Tag: comprensione

Un caso di coscienza
…un racconto

Un caso di coscienza
Un racconto di Carlo Tassi

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino.
Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite, la trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare»
Il tizio ha parlato finalmente!
Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete.
Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo»
«Dirmi cosa?»
«È difficile»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«Oh… Sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più.
Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue.
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano.

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.

Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le vignette di Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Tre uomini in barca…

Mi aspettavo lettere di donne, a difesa della propria mobilità nei punti di vista, e invece, tre uomini hanno ammesso come si sentono (anche quando vanno a sbattere tra le colonne). Poi ha scritto Alice, che rinuncia.
Ecco i loro pensieri.

L’IMBECILLE?

Non ho capito perché una che fa i suoi comodi sia rinascimentale e io che mi ‘sbatto’, sembro un imbecille.
C.

IL GEOMETRA

Credo che la prospettiva personale sia un paradosso: vale solo nel mio perimetro, ma la riconosco solo quando è confrontata con le prospettive altrui. I punti di vista sono talmente tanti da fare perdere il senso dell’equilibrio. Per alcuni è pazzia, per altri è risveglio.
Paolo

IL PODISTA

Io metto in pratica la corsa tra le colonne e non sto quasi mai a osservare le fontane.
Stefano

… E CHI RINUNCIA!

Cara Riccarda,
io non ci provo più a mettermi nella sua prospettiva. E’ fatica sprecata. Non esiste nessuna prospettiva. Credo che i maschi abbiano una genetica inabilità a concentrarsi su quello che stanno ascoltando, a meno che non riguardi vagheggiate e del tutto astratte storie di sesso e sport. Devono essere storie molto vaghe, però. Quel tipo di storie in cui possono sognare senza correre nessun pericolo, senza mettersi in pericolo. Come se avessero un joystick in mano.
Alice

Cari C., Paolo e Stefano,
Alice vi fa inabili e predestinati. Ho la tentazione di pensarla come lei, anche se ho conosciuto eccezioni. Credo che abbia del tutto ragione quando parla del pericolo: sarà un paradosso, ma gli uomini hanno molta più paura delle donne quando si tratta di passare dal vagheggiamento alla realtà, dal joystick alla pelle.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

Il consenso senza buonsenso

Che cos’è il buonsenso? Giudicare secondo rettitudine, suggerisce l’opinione corrente. Rettitudine quindi, poi logica, giustizia, moderazione, cautela, e ricerca della verità sono i tanti ingredienti del buonsenso. E tutti noi dovremmo impegnarci a farli nostri e lasciare che il buonsenso guidi le nostre scelte e le nostre azioni, di qualunque cosa si tratti.
Eppure ci sono periodi della storia umana in cui il buonsenso è stato spesso e volentieri messo da parte per appoggiare e promuovere posizioni estreme, grossolane, disumane. La galleria degli orrori è vasta e desolante, e tutti più o meno possono dire d’aver conosciuto, osservando il passato, le tragiche conseguenze dell’enorme consenso dato a personaggi folli e immorali. Individui assetati di potere, arrivati al potere grazie al consenso di milioni d’altri individui che hanno sposato ideologie senza preventivamente filtrarle col giusto buonsenso.
Ma dopotutto non c’è da stupirsi, perché la convenienza spicciola e partigiana spesso prevale sul buonsenso. La convenienza del momento e l’effimero vantaggio che ne deriva vincono e convincono quasi sempre la maggior parte della gente. E la gente non impara mai che le promesse ricevute vanno giudicate con prudente lungimiranza, non con infantile entusiasmo.
Non abbandoniamo mai il buonsenso di guardare oltre il nostro naso e, soprattutto, non svendiamo il nostro consenso per due soldi!

“È difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire.”
Upton Beall Sinclair

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Razzismo, politica e giustizia al centro della riflessione nei seminari dell’Etica in pratica

L’invenzione delle razze è il titolo del seminario tenuto dal professor Guido Barbujani, genetista, scrittore e docente a Unife che inaugurerà lunedì 13 maggio alle 12,15 al polo degli Adelardi la quarta edizione dei seminari del ciclo l’Etica in pratica organizzati dal professor Sergio Gessi nell’ambito del corso di Etica della comunicazione di cui è docente al nostro ateneo.
Gli incontri hanno lo scopo di approfondire le tematiche affrontate a lezione e di offrire ulteriori stimoli, strumenti di comprensione attraverso l’analisi di casi concreti svolta con l’ausilio di professionisti il cui operare assume un pubblico rilievo.
Con Barbujani si parlerà quindi di multiculturalismo e migrazioni, il giorno successivo, martedì 14 alle 16,15, con l’europarlamentare Elly Schlein si ragionerà invece della politica come passione e servizio, nell’ambito di una riflessione riferita a etica, comunità, rappresentanza.
Infine a conclusione di questo primo ciclo primaverile di “seminari per conoscere, capire e riflettere”, lunedì 20 alle 12,15 il colonnello della Guardia di Finanza, Fulvio Bernabei, in riferimento a etica, diritto, giustizia svolgerà un intervento dal titolo: “Applicare la legge: l’angoscia dei tutori dell’ordine”, che metterà a rilievo quei casi in cui coloro che sono preposti ad applicare la legge sono tenuti a intervenire anche laddove ravvisino elementi di sostanziale ingiustizia dei quali però non possono tenere conto non essendo a loro demandato il giudizio di merito e avendo invece l’inderogabile obbligo della formale e rigorosa applicazione delle normative vigenti.
La partecipazione agli incontri è consentita non solo agli studenti ma a tutta la cittadinanza.

