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Gli assedi delle città: la guerra ripete se stessa.
Dobbiamo tornare a parlare di disarmo

 

L‘assedio è una strategia bellica in cui un esercito controlla l’accesso a una località, di solito fortificata, allo scopo di costringere i difensori alla resa o di conquistarla con la forza. Chi mette in atto un assedio si pone lo scopo di isolare chi lo subisce in modo che questi non possa più avere comunicazioni con l’esterno e che non sia in grado di ricevere rifornimenti di cibo o di mezzi. Ciò avviene, solitamente, circondando l’obiettivo col proprio esercito.
L’assedio è stata una strategia di guerra usata fin da tempi antichissimi che ha avuto quasi sempre esito positivo per gli aggressori.  Gli invasori hanno potuto instaurare “governi fantoccio” dopo aver ridotto l’esercito regolare e i civili allo stremo. Durante gli assedi la percentuale di civili morti è sempre stata altissima. Le prime notizie di assedi arrivano da fonti antichissimi. Ricordo, ad esempio, l’Assedio di Troia, l’Assedio ateniese di Siracusa (413 a.C.), l’Assedio di Costantinopoli (1453), l’Assedio di Leningrado (1941-44) e due assedi che avvennero in Italia: l’Assedio di Torino del 1706 e quello di Roma del 1849.

L’assedio di Torino rappresenta uno dei momenti più cruenti della Guerra di successione spagnola (1701-1714). Da Maggio a Settembre 1709, la città dovette difendersi dagli assalti di circa quarantacinquemila soldati francesi e spagnoli. Venne bombardata con palle di pietra e bombe incendiarie, mettendo a dura prova la resistenza della popolazione civile, mentre nell’intricato labirinto di gallerie scavate nel sottosuolo si combatteva una guerra senza sosta. L’assedio si concluse con la battaglia del 7 settembre, nella quale le truppe austro-piemontesi, guidate da Vittorio Amedeo II e dal Principe Eugenio di Savoia, riuscirono a costringere gli assedianti alla fuga [Qui].

Un secondo assedio avvenuto in Italia, è quello di Roma del 1849. Fu il generale francese Nicolas Charles Victor Oudinot che ordinò l’assedio della città. Il militare, inviato dal presidente della Seconda Repubblica francese Luigi Napoleone, tentò per la seconda volta l’assalto a Roma, capitale della neo-proclamata Repubblica Romana. L’assedio si concluse con la vittoria e l’ingresso dei francesi in città e con l’insediamento di un governo militare in attesa del ritorno di papa Pio IX. Resta tristemente famoso il bombardamento dal Gianicolo con l’utilizzo di bombe a scoppio ritardato, che uccisero soprattutto bambini, andati a vedere da vicino quei proiettili inesplosi. Oudinot entrò in città il giorno 3 luglio e, il 5, prese possesso di Castel Sant’Angelo [Qui].

Fra gli assedi più recenti ricordo l’assedio di Sarajevo avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina che  è stato il più lungo assedio del XX secolo. (5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996) Tale assedio vide scontrarsi le forze del governo bosniaco, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS), che miravano a distruggere il neo-indipendente stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Si stima che durante l’assedio le vittime siano state più di 12.000, i feriti oltre 50.000, l’85% dei quali tra i civili. A causa dell’elevato numero di morti e della migrazione forzata, nel 1995 la popolazione si ridusse a 334.664 unità, il 64% della popolazione pre-bellica [Qui].

Un ultimo assedio da ricordare è quello del 2004 di Falluja (in arabo: الفلوجة‎, al-Fallūja), una città del governatorato di al-Anbar in Iraq, situata sull’Eufrate, circa 69 km ad ovest di Baghdad. In Iraq è conosciuta come la “città delle moschee” per le oltre 200 moschee nella città e nei villaggi circostanti. È uno dei luoghi più importanti per l’Islam sunnita nella regione. Nel 2003 è stata coinvolta nella seconda guerra del Golfo. Considerata dal comando angloamericano una irriducibile roccaforte degli insorti sunniti e degli elementi della resistenza irachena, fu teatro di alcuni dei più aspri e violenti combattimenti urbani del conflitto, con un numero elevatissimo di vittime civili. La guerra ha danneggiato circa il 60% degli edifici di cui il 20% totalmente distrutti, incluse 60 moschee della città provocando un elevato numero di vittime. L’utilizzo di ordigni al fosforo bianco su Falluja durante la seconda guerra del Golfo è stato al centro di una grossa polemica, scaturite nel novembre 2005 da un servizio giornalistico di Rainews24.

Nel 2015, MSF (Medici Senza Frontiere Qui) ha supportato circa quarantacinque strutture  mediche nelle parti settentrionali e occidentali della Siria e ha registrato 4.634 morti di guerra, di cui 1.420 (31%) erano donne e bambini del governatorato di Damasco. Questo è un chiaro esempio delle conseguenze mediche e umanitarie delle strategie di assedio militare-continuato. Nel caso di Madaya, né medicinali né cibo sono stati autorizzati a entrare tra ottobre e dicembre, né è stata consentita l’evacuazione di casi medici gravi per cure ospedaliere salva-vita (Qui)Il numero di strutture supportate da MSF è stata solo una parte di tutte le strutture mediche ufficiali e di fortuna in Siria, quindi i dati riportati da MSF rappresentano  un campione relativamente esiguo. Particolarmente preoccupante è il fatto che nel 2015, le donne e i bambini abbiano rappresentato il 30-40 percento delle vittime della violenza in Siria, dimostrando che le aree civili sono state costantemente colpite da bombardamenti aerei e da altre forme di attacco.

Il conflitto siriano del 2015 si è configurato come un insieme di guerre sovrapposte e combattute simultaneamente tra potenze regionali e internazionali entrate nel conflitto in fasi diverse, principalmente tra Stati Uniti e Russia e tra Iran e Arabia Saudita, assumendo i contorni di una proxy war (guerra per procura). Si è inoltre registrato tra dicembre e gennaio 2015 un numero elevato  di morti per fame [Qui].
Così riporta il report di MSF: “Che le infrastrutture civili – come scuole, moschee, ospedali e mercati – siano deliberatamente presi di mira, o che il bombardamento di spazi civili sia il risultato di attacchi aerei e bombardamenti indiscriminati, in entrambi i casi viene violato l’obbligo di proteggere i civili dalla violenza della guerra, nell’inosservanza del diritto internazionale umanitario.”

Venendo alla guerra che si sta combattendo ai confini dell’Europa e che sta preoccupando tutti in questi giorni, la speranza e il desiderata di tutti i costruttori di pace, è quella che in Ucraina non si scateni una campagne militari che assedi le città e trasformi la guerra in corso in un massacro senza uguali.

Mi sembra che la storia ci abbia insegnato molto poco, che gli errori fatti si ripetano sempre uguali, che l’orrore sia sempre quello, che gli assedi tolgono la vita a tutti e che in guerra la maggioranza dei morti è civile. MI chiedo perché nessuno ricordi ciò che è già successo in altre guerre e che questo potrebbe insegnare molto, anche se è vero che né i ricordi collettivi, né quelli individuali sono lineari ma sono il frutto di elaborazioni cognitive complesse che tengono conto della cultura, delle aspettative, dei bisogni, della sofferenza e della follia.

Credo che sia necessario, aldilà del fine negoziale della guerra in corso (prima che muoiano tutti) ritornare a parlare di disarmo mondiale. Mi sembra anche doveroso ricordare che, contrariamente a quanto in maniera molto superficiale viene diffuso come notizia triste, di disarmo si è sempre continuato a parlare e che esiste una vera e propria CD (Conferenza del Disarmo). Istituita nel 1979 dopo la prima Sessione speciale sul disarmo dell’Assemblea Generale dell’ONU, la Conferenza del Disarmo (CD) rappresenta il più importante foro multilaterale a disposizione della comunità internazionale per i negoziati in materia di disarmo e di non proliferazione.

Oggi la Conferenza del Disarmo, sita a Ginevra, è costituita da 65 Paesi membri e 38 Stati osservatori, tra cui i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti), gli altri Stati dotati di armamento nucleare e tutti i Paesi militarmente più significativi.
Mi chiedo però quanto sia efficace questa conferenza visto che la spesa per gli armamenti continua ad aumentare in tutto il mondo, Italia compresa.

Infine mi sembra utile citare Johan Galtung  e la sua teoria del trans-armo. Il trans-armo è la trasformazione dell’armamento.
“Noi vorremmo il disarmo – diceva Galtung durante la guerra fredda – ma siamo minoranza e non l’otterremmo. Allora chiediamo che cambi l’armamento, anche per maggiore sicurezza. Fra il riarmo e il disarmo c’è il trans-armo: trasformazione dell’armamento da crescente a calante, soprattutto da strutturalmente offensivo, aggressivo, a strutturalmente, esclusivamente difensivo“. Scriveva inoltre: “Trans-armo: processo di transizione da un modello di difesa fondato su armi di offesa a un modello di difesa che utilizza esclusivamente armi difensive, sino alla loro totale estinzione nel caso della difesa popolare nonviolenta. Comporta un mutamento profondo della dottrina di sicurezza militare e costituisce l’effettiva premessa per un reale e duraturo disarmo generalizzato in quanto non si limita a proporre lo smantellamento dei sistemi d’arma lasciando inalterato il meccanismo che li genera, ma modifica il punto di vista, il paradigma e la dottrina militare” [Qui ].

In copertina: Età neoassira, assedio città elamita di bit-bunakki, da pal. n di assurbanipal a ninive, 648-31 a.c. (licenza Wikimedia Commons)

ferrara notturna

Celati forever (5) :
“Nei pomeriggi Pucci e Bordignoni pascolavano per le strade”

 

Pucci [Costumi degli italiani I]

Pucci da giovane era mingherlino, timido e anche vestito male, e andava via con la testa bassa, anche storta da una parte. Forse teneva la testa così perché aveva il cervello fuori squadra, come diceva suo padre. E il primo periodo della sua vita che mi viene in mente è quando ha avuto la terza bocciatura di fila, nella scuola dove andavo anch’io.

L’edificio doveva essere un’antica prigione o forse un antico convento, e al primo piano c’era un grande salone con soffitto affrescato, dove lassù nella volta si vedevano le fatiche di Ercole.

Sui due lati maggiori di questo che ho detto salone c’erano le porte delle aule. Ogni classe chiusa nella sua aula, dalle finestre non si vedeva il cielo ma si vedevano altre finestre di altre aule dove erano chiuse altre classi. Le femmine sempre nei primi banchi perché erano più brave dei maschi, salvo qualche maschio che era bravo come le femmine. Ah quelle teste là davanti, con le mani sempre alzate per dire qualcosa! Quelle mani facevano pensare ai cani che si alzano sulle zampe di dietro per far piacere al padrone. Pucci non ha mai alzato la mano neanche una volta in vita sua, e stava nascosto nell’ultimo banco perché non aveva niente da dire.

Il primo giorno di scuola eravamo tutti come delle bocce lanciate a caso su un biliardo, qualcuna un po’ prima e qualcuna un po’ dopo, secondo l’ordine d’arrivo nei banchi. Ma Pucci notava che gli scolari arrivati nei banchi più avanti erano quelli che andavano avanti bene negli studi, e gli scolari arrivati nei banchi più indietro erano quelli che restavano indietro. Lui si trovava all’ultimo banco insieme al compagno di nome Bordignoni, ed erano i peggiori scolari di tutta la scuola, non voglio esagerare. Se lo sono mai chiesti quei due cos’erano lì a fare? Non se lo sono mai chiesti. La scuola sembrava a Pucci un posto strano, molto strano, a cominciare dal nome, «liceo-ginnasio». Bordignoni non aveva fatto caso neanche a quello e diceva che era lì per un errore di sua mamma, che voleva iscriverlo a una scuola tecnica ma aveva sbagliato portone.

L’estate che l’han bocciato per la terza volta, Pucci andava in visita dalla compagna di scuola Veratti. Stagione al bello fisso, erano venute le vacanze e ogni scolaro circolava liberamente. Però se c’era una cosa molto chiara per Pucci, era che lui non capiva a cosa serve la scuola e di conseguenza neanche a cosa servono le vacanze scolastiche. L’unica cosa che gli piaceva era andare in giro tutto il giorno per le strade a caso, trascinando i piedi lentamente e fermandosi ogni tanto a guardare la facciata di una casa a testa in su. Girando per la città in quel modo, capitava in una strada con un portico fatto a U ribaltate, dove abitava la compagna Veratti.

Portone di legno scuro, scale di marmo, terzo piano, una servetta col pizzo apriva la porta. La Veratti era una compagna che a scuola andava benissimo, mentre Pucci era stato bocciato tante volte che nella scuola non lo volevano più. Ma lei aveva una certa simpatia per quel compagno randagio che le capitava in casa senza essere mai stato invitato; il quale tra l’altro non era gradito a sua madre, signora corrosa nei nervi, che quando doveva far un sorriso a Pucci si trovava la bocca paralizzata sul lato destro. Invece la figlia lo accoglieva con quei grandi sorrisi che allargavano il cuore, e dopo si metteva a suonare il piano per fargli sentire come suonava bene.

Ragazza ben piantata che tutti dicevano bella, la compagna Veratti oltre al pianoforte e alla bravura scolastica aveva la specialità dei sorrisi smaglianti di buona educazione. Cosa che faceva molto colpo a quei tempi, perché noi non lo sapevamo ancora che si potessero fare dei sorrisi così per niente. Per cui tante volte uno si faceva delle idee, credendo di esserle simpaticissimo, mentre magari lei non l’aveva mai guardato. Può darsi che Pucci andasse a casa sua perché caduto anche lui in quella malia? Può darsi. La ascoltava suonare il pianoforte e finita la suonata andava via senza mai aprire bocca. Va anche notato che i genitori di Pucci erano contenti che il figlio fosse ricevuto a casa della compagna Veratti, perché il papà della Veratti era l’ingegner Veratti.  

In quel momento di evoluzione della sua vita il più grande amico di Pucci era Bordignoni. È Bordignoni che gli ha ispirato la famosa constatazione, che quando uno nasce gli è già successa la quota quasi totale di quello che deve succedergli. Questo si capiva bene guardando Bordignoni che era grosso dappertutto, e aveva i denti grossi, la fronte grossa, il naso grosso, gli occhi grossi, le mani grosse, i piedi come due badili, il collo che non si distingueva dalle spalle da tanto che era grosso. Poi aveva le palpebre calate sempre a metà occhio, che non riusciva a vedere il cielo, Bordignoni. Non riesco a immaginare perché volesse andare anche lui a casa della Veratti. Forse era sempre per via dei sorrisi smaglianti di buona educazione, che avevano incantato molti compagni, e figuriamoci se non facevano colpo su di lui, ragazzo popolare del quartiere Mame.

