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Scuola: gli ultimi difensori della fortezza Bastiani

 

Ormai la letteratura sulla crisi del nostro sistema scolastico è sterminata, ognuno ne analizza le cause da diverse angolazioni ma la conclusione è sempre la stessa, la nostra scuola resta la “grande disadattata” di cui scriveva Bruno Ciari negli anni ’70 del secolo scorso.
Istat, Invalsi, Ocse e tutti i rapporti di Education at a Glance ormai da decenni denunciano i mali di cui soffre il nostro sistema formativo a cui mai nessun governo ha però pensato di porre seriamente rimedio.

La macchina dell’istruzione, oggi, contro le sue intenzioni, è diventata un formidabile amplificatore delle diseguaglianze. Per saperlo non avevamo certo bisogno del tempismo editoriale della Nave di Teseo che in occasione del salone del libro di Torino, pubblica Il danno scolastico, con il sottotitolo significativo: “La scuola progressista come macchina della diseguaglianza”. Opera a quattro mani del sociologo Luca Ostillio Ricolfi e signora, l’ex professoressa Paola Mastrocola.

Una operazione commerciale che porterà vantaggio alle casse della casa editrice, ma che nulla aggiunge alle riflessioni necessarie per risollevare dal disastro il sistema formativo del nostro paese. Anzi, i topos sono sempre gli stessi di quella cultura nostalgica che non riesce a distogliere gli occhi dal passato e che non sa guardare avanti.

La rovina della scuola avrebbe avuto inizio nel lontano 1962 con il governo Fanfani IV e con Aldo Moro ministro dell’istruzione.  Da lì nascerebbe il vulnus della scuola media unica, quella senza latino, vulnus alla scuola severa e rigorosa, alla scuola delle bocciature, alla scuola dei maestri e dei professori di una volta (per non parlare della zia Ebe di Ricolfi), quelli che erano autentici formatori, di cui si è persa ogni traccia.

Poi è stato tutto un precipitare attraverso il ’68, don Milani e Barbiana, l’abolizione del maestro unico, Luigi Berlinguer fino ai giorni nostri, senza salvare nulla e nessuno.

Tutto questo si vuole ora dimostrare, fornendo i dati della ricerca sociologica. Viene il sospetto che i nostri autori in questi anni abbiano vissuto dentro la bolla delle loro convinzioni, senza mai affacciarsi fuori per cui non si sono accorti che ben altri dati assai drammatici andavano disegnando lo stato critico del nostro sistema formativo.
Così nell’intervista rilasciata al Giornale in data 15 ottobre, il sociologo Ricolfi si dimostra disarmato, la china è talmente scesa in basso che è impossibile risalirla, sostiene, ormai  non resta altro che lo strumento della provocazione.

È che la scuola progressista non c’è, non c’è mai stata, la vedono solo Ricolfi e sua moglie nelle loro allucinazioni.
Di Barbiana ce n’è stata una sola e la scuola statale ha continuato a funzionare inalterata nel suo impianto che risale ai tempi della legge Casati e della riforma Gentile. Con i licei, gli istituti tecnici, fino agli istituti professionali ricettacolo di ogni fallimento scolastico e sociale. Un convivere di vecchio e nuovo, con il vecchio che non è mai scomparso e il nuovo che non è mai diventato nuovo. La scuola dell’ibrido, organizzata per ordini, direzioni, cattedre, discipline e scrutini, radicata nel passato ma sempre precaria come il suo personale.

Del resto lo stesso Ricolfi (docente universitario) lo riconosce implicitamente, quando sostiene che: “Però ci sono delle regolarità: se uno studente prende un voto alto, ma non 30 e lode, posso solo indovinare che quasi certamente non ha fatto né il liceo sociopsicopedagogico né il liceo linguistico. Se prende 30 e lode, invece, vado a colpo sicuro: ha fatto il classico.”

È vero che la nostra scuola dell’inclusione, grande conquista degli anni ’70, non è in grado di colmare gli svantaggi, che il successo formativo è ancora un fallimento, perché spesso alle promozioni non corrispondono le competenze. Ma le cause non sono quelle sostenute da Ricolfi e Mastrocola, non sono dovute a una classe docente non più severa perché sopraffatta dalla cultura progressista e dai suoi slogan: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”, il “diritto al successo formativo” che hanno trovato negli studenti e nelle famiglie (nonché nei media) un terreno fertilissimo su cui prosperare”.

Le cause sono la povertà storicamente cronica delle nostre scuole, lasciate senza risorse per combattere gli svantaggi, per consentire i recuperi, per lottare contro la dispersione, per garantire la formazione continua degli insegnanti.
Risorse finanziarie, umane, di mezzi, di strutture e di spazi a causa di quella stessa cultura dei Ricolfi e Mastrocola che ha governato il paese per oltre vent’anni, dalla Moratti alla Gelmini, anche loro però accusate dai nostri autori di aver ceduto al virus del progressismo educativo.
Ognuno ha il suo deserto dei Tartari, la sua fortezza Bastiani da presidiare.

Infatti l’ipotesi della scuola progressista dannosa in quanto produttrice di diseguaglianze, la cui dimostrazione Paola Mastrocola affida ai dati della Fondazione Hume del marito Ricolfi, ha un solo obiettivo, sempre quello: dimostrare il fallimento della scuola statale.

Per gli autori, la scuola dello Stato è alla deriva, ormai non è più recuperabile. Non resta che la soluzione prospettata vent’anni fa, nel lontano febbraio 2001, da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri e Ferdinando Adornato tra i sottoscrittori dell’Appello per la scuola della società civile: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”.

Pare però che in tutti questi anni i nostri intellettuali si siano dileguati e, in buona compagnia di Ricolfi e Mastrocola, non si siano accorti che siamo entrati in un secolo del tutto nuovo e che le loro ricette della nonna o della zia per i nostri figli non sono buone neppure per farci un solo giorno di scuola.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

scuola vintage

Vintage school:
gli intellettuali e “la nuova scuola”

Non conosco gli estensori del Manifesto per la nuova scuola [Qui] sottoscritto da uno stuolo di intellettuali che vanno da Alessandro Barbero a Chiara Frugoni, da Vito Mancuso a Massimo Recalcati, da Tomaso Montanari a Gustavo Zagrebelsky che, ovviamente, non potevano mancare.

‘Nuova scuola’ sta a significare che questa che abbiamo è la ‘vecchia scuola’, diversamente non si comprenderebbe la necessità di un manifesto. Le ‘buone scuole’, ‘le offerte formative’: tutto tempo sprecato, inquinamenti nell’esercizio principe della trasmissione del sapere, come nel lontano 1994 il Testo Unico aveva decretato consistere la funzione docente.

Nuova scuola e non ‘scuola nuova’, forse perché agli estensori risuonava un po’ come le ‘scuole nuove’, il movimento di rinnovamento scolastico dei primi del novecento sorto per rispondere ai bisogni di un mondo in rapida trasformazione.

Le trasformazioni del mondo non sono cura di cui prendersi per i promotori del nostro manifesto, perché la nuova scuola in esso disegnata è atemporale, fuori dallo spazio e dal tempo, un’entità dello spirito, un tabernacolo del sapere dispensato dai suoi sacerdoti. Un ritorno allo spirito di Hegel e di Croce tanto bistrattati dal materialismo dei tempi della scienza e della tecnica.

Una scuola senza storia, senza prima e senza dopo, senza ricerca, senza un propria cultura accumulata nel tempo, senza conflitti, anzi una scuola dall’identità violata, sfregiata dalle riforme e dagli interventi legislativi che si sono succeduti negli anni, che ne hanno deturpato la sua vera natura di otia studiorum.

Se qualcuno mai avesse pensato che fosse finalmente giunto il tempo di porre fine alla pratica dell’insegnamento ex cathedra, dell’insegnamento trasmissivo, di un sistema scolastico cattedracentrico, per gli estensori del manifesto è bene che si metta il cuore in pace.

Restituiamo centralità all’ora di lezione, alle discipline, ad ogni singola disciplina senza alcuna contaminazione, alla trasmissione del sapere. Le competenze sono nemiche del sapere e di ogni dimensione “integralmente umana” è scritto nel manifesto. Le competenze come lo sterco del diavolo, asservite al mercato.

Pensiero inquietante, perché suggerirebbe che neppure chi siede in cattedra è fornito di competenze, quelle necessarie a illuminare gli studenti della luce della sua disciplina. E cosa mai possederà al loro posto? L’ispirazione dello spirito santo? Avremo nella ‘nuova scuola’ i docenti pentecostali?

Nessuna contaminazione con il lavoro, più che mai con l’insensata alternanza scuola lavoro, via ogni orpello dalla scuola, dal digitale all’autonomia scolastica, niente offerte formative, ma centralità del docente in cattedra. Gli unici ammessi  all’aulica scuola i mediatori linguistici per gli studenti stranieri e gli psicologi dello sportello d’ascolto, per rimuovere eventuali interferenze prodotte dall’età evolutiva delle ragazze e dei ragazzi, che potrebbero ostacolare l’attenzione che è necessaria ai distributori del sapere in pillole, ai performer dell’ex cathedra.

Questo è il catechismo del manifesto, non avrai altro docente al di fuori di me, ma in questo manifesto gli studenti non ci sono, se ci sono sono schierati nei banchi, attoniti ad ascoltare la voce del maestro, affascinati dal suo eloquio e dalla sua padronanza della disciplina perché, come premette il manifesto, bontà sua: “..quello tra gli insegnanti e gli studenti è prima di tutto un “rapporto umano”. Grazie tante!

Ma quell’articolo ‘la’ determinativo della nuova scuola non offre alternative al mondo fermato nell’ipostasi del sapere, della cattedra, semmai con la predella come auspicava tempo fa Galli della Loggia, dell’aula e della classe, degli orari e dei programmi, unico universo della nuova scuola.

Preoccupa che questi signori scrivano di scuola, intanto perché è evidente che non di tutta la scuola si occupano, la loro enfasi cattedratica rimanda ad un grado di scuola prevalentemente secondario. Sarebbe da brividi per bimbette e bimbetti la scuola che prospettano, con maestri saputi che propinano pillole di nozioni già confezionate come quelle di Rodari, almeno per l’epoca che viviamo e per la cultura che sull’infanzia ci siamo anche a fatica conquistati, sarebbe davvero preoccupante. Forse agli estensori del manifesto sarebbe consigliabile prenotare qualche seduta presso uno degli epigoni del dottor Freud.