(clic per ingrandire l’immagine)

Un caso di coscienza

Un caso di coscienza
Un racconto di Carlo Tassi

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino. Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi…»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite. La trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare…»
Il tizio ha parlato finalmente! Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete. Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo…»
«Dirmi cosa?»
«È difficile…»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh, insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’…» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«O sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi!»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso…»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più. Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue!
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano!

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.
Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

Il valore dei nonni

Io non sono una persona invidiosa, non lo sono mai stata, non è nella mia natura. Ma come per tutte le regole, vi è l’eccezione a confermarla.
Per diversi motivi nella mia vita non ho potuto godere del rapporto con i nonni, alcuni non li ho nemmeno conosciuti, ed è proprio questo che affettuosamente invidio a chi ha avuto un destino diverso dal mio.
Figure fondamentali, che rappresentano le origini della propria famiglia, le radici profonde del proprio essere. Un vuoto incolmabile la loro assenza, che spesso mi porta a riflettere su cosa nella mia vita sarebbe andato diversamente se avessi avuto anche loro come guida, fonte inesauribile di saggezza e comprensione. Amano come genitori, giocano come bambini e ascoltano come amici.
Lo so, non potrei dirlo perché mi manca l’esperienza diretta, ma io ne sono convinta: se tutte le persone sono uniche, i nonni lo sono un po’ di più.

“Credo che Dio il settimo giorno non si sia riposato, ma abbia fatto i nonni. Accorgendosi che si trattava della più geniale delle sue creazioni, si sia preso una giornata libera per trascorrerla con loro.”
Fausto Brizzi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Un amore maturo, indissolubile…

Hanno ottant’anni, ma non importa, si cercano come ne avessero venti, già a trenta non ci si esplora più così. Siamo seduti vicini a teatro, una mano, un gomito, un ginocchio, un contatto che non deve mancare in quei novanta minuti. Come a dirsi sono qui, ti penso e questa straordinaria Maria Paiato ci sta unendo ancora di più.
Si sussurrano qualcosa, si scambiano le emozioni che non possono aspettare di essere dette dopo lo spettacolo. Si voltano a guardarsi quando una battuta o il pathos li richiama a chissà quale pensiero comune, a un frammento di vita condiviso che si affaccia nello stesso momento, per entrambi.
Non riesco a non guardare quelle due mani che sanno che l’amore è lì, non è dimenticato dalla fatica degli anni, non è ombreggiato dalla consuetudine perché è ancora alla luce del sole, speculare, evidente, concreto.
Sul divano di casa loro, dove i posti sono ben definiti e personali, lei mi racconta che ha concluso un romanzo, la storia gliel’ha passata lui. “Abbiamo iniziato a scriverlo insieme – dice – poi io volevo metterci l’amore, lui la politica, abbiamo litigato e io ho fatto da sola”.
Poi ci pensa e chiede guardandolo: “Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo litigato?”, “Oggi – risponde pronto lui – perché esci sempre senza cellulare e io mi preoccupo”.
E si guardano, lei ha gli occhi verdi, lui tartarugati e le sorride bonario. Il loro è un amore nato a cinquant’anni, lei lo sentiva nell’aria ed era attratta dalle sue parole scritte ancora prima di conoscerlo. A cinquant’anni, quando troppo spesso si batte la ritirata di fronte al campo minato dei sentimenti, quando è comodo dire di avere già dato abbastanza, come fossimo una batteria non più ricaricabile, loro si sono trovati, trovati per sempre.
Ricordo che anni fa lui mi disse “lei mi ha salvato”, sarà per quello che dopo tanto tempo non smette di cercarla, neanche per novanta minuti.

Avete mai conosciuto o vissuto un amore così? Un amore che non disperde i dettagli negli anni?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – l’amore è un gioco?

Una volta al mese ‘I dialoghi della vagina‘ si fanno “A due piazze“: scampoli di conversazione fra Riccarda e l’amico Nickname, grafomane e sincero, che le manda via whatsapp pensieri da afferrare, confidenze da custodire, consigli da non pensarci la notte.

N:“Pochi uomini capiscono le donne. Provano ad amarle nel loro modo spesso infantile.”

R: “Ci sono uomini che riescono a capire la donna, purché non sia la propria. So che stai annuendo. Ti è mai successo di capire la tua compagna? Di sicuro, un’amica sì. Se anche sbagli, in amicizia, non succede nulla, se invece metti male un piede in coppia, è facile che venga giù tutto, se non oggi, domani o fra un anno perché lei non se lo dimentica che tu quella volta hai messo un piede in fallo. C’è meno margine di errore in coppia che in amicizia ed è per questo che ci si muove con più circospezione e meno spontaneità pur di mandare avanti la storia. Prendi me e te, beviamo un caffè perché vogliamo, non perché dobbiamo e in quell’ora ce le diciamo tutte. Non c’è paura di compromissione né di fallimento, è uno scambio alla pari, io ti dico le cose come stanno (più a te di quanto farei con lui) e tu anche. Su un punto siamo d’accordo: le strategie vincenti che abbiamo pensato a tavolino, difficilmente riusciamo poi a tradurle di fronte all’altro/a, perché le riadattiamo, prendiamo scorciatoie e un po’ sorridiamo dell’intransigenza perduta. Ma veniamo a quelli che, come dici, provano ad amare le donne. Provano ti è scappato o volevi proprio scrivere così? Fanno tentativi e non ci riescono? Non sanno che stanno già amando qualcuno e quando se ne accorgono si ritirano come farebbe un bambino di fronte a qualcosa di spaventoso o troppo difficile?”

