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Roma – Amor

Ti ricordi ancora di Roma, cara Lou? Com’è nella tua memoria? Nella mia rimarranno un giorno solo le sue acque, queste limpide, stupende, mobili acque che vivono nelle sue piazze; e le sue scale, che sembrano modellate su acque cadenti, tanto stranamente un gradino scivola dall’altro come onda da onda; la festosità dei suoi giardini e la magnificenza delle grandi terrazze; e le sue notti, così lunghe, silenziose e colme di stelle.
(Rainer Maria Rilke, Lettera a Lou Andreas-Salomè)

Angoli Nascosti

Ab assuetis non fit passio…
Il vero stupore nasce dall’imprevisto. E in questa città, splendida e unica, l’inatteso è la norma. L’imprevisto di passeggiare per le strade e trovarsi di fronte a un non so che di meraviglioso, come un angolo inaspettato che ti proietta nel passato, l’imprevisto dell’invito di un innamorato a guardare verso il cielo blu cobalto e senza nuvole, del saluto di un ammiccante passante sconosciuto, del sorriso di una vecchia e agghindata signora che passeggia lungo i fori imperiali con il suo minuscolo cagnolino bianco, del clacson impazzito di un automobilista un po’ maleducato, dell’incedere zoppicante ma simpatico di un piccione impavido che ti si avvicina alla ricerca di un po’ di briciole di pane.

Er Cupolone
Colosseo-vista da Via Del Cardello.

L’aria e la luce cristallina ti invitano ovunque e comunque a dire sì, ad accettare che la bellezza, per quanto a tratti decadente e un poco trasandata, sia la sola (o meglio, la migliore) chiave di lettura di un mondo che si presenta vociante, caotico e perso.

Difficile, dunque, parlare di questa città magica, eternamente giovane e bella, elegante e profumata di fiori, senza cadere nella retorica. Quando una cosa è bella oggettivamente e la si ama profondamente, le parole sono tutte già pronunciate o sussurrate. Difficilissimo, allora, descriverne strade, vie e viuzze affollate, monumenti e fontane d’altri tempi, il magico alberato lungo Tevere, piazze e palazzi maestosamente decorati, quando tutto è stato già detto, tutto già dipinto. Non è, tuttavia, arduo fotografare cose nuove, immortalare momenti sempre diversi, dipingere nuove storie con obiettivo, pennelli colorati e stilografiche dall’inchiostro leggero e spensierato. Questo perché la morbida e sinuosa signora di velluto dagli abiti un poco sdruciti, come amo chiamarla fra me e me, riserva sempre sorprese, nuovi scorci e nuovi spunti. Così, fra i tanti fotografi che sono persi per la Città Eterna, Elliott Erwitt, parigino classe 1928 e americano d’adozione, raccoglie scatti indimenticabili in un libro unico nel suo genere, Roma, una collezione di fotografie raccolte durante 50 anni, una vita intera. Invitato a collaborare con la famosa agenzia Magnum, nel 1953, dal leggendario Robert Capa, co-fondatore della stessa con Cartier-Bresson, Erwitt immortala una città e la sua gente, perché, a suo dire, ogni posto al mondo non è nulla senza la sua gente, i suoi cani, i suoi gatti, ossia gli esseri viventi che in essa respirano.

Sulle pagine che si susseguono e che si sfogliano leggiadramente, quasi spettinate da un audace alito di vento, con sorpresa e amore oltre che con la passione che solo chi ami Roma ad oltranza può condividere, sfilano fotografie in bianco e nero che lasciano un segno. Quasi un sigillo di ceralacca rossa, a forma di cuore, ti rimangono ricamati sulla pelle gli scorci dei fori imperiali al tramonto, le statue decapitate a sentinella di una strada percorsa da calzari antichi o di parchi ed aiuole fiorite, i busti altezzosi di personaggi antichi, le scarpe lucide di una signora inginocchiata nel confessionale, giovani ed anziani che chiacchierano nelle piazzette. E’ la vita romana, quella all’aperto, quella di un vecchio teatro che potrebbe aver ospitato Petrolini in via dei Coronari, oggi chiuso ed abbandonato, delle foto di cardinali in fila, del Colosseo perso nella sua immensità notturna, di uccelli appollaiati sulla testa di una statua deturpata da scritte a gesso bianco, di oggetti d’antiquariato dove campeggia un’immagine altezzosa del Duce, di matrimoni e processioni, di innamorati che si baciano sugli scalini delle chiese o lungo i muretti che si affacciano sulla città distesa. Come sottolinea Michele Serra nella prefazione al libro, Erwitt ha assorbito da Roma il suo pregio più grande, ovvero la capacità di ingannare il tempo, di trattenerlo e confonderlo nel caos straordinario dei suoi scorci urbani, insomma di disorientarlo, perché il tempo quando arriva a Roma si perde nel labirinto. E aggiungerei, nel suo cielo. Una città piena di sorprese, di fascino e di vita, alla quale non si può mai dire di no. Io, per lo meno, non ci sono riuscita… nonostante i contrasti.

Anche le immagini che vi proponiamo noi, quelle del fotografo romano Marco Migliozzi, si mescolano a questo infinito che profuma di antico. Visione e realtà che si afferrano.

Santa Maria Maggiore vista da Via Panisperna

Se il tempo si perde tra le viuzze, gli scorci del genitor urbis, il Tevere, non sono da meno.
Amo questo fiume scolorito e spettinato, grasso e magro a seconda dei momenti dell’anno, amo i suoi ponti che uniscono, le sue vedute mozzafiato.