Restituire centralità allo studente che apprende, che in autonomia costruisce le sue conoscenze sarebbe lesa maestà.

La ‘nuova scuola’ è in realtà la scuola di ieri, come se il mondo si fosse fermato a quando sui banchi sedevano gli autori del manifesto. La scuola è tale solo se immobile, fotografata al tempo dello loro infanzia e adolescenza, dopo, solo la rovina, il degrado, l’imbarbarimento.

La ‘nuova scuola’ è esattamente quella già scritta da Gentile [Qui], essersene allontanati per adeguarsi ai tempi, a nuovi bisogni educativi è stato per gli autori del manifesto un’eresia che richiede oggi una pubblica abiura.

Ma viene da chiedersi se il manifesto è il manufatto di docenti che quotidianamente vivono il rumore d’aula, o il risultato piuttosto di pensieri subliminali frutto di frustrazioni che non si è più in grado di gestire e che la pandemia ha finito per esasperare.

Sconcerta che professionisti della cultura, come ogni insegnante dovrebbe essere, dimostrino di essere privi di una solida cultura scolastica, psicologica, pedagogica, didattica, ripiegati come sono nell’angustia della loro disciplina, senza considerare che ormai non esiste disciplina che non viva dell’apporto delle altre. Non si nasce insegnanti, e non è sufficiente essere esperti di una disciplina per essere dei bravi docenti. Essere docenti richiede quel molto di più di cui il manifesto non scrive, perché l’unica idea su cui regge tutto il manifesto è la nostalgia del carisma. Io, disciplina e carisma, si potrebbe dire. Una visione narcisistica dell’insegnante artigiano del sapere, ma non tutti sono dei poeti e se uno il carisma non ce l’ha, non se lo può inventare. Socrate e peripatetici restano confinati alle pagine dei manuali di storia della filosofia, bisogna farsene una ragione.

Di fronte alla restaurazione proposta da questa millantata ‘nuova scuola’ anche il pensiero del buon Dewey [Qui] agli albori del secolo scorso, quando nelle scuole del nostro paese prendeva corpo l’idealismo gentiliano, suona eretico nel suo pragmatismo, ma noi vogliamo concludere citandolo da Scuola e Società: “È la nostra un’educazione dominata quasi interamente dalla concezione medioevale del sapere. Essa si rivolge in gran parte soltanto al lato intellettuale della nostra natura […] non già ai nostri impulsi e alle nostre tendenze a fare, a costruire, a creare, a produrre sia per scopi utilitari sia per scopi artistici. […]  Ne consegue che noi scorgiamo dovunque intorno a noi la divisione fra persone ‘colte’ e ‘lavoratori’, la separazione della teoria dalla pratica”.

La ‘nuova scuola’ del manifesto non è certo la ‘scuola nuova’ di cui hanno necessità i nostri giovani per vivere in questo millennio, per affrontare le sfide che attendono loro e non certo chi oggi siede in cattedra, a cui competerebbe la responsabilità di attrezzarli per il futuro, un futuro che non consente di guardare indietro, di rifugiarsi nel passato, solo perché è l’unica coperta di Linus che si possiede di fronte alla propria impotenza intellettuale e culturale.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

LA STUPIDITA’ NON E’ NECESSARIA
la Scuola della Conoscenza rimane l’unico argine

La frase “La stupidità non è necessaria”  la troviamo scritta in un testo di Gregory Bateson dal titolo Mente e Natura  la trovo straordinaria! Riassume in modo emblematico lo spirito del tempo che ci troviamo a vivere oggi.
Quel verbo impersonale usato in modo così sarcastico!
Quale uomo dotato di un minimo di ragionevolezza infatti potrebbe ritenere sensato utilizzare la stupidità nelle manifestazioni del suo essere! Tutti di regola desiderano distinguersi per l’acume del ragionamento, per la brillantezza delle  idee esposte…non certo per l’ottusità del pensiero.

Paradossalmente, invece, basta leggere i commenti fatti da moltissimi utenti sui social, per esempio in materia di immigrazione, o sui provvedimenti per  contrastare il contagio da covid-19, e risulta lampante che non solo in tali interventi si rinuncia volentieri ad ogni riferimento al buon senso comune, ma si condividono ragionamenti del tutto contrari alla dignità umana semplicemente copiando/incollando documenti aberranti.

Come è potuto capitare che ad ogni livello, cominciando dai leaders politici fino al cosiddetto uomo della strada, sia stato abbandonato l’uso di ogni filtro democratico, ogni principio etico, e circolino sui media impunemente messaggi razzisti, argomentazioni in forme neppure troppo mascherate di  natura fascista  o di comportamenti intolleranti verso ogni tipo di diversità?

Provo a ricostruire un ragionamento che possa giustificare tale cambiamento.

Abbiamo assistito dalla fine degli anni Ottanta fino ad oggi non solo ad una crisi della Politica ma ad una sua radicale delegittimazione; non solo alla perdita di centralità della Cultura ma alla perdita di credibilità della sua agenzia di trasmissione principale che è la Scuola.
Tutto ciò ha portato ad una lenta e pericolosa erosione delle strutture democratiche attraverso cui fino ad oggi si è sviluppata la formazione dell’opinione pubblica, consegnandola alle interazioni tipiche del mercato, alle agenzie di marketing e ai sondaggi di opinione.Insomma non solo abbiamo assistito al passaggio di status da cittadini a consumatori, ma a quello da cittadini consapevoli a consumatori ignoranti e fieri di esserlo.

Questo mi sembra essere oggi il dato più preoccupante, il poter in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo ascoltare e  dire tutto e il contrario di tutto, l’essere felici di aver azzerato  ogni debito col passato sia a livello politico che a livello culturale, per cui in assenza di punti di vista riconosciuti come autorevoli  ne diventa valido uno qualsiasi.
Non interessano più di tanto credenziali, titoli, o requisiti specifici della fonte dell’informazione.
Vengono fatte le affermazioni che più contrastano con quelle dell’avversario non in nome di una faticosa e comune ricerca di una Verità, di cui da tempo si è perduto il tracciato epistemologico, ma al solo scopo di negare la verità dell’avversario.
Ed ecco che il negazionismo conosciuto a livello dello studio del fenomeno storico si sta allargando a quello dei fenomeni scientifici in genere.

Quello che più quindi disorienta è la mancanza di certezze, di attendibilità, di affidabilità.  La confusione regna sovrana e nel rumore generale è una gara a chi grida più forte.
Il 1989 rappresentò l’anno di una nuova era televisiva caratterizzata da violenti scontri verbali. Fu nel programma di Arnaldo Bagnasco, Mixer cultura, che si celebrò infatti l’inaugurazione della stagione delle risse in TV nella contesa tra i critici d’arte Vittorio Sgarbi e Achille Bonito Oliva.
Seguirono poi altri palcoscenici televisivi che offrirono la possibilità di continuare ad altri attori la spettacolarizzazione dell’ingiuria e della lite a livello mediatico ampiamente ripagata dai picchi di ascolto altissimi.

A livello politico poi  il grande primo cambiamento dello scenario tradizionale, della cosiddetta Prima Repubblica, avviene con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Con il primo governo Berlusconi, nel 1994, abbiamo una narrazione della politica mai vista prima.
Un imprenditore al governo e un contratto con gli italiani sostituiscono le ragioni dell’economia e dell’interesse a quelle del Bene Comune della politica., contrapposte  alla ragione dei  governi dei professori dei vari Dini, Prodi e, col senno di poi, Monti.

In modo speculare alla Scuola delle tre ‘I’ (inglese, impresa, informatica) venne affidato il compito di condurre al lento declino la Scuola delle conoscenze sostituita da quella delle competenze, richiesta da una Europa portavoce di un mercato a cui necessitava sempre più una forza lavoro caratterizzata da mobilità e flessibilità professionali.

Assistiamo da qui in avanti alla ridicolizzazione di quell’avversario politico la cui profondità di ragionamento intellettuale viene messa alla berlina, da telegenici personaggi politici senza passato che ben padroneggiano la velocità dei tempi televisivi, arena che ben presto costituisce la principale sede del confronto politico.

Tutto il resto è una conseguenza di tali premesse: la crisi della forma partito e la sostituzione con movimenti di opinione o di gruppi validi per una sola stagione, la volgarizzazione del confronto democratico, la sostituzione dell’interesse economico alla tutela dei diritti, la schizofrenia delle leggi di riforma della scuola, la precarizzazione progressiva della condizione giovanile.

In conclusione mi pare  però che non possa esistere alternativa a tale deriva se non nel tentativo, a volte quasi eroico,del proteggere la salute della Democrazia, delle sue istituzioni fondamentali, e, specularmente, nel riportare al centro di ogni interesse la Scuola della conoscenza che da sempre è il più grande ostacolo che si frappone alla barbarie della manipolazione dell’uomo da parte di chicchessia .

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ma in Italia l’apprendimento permanente resta una chimera