N: “Cosa ho detto? Che l’uomo ama in modo infantile? Il bambino ride e piange, tocca tutto, lecca, bacia, si impiastriccia. Magari un uomo amasse così. Già la biologia lo penalizza: non mette al mondo nessuno, quindi non potrà mai frequentare l’abisso di sangue carne e merda dove la vita e la morte si toccano. L’istinto gli viene ben presto soffocato da un qualche coglione che gli insegna a non piangere, a non mostrarsi fragile, a comportarsi ‘da uomo’. Poi comincia a frequentare i suoi simili di sesso, e iniziano i passatempi. Soldatini, motorini, sport, figa. Playstation, tecnologia, calcio, figa. Più ce l’hanno in bocca più se ne allontanano, in senso letterale ed escatologico. Se si accultura a volte va persino peggio, è come mettere un fiocco sopra un pacco regalo con dentro delle pietre. Non è un male e non è un bene, è così. No, ho letto quello che dici e sì, mi sono sbagliato, l’uomo non ama in modo infantile, ama in modo basico, bidimensionale, come fosse uno dei suoi passatempi. A volte nemmeno il più interessante, di sicuro il più frangipalle. Nonostante tutto sappiamo essere affascinanti, finché è poco impegnativo.”

R: “Infatti dura un attimo.”

N: “Sai perché? Capiamo un’amica fino a che non diventa la nostra compagna, e prima o poi noi vogliamo che lo diventi, o comunque vogliamo portarla a letto. Ma da quell’istante per noi diventa tutto terribilmente complicato.”

R: “Mi sembra che amare faccia meno paura da giovani che da adulti quando questo verbo all’infinito, che detesta il finito, viene accostato a impegno, legame, condivisione. Noi donne ci aspettiamo (ed è qui l’errore: aspettarsi e quindi aspettare) che un uomo adulto, strutturato, solido affronti l’amore con la stessa padronanza con cui affronta il lavoro e la vita di tutti i giorni. E invece riscontriamo un afasico, se va bene un balbuziente che incespica mentre si perde. Un’altra persona, insomma, rispetto al ruolo pubblico che di lui ci aveva attratto. Sperimentiamo così un uomo che si ritira ammettendo di non essere capace e, come un bambino, abbandona il gioco. Arrivati a questo punto, ci sono donne che lo prendono per mano e dicono giochiamo un altro po’ finché il gioco non si rompe del tutto e donne che lasciano andare perché non si sentono un luna park.”

Cari lettori, che ne pensate? Esiste un amore adulto? O è sempre un eterno gioco di ruoli senza età?

Potete mandare le vostre lettere scrivendo a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Nel mare dei compromessi e delle opportunità, il caso di due lettrici

Sul modello dell’uomo oblò che si butta in mare aperto spezzando equilibri raggiunti, i lettori raccontano i compromessi raggiunti nella coppia.

Essere l’altra…

Cara Riccarda,
il mio compromesso, che dura da tutta la vita, è fare l’altra donna. Lui è sposato e con figli. Io non ho neanche mai convissuto e non ho figli. La mia vita è questa, a volte felice, a volte no.
B.

Cara B.,
sull’altalena della felicità siamo tutti d’accordo, ciascuno ondeggia, mai fermo, sulla propria. Chissà in quanti ti avranno detto che meriti di più e dovresti svincolarti, farti una famiglia e costruire qualcosa. Ti chiedo solo se ti sei posta la domanda di cosa sia il meglio per te, al netto di tutti gli schemi di vita che gli altri ti propongono di assumere, e se quando ti poni questa domanda, riesci a capire se ti stai accontentando abbassando lo sguardo e quindi le aspirazioni o se invece è proprio quello che vuoi. Solo tu lo sai. Puoi anche decidere di non ascolarti, fare finta che, dire tanto è così, ma se c’è una piccola illuminazione in un senso o nell’altro che ti aiuti a scoprire cosa davvero vuoi, seguila.
Riccarda

Meglio la libertà

Cara Riccarda,
per sopravvivere credo si debba lasciare l’oblò sempre aperto e qualche volta affacciarsi insieme. Se poi uno dei due decide di buttarsi, lasciamolo andare e pensiamo a un piano b.
Debora

Cara Debora,
non mi piace tanto il verbo sopravvivere, preferisco la sua forma più piena e soddisfacente: vivere. La sopravvivenza mi dà l’idea di stenti, cioè il contrario di quello che si dovrebbe provare in amore. Se poi uno si butta dall’oblò, non c’è molto da fare. Il piano b è il semplice corso delle cose, non credo che in coppia si stia a preventivare come fare in caso di perdita, si vive e basta. Se poi capita, ci si attrezza e si comprende (col tempo, a volte molto) che è stata una benedizione interrompere certi legami.
Riccarda

Potete mandare le vostre lettere scrivendo a parliamone.rddv@gmail.com

Nel mese di giugno la rubrica ‘I dialoghi della vagina’ va in vacanza. Ritorneremo a dialogare coi lettori venerdì 6 luglio, a presto.