Regna il Silenzio i luoghi. Nel vespro il Tevere splende: / l’onda perenne ei reca della sua pace al mare. / Guardano il padre fiume le querci immote, ch’ei nutre, / spiriti nella dura còrtice meditanti; / esseri paghi: bevono l’acque con l’ime radici, / godon raccorre i soffi tiepidi nelle chiome.
(Gabriele D’Annunzio, Elegie Romane, Libro III, La Sera Mistica)

Al grande fiume sono stati attribuiti molti nomi: Rumon, Albula, Thybris, Thebre o Tevere. Quello che è certo è che da esso nasce Roma. Un legame indissolubile.

Opera di Seward Johnson EUR Piazza Marconi

Facendo un salto nel mondo delle favole, che maggiormente mi si addice, prima che in quello dei miti e delle leggende o della storia, mi piace ricordare il mondo di fantasia di una blogger, Maria Cerbelli, nel cui universo magico ritrovo un monte talmente alto da essere avvolto ogni giorno da nuvole dense come ovatta che lo rendevano invisibile all’occhio umano:
il Monte Fumaiolo, abitato solo da folletti, gnomi e fate. Qualche animale, nessun altro essere vivente, men che meno l’uomo. Un bel giorno, da due grotte ai lati della montagna sgorgarono due zampilli d’acqua limpidissima, che presto divennero ruscelli. Il Fumaiolo decise di chiamare una delle sorgenti Savio, l’altra Tevere. Savio chiese al Fumaiolo di poter compiere il suo destino, ossia di raggiungere il mare, nella via più rapida e semplice; Tevere ammise, invece, di aver deciso di percorrere la strada più lunga perché, prima di giungere al mare, voleva attraversare le campagne, rendere fertili i terreni e placare la sete della madre terra. Seguendo il rispettivo volere, il primo fu indirizzato a nord-est e il secondo a sud-ovest, avvertito, e consapevole, che il cammino sarebbe stato più impervio e difficile e che si sarebbe dovuto impegnare maggiormente per raggiungere il mare. A Tevere non importava, la sua fatica sarebbe stata ricompensata da tutte le cose conosciute e apprese durante il viaggio. Dopo un lungo silenzio, una gazza ambasciatrice annunciò che Savio aveva raggiunto il mare e compiuto rapidamente il suo destino, mentre Tevere era ancora lontano dall’arrivare. Le sue acque, ormai abbondanti, stavano nutrendo i campi che attraversava e stavano portando vita in tante campagne. Le sorgenti di Savio cominciarono a deridere le falde di Tevere, etichettato come un fannullone che non arrivava a compiere il suo destino. A quegli sberleffi, le sorgenti di Tevere cominciarono a chiedersi se il loro fiume non avesse fatto una scelta sbagliata nell’intraprendere la strada più difficile. Il monte decise di intervenire e rassicurò le falde di Tevere: “Non disperate, perché anche il vostro fiume compirà il suo destino e raggiungerà il mare. In più, poiché non ha esitato a intraprendere la strada più impervia pur di rendere fertili i terreni e placare la sete della terra, riceverà una ricompensa”. Passarono anni prima che Tevere arrivasse al mare, senza mai pentirsi della scelta. Il viaggio era stato faticoso ma la bellezza di quanto aveva visto e nutrito era impagabile. Di fronte alla distesa di acqua azzurra del Tirreno cui finalmente tuffarsi dimenticò la ricompensa. Ma un giorno, inaspettatamente, una giovane donna si avvicinò alle sue rive e vi posò il canestro di paglia che portava con sé. Lì dentro c’erano Romolo e Remo e da essi sarebbe iniziata un’altra storia… Quella che intreccia il fiume con la più profonda e intima storia di Roma. Storia e poesia andranno sempre a braccetto, rincorrendosi, come due fidanzatini novelli, fra le sue anse rigogliose. Assieme ad arte e cinema, a lettere e libri che parlano di bellezza, a dipinti che la immortalano, eterna e pavida.

I ponti gli piacevano, uniscono separazioni, come una stretta di mano unisce due persone. I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze.
(Mauro Corona, La casa dei sette ponti)

Tra le anse e i suoi pensieri, Roma è la città che unisce le epoche, trait d’union fra la storia e le storie di vita che passano da una riva all’altra. Tutte caratterizzate dall’unicità che fa parte di ogni percorso. Grazie anche ai suoi ponti, quelli che spesso ammiro estasiata, dove le parole si perdono e i pensieri si accavallano, dove si parla, ci si abbraccia, si cammina prendendosi per mano, ci si bacia, si sogna di un futuro insieme, si fanno progetti vicini e lontani, si guarda l’acqua che scorre per cercare di vedere l’infinito, si saluta un orizzonte nitido che ti avvicina a chi sta dall’altra parte del mare. Panta rei. Anche in questo caso il passato ci riporta ad antichi fasti, come ovunque qui. Dichiarazione d’amore inevitabile.