Fare campagna perché le persone continuino a istruirsi anche dopo l’età della scuola può lasciare stupiti o dare l’impressione di una pedanteria pedagogica. Così succede nel Regno Unito dove la “Campaign for learning” ha pure un sito web, e pubblico e privato sono impegnati a promuovere l’apprendimento permanente, perché convinti del potere dell’istruzione continua.
Nulla del genere abita in Italia, terra di università popolari e della terza età, ma assolutamente analfabeta in materia di lifelong learning.
Neppure il nostro ministero dell’istruzione, università e ricerca brilla nel campo.
Oltre ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), concepiti in chiave puramente scolastica, non va, mentre continua a marcare ritardi nell’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 51, della legge 92 del 28 giugno 2012, più nota come la famigerata “legge Fornero”, tanto per intenderci sui livelli di consapevolezza del nostro Paese e della sua classe politica.
Aver riconosciuto che l’istruzione non abita solo tra le mura delle scuole e dell’università perché, oltre ad essere formale, può essere anche non formale e informale, avrebbe dovuto per lo meno portare a promuovere politiche di educazione permanente, di qualificazione, di valorizzazione e di coordinamento di tutto ciò che si muove su questo terreno.
Nessuno al Miur, ma neppure la politica, credo si sia mai posto l’obiettivo di realizzare l’ apprendimento permanente nella nostra società.
Conferenze, tavole rotonde, webinar, eventi culturali e tutto quanto si muove senza un filo conduttore nella brulicante fucina delle iniziative pubbliche e private, invece di andare deserto o sprecato, potrebbe costituire i tanti tasselli di un più vasto programma di istruzione continua. Un modo per consolidare come abitudine sociale l’apprendimento per tutta la vita ai livelli locali come a livello nazionale, con vantaggi notevoli per le comunità, le persone, l’economia e il lavoro.
Mentre ci si occupa d’altro, con gli edifici scolastici precari, oltre al personale che vi lavora, la fuga dei giovani all’estero, e le percentuali di dispersione scolastica che aumentano insieme alla povertà educativa, l’apprendimento, nel frattempo, si è arricchito di aggettivi che prima neppure avremmo preso in considerazione.
A partire dall’apprendimento “verticale”, che suggerisce l’idea di un apprendimento in piedi, dal basso verso l’alto, come la spinta nella vasca di Archimede.
È, appunto, l’apprendimento che accompagna tutta la vita, che ritiene insensato che si possa interrompere l’attività del sapere e dell’imparare una volta abbandonati i banchi di scuola e trovato un lavoro. L’apprendimento come processo che avviene ovunque, dinamico e continuo, che accompagna tutte le età della vita. Che cresce con le persone e fa crescere le persone, rendendole migliori, più attrezzate, più competenti, più ricche dentro, che ha bisogno di offerte e di occasioni, di ambienti stimolanti e propositivi.
Una verticalità che per svilupparsi necessita dunque di orizzontalità. Orizzonti di saperi. L’apprendimento “orizzontale”. È la dimensione spaziale dell’apprendimento e dei suoi luoghi. L’apprendimento come processo diffuso che può accadere in ogni contesto e non solo nei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione. L’apprendimento che si allarga a comprendere le esperienze della vita in una dimensione del tempo che è quella delle occasioni che abbracciano la larghezza e l’ampiezza della vita con il succo prezioso delle sue offerte, opportunità e attrazioni. Comprende il tempo e gli spazi dell’esistenza di ciascuno di noi in cui si allargano gli apprendimenti.
In fine il deep learning, espressione sottratta all’intelligenza artificiale, ma utile al nostro discorso.
L’apprendimento “profondo”. Riguarda la nostra vita, la necessità inesauribile di apprendimento. Perché ogni angolo della vita, ogni anfratto ci richiede di sapere, vagliare, criticare. E allora apprendere è una corrente che non si può interrompere, che fa erompere il diritto delle persone a vivere in una società che metta a disposizione di tutti non solo l’informazione ma la formazione, le conoscenze, i saperi, le competenze, soprattutto per gestire l’informazione, che contrariamente ai saperi, ci proviene in abbondanza da tutte le parti.
L’apprendimento profondo è la terza dimensione che consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, spiega il senso di una società che promuove l’educazione permanente come recupero pieno del significato dell’istruzione al servizio delle persone e della possibilità di essere se stesse.

Europa addio

Il settanta per cento degli italiani è analfabeta, analfabeta funzionale: legge, guarda, ascolta, ma non capisce. Poi, sarebbe questa Europa ad essere d’intralcio, a impedirci di spiccare il volo, semplicemente perché ci mette con le spalle al muro delle nostre responsabilità.
Mentre siamo lontani dall’aver raggiunto le competenze chiave per l’apprendimento permanente, il 22 maggio di quest’anno il Consiglio dell’Unione europea ha licenziato altre raccomandazioni, con in allegato il nuovo quadro di riferimento.
Nel frattempo i nostri governanti pro tempore parlano un linguaggio destinato a farci accumulare ulteriori ritardi in materia di istruzione e di formazione, contribuendo ad oscurare le prospettive per i giovani e per il paese nel suo insieme.
Nuotiamo nell’incompetenza e non ce ne accorgiamo, come ovvio che avvenga, quando si è ignoranti si ignora di non sapere. Si pensa di rilanciare il paese ampliando il deficit, dimenticando il deficit più grave di cultura e di competenze. Come se l’impresa e il lavoro fossero un’altra cosa, non avessero bisogno prima di tutto di un capitale umano preparato e competente, che sappia trasformare le idee in azioni e farle diventare valore per il mercato e per il Pil del Paese.
Prima del reddito di cittadinanza c’è da garantire la cittadinanza, se non vogliamo che si riduca al solo dato anagrafico. Il Consiglio d’Europa ci ricorda che la cittadinanza ha le sue radici nella primissima infanzia e, più che la terra da coltivare per il terzo figlio, c’è urgenza di nidi gratuiti per tutti, di generalizzare i servizi e la scuola per l’infanzia da zero ai sei anni, la cui frequenza è strategica per il successo formativo di ciascuno e per l’esercizio della democrazia.
Ogni persona ha diritto ad un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente, per l’intero arco della propria esistenza, di qualità e inclusivi, in modo da conservare e acquisire competenze che consentano di partecipare da attori alla vita civile, di accedere con successo al mercato del lavoro, questo è il pilastro su cui poggiano i diritti sociali. Ma se non c’è cultura non vi può essere neppure cultura dell’istruzione e della formazione. Pensare che le difficoltà e i problemi del paese si risolvano con operazioni di maquillage elettorale è il segno di questa ignoranza e dei disastri che può produrre.
Sarebbe impellente riprendere a mano il nostro sistema scolastico per garantire agli studenti di ogni ordine e grado insegnanti preparati con elevate qualità professionali. Non solo. Abbiamo l’urgenza, come ci suggeriscono le raccomandazioni europee, di esplorare nuovi territori ed itinerari didattici, rivoluzionare i nostri ambienti di apprendimento, renderli più flessibili, aperti al territorio, alle attività extracurricolari, adatti alle necessità di una società ad alto grado di mobilità. La strada da percorrere è tanta, mentre noi in questi anni ci siamo smarriti tra precariato e cattedre, accumulando enormi ritardi. È la cultura dell’educazione quella che è assente, la cultura dell’educazione necessaria a un paese proiettato verso il futuro.
Per non parlare dell’apprendimento non formale e informale, per i quali mancano politiche nazionali e locali, di cui continuiamo a trascurare l’importanza per lo sviluppo delle competenze del capitale umano. Anche le polemiche intorno all’alternanza scuola lavoro sono lo specchio di ciò, di come il formale fatichi ad incrociare l’informale, con la conseguenza di privare i nostri giovani delle opportunità di apprendimento che potrebbero derivare dalla cooperazione tra contesti diversi, da una pluralità di approcci, di occasioni e di modi di conoscere.
L’Europa nel riproporre il corredo delle competenze chiave necessarie alla realizzazione personale, alla salute, all’occupabilità e all’inclusione sociale pone particolare attenzione alle competenze necessarie per aprirsi alla globalizzazione della cultura e della formazione, alla globalizzazione delle cittadinanze, al muoversi dei nostri giovani per itinerari che sempre più conducono lontano dai loro luoghi di origine, lontano per poter continuare a studiare come per cercare lavoro, lontano per incontrare altre culture in un mondo che si dilata non solo nella rete virtuale ma nei passi quotidiani e nei tragitti delle nuove generazioni. Le migrazioni sono tante e hanno origini diverse, non tutte drammatiche fortunatamente, ma l’idea non può che essere quella di liberarsi delle nostre culture ghettizzanti per contribuire a costruire un mondo accogliente.
E allora diventano abilità di base le lingue, la conoscenza e l’apprendimento delle lingue, per incontrarsi, incrociare culture, per dialogare. Come la necessità di motivare un maggior numero di giovani a intraprendere carriere in ambiti scientifici, di studiare le “STEM”: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Il miglioramento delle competenze digitali, perché i posti di lavoro e la vita quotidiana sono sempre più automatizzati, le competenze imprenditoriali , la creatività e lo spirito di iniziativa, le competenze sociali e civiche e la capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Competenze per promuovere uno sviluppo sostenibile, stili di vita sostenibili, i diritti umani, la parità di genere, una cultura pacifica e non violenta, la cittadinanza globale e la valorizzazione delle diversità culturali.
Rispetto a dove pare andare il paese, l’Europa ci propone un’istruzione controcorrente, anzi competenze controcorrente, in sostanza una vaccinazione contro sovranismi e populismi.
Intanto in Italia il vettore della formazione ha invertito la rotta, punta alla regionalizzazione dell’istruzione, ognuno a casa sua, con il suo folklore, che vuol dire Europa addio, noi la nostra scuola ce la facciamo, più che in autonomia, in autarchia.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Loro sono migliori