I sorrisi di buona educazione scombussolavano completamente Bordignoni, essendo per lui delle novità assolute come poniamo il telefono per quelli della Papuasia. Comunque c’è andato una volta sola a casa della Veratti, perché lei lo trovava troppo grosso e non sopportava che dicesse sempre la sua esclamazione preferita, ogni volta che qualcosa colpiva la sua immaginazione. Il sole entrava attraverso le belle tende di lino dalle finestre di casa Veratti, e Bordignoni diceva: «Càcchioli quanto sole!». Per arrivare nella stanza del pianoforte bisognava trascinarsi i piedi nei pattìni di feltro sui pavimenti incerati, e Bordignoni diceva: «Càcchioli come si scivola!». Anche ascoltando la Veratti suonare il pianoforte aveva detto: «Càcchioli come suoni bene!». Quella è stata la sua condanna e dopo Pucci doveva andarci da solo a casa della Veratti.

Nei pomeriggi Pucci e Bordignoni pascolavano per le strade, ma non sapevano mai dove andare. Andavano dove li portavano le scarpe e Pucci stava sempre zitto. Invece Bordignoni apriva la bocca, ma solo per ripetere la sua esclamazione preferita: càcchioli qui e càcchioli là, per tutto quello che vedeva in giro. Sempre così, nonostante che le palpebre calate a mezza saracinesca gli nascondessero una buona parte del panorama. Un giorno non sapevano dove andare e hanno deciso di seguire i binari del tram, per strade che uscivano dalla città, tra quartieri mai visti, giardini con grandi alberi, villette di periferia, gente in bici, camion che passano. Vanno e vanno ma i binari del tram non finivano mai e Bordignoni diceva: «Ma dove càcchioli stiamo andando?». Però non mi ricordo come sia andata a finire quell’avventura estiva.

Invece mi torna in mente una cosa che faceva sollevare le palpebre di Bordignoni più del normale, ed erano le donne con larga conformazione di petto. Qui la sua esclamazione preferita gli sgorgava dritta dal cuore: «Càcchioli, guarda quella lì che due mammelle!». Pucci aveva capito che non c’era bisogno di rispondergli per tenere in piedi le loro conversazioni: bastava trascinare le scarpe con lo stesso passo seguendo il borboglio di esclamazioni dell’amico. Pucci lo ascoltava con la stessa tranquillità che aveva ascoltando sua madre, ossia come il ronzio d’una radio che va avanti per ore e non si sa neanche di cosa stia parlando. Nelle loro camminate estive non avevano mai niente da dirsi, ma Bordignoni ogni tanto si metteva a borbogliare.

Adesso penso a quei giorni d’avvicinamento all’estate che avevano le ombre così lunghe di primo mattino, con poca gente per strada e un’aria di stanchezza dappertutto che era un piacere. Strade assolate col silenzio dei giorni vuoti, case addormentate e pacifiche allo sguardo. E il frescolino degli androni? Tra i migliori ricordi. Qualcuno passava in bicicletta nel sole e ti sembrava di essere all’equatore. Qualcuno stava affacciato alla finestra e subito ti veniva da sbadigliare. In quei giorni si stava bene ad essere svogliati e ronzare come le mosche nelle cucine di campagna, poi trascinare le scarpe verso nessuna meta come cani che vanno a zonzo in cerca di ossi. I pensieri si scioglievano nel moto dei piedi, e uno non si ricordava più di avere un padre e una madre, di avere una famiglia, neanche di avere un nome e un cognome.
[…]
Pucci e Bordignoni avevano degli itinerari che sembravano uno scarabocchio: dalla piazza centrale alla stazione e dalla stazione ai giardinetti dietro il municipio, dai giardinetti dietro il municipio al campo sportivo, dal campo sportivo al quartiere Doro e poi indietro alla stazione e alla piazza centrale.

Gianni Celati, Costumi degli italiani I, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 11-18

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]

Puoi visitare l’esposizione NEL MIO DESTINO DI DISAVVENTURE PERPETUE: OMAGGIO A GIANNI CELATI presso la Biblioteca Bertoldi di Argenta fino al 31 gennaio 2022.

Elogio dell’edicola

 

“La mia città che in ogni parte é viva,
ha il cantuccio a me fatto”.
Cosi ha scritto Umberto Saba in una poema su Trieste, la sua città. 

Anche Ferrara per me è diventata sempre di più ‘la mia città‘. Lì, anche se non ci vivo sempre, come Saba a Trieste, ho un “cantuccio a me fatto“.
Non è il Palazzo Schifanoia, e neanche la piazza Trento Trieste, il Giardino Massari o la piazza Municipale. Quando sono a Ferrara ogni mattina, più o meno presto, vado da casa mia verso piazza Travaglio dove c’è un cantuccio un po’ nascosto.

Niente di spettacolare o straordinario. Una edicola ben gestita, viva, con un’atmosfera piacevole e seducente, per comprare un giornale, una rivista, talvolta anche un libro.

Ma perché un’edicola ha un valore così particolare, non solo per me, ma anche per una cultura urbana in genere?  

Da più di vent’anni sono spesso a Ferrara e, in quest’ultimo periodo, sono già state chiuse parecchie edicole. In Via Romano, in via Carlo Mayr, in via Piangipane, in via Garibaldi, in via San Maurelio e in tanti altri posti della città.
Nessuno ha detto quasi niente di questa cosa.
È successo e basta.
Ma la chiusura di un’edicola è sempre anche una perdita per la vita di una città.  

Una volta le edicole erano non solo posti per comprare i giornali ma anche per incontrare altre persone. Magari solo i vicini di strada, per fare due chiacchiere, per scambiarsi informazioni, per fare qualche battuta sui politici, per commentare l’ultima partita di calcio.
Per la vita quotidiana di una città, quei luoghi, dove si poteva, attraverso i giornali e le riviste, conoscere le vicende mondiali e locali, erano una fonte continua di nuove notizie, private e pubbliche. 

Oggi basta un clic sullo smartphone e subito si possono leggere tutti i giornali del mondo, ci si può mettere subito in contatto con amici o follower in ogni angolo della Terra, non solo con quelli che vivono nel nostro quartiere. Ma è davvero un progresso di civiltà, della modernità, della comunicazione democratica in una città? 

Credo di non essere un uomo d’altri tempi, quando si scrivevano lettere con la penna stilografica o si inviavano con dei piccioni viaggiatori.  Giorno per giorno sono in contatto con tantissime associazioni e ong  in tutto il mondo. Attraverso internet mi informo su quanto accade a Kabul, Mogadiscio, Teheran, Washington, Comacchio…
Ma essere in un contatto diretto, vis-à-vis con un giornalaio. parlare con lui e con gli altri clienti dell’edicola, è tutta un’altra una cosa: più umana, più piacevole, completamente diversa di una comunicazione tecnica, lontana, astratta.

Dove si trova ancora un edicola c’e “il cantuccio a me fatto“.
Evviva le vecchie edicole!
Lunga vita all’edicola di Laura e Andrea in piazza Travaglio!

PANDEMIA E NUOVE CITTÀ:
Riprogettare gli spazi

 

Per molti aspetti la pandemia ha contribuito a sollecitare tendenze già in corso. Ad esempio, nelle città si è imposto rapidamente lo smart working ed è diventato centrale il tema del rispetto ambientale. Soprattutto nelle grandi città abbiamo visto moltiplicarsi i chilometri delle piste ciclabili, mentre molti parcheggi sono stati trasformati la notte in terrazze per il caffè. Anche per effetto del tempo liberato dai vincoli del lavoro e per le ricorrenti chiusure per i ridurre i contagi, le città hanno visto cambiare i loro ritmi di vita. Gli uffici si sono svuotati e i negozi sono stati chiusi. I lavoratori in grado di farlo hanno cominciato a lavorare a casa per la maggior parte del tempo, lasciando agli uffici il ruolo accessorio di scambio di idee. Abbiamo cominciato a immaginare una città più sana, meno inquinata anche se solitaria.

Intanto in attesa delle riaperture si è verificata la grande debacle dei negozi. Internet ha definitivamente cambiato il nostro modo di fare acquisti. La crisi della distribuzione che contribuiva a rendere più gradevoli le nostre passeggiate urbane è evidente. I negozi si trasformano in showroom e mini-magazzini, dove i clienti in molti casi provano la merce per poi effettuare gli acquisti on line. Il calo della vendita al dettaglio danneggerà molti soggetti: i proprietari e il personale dedicato alle vendite, ma anche le amministrazioni cittadine, il cui reddito fiscale affonderà. Bisognerà ripensare anche i centri commerciali, che dovranno trovare altre destinazioni, più orientate al tempo libero che all’acquisto.

Il centro delle città però non perderà il proprio ruolo. Ristoranti e bar resteranno luoghi di incontro per eccellenza e potranno avere un futuro. Nasceranno spazi di coworking, che apparirà una sorta di via di mezzo tra lavoro in impresa e lavoro a casa. Le città si ridisegneranno su nuove necessità di servizi e nuove forme di aggregazioni. Nelle città dei ’15 minuti’ tutte le attività saranno a portata di mano e gli spazi saranno usati senza sosta.

Non sarebbe male una città in cui in qualsiasi momento ci sono persone in giro. I quartieri misti favoriscono anche la fiducia, perché i residenti si conoscono, anche se solo di vista. Ma molti edifici cambieranno funzione, come è accaduto nelle fabbriche abbandonate diventate loft negli anni ’80. E qui servirà l’intelligenza diffusa, attivata (sarebbe doveroso) da amministrazioni intelligenti.

Le grandi città si stanno evolvendo velocemente, nella direzione accennata, in tutto il mondo.*
Molti spazi diventeranno adattabili: un ufficio di giorno potrà ospitare un club giovanile la sera. Lo spazio occupato oggi per le auto parcheggiate potrebbe essere utilizzato per parcheggio per biciclette o scooter elettrici, per tavoli da ping-pong, orti, bar o parchetti per bambini. Ciò che più conta, le persone utilizzerebbero lo spazio per lo scopo principale delle città: incontrare altre persone, spendere tempo in un contesto gradevole.

Le case cambieranno. Dove possibile, includeranno uno spazio di co-working in comune. I condomini avranno una cassetta per i pacchi, visto che gli acquisti saranno on line. Per combattere il Covid-19, che probabilmente diventerà endemico, anche se meno letale come l’influenza comune, la nuova casa disporrà di un distributore di disinfettante vicino alla porta d’ingresso. I balconi e gli spazi esterni saranno elementi essenziali non negoziabili, afferma l’architetto David Adjaye.

Le città stanno moltiplicando i giardini. Ad esempio, Barcellona sta incoraggiando i residenti a creare giardini pensili comuni. Uno spazio da utilizzare può favorire la comunità e la salute, ridurre la solitudine, produrre cibo, risparmiare sull’aria condizionata.
Denver ha più di 180 orti comunitari. Ma la loro creazione non può essere ordinata dall’alto, deve nascere dal coinvolgimento delle persone. Gli spazi verdi possono assumere molte forme diverse. A Philadelphia, ad esempio proliferano le case ricoperte di piante da parete e a Detroit crescono le fattorie urbane. Parigi sta progettando ‘foreste urbane’ su siti di pietra o cemento come il cortile del suo municipio.

Tutte le città non potranno associare la bellezza alla sola conservazione degli edifici e alla buona manutenzione del verde. Il centro dovrà essere un luogo rivitalizzato dalla fantasia moderna. Dovremmo ricordarci che valorizzare le città d’arte non significa rispettare la memoria del passato, ma sollecitare un coraggioso sguardo verso il futuro e osare il nuovo.

* Simon Kuper, The path to the post cost ctiy, Financial Times, 12 marzo, 2021

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

Istruzione: l’utopia necessaria

 

Nel 1972 usciva un libro del sociologo canadese Marshall McLuhan intitolato La città come aula. McLuhan invitava gli insegnanti e gli educatori a usare proprio la città come mezzo didattico. La città come luogo investito dalla responsabilità dell’apprendimento.
Invece abbiamo assistito all’afasia totale. Si è balbettato di patti educativi di territorio, svaniti come neve al sole. Si è rimasti stritolati tra apprendimento digitale e apprendimento orale in presenza. Senza aver mai pensato prima alle politiche per l’istruzione, alla loro organizzazione e diffusione di massa per mezzi, risorse e spazi.

È la responsabilità grave di una generazione di adulti che ora farisaicamente piange quanto hanno perduto in questo anno di pandemia le nostre ragazze e i nostri ragazzi, le bambine e i bambini.  Una generazione di adulti, verrebbe da dire, di ignoranti e incompetenti in materia di istruzione e apprendimento, perché le idee e le possibilità non mancavano, bastava studiare, bastava pensare che non era sufficiente cavarsi fuori dai piedi figlie e figli mandandoli a scuola, per poi colpevolizzare la scuola della propria irresponsabilità. L’istruzione doveva avere la “I” maiuscola, perché lo sapevamo tutti che era la chiave per affrontare il futuro, per attrezzare i nostri giovani a misurarsi con le sfide nuove. Invece no, tutto come prima, andava bene la scuola di Casati e di Giovanni Gentile, cosa ci facessero poi veramente studentesse e studenti non era poi rilevante, l’importante era uscirne con un titolo di studio, a prescindere dal suo valore.

Nel 1972 l’UNESCO pubblicava il rapporto Faure: Learning to be, apprendere per “essere”, per vivere, per crescere, per realizzarsi, ma apprendere sempre in ogni momento e in ogni luogo. Sì in ogni luogo, anche a casa davanti al computer per la Dad. Smettiamola con la retorica che la Dad non è scuola, certo che non è scuola, ma può essere studio, anche migliore di quello fatto a scuola, e di studio oggi abbiamo sempre più bisogno a qualunque età.

Mi sembra che sia sotto gli occhi di tutti, molto chiaramente, che se non ci attrezziamo ad apprendere cose nuove, saperi nuovi, l’uso di strumenti nuovi, ci mancano i mezzi per comprendere, per esse attivi, per vivere pienamente la nostra vita. Learning to be, cinquant’anni sono trascorsi nell’indifferenza e nell’irresponsabilità generale. Spaventoso se si pensa che il mondo della cultura e della scuola, responsabile dell’istruzione del paese è rimasto indifferente, ripiegato su se stesso, afasico, non ha mai suggerito idee nuove, non ha mai proferito parola, se non per lamentare il declino della lingua italiana nei nostri studenti, come nella lettera appello firmata qualche anno fa da seicento docenti universitari.