Ponte Principe Amedeo Savoia Aosta

I ponti risalenti all’epoca di Roma ancora in piedi sono sei: Milvio, Emilio, Fabricio, Cestio, Adriano e Aurelio. Il settimo, del quale non è arrivata traccia fisica all’età contemporanea, sarebbe stato il Sublicio (dal latino sublica che significa palo o trave di sostegno), il più antico, risalente al VII sec. a.C. che aveva fatto di Roma una città cd. di primo ponte, in quanto in grado di controllare l’unico attraversamento del fiume e che fonti antiche collocano a sud dell’isola Tiberina. Ponte Milvio, che oggi collega il quartiere Flamino con la via Cassia, anch’esso inizialmente in legno, pare risalire al IV sec. a.C. e collegava le legioni di Roma, i suoi funzionari e mercanti, con il nord della città. Nei secoli ha subito molti restauri, fra cui il fondamentale del 1805 durante il pontificato di Pio VII i cui lavori furono affidati all’architetto Giuseppe Valadier che, oltre a costruire gli attuali imbocchi in muratura, mise il ponte in comunicazione con la campagna circostante. Il Ponte Rotto, già chiamato Ponte Emilio o Ponte Lepido, è, invece, il più antico costruito in pietra. La sua struttura fu realizzata nel II sec. a.C. su iniziativa dei consoli Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore, per ragioni di circolazione interna alla città. Dopo vari crolli nei secoli la metà orientale del ponte fu travolta dalla piena del fiume del 1598. Da allora divenne il Ponte Rotto, finché nel 1887 furono fatti saltare con la dinamite i due archi più vicini alla riva di Trastevere e, nel 1890, fu costruito al suo posto il Ponte Palatino, noto oggi come il Ponte Inglese per l’inversione del senso di marcia della circolazione delle auto. Oggi si ammira ancora un’arcata dell’originale, rimasta in piedi al centro del fiume, in linea con l’Isola Tiberina. Il Ponte Fabricio, del 62 a.C., conosciuto come ponte Quattro Capi, collega la sponda sinistra del fiume, a valle del Tempio Maggiore della comunità ebraica, all’Isola Tiberina. Il Ponte Cestio, che collega l’Isola Tiberina a Trastevere, costruito fra il 46 e il 44 a.C., fu completamente ricostruito nel IV sec. d.C. con materiale provenienti dal Teatro Marcello. Fu il ponte a subire maggiori stravolgimenti rispetto alla sua forma originaria a causa dei lavori di allargamento del letto del fiume necessari alla costruzione degli argini di fine Ottocento. Ponte Sant’Angelo, già Ponte Elio o Adriano, che collega lungotevere degli Altoviti a Castel Sant’Angelo, è il più recente dei ponti romani ancora in piedi. Fu costruito, con travertino e peperino, fra il 133 e il 134 d.C. dall’Imperatore Adriano per condurre dalla città al proprio mausoleo. Dove oggi c’è Ponte Sisto (del XV sec.) a congiungere Piazza Trilussa con via dei Pettinari, prima vi era un ponte antico che qualche fonte chiama pons Aureli o pons Antonini (nel Medioevo) qualche altra pons Agrippae e pons Janicularis. Documenti e scritti si perdono nel tempo. Memoria che va. Ma la storia continua.

La città dei ponti, quelli che uniscono le generazioni, le vite di chi li attraversa per andare altrove, per andare aldilà di qualcosa, aldilà dei limiti, aldilà di tutto quello che scorre e non ritorna. Una città di trasformazione. Che amo profondamente, nonostante tutto.

Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce. Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare, e poi questo fiume che scende, risale, un giorno verde, poi giallo, oggi pomeriggio asciutto e domani sarà un torrente.
(Claude Monet)

Chiesa di Santa Brigida
Altare della Patria Innevato

Cover: La foto di copertina e quelle del testo sono di Marco Migliozzi

Questo articolo è stato pubblicato su Wall Street International Magazine

L’INCHIESTA
Italia prima in Europa a includere la cultura fra i servizi essenziali

In Italia esistono circa 3.847 musei, gallerie o collezioni, 240 aree o parchi archeologici e 501 monumenti e complessi monumentali. Un comune su tre ospita almeno una struttura a carattere museale, abbiamo in media un museo, un’area archeologica o una galleria ogni 13.000 abitanti. Nel 2014, secondo i dati del ministero, i luoghi di cultura italiani che occupano le prime 10 posizioni nella classifica di presenze hanno collezionato più di 16 milioni di visitatori per un introito complessivo di circa 95 milioni di euro. Un settore che per fatturato e occupati non è secondo ad alcune aree della piccola e media industria né ad altri comparti del pubblico impiego.
Se, almeno in potenza, il nostro patrimonio culturale è quello che qualcuno definisce il nostro petrolio, non dovrebbe sorprendere che esso sia sostenuto, sospinto verso il successo e – in certi ambiti – anche regolamentato.
In particolare, dall’inizio di novembre, è regolamentato il diritto allo sciopero dei lavoratori del settore secondo le stesse regole dei lavoratori di comparti essenziali come la sanità e il trasporto pubblico.
A disciplinare la questione il decreto legge n. 146 del 20 settembre scorso, chiamato Decreto Colosseo, arrivato con carattere di urgenza a seguito di un’assemblea sindacale dei lavoratori del monumento capitolino che avrebbe bloccato il flusso dei turisti al monumento creando pesanti disagi.