Logorato dal tempo, un rito logoro continua ad essere consumato in maniera logorante ogni anno, portandosi dietro il logorio delle intelligenze. È l’esame di Stato. Il diritto dello Stato a farti l’esame. Lo Stato che per anni ti ha nutrito di istruzione, interrogato, testato e valutato ora che lo stai per abbandonare, per prendere altre strade, vuole vedere cosa è riuscito a fare di te. Sembra che allo Stato interessi scoprire come fai a pensare, come usi e cucini ciò che nella tua giovane mente è riuscito a inculcare.
Sono anni che lo Stato è appagato di sé e che le mele che non gli riescono hanno percentuali dello zero virgola zero. Tanto che da tempo medita di abbandonare questo arnese antico dell’esame, svuotandolo sempre più di sostanza, ma senza mai avere il coraggio di disfarsene definitivamente.
Il fatto è che, ormai da diversi anni, l’esame non serve ai suoi diciottenni in uscita dal sistema scolastico ma alla comunità tutta, a farsi l’analisi del sangue sullo stato di salute dei suoi valori e della sua democrazia.
Nel tempo sono i fantasmi della cattiva coscienza del paese a comparire tra le tracce della prima prova d’esame, dal rapporto con la modernità fino al rapporto con la natura, dall’amicizia agli ingredienti freudiani del rapporto padri figli.
O sono le celebrazione e le ricorrenze per sondare come regge la memoria collettiva o i diritti umani per saggiare quanto ancora è alto il baluardo della coscienza comune a loro difesa.
Così si compiono le discrasie pubbliche. Il giorno prima il signor ministro degli Interni del Paese annuncia il censimento dei Rom, il giorno dopo le giovani e i giovani italiani come prova d’esame si trovano da analizzare una pagina del Giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani sulla schedatura degli ebrei.
A prendere il sopravvento nell’opinione pubblica e sulla stampa, nella falsa coscienza del paese, non è la discrasia, piuttosto il polso di quanto ancora sia sensibile la società di oggi alla ferita di cinquant’anni prima, prodotta dalle leggi razziali di Mussolini.
Non ci si avvede che la ferita è qui, viva e sanguinante, la ferita di un Paese che investe i migliori anni delle sue giovani donne e dei suoi giovani uomini per farne dei cittadini difensori dei diritti dell’uomo, dei principi scaturiti dalla Rivoluzione francese, dei valori su cui poggiano le costituzioni delle democrazie moderne, mentre un alto rappresentante delle sue istituzioni quegli stessi principi, quegli stessi valori a parole li calpesta.
La fine delle libertà nasce sempre dal divorzio tra cultura e storia, quando cultura e storia prendono direzioni diverse.
I giovani hanno dimostrato di essere più maturi del paese, la scuola di essere luogo di una identità comunitaria capace di funzionare, ma i giovani, scegliendo le tracce della prova d’esame, hanno rivelato anche la banalità dei nostri giudizi su di loro e quanto in questo tempo siano soli con un grande bisogno di scrivere il senso della loro solitudine.
L’esame di Stato ci svela due paesi diversi, da un lato chi si prepara sulla via della migrazione per continuare a vivere e a studiare, per essere cittadino di un mondo a cultura globale, e dall’altro chi le strade della migrazione intende sbarrarle. Un paese divorziato dalla cultura e dalle aspettative dei suoi giovani.
Verrebbe da dire che la nostra scuola è migliore del paese, destinata a preparare per un paese che non c’è più. Inoltre forma a prescindere dalle sue intenzioni, se si dà ascolto a chi ha osservato che Bassani non fa parte del programma. Per fortuna! Almeno una volta un esame che non sia un doppione, un esame in grado di mettere a prova non le nozioni già verificate negli anni, ma le competenze finali dei nostri ragazzi.
D’altra parte che Bassani non faccia parte del programma denuncia la frattura tra due velocità, quella dell’istruzione e quella della cultura. Una distanza che i ragazzi vivono sulla loro pelle, la schizofrenia tra i saperi con i quali sono stati formati e la loro storia che ha inizio il giorno dopo in cui lasciano i banchi di scuola.
Una scuola migliore del paese, delle sue mutazioni genetiche dalle quali presto sarà chiamata a doversi difendere per non venire meno alla sua vocazione per la libertà, l’intelligenza, i diritti.
Una scuola che però continua a non essere migliore delle sue ragazze dei suoi ragazzi, perché incapace di traguardare se stessa e di darsi come orizzonte i loro progetti di vita. La vecchia scuola del vecchio arnese di un tempo: l’esame di Stato, che né Caproni né Bassani potranno mai riscattare dalla sua inutilità.
I solitari del mondo digitale sono assai migliori della scuola che frequentano, così fragile nel suo impianto formativo che Bassani non è nei suoi programmi, e lo denuncia senza accorgersi dell’incongruenza.
Per fortuna i suoi giovani ogni anno al rito consunto dell’esame di Stato dimostrano di avere la capacità di capitalizzare quello che hanno ricevuto, fornendo una lezione a tutto il paese che neppure se ne accorge.
Mentre il sistema formativo scricchiola da tutte le parti, con sintomi di forte preoccupazione, loro hanno ben altro da fare, se ne vanno verso un altrove che per i più non sarà qui.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Se la cultura manca di cultura

Per il momento non si farà, ma nel contratto del governo pentaleghista la cultura se ne sta tra il conflitto d’interessi e il debito pubblico. Scuola, università e ricerca occupano nell’elenco rispettivamente la ventiduesima e trentesima posizione. Anche la geografia dei capitoli è importante, perché si è scelto l’ordine alfabetico della lista della spesa più che la coerenza di un disegno politico che evidentemente non c’è, prevalendo la rivendicazione sul progetto paese.
Così, se qualcuno avesse nutrito nei confronti del governo del cambiamento la speranza di uno sguardo nuovo, immediatamente si deve ricredere.
Nuovo sarebbe stato un capitolo dedicato alla Conoscenza, perché l’ignoranza è anche quella che ci impedisce di scegliere e di disporre delle persone giuste di cui avrebbe bisogno il paese per essere governato. Non dico che ci sarebbe piaciuto vedere trattati istruzione, università e ricerca in un capitolo dedicato alla Società della conoscenza, forse un nuovo troppo nuovo, specie da parte di chi guarda all’Europa e al mondo con un occhio storto.
Ma se l’economia è ferma, se la capacità del nostro paese di crescere e di competere è fortemente compromessa, forse non è solo colpa della crisi finanziaria e dell’austerità che altri ci hanno imposto.
Dovremmo chiederci cosa abbiamo investito, in termini quantitativi e qualitativi, in capitale umano. Perché il capitale umano che abbiamo cresciuto e allevato nelle nostre scuole e università ci lascia per andarsene all’estero. Neppure siamo riusciti a crescere una generazione con una cultura digitale all’altezza della rivoluzione tecnologica.
C’è un buco in termini di società della conoscenza a cui non si possono voltare le spalle, facendo finta di niente, perché il conto da pagare sta già ipotecando il futuro nostro e dei nostri giovani.
Il vuoto di conoscenze di fronte alla rapidità dei processi di innovazione tecnologica riduce la nostra capacità di immaginare quali saranno i beni e i servizi richiesti nei prossimi anni e quali le nuove professionalità necessarie a produrli.
Siamo di fronte ad una rivoluzione radicale dell’organizzazione del lavoro che necessita di una altrettanto radicale rivoluzione delle conoscenze, non vorremmo che l’istruzione nel nostro paese tornasse ad essere la pagina più cupa della sua storia, come ebbero a scrivere agli inizi del secolo scorso i due storici britannici Bolton King e Thomas Okey nel loro saggio “Italy Today”.
A livelli quantitativi e qualitativi l’istruzione formale dei nostri giovani è ancora al disotto di quella degli altri paesi avanzati. Questo è particolarmente grave se si osserva che un paese come l’Italia, povero di risorse materiali e in ritardo su molti fronti non solo economici, dovrebbe mirare ad investire nella scuola e nella conoscenza ben molto di più della media degli altri paesi, per tentare almeno di recuperare.
Il fatto è che il ritardo non è solo dei giovani è anche degli adulti che mancano di competenze logico-analitiche e di comprensione.
Investire sulla conoscenza, disseminare le conoscenze è una priorità se non vogliamo rischiare l’arretratezza e di essere tagliati fuori, non c’è reddito di cittadinanza che possa ripagare dell’ignoranza, che non ha le forme di ieri, più subdola perché non la conosciamo, ci sfugge e si fa più difficile da riconoscere, perché ignoriamo d’essere ignoranti.
Avremmo bisogno di una società capace di sinergie con la scuola e l’università, capace di crescere un capitale umano che costituisca il suo vero patrimonio culturale da spendere e investire. Sentirsi cittadini perché patrimonio culturale del proprio paese, perché risorsa umana. Sentirsi riconosciuti come risorsa umana, anziché voce di un bilancio di entrate e di uscite.
Si chiamano “cittadini” questi che promettono il governo del cambiamento, ma non promettono nuove cittadinanze, che non possono essere sempre quelle di ieri contrattate a nuovi prezzi, le nuove cittadinanze sono quelle promesse dalle frontiere della conoscenza, della ricerca e dei saperi, partecipati il più possibile da tutti, diffusi e appresi, perché è nella condivisione delle conoscenze e nella consapevolezza che si basa la democrazia e la possibilità di costruire i futuri. La società della conoscenza non è solo uno slogan, è l’unica condizione che oggi ci è data per abitare il presente e preparare il domani.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tra scuola e impresa non mettere la Crusca

La questione è controversa perché è come le ricette per fare le torte, dove le dosi sono importanti. Così in una circolare del ministero dell’istruzione quant’è la dose di italiano e quant’è la dose di inglese che ci deve essere?
Diciamo la verità, se c’è una stonatura con le competenze e la lingua inglese è l’uso della parola “Sillabo”, che sa di altri tempi e che avrebbe dovuto far piacere all’Accademia della Crusca, che invece ha protestato per l’abuso di termini inglesi proprio nel Sillabo con cui il Miur ha dettato le linee sull’educazione all’imprenditorialità nelle scuole secondarie di secondo grado del nostro paese.
Paese davvero strano, mentre la Crusca denuncia la colonizzazione ad opera della lingua inglese delle circolari del ministero dell’istruzione, nessuno intorno si rende conto che quel Sillabo, con il retro gusto alla Pio IX, giunge con un ritardo di almeno dodici anni.
Qualcuno si deve essere distratto nel frattempo e aver scordato le otto competenze chiave necessarie ad ogni cittadino per inserirsi con successo nell’ambito sociale e lavorativo, dettate nel 2006 dal Parlamento Europeo. Tra queste competenze c’era e c’è: “spirito d’iniziativa e imprenditorialità”.
Richiamo, per rinfrescare il ricordo, le altre competenze: comunicazione nella madre lingua; comunicazione nelle lingue straniere; competenza matematica e competenze di base in scienze e tecnologia; competenza digitale; imparare ad imparare; competenza sociale e civica; consapevolezza ed espressione culturale.
Sono le competenze europee per l’apprendimento permanente, che i nostri studenti al termine del biennio delle superiori, e quindi dell’obbligo scolastico, devono aver acquisito. In tutti questi anni gli studenti sedicenni sono usciti dalle nostre scuole con la certificazione che queste competenze sono state raggiunte.
Evidentemente, almeno per una competenza come “spirito di iniziativa e imprenditorialità”, visto che il Sillabo è uscito solo ora, non può che essersi trattato di una finzione all’italiana.
Ma noi siamo così aperti al mondo e così consapevoli dei ritardi del nostro paese che ci preoccupiamo solo dell’eccesso d’inglese nelle linee di indirizzo stilate, con ragguardevole ritardo, dal ministero.
Così in una sola giornata non c’è quotidiano nazionale che non abbia il suo titolo e il suo articolo sullo scontro tra Crusca e Miur. E la risposta del ministro è peggio della polemica, quando rivendica la difesa della lingua nazionale attraverso le olimpiadi di italiano, come le olimpiadi della matematica o del latino. La lingua ridotta ad uno sport che non tutti praticano.
Qualche dubbio sullo stato di salute del paese a questo punto è legittimo nutrirlo.
Credo che la Crusca, a cui evidentemente non piace la “Taxonomy of Entrepreneurship Education”, dovrà arrendersi alla dura realtà che il mondo dell’impresa, in un mondo globalizzato, si esprime in inglese, come la rete, la ricerca e tante altre cose, che nulla tolgono all’italiano forbito e neppure ne costituiscono un attentato.
Andrebbe invece sottolineato, in un paese che ha bisogno di impresa e che ha da recuperare anni di divorzio tra scuola e mondo del lavoro, l’importanza del documento ministeriale.
Perché le linee guida di educazione all’imprenditorialità sono il risultato dell’incontro tra scuola e società civile, imprese, associazioni professionali, istituzioni, mondo accademico e altre organizzazioni coinvolte, a vario titolo, nelle tematiche in questione. Un metodo di dialogo e di collaborazione con il territorio che dovrebbe essere la cifra corrente delle nostre istituzioni scolastiche, al di là del fatto che sarebbe davvero difficile concepire un’educazione all’imprenditorialità che non nascesse da un legame forte con la prassi quotidiana e con chi è pienamente coinvolto nella creazione di impresa. Oltre all’idea di responsabilizzare la società, tutta, nei confronti della scuola come hub di coltivazione delle risorse umane per il suo futuro.
Pensare che tra i banchi di scuola si possa apprendere anche a trasformare le idee in azioni, a praticare creatività e innovazione, apre davvero il cuore.
D’altra parte se non si vuole combattere solo a parole la dispersione scolastica, la disoccupazione giovanile e il fenomeno dei giovani neet, sviluppare l’educazione all’imprenditorialità sembra una delle strade giuste da intraprendere, con buona pace della Crusca e degli eccessi d’inglese.
Può darsi che un po’ di italiano ci rimetta, ma ci guadagneranno senz’altro i nostri giovani, il paese e la nostra collocazione in Europa.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il lungo divorzio di scuola e lavoro