L’amico che ti è accanto

di Federica Mammina

Nell’arco di una vita sono davvero tante le persone che ci capita di incontrare. Possono condividere anche solo una piccola parte del nostro viaggio e lasciare comunque un segno profondo, oppure entrare e uscire dalle nostre vite senza lasciare traccia alcuna.
Chi tra noi è più fortunato incontrerà almeno una persona da poter considerare realmente amica. Quella persona che ti conosce e ti accetta per come sei; quella persona che non è mai dietro di te ad inseguirti né davanti a te per condurti, ma sempre accanto a te per sostenerti; quella persona che né il tempo né le distanze possono allontanare e così basta un abbraccio ed è come essersi salutati appena il giorno prima; quella persona che sceglie ogni giorno di essere nel tuo presente. L’amicizia è una forma d’amore davvero peculiare, che non conosce le dinamiche emotive dell’amore di coppia né i confini che custodiscono ambiti non condivisibili nell’amore fra parenti.
Le sue peculiarità la rendono unica, e la sua unicità preziosa.

“Amico mio, accanto a te non ho nulla di cui scusarmi, nulla da cui difendermi, nulla da dimostrare: trovo la pace… Al di là delle mie parole maldestre tu riesci a vedere in me semplicemente l’uomo.”
Antoine de Saint-Exupèry

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

consumismo-educazione

Desideri infiniti in una realtà finita: il rebus per un futuro di felicità

di don Roberto Rondanina*

Può essere banale osservare che nel mondo ci sono sofferenze, ingiustizie, violenze e morte. La cosa non stupisce perché sempre è stato così. Potrebbe essere diversamente? Anche al di là del problema della morte e della sofferenza legata a malattie o cataclismi, potrebbe già esserci una coscienza di umanità e di felicità maggiore di quello attuale? (anche se ovviamente non si danno misurazioni della felicità).
Una umanità afflitta dai bisogni vitali concernenti la quotidiana lotta per la sopravvivenza, difficilmente, riesce a porsi il problema di come essere felici e di come dare senso alla propria esistenza. L’urgenza della quotidiana lotta per la vita tende a orientare, infatti, il desiderio verso la soddisfazione di quei bisogni (per esempio mangiare) da cui dipende la vita e i cui oggetti si impongono con forza a chi si trova in una condizione di bisogno. Chi ha fame cerca cibo, chi ha freddo cerca di riscaldarsi… Una volta soddisfatti i bisogni primari si affaccia alla coscienza umana, con maggiore urgenza, il problema del senso del proprio esistere presente in chi deve lottare quotidianamente per sopravvivere, in maniera, per lo più invece, meno consapevole ed evidente.

La civiltà europea è stata la prima civiltà che, a partire dall’ epoca moderna, grazie soprattutto alla rivoluzione industriale, ha permesso a sempre più larghi strati di popolazione di superare un livello e una qualità di vita legati alla semplice sopravvivenza. Di conseguenza, si è trovata per prima, probabilmente senza esserne sufficientemente preparata, a dovere dare come umanità europea e occidentale un senso al proprio esistere, anche al di là di quel significato che all’esistenza deriva spontaneamente e implicitamente dalla lotta quotidiana per la vita. E questo è avvenuto proprio nel momento in cui, con la Modernità, le istituzioni tradizionalmente deputate a fornire orizzonti di senso all’essere umano (religioni, chiese…) perdevano il monopolio della formazione delle coscienze. Il sorgere delle ideologie, dalla Rivoluzione Francese in poi, ha costituito, per larghi strati di popolazione, una nuova possibilità di dare significato comune e condiviso all’esistenza; significato, spesso, vissuto come alternativo rispetto alle tradizionali proposte di senso delle diverse Chiese Cristiane.
Il crollo delle ideologie e delle speranze a esse legate ha in epoca recente, per così dire, privatizzato la speranza in un contesto, quello del cosiddetto periodo post-moderno, caratterizzato dalla ricerca individuale o a piccoli gruppi di esperienze di benessere e di senso sostanzialmente scettiche riguardo alla possibilità di cambiare in meglio le condizioni generali dell’umanità. Ciò che, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del Novecento, si sta verificando con la cosiddetta globalizzazione, nonostante alcune forme di reazione religiosa radicale e le ricorrenti crisi economiche, è l’imporsi di un unico modello di società consumistica che, per quanto deludente, è sempre nuovamente seducente con le sue continue proposte di prodotti di qualsiasi genere nell’ambito del mercato globale. Prodotti a getto continuo che sembrano costituire il surrogato più attraente di quel nuovo autentico che stenta a nascere e che costituisce, pur sempre l’inconfessato profondo desiderio dell’essere umano.