Il tamtam mediatico ha fatto sì che tanto l’allora sindaco di Roma, Ignazio Marino, quanto il ministro alla Cultura Dario Franceschini abbiano ritenuto opportuno intervenire. Il decreto inserisce i servizi culturali nella disciplina del diritto allo sciopero dei servizi indispensabili, richiedendo obbligatoriamente la comunicazione alle imprese o amministrazioni che erogano il servizio dell’intenzione di assemblea o sciopero almeno 10 giorni prima dell’astensione. La comunicazione del preavviso deve contenere la durata, le modalità di attuazione e le motivazioni dell’astensione collettiva dal lavoro; essa dovrà inoltre essere indirizzata anche alla ‘Commissione di Garanzia dello Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali’ che si esprimerà sulla legittimità dello stesso, potendo eventualmente anche decidere la sospensione o il differimento dell’astensione e arrivare anche alla precettazione dei lavoratori interessati, nel caso di effettuazione dello sciopero. In caso di violazioni saranno applicate sanzioni di natura pecuniaria e disciplinari per le associazioni sindacali, i responsabili delle imprese erogatrici e per i lavoratori.
In questo modo, il Ministro Franceschini ha cercato una soluzione rapida per ovviare all’eventualità di “figuracce” con le frotte di turisti e visitatori che si trovano, di quando in quando, a dover girare i tacchi e rinunciare alla visita programmata a questo o quel sito: conoscendo con anticipo le date e le modalità di astensione si avrà il tempo necessario per comunicare la possibilità di disagio all’utenza.
Lo stesso Franceschini ha spiegato che la scelta del decreto legge è stata obbligata “perché c’erano caratteri di urgenza e necessità”, mentre il premier Renzi aveva aggiunto che “con questo decreto legge non facciamo nessun attentato al diritto allo sciopero ma diciamo solo che in Italia, per come è fatta l’Italia, i servizi museali sono dentro i servizi pubblici essenziali.”, raccontando anche di aver incontrato in treno dei turisti stranieri che si sarebbero lamentati di non aver potuto visitare dei monumenti perché chiusi per sciopero.

Le critiche giunte dagli stessi lavoratori del comparto e da parte dei sindacati non si sono fatte attendere. La Fondazione Studi consulenti del lavoro ha redatto un approfondimento secondo il quale il decreto Colosseo non garantisce a sufficienza i lavoratori, mentre l’Unione Sindacati di Base (Usb), in una nota alla stampa, ha protestato contro l’idea che i lavoratori dei Beni culturali italiani siano stati indicati come rei di “leso diritto del turista” e che il Governo non avrebbe convocato l’Usb, che pure è formalmente rappresentativa nel Pubblico Impiego, per sopire qualsiasi accenno di conflitto sociale, anche latente, che avrebbe rischiato di mettere in crisi gli equilibri tra Governo, maggioranza pd e Confindustria.

Che la questione sia politica o meramente di ordine gestionale, a quanto pare il caso italiano è un unicum, almeno nel vecchio continente. In Europa, infatti, il diritto di sciopero dei lavoratori del settore della cultura non è sottoposto ai paletti presenti adesso in Italia. Benché si narri sempre dell’efficienza dei siti stranieri, solo nello scorso anno la National Gallery di Londra (seconda meta d’arte più visitata della Gran Bretagna con circa 6 milioni di ingressi l’anno) ha chiuso totalmente o parzialmente ai visitatori per 50 giorni; nella scorsa primavera la Torre Eiffel e il Louvre sono stati chiusi al pubblico in diverse occasioni per l’adesione del personale ad uno sciopero generale e a manifestazioni estemporanee contro il proliferare di borseggiatori nelle code; il Musée d’Orsay – era il 1999 – a causa di un’agitazione sindacale ad oltranza lasciò fuori circa centomila visitatori, mentre in Spagna nel 2012 i dipendenti de la Alhambra di Granada, dei musei e dei teatri di Madrid e di altre città iberiche fermarono all’ingresso migliaia di turisti senza alcuna forma di preavviso per richiedere la revisione dei contratti.

Nei musei di questi Paesi arrivano in media il doppio dei visitatori che pagano il biglietto d’ingresso nei musei italiani. A quanto pare, la corretta gestione della comunicazione da parte delle istituzioni culturali dei Paesi stranieri scongiura la diserzione dei visitatori dai siti più ambiti e amati. A quanto pare, i servizi del comparto culturale e turistico offerti all’estero sono migliori di quelli offerti nel nostro Paese, se i turisti delusi dalla chiusura per sciopero tendono a tornare sul sito per recuperare l’occasione perduta e non si dilettano oltre il dovuto nel lamentare le mancanze riscontrate alle persone che incontrano, fosse anche il primo ministro italiano. A quanto pare, i Paesi che hanno scelto di riconoscere ai musei autonomia gestionale e finanziaria, pur lasciandoli nell’ambito dei servizi statali – in primis Francia, Germania e Spagna – è stata colta, in tempi diversi e con modalità differenti, un’occasione importante per sostenere e sospingere il loro stesso successo e la formazione di un’opinione pubblica che si riconosce nelle istituzioni culturali del proprio Paese.

“Siamo in una fase di transizione importante per il sistema museale italiano. – ci ha spiegato Anna Stanzani, ex direttrice della la Pinacoteca Nazionale di Ferrara ora è incaricata al Museo dell’età neoclassica di Faenza e a Ravenna, al Mausoleo e Palazzo di Teodorico – La problematica è complessa: il “decreto Colosseo” nasce dalle difficoltà correnti del sistema. Se i lavoratori, che peraltro avevano regolarmente richiesto e ottenuto il permesso di riunirsi, fossero stati regolarmente pagati non avrebbero indetto alcuna assemblea. Partiamo dal presupposto che i nostri musei mancano di personale, personale qualificato e risorse economiche. La riforma dei musei proposta da Franceschini, che prevede il conferimento di autonomia a 20 musei e istituzioni culturali italiani, va nel senso delle riforme dei musei europei. Sarebbe un passo importante verso la responsabilizzazione dei direttori, degli organi di gestione delle strutture e delle istituzioni ma, mi ripeto, sarebbe auspicabile che alla responsabilità si affianchino delle risorse”.