Che dire, il rapporto dell’Ocse anche quest’anno è impietoso. I dati ci danno in crescita, ma la palla al piede del Paese è di quelle da cui è assai difficile liberarsi, se non cambia radicalmente il sistema della formazione. Le nostre scuole mancano della cultura del lavoro e le nostre imprese, in generale, scontano un grave ritardo nell’innovazione e nella formazione.
Le imprese a gestione familiare, in Italia, rappresentano più dell’85% del totale, e circa il 70% dell’occupazione del paese, ma i loro manager spesso non hanno le competenze necessarie per adottare e gestire tecnologie nuove e complesse, tanto che il serpente si morde la coda.
Per non parlare del quasi assoluto disinteresse per le competenze da parte del pubblico, denunciato dalla commissione parlamentare per l’innovazione e la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni. Dematerializzazione, efficienza dei processi, industria 4.0, sicurezza, smart city richiedono competenze specifiche e un’altrettanta specifica formazione.
Il World Economic Forum di Davos ha confermato che le cinque competenze più richieste dal mercato del lavoro nel 2020 saranno: problem-solving complesso, pensiero critico, creatività, gestione delle persone e capacità di coordinarsi con altri.

Siamo nel terzo millennio, ma le nostre scuole sono sempre le stesse, quelle dell’istruzione di massa ispirata a un modello di fabbrica del secolo scorso. Al leggere, scrivere e far di conto semmai si è aggiunto qualcosa d’altro, tipo il coding, ma nella sostanza le liturgie sono quelle del passato, qualcuno ne ha il rimpianto perché non funzionano più, soprattutto perché non esistono più i luoghi in cui abbiano una ricaduta, un’utilità, dalla famiglia alla fabbrica, fatta eccezione forse per la scuola stessa.
Mi riferisco al curricolo occulto della scuola pubblica di massa: la formazione alla puntualità, all’obbedienza, alle attività meccaniche ripetitive. Un’istruzione di massa che doveva fornire alla fabbrica, non tanto competenze professionali particolari, ma persone che arrivassero in orario, specialmente gli addetti alle catene di montaggio, che prendessero ordini dal superiore gerarchico senza discutere, pronte a lavorare alle macchine o negli uffici nello svolgimento di operazioni ripetitive.
Il problema è che la scuola di massa è rimasta in mezzo al guado e al vecchio curricolo implicito non ha saputo sostituirne uno nuovo in linea con un mercato del lavoro mutato, di conseguenza nel nostro paese il divorzio tra lavoro e formazione si è consumato da tempo.
Oltre al curricolo occulto, per l’Ocse non funziona più neppure il curricolo palese. Il 38% di adulti italiani ha scarse competenze nel leggere, nello scrivere e in matematica, per i lavoratori la percentuale è di poco inferiore al 34%. Dietro di noi si piazzano solo il Cile e la Turchia. I lavoratori italiani sono penultimi nell’impiego delle competenze contabili e di marketing, così come nelle competenze Stem (scienze-tecnologia-ingegneria e matematica) e nella capacità di auto-organizzarsi, terzultimi nell’utilizzo delle capacità di gestione e comunicazione.
La situazione degli studenti non è migliore: restano sotto la media Ocse nelle competenze scolastiche. Il 36% dei nostri giovani diplomati ha capacità matematiche inferiori al livello due, cioè ai livelli minimi di una scala che va da uno a sei. Siamo un paese in ritardo sull’educazione permanente e la popolazione adulta fa registrare un basso tasso di partecipazione alle attività di formazione.

Ci siamo scordati che la formazione permanente è essenziale per lo sviluppo della cittadinanza, la coesione sociale e l’occupazione, stiamo perdendo terreno rispetto alle nazioni concorrenti, sembra che non sia assolutamente diffusa la consapevolezza della situazione risultante da tutti i dati riportati, inoltre manca una strategia che sarebbe cruciale per il nostro futuro.
Il foro economico mondiale di Davos ha ribadito il ruolo fondamentale e crescente che la formazione sta avendo nella rivoluzione industriale 4.0 e nella situazione specifica di ciascun paese. La formazione è dunque la leva fondamentale per la riqualificazione e lo sviluppo delle competenze strategiche, sono le persone con i loro comportamenti e le loro competenze che possono far vincere o far perdere le sfide decisive. Il capitale umano e il capitale intellettuale sono i nuovi indicatori di prosperità delle nazioni. La fondamentale gara mondiale per l’apprendimento richiede consapevolezza e strategie di lungo periodo.
Dovremmo riflettere seriamente sulle ragioni delle proteste di questi mesi degli studenti contro i progetti di alternanza scuola-lavoro. Non sembrano proteste né contro la scuola né contro il lavoro in quanto tali, ma rispetto a una scuola e a esperienze di lavoro che sono fuori tempo massimo. Da un lato una scuola che non sa fornire ai giovani le competenze che saranno a loro necessarie domani, dall’altro un mondo del lavoro, nella maggioranza dei casi, talmente arretrato che quelle competenze, se anche ci fossero, non saprebbe neppure come utilizzarle.
Investire in politiche formative a sostegno dei processi di apprendimento è l’unica giusta strategia per garantire condizioni favorevoli allo sviluppo economico del paese.

Decadenza di una nazione

L’Italia, un paese che spreca le proprie risorse intellettuali e professionali costringendole a trasferirsi all’estero, mentre accoglie indiscriminatamente manovalanza priva di specializzazioni e senza un progetto occupazionale. E’ il sintomo di una crisi irreversibile?

Non è possibile ridurre la complessità del fenomeno migratorio ad una ideologica apertura o ad un altrettanto ideologica chiusura senza considerare la sua straordinaria complessità. Per iniziare a capirci qualcosa è indispensabile “smontare” questa complessità ed analizzarne le variabili costitutive senza mai perdere di vita l’insieme. Diamo dunque un’occhiata rapida a qualche numero, selezionando tra le fonti più attendibili: secondo l’ISTAT la popolazione complessiva residente in Italia al primo gennaio 2016 è pari a 60.665.551 (51,44% femmine) di cui 5.026.153 stranieri (8,29%). Indicativamente è straniero 1 soggetto su 12. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro Paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un Paese europeo in particolare rumeni (22,9%) ed albanesi (9,3%).
Per completezza va tuttavia segnalato che negli ultimi cinque anni è più che triplicato il numero di cittadini non comunitari diventati italiani (che hanno cioè acquisito la cittadinanza e il passaporto italiano) e sono dunque usciti dal computo del numero totale degli stranieri residenti: sono passati da meno di 50.000 nel 2011 a quasi 130.000 del 2014 per superare i 160.000 nel 2015. Negli ultimi 5 anni si può stimare con una certa prudenza in almeno 600.000 il numero di questi nuovi italiani.

Oltre a questi dati ragionevolmente assodati la situazione appare ampiamente fuori controllo: se si limita l’attenzione al fenomeno più eclatante, quello degli sbarchi (che non sono tuttavia l’unica modalità di accesso in Italia), i dati pubblicati dal Ministero dell’Interno e reperibili in rete, indicano un numero pari 69.692 nel 2011, 13.267 nel 2012, 42.925 nel 2013, 170.100 nel 2014, 153.842 nel 2015; sempre secondo il Viminale gli sbarchi a fine settembre 2016 hanno già superato quota 153.000; si tratta complessivamente di oltre 600.000 esseri umani che sono approdati sulle coste italiane. Quanti di questi fuggano da guerre e carestia, seguano rotte che li portino verso nord o siano attratti da improbabili opportunità di lavoro in Italia è tema di accanite polemiche. Quanti tra i migranti sbarcati abbiano diritto di asilo e vengano definiti ufficialmente come rifugiati, dopo un periodo che può arrivare a due anni di attesa, è altrettanto dubbio. Secondo la onlus CIR – consiglio italiano per i rifugiati – nel 2015 solo il 5% delle domande è stata accolta positivamente, mentre il 58% si è risolta con un diniego e le rimanenti hanno portato ad un esito di protezione umanitaria e sussidiaria.

Questi dati vanno inquadrati e letti nel più vasto contesto mondiale che vede una crescita demografica inesorabile: 1,64 miliardi nel 1900, 1,88 nel 1925, 2,51 miliardi nel 1950, 3,86 nel 1975, 5,99 miliardi nel 2000, 7,44 oggi ed una stima di almeno 8,5 miliardi di persone nel 2030. Questi dati in se inquietanti sono resi drammaticamente più acuti dalle clamorose differenze nel tasso di natalità delle popolazioni, degli stati, delle etnie e dei gruppi religiosi; queste dinamiche da sole, sono in grado di portare alla rottura in tempi molto rapidi di equilibri sociali che potrebbero apparire a prima vista sicuri. Diventano esplosive quando si intersecano con altre variabili di tipo ambientale, sociale, economico e finanziario. C’è chi vede in tutto questo il fallimento totale sia del modello capitalistico finanziario che delle politiche umanitarie e di natalità, della cooperazione internazionale e dei cosiddetti aiuti ai paesi in via di sviluppo.