Eppure sollecitazioni e opportunità non sono mancate. L’Europa nel 1995 pubblica il Libro bianco di Cresson dove viene coniato il termine lifelong learning e si sviluppa il concetto di knowledge society, passando, con un salto significativo, da ‘educazione’ a ‘apprendimento’. Nel 2000 la strategia di Lisbona pone l’obiettivo di adattare l’istruzione e la formazione ai bisogni dei cittadini in tutte le fasi della loro vita, per promuovere l’occupabilità e l’inclusione sociale, nel 2002, l’educazione permanente diviene a tutti gli effetti lifelong e lifewide learning, apprendimento continuo per tutta la vita, possibile in ogni contesto. Un’idea poi neanche tanto originale, che era già stata nel secolo XVII° del polacco Giovanni Amos Comenio: “Tutti siano educati in tutto totalmente”.

Istruzione come utopia necessaria è il titolo del Rapporto Delors dell’Unesco relativo all’Educazione per il ventunesimo secolo. Nel documento del 1996 già si sottolineava come il tema dell’istruzione avrebbe investito  i bambini e i giovani “che succederanno all’attuale generazione di adulti, troppo inclini a concentrasi sui loro problemi.” L’invito era quello di aprire all’istruzione tutta la società, le comunità locali, ben oltre il sistema educativo, l’intera nazione, senza alcuna riserva, in particolare ai bambini e ai giovani, restituendogli il posto che appartiene loro di diritto.

Non ci sono giustificazioni. Il nervo che ha scoperto la pandemia è che avremmo dovuto essere preparati, a partire dalle nostre città, sul terreno dell’istruzione permanente, con una pluralità di luoghi attrezzati e predisposti per questo, anziché i soli Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, relegati unicamente alla alfabetizzazione degli stranieri e al recupero del titolo di studio non conseguito a suo tempo. La miopia totale. Istituzioni che potevano essere il centro di politiche di istruzione permanente su tutto il territorio e per tutte le generazioni, che avrebbero permesso di scomporre classi, di distribuire per i luoghi della città i nostri giovani perché continuassero a poter studiare in tanti spazi diversi, utilizzando tutte le risorse strumentali e umane possibili, perché per studiare non c’è bisogno della scuola, ma dei mezzi e di qualcuno che ti accolga, che ti stia accanto e ti guidi.

Non si tratta di utopia, ma di preparazione e di volontà politiche, di non essere abbandonati nelle mani di amministratori improvvisati e incompetenti, di un paese che da almeno quarant’anni a questa parte ha smesso di essere un paese. Passata la stagione delle grandi conquiste degli anni settanta, per la scuola e per il welfare, c’è stato il riflusso, si sono alzate le barriere degli anni ottanta che hanno arrestato un processo di progresso sociale. Da allora tutto si è fermato, con le Destre alfiere del neoliberalismo impegnate ad abbattere le conquiste sociali ottenute e le Sinistre costrette alla difensiva. La cosa spaventosa è che non ci si renda conto di quanto è effettivamente accaduto, come la superficialità domini i pensieri della maggioranza delle persone. Come le sensibilità siano distanti dalle preoccupazioni del terreno che dobbiamo recuperare in materia di istruzione.

Non lamentiamoci del clamoroso e vergognoso fiasco compiuto con la didattica a distanza, con l’incapacità di organizzare lo studio di un’intera generazione colpita dalla pandemia. Chi è causa del suo male pianga se stesso dice il proverbio. E il male è stato continuare a trastullarsi con l’idea che solo a scuola si apprende e che è sufficiente intervenire a mettere una toppa a un tetto o una pezza al soffitto pericolante di un’aula che tutto procede come prima, affidando le cattedre alla sacca del precariato.

Questa è l’istruzione per il nostro paese. Mentre ci sono città nel mondo che dell’apprendimento hanno fatto il centro delle loro politiche amministrative, aderendo alla rete Unesco delle “Learning city”. Invece di piagnistei la prima cosa da fare subito, prima che sia troppo tardi, per la nostra città e per tutte le altre, sarebbe di aderire immediatamente a questa rete e farsi carico degli impegni che questo comporta. Del resto non ci sono alibi all’ignoranza di chi ci ha governato e ci governa sia a livello centrale che locale. Gli strumenti e le conoscenze c’erano tutte. Qui ci troviamo di fronte a una colpevole insipienza.

CANGIASCUTMÁI: LA CITTA INVIVIBILE

 

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: EnochBabiloniaYahooButuaBrave New World.

E Polo: Puoi aggiungere Cangiascutmai, la città che cambia nickname, la città Camàlea. Da rossa che si fa faticosamente all’inizio del secolo XX, in armonia con i mattoni delle sue case, si fa nera in un batter d’occhio – e di legnate – per oltre un ventennio, per tornare rossa. Da poco è nuovamente nera. I cittadini si bastonano da sé, con pesanti schede elettorali. Si è detta Bicicléta, il solo mezzo di trasporto che può portare al socialismo. Fa procedere alla giusta velocità, trasporta pesi incredibili, accompagna, in luogo del bastone, il passo che con gli anni si fa insicuro. Ora è Màkina: tutti in auto, i pedoni sono automobilisti provvisoriamente appiedati. L’auto segna il passaggio all’età adulta, spesso anche quella a miglior vita e lo stesso concepimento. Qualche parte della città ne era faticosamente risparmiata. Ora non più da nessun mezzo, per quanto ingombrante. Occorrono però interventi radicali per trasformarla nella mitica Tiro, la città dei TIR, come pure si vorrebbe. E’ detta pure Nèbia, Calìgo la dicono i visitatori goranti, Fumàna, i quasi mantovani. È indescrivibile perché non si vede niente. Lo spasso consiste nell’appoggiarsi al muretto – circonda il fossato del grande Castello, al centro della città – e dire “Vedi che non si vede. Si taglia con il coltello. Ci puoi appoggiare la bicicletta…”.

Pandèmia è un nome che condivide con altre. Si sta molto in casa. Balli e canti dai balconi sono cessati. Si esce mascherati e con i guanti, per non lasciare impronte. E’ pure detta Sgàrbia, da un mecenate generoso con i soldi di tutti. Invita gli amici a prendere posti di rilievo in città. Sono spesso persone stimate nei campi loro. Al suo tocco si trasformano. Una sorta di re Mida al contrario, lo si direbbe. I suoi ammiratori si salutano dicendosi “Capra”, “Capra”. Bàlbia è uno scutmai che pure si sente. Onora un grande trasvolatore, caro al mecenate esteta, forse perché raccomanda A quel prete dategli delle bastonate di stile. Ed era solo un prete di campagna. Naòma è nome popolare. Non so se il Naomo locale – taluno lo vede bene emulo di Pietro Gonnella – abbia preso lo scutmài da un personaggio del comico Panariello, abituato a umiliare i suoi interlocutori. Le sue gesta sono molte e quasi leggenda. Noto solo che sia Panariello che Gonnella sono un dono della città di Fiorenza, alla quale Cangiascutmài ha dato Savonarola e il più noto degli Aldighieri.

Fòbia, pessimo: ama il nero, ma non il negro, soprattutto se nigeriano. Ha soppiantato, nel rigetto, il sempreverde zingaro e l’albanese, che ha ultimato la sua breve stagione. La Nigeria, leggo, prende il suo nome dal fiume Niger. Questo non deriverebbe dal latino niger ma dal portoghese negro preto, che vogliono dire appunto nero. È la differenza tra la zuppa e il pan bagnato. Ma se sono portoghesi si spiegherebbe l’aspirazione – proclamata a gran voce dai fobici – di condividere il nostro benessere senza pagare. Mi piace di più che il nome derivi dal Tuareg gber-n-igheren, ‘il fiume dei fiumi’, abbreviato in ngher, un nome locale utilizzato lungo il medio corso nei pressi di Timbuctù”. E, aggiungo, lungo il Po: negher, nègar.

Pentàgona per la forma benaugurante della città, ispirata agli studi del grande Pellegrino Prisciani. Molto ci sarebbe da dire, Gran Kan, a questo proposito. Forse sarebbe la risposta alle domande sullo scopo dei miei viaggi: rivivere il passato, ritrovare il futuro. Così la città può farsi Tetràgona, pur restando Pentàgona. Non si restringe al quadrandolo del castrum, che l’ha generata. Si fa ferma, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile di fronte alle odierne sciagure. Lo dice un suo figlio, che ha avuto altrove fortuna, avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. Allora, Gran Kan, non sarà più tra le città minacciose e maledette.

Cover: Ferrara, corso Ercole d’Este in una notte di nebbia – Foto Beniamino Marino

LA CITTA’ VUOTA

La città è un palcoscenico vuoto, i suoi attori si sono ritirati. Sembra di vivere un film che credevamo appartenere solo alla fantascienza. Coprifuoco e sirene spiegate delle autoambulanze. Ognuno è solo, fuori dalla scena, perché la regola è la distanza tra noi e tra noi e i luoghi che eravamo soliti frequentare.
Era necessario fare l’esperienza della lotta alla contaminazione per scoprire l’evidenza che in tempi normali sta ogni giorno sotto i nostri occhi ma che non vediamo.

L’ha scritto Edward Glaeser, autore del Trionfo della città: “Dobbiamo liberarci dalla tendenza a considerare le città come l’insieme dei loro edifici, e ricordare che la città reale è fatta di carne, non di calcestruzzo”. Quella carne che il virus insidia e spaventa, quella carne il cui brulicare oggi ci manca.

Nel 2011 l’Unione Europea, con il documento Le città del futuro. Sfide, idee, anticipazioni, traguardava al 2020 scrivendo che: “Guardare avanti – a tutti i livelli – e sviluppare idee sulle città del futuro diventa sempre più importante. Sarà infatti lo sviluppo delle nostre città a determinare il futuro dell’Europa.”
L’Europa muoveva dalla convinzione che l’urbanizzazione dell’esperienza umana fosse il fenomeno dominante la realtà del nuovo millennio.

Del resto Francisco Javier Carrillo, presidente del World Capital Institute, introduceva il suo Knowledge cities, pubblicato nel 2006, con queste parole: “Nel 1980 meno del 30% della popolazione umana totale era urbanizzata, ora la popolazione mondiale che vive nelle città supera il 50% ed è destinata a diventare il 75% entro il 2025, una percentuale già raggiunta dalla maggior parte dei paesi sviluppati. Quindi, l’urbanizzazione definitiva dell’umanità sta avvenendo proprio ora, dopo 40 mila anni dalla comparsa della nostra specie.”

Ancora, nel 2018, solo due anni fa, il Revision of World Urbanization Prospects delle Nazioni Unite riportava che in Italia vivono in città sette persone su dieci e che la corsa verso le zone urbane era destinata a continuare, anzi ad accelerare, tanto da prevedere che entro il 2050 anche nel nostro Paese l’80% delle persone vivrà in città.

Poi arrivarono il Covid e lo smart working a sconvolgere statistiche e previsioni.
Siamo un popolo in decrescita, secondo i dati Istat del Rapporto sul territorio 2020, nel 2018 -2,1 per mille, mentre nell’insieme l’Unione europea è cresciuta del +2,1 per mille.
Non siamo neppure particolarmente amanti di urbanesimo e di urbanizzazione, nel nostro paese l’incidenza della popolazione urbana sul totale nazionale è inferiore di otto punti alla media dell’Ue e di oltre dieci punti rispetto a Francia, Spagna e regno Unito.

Le città si spopolano, ma contemporaneamente cresce il magnetismo degli ipermercati, come potenti poli di attrazione ai confini urbani. Cattedrali dei non luoghi dove celebrare i riti del consumo. Pure gli ospedali, come i grandi magazzini, sono divenuti a loro volta ‘non luoghi’ di cura, che includono ed escludono corpi anonimi, la cui unica identità è la malattia. Corpi da manipolare in sale ipertecnologiche da personale appositamente paludato.

Gli occhi stanno fotografando quello che non avevano mai fotografato prima. Una esistenza che ci sembra altra dalla nostra, sequenze che crediamo appartenere solo a questo tempo sospeso, che poi, pensiamo, scompariranno, saranno lontane dai nostri quotidiani, dalle nostre angosce, dal nostro dolore.

Eppure è questa la vera immagine della vita, non quella che fino a ieri non volevamo vedere.

Ma la minaccia della contaminazione ci consente anche di sottrarci a questo incubo, di fuggire portandoci appresso il nostro smart working, ci legittima a vivere l’immagine virtuale del nostro essere, quella che ci possiamo disegnare e che ci aiuta a schivare la vista di quella reale.

Si lascia la città, la sua spoliazione, i suoni acuti delle sirene, per disperdersi nei villaggi, in nome della distanza, del contatto salutare con la natura, della purificazione e depurazione. A scrivere il nostro ‘Decameron’ connessi a banda larga, a lavorare smart che fa molto smart, a intrecciare relazioni dalla nostra bolla rifugio chattando sui social.

E non ci rendiamo conto di cosa sta per accadere. Che la lotta contro il male ci lascerà cambiati, ma non come avremmo immaginato. Forse sconfiggeremo il nemico, ma non ne usciremo vittoriosi.

Lontano dalla città se possibile, dove star bene con se stessi e con la natura, con appresso il nostro lavoro, che ci chiede di lavorare ma non di partecipare, l’assenza anziché la presenza, di farci da parte, di ritirarci come tante monadi tra loro distanti. Essere attivi allo smart working, ma lasciare fare ad altri la predisposizione del nostro futuro, quello che sarà dopo il Covid.

Non ci rendiamo conto delle conseguenze di abbandonare il campo e che il campo potrà non essere più quello di prima, perché anziché presidiarlo abbiamo lasciato che altri lo potessero occupare.

Di fronte alla minaccia è forse umano il ‘ritorno al sé’, al grembo materno, al rassicurante focolare domestico. Ma l’illusione della fuga come liberazione, come ritorno al paradiso perduto,  lascia alle spalle la disgregazione sociale e umana, apre la strada ad ogni incognita. La politica viene meno, se abbandoniamo la polis e il suo agorà, se decidiamo di sottrarci al pubblico per privilegiare il nostro privato. Viene meno la civitas e la cittadinanza con i suoi diritti e doveri. Dal distanziamento potremmo uscire ritrovandoci senza città e senza territorio, abitanti un paese di luoghi, privati del cuore della vita politica, sociale, economica e culturale.

PRESTO DI MATTINA
Si sta come coppi sui tetti

«Due strade divergevano in un bosco, e io, io presi la meno percorsa, e questo ha fatto tutta la differenza».