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L’INTERVISTA
Sateriale su beni culturali e diritto di sciopero: “Se il lavoratore perde il consenso forse sbaglia le forme della lotta…”

Una vita nel sindacato, quattro anni alla presidenza dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco, ora coordinatore nazionale del Piano del lavoro Cgil: il suo percorso pone l’ex sindaco di Ferrara, Gaetano Sateriale, nella condizione ideale per valutare la controversa decisione del governo di includere il settore culturale fra i servizi essenziali per il Paese, condizionando e limitando in tal modo l’uso dello strumento dello sciopero nel comparto. Schietto per temperamento, espone fuor di diplomazia il suo punto di vista sulla complessa questione. A margine commenta anche l’episodio della contestazione al ministro Giannini a Ferrara (che pure ha visto contrapposti Cgil e Pd) e lancia qualche frecciata…

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Sono ancora vive le polemiche dopo l’assemblea dei lavoratori del Colosseo, le proteste dei turisti per la serrata non annunciata e le conseguenti decisioni del governo. Qual è il tuo giudizio?
Molti siti culturali e turistici italiani sono sotto organico e i dipendenti sono costretti a fare straordinari che non vengono pagati da diversi mesi, malgrado gli accordi. I lavoratori del Colosseo hanno tutte le ragioni per protestare e pretendere il dovuto. Hanno tutti i diritti di convocare le assemblee previste dal contratto e dichiarare gli scioperi che ritengono necessari per avere risposte serie alle loro esigenze. Come i lavoratori di altri settori pubblici o privati, secondo le norme di legge e contrattuali.
Nel far valere le proprie ragioni bisognerebbe sempre cercare di far crescere il consenso dell’opinione pubblica sulle proprie rivendicazioni: spiegarne e diffonderne le ragioni. Forse quell’assemblea non ha corrisposto a questa regola di base del “mestiere” sindacale. Ancor più importante se si ha a che fare con una “controparte” politico-istituzionale.
Poi, si sono dette tante cose: che qualcuno doveva informare i tour operator e non l’ha fatto, che il provvedimento del Governo forse era già pronto e si aspettava solo il pretesto per vararlo… Non so se sia vero: quel che so è che siamo finiti negativamente sui giornali di tutto il mondo e non mi pare che la solidarietà nei confronti dei lavoratori del Colosseo sia cresciuta. Se è cresciuta, ritiro le mie perplessità sulla chiusura a metà mattina per assemblea. Altrimenti forse si poteva stare più attenti. In gergo sindacale si direbbe che sto discutendo le “forme” della mobilitazione, della propaganda e della lotta. Non certo le sue ragioni. Ma per vincere non bisogna commettere nemmeno errori di forma. Questo ho imparato dai vecchi sindacalisti e non ho intenzione di dimenticarmelo ora che sono diventato anche io un sindacalista vecchio.

Per tutelare i cittadini-utenti il governo ha predisposto un decreto che include i Beni culturali fra i servizi essenziali. I sindacati fanno muro. Tu da che parte stai?
Si è detto: “Servizi pubblici essenziali come le scuole, gli ospedali, i trasporti”. Mi pare ci siano differenze da non dimenticare. Le scuole sono essenziali all’educazione e alla cura dei bambini e dei giovani, gli ospedali sono essenziali per la salute delle persone (che non possono adire a strutture a pagamento), i trasporti servono a far funzionare economia e società. I Musei e i siti archeologici e culturali pubblici sono importanti per la crescita di un turismo di qualità, certo, ma si tratta di un’attività economica seppure di ordine strategico per il Paese. Sono anche luoghi dove si diffonde l’immagine e la cultura del Paese, certo. Ma come è stato detto, non è vero che quell’immagine dell’Italia sia offuscata da uno sciopero o un’assemblea. Come non è offuscata l’immagine del Louvre quando capita da loro.
Io rovescerei il ragionamento. E ne farei un manifesto programmatico da parte sindacale.
È davvero d’accordo il Governo di fare del patrimonio storico, culturale, archeologico italiano un settore in grado di diffondere cultura e produrre ricchezza? Allora investa su questo! Ci sono molti siti italiani che attendono di essere recuperati e valorizzati; che devono essere messi in rete fra loro in modo da fornire un pacchetto nuovo che vada oltre il circuito abusato Venezia, Firenze, Roma. Ci sono musei chiusi o a orario ridotto per carenza di personale… O musei che vanno restaurati e modernizzati. Si faccia un piano preciso che parta dalle strutture pubbliche e coinvolga quelle private. Avviamo anche in Italia le esperienze di finanziamento munifico, di sottoscrizione volontaria, di beneficenza privata e riconosciuta che esiste in altri Paesi. Qualifichiamo il lavoro del personale impiegato. È uno dei capitoli del “Piano del Lavoro della Cgil”, quello del turismo culturale.
Queste sono le priorità su cui il governo non si esprime, preferendo le polemiche spicciole. Io non avrei difficoltà di fronte a un piano “industriale” serio sul turismo culturale ad accettare che i sindacati di settore concordino delle regole che contemperino meglio i diritti sindacali con quelli degli utenti.