L’italia però non è solo un paese di accoglienza e di transito dei migranti provenienti dai paesi ad alta tensione demografica, più poveri o meno sicuri. Accanto a questo flusso crescente vi è un massiccio flusso che si rivolge in direzione contraria: quello degli italiani che emigrano verso paesi che sembrano offrire più opportunità. Dal confronto tra questi due flussi emerge un quadro davvero inquietante.

Nel periodo 2006 – 2015 gli italiani residenti all’estero sono passati da 3,1 milioni a 4,7 milioni con un incremento di quasi il 50%.
Dall’Italia emigrano spesso persone, soprattutto giovani (20-45 anni), che non riescono a trovare nel Belpaese né soddisfazione né lavoro. Secondo i dati dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), nel 2013 sono uscite 94.126 persone, mentre nel 2014 sono stati 101.297 i connazionali emigrati. Nel 2015 secondo il rapporto Migrantes il numero di italiani espatriati ha superato le 107.000 unità, un dato che quasi raddoppia se si osservano i dati direttamente dai paesi di destinazione: solo nel 2014 ad esempio sono emigrati in Germania 70.000 persone. Oltre il 60% degli italiani migranti è costituito da laureati e diplomati, medici, ricercatori, ingegneri, tecnici. Miliardi di euro spesi per la formazione di persone che portano all’estero le loro capacità e competenze per arricchire altri paesi come Regno Unito, Svizzera e Stati Uniti. Aumenta anche il numero di immigrati di seconda generazione che lasciano l’Italia non più in grado di offrire lavoro.

Il confronto con il flusso in entrata è impietoso: quest’ultimo è composto per la stragrande maggioranza da persone di cultura e lingua diversa, con bassa specializzazione e scarsa competenza, che possono coprire solo posizioni non di interesse per gli italiani, su piccola scala e in settori non strategici come il piccolo commercio, l’edilizia e i servizi più elementari.

L’Italia non è dunque solo un paese con gravissimi problemi di immigrazione ma anche un paese dove l’emigrazione è diventata un grave problema; un paese dal quale escono o propriamente fuggono cervelli e competenze che il sistema Italia è ancora in grado di costruire ma non è in grado di valorizzare; un paese nel quale entrano mediamente, persone di dubbia identità, di scarse competenze, di ignote capacità, in cerca di qualsiasi tipo di lavoro o dei benefici di quel che è rimasto dello stato sociale.

Per alcuni osservatori è questa la fotografia di una nazione e di uno stato ormai allo sfascio, incapace di regolare i flussi in entrata, incapace di dare speranza ai propri cittadini, incapace di trattenere i propri talenti, incapace di formare ed indirizzare i migranti verso occupazioni di cui ci sarebbe grande bisogno (ad esempio la produzione alimentare di qualità legata al territorio) e perfino di impiegare i migranti in lavori socialmente utili; un posto dove troppe persone non riescono più a vivere con l’orgoglio di sentirsi italiani o con la speranza di diventare nuovi italiani. E’ la testimonianza di un duplice e drammatico fallimento dell’intera classe dirigente italiana.
Ma non solo: ai loro occhi esiste il dubbio drammatico che si stia attuando una strategia assolutamente suicida e fallimentare che nello scacchiere internazionale porta a collocare l’Italia tra i paesi a bassa specializzazione, dal quale i talenti fuggono per andare a rafforzare con le loro competenze paesi, come la Germania, che hanno deciso di fronteggiare il loro calo demografico attirando talenti e manodopera specializzata ed investendo sulla loro qualificazione.

Per altri osservatori questa fotografia rappresenta il chiaro trionfo dell’ideale neoliberista dove ognuno, fatto imprenditore di se stesso, gira per il mondo alla ricerca della propria opportunità all’interno di un mercato sostanzialmente infinito e privo di barriere. Ecco gli eroi nomadi della classe creativa globale descritti dal sociologo Richard Florida, ed ecco i miserabili dell’esercito industriale di riserva attratti dalla chimera del lavoro e del consumo. C’è chi lo fa a suo rischio e pericolo sui barconi che attraversano il Mediterraneo e chi lo fa, assai già comodamente in business class.

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Istruzione e mercato: il serpente che si morde la coda

Difficilmente si cresce senza innovazione, tanto meno si può sperare in una ripresa economica, quando tutto il resto dell’economia mondiale punta sulla conoscenza e la ricerca. È qui che il serpente si morde la coda, e la coda è quella del nostro paese.
Avremmo dovuto affrontare da subito la crisi investendo in capitale umano, in istruzione e saperi, anziché mettere in ginocchio scuola e università con i tagli lineari. Una miopia ignorante, incapace anche solo di sospettare i vantaggi a medio e lungo termine di simili investimenti.
Alcuni mesi orsono il Presidente del Consiglio ha annunciato che per ogni euro in sicurezza andava speso altrettanto in cultura per difendere l’identità italiana. Qui mi pare che siamo all’emergenza dell’identità italiana sul mercato, se non si decide che l’investimento prioritario e urgente è quello in istruzione e ricerca a partire dalle università, arginando la fuga all’estero non solo dei nostri cervelli migliori, ma anche dei nostri studenti migliori.

Alcune cifre interessanti le fornisce lo studio Ocse 2015 sull’istruzione.
Nel 2013 circa 46.000 studenti italiani risultavano iscritti in strutture d’istruzione terziaria in altri paesi dell’Ocse, mentre altri 3.000 studenti hanno scelto di studiare in paesi non membri dell’Ocse.
Regno Unito, Austria e Francia sono le destinazioni preferite dagli studenti italiani. Il loro numero è in costante crescita. Nel 2007 erano circa 6.000 quelli che studiavano nel Regno Unito, nel 2013 la cifra è salita a 8.000.
Sull’altro versante, le università italiane esercitano uno scarso appeal per gli studenti stranieri. Nel 2013 meno di 16.000 studenti provenienti da altri paesi dell’Ocse risultavano iscritti nelle istituzioni italiane dell’istruzione terziaria, rispetto a circa 46.000 studenti in Francia e 68.000 in Germania. La ragione di questa scarsa attrazione internazionale da parte delle nostre università pare sia costituita dalla barriera linguistica, solo il 20% dei nostri atenei, nell’anno accademico 2013/2014, offriva almeno un programma d’insegnamento in lingua inglese contro il 43%, per esempio, della Germania.

Se ragioniamo poi del rapporto che intercorre tra investimento in capitale umano e ripresa economica del paese, ci sono altri numeri che preoccupano seriamente. Non solo i nostri laureati sono troppo pochi rispetto alla media Ocse, ma guadagnano anche meno, perché abbiamo un mercato del lavoro arretrato, che non domanda capitale umano qualificato, che non necessita di elevate competenze. Il nostro mercato del lavoro è ancora costituito prevalentemente da piccole imprese, anche nei settori dove non bisognerebbe essere piccoli, come per esempio i settori dell’high-tech, della farmaceutica e della chimica. Un mercato del lavoro strutturalmente inadatto a sostenere innovazione e ricerca, che invece sarebbero necessari come l’ossigeno per far fronte alla concorrenza, alla competizione nel mercato mondiale, in particolare nei confronti dei paesi emergenti. Il nanismo dell’impresa pubblica e privata mortifica il capitale umano e non consente di creare le condizioni per uscire dalla crisi, così i nostri giovani, che nutrono speranze e aspettative, se ne vanno all’estero.
Paghiamo le conseguenze di politiche neoliberali che per anni hanno irresponsabilmente predicato meno Stato e più mercato; così ora non abbiamo più né l’uno né l’altro: arretrati nell’istruzione, arretrati nell’impresa, arretrati nei servizi.
Il nostro numero di laureati è simile a quello del Brasile, del Messico e della Turchia. In questi paesi però i laureati hanno redditi, rispetto a quanti hanno conseguito solo un diploma di scuola secondaria superiore, più alti della media Ocse, da noi invece sono inferiori: 143% rispetto alla media Ocse del 160%.
Nel 2014 solo il 62% dei laureati tra 25 e 34 anni era occupato in Italia, 5 punti percentuali in meno rispetto al tasso di occupazione del 2010. Un livello paragonabile a quello della Grecia, il più basso tra i paesi dell’Ocse, la cui media è dell’82%. L’Italia e la Repubblica Ceca sono i soli paesi dell’Ocse dove il tasso di occupazione tra 25 e 34 anni è più basso tra i laureati rispetto alle persone che hanno conseguito, come più alto titolo di studio, un diploma d’istruzione secondaria superiore. Se il mercato resta questo, gli studenti che si iscrivono all’istruzione terziaria avranno da aspettare a lungo prima di avere un ritorno del loro investimento sul mercato del lavoro.

Quest’anno le immatricolazioni alle università hanno fatto intravedere una inversione di tendenza rispetto al costante calo degli ultimi anni, ma non credo sia il caso di trarre facili auspici, perché fintanto che la prospettiva di un ritorno d’investimento, dopo anni di studi, sarà così bassa e incerta, l’interesse dei giovani italiani a iscriversi all’università sarà sempre più limitato.
D’altra parte, se non si investe nell’alta qualificazione, le prospettive economiche per il nostro paese saranno ancora peggiori. Nel 2012 il finanziamento dell’istruzione terziaria era pari allo 0,9% del prodotto interno lordo, rispetto allo 0,8 del 2000. Si tratta della seconda quota più bassa tra i paesi Ocse dopo il Lussemburgo, un livello simile a quello del Brasile e dell’Indonesia.
Prima di ogni altra cosa, prima di altre sparate sulla priorità della cultura, sarà opportuno che l’Italia si allinei in fretta a paesi come Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti che investono nell’istruzione terziaria oltre il 2% del loro prodotto interno lordo. Ma se il sistema dei servizi e quello produttivo restano arretrati, neppure il Pil potrà crescere. E allora ecco che ancora una volta il serpente si morde la coda.

L’APPUNTAMENTO
Un altro mondo è possibile: dal mutualismo alla sharing economy

La crisi ha indotto molti a mettere da parte il galoppante individualismo e riscoprire il valore delle relazioni, il senso della solidarietà, il concetto di mutualità, il reciproco aiuto, la disponibilità a spenderci per gli altri e l’umiltà di chiedere agli altri senza eccessivi imbarazzi, in una ritrovata dimensione di civile reciproco sostegno. Siamo diventati più sensati e meno frivoli, guardiamo più all’essenza e meno all’effimero.
Significativo è il progressivo affermarsi – in ambiti ancora minoritari, ma in costante crescita – di una economia basata sul fondamento del baratto, che valorizza saperi e competenze e si orienta sul bisogno reale, piuttosto che ridurre tutto a termini monetari, con il prezzo quale unico indice di misurazione e il denaro come solo strumento di remunerazione.
La cosiddetta ‘sharing economy’ è l’esempio più dirompente di questa ritrovata sensibilità comunitaria e la dimostrazione che qualcosa sta cambiano: prestare, scambiare, condividere sono i verbi della nuova economia. Mettere a disposizione, superare gli egoismi regala una gioia nuova: il piacere della solidale complicità.