La strofa finale di questa poesia di Robert Lee Frost si adatta perfettamente al cammino percorso dal concilio Vaticano II. Di fronte al bivio che gli si poneva di fronte, una delle prime e fondamentali decisioni prese fu proprio quella di percorrere la via da tempo disattesa: quella, allora meno battuta, del ritorno alle fonti (ressourcement). E l’enorme ‘differenza’ che produsse questa scelta fu la scoperta che quella strada portava a un riavvicinamento (rapprochement) con gli altri cristiani separati, e persino con le altre religioni se non con il mondo moderno. Fu una direzione necessaria intrapresa dal Concilio per avviare un processo di ricongiungimento dentro e fuori la comunità cristiana. Grazie infatti all’immagine di chiesa che usciva dalla riforma liturgica ‒ una chiesa centrata sul mistero pasquale, evangelizzatrice a partire dalla Parola di Dio e dall’eucaristia, culmine e fonte della vita della comunità e una chiesa dei poveri ‒ balzava subito agli occhi la principale missione affidata alla Chiesa: il dono e il compito che le compete di far convergere, di mettere insieme, di riunire attraverso un nuovo stile, celebrante, dialogante, ospitante e attuativo la vocazione battesimale di ogni cristiano, precorritore di nuove relazioni e incontri volti ad avvicinare i rapporti con i fratelli separati, provando a sanare le rotture all’interno della comunità cristiana e tra questa e la modernità.

Rapprochement, ci ha ricordato l’amico Massimo Faggioli «è un termine usato molte volte dal pioniere dell’ecumenismo, il liturgista Lambert Beauduin. Non fa parte del corpus del Vaticano II in modo materiale, ma appartiene pienamente ai propositi del Vaticano II. La riforma liturgica del concilio gioca un ruolo significativo nello sviluppare (durante il Vaticano II) e nel realizzare (dopo il Vaticano II) questo aspetto chiave del concilio, in una direzione che non è meno importante di altre, meglio conosciute come il decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio, la dichiarazione Nostra Aetate, e la costituzione pastorale Gaudium et Spes. Il più importante rapprochement portato a termine dal Sacrosanctum concilium consiste in una visione riconciliata della Chiesa, della vita cristiana, della condizione esistenziale della fede nel mondo. Lontana dall’essere un’opzione puramente estetica, il punto di partenza teologico della riforma liturgica puntava a ricreare il rapporto tra liturgia cristiana, necessità spirituali dei fedeli e lettura teologicamente cattolica del mondo moderno nelle sue dimensioni storica e sociale» (Sacrosantum Concilium and the Meaning of Vatican II, in Theological Study, 71, 2, 2010, 767).

Dalla teologia alla poesia il passo può essere breve. Ciò che fa la differenza, scegliendo la via meno battuta, è il dono di uno sguardo poetico, capace di stupore che renda al vivo la figura di questo ricomporre, del mettere insieme, riunire e avvicinarsi. Incontri, sguardi e vissuti come paesaggi, scenari cangianti che connettono insieme prossimità e lontananza, altezza e profondità, risalgono dalla valle alla sommità e da questa ai dirupi scoscesi dei pendii, ricompongono frammenti, immagini, visioni, congiungono desideri, significati, colori, suoni, armonie e dissonanze, le proprie e quelle altrui. Un tale sguardo visto da una prospettiva liturgica diventa pure un vissuto e uno sguardo eucaristici, unitivi della pluralità dispersa.

È la medesima visuale percepita e messa in atto dall’architetto Carlo Bassi nel suo libro Perché Ferrara è bella: dove l’autore, immaginando lo svelamento della nostra città per chi la guarda da sopra l’orizzonte, allude a una prospettiva dalle stelle, zenitale, dal colmo dei tetti. Uno sguardo inedito e nuovo, assunto anche dal poeta Carlo Betocchi: il quale scrive: «tra poco un’altra estate. Me la godo già all’alba di uno di questi ultimi giorni d’Aprile, che si diffonde sui tetti delle case, stando alla finestra».

Betocchi ‒ scrive al riguardo Andrea Zanzotto, «ci chiama a convivere, a collaborare insieme ad esso entro la città umana, sempre messa spalla a spalla con il limite. E si pensi a quei tetti onnipresenti e sempre nuovi, a quei coppi che conservano un’intimità di freschezza e di argilla ancora intrise d’alba, anche quando appaiono più dilavati e forse intaccati dalle stagioni. Coppi, tetti, piani che quasi partono verso ogni lontananza, affratellati, e complementari ad un cielo che pur esso si ricrea di stagione in stagione. Esso sfuma nell’infinito e proprio così richiama il dato, il fatto, ciò che tutto giustifica, unisce, coordina, allena appunto ad una fratellanza» (Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Milano 1996, 627-628).

Ho pensato allora, rileggendo queste pagine, che in questo tempo di ripresa conciliare ‒ dovuta all’opera di papa Francesco ‒ nella chiesa ‘si sta come coppi sui tetti presto di mattina’. Insieme oranti. Non si prega infatti nella liturgia delle ore con l’antifona mattutina: «Al sorgere del giorno mi ricordo di te, Signore, al sorgere della luce ascolta o Padre buono la preghiera degli umili»? E il vangelo non va forse predicato sui tetti come ci invitò Gesù stesso: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27).

Può sembrarci una modalità stravagante. Eppure il vangelo è proprio questo: una guida alla città che proviene dal cielo; un modello di città discesa sulla terra, che vive ‒ per dirla con Calvino ‒ tra le nostre città invisibili, tra le nostre case e piazze e vie; soprattutto tra quelle meno conosciute, poco frequentate le cui prospettive nascondono incontri che sorprendono e ti fanno trovare pensieri e prospettive nuovi.

Rileggendo una pagina di Carlo Bassi sul perché la nostra città è bella sono stato sorpreso di trovarvi sintonie e simboliche a me familiari: ricomporre aggiungendo tessera a tessera, passando da una prospettiva all’altra, di piazza in piazza, di via in via e «da molto in alto fino al limite della visione zenitale» il puzzle della nostra città; e, per me, pagina dopo pagina, incontro dopo incontro ricomporre il vangelo tra la gente. Per trovare il “deposito della storia” ricercato da Carlo Bassi, come pure il tesoro della traditio evangelii, si deve percorrere la strada meno battuta, finanche un tragitto celato e poi restare sorpresi da luoghi sconosciuti, dal dischiudersi di spazi insospettati e ignoti ai più. Ma lo sguardo va allenato alle variazioni. Come le differenti prospettive da cui si guarda un albero ‒ se lo vedi di fronte, dal terzo piano o dai tetti ‒ così le immagini della città si «traslano», scrive ancora Carlo Bassi, mano a mano che essa si scopre al viandante, il quale diventa spettatore e artefice di una trasformazione dello sguardo che muta, mutando le prospettive. Si incontrano così in un primo momento dei luoghi: «riferimenti spaziali distinti e indimenticabili, quando sono esperiti dalla gente e visti all’altezza dell’occhio». Poi, cambiando prospettiva, quegli stessi luoghi diventano «spazi» quando lo sguardo li coglie da un ambito più elevato. E infine ti trovi di fronte a una trasformazione ancora maggiore là dove il campo prospettico della visuale si amplifica «in tracciati geometrici, cioè in elementi misurabili e confrontabili con altri, quando la vista di esse, la piazza e la strada, sia da molto in alto fino al limite della visione zenitale».

«Sembra quasi di poter dire ‒ prosegue Carlo Bassi ‒ che la città come manufatto architettonico, la città nella sua rappresentazione più significativa, come documento estetico da analizzare nelle sue parti rilevanti, la città come opera d’arte da sottoporre ad analisi usando la categoria dello spazio come sua unica chiave di lettura, sia quella, insospettata ai più, che l’occhio vede quando abbia la ventura di raggiungere luoghi inaccessibili come i tetti delle case, o spaziare da terrazze, da oculi di granai, da piattaforme di ascensori, da celle campanarie, da aerei in volo radente. La città offre, da queste quote visive, prospettive del tutto inedite, direi completamente nuove e incontrollabili, di difficile resa anche fotografica, le quali, proprio per questa difficoltà di traduzione in immagini su due dimensioni, ci avvertono che siamo davanti ad un fatto estremamente complesso, che muta ad ogni nostro svariare degli occhi. Esso, infatti, vive in funzione di una infìnità di elementi in perpetuo cambiamento (si pensi solo alla presenza della gente che si muove sulla scena naturalmente creata da quegli ambiti, al variare della luce, al mutare dell’atmosfera, delle stagioni) per cui un fotogramma, colto dall’occhio e fìssato dalla macchina, non sarà mai uguale al successivo. Dai ‘territori superiori’ nei quali ci poniamo, dunque, vediamo una città che pochi vedono, vediamo la fìsicità spaziale di eccezionali riferimenti urbani o di piccoli episodi della minuta trama del suo tessuto vitale».

In questo inizio di scrittura abbiamo solo un colpo d’occhio. Avvicinandosi ai particolari di quest’affresco testuale, lo sguardo è afferrato in un percorso celato, in cui Carlo Bassi a poco a poco svela le ragioni dell’irripetibile bellezza di Ferrara: «che va rivelata perché, per quanto ci è noto, è prerogativa unica di Ferrara, la quale può aggiungere ai suoi percorsi urbani più importanti e significativi questo: segreto e intenso». A me basta questo colpo d’occhio per dire il perché il vangelo è bello.

Nel vangelo si sta come coppi le sere d’estate: insieme pazienti; o nei «solstizi in cui l’anima viaggia per i cieli asciutti chiari per tutti». Nel vangelo si sta come «in un giorno terso come tanti d’estate» dove non c’è burrasca: «non avremo quel fremito che i cupi nuvoloni e le saette ci mettono in cuore». E tuttavia il vangelo è solo primizia del Regno, sua buona novella nella forma di un seme seminato di cui prendersi cura. Non mancheranno giorni e notti difficili in cui gettarci a capofitto, a fare argine ancora all’inquietudine di vincere il male con il bene: «Saremo soli, semmai, nell’azzurro,/ a sentire che dentro il suo profondo/ c’è un cupo, c’è un lontano brontolio:/ che la serenità non è che un lembo/ d’una stagione più incerta;/ in cui, nel fondo, vibra d’inquietudine/ la sorda lotta del bene e del male,/ e spetta a noi gettarci a capofitto/ in mezzo allo spettacolo inondante/ travolti nella sua serenità» (ivi, 190).

Il vangelo è il riconoscersi di Cristo in ogni uomo (P. Mazzolari), celato tra le sue pagine come da uno spartito si ode il canto nuovo poiché, pagina dopo pagina va formandosi la libertà dell’uomo nuovo; questi dice Agostino, sa qual è il canto nuovo, è quello di colui che sa amare la nuova vita. E, così, a me sembra che Il Canto d’estate di Carlo Betocchi sia accordato sulle note del canto nuovo, come risonanze del “suo” vangelo:

“Così, come boccheggiano nel sole
appena nato, sdraiato sui tetti,
ad una ad una, queste bocche d’embrici
rossastre, antiche, dalla schiena calda;
la scorsa primavera andar virenti
le vidi di muschiose fioriture,
nate all’alido; e il sole le riarse,
bevvero guazze, poi le rase il gelo
d’inverno: anch’io, quasi lo stesso,
come un’arida schiena che sopporta
pesi scottanti, geli inveterati,
nell’esistere mio nudo e costrutto
forse a null’altro, spero nel fiorire:
la dolce esclamazione che mi tocca
l’anima, dalle bocche degli embrici
oscure, ripetute lungo la linea
della gronda del tetto, mi sussurra
d’aver pazienza; e l’ombre, la ridicono,
dei coppi sopra i tegoli, scalate
di colore, fantastiche, mutevoli,
la pazienza implorando, poi che il cielo
oggi che è azzurro vive le disegna
a parlare, e dà voce a quelle cose
che non l’hanno, quando il sole declina”.
(Ivi, 178-179).

Due passi in centro…

Ferrara la cammino tutti i giorni, la guardo, la respiro, ne sento il sapore umido, antico come le buie cantine dei suoi palazzi in centro. Ferrara, nonostante tutto, resta una bella città. La mia città, nonostante tutto.
Bassa come le sue case, come la sua pianura, come la sua accoglienza. Ferrara è geometrica, rettilinea, spigolosa, nascosta, chiusa, gelosa, invidiosa. Come un’amante trascurata, s’imbelletta la sera, attende speranzosa una telefonata che non arriva mai.

Quanti amici ho visto partire e mai più tornare. Tanti, troppi. Ferrara, madre snaturata, abbandona i suoi figli, li fa fuggire, allontanare per cercar fortuna altrove.
Bella, distante, fredda e silenziosa d’inverno. Bianca e grigia, come la sua brina mattutina e le sue nebbie rarefatte, raccolte nei vicoli e disperse nei campi. Rossa come i suoi cotti e le sue mura secolari, verde come i suoi cortili misteriosi e suoi i parchi trascurati, sconfinati.
Ancor bella, raccolta, afosa e scollata nelle sere d’estate. Animata dai capannelli del centro, tra eroici locali per la gloria d’una stagione, insozzata da rimasugli d’annoiata, disperata, giovanile baldoria.

Ferrara sconcia, bugiarda, venale. Povera e ricchissima. Figlia di contadini, ostaggio di mercanti. Fiera del suo remoto passato, vergognosa del suo volgare presente. Provinciale tra le provinciali, si svende al miglior offerente. Si tormenta, litiga, s’azzuffa, si lamenta dei suoi malanni, si schernisce e non guarisce.
Ferrara, una perla smarrita nella sabbia dei suoi canali. Orgogliosa e depressa come la sua terra, impregnata di memoria, incrostata d’apparenza.
Ferrara, eterna fanciulla, immota nei secoli. Adagiata sui suoi sepolcri d’argilla, giace eterea e inerte sotto il suo cielo immenso. Spersa nel nulla.

Continuo a camminare nelle sue strette vie. L’anima tranquilla libera i pensieri sopra i tetti, mentre lo sguardo incuriosito indugia dentro le finestre e le porte aperte delle case appresso. Scorgo grandi e piccoli segreti, vedo splendidi androni restaurati e, subito a fianco, miseri tuguri trascurati. Angoli privati, racchiusi negli attimi che s’alternano al rumore dei miei passi. Questa è Ferrara: decadente ricchezza e miseria nascosta.

Passi incerti e irregolari su gibbosi sampietrini in porfido fanno l’eco ad ogni inciampo.
Mentre intorno tutto tace.

ABBATTERE STATUE E’ COME BRUCIARE I LIBRI
La memoria di un popolo non si può cancellare

Erano i primi mesi del 2015 quando l’Isis dichiarò guerra al patrimonio archeologico mondiale distruggendo le opere esposte nel museo di Mosul.
Tutto l’anno durò il massacro perpetrato dallo jihadista Stato Islamico: la distruzione delle antiche mura della città di Ninive, delle statue leonine alle porte di Raqqa in Siria, della Porta di Dio a Mosul, fino alla distruzione delle colonne a Palmira, e la lista potrebbe continuare.
La furia iconoclasta porta sempre al medioevo della mente e della cultura, al fanatismo delle fedi, alle anguste visioni del mondo, all’oscurantismo dell’ignoranza.

Ora le manifestazioni di piazza abbattono le statue, come se strappando le pagine di storia se ne potesse cambiare la narrazione. È ciò che abbiamo visto accadere al tramonto di regimi dittatoriali ad opera delle forze vittoriose, come segno di un potere decapitato.
Nessuna manifestazione è più benedetta di quelle contro il razzismo e per i diritti dell’uomo. Ma se l’indignazione e la protesta giungono fino al punto di scaricare la propria rabbia fino ad abbattere le statue, che a giudizio di alcuni costituirebbero la celebrazione di ciò contro cui si sta protestando, allora di fronte alla foga irruenta dei manifestanti è necessario che tutti ci fermiamo a riflettere. Perché abbattere monumenti non è molto distante da bruciare libri in piazza.

Eravamo abituati a manifestazioni che degeneravano nella rottura delle vetrine e in altri atti vandalici, ma l’abbattimento delle statue ci pone di fronte a un fenomeno nuovo, non certo per la storia, ma per il nostro tempo. Subito viene alla mente una considerazione, perché non si è fatto prima? Quelle statue hanno sfidato i secoli. Non si è fatto prima solo perché le coscienze dormivano? È un modo strano di guardare alla storia. Assolvere la propria coscienza, illudendosi che le responsabilità siano anzitutto individuali anziché collettive. Pensare che furono responsabili del colonialismo solo negrieri e mercanti di schiavi è una grande fandonia, perché secoli di civiltà e di ricchezze hanno le loro mani sporche di sangue, e di quei secoli noi siamo i discendenti.

Non serve abbattere le statue, se siamo noi a non cambiare. Il razzismo di oggi è anche responsabilità nostra, e per rendercene conto è sufficiente dare una scorsa al secolo passato e a quello presente. Allora viene da pensare che questa indignazione distruttiva non sia altro che figlia del nostro tempo, una modalità diversa di dar sfogo al populismo e all’ignoranza. Perché dietro a quegli atti violenti contro il patrimonio culturale di un luogo, di una nazione o addirittura mondiale, non si accompagna nessuna riflessione culturale, nessuna considerazione della storia, della narrazione che ha portato alla sua realizzazione, nessuna biografia dell’autore, nessuna considerazione del fatto che monumenti ed altri artefatti fanno degli spazi delle nostre città dei luoghi, anziché dei non luoghi. Molte piazze perderebbero il loro nome, la toponomastica sarebbe un racconto vuoto, senza fatti, avvenimenti, biografie, un luogo vuoto della storia.

Ogni città ha le sue pagine di storia, ogni via, ogni piazza è la convocazione del passato, come il metrò parigino di Marc Augé. L’abbattimento di una statua non è un atto di giustizia, una esecuzione della storia, ma uno sfregio ai luoghi che abitiamo, alla narrazione che altri prima di noi hanno scritto. È un atto da tribunale dell’Inquisizione, è una condanna al rogo, è una condotta tribale, è un imbarbarimento della civiltà e della cultura. È una violenza alla città e alla sua urbanistica, a come siamo e come eravamo. L’abbattimento di una statua non cancella la memoria di un uomo, ma di un’epoca e di un popolo. Se dovessimo fare pulizia delle nostre memorie, temo che ci resterebbe ben poco.

Dobbiamo impedire all’oblio di cancellare ciò che siamo stati, perché la storia dell’uomo non può essere come gli angoli della nostra mente, che contengono ricordi e pensieri che vorremmo dimenticare. La pars destruens ha il suo contraltare nella memoria, che è la pars costruens della storia, l’antidoto culturale contro i nostri errori. L’abbattimento delle statue, come degli idoli dagli altari, i sacrilegi civili, i sacrilegi contro la storia, non saranno mai la catarsi, tanto meno nei confronti del razzismo e delle morti violente, bensì un’altra catastrofe, la soluzione luttuosa di un dramma.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola dimessa

La cosa che stupisce non sono le dimissioni del ministro che attengono alla politica e confermano la parabola sempre più discendente degli inquilini di viale Trastevere, almeno da vent’anni a questa parte.
Stupisce la scuola dimessa, i suoi docenti e dirigenti dimessi. Il silenzio di chi lavora nella scuola e del suo lavoro non è riuscito a farne una professione, avvilendolo a impiego, incapaci di divenire dei professionisti della cultura. Sembrano tutti apprendisti di passaggio, perenni precari del sapere e del paese.
Dov’è la dignità del lavoratore della scuola, chi la rappresenta, chi la esprime?
Sembra che la scuola sia nelle mani di una classe di mediocri impiegati, come è mediocre il paese che li esprime.
La scuola, dimessa da anni, è silente, eppure la scuola dovrebbe essere la cultura, il pensiero del paese. Al contrario tace, vuota di idee, come può esserlo una prassi burocratica.
È la scuola delle routine che ha preso il sopravvento, la scuola che si parla dentro nelle sale dei professori ma che non sa parlare fuori al paese, perché non ha una sua fisionomia, una sua identità, al di là delle statistiche che pure la pongono tra le istituzioni verso le quali il paese ancora nutre più fiducia.
Una scuola spenta, declassata a ripiego delle vite, a fornire dosi di civismo o di ambientalismo, a seconda di come s’agita il vento. Una scuola tampone del paese anziché la sua risorsa.
Una scuola senza pensiero incapace di produrre pensieri per sé e per gli altri.
Pure c’è stato il tempo della scuola capace di parlare al paese, di democratizzazione, di partecipazione, di ricerca e sperimentazione. Del tempo pieno, della scuola dell’infanzia, dei nuovi programmi per la primaria e la secondaria, erano gli anni dell’integrazione di tutti nella scuola di tutti.
La stagione dei maestri da Bruno Ciari a Mario Lodi, da Loris Malaguzzi a Sergio Neri, da Lorenzo Milani a Idana Pescioli, a Francesco Bartolomeis è stata una parentesi della seconda metà del secolo scorso che ha permesso al nostro sistema formativo di vivere anni di fervoroso rinnovamento.
Poi più. Poi solo la scuola dei ministri senza maestri. E la scuola si è spenta, ha perso il fervore dell’innovazione, la laboriosità della ricerca, la passione per la propria formazione da parte dei suoi insegnanti e dirigenti. Una scuola che aveva cura di sé.
Ora alla scuola manca la cura di sé, il significato dell’esercitare la professione dell’insegnante, la passione per la ricerca, per la formazione e l’innovazione. Un luogo chiuso in sé, che rimurgina frustrazioni e burnout, teatro di precariato, graduatorie e sanatorie, mentre le cattedre restano e le professionalità svaniscono.
Non esiste ministro in grado di risollevare la nostra scuola da una condizione simile, perché qualcosa è morto dentro alla scuola, è morta la sua anima fatta di passione e professione.
È un’anima che si è spenta nel paese, figuriamoci nelle cattedre, non saranno certo le predelle di Galli della Loggia a restituire l’anima a chi l’ha perduta e non sa più dove andarla a trovare, ammesso e non concesso che la stia cercando.
È tempo di apprendisti stregoni al governo della cosa pubblica e il paese è fiaccato dall’ingestione delle loro pozioni, risollevarsi è pressoché impossibile.
È che ci siamo giocati l’ultima possibilità che avevamo: la scuola.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Con un libro in mano

Occorreva andare in piazza con un libro per scoprire che siamo città. Di colpo tutti i luoghi comuni s’annullano, la solitudine digitale scompare dietro la moltitudine culturale.
La città si ritrova nell’identità comune della conoscenza. Non più il solitario coltivare proprio della cultura, ma il condividere della conoscenza, della “cum gnosi”, del conoscere insieme, dello stare insieme per mezzo della conoscenza.
C’è un’idea della città che nasce dagli apprendimenti e si difende con gli apprendimenti continui e condivisi. Sono turning point epocali questi, veri salti di mentalità, nuovi paradigmi.
Eravamo abituati ai comizi e alle manifestazioni sindacali, ai megafoni e agli altoparlanti, non avevamo mai visto migliaia di cittadini fare cerchio in largo Castello ciascuno con il proprio libro in mano.
Sembrava che la competenza fosse nemica del nostro tempo, ora la competenza scende in piazza per invitare garbatamente a leggere, a studiare, non a farsi una cultura per esibirla, ma per essere competenti della vita, sulla vita, per la vita propria e per quella degli altri.
Le tecnologie digitali dovevano soppiantare il libro, quello con la copertina e le pagine da sfogliare, e invece il libro torna alla ribalta, fa da protagonista, agitato come fosse uno stendardo, un’insegna di appartenenza in cui riconoscersi.
Certo è il segno di una appartenenza. Quella di quanti condividono la fatica di studiare, di indagare, di scavare, di confrontarsi con i pensieri che non sono i tuoi, la fatica di ricercare pensieri altri e pensieri contrari, come i pensieri nuovi e quelli passati. La fatica dell’incontro fra le menti impegnate a capire, a conoscere, a penetrare, a fare luce. La vita senza libri non aiuta, sarà sempre cieca.
Duemila libri, ciascuno recato in mano da una persona, fanno già una biblioteca. Non tutte le case ce l’hanno una biblioteca così.
Ma questa è particolare, perché oltre ad essere biblioteca è umanoteca.
Ognuno ha portato la sua proposta di lettura da condividere, ritenuta importante per crescere una sensibilità necessaria ad essere città insieme anziché città contro, città aperta anziché città chiusa, città inclusiva anziché città escludente. Ciascuno, dunque, con un libro utile al come essere della città. Ciascuno da quel libro esibito ha appreso qualcosa di prezioso sul come essere cittadino e per questo l’ha portato con sé in piazza.
Allora umanoteca, proprio perché quelle migliaia di persone che si sono radunate intorno al castello costituiscono un patrimonio di saperi, di intelligenze e di civismo che è risorsa della città, disponibili con il loro libro in mano a condividerlo con tutti gli altri.
I libri schierati come i pacifici testimoni delle parole che contengono, dei pensieri, delle idee, delle storie e delle avventure conservate. Ricordano che tutto può essere scritto e diventare storia e che leggerli può aiutare a rendere la nostra storia migliore, e nello stesso tempo a impedire che i libri portino scritte pagine che sarebbe stato per tutti meglio non comporre mai.
Ecco la forza del libro portato in piazza. La necessità del pensiero contro l’ignoranza, il pensiero lasciato alla testimonianza della pagina come antidoto.
Un’ idea che tiene insieme, che fa sentire cittadini diversi di una città diversa, migliore, più avanti di noi. Un’idea di città da cui partire per rigenerare i nostri modi di abitare e di stare insieme.
L’esibizione in piazza della civiltà del sapere, del civismo del sapere, della propria umanità e del proprio pensiero sull’umanità.
Andare in piazza tutti con lo stesso libro può essere ideologico, dividente, escludente, scendere invece ognuno con il proprio significa abbracciarsi nel riconoscere la forza della lettura, che ogni lettura è una tappa nella propria esistenza e che le esistenze hanno senso se queste tappe si condividono, si mettono in comune, si offrono agli altri come un esercizio di accoglienza e non di differenza, di incertezza da condividere contro le sicurezze che vengono ostentate per dividere, un invito a camminare insieme anziché separare le strade.
Essere cittadini perché si abita il sapere e una città che condivide i saperi, aiuta a capirsi, ad accogliersi, a difendere i valori comuni che non possono essere messi in discussione, a partire dalla diversità di ciascuno che è ricchezza, come sono ricchezza i libri diversi che ciascuno ha portato come compagno della propria testimonianza contro chi vorrebbe dividere anziché unire, contro chi vorrebbe tradire il primo tra tutti i libri del nostro paese che in quella piazza non poteva mancare: la nostra Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo.
Il libro come testimone di una cittadinanza dove la conoscenza è la chiave della convivenza e del crescere comune.

La città: antropologia applicata ai territori

Nel corso del 2007, la popolazione urbana nel mondo ha superato la soglia simbolica
del 50%. Mobilità, eterogeneità socio-culturale e densità abitativa segnano sempre più
anche contesti tradizionalmente considerati folk societies: un dato particolarmente
significativo per un paese a urbanizzazione diffusa come l’Italia, composto per lo più
da città di piccole e medie dimensioni. La retorica della globalizzazione sottolinea
l’accresciuta, quanto asimmetrica tendenza alla mobilità, alla de-territorializzazione e
l’importanza assunta dalla compressione spazio-temporale. Al tempo stesso, le realtà
urbane continuano a rivestire un ruolo significativo per processi di riterritorializzazione
fortemente disomogenei, sia dal punto di vista materiale che socioculturale. Inoltre, le città
sono centri del potere economico, discorsivo e sociale e in
quanto tali si configurano come luoghi della contraddizione e dell’espressione del
conflitto. Eppure, in molti paesi — e in Italia in modo evidente — le amministrazioni
locali e centrali stentano a riconoscere il “sapere urbano” prodotto dalle scienze sociali,
privilegiando consulenze e interventi di natura più tecnica, in particolare di tipo
ingegneristico e architettonico.
L’intento principale di questo Convegno è stimolare un dibattito sui fondamenti teorici,
metodologici e applicativi di un’antropologia capace di confrontarsi in modo maturo
con la ricerca urbana, in considerazione del riconoscimento del nesso fondativo tra
città e democrazia: la qualità di una democrazia si distingue anche in funzione del
governo della città e del soddisfacimento dei bisogni dei suoi abitanti, di chi la vive, la
usa o la attraversa per attività produttive, di svago, di socializzazione e lavoro.
Come antropologi e antropologhe, cosa abbiamo da dire sulla città e in che modo lo
diciamo? Quali sono le strade applicative, tracciate o tracciabili, che si rivelano più utili
per indagare le conformazioni dell’urbanesimo contemporaneo? Come la nostra
disciplina può contribuire a leggere i processi di territorializzazione e deterritorializzazione oggi
in atto? E soprattutto in che modo può intervenire sulle
dinamiche di esclusione e riproduzione della sofferenza sociale che li accompagnano?
La pratica etnografica può aiutarci ad integrare sguardi disciplinari diversi sulla città
e, per questa via, a rinnovare in modo più inclusivo e democratico le strategie di
addomesticamento sociale e di governance della città?
Per rispondere a queste sfide, il Convegno incoraggia il dialogo transdisciplinare tra
antropologi e altri ricercatori: sociologi, geografi, politologi, semiologi, architetti,
storici urbani…. Non solo. Cerca anche di violare alcuni “paletti accademici” per
confrontarsi, ad esempio, con produzioni fotografiche e cinematografiche ma anche
opere letterarie che hanno saputo raccontare le trasformazioni avvenute nelle città,
incidendo sulla costruzione dei nostri “paesaggi urbani immaginari”; oppure per
entrare in relazione con gli esperti e operatori sociali che si spendono per un
miglioramento sostanziale della qualità della vita urbana: animatori di quartiere,
designer, comitati cittadini, urban planner, enti territoriali. Siamo convinti che,
partendo dalla specificità urbana, sia possibile costruire un campo transdisciplinare di
ricerca e azione in cui i saperi e le pratiche antropologiche possano trovare un’utile
applicazione, non solo in specifici settori occupazionali, ma anche nello spazio pubblico
e nella sfera della politica.