Dalla vicenda in si evince una sostanziale indifferenza per il cittadino-utente: la leggerezza del cartello in inglese con la comunicazione dell’orario sbagliato ne è una palese dimostrazione…
Non darei un valore troppo emblematico all’episodio del Colosseo. Piuttosto farei un ragionamento più vasto (e forse più autocritico). A parte la sanità e la scuola, negli altri comparti dell’Impiego Pubblico non siamo riusciti a far passare l’idea che quel lavoro sia al servizio appunto del cittadino-utente e non delle burocrazie o del potere. Essere al servizio significa risolvere i problemi (esattamente come accade in un settore dei servizi privati), non spiegare le norme regolamentari che ne impediscono la soluzione. La frase più usata – e più odiata – che si sente a uno sportello pubblico è: “non è competenza di questo ufficio”. Invece un ufficio pubblico ha il dovere di assumere i problemi del cittadino e aiutare a risolverli semplificando (non descrivendo) le complesse procedure necessarie.
Per continuare a usare il gergo sindacale industriale, si dovrebbe dire che c’è un problema di indirizzare meglio il servizio e finalizzare meglio il lavoro impiegato. Che c’è un’organizzazione del lavoro che va cambiata se si vuole che cambi la cultura del pubblico dipendente. Ma di questo nessuno si occupa. Anzi, si continua a tagliare costi e organici e a negare il rinnovo contrattuale a quei settori dove si vorrebbe introdurre innovazione…

Giusto. Ma tornando al punto, tu che hai sempre mostrato particolare sensibilità per il patrimonio culturale e attenzione per i diritti dei cittadini, quale concreta soluzione proporresti?
Ripeto: il patrimonio culturale è davvero un settore strategico sia per accrescere turismo e ricchezza, sia per diffondere cultura, sia per creare posti di lavoro di qualità. Ma come per ogni “patrimonio”, se si vuole produrre ricchezza bisogna farci sopra investimenti, altrimenti sono solo parole. Basti pensare ai Siti Unesco. Siamo il Paese che ne ha di più al mondo. Però non agiscono in rete fra loro e il Governo non fa nulla per valorizzare questa filiera strategica. La verità è che Renzi quando parla di patrimonio si ferma a Piazza San Marco, al Ponte Vecchio e al Colosseo. Mentre l’operazione da fare sarebbe di attrezzare una rete di offerta culturale diffusa, nel Paese delle 100 città d’arte. Possiamo permettercelo! Anzi, è uno spreco assurdo non farlo.

In Cgil queste tue posizioni sono condivise o sei isolato?
Ribadisco che nel Piano del Lavoro della Cgil c’è un intero capitolo dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico italiano per creare lavoro di qualità indirizzato soprattutto ai giovani, organizzato in rapporto con scuole, università, musei. E che questa è una richiesta che la Cgil fa al Governo da tempo. Il sindacato del commercio (Filcams) da un anno sta portando questi temi in giro per l’Italia con un progetto che si chiama “Job Art”. Sulle singole iniziative di mobilitazione si può sempre discutere. A dicembre dell’anno scorso, su segnalazione del ministro, la Cgil Lazio ha rinviato uno sciopero indetto all’Opera di Roma la sera della prima, alla presenza del presidente Napolitano. Avevano ragioni per farlo quei lavoratori? Certamente sì. Ha fatto bene o fatto male la Cgil a rinviarlo? Secondo me ha fatto bene.

A proposito di diritti dei lavoratori e di democrazia, a Ferrara nei giorni scorsi c’è stata la vicenda relativa al ministro Giannini tacitato dalle proteste degli insegnanti. I sindacati si sono schierati compatti a loro tutela, molti altri invece – e non solo nel Pd – hanno protestato sostenendo che ascolto e interlocuzione sono doveri civili: tu da che parte stai?
Non conosco l’episodio. Debbo dire che da sempre sono per l’ascolto e la discussione pacifica. Poi si decide il da farsi. Ma il presidente del Consiglio (non solo lui, per la verità) ha fatto del non dialogo coi sindacati un leitmotiv di orgogliosa propaganda del suo governo. Per non dire del dileggio continuo e delle battute sprezzanti. Io non sono per rispondere nello stesso modo, anche perché il disprezzo contro il sindacato lo considero un segno di debolezza del governo, non un suo segno di forza. Però poi non ci si meravigli se negli incontri pubblici i sindacalisti non mantengono sempre il bon ton.
Mi è capitato di recente che un consigliere di Renzi dicesse alla festa dell’Unità che la Cgil ha svolto in questo Paese un ruolo di conservazione corporativa. Gli ho risposto male e me ne scuso. Ma certi livelli di capovolgimento della realtà non sono davvero accettabili. Il ruolo della Cgil nella difesa anche recente della democrazia di questo Paese, appartiene alla storia, per fortuna…
Sono arrivato a una conclusione sui cambiamenti di forma del linguaggio politico. Non so se sia fondata, ma la espongo comunque. Renzi (e gli altri leader populisti) hanno portato in politica un linguaggio da stadio. Quello per cui alla squadra rivale si può dire qualsiasi volgarità perché tanto è solo un gioco. A me non piace quel linguaggio. Ma non ci si lamenti se poi scoppiano incidenti fra le tifoserie…

Adolfo_Brunacci_colosseo

NOTA A MARGINE
Il Colosseo: uno scontro colossale

Non siamo gli unici, ma siamo come al solito differenti. Il 16 gennaio 2008 con una schiera numerosa di Amici dei Musei ci recammo alla National Gallery di Londra dove, con l’amico carissimo editore dell’Orlando Furioso del 1516, Marco Dorigatti, avremmo presentato la conferenza, “Ludovico Ariosto (1474-1533).Portrait of a Poet in Literature and Art”. Devotamente in ammirazione davanti al più famoso ritratto di Tiziano del gentiluomo in robone azzurro, erroneamente catalogato come il ritratto di Ludovico, venimmo avvicinati da cortesissimi addetti che ci spiegarono – mirabile auditu – che un improvviso sciopero del personale rendeva necessaria la chiusura delle sale. Sconcerto generale. Ma come? A Londra! Alla National Gallery! E la conferenza? Immediatamente venimmo confortati: finissimo pure la spiegazione del quadro di Tiziano, avrebbero atteso la conclusione. Inoltre non c’era da temere, dato che l’Auditorium sarebbe rimasto aperto. Cosa che accadde e a sentirci accorsero in massa fino a riempire tutti i 400 posti.

Rientriamo in “Itaglia” e vediamo come l’inaudito scontro fra sindacato e governo sulla liceità o meno dello sciopero indetto, con conseguente chiusura per tre ore del Colosseo, ci rende nello stesso tempo vittime e oppressori di decisioni che non ci fanno per niente onore. Francesco Merlo, un principe della penna e della satira, su “La Repubblica” del 19 settembre impietosamente chiarisce il pasticcio che non rende onore né ai sindacati né al governo, che introduce la nuova legge che fa dei siti culturali un “servizio essenziale”, come se anche nei servizi essenziali lo sciopero non fosse non solo praticato, ma reso tanto più efficace quanto più colpisce l’agibilità dei servizi. Una lotta tra le due sinistre come rileva Merlo? E qui ritorna la questione eterna di provvedimenti che vorrebbero, per dirlo con una metafora, far le nozze coi fichi secchi, la moglie ubriaca  e la botte piena: preservare i diritti inviolabili dei sindacati e garantire la fruizione di quello che è considerato con metafora ancor più stupida “il giacimento del petrolio” nascosto dei nostri beni culturali. Che miseria. Perché interrompere il servizio? Perché non accordarsi sui tavoli di confronto preservando l’immagine di un’Italia non solo e non sempre “Itaglia”, che sa gestire l’immagine del Paese che ha più bellezze al mondo, comunque vadano le cose? Non è limitazione di diritti acquisiti e non corrisposti, ma danno, e danno grave, a chi, nonostante le risoluzioni adottate dal Mibact in fatto di potenziamento dei musei, a volte sbagliate e irricevibili, crede ancora nell’uso civile e non politico delle nostre risorse culturali.
L’uovo di Colombo – si sa – non sta tanto nel cambiare i direttori dei musei o nel cercare di abolire la funzione delle soprintendenze, ma nel versare risorse decenti per far funzionare la delicatissima macchina dei siti culturali, né strangolati dalla necessità di produrre né abbandonati al loro destino di luoghi obsoleti.
Qualcuno, che sa pensare, e a cui mi dichiaro obbligato, con amarezza mi dice che bisogna pensare a un nuovo tipo di umanesimo culturale. Quando sarà, come sarà? Come si diceva nella retorica di qualche decennio fa la risposta è in mano degli dei. E a me spiace che non sia nelle mani della politica, come espressione delle nostre esigenze ed espressione etica oltre che attuazione della prassi.

Quanto poi alle contestazioni degli insegnanti, che non hanno permesso al ministro Giannini di parlare a Ferrara, ancora una volta la vicenda mi procura un torcibudella. E pesante.
Negli anni che ho attraversato e che coincidono con il momento cruciale del secolo breve, dal Sessanta in poi, ho sempre ritenuto che anche al più acerrimo nemico vada lasciata la facoltà di  esporre le proprie ragioni. E intavolare con lui un dialogo, che non vuol dire acquiescenza. D’altra parte, chi vuole e può esercitare un ruolo come quello del ministro non deve mai sottrarsi alle proprie responsabilità, il che significa anche sopportare il dissenso. Tuttavia sembra che questa prerogativa sia poco usata. Ricordo ancora una risposta che mi dette l’ex ministro Letizia Moratti quando ci recammo a Roma per invitarla, nell’anno lucreziano, ad assistere alla ripresa dell’“Orlando furioso” di Ronconi. Si negò perché, disse, non voleva essere contestata; sarebbe venuta se le fosse stata assicurata una visione “nascosta”, come quella del romanzo bassaniano “Dietro la porta”. Cosa che poi avvenne.
E non ha ragione Calvano quando rimprovera i dissidenti di non aver voluto far parlare la ministra. Sicuro che il dialogo – non posso controllare perché non c’ero – non potesse essere cercato con altre forme? In ogni caso dovere del ministro era quello di non abbandonare il campo.

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ACCORDI
Ha.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Sound Of Dentage di Fecal Matter.

Anche se mi arrabbio più volte al giorno il pianeta in cui vivo non smette mai di deludermi.
Scopro infatti questa notizia freschissima che mi ha fatto galoppare i gattini (non i criceti, proprio i gattini) in testa a una velocità “ventilatore a 3”.
La notizia è: ventiduenne libanese in vacanza a Roma con amici ha sfregiato il Colosseo.
Ovvio che non condivido ma posso comprendere.
Il vandalismo è da sempre uno dei bisogni primari dell’uomo.
Se avessi una posizione di anche vago potere cercherei di regolamentare la questione, davvero.
Tipo, in primis istituirei una bella federazione con un gran bel logo, tirerei su tanti bei circoli appositi e in secondis proporrei una bella giornata nazionale dedicata a questo antico hobby.
Ma mica così facendo cadere ‘sta cosa dall’alto.
Presenterei quintalate di scartoffie per ottenere l’approvazione del popolo.
In fondo ci sono un sacco di proverbi molto saggi sul vandalismo e in fondo siamo stati tutti almeno una volta nella vita attratti da questa cosa.
Però c’è questa domanda che mi fa uscire di testa: ma perché questo c’ha scritto proprio le sue iniziali?
Ma che senso ha?
Se ti devi beccare cazziatone e multa e/o finire dentro vacci almeno per un motivo memorabile!
“HA”.
Ma si può?