Un momento della storia culturale dell’Occidente particolarmente significativo per comprendere la crisi (krisis, scelta) attuale, mi sembra essere l’epoca romantica. Dal punto di vista del cammino della coscienza occidentale, il Romanticismo ha rappresentato, a mio avviso, l’espressione e la legittimazione, soprattutto in ambito artistico, del desiderio umano riconosciuto nella sua inesausta tensione infinita (Streben). La conquistata legittimazione del desiderio come tensione infinita alla pienezza umana e alla felicità ha però avuto come esito, soprattutto in ambito artistico (per esempio Holderlin, Schumann, Leopardi …), l’impossibilità di una conciliazione con una realtà percepita come troppo distante e, sostanzialmente, in opposizione al proprio desiderio. Da qui la crisi, più o meno consapevole, di un desiderio finalmente legittimato sul piano della coscienza, ma disperatamente contraddetto dalla realtà. Crisi che ha avuto anche non pochi esiti di squilibrio psichico in alcuni personaggi di spicco della cultura romantica e post-romantica. Le diverse forme di ideologie, nate più o meno, nello stesso periodo, ma giunte al massimo sviluppo nel corso del Novecento (nazionalismi di vario tipo, da una parte, e varie forme di socialismo e comunismo, dall’altra) hanno anche rappresentato la possibilità di offrire una soluzione nuova alla crisi nata con la conquistata piena legittimazione del desiderio avvenuta in epoca romantica. Soluzione capace di coinvolgere e galvanizzare intere generazioni, soprattutto di giovani, attorno alla speranza di costruire un futuro all’altezza del proprio desiderio. Un futuro immaginato, da sinistra, come la nascita di una società in cui, superato il travaglio della storia, regnasse finalmente una vera giustizia; da destra, nelle diverse forme di fascismi, immaginato come l’apparire di un mondo in cui, rinnegate alcune delle conquiste più importanti della modernità, avvenisse un ritorno a non ben precisate forme di società pre-moderne debitamente idealizzate. La sconfitta, con la seconda guerra mondiale, delle ideologie e dei totalitarismi radicali di destra, e successivamente, nella seconda metà del Novecento, il crollo del blocco comunista nell’Est Europa, ha favorito l’imporsi di un unico modello di società: quello capitalistico-consumistico.

Rispetto alla retorica delle ideologie di destra e di sinistra, l’ideologia dell’attuale capitalismo di impronta neo-liberista non sembra capace e, di fatto, non intende generare speranza di un futuro di felicità da conquistare attraverso un impegno storico-politico. Sembra, al contrario, presentare l’ideale di quello che Nietzsche in ‘Così parlò Zarathustra’ ha profeticamente chiamato l’ultimo uomo. Un uomo non più disponibile a lottare per nessun ideale che non sia il solo egoistico benessere individuale di stampo edonistico: “Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte, salvo restando la salute”. Da questo punto di vista, il fenomeno della cosiddetta globalizzazione con la sua tendenza all’omologazione degli stili di vita e, nonostante le periodiche crisi economiche, con la sua forte caratterizzazione consumistica, non sembra costituire soltanto il prodotto di strategie di potere e di scelte di politica economica, ma appare anche come l’espressione dell’attuale coscienza dell’umanità occidentale ancora, inconsapevolmente, ferma nel luogo critico inaugurato, con la legittimazione della tensione infinita del desiderio, dalla cultura romantica. Una volta intuita ed espressa, soprattutto in ambito artistico, la dimensione infinita del desiderio di pienezza umana e di felicità, non solo non si è riusciti a realizzare, ma nemmeno a immaginare, un mondo che vi possa corrispondere. D’altra parte, l’urgenza di eliminare quelle forme di ingiustizia sociale che maggiormente contraddicono il desiderio umano di felicità se per un verso ha consentito di migliorare, in alcune zone del mondo, la qualità della vita umana, ha peraltro illuso di poter risolvere su di un piano strettamente politico il problema della convivenza e della felicità umana. In assenza di soluzioni alla crisi apertasi in epoca romantica con la intuizione e legittimazione della dimensione infinita del desiderio, l’attuale fenomeno del consumismo globalizzato, sembra rappresentare una forma di regressione, per certi aspetti inevitabile, a una forma sofisticata di vita animale in cui la tensione infinita del desiderio viene orientata, senza mai fine, verso sempre nuovi prodotti da consumare legati più ai bisogni e alle pulsioni elementari dell’essere umano che alle espressioni più alte della persona. In aggiunta a questo, i nuovi orizzonti aperti dall’informatica tendono a ricondurre l’esercizio e la comprensione del desiderio umano verso forme di soddisfazione immediata ( fare zapping con la vita ) che, ancora una volta, sembrano nascondere il rischio di una regressione verso forme di vita umana-animale.

Se, come a me sembra, è stato proprio il Romanticismo a inaugurare, sul piano culturale, quello smarrimento della coscienza occidentale di fronte alla rivelazione della dimensione infinita del desiderio e alla sua eccedenza rispetto alla realtà (consapevolezza resa possibile dal superamento, in ampi strati della popolazione, di una qualità di vita umana legata alla lotta per la semplice sopravvivenza ), sarà, forse, proprio il tentativo di collocarsi, con nuova consapevolezza, nel luogo da cui si è originata quella crisi della coscienza europea a consentirci di scoprire strade alternative rispetto a quelle percorse dalla storia occidentale di Ottocento e Novecento con le diverse, ma in fondo profondamente legate, ideologie e ai loro diversi ‘-ismi’ (fascismo, comunismo, neo – liberismo, consumismo… ). E’ mia convinzione che le risposte fallimentari o, parzialmente tali, che i vari ‘-ismi’ hanno dato e continuano a dare al problema centrale della cultura e della società moderna e post-moderna, quello della sproporzione tra infinità del desiderio e realtà, derivi, sostanzialmente, dal fraintendimento e dalla mancanza di comprensione della enorme portata di quel problema e delle sue ricadute in ogni ambito del vivere umano. Da una nuova comprensione di quella crisi occorre, dunque, ripartire per scoprire strade nuove e nuove risposte, personali e comunitarie, che consentano di cogliere in quella crisi una preziosa opportunità di crescita o, forse meglio, di salto nella coscienza dell’umanità.