TEMATICHE

Città e rappresentazioni
L’utilizzo della fotografia e dell’audiovisivo sono strumenti ormai consolidati all’interno
della pratica etnografica e della riflessione antropologica. Nell’epoca dell’ipermedialità,
dove il linguaggio delle immagini entra nel quotidiano, produce nuove forme espressive e
nuove modalità di rappresentazione, gli spazi urbani contemporanei, luoghi ricchi di una
morfologia sociale variabile, permeati di pratiche in continua trasformazione,
rappresentano un campo di sperimentazione fotografica e documentaria che ben si presta
all’uso di diverse tecniche narrative. Allo stesso tempo, le rappresentazioni mediatiche
delle città alimentano immaginari, discorsi politici e cambiamenti spesso contraddittori,
che necessitano di osservazioni approfondite e analisi consapevoli. In che modo i
linguaggi visivi possono contribuire a re-immaginare lo spazio pubblico? Come può
l’antropologia offrire nuove rappresentazioni dei contesti urbani?

Città e sostenibilità
A oggi più della metà della popolazione mondiale vive in contesti urbani, in spazi che
risultano in molti casi inospitali. Un numero crescente di politiche e pratiche di
pianificazione che intendono risolvere i problemi derivanti dal crescente inurbamento
globale rientrano nella promozione di uno sviluppo definito “sostenibile”. Sviluppo,
crescita, efficienza, attrattività sono solo alcune delle parole utilizzate per promuovere,
spesso in forma “brandizzata”, la sostenibilità dei territori urbani. Ma le città possono
essere o diventare sostenibili? In che modo? Quali sono le criticità che accompagnano gli
attuali processi di rilancio urbano e che ruolo può avere l’antropologia nella promozione
di queste azioni? In che modo l’antropologia può contribuire al miglioramento della
qualità della vita urbana e favorire il benessere della popolazione, nello specifico
nell’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile?

Città e forme della politica
Negli ultimi anni, il confronto politico in ambito urbano sembra esprimersi
principalmente nel contradditorio tra movimenti e partiti politici. Questa tendenza ha
generato dinamiche “localiste” che, da un lato, trovano nell’impiego delle nuove tecnologie
forme di mobilitazione “digitale” le cui implicazioni profonde (rispetto a quelle più
“tradizionali” dei circoli e delle sezioni di partito) non sono ancora state indagate
pienamente e, dall’altro lato, si coordinano sempre più spesso con piattaforme di
mobilitazione nazionale genericamente definite come “sovraniste”. In che modo, nel
tentativo di problematizzare e allargare il campo politico del possibile, l’antropologia può
porsi come sapere applicato capace di promuovere una riflessione sul tema e fornire
strumenti utili alla progettazione e attivazione di nuove forme di partecipazione politica?

Città, mobilità, decentramento
Per quanto i processi migratori non siano esclusivamente urbani, la presenza dei cittadini
stranieri nelle città è andata aumentando negli ultimi anni. Un fenomeno che modifica
inevitabilmente il tessuto socio-economico e culturale, ma anche materiale dei territori.
Nel gioco dialettico “inclusione/esclusione”, attraverso quali saperi e pratiche
l’antropologia può contribuire a rendere le città meno disuguali? In che modo può incidere
sui processi di mobilità che conformano le dinamiche di inurbamento? Le città
contemporanee sono sempre più coinvolte anche in esperienze di cooperazione
decentrata, sia incentrate sui temi dell’integrazione, sia basate su rapporti people-topeople.
Nel tentativo di contribuire al decentramento dell’asse di intervento urbano sulle
reti globali, in che modo l’antropologia applicata può concorrere all’attuazione di questo
indirizzo politico, a partire dalla centralità delle relazioni tra locale e globale?

Città, mutamenti climatici e disastri
In un contesto globale in cui gli equilibri pedoclimatici si stanno pericolosamente
rimodellando, la prevenzione e la gestione dei disastri si collocano al centro dell’agenda
scientifica internazionale (meno spesso di quella politica), soprattutto in un paese come
l’Italia, fortemente esposto al rischio sismico e alluvionale, e nelle aree densamente
abitate, industrializzate o di antica costruzione. Proprio in ambito urbano, l’antropologia
può assumere un ruolo centrale nei processi di prevenzione, mitigazione e intervento,
affiancando altri saperi che si occupano di disastri e pianificando strategie più attente ai
contesti sociali e culturali in cui si è chiamati a operare. Quali sono, in questo senso, i
margini e gli spazi a disposizione della disciplina per elaborare piani e programmi più
efficaci di prevenzione e gestione di rischi e disastri in direzione di una riduzione della
vulnerabilità sociale in ambito urbano?
§ Città e partecipazione pubblica alla salute
In una fase di radicali trasformazioni epidemiologiche, sociali e demografiche,
l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato, a più riprese, la necessità di far
fronte a un cambiamento dei sistemi sanitari e assistenziali in un’ottica multidisciplinare e
integrata, capace di fare i conti con il progressivo invecchiamento della popolazione e con
l’aumento delle malattie croniche. A partire dalle dimensioni culturali dell’esperienza di
malattia, l’antropologia medica ha riflettuto a lungo sulle sue possibili forme di
applicabilità. Se la definizione di “promozione alla salute” riveste un ruolo di primo piano
all’interno delle politiche sanitarie, rimane da indagare quali siano le simbologie e gli
spazi collettivi in cui la salute “si crea”. Quale può essere la ricaduta di un’antropologia
della salute pubblica applicata ai nuovi contesti urbani? Quali pratiche e forme di
partecipazione assumono le attività di promozione e prevenzione nelle città
contemporanee?

Città e spazi dell’abitare
La riflessione sull’abitare ha rappresentato un oggetto privilegiato d’analisi non solo nella
storia della disciplina, ma nell’intero campo delle scienze sociali. In dialogo con altri studiosi,
gli antropologi concentrano oggi le loro ricerche sul tema del diritto alla città, sulle
trasformazioni dei tessuti urbani, sulla governance, sulle comunità locali, sull’incontro
culturale e così via. Le città contemporanee rappresentano infatti spazi di convivenza e
coabitazione, anche conflittuale, in continua effervescenza e trasformazione, frutto
complesso di processi locali e globali che si sedimentano nei diversi territori. In che modo
l’antropologia può promuovere forme innovative dell’abitare? Come il sapere e la pratica
antropologica possono contribuire alla promozione di un diritto alla città? Può l’antropologia
porsi come sapere applicato capace di dialogare con attori istituzionali, privati e pubblici che
determinano le forme attuali di governance delle città?

Immaginari turistici e contesti urbani
Diversi contesti urbani sono oggi coinvolti in fenomeni di turisticizzazione di massa, che
sembrano, nella maggior parte dei casi, aderire a un immaginario turistico teso al consumo
dello spazio cittadino a partire dalla fruizione delle tradizioni locali, della diversità, del
patrimonio culturale “autentico”, in molti casi reificati ed essenzializzati. Il legame tra
turismo e città è un fenomeno complesso, ricco di potenzialità, ma anche di rischi che vanno
affrontati con consapevolezza e sensibilità a partire dal significato simbolico e politico dei
diversi immaginari che soggiacciono alle pratiche e politiche di promozione turistica. Come
l’antropologia può contribuire a pensare diversamente il turismo urbano, nello specifico
quando connesso a dinamiche di commercializzazione della diversità, dell’identità locale, del
patrimonio culturale?

Anche quest’anno si rinnova la collaborazione tra SIAA (Società Italiana di Antropologia
Applicata) e ANPIA (Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia) che
partecipa all’organizzazione del convegno.
Il giorno 14 dicembre, al termine del convegno, si terranno le assemblee dei soci delle due
associazioni.
Il convegno è organizzato con la collaborazione del Dipartimento di Studi Umanistici
dell’Università di Ferrara e del Laboratorio di Studi Urbani (LSU); si avvale inoltre della
collaborazione e del patrocinio del Comune di Ferrara.

ENTE PROMOTORE
Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA)

COORDINATORI
Luca Rimoldi, Giuseppe Scandurra, Sabrina Tosi Cambini
COMITATO SCIENTIFICO
Mara Benadusi, Roberta Bonetti, Massimo Bressan, Sebastiano Ceschi, Antonino
Colajanni, Cecilia Gallotti, Lia Giancristofaro, Leonardo Piasere, Bruno Riccio,
Massimo Tommasoli
COMITATO ORGANIZZATIVO
Martina Belluto, Elisabetta Capelli, Enrico Gallerani, Paolo Grassi, Laura Lepore,
Dario Nardini, Silvia Pitzalis, Giacomo Pozzi

“Se tu fossi una città”, Roberto Dall’Olio illustra il suo itinerario poetico fra memoria e presente

Se tu fossi una città è il titolo della più recente raccolta di poesie pubblicata da Roberto Dall’Olio, impreziosita dalla prefazione di Romano Prodi: “In quest’opera – scrive il noto statista – si coglie un sentimento ampio, universale, romantico e cosmopolita, ma pur sempre intimo. Con la sua poesia Roberto Dall’Olio mette in scena una continua migrazione, grazie all’uso del ‘leitmotiv’ “Se tu fossi una città saresti…”. Il Diverso, l’Altro diventano valori da esaltare… Ogni città, da Bologna a New York, da Epidauro a Matera, arricchisce il testo a modo suo… Il soggetto principale, l’individuo a cui è rivolto il testo, è un prodotto diretto di questo continuo riaffiorare del passato e delle radici che ci sostengono. Viaggio e memoria…”.

Questo pomeriggio, alle 17,30, il volume edito da l’Arcolaio sarà presentato alle libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogheranno Maria Calabrese, Roberta Barbieri (docenti del liceo Ariosto) e Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una rete civica di idee e saperi per un progresso diffuso

Mai come nel passato abbiamo migliorato le basi del progresso umano: salute, benessere, istruzione. La generazione di adulti in arrivo è la prima della storia a essere quasi universalmente alfabetizzata.
Che viviamo meglio di ieri dovrebbe essere noto a tutti, dalle conquiste della scienza all’aspettativa di vita. Sono quelle cose ovvie, talmente ovvie da sfuggire al nostro sguardo.
Lo spiegano bene nel loro libro, “Nuova età dell’oro”, Ian Goldin e Chris Kutarna della Oxford Martin School.
Dunque, non possiamo permetterci di stare seduti ad attendere tempi migliori. Il nostro Rinascimento è qui e ora.
E, ovviamente, dipende da noi. È questo “da noi” l’interessante. Le opportunità di oggi non si sono mai verificate prima nel passato. E questa è una responsabilità che ci coinvolge tutti come individui.
Scriveva Marco Tullio Cicerone, cent’anni prima della venuta di Cristo: «Non siamo nati soltanto per noi, e del nascer nostro una parte ne vuole la patria, un’altra i genitori e un’altra gli amici». È necessario che ognuno di noi si renda conto di questa parte.
Preoccupati di difendere i nostri orti e poderi, spesso armati gli uni contro gli altri, occupati a costruire muri e paure, neppure ci passa per il cervello che potrebbe esser più utile, a noi e agli altri, darsi da fare per cercare di migliorare noi stessi, per crescere come persone, perché quello di cui oggi ha più bisogno il mondo è di persone migliori, solo così si progredisce e si può vivere una vita sempre più desiderabile. Un pensiero banale, ma che tra le banalità di cui siamo campioni neppure ci sfiora. Un futuro migliore è possibile se a iniziare da ora ciascuno di noi saprà essere migliore.
L’indifferenza non ci è permessa. Riguarda tutti. Non ci è concesso di stare alla finestra, bisogna fare ciò che tutti dovremmo saper fare: rimboccarci le maniche. Soprattutto ora di fronte alle sfide che mettono a rischio il pianeta e la nostra esistenza su di esso.
Cosa sia la virtù dobbiamo averlo dimenticato nella notte dei tempi, non appartiene più al nostro lessico che ha ceduto il passo alla serendipità e alla resilienza, ma, come ci ha insegnato Aristotele, la virtù è una qualità del carattere che permette di agire come si dovrebbe.
“Agire come si dovrebbe” è la prima sfida. Una sorta di ontologia della cittadinanza, di scienza della cittadinanza. La responsabilità dei propri comportamenti nei confronti dell’altro e nei confronti della natura. E qui si gioca il compito dei nostri sistemi scolastici, per come oggi descrivono il mondo e formano i comportamenti sociali.
Invece di attivare le pance abbiamo necessità di attivare i cervelli. Chi si scalmana per le pance evidentemente teme cosa potrebbe accadere se si mobilitassero i cervelli.
Ma non saranno solo i comportamenti virtuosi a salvarci, dobbiamo andare più lontano di quanto pensiamo, cambiare la nostra mappa mentale del mondo, le nostre mappe mentali devono evolversi.
Qui viene il difficile. Da soli non ce la possiamo fare. Il modo migliore per superare i limiti del nostro modo di pensare consiste nell’incontrarsi con l’altro, con gli altri, con le persone che pensano in maniera differente da noi. Abbiamo bisogno di condividere le intelligenze, di creatività e di genialità collettive. Le strade delle nostre città, centro di incontro delle culture, possono essere gli hub di questa rinascita di idee e di pensieri, Ma bisogna uscire dalle città baraccone che vendono le loro attrazioni, per divenire città capaci di attirare intelligenze, creatività e conoscenze, di comporre nuovi saperi. Abbiamo necessità di produrre e diffondere idee, di rendere pubblici i saperi e di farli circolare. La rinascita del sapere è il grande traguardo, attingerlo e condividerlo in tanti, con sempre maggiore forza. L’istruzione disseminata, fuori dai canoni classici, perché chiunque possiede la chiave narrativa scriverà la storia di questa epoca. La grande sfida è mobilitare le persone per una società più compiutamente umana.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Culturalmente anoressici

Siamo ignoranti e non abbiamo neppure voglia di apprendere, la promessa dell’educazione permanente si è arenata a Lisbona il 20 marzo del 2000. Ma poi cosa avremmo da studiare, da ignoranti neppure sappiamo cosa ignoriamo. Mica dovremo ritornare sui banchi di scuola a compitare di lingua, matematica, scienze e giù di lì per tutte le materie dei programmi scolastici!
Siamo ignoranti anche a parlare di sapere. O, per lo meno, c’è un tot di sapere che raggiunto quello ci basta e ci avanza.
I dati raccolti da chi si occupa di queste cose dicono che una volta terminate le scuole e l’università non si studia più. Ci sono fior fiore di imprenditori che vantano di non aver mai aperto un libro da anni. I libri neppure si mettono più sugli scaffali di casa a prendere la polvere, alla faccia di quelle indagini che una volta profetizzavano il destino sociale di un individuo sulla base del numero di volumi posseduti in famiglia.
Diciamoci la verità, a non sapere si sta molto meglio, perché la resistenza all’apprendimento è il prodotto del bombardamento di informazioni e notizie a cui ogni giorno siamo esposti. A un certo punto si raggiunge la saturazione, allora ci si difende diventando refrattari, almeno impermeabili. Meno si sa, meno ansie si hanno sul clima, sull’ambiente, sulla sicurezza personale, sulla salute, su come eravamo e su come potremmo diventare. Come si fa ad essere continuamente sollecitati da tutti questi messaggi, è difficile da reggere, è troppo complicato mantenere un sano equilibrio.
Però anche non sapere è rischioso, perché potresti essere preso di sorpresa. Se l’avessi saputo prima avrei potuto provvedere in qualche modo. Si è ignoranti anche nei pesci da pigliare.
È che i radical chic non comunicano, pontificano e la loro cultura è noiosa, con la boria di sapere tutto loro, perché loro sarebbero i competenti e tutti gli altri cialtroni. E poi c’è internet, basta digitare che si aprono pagine e pagine di spiegazioni.
Forse il sapere così come l’abbiamo imparato è un arnese superato. Poi, se il sapere che sai non lo usi mai, cosa te ne fai? Finisci per dimenticarlo. È vero che se non sai fatichi anche a sapere quale sapere andare a cercare in rete.
Siamo il paese con il minor numero di laureati e il più ignorante in Europa. Forse a qualcuno dovrebbe sfiorare il dubbio che la questione centrale, l’emergenza del paese è l’apprendimento, forse bisognerebbe fare qualcosa come ai tempi in cui la televisione affrontò il problema della alfabetizzazione con il “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Le cose oggi sono assai differenti, i bisogni di sapere sono diversi, altro è l’analfabetismo, che ora viene denunciato come funzionale, cioè non saper usare i propri saperi, anche da parte di chi ha conseguito una laurea.
Allora la questione dell’apprendimento è “la questione”. Come avviene, come è organizzato, metodi, tempi e contenuti. Se c’è un’età per lo studio e una in cui non si studia, o apprendere sempre, perché apprendere è una necessità come nutrirsi, che ha inizio con la nascita e termina con la morte.
Sono usciti libri importanti in materia che dovrebbero aiutare la politica ad affrontare la questione, l’emergenza apprendimento.
Penso a “Apprendimento non stop” di Rossella Cappetta, docente della Bocconi e, ultimamente, “Ignorantocrazia” di Gianni Canova, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano.
Siamo un paese che sembra condannato a diventare una nazione di analfabeti e populisti, secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica.
Dall’altra parte Rossella Cappetta ci ricorda che “Studiare tutti e studiare sempre non è un programma semplice da realizzare, ma è alla base della crescita seria e felice di una comunità.”
Le questioni che il nostro paese dovrebbe affrontare non sono solo, dunque, lo stato delle nostre scuole e delle nostre università, ma lo stato delle competenze dei suoi cittadini, come mettere mano ad una politica di apprendimento permanente capace di qualificare l’apprendimento formale e di investire nello stesso tempo sul riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali, in modo che nulla nella formazione delle persone vada sprecato, così come non si butta nulla del cibo del corpo, nulla va sprecato del cibo della mente.
Senza apprendimento non c’è benessere né produttività. Solo da noi si tollera il disprezzo del sapere approfondendo la voragine che ci separa da una ripresa dello sviluppo e dagli altri paesi.
L’unica forma di crescita seria è la crescita della conoscenza, oggi assente dai programmi della politica, eppure costituirebbe la vera alternativa a chi predica la decrescita felice, semmai accompagnata da una serena ignoranza permanente.

LA PROPOSTA
I rischi di un Internazionale bulimico e la necessità di contrastare il ventre molle di Ferrara

Spalmare sul territorio e nell’arco dell’anno le iniziative del Festival di Internazionale a Ferrara. E’ l’idea lanciata da Michele Ronchi Stefanati, docente e ricercatore universitario in letteratura italiana all’University College Cork, in Irlanda. La sua proposta, comparsa nei giorni scorsi sulle pagine della Nuova Ferrara, mi pare rivolta prioritariamente all’interiorità del territorio e che, a mio parere, deve tenere in considerazione alcuni elementi.
La prima cosa che sottolineo è la natura bulimica ed esteriore di Internazionale, volta a richiamare pubblico da fuori città. E la natura bulimica in generale sottende un’idea di città esteriore, dove per esistere occorre fare qualcosa di grande, visibile e riconoscibile all’esterno. È un’apertura cittadina che ‘ospita’, e come tale è auspicabile, ma il rischio insito è che la proliferazione sotterri psiche e inconscio collettivo, coprendo la città reale con una patina illusoria, nella speranza che l’illusione di colpo diventi realtà.
C’è poi la sensazione che occorra essere colonizzati per ottenere dei grandi risultati, che grandi nomi o palinsesti e intermediazioni possano portare avanti discorsi e pratiche altrimenti non alla portata cittadina. Eppure primarie sono le pratiche e i discorsi, non solo le personalità che li affrontano. E questa città ha al suo interno, anche grazie all’Università, alle scuole, alle associazioni, ottime personalità, un immenso potenziale inespresso, purtroppo per ora quasi del tutto impermeabile e conchiuso.
È forse il discorso interiore che va affrontato? Di sapere ce n’è tanto, ma difficilmente si traduce in percorso comune, collettivo; non condensa, e soprattutto non sempre genera pratiche virtuose, sostenibili, imitabili.
Allora, se la città è rapporto tra interno e esterno, l’apertura di Internazionale aiuta a guardarsi dentro, a vedere quel che resta nella comunità concreta, ma poi occorre la strada da intraprendere. Quella viene da dentro, da noi.
E qui il punto diventa la capacità della città, non di Internazionale, di elaborare e declinare le iniziative culturali attraverso una serie di indirizzi prioritari.
C’è tanto lavoro da fare per ribaltare la sudditanza nel lessico, nelle idee, subordinazione e sostanziale impotenza di fronte a grandi temi e questioni mondiali, nazionali e locali. Città pulviscolare? Eccentrica? Non importa.
Quel che conta è che la cultura è sempre arbitraria, è scelta, dunque in Italia e a Ferrara credo che la questione prioritaria sia il deficit di cultura democratica, la quale rappresenta la frattura tra comunità e società in Italia.
Cultura democratica è antifascismo. Ed è – prima che diritto della maggioranza – regole, processi, strutture, linguaggio, nonché tutela e rispetto dei diritti degli individui e delle minoranze.
Sappiamo bene che la cultura democratica è universalista, imitabile, è sottrarre al mondo la propria parte di odio, di inquinamento, di privilegi e soprusi, è convivenza solidale e riconciliazione col pianeta e gli esseri viventi. Spesso è antieconomica e anticapitalista, e combatte il maschilismo imperante dei cari fat dar, le intimidazioni, le generalizzazioni sui Rom, il disprezzo etnico, per giunta.
Ebbene, questi elementi, che so di condividere con Stefanati, più di ogni altra remora, non mi consentono di condividere appieno il suo appello, non con questi amministratori, con i loro metodi, col loro lessico. La Lega a Ferrara, diranno, è colpa del Pd? D’accordo. Spieghiamo pure al Pd che non basta il nome per essere democratici e per essere un partito.
Tuttavia le regole vengono prima di qualsiasi consenso. E questa città deve saper verificare e scegliere, lavorare per saper scegliere continuamente.
Internazionale funziona perché sceglie di continuo da che parte stare. Ma non può essere lei a scegliere sempre per noi.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Politica e valori: l’incubo di un sogno rovesciato

Espressioni come “Il battito della città”, “La città che vogliamo” non sono solo titoli intorno ai quali organizzare l’impegno di liste che nascono dalla società civile per una gestione condivisa della comunità e del territorio che si abitano. Sono prima di tutto molto di più. Un modo nuovo di intendere il rapporto tra il sé e la città, il sé e gli altri, non da utenti amministrati, ma da padroni di casa che hanno cura e amore della propria abitazione e di quanti con loro vivono sotto lo stesso tetto, senza chiedere a nessuno credenziali, ma solo di condividere lo stesso impegno e lo stesso amore. Un’idea di gestione della città non delegata a un governo di pochi, ma diffusa e condivisa che chiama in causa la responsabilità di tutti e il ruolo di ciascuno.
La città è nostra, è per noi, dunque riprendiamocela, per farla più bella e più abitabile, senza escludere nessuno e con il contributo di tutti, come deve essere per le cose che non sono né mie né tue, ma nostre, di tutti noi. L’idea che anziché essere governati possiamo decidere di governarci, senza meet up e piattaforme Rousseau, ma con la maturazione di una cultura nuova, di un senso di responsabilità condiviso che si esprimono e si confrontano nell’incontro e nella partecipazione.
Per farlo bisogna ricominciare da capo, spogliarsi dei vecchi abiti, lasciare a casa gli a priori e portarsi dietro i valori, i valori di umanità condivisa e partecipata, i valori dei saperi, della conoscenza, della cultura, del dubbio e delle incertezze, i valori della nostra Costituzione nata dalla Resistenza che è la premessa al nostro stare insieme, al nostro abitare la stessa casa, la stessa città.
L’intelligenza ci serve, nient’altro. La consapevolezza che la stagione delle “amministrazioni comunali” è finita. Intendo la stagione delle amministrazioni comunali come le abbiamo finora conosciute, ancora figlie del secolo che ci siamo lasciati alle spalle e che con il terzo millennio non possono più essere come prima, hanno bisogno di essere reinventate, di più fantasia, di più generosità, di più intelligenza. Di lasciare le piattaforme digitali e di scendere in piazza a mettere a disposizione della città parte del proprio tempo, le proprie competenze, la propria cultura, la propria intelligenza, giocarsi come capitale umano, come risorsa della città anziché come numero del casellario anagrafico. È necessario che ognuno viva sé stesso e il suo prossimo come risorsa indispensabile al presente e al futuro della città, a partire prima di tutto dai giovani, su cui una città non può che investire, con attenzione e massima cura.
Invece ci ritroviamo riproposta la più becera delle amministrazioni comunali, neppure sulla falsa riga dei governi locali ereditati dal passato, qualcosa da feuilleton dell’ottocento, un’amministrazione d’appendice come i romanzi, con la ruspa per cacciare i Rom dai campi nomadi, mentre si appendono i crocifissi nelle aule delle scuole.
È l’incubo di un sogno rovesciato, la metastasi sul corpo sociale della città. La violenza di chi governa per disegnare la città a sua immagine, la riduzione al pensiero unico, l’infantilismo dell’egotismo politico.
La città è in ostaggio di questa giunta e una città in ostaggio non è amministrata, ma piegata, avvilita, mortificata.
Non potrà mai scaturirne una stagione di rinascita della città, di crescita comune, di sogni da condividere, ma solo divisioni e ferite allargate, odi e livori, una vita da separati in casa.
I cuori non battono, i desideri si raggelano, le persone si cancellano nell’illusione della sicurezza di essere gli uni diffidenti degli altri, divisi, perché divisi il nuovo podestà ci vuole per governarci meglio, per espropriarci della città e farla sua, assegnando a ciascuno la casella da occupare, dove stare ritirato in tranquillità.
Più i giorni passeranno più qualcosa verrà sottratto alla città, il contributo della sua intelligenza e delle risorse umane che la abitano, rubato alla sua anima, alla sua cultura, ai suoi giovani e al loro futuro, al domani della città che non si vede da nessuna parte, scomparso ancora prima dell’apparire delle nebbie.
Una città di cittadini provvisori, privati di cittadinanza, utenti di un dormitorio, che s’alzano al mattino e tornano al tramonto, a cui ogni tanto assicurare qualche distrazione perché mai venga da pensare di vivere in un ricovero, dove ognuno vale uno. Uno nel senso di numero, nel senso di ordine, nel senso di occupare una casella, nel senso di oggetto, perché l’unico soggetto è quello che risiede in piazza municipale.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Se la scuola tornasse a fare il suo mestiere

La Terra è al collasso e di mezzo ci si mette il libretto delle giustificazioni, siamo alla comicità italiana. I giovani che si assentano dalle lezioni per partecipare al Friday for future per essere riammessi a scuola non devono fornire la giustificazione firmata dai loro genitori. Così ha deciso il ministro della pubblica istruzione con una invasione di campo non richiesta.
Precipitarsi a dare una pacca sulle spalle a ragazze e ragazzi perché fanno qualcosa di buono, che ai grandi neppure è mai passato per la testa di fare, altro non è che il segno della profonda immaturità degli adulti nella relazione con le nuove generazioni. Rispettarne le iniziative, apprezzarne il valore e l’importanza non significa cambiare le regole del gioco, anzi, potrebbe finire per svilirle. Per dire che non tutti gli atti che sembrano buoni alla fine lo siano veramente, o per lo meno sono indifferenti.
Nell’atteggiamento del ministro dell’istruzione c’è una fregola all’educazione, al rinforzo positivo, questo spiegherebbe l’invasione di campo. È che il ministro è il ministro dell’istruzione non dell’educazione.
Ancora una volta la scuola si dimostra debole sul lato del suo mestiere che è la conoscenza. Imparare a conoscere. Imparare ad imparare. È facile aderire allo sciopero dei ragazzi, è più difficile offrirgli una scuola diversa, una scuola utile al loro futuro, per il quale manifestano.
Il ministro promette di aggiungere più ambiente ai programmi scolastici, se mai con gli esiti non certo esaltanti della recente legge su più educazione civica. Il tema è di cosa hanno bisogno i nostri studenti perché la scuola non rubi i loro sogni e il loro futuro.
In un bel libro di venticinque anni fa, Terra-Patria, Edgar Morin scriveva: “Alle soglie del terzo millennio, la nostra è una condizione “di agonia”, sospesi come siamo tra possibilità di rinascita e vigilia di distruzione”.
Dunque, avremmo potuto fare molto già da tempo, senza attendere Greta. E una scuola che insegue i giovani anziché anticiparli e guidarli non si salva ora chiedendo ai presidi di non considerare assenti i giovani mobilitati a manifestare contro i grandi della Terra.
Chi insegna ai giovani di oggi come considerare il mondo nuovo che ci travolge? Su quali concetti essenziali devono fondare la comprensione del futuro? Su quali basi teoriche possono appoggiarsi per vincere le sfide che si accumulano?
Queste sono le domande a cui la scuola dovrebbe rispondere per essere utile ai giovani di oggi, perché siano aiutati ad affrontare meglio il loro destino e a meglio comprendere il nostro pianeta.
Sono le domande che anni fa l’Unesco ha rivolto ad Edgard Morin il quale ha risposto nel 1999 con “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”. Un ministro serio di una scuola seria di un paese serio di qui prenderebbe le mosse.
Le sfide si fanno sempre più impegnative e la nostra scuola rischia di essere sempre più piccola, sempre meno adatta a fornire gli attrezzi necessari per essere all’altezza dei compiti che abbiamo di fronte.
Tra i sette saperi di Morin c’è innanzitutto la conoscenza. La scuola luogo della conoscenza è cieca su come funzionano i dispositivi della conoscenza umana. La conoscenza della conoscenza dovrebbe costituire l’obiettivo primario, volto ad affrontare i rischi permanenti degli errori e delle illusioni che non cessano di parassitare la mente umana. Si tratta sostiene Morin di “armare ogni mente nel combattimento vitale per la lucidità”.
La conoscenza nelle nostre scuole è frammentata nelle discipline e questo rende spesso incapaci di effettuare legami tra le parti e il tutto. Sarebbe invece necessario sviluppare l’attitudine naturale della mente umana a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme. È necessario insegnare i metodi che permettono di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
La stessa unità della natura umana è oggi completamente disintegrata nell’insegnamento attraverso le materie. Ciò rende impossibile apprendere ciò che significa essere umano. Eppure ciò che oggi ci è richiesto è appunto prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che abbiamo in comune con tutti gli altri umani.
Ecco, la condizione umana dovrebbe essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. Il destino ormai planetario del genere umano. Una realtà che nessun insegnamento può più ignorare. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti di insegnamento.
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma ci hanno rivelato anche innumerevoli campi di incertezza. Si dovrebbero apprendere le strategie che permettono di affrontare i rischi, l’inatteso e l’incerto, come suggerisce Morin, bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
Abbiamo bisogno di imparare la comprensione. La comprensione è il mezzo e il fine della comunicazione umana. Il pianeta ha bisogno in tutti i sensi di reciproche comprensioni. Questo deve essere il compito dell’educazione del futuro. La reciproca comprensione fra umani, sia prossimi che lontani.
Per Morin l’insegnamento deve produrre una “antropo-etica”, portare a compimento l’Umanità come comunità planetaria. L’insegnamento deve non solo contribuire a una presa di coscienza della nostra Terra-Patria, ma anche permettere che questa coscienza si traduca in volontà di realizzare la cittadinanza terrestre.
Se la scuola tornasse a fare il suo mestiere, forse i prossimi Friday for future invece di essere celebrati nelle piazze delle città saranno partecipati nelle aule delle nostre scuole.

Poesie di strada

Se per caso vi imbattete in un foglio bianco, talvolta dagli angoli strappati, attaccato a un muro o appeso sotto un portico, allora probabilmente siete di fronte ad una manifestazione scritta del “Movimento per l’Emancipazione della Poesia”.
Trattasi di versi contemporanei che vengono diffusi per le strade delle città: possono colpire, far riflettere, catturare l’attenzione dei meno appassionati o lasciare indifferenti.
Ciò che si genera da tale iniziativa avviene durante una quotidianità urbana che conduce al dialogo e alla creazione di un rapporto effettivo con tale forma culturale. La strada come luogo di pubblicazione mostra tale intento, raggiungere il maggior numero di persone e tener fede alla promessa di non criticare o censurare qualsiasi creazione poetica.

Ferrara tra dieci anni
La bellezza, chiave di rilancio della città

“Come immagini Ferrara tra 10 anni?” sulla base di questa domanda, Mario Zamorani (coordinatore del Gruppo “più Europa” di Ferrara) ha sollecitato un confronto che si è svolto in un paio di incontri al Palazzo Savonuzzi. Ho apprezzato l’idea di un “pensiero lungo”, perché solo con un pensiero lungo si può uscire dall’appiattimento sulla buona gestione, che è un prerequisito importante, ma non basta a scaldare il cuore.
Negli anni, nella nostra regione ogni area ha valorizzato vocazioni, baricentri dello sviluppo, le specializzazioni industriali e quelle culturali. Ciò ha contribuito a fare del sistema Emilia-Romagna un sistema eccellente. Ogni città ha una cifra distintiva e una vocazione.
Negli anni Settanta qualcuno aveva individuato per Ferrara la cifra della bellezza, come cifra importante su cui fare leva. Nel 1975 Andy Warhol era venuto ad inaugurare la sua mostra; Lola Bonora, allora lungimirante direttrice del Museo d’Arte Contemporanea, aveva avuto il merito di capire il valore di quel movimento newyorkese che stava trasformando l’arte moderna. E aveva inaugurato una stagione, che dura tutt’ora, intuendo la centralità che l’arte poteva avere per Ferrara.
Anni dopo il restauro delle mura e del sottomura ha offerto uno scenario unico, un paesaggio suggestivo che cambia con le stagioni e uno spazio di vita buona per tutti i cittadini. Nonostante questi punti di eccellenza non si è colta l’opportunità di fare della bellezza una cifra identitaria, una qualità diffusa della città. Ferrara, ha valorizzato i suoi beni culturali, ma non ha saputo costruire intorno a questi la valorizzazione della città, un’offerta più ricca per i turisti.
Ferrara è una bella città, che potrebbe offrire molte occasioni per impiegare il tempo. Senza un investimento diffuso negli spazi pubblici, inteso a creare luoghi di socialità Ferrara rischia di essere un dormitorio, un luogo di pace in cui sostiamo dopo avere abitato altrove. Quindi mi piacerebbe che la nuova Amministrazione lavorasse per fare di Ferrara la città della bellezza diffusa e non solo dell’arte. La bellezza è una parola ricca e multiforme che comprende la qualità della vita e che, proprio per questo, ne fa un volano economico e un elemento importante di marketing.
Mi piacerebbe una città in grado di proporre aree di vita buona: dai parchetti nelle zone centrali a quelli nelle zone periferiche, dagli spazi di gioco per i bambini a quelli per sportivi, da quelli per la socialità a quelli per la sosta. Non sono gli eventi episodici o i Festival che ci consentono di raggiungere questo obiettivo, ma la moltiplicazione dei luoghi quotidiani di socialità.
Per realizzare questo obiettivo è necessario innescare un processo di imitazione creativa che solleciti idee nuove e metta in moto energie e coinvolga una pluralità di soggetti privati. Si tratta di guardare oltre il cortile, di studiare i casi eccellenti, per adattarli al nostro contesto. Come ha sottolineato Patrizio Bianchi nel suo intervento, lo sforzo per attrarre nella nostra Università docenti e studenti, non passa solo dalla reputazione della ricerca, ma anche da un’offerta residenziale adeguata e da un clima culturale vivace, in sostanza dalle condizioni di contorno.
Si tratta di superare la nota di pigrizia e di quiete che segna il clima di Ferrara. Non basta una gestione onesta e responsabile, serve un orientamento alla progettualità che trasmetta a tutta la città un tono più dinamico e che solleciti tutti a fare la loro parte. Non da ultimo, una città che vuole attrarre turisti deve avere una comunicazione adeguata. Lo spot su Ferrara, che circola in qualche rete televisiva, è molto lontano dalla qualità necessaria.

1. CONTINUA [leggi la seconda puntata]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Come un libro aperto

Quando giro paesi e città tendo ad attribuire loro una forma nello spazio, una dimensione geometrica. Figure rotonde, ovali e sinuose, luoghi quadrati, rettangolari o pentagonali.
Associando il toponimo al gioco delle linee cerco di archiviare nella mia mente la loro identità. Il tutto per sottrarmi ai nostri tempi di “usa e getta”, di “mordi e fuggi”. Così consumiamo costruzioni complesse, che non sono solo architetture urbanistiche, ma forme che hanno preso corpo nella storia, nate dal genio di uomini e donne, vissute dalle persone, che lì hanno lasciato i loro segni, hanno patito i loro dolori e goduto delle loro gioie.
Le città non sono agglomerati di centri e di periferie, l’insieme degli scatoloni entro i quali spendiamo le nostre esistenze più o meno anonime. Le città sono famiglie allargate dove ci si prende cura dell’altro e, nella cura, l’altro ti diviene famigliare, sia che lo medichi, sia che lo istruisci e lo aiuti a crescere. La cittadinanza serve a questo, a socializzare, ad allargare la tua sfera di umanità. Per questo è assurdo che qualcuno avanzi diritti di primogenitura sulla famiglia e sulla genitorialità. Tutto è troppo mescolato per distinguere e la miscela l’ha mischiata la storia e i progressi dei nostri pensieri e del nostro essere civili.
La città è un libro aperto, le piazze e le vie ne sono le pagine illustrate, l’architettura il linguaggio. La città è opera collettiva, è opera corale. Che va scritta insieme, riconoscendoci gli uni negli altri, compagni di strada nella stesura del libro della città.
È nelle città che la solidarietà dell’altro corre a darti una mano per curare le ferite dei terremoti e delle alluvioni. Sono questo le nostre città, la conservazione di inestimabili valori umani.
Le civiltà si sono fatte sempre nelle città. Le città sono i luoghi della civiltà.
Le città non necessitano né di podestà né di capitani del popolo. Hanno bisogno di amicizia, di sentimenti di affetto, di simpatia, di solidarietà, di stima coltivati dalla dimestichezza e dalla familiarità del vivere una comune dimensione urbana. Non ci sono problemi di una parte contro un’altra, i problemi sono sempre di tutti, come scriveva con sano pragmatismo John Dewey, e la loro risoluzione ha sempre bisogno di un più di cultura condivisa. Soprattutto il futuro della città non sarà fatto da quello che accadrà, ma da quello che ciascuno di noi saprà fare accadere.
Pare invece che le città siano divenute il luogo degli inquinamenti umani. Che i flussi delle immigrazioni abbiano prodotto ferite profonde, abbiano violato i patti della convivenza sociale, che le multiculture anziché divenire una ricchezza si siano tradotte in minacce alla cultura che conserviamo. Come se le nostre città da tempo non fossero disgregate, slabbrate, frantumate e non avessimo riservato, ai nuovi arrivati, solo gli interstizi di questa decomposizione che da tempo lavora.
Nessuno che si rechi a visitare una città è interessato alle sue periferie, il polo d’attrazione sono i centri storici, spesso ridotti a musei senza vita, dove occorre regolare con il numero chiuso la calca dei turisti.
Centri calpestati dagli eventi, anziché risorti negli avvenimenti. Centri da cui sono banditi il silenzio, l’ascolto e la riflessione. E quando ciò accade è sempre con troppo rumore.
Abbiamo commercializzato le nostre città, spesso lacerandone il tessuto per via della desocializzazzione, delle violenze, delle droghe. Città dove lo spirito di cura si è perduto, come la capacità di ritessere comunità disperse.
Cos’è la qualità della vita delle città? È l’emigrato che ruba spazio e minaccia la sicurezza o il principio di quantità che ha consumato perfino le nostre facoltà razionali?
Il “disagio della civiltà” di Freud, oggi rischia di tradursi nel “disagio di inciviltà”, nella incapacità di prospettare una “civiltà possibile”. La quantità può contenere non solo l’infelicità, ma anche superare il limite di sopportabilità esistenziale mandando in pezzi uomini e donne.
La città vive di qualità civili, urbane e ambientali. Il rischio è che si scrivano pagine avendo smarrito queste dimensioni, insieme allo scopo della narrazione, alla sua sintassi e alla sua semantica.
Oggi sappiamo di non volere che a prendere la mano nella scrittura siano le tensioni sociali, sia il vivere in continua competizione con gli altri, in una sorta di “bellum omnium contra omnes”.
Non ci sono città ideali o utopiche da disegnare, ma città concrete da raccontare nel loro quotidiano di umanità e di qualità delle persone, ed è ciò che dovrà continuare a fare la differenza.

La Milano romana

Superata Porta Ticinese, ci si ritrova immersi in uno spazio suggestivo: la basilica di San Lorenzo e la fila di colonne che si ergono davanti ad essa.
Queste ultime, costituiscono un reperto della Milano imperiale, si tratta di ciò che rimane di un atrio porticato; ammirandole, isolandole dai palazzi cittadini situati dalla parte opposta rispetto alla basilica, sembra davvero di essere a Roma. Colonne imponenti con tanto di capitelli corinzi si stagliano verso il cielo.

PER CERTI VERSI
da Ferrara a Bologna

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

A FERRARA

se tu fossi una città
saresti
Ferrara
perché
seppur più rara
nella nebbia
tu sarai la mia guida
tra le incognite
di una misteriosa Urbe medievale
e quella via degli Angeli
così partorita
perfettamente

A BOLOGNA

se tu fossi una città
saresti
Bologna
la mia culla
fuori Massarenti
il sognatore
di una Repubblica socialista
di uomini e donne
uguali e differenti
e il treno che aveva ancora
la macchina a vapore
tu mio amore
bevevi la birra da Wolf
sentivamo fumare di politica
magari giocare a bocce col sole
in via Ugo Bassi
il baseball
al lunetta Gamberini
e poi a perdifiato
a San Luca
a goderci noi
tra Alpi e Appennini

Le liriche fanno parte della raccolta di Roberto Dall’Olio “Se tu fossi una città” (edizione L’arcolaio, 2019), prefazione di Romano Prodi

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