Con tutte le cose divertenti che poteva scrivere ha scritto “HA”.
Neanche i puntini c’ha messo.
Boh.
Ho capito che non sei Basquiat ma porca vacca, potevi fare di meglio.
Disegna degli animaletti, delle stelline, boh qualcos’altro.
Persino un classicone come “SCEMO CHI LEGGE” sarebbe stato un colpo migliore.
In arabo poi, pensa che bello.
Pensa che scherzone con tanto di “panico attentati” che poi diventavi il cocco dei TG.
Invece no, le iniziali come l’altro russo che c’ha messo una K l’ultima volta.
Boh.
Visto che non ci sono neanche più i vandali di una volta ho deciso che oggi onorerò un vandalo celebre e decisamente più creativo nell’esercizio di questo hobby senza tempo.
Soprattutto ai tempi in cui registrò ‘sto pezzo come si può ben vedere dall’immagine fissa del video.

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3 Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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Mecenate mecenate…

Visionario e/o mecenate? Anche in Italia si può, alla fine… e per ottenere risultati, in questo nostro Paese allo sbando, bisogna essere un po’ visionari…
E noi siamo contenti, ci congratuliamo con chi ha saputo esserlo. Non ci interessano le motivazioni, poco importa che il governo abbia ottenuto la fiducia in Senato sul decreto cultura e che il provvedimento, già approvato alla Camera, sia oggi legge e includa misure come l’“art bonus”, un credito d’imposta del 65 per cento per le donazioni dei mecenati. Anzi, ce ne felicitiamo. Se questo era il motore, la chiave giusta di svolta, ben venga. Soddisfatti, poi, che a capirlo sia stato un ferrarese. Di colpo (e finalmente) si abbattono due barriere che, per troppo tempo, hanno monopolizzato il dibattito (sterile) italiano: quella del rapporto tra pubblico e privato, e quella della separazione tra tutela e valorizzazione. Felicitazioni, dunque!
Non si può fare un torto a un privato e “giudicarlo” se vuole recuperare parte di quanto investe per la cultura. L’importante è che lo faccia, visto che le nostre istituzioni, ormai, non hanno mezzi, forza e soprattutto vera volontà di farlo. La bellezza ci salverà…

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Diego Della Valle, patron della Tod’s e sponsor del restauro

Certo, perché, dopo mille polemiche, si è conclusa, il 29 luglio, la prima fase del restauro finanziato da Tod’s. Tornano a splendere le arcate del Colosseo, tornano alla loro bellezza originaria i primi cinque archi dell’Anfiteatro Flavio, simbolo di Roma nel mondo. Diego Della Valle, patron della Tod’s e sponsor del restauro.
Un mecenate, degno erede del primo Gaio Clinio Mecenate, cavaliere romano influente consigliere di Ottaviano Augusto, e di Lorenzo de’ Medici, munifici protettori e benefattori di poeti e artisti.

L’ambizioso progetto di far tornare il Colosseo a com’era nell’80 d.C. (quando fu inaugurato dall’Imperatore Tito) raggiunge un primo traguardo ma il completamento dell’opera, finanziato con ben 25 milioni di euro, è previsto per il 2016.
Lo splendido e amato monumento, oggi, torna a risplendere con quelli che furono, secoli fa, i suoi bellissimi colori naturali: giallo, ocra, miele e avorio.
Per rimuovere i depositi e le croste nere di smog e altri detriti sedimentati negli anni, i restauratori hanno utilizzato procedure ad hoc per non intaccare il materiale lapideo: acqua nebulizzata a temperatura ambiente, senza aggiunta di solventi. Gli operai nei giorni scorsi avevano smantellato le impalcature, restituendo ai romani e soprattutto ai turisti una porzione completamente restaurata delle arcate.
Al restauro hanno contribuito le migliori professionalità del nostro Paese, dagli archeologi agli architetti, dagli ingegneri ai restauratori, fino agli operai specializzati.
Commentando l’avanzamento dei lavori, Della Valle ha affermato che “l’operazione Colosseo abbia aperto una strada che ha permesso, anche sotto una sfaccettatura legale, di leggere ciò che si può fare. Tutti quelli che vogliono investire per sostenere il grande patrimonio culturale possono farlo con più ‘facilita’ e hanno meno alibi per non farlo”. L’imprenditore si è, poi, augurato che “che molti altri imprenditori si attivino per i monumenti messi a posto. Mi farò carico di chiamare amici imprenditori per destinare parte dei loro utili a queste cose”.
Pecunia non olet, quindi, lasciatemelo dire, e qui ancora meno…

IL PROGETTO DI RESTAURO
Il progetto, presentato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2011, prevede il restauro del prospetto settentrionale e meridionale del monumento, compresa la realizzazione di nuove cancellate al primo ordine; il restauro dei sotterranei (ipogei) e degli ambulacri; l’integrazione degli impianti; la realizzazione di un centro servizi che consenta di portare in esterno le attività di supporto alla visita, che sono attualmente all’interno del monumento. Recentemente, Della Valle ha anche annunciato che l’associazione no-profit “amici del Colosseo” è costituita e inizierà a funzionare dai primi di settembre». Si sta individuando il luogo adatto per posizionare il centro di accoglienza che servirà alle persone anziane, ai disabili e a chi vuole informazioni sul monumento.

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