*Sacerdote, filosofo e teologo. Responsabile dell’associazione I Ricostruttori nella Preghiera

I DIALOGHI DELLA VAGINA
I rapporti “su misura” dei nostri lettori

Come si fa a prendere le misure nei rapporti? Lasciamo fare all’istinto? I lettori raccontano come le relazioni siano un modo per misurare e misurarsi.

Ridurre le distanze

Cara Riccarda,
mi capita tutti i giorni, e mi sorprendo sempre come sia più facile da farsi che da dirsi. E’ una questione di allenamento: sta tutto nel non aver paura di ridurre la distanza.
Elisabetta

Cara Elisabetta,
conoscevo una persona che per paura di accorciare le distanze congelava tutto in attesa dell’altro, che però faceva lo stesso gioco. E allora i due stavamo semi immobili, risparmiando sugli slanci e la spontaneità. E infatti si sono persi, ciascuno a galleggiare nei propri ghiacci polari.
Riccarda

La vacuità dei modelli

Cara Riccarda,
cercavo una persona, avevo in mente un tipo preciso, non ero disposta ad accontentarmi di niente e di diverso. Il tatto e la vista dovevano imporsi sul resto. Poi un giorno non so cosa sia successo, conosco una persona molto diversa rispetto al modello che avevo in mente, non ci bado neppure, eppure oggi mi accorgo che ha rimepito i miei pensieri. Lui è l’opposto di ciò che cercavo, ma è esattamente ciò che vorrei. Misurato giusto al millimetro sul mio essere, incastrato perfettamente con la mia anima. E la sua brilla.
Debora

Cara Debora,
benedetto questo disallineamento tra ciò che avevi in testa e ciò che la vita ti ha offerto. Se trovassimo esattamente ciò che cerchiamo, non esisterebbero più sorprese e incontri inattesi.
È che ci affezioniamo ai nostri desideri modello, li enfatizziamo soprattutto quando stanno perdendo smalto perchè spaventa affidarsi all’ignoto. Per fortuna succede di distrarci un attimo dalle nostre fissazioni e arriva il nuovo, tutto il bello da scoprire.
Riccarda

Nuovi stimoli

Cara Riccarda,
i ritmi di ogni giorno spesso mi catturano e quasi inconsapevolmente mi ritrovo seduta a guardare il tempo che scorre e a lasciare che la quotidianità nel suo ripetersi guidi le giornate.
In questi momenti, allo stesso tempo frenetici e apatici, a volte mi fermo a pensare che non semplicemente un rapporto, ma la vita stessa, chieda di risvegliarsi con nuovi stimoli, che partano da noi stessi e si misurino poi con l’insieme.
Poi i pensieri scorrono, uno dopo l’altro, e mi portano a pensare all’importanza del sentire insieme, al pathos come “forza vitale della nostra esistenza umana”, al condividere emotivamente per poi crescere misurando se stessi e l’altro.
Credo che in questo modo, certamente non semplice ma possibile, guardandosi dentro nella ricerca costante di nuovi stimoli, ciò che sta intorno a noi e che è sempre stato possa diventare più ricco l’incontro riprendere vita ogni giorno.
Anna

Cara Anna,
facciamo spesso l’errore di considerare immutabile sia il nostro mondo interno sia l’ambiente in cui viviamo. Ma siccome, nella realtà, non è così, sfuggono i cambiamenti che ci attraversano ogni giorno e cadiamo nella noia. Se, invece, davvero ci considerassimo immersi nello scorrere (spesso impetuoso) di un fiume, faremmo meno resistenza e vedremmo di più i fenomeni e la loro ricchezza.
Riccarda

L’autonomia dell’amore

Cara Riccarda,
leggendo le tue parole mi sono persa a pensare alla mia storia, alla storia della mia vita.
Quando abbiamo scelto di stare insieme, insieme per sempre, qualche amico ha commentato “sei mesi e poi vediamo..”. A me dispiaceva per loro. Il mio sarebbe stato l’amore più bello della storia. Niente a che vedere con le loro storie noiose dove la quotidianità rendeva tutto quasi inutile.
La fase dell’innamoramento è durata a lungo, altrochè sei mesi e poi, ma me ne accorgo adesso leggendo le tue righe, è arrivata la fase delle misure. Un po’ per gioco, qualche volta perché nella vita ci devi mettere impegno, qualche volta senza accorgercene, ci siamo misurati.
Non lo so perché ma con noi alla fine è prevalso il non prendersi le misure. Conoscersi nei particolari, stare insieme senza ansie, il non aspettarsi perché sappiamo dove trovarci è una cosa che ci ha uniti. Un equilibrio di piacere, di amicizia, di amore, di tempo da dedicarci.
V.

