le buste surgelate che ti fanno risparmiare tempo ma ti fanno spendere soldi. Sono prodotti costosi non per la loro qualità, costano perché sono comodi: ci paghi sopra il tempo che risparmi a farti la cena, ma adesso di tempo ne hai da vendere. Quindi cucini tu, con acqua, farina, uova, zucchero, sale… Allora, perché non hai risparmiato di più? Ah, ecco. Per il vino. Un buon vino adesso è un genere di prima necessità, e per una bottiglia decente sei euro almeno al supermercato li devi spendere. Al giorno? Sì, al giorno. E che cazzo. Comunque, già duecentosessanta euro risparmiati.

I bar sono chiusi. La colazione con cappuccio e cornetto era uno dei pochi lussi che ti permettevi. Adesso non puoi, e non puoi nemmeno farti al bar il caffè di metà mattina. Sono tre euro e mezzo risparmiati al giorno, trentatrè euro al mese. Duecentonovantatrè. A pranzo adesso sei a casa. Saresti fuori, di solito. Altri dieci euro a botta, vuol dire circa duecentoventi euro non spesi. Aggiungici un paio di pizze e cinque aperitivi al mese, altri cento euro. Somma trecentoventi a duecentonovantatré, fa seicentotredici euro.  Il giornale non lo prendi più. Dovresti uscire apposta, trovare un’edicola aperta, e poi quello che c’è scritto lo ascolti a tutte le ore in televisione. Altri trenta euro abbondanti che ti tieni in tasca. Seicentoquarantatrè.

In casa consumi qualcosa in più di luce, ma le tariffe nel frattempo sono calate. Inconsciamente, visto che sei in modalità spartano, inizi anche a risparmiare sull’acqua. Non è che non ti lavi, ma consumi meno acqua possibile. Dove non è arrivata Greta, è arrivato il virus. Coi consumi domestici tutto sommato fai una patta, via. E poi risparmi quel libro al mese, quella mostra, quel cinema, quel teatro. Siccome non sei un tipo mondano, facciamo che ti tieni in saccoccia altri cinquanta euro. Dimenticavi la palestra. Adesso fai corpo libero a casa, quindi risparmi altri quaranta euro di tessera.

In totale hai risparmiato settecentotrentatré euro. In un mese, il primo mese. Se continua così, in tre mesi ti sei tenuto in tasca uno stipendio. Roba da anni sessanta, quando con sei mesi di cinghia tirata tuo padre si era potuto permettere il Fiat millecento. Ah. Quest’anno non andrai in vacanza. Altro stipendio risparmiato.

A questo punto ti accorgi di quattro cose. Una dietro l’altra. Fino alla terza, sembra un incantesimo.

La prima cosa di cui ti accorgi è che la quantità di oggetti o servizi che hai sempre considerato primari nella tua vita, non lo sono. Ne stai facendo a meno, e non stai morendo (sempre se non finisci in terapia intensiva. Se finisci lì vuol dire che stai rischiando di morire, anche se probabilmente non morirai, perché sei comunque nel posto migliore per evitare di finire sottoterra). Anzi, stai scoprendo che puoi godere di altri piaceri che ti sei sempre negato, perché la tua vita era piena di cose che dovevano farti risparmiare tempo, ma te lo riempivano al punto da non averne mai abbastanza.

La seconda cosa di cui ti accorgi è che il tuo stipendio non è quella miseria di cui ti lamentavi. Improvvisamente, ti basta e avanza. I soldi che guadagni non ti servono tutti, anzi ne puoi mettere da parte per chiudere i debiti, mandare a quel paese i banchieri che ti vogliono prestare soldi e i consulenti che, per farti guadagnare il tre per cento, mettono a rischio il tuo cento per cento. Il cento per cento ti basta e ti avanza, del tre per cento non te ne fai niente.

La terza cosa della quale ti accorgi è che questa condizione, dopo alcuni giorni di comprensibile smarrimento, ti sembra d’incanto incredibilmente naturale, raggiunta senza alcun particolare sforzo, senza alcuna terribile privazione.  Una condizione preindustriale, ma con le comodità della società industriale a portata di mano, pur con le dovute cautele. Una fortuna.

La quarta cosa di cui ti accorgi è che la tua fortuna è a tempo. La data di scadenza non ti è nota, ma arriverà di sicuro. Questo incantesimo non durerà per sempre, soprattutto perché il tuo stipendio, che fino ad un certo momento ti garantisce questa situazione prodigiosa, non è una variabile indipendente. Anzi, più tempo passa in questa situazione, più le fonti di finanziamento del tuo stipendio si assottigliano. E questo nonostante il tuo stipendio, se sei arrivato fino a qui, sia uno di quelli che risentono per ultimi della paralisi totale di tutte le attività economiche legate ai bisogni dell’uomo. Per ultimi, certo. Perché mentre tu sei lì che continui a risparmiare, nel frattempo un mucchio di gente ha già perso un pezzo del suo, di stipendio, oppure ha perso addirittura il lavoro. E tutta questa gente che perde stipendio e lavoro prima di te, inevitabilmente farà sì che, prima o poi, non ci sia più modo di pagare nemmeno il tuo, che dipende, in maniera diretta o indiretta, ma inesorabile, dal loro. Ti rendi anche conto che più la lista dei bisogni dell’uomo si riduce all’essenziale, più breve sarà il tuo incantesimo. Perché il mondo nel quale vivi è troppo interconnesso, troppo incistato al tuo, da permetterti di vivere consumando in autarchia i prodotti del tuo orto (sì, nel frattempo avrai anche iniziato a coltivare un orto). Perché tra un po’ non troverai nemmeno un posto dove acquistare i semi e le piantine.

Tutte e quattro le cose di cui ti accorgi sono vere. Tutte e quattro potrebbero essere uno spunto per un futuro possibile – il tuo futuro, certo. Che poi, ti piaccia o no, è anche quello degli altri.

La prima cosa, se avrai sufficiente memoria per ricordartene quando tutto sarà rientrato (in qualche modo, tutto questo rientrerà, anche se nulla sarà esattamente come lo hai lasciato), è un invito alla sobrietà. Tu pensavi di essere un tipo con poche pretese, ma non è vero. Puoi essere molto più parco nei confronti delle cose, ti lascerà molto più tempo ed energia per dedicarti alle persone. Mica tutte, quelle importanti. Anche sulle persone infatti dovresti operare una selezione, e questo incantesimo, se ti ci concentri, ti ha già consegnato le persone da tenere e quelle da mollare.

La seconda cosa potrebbe suggerirti che i soldi che guadagni, da un certo punto di vista (che chiameremo zenith), non sono mai abbastanza, mentre da un altro punto di vista (che chiameremo nadir) sono sempre abbastanza (naturalmente entro certi limiti, che però questo periodo potrebbe averti indicato come individuare). Il problema non sono i soldi che guadagnavi, ma come li spendevi.

La terza cosa ti suggerisce che ogni condizione è transitoria, e in continuo movimento. Sia essa una situazione che ti fa stare bene, sia essa una situazione che ti mette a disagio, entrambe passeranno, per lasciare il posto ad una situazione nuova, e poi ancora, e ancora. Se questo è lo stato dell’arte fuori di te, e non lo puoi cambiare, il problema è dentro di te. E’ lì che puoi lavorare.

La quarta cosa ti dice che la ‘decrescita felice‘ è un’espressione bucolica ma puramente pubblicitaria, alla quale non corrisponde la realizzazione di un’utopia, piuttosto assomigliando alla concretizzazione di una distopia; una specie di incubo lovecraftiano, che passa dall’inquietarti dalle pagine di un romanzo a morderti direttamente i polmoni in una corsia d’ospedale, o ti sorprende in fila con la tua gavetta ad un centro della Caritas, dove non avresti mai pensato di mettere piede. Però ti suggerisce anche che non esiste una crescita infinita, e che anche se esistesse non sarebbe un obiettivo degno della tua vita. E, pare, nemmeno della vita del pianeta nel quale vivi.

I film della Marvel

Una nuova settimana inizia oggi, una nuova settimana che si spera sarà piena di cose belle per tutti.
Egoisticamente però, vorrei che questa settimana portasse qualcosa di specifico anche per me: un altro grande vecchio del cinema con un’altra bella carriola di popò da rovesciare in allegria sui film della Marvel.
Non ho mai visto un film della Marvel – e non ho assolutamente voglia di vederne uno – ma queste sparate ormai quasi quotidiane sono una delle cose più belle e divertenti nella storia del genere umano.
Mi ero anche ritrovato a pensare “dio santo, spero proprio che gli studios della Marvel prendano fuoco” ma poi mi son detto: oddio ma se poi prendono fuoco allora sparirebbe questa bellissima, nuova tradizione delle sparate contro i film della Marvel.
E questa è una cosa che almeno io non posso proprio accettare, sarebbe una grande perdita per tutti, anche per i fan dei film della Marvel.
Che dire allora?
Lunga vita alla Marvel e a tutta questa fuffa così che io, Terry Gilliam, Scorsese, Coppola, Ken Loach – e chiunque altro si vorrà unire al coro – potremo andare avanti con la nostra processione di carriole cariche di popò da rovesciare sui film della Marvel.
Saremo sempre più numerosi, presto ci organizzeremo anche per noleggiare un bel bilico che poi riempiremo con tanta altra popò da rovesciare sui film della Marvel.
Quindi lo dico un’ultima volta: i film della Marvel!
E aggiungo inoltre: tanta popò!
E dove la buttiamo tutta questa popò?
Basta con gli indizi, via col pezzo della settimana.