Il prossimo appuntamento del ciclo Chiavi di lettura organizzato di Ferraraitalia ha per tema proprio l’economia di scambio. Titolo: “Solidali e felici: dal mutualismo alla sharing economy, un altro mondo è possibile”. Le cose stanno cambiano velocemente e gli orizzonti che si dischiudono potrebbero essere gravidi di sorprese interessanti. Coworking, bike sharing, car sharing, car pooling, couchsurfing, hospitality club stanno diventando espressioni che designano nuovi stili di vita. Ne parleremo insieme valutando punti di forza e criticità. E soprattutto verificando se questo vento nuovo sta riorientando non solo i nostri consumi ma, quel che più conta, le nostre coscienza.

 

Appuntamento lunedì 29 febbraio alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea

Solidali e felici
dal mutualismo alla sharing economy: un altro mondo è possibile

 

citta-conoscenza

CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Futurizzare” un neologismo che dovremmo praticare

Se la mia città fosse in vendita la comprerei? Beh certamente sì, sempre se me lo potessi permettere. Ma è evidente che la domanda in sé è una provocazione. In realtà cela un invito più insidioso. Fai il bilancio dei pro e dei contro e poi decidi, naturalmente al netto degli affetti.
C’è un’altra logica, un valore emergente: il rinnovamento della città, la sua capacità di guardare avanti, l’intelligenza di cambiare prospettiva, anzi di andare oltre la prospettiva e guardare al futuro. L’ansia, l’apnea, non è che ci manca il respiro, ci manca il futuro. Si ha l’impressione di avere sempre gli occhi sui piedi, di essere avvoltolati nel presente continuo, dell’essere dove siamo ora, del siamo arrivati qui. Che immagine ha il futuro nel nostro cervello?
La cultura, la conoscenza, l’apprendere sono questo, questo procedere continuo, cambiando prospettiva, con diverse sequenze di futuro. C’è un grande spazio tra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo, è il grande oceano della conoscenza da navigare. Uno spazio ricco di opportunità. Ma dove indirizzare la rotta? I viaggi possono essere andate come ritorni. Occorre assumere una prospettiva longitudinale, il nostro meridiano di riferimento passa per la città della conoscenza. Sì, perché la città della conoscenza è sulle rotte che portano al futuro, quello che non è più “quello di una volta”, secondo il celebre aforismo di Paul Valéry.

“Futurizzare” è una parola che non esiste, ma potrebbe essere un bel neologismo, un neologismo di cui abbiamo bisogno più che mai: significa capacità di pensare il futuro. Il capitale intellettuale ha senso se è in grado di pensare il futuro, ci si attrezza oggi per la vendemmia di domani. “Futurizzare” ha lo sguardo alto, in avanti.
Dovremmo “futurizzare” la nostra città, metterci tutti insieme a pensare la nostra città non da qui a cinquant’anni, ma da qui a dieci, quindici. Un luogo dove cambia l’urbanesimo, l’urbanistica o l’urbanità? Io sono per l’urbanità, non intesa nel senso della cortesia dei modi, neppure della buona creanza, ma di come si vive il tessuto urbano, come si abita la città da ‘uti cives’, in qualità di cittadini. Un modo dell’abitare la città e il suo territorio mutato. Come si insedia un abitare forte, non marginale, come si intesse un tessuto urbano umano, capace di ricomporre ciò che è frammentato, capace di promettere non un progetto di edilizia urbana, ma un progetto di coesistenza urbana.

Il successo e il futuro di una città sono il suo capitale umano. Il rinnovamento dello sguardo di una città è l’interesse, l’attenzione, la cura al suo capitale umano. Allora capirete perché la città della conoscenza. La cura per l’intelligenza e i saperi di chi la abita. Perché più questi crescono e si sviluppano più bello sarà starci, viverci, crescerci per chi la abita e per gli altri. Questo più bello è quello che vorremmo da qui a dieci, quindici anni.
Ma bisogna partire da subito a curare il sapere e l’istruzione, intanto delle giovani generazioni, perché sono risorse che dovremmo preparare non per regalarle agli altri, ma per noi, per la ricchezza della nostra città, del nostro vivere insieme, sociale, culturale economico. Non siamo forse orgogliosi quando uno di noi, della nostra città si afferma altrove, rende onore alla nostra città? Ma dovremmo anche essere preoccupati di non averlo compreso prima, di non essere riusciti a trattenere per noi quella risorsa, quella ricchezza. Non certo per chiuderci al nostro interno, ma per meglio aprirci all’andare e venire di un mondo sempre più oltre i luoghi.

La città della conoscenza è questo, la città che cresce e attrae creatività e talenti, fucina di cultura per chi con la cultura e per la cultura lavora. Non è che tutte le città devono diventare Bangalore o Silicon Valley, ma investire sugli apprendimenti e sui saperi dei loro abitanti è un obbligo perché la democrazia sia tale nel secolo della conoscenza, nel secolo che nella conoscenza ha la chiave della sua economia e del suo sviluppo: investire sui cervelli, sulle intelligenze è ormai un imperativo categorico.
Non si può più essere trascurati su questo, lasciare andare, non essere attenti ed esigenti, essere distratti. Il rapporto tra abilità urbane e produttività urbana è un ingrediente fondamentale del nostro tempo che vive di competenze, perché profitti e conoscenza sono inscindibili. La correlazione tra istruzione e pil, gli economisti la chiamano estrinsecazione del capitale umano: gli individui diventano tanto più produttivi quanto più lavorano intorno ad altri individui molto preparati.

Basterebbe legare a un filo comune le tante luci che ogni giorno si accendono nella città come occasioni di sapere, di apprendimento, di conoscenze nuove per tutti, non solo per quelli che ne sono i promotori e i destinatari, basterebbe nutrire una simile consapevolezza per comprendere come le idee fluiscono da una persona all’altra, da un luogo all’altro, come è nella natura umana apprendere dagli altri umani, come sia logico che impariamo di più quando ci sono altre persone intorno a noi. Ecco come la città consente la collaborazione, in particolare modo la produzione congiunta della conoscenza che è la creazione più importante dell’umanità.
Questi sono i nodi virtuosi che tengono insieme la rete della città della conoscenza, di una città che fonda la sua crescita sull’apprendimento il più possibile diffuso, il più possibile patrimonio a disposizione di tutti i suoi abitanti, dove ogni luogo e iniziativa hanno come missione fornire informazioni, saperi, apprendimenti, competenze, essere servizio dal punto di vista dell’apprendere, della consapevolezza, condizione prima per poter dire di abitare la città della conoscenza.

L’industria del bisogno e il futuro della società

Il termine industria è stato utilizzato per lungo tempo per designare ogni tipo di attività produttiva. Oggi si usa distinguere le attività economiche di una società in tre settori: il primario molto centrato sulla produzione alimentare, l’agricoltura e la pesca; il secondario coincidente con l’industria propriamente detta, deputato alla produzione di beni materiali; il terziario con la produzione di servizi. All’interno di quest’ultimo settore possiamo riconoscere un insieme di attività trasversali che sono finalizzate ad alimentare costantemente nuove richieste che possano sostenere il mercato dei consumi. Il risultato di queste attività si contrappone diametralmente alle virtù della frugalità e del risparmio che hanno contraddistinto la vita delle generazioni fino a pochi decenni or sono. Questo passaggio non rappresenta l’esito di una presunta natura umana diventata insaziabile allorquando se ne è manifestata l’occasione, ma piuttosto, l’effetto di un calcolo, di un progetto tutto interno allo sviluppo della società capitalistica. Possiamo sinteticamente denominare questo insieme di attività industria del bisogno; essa si fonda su due pilastri: il primo è la necessità di alimentare costantemente i consumi in risposta alle straordinarie e crescenti capacità produttive rese possibili dalle nuove tecnologie e dalle modalità più efficienti di organizzazione del lavoro. Il secondo è l’esigenza di garantire lavoro alle persone per dare accesso ad un reddito che consenta di acquistare e consumare i beni e servizi prodotti.

Quest’approccio al bisogno ha invaso ogni campo ed ogni settore: ci lavorano organizzazioni, istituzioni, imprese profit e non profit, professionisti ed esperti; vi si trovano il sistema della moda, l’ingegneria dell’obsolescenza programmata, la pubblicità e il marketing, il credito facile e le varie facilitazioni finanziarie. Si tratta di un ambito di lavoro composto in buona parte da manipolatori di simboli e lavoratori della conoscenza specificamente addestrati cui, in ultima istanza, spetta il compito di convincere la gente (e le imprese) ad aumentare i consumi. Esso non si limita all’economia di mercato ma si estende al settore pubblico e al terzo settore, dove legioni di specialisti della sanità, del sociale, del benessere, della comunicazione, dell’amministrazione e del diritto, dell’educazione e della formazione, sono al lavoro per scovare, o meglio, per costruire, sempre nuovi bisogni su cui esercitare le proprie competenze.
Non si può prescindere da questa industria per comprendere la società dei consumi e dei servizi nella quale viviamo, i suoi effetti sulle persone e sull’ambiente, il fascino profondo che essa esercita su quanti ne sono esclusi e la repulsione che provoca in quanti ne sono rimasti intossicati.

L’industria del bisogno ha assunto un carattere planetario. L’abbondanza di beni materiali spinge una parte del mondo più povero verso i paesi ricchi alla ricerca di lavoro e di un mitico benessere; d’altro canto le imprese (e le ONG stesse) vedono in questo mondo immiserito formidabili opportunità di fare affari, nuovi giganteschi mercati potenziali, sterminate distese di individui portatori di bisogni da trasformare al più presto in consumatori.
Al polo opposto l’eccesso di consumismo crea nelle società ricche molti individui insoddisfatti, delusi dalla corsa costante al consumo che dovrebbe dare la felicità: nella loro ricerca di senso essi rivolgono l’attenzione anche verso i saperi di civiltà perdute e residuali, verso culture e religioni che i nativi affascinati dal consumismo hanno spesso abbandonato come obsolete e inadeguate.
Ai popoli poveri, agli arretrati che non sono al passo con i tempi, agli emarginati privi di potere, l’industria del bisogno promette comodità, sicurezza e “cose” meravigliose: seduce con la promessa del benessere facile. Ma agli abitanti dei paesi ricchi, l’esotismo primitivo di certe culture marginali promette ancora l’unica cosa di cui spesso mancano: significato, senso e mistero.

Nella nostra società solo in parte questa tendenza trova risposte nel consumo come vorrebbe l’ideologia dominante: molti cittadini riscoprono la dimensione della comunità, si pongono alla ricerca di rapporti che non siano fondati esclusivamente sul contratto e sul consumo, cercano di dare corpo ad un nuovo capitale sociale, costruiscono forme creative di senso usando come tanti bricoleur le risorse disponibili. Altri con scelta più radicale, abbandonano il campo ed abbracciano nuovi stili di vita basati sulla collaborazione e l’autoproduzione comunitaria. Altri ancora sposano le moderne tecnologie per diventare prosumer e makers che tentano di tornare padroni del loro destino sociale. Non è dato sapere se da tutte queste variegate esperienze nascerà un nuovo paradigma o se tutte verranno nuovamente omologate dalla spinta massificante del consumismo.

L’industria del bisogno non è comunque ancora riuscita a trasformato tutti i cittadini in meri consumatori, in persone per le quali l’unico scopo del lavoro è quello di acquisire i denari indispensabili per consumare. Qua e là si scorgono i segni di un possibile cambiamento che si appoggia sovente alle nuove piattaforme tecnologiche: crescono gli innovatori sociali e gli imprenditori morali che sulla creatività e la passione costruiscono il loro successo; aumentano le imprese a forte componente sociale, si rafforzano le reti di condivisione e di scambio. Per fortuna dunque non mancano opzioni diverse, interpretazioni meno passive. A volte esse privilegiano il locale, il territoriale; a volte il globale, il nomade; in alcuni casi valorizzano gli approcci democratici in altri riscoprono l’esoterismo; si ispirano alcune alla scienza altre alla tradizione. In ogni caso tendono tutte a reinterpretare creativamente il bisogno da una prospettiva più personale e critica, mostrando che altre vie sono percorribili, che si può almeno in parte rinunciare alle definizioni ufficiali costruite dall’industria del bisogno e alle soluzioni che essa propone e sovente impone. Si tratta di scelte sociali innovative che si confrontano, spesso senza saperlo, con uno dei temi più insidiosi del prossimo futuro: la distruzione di lavoro per causa dell’automazione, della robotica e delle nuove tecniche organizzative e gestionali che va di pari passo con l’enorme domanda di lavoro derivante dalla crescita demografica dei paesi più poveri. Un processo che impatterà in modo assolutamente drammatico sulla definizione dei bisogni, sui modi per soddisfarli e sull’intero pianeta.

L’industria del bisogno che ha alimentato finora il vecchio modello centrato sulla crescita illimitata e sul consumo ad ogni costo, si fonda ancora su una visione dell’uomo come attore egoistico calcolante, che si muovo in un ambiente concepito come insieme di risorse da sfruttare e come discarica.
I nuovi approcci sembrano invece fondarsi su nuove narrazioni, su storie e miti vitali che spesso parlano di sostenibilità, di buona amministrazione della terra, di convivialità possibile, di beni comuni, di tecnologie aperte e collaborative.
La forma che prenderà il mondo del prossimo futuro dipenderà anche dalle scelte che ognuno di noi farà rispetto ai propri bisogni e alle soluzioni che la società ha predisposto per soddisfarli: saranno essi solo quelli definiti dal sistema e veicolati dai media o saremo in grado anche di costruirli comunitariamente?
Pensiamoci.

province

Provincialismo riformista

Mentre prendiamo atto che Giorgia Meloni dice di sentirsi pronta per fare il sindaco di Roma, tocca parlar ancora di Province.
C’è ormai largo consenso nel far risalire l’attacco mortale agli enti che stanno fra i Comuni e le Regioni a una sorta di diktat partito dall’Europa e indirizzato ai cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna).
Cari Maiali – pare essere stato il ragionamento – il vostro quadro di finanza pubblica non è più compatibile né sostenibile, perciò dovete stringere la cinghia cominciando a rivedere al risparmio il vostro assetto istituzionale. Altrimenti niente risorse.
Così l’attacco in Italia è stato messo a punto, già dal governo Monti, contro le Province che rappresentano notoriamente l’1,2 per cento dell’intera spesa pubblica nazionale.
Solo che il professore è stato bacchettato dalla Corte costituzionale, perché una riforma istituzionale non può essere fatta con logica emergenziale, cioè con decreto legge, ma dentro un disegno, un’architettura.
Tanto per rimanere in terreno edile, lo direbbe anche Calzinazza, il manovale nel film Amarcord di Fellini, che una casa si inizia dalle fondamenta e non dal tetto.
E invece, fa notare chi se ne intende, è dai tempi di Berlusconi che il Legislatore pretende di partire dal livello ordinario per cambiare equilibri definiti dalla Costituzione, infischiandosi del principi delle fonti del Diritto, che sorregge l’intero nostro ordinamento giuridico.
E’ pur vero che in Italia se si vuole cambiare la Costituzione si sa quando si comincia e non quando e se si finisce, ma così facendo si entra in un campo minato.
Tecnicismi? Mica tanto.
La legge Delrio (n. 56 del 7 aprile 2014), chiamata anche Svuota Province perché ne riduce funzioni e compiti, introduce un regime normativo provvisorio, in attesa che si compia l’iter della riforma che porta la firma della ministra Boschi per cancellare la parola dalla Costituzione.
Proprio chi mangia pane e Costituzione è del parere che in questo modo si aprono numerose questioni di incostituzionalità che se fossero sollevate sarebbe un bel casino.
Fosse solo questo il problema.
Prima la Svuota Province dice che le funzioni si devono ridurre essenzialmente a quattro (strade, edilizia scolastica, ambiente e territorio). Poi la Conferenza Stato-Regioni aggiunge che altri compiti possono essere delegati dalle Regioni alle Province, al termine di un lavoro di mappatura da compiersi all’interno di Osservatori regionali (molti dei quali non sono nemmeno partiti).
Nel frattempo il governo fa arrivare in Parlamento il disegno di legge di stabilità, nel quale sono previsti tagli alle Province di un miliardo ogni anno fino a raggiungere la somma di tre miliardi nel 2017.
Giusto il tempo di fare una botta di conti per accorgersi che su circa nove miliardi che costano le Province, 3,5 servono per tenere decenti strade e scuole. Si dice: se vengono a mancare tre miliardi di cosa stiamo discutendo?
Ma non basta.
Un emendamento alla legge di stabilità impone anche una riduzione di personale del 50 per cento entro pochi giorni dalla sua entrata in vigore.
I giornali di mezza Italia scrivono che la traduzione di questa misura sono 50mila fra dipendenti provinciali e delle Città metropolitane che dalla sera alla mattina dovranno trovare un altro posto di lavoro: nei Comuni, nelle Regioni, nello Stato?
In pratica, da un lato la Delrio dice alle Province di tuffarsi da un trampolino, indicando quanti carpiati e avvitamenti si devono compiere, dall’altro si leva l’acqua dalla piscina.
Così il Legislatore sta, di fatto, alzando la tensione tra livelli istituzionali del Paese, in un clima sociale ed economico già duramente surriscaldato dagli effetti di una crisi mai vista prima.
Ad essere comprensivi si può capire che qualcuno possa aver pensato: Provincia più leggera uguale a meno risorse e meno personale. Però in questo modo non ci sono i soldi non solo per le eventuali funzioni che continueranno a delegare le Regioni, ma nemmeno per le quattro superstiti della Delrio.
Gli esperti parlano di momento di grande ipocrisia legislativa ed istituzionale, dal momento che si sta di fatto spingendo dei profili istituzionali, per quanto provvisori, verso uno scenario di possibile interruzione di pubblico servizio che, fanno notare, è un reato penale.
Qualcuno sta provando a non farsi prendere dal panico, rilanciando una Provincia come agenzia tecnica al servizio del territorio (sul modello spagnolo). Una specie di centrale qualificata per acquisti, appalti, forniture e servizi, a disposizione dei Comuni. Un esempio di ottimizzazione di risorse e competenze.
Il problema è che se questi sono i termini, è lecito pensare che la preoccupazione numero uno dei presidenti di Provincia in questo momento sia far quadrare bilanci e pagare gli stipendi, assecondando un fuggi fuggi del personale comprensibilmente preoccupato per i propri destini lavorativi. Ed è altrettanto immaginabile che i primi a trovare nuovi approdi occupazionali siano le professionalità che hanno più mercato.
Il risultato potrebbe essere che le Province sopravvissute a questa emorragia di competenze si riducano di fatto a poco più che delle Caritas, oggettivamente impossibilitate ad essere il supporto tecnico immaginato.
In questo clima è poi sorprendente la preoccupazione, adesso, dei sindacati per le sorti dei dipendenti pubblici in questione, quando i loro stessi leader nazionali, a suo tempo, non hanno esitato ad accodarsi a gran voce al coro di quanti – politici, giornalisti, studiosi, esperti – hanno predicato l’inutilità delle Province.
Ma il bello della questione è l’approdo finale. Già, perché terminato il regime provvisorio della Delrio (non si sa come), chi sopravviverà assisterà a quanto previsto dalla riforma costituzionale Boschi, la quale cancella le Province dalla Costituzione ma consentirà alle Regioni di avvalersi di enti di area vasta.
A quel punto sarà curioso vedere la faccia di chi si prenderà la briga di spiegare, ad esempio, ai cittadini emiliano-romagnoli che sono state cancellate nove Province per sostituirle con decine di Unioni di Comuni. Per risparmiare, è chiaro.
Come se non bastasse, proprio sui giornaloni che più hanno tuonato conto lo spreco delle Province si inizia a leggere che questa riforma non solo le ha svuotate, ma fatte diventare poco democratiche.
Ma va?
E non per colpa dell’astensionismo, ma perché la Delrio le ha trasformate in enti di secondo livello, cioè sono i sindaci che si eleggono tra loro mentre i cittadini non possono più dire come la pensano su come sono tenute le strade, o le scuole dove vanno i loro figli.
Decisamente paiono destinate ad ingrossarsi le file del già affollatissimo club tricolore delle facce da paracarro.

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