Cara V.,
mi ha colpito la non attesa l’uno dell’altra perchè sapete dove trovarvi. È una cosa bellissima che azzera ogni ansia di ricerca. È come se entrambi sapeste che qualsiasi distanza ciascuno potrà autonomamente percorrere, l’altro ci sarà sempre e non scapperà. Non credo sia solo una questione di fortuna, è l’impegno che avete messo trasformando quei sei mesi in una vita insieme.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanesimo e metamorfosi, l’ultima opera di Edgar Morin

L’umano porta in sé l’avventura dell’universo e l’avventura della vita. In questo senso, l’umano è un microcosmo, a immagine dell’universo.
Ma l’avventura dell’umanità può trasformarsi in una folle avventura che rischia il sublime e l’orribile, per Edgar Morin la mente umana viaggia verso due avventure disgiunte.
L’una cerca all’esterno di svelare, e perfino di possedere, i segreti del mondo fisico, della vita, della società, e ha sviluppato una scienza capace di conoscere tutto, ma incapace di conoscersi e che oggi produce non solo “elucidazioni benefiche, ma anche accecamenti malefici e poteri terrificanti”.
L’altra avventura cerca, all’interno di sé, di conoscersi, di meditare su ciò che sappiamo e su ciò che non sappiamo, di nutrirsi di poesia vitale, di sentire il commovente, il bello, il mirabile.
La prima è l’avventura conquistatrice della trinità scienza/tecnica/economia. La seconda è l’avventura della filosofia, della poesia, della comprensione, della compassione.
L’ultimo libro del filosofo francese Edgar Morin, “Conoscenza Ignoranza Mistero” chiama all’appello la nostra intelligenza, accende la spia rossa, l’allarme sulla rotta del vascello spaziale Terra guidato dalla supremazia della triade: scienza/tecnica/economia.
Scienza, tecnica, economia conducono la mondializzazione, promettono all’uomo di sconfiggere la morte e di emanciparlo dal lavoro con le macchine intelligenti. Sempre più la prospettiva della post-umanità si fa immaginabile sotto diverse forme.
Ma questa prospettiva necessita imperativamente di noi, umani, e sin da ora di un pensiero della condizione e dell’avventura umane, di una coscienza delle possibilità e dei pericoli che comporta la complessità antropologica, di una coscienza di ciò che di più prezioso c’è nell’uomo.
È tragico che la metamorfosi post-umana sia cominciata sotto la spinta cieca del triplo motore scientifico/tecnico/economico, mentre la metamorfosi etica/culturale/sociale, sempre più indispensabile a questa metamorfosi resta ancora nel limbo. Peggio: la regressione etica, psicologica, affettiva accompagna la progressione scientifica, tecnica, economica.
Il sonnambulismo del mondo politico, che vive alla giornata, del mondo intellettuale cieco alla complessità, l’incoscienza generalizzata contribuiscono alla marcia verso i disastri.
Il viaggio e la destinazione sono sempre più verso la metamorfosi del post-umano, se non interviene una guida etica/culturale/sociale.
Per questo l’invito è di continuare a pattugliare ai confini della conoscenza per apprendere e sentire l’inseparabilità di conoscenza, ignoranza e mistero, perché il fiammifero che accendiamo nel buio non solo rischiara un piccolo spazio, ma rivela anche l’enorme oscurità che ci circonda. Fino a quando il sapere produrrà la consapevolezza dell’ignoranza, sarà salva la vera forza rivoluzionaria della conoscenza: l’ignoranza sapiente che conosce se stessa, come direbbe Blaise Pascal.
Altrimenti rimarremo ignoranti della nostra ignoranza, incapaci di comprendere che vivere è una navigazione in un oceano di incertezze con qualche isolotto di certezze per orientarsi e approvvigionarsi.
Conoscenza, ignoranza e mistero sono i nostri compagni in seno all’avventura cosmica, i soli che ci possono soccorrere nell’incertezza di quale parte prendere nel corpo a corpo tra Eros e Thanatos, nel sapere dove andare.
Ma è sempre più necessaria la rigenerazione di un umanesimo planetario, radicato nella Terra-Patria per evitare il regno della nuova specie dei signori che dispongono di tutti i poteri, fra i quali quello del prolungamento della vita, sull’insieme degli altri umani asserviti.
La metamorfosi biologica-tecnica-informatica necessita soprattutto di essere accompagnata, regolata, controllata e guidata da una metamorfosi etico-culturale-sociale, per evitare che macchine pensanti pensino per noi e possano dominare il destino post umano.
Per sottrarsi all’inumanità della post-umanità è necessaria una profonda riforma intellettuale e morale come resistenza all’egemonia del calcolo, del profitto, dell’egoismo. Una resistenza animata dai bisogni di realizzazione personale, di condivisione, d’amore, di vita poetica. Un umanesimo antropo-bio-cosmico, una comunità di destino di tutti gli umani sulla Terra con una comune coscienza di Terra-Patria. Da questa aspirazione e da questa doppia coscienza potrebbe nascere una nuova via per un altro avvenire.

Un desiderio non mente mai

di Federica Mammina

Capita così, d’improvviso, basta uno sguardo, un sorriso, una battuta o una gentilezza e scatta la curiosità per qualcuno. E la voglia di conoscerne i gusti, il vissuto, le ferite e le sfumature del carattere, si accompagna inevitabilmente alla paura di interpretare male, di proiettare sull’altro le nostre aspettative e rimanerne accecati. E così si dice che non sono le parole ad essere indicative, ma i fatti, perché le azioni e i gesti non mentono. Ne siamo sicuri? Non si può mentire con i gesti così come con le parole? Magari non lo si fa nemmeno volontariamente, magari è solo perché così fan tutti, ma anche nelle azioni ci sono convenzioni che possono fuorviare.
Allora a cosa aggrapparsi per capire l’altro? Forse la soluzione è nei desideri che, a differenza dei pensieri e dei gesti che nascono dal cuore e poi spesso vengono mediati dalla ragione, è solo nel cuore che trovano la loro dimora.