No more bullshit (Camper Van Beethoven, 1986)

Don Minzoni, il coraggio di dire “no”. Il film del ferrarese Muroni al Maxxi di Roma

Dopo il sold out a Ferrara all’anteprima nazionale di ‘Oltre la bufera’, il film ideato da Stefano Muroni sarà presentato domani (23 ottobre) come evento speciale alla festa del Cinema di Roma

Il duello degli sguardi. Le parole sussurrate, i volti ravvicinati, viso a viso, fino a ‘fiutarsi’, a sentire l’altrui respiro nei primissimi piani. La citazione ripetuta de ‘La tempesta’ di William Shakespeare («Siamo fatti della stessa materia dei sogni»); le riprese inconsuete, le scene teatrali, avvolte o tagliate da una luce straordinaria; le istantanee in bianco e nero, come sussulti di un discorso franto, sincopato, quasi fosse un singhiozzo.
Così il film ‘Oltre la bufera’ sa raccontare don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, «uomo giusto», vittima di un agguato fascista il 23 agosto 1923.
All’anteprima nazionale della proiezione la sala dell’Apollo di Ferrara era gremita all’inverosimile e ci si domanda come la figura di un sacerdote possa attirare ancora oggi tanto pubblico.
La risposta è lì, nello sguardo fiero del prete-soldato, un don Minzoni integro, irreprensibile, nell’interpretazione potente di chi per primo ha riscoperto la forza autentica di una personalità guerriera, controcorrente: da un’idea del ferrarese Stefano Muroni, attore protagonista, ha preso forma e si è materializzato il progetto di ‘Oltre la bufera’, diretto da Marco Cassini e prodotto da Controluce.
Un soggetto composto a più mani da Marco Cassini, Valeria Luzi e Stefano Muroni, che insieme sono riusciti a riaffermare l’attualità della figura di don Minzoni con una sceneggiatura avvincente, avvalorata da una prova attoriale di forte intensità.
Il film sarà presentato domani (23 ottobre) come evento speciale al Maxxi alla Festa del Cinema di Roma, alla presenza del ministro Dario Franceschini.

La narrazione è costruita con cura artigianale: in una vicenda della quale si conosce il finale, il ‘come’ è imprescindibile, conta molto più del ‘che cosa’ si vuole raccontare. L’intero film è un discorso narrativo che trae la sua forza dall’alludere, dallo sfiorare, dall’evocare. La scelta stilistica del regista è una poetica di dettagli artistici disseminati nella pellicola, punti di luce per tracciare una costellazione: le inquadrature, i costumi, il montaggio. La musica, che fa vibrare ogni fotogramma, che dà voce al grido muto di chi vede cadere don Minzoni sotto i colpi di un potere a cui resta solo la brutalità per affermarsi. E il sopruso soccombe nel palpitare delle braccia che sorreggono don Giovanni.
«Prima di essere un prete don Minzoni è un uomo», che dà tutto e non si piega al compromesso, che risponde al sopruso con una sola arma: la sua umanità.
Così Oltre la bufera arriva al cuore e alla pelle del pubblico, tassello di un progetto che riporta sotto i riflettori una storia da molti dimenticata. Un progetto che si inscrive in una visione d’insieme, nella possibilità di disegnare un paesaggio di bellezza nell’orizzonte della terra ferrarese: a partire da Argenta e dalle scelte eroiche del suo parroco.
«Mi stanno lasciando solo», riconosce don Minzoni quando comprende che la ‘bufera’ sta per abbattersi su di lui: ma coraggiosamente resiste. E l’ombra di quel ‘piccolo prete’ di campagna s’innalza sopra ogni meschinità, assurge a quella di un gigante, che continuerà a vivere oltre la sua esistenza terrena e ad aggirarsi tra le coscienze.
Mentre il suo «no» rimbomba risoluto nel silenzio.

«Lunga è la notte», ripete ossessivamente, minacciosa, la voce di Augusto Maran.
Ma gli occhi fieri di don Minzoni, luci incorruttibili, continuano a scintillare. Sul filo della notte. Oltre la bufera.

Genere: drammatico, biografico
Regia: Marco Cassini
Attori: Stefano Muroni, Piero Cardano, Enrica Pintore, Michela Ronci, Pio Stellaccio, Jordi Montenegro, Davide Paganini
Produzione: Controluce Produzione srl, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna
Soggetto: Marco Cassini, Valeria Luzi e Stefano Muroni
Fotografia: Mattia Tedeschi
Montaggio: Cristian Gazzanni
Costumi: Luigi Bonanno
Musica: Martina Colli
Produttore: Valeria Luzi

Everything you hate

Recentemente – travolto dalla stagione che più odio fra le quattro – un pomeriggio ho deciso che “a mali estremi” servivano rimedi estremissimi.
Ho quindi deciso di mettere in frigo due birre e prendermi poi ben due ore della mia vita per riguardare il caro vecchio classico dei classici: “Citizen Kane” o “Quarto Potere”.
Parafrasando un celebre spot devo dire che: “ogni volta è una grande emozione”.
Da qualche anno – dopo averlo rivisto quasi quotidianamente durante una stranissima settimana – avevo iniziato a pensare che forse sì, “Citizen Kane” o “Quarto Potere” è forse la vetta della cinematografia di tutte le epoche.
Adesso che l’ho rivisto mi rendo conto che a breve potrei tornare nel loop e mettermi a riguardarlo ogni volta che ne avrò modo ma soprattutto: mi sono ricaricato le batterie e sono pronto ad affrontare tante nuove sfide nella vita.
Una su tutte: menare/menarla a chi non l’ha mai visto ma nel frattempo continua a petare rumorosamente con la bocca lanciandosi in astruse discussioni articolate e profondissime a proposito di misconosciuti film di vari generi, epoche e tipologie o telefilm – e sottolineo TELEFILM – di altrettanti generi e tipologie.
Questa è – proprio come accade nel film – una vera e propria dichiarazione programmatica.
Troppe volte mi è successo di sentire – anche per ore – sedicenti espertoni di cinema/telefilm/audiovisivi/presentazioni powerpoint, starsene lì a pontificare sulla qualunque per poi rispondermi “ah boh/ah non lo so/no/forse a pezzi ma anni fa” alla fatidica domanda: scusa, ma “Quarto Potere”?
Questa gente deve avere il buon gusto di tacere – proprio come i sedicenti “analfabeti funzionali” che costoro spesso amano molto bacchettare – o tornare a scuola o autoeliminarsi durante la visione di qualche telefilm “che va visto” secondo qualche rivista online.
Bene, a questo punto ho finito e mi sento un po’ meglio.
Cordiali saluti e via col pezzo a tema.

The Union Forever (The White Stripes, 2001)

Cinema e psicanalisi: guardare il conosciuto con un paio di occhiali diversi

da Elena Lo Sterzo

In una stagione in cui le ‘piazze’ virtuali stanno prendendo il sopravvento su quelle fisiche e reali, e in cui c’è quindi il rischio che le interazioni e le comunicazioni umane prendano le sembianze di gare narcisistiche a chi crea l’identità più incisiva e attraente, oppure di discussioni aggressive senza preoccuparsi troppo di conoscere l’altra persona, gli spazi e le occasioni di creare confronto più genuino e riflessione comune sulle tematiche più disparate costituiscono nuovi catalizzatori di connessione umana ed empatia.
A Ferrara si è provato a fare un esperimento per esplorare queste potenzialità utilizzando la ‘cassetta degli attrezzi’ che ci siamo costruite negli anni, quella da psicoterapeute, unendola alla passione per il cinema. Il binomio psicologia e cinema non costituisce una gran novità: da sempre il cinema ‘attinge’ dall’inesauribile bacino costituto dalle emozioni e si sporca le mani infilandole nel torbido delle passioni. Comprensibilissimo, essendo il cinema una modalità di raccontare il quotidiano, che risponde pertanto a un bisogno, quello della narrazione, che l’essere umano ha da sempre. Narrare storie, da quelle fittizie a quelle più realistiche, aiuta a spiegare, a dare un senso, ma anche creare e consolidare un senso di identità e di comunità. Allo stesso tempo, immaginare scenari alternativi può anche servire a sperimentare un nuovo punto di vista nei confronti del già conosciuto e vissuto quotidiano: a tal proposito si pensi al fatto che le primissime scene girate dai fratelli Lumiére hanno ripreso proprio momenti di vita quotidiana, e per di più personali: gli operai all’uscita della fabbrica dove loro stessi lavorano, una petit dejeneur con moglie e figlia di uno dei registi…
La necessità insomma di provare a guardare il conosciuto con un paio di occhiali diversi. In questi termini, prezioso è il parallelismo tra i meccanismi psicologici messi in moto dal cinema (inteso sia come sua creazione che come sua fruizione) e quelli messi in moto dalla psicoterapia, che tra gli obbiettivi principali ha proprio quello di far “decentrare” la persona dalla narrazione della vita in cui è immerso e alla quale è profondamente attaccato e osservare con consapevolezza le caratteristiche del proprio personalissimo “paio di occhiali per guardare il mondo”.
Desiderando proseguire con tale parallelismo tra cinema e psicoterapia, meccanismi cognitivo-emotivi potentissimi che si attivano nella visione di un film sono quelli dell’empatia e dell’immedesimazione: pur consapevoli che ciò che vediamo sullo schermo è fittizio, inevitabilmente cediamo alla “suspension of disbelief” (Coleridge) che consente di immedesimarsi nei personaggi e nelle storie raccontate e provare emozioni reali, e fare riflessioni, siano essi parallelismi o prese di distanza, tra ciò che vediamo e la vita vissuta. E ancora, il riconoscimento sullo schermo di emozioni o situazioni simili a quelle da noi vissute nella realtà ha un potente effetto di validazione, ovvero la conferma del fatto che un particolare vissuto è comprensibile, normale, e, potenzialmente universale (soprattutto tenendo in considerazione il contesto e gli antecedenti nei quali è prodotto). Validare un’emozione aiuta a sentirsi meno soli, alieni o diversi da ciò che ci circonda (sensazioni che spesso possono essere all’origine del malessere interiore).

Nel primo esperimento di questo Cineforum sulle emozioni – intitolato ‘CINEMozioni‘ – abbiamo affrontate tre tematiche: ‘Connessioni Pericolose, il ruolo della Rete nel plasmare il quotidiano’; ‘Imbarazzo ed estraneità, 100 sfumature di timidezza’; ‘Il re è nudo! la coesistenza di grandiosità e fragilità nel Narcisismo’. Tali tematiche sono state affrontate proponendo una breve introduzione iniziale ai temi trattati, la visione di alcuni spezzoni di film (per esempio per la serata sulle Connessioni Pericolose il film ‘Her’ di S. Jonze e l’episodio ‘Caduta Libera’ della serie Black Mirror; per la serata sulla timidezza pezzi di ‘Il riccio’ di M. Achache, ‘I sogni segreti di Walter Mitty’ di B. Stiller ed ‘Emotivi anonimi’ di J. Ameris; per la serata sul narcisismo i film ‘E’ solo la fine del mondo’ di X. Dolan e ‘Anomalisa’ di C. Kaufman), seguita da un confronto libero finale.

Cosa è successo in queste serate? Ci siamo ritrovati circa in una ventina di persone complessivamente e dopo le visioni proposte si sono creati momenti di confronto e discussione sui temi proposti ed i vissuti attivati, spaziando da tonalità di piacevolezza, a sfumature di fastidio e bisogno di rimarcare la distanza o il non accordo con i vissuti rappresentati. Attimi e fenomeni, noi crediamo, molto preziosi. Vorremmo ripetere questa esperienza aumentando ancor di più la dose di partecipazione, partendo per esempio proprio da una progettazione partecipata: quali tematiche affrontare? Attraverso quali pellicole? E’ possibile creare momenti e spazi di condivisione e di ‘ri-alfabetizzazione’ emotiva attraverso il cinema, anche per promuovere una visione della psicologia non basata sulla demarcazione tra salute e malattia, ma su un continuum tra benessere e malessere che caratterizza la condizione umana?

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DIARIO IN PUBBLICO
La noia dei campus e le nostre scassate ma vive università

Intrappolato tra centenari e ricorrenze, Canova, Ariosto, Bassani; incattivito dai mille umori che colano da versioni diverse di uno stesso problema; incavolato da chi con sorriso ebetino imbandiera proditoriamente il pennone destinato al Tricolore di notte, baciando una bandiera di parte. M’abbatto dopo una splendida cena di lasagne con tartufi (offerta) in poltrona. Puntuale come il destino, o il rimorso, comincia in tv la più grande ciofeca della storia del cinema: ‘Love Story’.
E i ricordi cominciano a mulinare. Mia moglie insegnava in provincia; mia madre e io ci trasferimmo al Lido degli Estensi, aspettando l’arrivo della consorte. In giugno era attivissimo il cinema . All’apertura serale – due spettacoli – mamma si piazzò in quarta fila munita di abbondanti fazzoletti e si pappò entrambi gli spettacoli. Noi la raggiungemmo all’ultimo. Il sommesso singhiozzare del pubblico, quasi tutto femminile, accompagnava la celeberrima frase “amare significa mai dire mi dispiace”; mentre anche dal mio ciglio inumidito, forse dalla spaventosa ovvietà del racconto, colava una lacrima sul viso mentalmente cantata da Bobby Solo, di cui invidiavo rabbiosamente la chioma. Passano gli anni e vado a insegnare per un anno in Massachussets, poi vengo invitato ad Harvard da fraterni amici che mi preparano alla Eliot House sontuosa camera da letto. Beh! Quegli studenti erano simili a quelli del film! Molto sport, molta attività sessuale, doverosi studi, pantofole infradito in dicembre – ricordate i giochi sulla neve dei protagonisti del film? – tutto quello che ci aspettavamo dall’immagine dell’America che amavamo e che ci pareva un ‘Paradise’. Non a caso nell’Università dove insegnavo abitavamo in ‘Paradise Road’. Francamente un modo di vivere noioso rispetto alle nostre scassate sedi universitarie, dove tutto era ed è precario ma originale, imprevedibile, nuovo.
E allora appare di una verità sorprendente il commento che Michael Moore mette in bocca ai giovani del suo nuovo film-documentario ‘Fahrenheit 11/9’: “forse noi amavamo un’America che non è mai esistita”. Poi, una delle sere seguenti, acchiappo per caso uno dei film più sconvolgenti e belli della storia del cinema: ‘Sunset Boulevard’ – ‘Viale del tramonto’ – il capolavoro di Billy Wilder. E quell’America che forse non è mai esistita appare reale e vera in quel melodramma che ha la stessa forza di un’opera di Verdi o di Puccini.

Chi, dunque, nel passare e col trascorre degli anni raggiunge una maturità (anche) intellettuale, a quale immagine dell’America deve dare ascolto? Quella di Trump o quella di una straordinaria favolosa cultura che sembra nascere dal nulla? Quella del cittadino ‘comune’ che entra in una sinagoga e uccide gli ebrei ‘vil razza dannata’ o in un dancing fa fuori undici ragazzi che ballano? Oppure quell’America che ci prometteva un nuovo mondo con le rivoluzioni sessantottine o la liberazione sessuale? L’America di Melville o di Hemingway, oppure dei votanti di Trump, il quale minaccia o promette disastri col ditino alzato e la chioma color pannocchia? L’America che produce le soap opera come ‘Love Story’ o l’America che si riconosce nel fondo oscuro della follia di Norma Desmond o del suo banalissimo Guy-Toy?
Allora, in conclusione, quella nazione rimane esempio lacerato delle contraddizioni che ci inquietano e ci turbano.

Frattanto l’intensa attività della Ferrara città d’arte e di cultura procede implacabile. Conto per caso ciò che accade un sabato 17 novembre: Premio Bassani; conferenza alla Fondazione Bassani; cena storica per la Lilt a Palazzo Roverella intitolata ‘La spada nel piatto’; commemorazione degli eccidi al cippo del Doro; la mostra di Courbet e forse un concerto o due.
Potremmo darci ammalati per troppa cultura. Ma per chi ci crede non è mai abbastanza. E speriamo che non ce la tolgano, non ce la limitino perché allora il mondo davvero diverrebbe molto, ma molto più piccolo.

Quell’attimo prima, quando non è più possibile tornare indietro. Omaggio a Ermanno Olmi

A poche ore dalla morte della grande regista e artista Ermanno Olmi, Ferraraitalia gli rende omaggio con questa intervista di don Franco Patruno, nel quale si parla anche degli ultimi attimi della vita, apparsa sull’Osservatore Romano nell’agosto del 1994.

Ai primi tornanti per salire ad Asiago ho la sensazione che non riuscirò a essere puntuale con Ermanno Olmi. L’intervista è per le ore 17 e potrei tentare accelerazioni avventate, le curve, però, non mi permettono di essere quel driver che ho sperimentato solo nel dormiveglia. La casa è molto bella e razionale e anche i quadri sono di ottima scelta. Olmi mi fa accomodare sul divano vicino a un dipinto di Pizzinato tra i più astratti e aerei.
Olmi mi parla subito della folgorazione avuta di recente alla Cappella Sistina, anche se “…la visita che feci negli anni Sessanta era più raccolta e meno rumorosa. Ora tutto è palese, come l’aveva voluta Michelangelo nel momento in cui ha dato l’ultima pennellata”.
Accenno alla perfezione del restauro, ma Olmi mi “sposta” a Padova, agli Scrovegni: “Giotto, per me, è il più grande genio della pittura. Lo amo moltissimo, come amo Turner”. Capisco che il regista desidera arrivare al nocciolo dell’argomento per osservazioni paradossali: “A Giotto non interessa più la pittura perché questa, per lui, è un’opportunità unica di raccontare…” La sottolineatura, naturalmente, è mia. Continua: “Giotto non è stato ingabbiato nell’autocompiacimento dell’arte. Trovo sublime Michelangelo nei suoi tormenti, quando avverte che con la scultura non può più dire niente”. Olmi fa alcune pause di interiorizzazione tra un pensiero e l’altro. Lo sguardo sembra cercare risposte in un punto immobile dello spazio e le trova: “La scultura diventa testimonianza del suo travaglio. La Pietà Rondanini è qualcosa di incredibile…Bisogna arrivare a novant’anni…Purtroppo oggi ci compiacciamo di essere artisti più che uomini”. Prendo al volo l’esempio di Giotto tentando un parallelo con il suo cinema e Olmi accetta volentieri la sfida: “Io mi sono avvicinato a Giotto quando mi sono accorto che non è stato il cinema a interessarmi, quanto il mio rapporto con il mondo”.

Il regista distingue poi la nobile attitudine alla “confezione”, necessaria ma fuorviante quando è fine a se stessa: “Rossellini non è mai stato un cineasta compiaciuto della propria capacità di fare cinema. Altri, invece, sono straordinariamente bravi nel confezionare la loro opera ma, a volte, la confezione serve a ovattare, se non a nascondere, i veri contenuti”. Avverto che per lui il rapporto tra arte e vita è essenziale e allora il ragionamento si fa sottile: “Qualche volta il vero artista mette in pericolo se stesso, si espone come persona”. Esco allo scoperto pure io, accennando a forti personalità che, come i poeti maledetti o Nicolas De Stael, hanno vissuto a tal punto la coincidenza tra arte e vita da arrivare all’autoannullamento per mancanza di parole. Olmi risponde con parole soffocate, quasi sentisse su di sé il peso di tanti altri: “L’uomo, quando si riconosce come persona, non può suicidarsi. Se invece si riconosce come artista può arrivare a farlo. Bisogna accettare il fallimento dell’artista: nell’istante prima di morire c’è sempre una frazione in cui la persona pensa che è un discorso che comincia, non che finisce”. Mi vien da pesare alla morte del Santo bevitore della ‘Leggenda’, che Olmi ha tratto da Philip Roth, ma il regista slitta su Bresson: “Citando Bresson ne ‘Il diavolo, probabilmente’, quando il ragazzo suicida si fa sparare dall’amico, un attimo prima che l’altro spari, dice “Stavo pensando…” ma l’altro spara!”. Già, quell’attimo prima quando non è più possibile tornare indietro.

Il colloquio si concentra sulla sofferenza fisica. Ricordo a Olmi la splendida intervista di Formento a Padre David Maria Turoldo nell’ospedale di San Pio X dei Camilliani di Milano. Olmi si illumina. Erano molto amici e Padre David gli era stato molto vicino nei tragici tempi dell’ictus cerebrale. Trascrivo per intero: “Io non credo che Dio voglia essere amato più della vita…Forse dico un’eresia, ma Dio non può essere geloso della vita! Anch’io sono stato molto malato e mi trovavo in una duplice disperazione morale e fisica. Constatavo di non poter più disporre del mio corpo e di trovare nella malattia un’inibizione totale di quello che ero stato sino ad allora. Sono arrivato a invocare la morte. Mia moglie mi assisteva. Un giorno, mentre mi portavano per la fisioterapia, decisi di rifiutare ogni cura. Ricordo che, con le lacrime agli occhi, dissi a Loredana: “voglio morire…fammi morire”. E lei: “ma se tu muori, cosa faccio io?” Così ho deciso di continuare a vivere, per lei, per la vita, ma non soltanto mia, ma anche sua. Ho detto a degli amici sacerdoti: “Dio mi ha fatto vivere quando mi ha fatto capire che dovevo vivere per lei, per mia moglie”. Rendo onore a Dio, perché mi ha posto accanto ad una persona da amare. Quando uno sente di non interessare più a nessuno si lascia andare”.
Lascio uno spazio di silenzio perché mi accorgo che siamo entrambi emozionati. Olmi, però, continua nel ricordo di Turoldo: “Per Davide deve essere stato così: il suo amore a Dio era anche amore alla terra, alla vita, alle cose, alle persone. Rifiuto gli eccessi della rinuncia malintesa al mondo come l’eccesso opposto. Penso a S. Antonio di Lisbona, poi trapiantato a Padova, che diceva: “Io ho solo un grande debito: il debito dell’amore. Pagato questo debito più nessuno mi venga a importunare!”

Potrei continuare sull’argomento ma, tenendo conto dei limiti di spazio dell’intervista, torno al cinema con la ‘Leggenda del Santo bevitore’ e alla contrapposizione che Olmi continuamente fa tra volti pieni di vita, come quello della scuola alberghiera, e i commensali in ‘Lunga vita alla signora’. Olmi parte da lontano, ricordando i tanti volti dei suoi 40 documentari prima dei lungometraggi.
“Alla Edison mi avevano incaricato di documentare. Ho cominciato a ventun anni: filmavo i cantieri…”. Poi si ferma e approfitto per domandare se ‘Il tempo si è fermato’ è stata una committenza.
Sorride: “E’ un po’ una marachella! Avevo detto ai miei dirigenti che andavo a fare un documentario, invece avevo già scritto il mio copione…Tra i tanti documentari c’è anche ‘Manon finestra 2’ con il commento di Pier Paolo Pasolini, il quale scrisse la prima sceneggiatura con Bassani. Con Pasolini siamo sempre rimasi amici. Lui ha scritto un magnifico saggio sul film poetico e su quello di prosa, prendendo come esempio ‘Il tempo si è fermato’. Poi ci trovammo a Venezia, io con ‘Il posto’ e lui con ‘Accattone’”.
Accenno al fatto che la “marachella” è risultata positiva per la committenza e che documentare non è un atto freddo e neutrale.

Continuiamo ricordando comuni amici degli anni ‘caldi’ dei Cineforum, i dibattiti sullo strutturalismo, Padre Covi e Taddei. A proposito di Padre Taddei, Olmi ricorda un particolare simpatico: “Quando venne a vedere ‘Il posto’ sul terrazzo di casa mia a Verona, dove avevo la moviola, vide il film a rulli e diceva: no, – scuotendo il capo – il film non ha struttura”. Lo diceva, naturalmente, con amore e continua: “Io ero a Milano e frequentavo il San Fedele; ero molto amico di Padre Taddei, ma non facevo parte del suo gruppo”.
Riguardo agli anni Sessanta, Olmi parla volentieri della critica cinematografica e delle ideologie; racconta di come lui stesso sia stato “ingabbiato” da formule tipo “intimista cattolico”. Gli dico che sono sempre stato contrario a facili euforie in anni di contrapposizione, quando domandare “è dei nostri” era d’obbligo. Ho sempre sentito come “nostri” molti autori un po’ fuori dalla cerchia: Bergman, Truffaut, Rohmer. Olmi si ritrova subito: “Pensi che la mania delle contrapposizioni, che ci faceva dire di un’opera “dove la collochiamo?”, portò a valutare ‘L’albero degli zoccoli’ come un film cattolico in Italia e marxista in Inghilterra!”
Accenno ai suoi film specificamente religiosi, come ‘E venne un uomo’ dedicato a Giovanni XXIII, che gran parte della critica recensì piuttosto negativamente. “Durante la lavorazione ero stanchissimo e ho tagliato senza pietà! Ma Pasolini, invece, scrisse cose straordinarie sul film, soprattutto la parte dell’infanzia, che lo coinvolgeva molto sentimentalmente. Ero commosso quando vidi il film accanto a Paolo VI: il Papa ne rimase molto toccato, ed io fui commosso della sua commozione. Rigoni Stern, che abita qui vicino, mi ha detto di averlo rivisto alla televisione e che aveva ribaltato il giudizio di allora”.

Con la scheda dei suoi film sott’occhio, gli dico la mia predilezione per ‘Un certo giorno’, ‘Durante l’estate’ e ‘La circostanza’ e Olmi collega le tre pellicole mettendo in evidenza le contrapposizioni tra generazioni e classi: “La realtà dei figli non era più quella dei padri: il figlio dell’operaio diventa studente. Nasce la nuova borghesia. Con ‘I fidanzati’ comincia il rampismo. Visconti capì il risvolto politico di questo film, e disse che era il film più bello visto in quell’anno. Un aristocratico come lui e intellettuale comunista!” Olmi continua a collegare i film evidenziando come una strana circostanza (come, per esempio, un incidente stradale), può mutare e dare nuova percezione della vita in chi è totalmente assorbito dall’escalation del potere. Alla mia osservazione su due apparenti nostalgie, quella di ‘Padre padrone’ dei Taviani e ‘L’albero degli zoccoli’, Olmi risponde prontamente, come infastidito dalle letture tendenziose: “Non c’è nostalgia da parte mia, anche se alcuni gruppi cattolici hanno tentato di farmi apparire un preindustriale. La nostalgia è nei borghesi, che tornano in campagna in modo sbagliato, vivendo male la loro nostalgia, che è una insoddisfazione di come sono… ma non riescono nemmeno a essere come erano”.

L’occasione della prossima uscita de ‘La Bibbia’ e dei capitoli della Genesi, ci porta a parlare della religiosità e dei film chiaramente ispirati alla Parola di Dio. Curiosa la sua risposta, paradossale come una poesia di Turoldo: “L’uomo è naturalmente, istintivamente religioso. E’ come l’amore: a volte l’amore è un ingombro! Ce ne libereremmo volentieri! Qualche volta faremmo a meno di soffrire per amore, ma non c’è niente da fare!” Sorride perché apprezzo il paradosso. Riguardo a ‘La Bibbia’ mi dice che il testo è stato interamente rispettato: “L’unica cosa che ho aggiunto sono alcuni salmi che ho messo accanto a delle situazioni che ritenevo più idonee a tale accostamento. Anche qui, come ‘Lungo il fiume’, la parola è la ragione dell’opera”.
Mi accorgo che sono passate quasi due ore e che Olmi è leggermente affaticato. Mi scuso, ma ne approfitto per un’ultima domanda su Fellini. Non potevo pensare a un finale così gradito: “Eravamo amici. Quando venne a Milano per ‘La dolce vita’, Gadda Conti gli ha fatto vedere ‘Il tempo si è fermato’. Fellini è venuto in proiezione e ne è rimasto molto colpito.
Uscendo, lo saluto con un “Buongiorno, Maestro!”, ma lui, con la sua voce ironica e leggermente cigolante, mi ha risposto: “Ma chiamami fratello, chiamami fratello!”

Franco Patruno

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La grande bruttezza

E mentre sempre più mi montava l’insofferenza contro l’orrendo film di Sorrentino, ‘Loro 1’, ripensavo al giudizio del ragionier Fantozzi all’ennesima visione della ‘Corazzata Potëmkin’. Nel film la celebre frase del ragioniere viene travisata e riproposta secondo una falsificazione dei nomi:
“Nel film Fantozzi, obbligato insieme ai colleghi a “terrificanti visioni dei classici del cinema”, dice infine che per lui “La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”, con successivi 92 minuti di applausi. Peraltro Potëmkin diventa Kotiomkin e Eisenstein diventa Einstein. È per far ridere, ma anche perché la produzione del film di Fantozzi non ottenne i diritti per usare le scene originali: quelle che vengono mostrate a Fantozzi e colleghi sono infatti scene girate apposta a Roma da Luciano Salce, regista del film, sulla scalinata di Valle Giulia, vicino alla Galleria Nazionale di Arte Moderna. (‘Il Post’, 3 luglio 2017).
Mi servo della correzione del titolo proprio perché il film di Sorrentino opera una falsificazione etica che corrisponde appieno alla nostra età e al nostro giudizio politico. Mai visto un film più compiaciuto e falso, non tanto per la scorpacciata di droga e di belle figliole sempre oscenamente intente a esercitare il mestiere più antico del mondo, quanto per il fatto che al posto della denuncia c’era il compiacimento di quanto lui, il regista, fosse bravo. E no! Caro Sorrentino esiste anche il senso dell’eticità e non la scommessa di fare del moralismo compiaciuto; se no diventi come loro. Anche la bravura di Toni Servillo è falsa.
Conclusione: a B. sarà sicuramente piaciuto. Un punto alla sua freccia.

La delusione del e per il film nasce dal fatto che, sull’onda dell’indubbia arte del regista, lo sbandierassimo soggetto – vita e opere di B. – potesse diventare momento finale delle precedenti prove (dal ‘Divo’ alla troppo osannata ‘Grande bellezza’), potesse rappresentare uno sguardo critico sul discusso personaggio. Lo sguardo c’è ma completamente travolto dalle ossessioni estetiche, che diventano maniera e compiacimento mai giudizio. Si esce con la sensazione che il sesso, gli odori del coito, la vendita libera delle prestazioni siano la ‘normalità’ di comportamento per quella categoria sociale, per ‘loro’. E’ il punto di vista di una tenutaria di case chiuse rispetto ai suoi clienti. Ciò che ci si aspetta allora dovrebbe diventare la domanda centrale: perché? Come si è giunti a questa visione del mondo? E qui la risposta fallisce il bersaglio. Ci si perde nelle visioni oniriche care a Fellini (ma che differenza!) si raccatta il mostruoso nella sua funzione estetica di sublime in modo imparaticcio, le figliole si contorcono in gesti studiati e di una noiosità infinita. Il sesso divenuto modo d’essere perde la funzione di scandalo e quindi permette una via di scampo all’opera di B. che fa dunque il suo mestiere e viene in un certo senso assolto.
Tutto questo corrisponde appieno ai soggetti preferiti dell’arte. I pittori più frequentati e amati, a cominciare dall’ormai ‘insopportabile’ Caravaggio, esplorano i bassifondi delle città, della psiche, della società. Si costruiscono mostre a ripetizione sugli impressionisti, si esplorano i lati proibiti della cosiddetta ipocrisia borghese (celebre il forse falso invito che in età vittoriana sollecitava a coprire le gambe del pianoforte appunto perché erano gambe!), si arriva anche ad indagare il lato oscuro dei quadri nella pur bella mostra ‘Stati d’animo’, si fanno film come quello su Oscar Wilde che recuperano la necessità artistica dei ‘maudits’.

E i politici si comportano in parte proprio inscenando i loro ‘teatrini’, difendendo le ragioni del ‘popolo’ le cui origini sono teatrali, come per il guru del M5S, o hanno per protagoniste belle figliole che ondeggiano su tacchi a spillo, scuotono la chioma trascinando con nonchalance l’oggetto simbolo del loro lavoro: zaino e trolley. Chissà cosa si diranno nelle scene immortali di sussurri e grida nascosti dietro il paravento della mano che scopre e nasconde. Mi domando se prima dell’evento si spruzzino in bocca il salva odori come fa B. nel film. Severamente impettiti poi si concedono al flash e alla domanda urlata, quasi sempre sorvegliata da quella icona che mangiucchia la penna spacciandosi per quel giornalista che non è.
Capire se in questa età di transizione il danno e la falsità provengano da ciò che la generazione mia e quella successiva hanno prodotto sull’onda della grande illusione: il Sessantotto.
Leggo – approvando e con un senso di colpa – il severissimo articolo di Curzio Maltese apparso sul ‘Venerdì’ di Repubblica del 27 aprile 2018: ‘Quelli che fucilavano i Taviani’. Eccone uno stralcio su cui bisognerebbe riflettere: “Quando uscì Allonsanfan, uno dei capolavori del cinema di Paolo e Vittorio Taviani, la critica militante di sinistra, lo stroncò con allegra ferocia. Un commiato dalla lotta rivoluzionaria da parte di borghesi di sinistra con la coscienza infelice, un invito al ritorno al privato”. I Taviani divennero quel simbolo e a Maltese fu imposto di far leggere un comunicato degli autonomi da parte del loro capo. E vedete le coincidenze col film di Sorrentino! Maltese incontra “per caso alla Mondadori dov’era diventato una specie di boss berlusconiano” lo stesso personaggio e gli chiede conto del cambiamento a cui lui risponde che “si cambia col tempo”. Non aveva capito nulla e tantomeno la qualità dei film dei Taviani a cui forse Sorrentino avrebbe potuto accostarsi avendo più coraggio. E giustamente Maltese ricorda cosa preconizzava il messaggio dei Taviani che “vedevano oltre le scintille la montagna di cenere dell’incombente Restaurazione che sarebbe cominciata qualche anno dopo e dalla quale siamo ancora sovrastati”.
Sorrentino avrebbe potuto cogliere il senso di questa Restaurazione, ma purtroppo le bellurie filmiche l’hanno travolto in un insolito destino di banalità del male.
Peccato.

Il grande cinema del grandissimo Bernie Gripplestone

Ci sono giorni in cui mi ritrovo a pensare: ma che magia è il cinema?
Se non fosse per il cinema ora non sarei dove sono: seduto, in un luogo segreto, mezzo morto dopo aver mangiato mezzo chilo di spaghetti al pomodoro in una sola botta, direttamente dalla pentola.
Adesso capisco a cosa si è ispirato l’Albertone Nazionale quella volta.
Ma adesso basta divagare, torniamo alla grande magia della settima arte, lì, del cinema.
In questi giorni ho finalmente capito come funziona, questa cosa, il cinema.
Non mi addentrerò troppo nei dettagli di questo mio aver visto il cinema da molto vicino, mi limiterò a dire: il cinema – come sospettavo – è una roba bella faticosa.
Come disse il protagonista di un grande pezzo di grande cinema: ci sono un sacco di input e di output.
E adesso non sarò mai più in grado di guardare un film con la leggerezza che avevo un tempo.
Ora come ora ci riuscirei – forse – solo con ‘Quarto Potere’, il film che più di tutti, per me, è – da sempre – sinonimo di leggerezza e gusto.
Ma il cinema, purtroppo, troppo spesso, non è sinonimo di leggerezza e gusto.
Dirò una cosa per alcuni forse dolorosa ma: il più delle volte il cinema somiglia ad Arrigo Sacchi.
Altre volte somiglia più a Corrado Mantoni.
Altre volte volte ancora invece, somiglia più a Carlo Ponzi.
Ma per fortuna, certe volte, somiglia solo a una persona: il grandissimo Bernie Gripplestone.
E a questo punto non posso fare a meno di chiudere questa mia riflessione con un pezzo che cade davvero a fagiolo.

The Rise And Fall Of Bernie Gripplestone (The Rats, 1967)

MEMORABILE
Antonio Sturla pioniere del cinema italiano

E fanno 100! La casa editrice Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) taglia l’ambito traguardo del centesimo ebook pubblicato. E il titolo è davvero di quelli da non perdere: ‘Antonio Sturla. Pioniere del cinema italiano’, scritto da Paolo Micalizzi con il contributo di Paolo Sturla Avogadri nel cinquantenario della scomparsa del celebre Ferrarese. L’operatore cinematografico e regista ferrarese Antonio Sturla (1894-1968) è stato direttore della fotografia in oltre un centinaio di documentari: perno di una produzione cinematografica che ha anche favorito la formazione di alcuni registi, distintisi poi nel cinema e nella televisione, fra i quali Florestano Vancini, Damiano Damiani, Adolfo Baruffi, Renzo Ragazzi, Fabio Pittorru e, sebbene non regista ma creatore di effetti speciali, il “tre premi Oscar” Carlo Rambaldi. L’ebook è disponibile in tutte le librerie del web.

Oltre la bufera: il film su don Minzoni fra storia e poesia

“Attendo la bufera”, scrisse don Minzoni poco prima di essere ucciso, consapevole che la sua opposizione al fascismo gli sarebbe costata cara. Ma il sacerdote di Argenta aveva una convinzione profonda: “Spendere la vita per un ideale non è morire, è vivere”. E così è stato.

Da sinistra: Stefano Muroni, Marco Cassini e Valeria Luzi

L’esistenza di don Giovanni Minzoni non è finita il 23 agosto del 1923: quasi un secolo ci allontana da quell’omicidio efferato, don Giovanni Minzoni torna a vivere, a far sentire la sua voce nel film ‘Oltre la bufera’. Ideato da Stefano Muroni, scritto da Marco Cassini in collaborazione con Valeria Luzi e Stefano Muroni, il lungometraggio sarà girato ad aprile in quindici location del territorio ferrarese: a Mesola, al Centro etnografico di documentazione del mondo agricolo ferrarese di San Bartolomeo in Bosco, al teatro Concordia di Portomaggiore, alla pieve di san Vito a Ostellato, a Palazzo Crema a Ferrara. Un film ambientato tra il 1919 e il 1923, con costumi e oggetti scenici originali curati da Luigi Bonanno, il costumista di Giuseppe Tornatore. È la prima grande sfida di Controluce, la società di produzione fondata nel 2017 da Cassini, Luzi e Muroni.
La regia di ‘Oltre la bufera’ è affidata a Marco Cassini, che già ha diretto ‘La notte non fa più paura’ e ‘La porta sul buio’: “Titoli scuri – spiega il regista – perché cercano di analizzare l’animo umano alle prese col buio”.

Perché è importante un film dedicato a Don Minzoni per Ferrara e Provincia? A risponderci è Massimo Maisto, vicesindaco e assessore alla cultura di Ferrara: “Questo film è significativo per tre aspetti. In primis è un film dedicato a una persona che è stata ammazzata perché voleva proporre un’idea di educazione alternativa; non è solo un capitolo della storia, ma un tema ancora molto attuale. In secondo luogo, tra i nostri obiettivi c’è quello di valorizzare la creatività giovanile: conosco da qualche anno Stefano Muroni per la sua attività di fondatore e di formatore del Cpa (Centro preformazione attoriale) e ritengo sia importante sostenere e aiutare i giovani talenti. Infine – insieme a Emilia Romagna Film Commission – stiamo facendo un lavoro per promuovere e attirare produzioni cinematografiche a Ferrara e provincia, come già è avvenuto con Pupi Avati, che ha scelto il nostro territorio per girare una nuova serie televisiva. L’obiettivo è valorizzare le risorse professionali, culturali e ambientali del territorio, per garantirne una maggiore visibilità”.

Quali aspetti della storia mette in luce la personalità di Don Minzoni?
La parola questa volta va ad Anna Maria Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, riferimento per la consulenza storica, grazie ai preziosi materiali custoditi nell’archivio dell’Istituto, tra i quali il famoso ‘Diario’: “Don Minzoni è una figura chiave della nostra storia. Ho trovato molto interessante la proposta di Stefano Muroni, in questo film, di analizzare e mettere al centro la figura dell’educatore, piuttosto di insistere sull’omicidio, che insieme al delitto Matteotti, segna la storia del fascismo. Perché viene ucciso don Minzoni? È proprio la sua opera di educatore che lo rende insopportabile al fascismo. L’educazione dei giovani italiani era uno dei pilastri del regime totalitario di Mussolini: dalla culla ai campi sportivi, poi le divise nere dei Balilla con le esercitazioni ginniche e le grandi manifestazioni. Si trattava di un lavoro capillare sulla popolazione, dalla nascita all’età adulta, per plasmare una mentalità, per formare il ‘fascista perfetto’. Il fatto che ci fosse un sacerdote con un forte ascendente sui giovani – che proponeva cose diverse, come il movimento Scout – era inaccettabile per il regime. Inoltre don Minzoni era un giovane, si interessava alle persone, era riuscito ad organizzare una ‘cooperativa’ bianca dove le donne potevano cucire e lavorare. Gli interessava rendere consapevoli i cittadini. Educava alla libertà”.

Don Giovanni Minzoni

Generosità, impegno, coraggio, tenacia: erano i tratti di un uomo dal grande carisma. Don Giovanni – nella sua parrocchia come in guerra – seppe conquistarsi affetto e riconoscimenti, fra cui la medaglia d’argento al valore militare.
“Conoscevo la storia di don Giovanni Minzoni da quando ero bambino. Non ricordo chi me l’avesse raccontata. Ma sentivo l’esigenza, un giorno, di narrarla, per non perderne la memoria, per non farla svanire nel vento”, osserva Muroni, che vestirà i panni di don Minzoni. “Personalmente non ho mai creduto che possano esistere storie di destra o storie di sinistra. Per me, per noi piccoli cantastorie della bassa, esistono solo storie belle o storie meno belle. Da quando ho iniziato questa avventura ho sempre cercato di raccontare storie belle, che potessero commuovere ed emozionare, e che potessero dare un esempio alle future generazioni. La bellezza, dunque, di cui ne abbiamo tanto bisogno. L’armonia nella drammaticità. La favola che supera la storia”.
E quella di don Minzoni è appunto una “storia bella” che Stefano Muroni ha scelto di narrare per immagini. Chiediamo a lui – ideatore, sceneggiatore e attore protagonista – di raccontarci qualche particolare di ‘Oltre la bufera’, le cui riprese sono iniziate proprio in questi giorni di aprile.

Dove ha trovato l’ispirazione per questo film?
Nessuna ispirazione. Le storie soffiano nel vento. Basta solo mettersi in ascolto. Sono loro che scelgono te. Tu hai solo il dovere e la responsabilità di raccontarle. Mi è successo sempre così, fin da bambino. Così sto facendo, con passione ed entusiasmo.

Da quanto tempo ci state lavorando?
Da due anni, se considero il progetto iniziale, poi la scrittura del soggetto e la ricerca finanziamenti. Personalmente da quasi 29 anni: nulla arriva per caso, ma tutto è il risultato delle proprie esperienze, della propria esistenza su questa Terra.

Perché per lei questo film è importante?
Perché parla di noi, del nostro presente, del nostro vicino futuro. Tratta di un uomo, prima che di un prete, che torna dalla trincea con l’anima mutilata, e cerca di portare gioia e coraggio tra la sua gente attraverso l’educazione dei giovani, con la consapevolezza che sarebbe stato ucciso. Ieri come oggi ci sono persone che scambiano l’educazione per strategia politica. Don Minzoni ebbe il coraggio di dire no a questo sistema violento e denigratorio. Pagando con la vita.
Il coraggio di dire no. Ecco perché è importante questo film, questa storia. Per ricordarci che a volte bisogna dire no, costi quel che costi.

Che cosa può insegnare don Minzoni alle giovani generazioni?
Quella di don Minzoni era una generazione che non possedeva nulla: non aveva soldi per comprarsi le scarpe o una camicia. C’era gente che non vedeva un pasto al giorno. Alcuni avevano perso il marito, o il fratello, o il padre in guerra. Non avevano nulla se non gli ideali. Sia da una parte che dall’altra. Ideali giusti o sbagliati. Ma lottavano per qualcosa. Ecco l’esempio di don Minzoni che ci parla ancora oggi, l’enigma eterno da risolvere: vivere per niente o morire per qualcosa.

Che cosa rappresenta un film come questo per Ferrara?
Intanto un tempo e uno spazio di riflessione sul presente. Ricordarsi che gli estremismi portano inevitabilmente a scontri spesso violenti. E la storia a volte si ripete. Forse non insegna, purtroppo, ma si ripete ancora oggi. Ce lo dice l’attualità. E poi ritorna il cinema a Ferrara, nel ferrarese, fatto da ferraresi, dopo ‘La notte non fa più paura’. Voglio dimostrare che anche qui, nella mia terra, è possibile fare cinema di alta qualità, con la professionalità di gente del posto. E che ‘La notte’ non è stato solo un caso, ma può diventare la regola.

Come vi siete documentati per ricostruire la vicenda storica?
Leggendo tutti i libri storici presenti, i diari, andando al museo di Argenta dedicato a don Giovanni, parlando con Anna Maria Quarzi, con lo storico Giuseppe Muroni, ma anche respirando l’aria dei posti dove ha vissuto il nostro protagonista.

Qual è il rapporto tra storia e finzione? Tra fatti documentati e poesia?
La biografia di alcuni personaggi realmente esistiti non era suffragata dalla sufficiente documentazione, così abbiamo cercato di immaginare alcune loro azioni, rendendo il tutto molto verosimile. La poesia? Ce ne sarà molta, nonostante sia un film anche molto violento. Ma non dico ancora nulla.

Qual è la frase più bella della vostra sceneggiatura?
Secondo me quella che pronuncia don Minzoni al ricreatorio, davanti al popolo argentano: “D’ora in avanti, abbiate il coraggio di dire no!”

Che cosa la spaventa e che cosa la attrae di questa sua nuova avventura professionale?
Non nascondo che la produzione di questo film sia estremamente complessa, ed è la prima volta che mi trovo a ‘maneggiare’ un progetto così importante, sia a livello produttivo che a livello artistico. Senza contare che è un film d’epoca, girato in costume. Ma è questo ciò che mi attrae: la complessità. Se portiamo al cinema un bel lavoro, mi sentirò per la prima volta un ‘adulto del settore’. Per adesso mi sento ancora un ragazzo di cinema.

Una dedica particolare per questo film?
Alla mia famiglia. A Valeria, mia futura moglie. A Marco Cassini. A chi mi ha messo i bastoni fra le ruote, ma non ce l’ha fatta. A chi ha creduto in me e al progetto.
E, soprattutto, alla memoria di Folco Quilici.

Dragoni d’oro 2018: ecco tutti i vincitori del Ferrara film festival

Una vera festa del cinema internazionale, con molti addetti ai lavori anche di origine italiana, che in questi casi hanno sottolineato la soddisfazione di ricevere un riconoscimento in Italia per il successo che hanno ottenuto negli Stati Uniti. Il Ferrara Film Festival si è concluso ieri (domenica 25 marzo 2018) con la consegna in sala Estense di Dragoni d’oro e dei premi alle undici categorie in gara. Ecco tutti i vincitori per ogni categoria.

Il foto-servizio è di Valerio Pazzi. Cliccare su ogni immagine per ingrandirla

Ferrara Film Festival 2018: un momento della giornata di premiazione conclusiva (foto Valerio Pazzi)
  • Dragone d’oro Miglior lungometraggio World ‘Contro l’ordine divino’ di Petra Volpe, Svizzera 2017 (premio consegnato da Giorgio Ferroni)
Giorgio Ferroni sul palco per l’assegnazione del Dragone d’oro al Miglior Lungometraggio World (foto Valerio Pazzi)
  • Dragone d’oro Miglior lungometraggio Usa ‘In dubious battle’ di James Franco, Usa 2016 (premio consegnato da Maximilian Law)
Ferrara Film Festival 2018 Maximilian Law con Sara Giada Gerini per la campagna a favore dei sottotitoli fondamentali per i non udenti (foto Valerio Pazzi)
  • Miglior attrice protagonista di lungometraggio Rachel Braunsch Weig in ‘Contro l’Ordine divino’ (premio consegnato da Giovanni Alliata di Montereale nel nome della grande attrice Lydia Borelli, sua nonna materna)

    Giovanni Alliata di Montereale per la consegna del premio alla Miglior Attrice (foto Valerio Pazzi)
  • Miglior attore protagonista lungometraggio Vincent Lacoste per ‘Tutti gli uomini di Victoria’, Francia 2016 (ritira premio Roberta Monti, canta versione coreana di Padre nostro Benedetta Kim)
Roberta Monti per il premio al Miglior Attore (foto Valerio Pazzi)
  • Miglior documentario ‘Above the drowning sea’, Canada 2017 ritirato dal regista Nicola Zavaglia (premio consegnato da assessore Massimo Maisto)
Massimo Maisto premia Miglior Documentario il regista Nicola Zavaglia (foto Valerio Pazzi)
  • Miglior regista Mauro Borrelli per ‘The recall’ (premio consegnato da Paolo Micalizzi)
Paolo Micalizzi premia Mauro Borrelli Miglior regista (foto Valerio Pazzi)
  • Miglior Corto Usa ‘Hyena’, Usa 2016 (premio consegnato da Paola Castagnotto)
Paola Castagnotto con Giorgio Ferroni (foto Valerio Pazzi)
  • Miglior corto World a ‘Stella 1’ di Gaia Bonsignore e Roberto D’Ippolito, Italia 2017 (premio consegnato da Anna Maria Quarzi)
Anna Maria Quarzi premia Gaia Bonsignore e Roberto D’Ippolitoi per miglior Corto World (foto Valerio Pazzi)
  • Effetto Hollywood Award a ‘The recall’ di Mauro Borrelli
  • Emilia-Romagna filmmaker Award a ‘Axioma’ di Elisa Possenti, Italia 2017 (premio consegnato da Marcella Zappaterra)
Ferrara Film Festival 2018 Marcella Zappaterra (foto Valerio Pazzi)
  • Young Unicef Award a ‘Sing’ di Kristóf Deák, Ungheria 2016
Al cinepark Apollo la proiezione di tutti in film in gara per Ferrara Film festival (foto Valerio Pazzi)

 

Maximilian Law con Giovanni Di Bella per una dedica del Ferrara Film Festival 2018 in ricordo di di Giovanni Bartolucci (foto Valerio Pazzi)

BORDO PAGINA
Serata in ricordo di Vitaliano Teti, regista e videomaker: intervista ad Alberto Squarcia

Martedì 5 dicembre alle ore 21,00 al Cinema Boldini di Ferrara, proiezione del film ”Inseguendo il cinema che spacca i cuori” in omaggio al regista e fondatore della Ffc Vitaliano Teti, scomparso a maggio di quest’anno.
Intervista ad Alberto Squarcia, Presidente Ferrara Film Commission, curatore dell’evento.

Alberto, il 5 dicembre il primo ricordo ufficiale in memoria di Vitaliano Teti, un approfondimento della serata?
Vitaliano Teti è stato al mio fianco non solo per la più recente Ferrara Film Commission, ma negli anni della gestione della Porta degli Angeli. Eravamo 6 associazioni riuniti in una Rta (Rete Temporanea di Associazioni). Sono stati anni belli e intensi nei quali abbiamo presentato complessivamente 58 mostre d’arte con performance, danza, video arte, musica e teatro.
Una bella esperienza che si è interrotta quando i rapporti con alcune associazioni della Rta si sono logorati e quando, finito il mandato, la Porta degli Angeli è passata dalla Circoscrizione al Comune.
Dopo un periodo di “meditazione” ho pensato che a Ferrara mancava una associazione libera e indipendente che si occupasse di cinema e dato che il vero amore di Vitaliano era l’arte del cinema, il cinema d’autore e la video arte, ha subito aderito al mio progetto. Vitaliano Teti insegnava infatti video arte e tecniche di comunicazione all’Università di Ferrara e presiedeva un’ associazione che si chiama “Ferrara Video & Arte”.
Abbiamo fondato quindi tre anni fa insieme ad altri soci fondatori la Ferrara Film Commission.
Vitaliano ha combattuto a lungo contro la grave malattia che lo aveva colpito; nel frattempo non ha mai smesso di creare, pensare e realizzare cinema e il suo ultimo prodotto insieme al fraterno amico Alessandro Raimondi è stato proprio il docu-film che andremo a presentare il 5 dicembre al cinema Boldini: Inseguendo il cinema che spacca i cuori.
Un film che nasce da una intervista a Gabriele Caveduri che ha percorso in prima persona tutte le vicende del cinema e delle sue sale a Ferrara. Racconta la propria vita di cinefilo iniziata negli anni ’70 alla Sala Estense con l’Arci, fino alla gestione del mitico cinema Manzoni in via Mortara. Una vita per il cinema indipendente intercalata con viaggi anche curiosi e divertenti ai grandi festival come Cannes e Venezia; conoscenze di grandi star del cinema e rassegne importanti a Ferrara che hanno segnato la fantasia e la cultura di chi era giovane in quegli anni, si intercalano nel film, che merita essere visto perché racconta la nostra città, il cinema e il declino delle piccole sale…..un’alchimia che è adattabile a qualsiasi città della provincia italiana.
Massimo Maisto, vice Sindaco e assessore alla Cultura di Ferrara con Paolo Micalizzi, noto critico cinematografico e Presidente onorario della Ffc, Anna Teti, sorella di Vitaliano, Alessandro Raimondi co-regista e per ultimo Gabriele Caveduri, ci introdurranno al film e a come è stato realizzato. Il ricordo di Vitaliano, che ci ha lasciato a maggio, si farà più intenso con la proiezione extra di un breve corto in cui lo si può ammirare nei suoi momenti migliori e felici.
Il grande progetto di Vitaliano Teti fu un festival di Video Arte “The Scientist”, arrivato alla sua VIII edizione dal 2007 al 2015).
La Ferrara Film Commission sarà lieta di collaborare con le persone che hanno realizzato con Vitaliano il festival “The Scientist”. Pensiamo che il festival di video arte ideato da Vitaliano debba continuare, o con noi o senza di noi ….Vitaliano lo voleva e la Video Arte che lui amava, praticava e insegnava ha visto in lui, come pochi altri in città, un sostenitore e un divulgatore.
Abbiamo saputo durante la conferenza stampa che si è tenuta in Comune, che l’Università di Ferrara dedicherà a Vitaliano Teti la bellissima aula piena di computer e di tecnologia dove lui insegnava ai giovani e futuri registi e tecnici della comunicazione come realizzare corti, documentari e film e dove trasmetteva con passione e amore la sua conoscenza.

info
Vitaliano Teti biografia
The Scientist Video Festival Internazionale

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una città da sfogliare

Ormai leggiamo i libri con accanto il personal computer o lo smartphone per approfondire immediatamente, attraverso la ricerca in rete, riferimenti, richiami e scoprire i luoghi evocati. Sono soprattutto le città con le loro strade teatro di avvenimenti che animano le narrazioni, dal quartiere ebraico di Praga reso famoso da Kafka alla Londra di Dickens avvolta dalla caligine che domina la città. Ma c’è una strada, in particolare, rimasta impressa nell’immaginario della nostra infanzia: la via Pal di Budapest, che non è un’invenzione letteraria di Ferenc Molnár. Esiste veramente, assieme a Via Práter dove si trova la scuola che veniva frequentata dai ragazzi e, ora, cinque di loro stanno lì, sul marciapiede di fronte, immortalati nel bronzo in una scena vivissima di un verismo eccezionale.
L’uso dello spazio come memoria non solo di personaggi e avvenimenti, ma memoria di pagine letterarie, di citazioni. Le nostre città rivivono nei racconti, perché non conservare nel ricordo queste apparizioni, queste comparse, questi sguardi?
È l’idea che suggerisce la mappa delle citazioni, della città narrata nell’altrove letterario, è la ‘Mappa letteraria di Milano‘, progetto interattivo dell’associazione Quarto Paesaggio e sviluppato su uno strumento semplice e noto a tutti come Google Maps, verrà presentata ufficialmente al BookCity, nel capoluogo lombardo, dal 16 al 19 novembre. La mappa ormai vanta 700 citazioni e il coinvolgimento della gente impegnata a segnalare opere e autori, righe estrapolate dalle pagine della letteratura di tutti i tempi.
L’etnologo di Marc Augè lascia il metrò per risalire in superficie, non più la memoria di generali e battaglie affidata alle stazioni sotterranee del metrò parigino, ma la vita di sopra, oltre il mondo ctonio, che si dilata nelle pagine dei libri.
A Milano l’hanno pensata per Google Maps, così però si ha un’app che per ogni via è un archivio di citazioni non molto differente da una mini biblioteca in rete: luoghi e citazioni fuori dal contesto. Un uso erudito, ma poco urbano, potremmo dire.
Meglio sarebbe se l’idea prendesse concretamente corpo nel tessuto urbano della città. Ritrovare quelle citazioni nei luoghi e nelle strade da cui sono nate, restituire ai luoghi lo sguardo dell’immaginario che hanno ispirato, consentire a chi vi passa di rivivere quel sentire letterario, di percepirne nell’ambiente concreto le emozioni, le sensazioni o di inseguirne con la mente i suggerimenti. Aggiungere al panorama della città il panorama inaspettatamente aperto da una citazione. Dovremmo pensare ad un’architettura urbana della citazione, ad un arredo urbano della citazione o a un uso smart della citazione capace di integrarsi nei luoghi e far rivivere le suggestioni dei loro autori.
Sfogliare la città, girarne le pagine come un libro. Le pagine sono le sue vie, le sue strade, le sue piazze, vicoli, luoghi e cantoni. Strade che si prestano a formare le pagine di un parco letterario da sfogliare camminando, assaggi di libri che possono incuriosire, invogliare a recuperare le trame di quelle citazioni, un modo per rendere famigliari le opere e la loro lettura.
L’abitudine a vivere in un contesto di cultura e di conoscenze. Non solo vie intestate alla memoria dei grandi da ricordare e semmai da emulare, ma strade, piazze, luoghi capaci di trasmettere le emozioni che hanno prodotto in altri, capaci di parlare al pensiero, all’immaginazione e non solo alla memoria, non solo al ritenere ma anche all’agire.
Un accorgimento per mettere in moto il sapere, per esporre il nostro patrimonio di cultura e di arte, non solo quello conservato dai musei e dalle biblioteche, ma anche quello che ai musei e alle biblioteche può condurre, può sospingere.
Non solo la letteratura è ricca di citazioni che coinvolgono i luoghi delle nostre città, ma anche il cinema e la pittura. Quante citazioni delle nostre città sono recuperabili nella produzione cinematografica e pittorica. Perché lasciarle alla dimenticanza, all’oblio, perché lasciarle alla nostra coazione a bruciare memorie, immagini e sequenze, a fermare mai l’istantanea.
Cambierebbe il paesaggio urbano se le nostre strade, le nostre vie, le nostre piazze diventassero anche i luoghi dove trovare riproposte le citazioni letterarie, cinematografiche e pittoriche a cui hanno dato luogo, che hanno ispirato. I prodotti della creatività umana ci sarebbero più famigliari, farebbero parte del nostro paesaggio quotidiano, renderebbero meno anonima la nostra esistenza, e ci abituerebbero fin da piccoli, con innegabili vantaggi, ad abitare i prodotti della cultura, della conoscenza, del sapere e della ricerca umana. Ci abituerebbero a vivere l’apprendimento non come un evento ma come una piacevole consuetudine.
Potremmo incominciare anche noi a costruire per la nostra città la mappa delle citazioni, annotandole di volta in volta, si può anche iniziare con Google Maps per non perderne memoria, ma avendo di vista come progetto di mutare il nostro paesaggio urbano dando ad esso un senso che non sia solo della commemorazione sulla targa di una via.
Potrebbe cambiare il nostro modo di abitare in luoghi che nella maggioranza dei casi sono tali solo perché ci si è domiciliati e ci si transita, luoghi spesso senza storia che si sono guadagnati la ribalta della storia nei prodotti artistici di cui è capace l’uomo. Dimensioni che restano sulla carta, nelle parole, nelle sequenze di un film, nel pennello di un pittore, lontane dai luoghi della loro origine dove potrebbero costituire la scenografia capace di dare significato a un modo più umano di stare insieme e di abitare.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Kevin Spacey e la morte del pubblico

di Lorenzo Bissi

Sono profondamente amareggiato per ciò che in questi ultimi giorni sta accadendo a Kevin Spacey. Non riporterò qui tutti i fatti e le dinamiche di come lo scandalo delle molestie sessuali nei confronti di giovani ragazzi da parte sua sia venuto fuori, ma mi limiterò a parlare e a fare una riflessione più generale. Non è questione di essere a favore o contro Kevin Spacey, qui è in discussione il valore dell’Arte stessa.
L’attore Anthony Rapp, oggi 46enne, pochi giorni fa ha dichiarato al giornale americano ‘Buzzfeed News’ di essere stato molestato sessualmente da Kevin Spacey all’età di 14 anni. Ha detto di aver trovato la forza di parlare dopo la pubblicazione delle accuse, anche in questo caso di molestie sessuali, contro Harvey Weinstein. E la caccia alle streghe si è aperta.
La conseguenza è stata che Netflix ha interrotto la serie ‘House of Cards’, in cui Spacey aveva il ruolo principale, e la International Academy of Television Arts and Sciences ha revocato l’Emmy Award che Spacey avrebbe dovuto ricevere in dicembre a New York.
Le confessioni hanno dato avvio a un processo mediatico che, per definizione, non tiene conto degli elementi del processo vero e proprio (che non mi risulta sia ancora stato avviato, semmai dovesse esserlo), ma vede l’opinione pubblica come giuria e condanna l’imputato sulla base di simpatie o antipatie. Eppure è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, nell’articolo 11, ad affermare che “ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo”.
Senza contare che è inutile e ipocrita revocare un premio che riguarda i risultati creativi di un attore, giudicando la sua condotta di vita e non esclusivamente le sue performance: ciò di certo non cancella il passato, né, a mio parere, manda un messaggio positivo sulla concezione di Arte. Infatti, questa scelta sembra stabilire dei criteri di giudizio nell’assegnazione del premio in cui si legano inscindibilmente ala vita di un’artista alle sue performance. Una mossa, quella della International Academy, frutto di una aderenza cieca alla imperante morale contemporanea del ‘politicamente corretto’.

Ora veniamo a ciò che più mi interessa, il concetto di Arte; per definirlo partirò da lontano.
Gli Antichi Greci, nella loro falsa democrazia, nel loro imperante maschilismo, nella loro apertamente violenta società, non si sono lasciati sfuggire una cosa: la componente di superiorità che l’Arte porta con se nelle sue manifestazioni.
Platone nel ‘Fedro’ parla di quattro divine manie: profetica, mitica, artistica ed erotica. Mi soffermerò su quella artistica. Durante questo processo, l’artista, che è un essere umano, è visto come un vaso (da cui la parola ‘invasamento’) che passivamente riceve l’ispirazione dalle Muse. Queste, spiritualmente, entrano nell’essere umano e lo utilizzano come semplice mezzo attraverso cui produrre un’opera. Il risultato è un’opera a sé stante, di natura divina, e completamente scissa dalla volontà dell’artista, figurarsi poi dalla sua vita.
L’uomo che svolge la funzione di artista è un mero strumento nelle mani della divinità e quando si approccia la sua opera, ci si mette in contatto con la divinità senza alcuna considerazione per l’autore.
Se ciò non è abbastanza convincente, o troppo ‘mitico’ e surreale, ecco un altro esempio. Come facevano in antichità a interpretare ruoli femminili nelle recitazioni teatrali, se le donne non potevano recitare? Indossavano una maschera, che in latino era detta ‘persona’.
Nel momento in cui l’attore saliva sul palcoscenico, con la maschera sul volto, era richiesta la complicità del pubblico, lo sforzo di immaginare il personaggio stesso davanti a se, e non l’attore mascherato. Mediante questo, l’attore non era più il signor Tizio Caio, ma un’altra ‘persona’, per esempio Medea, Edipo, Oreste o chiunque altro.
Dicendo ciò non voglio paragonare gli attori Greci con quelli contemporanei. Voglio sottolineare che i Greci avevano capito che la maschera, intesa come ‘persona’, aveva la funzione di legittimare chiunque si sentisse in grado di svolgere il ruolo d’attore a fare.
Questo perché anticamente l’Arte richiedeva, anche da parte del pubblico, uno sforzo immaginativo, che evidentemente al giorno d’oggi non siamo più disposti a fare. La conseguenza è la perdita dell’essenza superiore dell’Arte. E pensare che Oscar Wilde ha dato la sua vita per insegnarci che l’arte non è morale né immorale, ma va al di là del Bene e del Male, e per questo non deve essere giudicata secondo criteri etici.
Non posso fare a meno di arrabbiarmi quando sento persone che liquidano Pasolini chiamandolo “sporco pederasta”, Woody Allen “pervertito”, Lewis Carrol “pedofilo fissato con la sua piccola Alice”, o Pirandello “leccapiedi fascista”. Con questa logica Caravaggio era un assassino e Socrate probabilmente un marito violento. Ciò non toglie che le loro opere vadano al di là della loro vita, e come tali debbano essere apprezzate nella loro indipendenza. Oggi per molti non è più così, perché non si è più capaci di estrapolare l’opera dal contesto.
Qui non è questione di Kevin Spacey colpevole o innocente. Se il pubblico non è più disposto a svolgere attivamente la parte dello spettatore, viene meno tutta l’impalcatura su cui si regge la sottile esistenza dell’Arte, il piccolo segreto che l’arte è tutta finzione, capace di mettere in contatto l’artista e il suo pubblico. Da quello che si vede, ahimè, questa illusione è già stata abbandonata da tempo, e non sembra ci siano le condizioni per praticare un’Arte vera, un’Arte autentica.

Bondivertimento!

Sono ormai due settimane che mi ronza in testa una domanda.
Ma perché sono ormai più di tre settimane che continuo a riguardarmi dei vecchi film di James Bond periodo Connery.
Mi hanno sbolognato un account SkyGo (che skygo) contenente tutti i film di Bond con in più un sacco di documentari, quindi sono letteramente impazzito.
Non vedevo un film di Bond da almeno 15 anni e nel giro di qualche giorno mi sono ritrovato a fare la cacca ogni mattina ascoltando Tom Jones che esplode esalando quella nota eterna sul finale di “Thunderball”.
Poi sciacquone e via, bidet.
Ma veniamo al sodo, la domanda.
Ebbene, la domanda è: ma come mai non hanno mai preso Chloe Sevigny per fare la Bond girl?
Ne sono consapevole, è una domanda inutile.
Però mi ronza ancora in testa senza risposta, e quello è anche il meno.
Perché da questa domanda partono altre domande inutili, in primis: ma perché nel mio cervello c’è spazio per una domanda come “come mai non hanno mai preso Chloe Sevigny a fare la Bond girl in qualche film di Bond?”
Ma ce ne sono anche di peggiori tipo: come mai non hanno mai preso David Hasselhoff a fare proprio Bond in persona quando Roger Moore lasciò la serie?
Anche questa domanda rimane senza risposta e anche questa domanda porta ad altre domande terribili, la più vistosa delle quali è: ma perché nel mio cervello c’è spazio per una domanda come “come mai non hanno mai preso David Hasselhoff per sostituire Roger Moore quando Roger Moore abbandonò Bond?”.
Insomma, è un gran bel casino.
Però sotto sotto devo dire una cosa: non me ne frega proprio niente di Chloe Sevigny.
Per quanto mi riguarda può tranquillamente rimanere a fare film indipendenti conservando la sua bella etichetta di “attrice indipendente” con quel suo nome da “attrice indipendente” che solo a leggerlo e/o sentirlo in bocca a qualcuno mi fa salire su il terrore più nero, quel terrore che mi assale quando sento qualcuno che dice “Bonnie Prince Billy” o “Tortoise” o “Bill Callahan”.
Probabilmente, se un giorno venissi a sapere che l’hanno presa per fare boh, Moneypenny in qualche nuovo Bond uscirei in strada a dare fuoco a delle cose, concludendo poi per dare fuoco a me stesso.
Perché è questa una bella cosa che mi tranquillizza istantaneamente quando penso a James Bond: la totale assenza di puzza di sovrastrutture e di sovrastrutture a base di puzza sotto il naso – ma anche sotto altre cose – tipiche di tanto cinema di oggidì.
Quindi, grazie a Dio – anche se forse dovrei dire grazie a Sua Maestà la Regina d’Inghilterra più che al suo unico superiore – da questo punto di vista Bond resterà sempre una garanzia.
Proprio come la mia cacca della mattina, manzoniana installazione – senza inutile packaging ma con tanta umiltà – di cui desidero sonoramente rendere partecipe chi legge queste righe.
Auguro allora a tutti il mio più cordiale e sincero “Bondivertimento”.
Lunga vita a Bond!
Ma lunga vita anche alla mia cacca perché la stitichezza – mi han detto – è un gran brutto vivere che io – fortunatamente – non ho mai conosciuto.

Thunderball (Tom Jones, 1965)

Un salotto tra gli alberi e il cielo: il Parco Pareschi

di Francesca Ambrosecchia

Una delle zone verdi della nostra città è il Parco Pareschi. Quest’area, resa interamente pubblica nel 2002 era in origine il giardino del Palazzo Estense detto di San Francesco.
Affacciandosi su Corso Giovecca è una delle zone verdi più centrali della nostra città, oggi più che mai utilizzata.
È infatti dal 17 giugno che il parco ospita la rassegna cinematografica estiva all’aperto che terminerà a fine agosto: sembra di essere in una vera e propria sala ma al posto del soffitto vi è un cielo blu scuro a sovrastare gli spettatori. Il parco è piccolo e tra le sue mura l’atmosfera si crea grazie alla realizzazione di un ambiente intimo e famigliare.
A differenza degli altri parchi cittadini, come per esempio il Massari che è anche un comodo luogo di transito per pedoni e biciclette, il Pareschi è tornato in auge più di recente grazie ad una maggior cura e alle iniziative che lo rendono più popolato anche di sera come quella segnalata.
Se quindi amate il cinema o vi siete persi uno o più film nell’ultimo anno, questo parco offre la soluzione!

Vite disperse… vite da salvare

Salvami, salva la mia anima maledetta…
Sono una foglia nell’uragano, una bolla di sapone nelle mani di un bambino. Sono prossima alla fine, e ho paura!
L’estate è torrida, ma il gelo dentro pietrifica tutto: pensieri, azioni, desideri. Tutto il vuoto cosmico, un tutto fatto di nulla, pronto ad abbracciarmi, e ho paura!
Nero immoto, inodore, il buio attorno a me. Tengo la luce spenta perché ciò che vedo non m’interessa, e ho paura!
Il tempo scorre e io non ho dimenticato, ora rimuovo il presente e mi nascondo. Ma la pressione aumenta, mi schiaccia, mi umilia, mi rimpicciolisce fino ad annullarmi, e ho paura!
Le mie cose, le poche rimaste, non mi consolano. Ormai sono oggetti estranei, ostili, mi circondano senza scampo, e ho paura!
Dove sei eroe dei miei sogni? Dove siete sogni?
Tutto finisce, si consuma come la vita che m’impaurisce…
Mio eroe, se ci sei vieni qua e portami via con te! Salvami!
Ti aspetto soltanto un’altra ora, perché non voglio avere più paura!

Entro nel cuore della donna, parlo la sua voce. La solitudine ci rende identici, unici.
Ognuno nella sua fetta di universo, uguale agli altri, ma inesorabilmente incomunicabile.
Il bambino prodigio, la moglie disperata, il figlio ignorato, l’uomo innamorato e respinto, il padre e la figlia…
Vittime e carnefici, tutti logorati dal senso di colpa, dal desiderio e dal fallimento.
Intanto le rane piovono dal cielo…
Con Magnolia ho ricordato mio padre e mia madre e ho pianto lacrime bellissime.
E in tutto questo, la musica di Aimee Mann era semplicemente perfetta!

Save me (Aimee Mann, 1999)

Wise up (Aimee Mann, 1999)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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