“Quando mi veniva voglia di capire qualcuno o me stesso, prendevo in esame non le azioni, nelle quali tutto è convenzione, bensì i desideri. Dimmi cosa vuoi e ti dirò chi sei”
Anton Cechov

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Un caso di coscienza…

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino. Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi…»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite. La trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare…»
Il tizio ha parlato finalmente! Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete. Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo…»
«Dirmi cosa?»
«È difficile…»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh, insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’…» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«O sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi!»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso…»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più. Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue!
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano!

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.
Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

Una letterina al bambino nella culla

di Federica Mammina

Un tempo era a Gesù Bambino che ci si rivolgeva, grandi ma soprattutto piccini, per chiedere i doni. Oggi è Babbo Natale, o forse i più scaltri si rivolgeranno direttamente a mamma e papà.
E se qualcuno la famosa letterina la scrive ancora, non v’è dubbio che il buon vecchio “vorrei la pace nel mondo” abbia ceduto il posto all’ultimo modello di video gioco, cellulare o borsa firmata.
Sta di fatto che per tutti il Natale è un momento di riflessione, di bilancio, di desideri e di buoni propositi, che siano scritti, dichiarati a voce o custoditi nel proprio cuore.
E quindi dopo una lunga riflessione io nella mia intima letterina, a Gesù Bambino ho voluto chiedere una sola cosa: armonia.
In un mondo dominato dalle contraddizioni, dove gli uomini sembrano non essere più in grado di comunicare serenamente, accettarsi per le rispettive differenze, aiutarsi e ascoltarsi, è questo quello di cui più abbiamo bisogno. Armonia con noi stessi, con gli altri e per chi lo desidera anche con Dio. In un mondo che a volte sembra impazzito come una barca in balia delle onde, alla deriva, solo un po’ di equilibrio, serenità e capacità di dare peso alle cose importanti e tralasciare il superfluo, ci può aiutare a raddrizzare la barra del timone.
Sforziamoci di chiedere ciò di cui abbiamo veramente bisogno e auguriamoci reciprocamente un intimo Natale, che è quello che lascia davvero il segno. Speriamo il più a lungo possibile.

La giusta misura delle cose

di Federica Mammina

Più mi guardo intorno e più mi convinco che ciò di cui manchiamo maggiormente è il senso della misura. Oggi non si parla, si fa a gara a chi prevarica di più; non si ascolta per poi ribattere, ma si ignora chi la pensa diversamente da noi; non ci si confronta sulle idee, ma si insulta.
E poi si odia per cose futili, e lo si fa a tal punto che esiste una vera e propria categoria di persone che si dedicano a questa attività. E poi ancora c’è tanta violenza, contro le donne, contro gli anziani, contro chi è più debole e indifeso o è considerato diverso, che si manifesta con tanta più brutalità e crudeltà quanto più è banale il motivo che la scatena. C’è tanta criminalità, che si infiltra ovunque, anche nei posti più insospettabili, sfruttando le miserie umane. E ancora c’è troppa voglia di accumulare ricchezze e beni materiali, sempre di più a scapito di altri esseri umani che non hanno nemmeno il minimo per vivere dignitosamente.
Odio, violenza, cattiveria, delinquenza non sono di certo nati oggi, ci sono sempre stati. Ma sul piatto della bilancia dovrebbero pesare meno dell’onestà, della solidarietà, della comprensione. Ed è per questo che ciascuno di noi, secondo le proprie possibilità, è chiamato a dare il proprio contributo, per ristabilire la giusta misura delle cose.

“La dismisura occorre spegnere più che un incendio”
Eraclito

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

La cura come comprensione del prossimo

di Francesca Ambrosecchia

L’umanità e la comprensione sono concetti fondamentali anche in ambito medico. Oltre alle conoscenze medico scientifiche del professionista, si sente sempre più la necessità di questi due caratteri anche nell’ambito della cura.
Il paziente vuole essere curato e quindi giungere in minor tempo possibile alla guarigione effettiva, sia fisica che psicologica, ma nel corso di tale processo vuole essere capito, sostenuto e ascoltato.
Problematiche nel rapporto medico paziente insorgono proprio su tale questione: non sempre il medico riesce a dare le stesse “attenzioni” a tutti i suoi pazienti per via del poco tempo a disposizione avendone in carico un gran numero e questi ultimi si sentono trascurati e non affiancati adeguatamente nel percorso di cura.
In tale processo è fondamentale la collaborazione del paziente: deve seguire le procedure prescritte dal medico curante e ciò si ottiene maggiormente quando le esigenze di cui sopra vengono soddisfatte. Cura medica e cura affettiva sono un binomio sempre più imprescindibile.

“Bisogna tornare alla Medicina della persona. Per curare qualcuno dobbiamo sapere chi è, che cosa pensa, che progetti ha, per che cosa gioisce e soffre. Dobbiamo far parlare il paziente della sua vita, non dei suoi disturbi. Oggi le cure sono fatte con un manuale di cemento armato: -lei ha questo, faccia questo; ha quest’altro, prenda quest’altro-. Ma così non è curare”
Umberto Veronesi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi