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girasole periscopio

PRESTO DI MATTINA
Il girasole e il periscopio

«Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce»
(E. Montale, Tutte le poesie, Milano, 1996, 34).

Andando per questi versi di Montale [Qui] – come si va d’estate sotto il sole, cercando un poco d’ombra – pensavo e ripensavo cosa più potesse assomigliare a un periscopio. E ciò che balzò subito agli occhi del pensiero e fu da subito evidente al cuore era che assomigliava proprio a un girasole.

Come tutte le sementi sbuca fuori dal livello della terra, agitata o quieta che sia, piana o ondulata, ergendosi anche sopra tempestose cime. Ma il girasole fa di più. Come un periscopio gira seguendo il sole dall’oriente all’occidente, dal suo sorgere fino al suo tramonto, perché si faccia chiaro e trasparente là dove non si vede bene, nello sprofondo del sommerso, e traspaiano le cose come sono realmente, diradando le nebbie.

Proprio come fa il sole, periscopio che discende per far sorgere e ruotare tra «bionde trasparenze» il «giallino» periscopio/girasole sulla terra.

L’eliotropo − parola greca per dire girasole (elitropio) − oltre ad essere una pianta comune nei campi e tra le macerie e i terreni incolti, era anche uno strumento usato dai topografi per orientare i raggi del sole attraverso degli specchi in un determinato punto, per porre dei riferimenti, misurare distanze e operare mappature topografiche.

Ma non è così quando si scrive e quando si legge? Per gli scrittori e i loro lettori? Le parole, come tanti girasoli, riflettono e comunicano come specchi l’uno all’altra i significati nascosti in loro; significati che vengono alla luce nel riverbero della coscienza, fissando pensieri, fatti, storie, in narrazioni, punti e sentieri di una topografia esistenziale: terreni umani «bruciati dal salino».

Anche salendo in montagna, ad ogni passante di valico, si arriva ad una quota periscopica, dove è possibile osservare il cammino fatto e quello che ancora resta, senza escludere possibili nuove direzioni in un ambiente cangiante, mutato e ancora inesplorato.

Osare il cambiamento è lo stile a cui si è chiamati oggi e non solo nell’editoria, nell’informazione e nella comunicazione; ma nella vita.

È stato così anche per il quotidiano L’Osservatore Romano [Qui] fondato nel 1861: il giornale del papa divenuto un periscopio molto attento sui fatti internazionali, sulla cultura e la vita delle chiese nel mondo.

Ma lo stesso è accaduto per la più antica rivista italiana dei Gesuiti, La Civiltà Cattolica [Qui], nata nel 1850 da un gruppo di gesuiti desiderosi di parlare della “cultura viva”, vicina ai problemi del popolo e avversa alle divisioni tra credenti.

Nel 1975, Paolo VI definì la nascita della rivista un «gesto d’audacia» in un contesto «privo di cultura proporzionata ai bisogni e alle aspirazioni delle nuove generazioni». Dal 2013 è cambiato il font tipografico dal Bodoni al Cardo, che è un tipo di carattere open source, cioè libero, elegante e arioso, molto usato negli ambienti accademici e di ricerca per la sua flessibilità e l’ampio numero di segni propri delle altre lingue, un segnale di apertura alle culture.

Ma non solo. L’intento è stato quello «di condividere le proprie riflessioni non solo con il mondo cattolico, ma con ogni uomo e con ogni donna impegnati nel mondo e desiderosi di avere fonti di informazione affidabili capaci di far pensare e di far maturare il giudizio personale» (CivCat 2013, 3907, 6).

Si legge nelle Memorie della rivista del 1854 che «tutto in un certo modo è opera di tutti»: questo motto degli inizi si ripropone in forma nuova a livello editoriale oggi, che la chiesa con papa Francesco sta affrontando il passante di valico di uno stile e una prassi sinodali; un «giornalismo dunque che funzioni non solamente per trasmissione, ma anche per condivisione».

Fa riflettere la linea editoriale che papa Francesco ha voluto richiamare per un giornalismo che promuova l’informazione e la comunicazione culturale di una chiesa in uscita, che si faccia ponte e frontiera.

Sia nell’incontro del 2013 come in quello del 2017 con i giornalisti e gli scrittori della rivista, il papa sintetizzava il suo pensiero circa la loro missione in tre parole: dialogo, discernimento, frontiera: «Per favore, siate uomini di frontiera, con quella capacità che viene da Dio (cfr 2Cor 3,6). Ma non cadete nella tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, è urgente un coraggioso impegno per educare a una fede convinta e matura, capace di dare senso alla vita e di offrire risposte convincenti a quanti sono alla ricerca di Dio».

Nel secondo incontro del 2017 aggiungeva alle prime tre parole chiavi altre tre: “inquietudine”, “incompletezza”, “immaginazione”: «il vostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca? Solo l’inquietudine dà pace al cuore di un gesuita. Senza inquietudine siamo sterili. Se volete abitare ponti e frontiere dovete avere una mente e un cuore inquieti…

Incompletezza. Dio è colui che è “sempre più grande” il Dio che ci sorprende sempre. Per questo dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La vostra fede apra il vostro pensiero. Fatevi guidare dallo spirito profetico del Vangelo per avere una visione originale, vitale, dinamica, non ovvia.

E questo specialmente oggi in un mondo così complesso e pieno di sfide, in cui sembra trionfare la “cultura del naufragio” – nutrita di messianismo profano, di mediocrità relativista, di sospetto e di rigidità – e la “cultura del cassonetto”, dove ogni cosa che non funziona come si vorrebbe o che si considera ormai inutile si butta via…

Immaginazione. Questo nella Chiesa e nel mondo è il tempo del discernimento. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, che conosce la via umile della cocciutaggine quotidiana, e specialmente dei poveri.

La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù, assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino, perché Gesù ha assunto la nostra carne, che non è rigida se non nel momento della morte.

Per questo mi piace tanto la poesia e, quando mi è possibile, continuo a leggerla. La poesia è piena di metafore. Comprendere le metafore aiuta a rendere il pensiero agile, intuitivo, flessibile, acuto. Chi ha immaginazione non si irrigidisce, ha il senso dell’umorismo, gode sempre della dolcezza, della misericordia e della libertà interiore. È in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti».

E riferendosi al pittore fiammingo Hans Memling [Qui], che rappresentava la gente con il miracolo della delicatezza del tratto, e ai versi di Baudelaire [Qui] su Rubens “la vie afflue et s’agite sans cesse, / Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer”, così il Papa concludeva la sua riflessione:

«’Sì la vita è fluida e si agita senza sosta come si agita l’aria in cielo e il mare nel mare’. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. E questa genialità aiuta a capire che la vita non è un quadro in bianco e nero. È un quadro a colori. Alcuni chiari e altri scuri, alcuni tenui e altri vivaci. Ma comunque prevalgono le sfumature. Ed è questo lo spazio del discernimento, lo spazio in cui lo Spirito agita il cielo come l’aria e il mare come l’acqua».

Nel 2019 altre due parole papa Francesco aveva rivolto ai giornalisti della rivista Aggiornamenti sociali  [Qui] del Centro di Studi sociali di Milano nata nel 1950, mensile di approfondimento e analisi sulle tematiche sociali, politiche, ecclesiali italiane e internazionali, composta da gesuiti e laici: l’ascolto della realtà e il dialogo.

«Bisogna ascoltare la realtà così com’è, mai coprirla, bisogna tracciare piccoli sentieri per andare avanti, avendo come riferimento il Vangelo. Mai si può dare un orientamento, una strada, un suggerimento senza l’ascolto. L’ascolto è proprio l’atteggiamento fondamentale di ogni persona che vuole fare qualcosa per gli altri. Ascoltare le situazioni, ascoltare i problemi, apertamente, senza pregiudizi.

Secondo passo. Ascoltare e dialogare, non imporre strade di sviluppo, o di soluzione ai problemi. Se io devo ascoltare, devo accettare la realtà come è, per vedere quale dev’essere la mia risposta. Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento.

Mai coprire la realtà. Dire sempre: “E’ così”. Mai coprirla con quella rassegnazione del “vedremo…, forse dopo cambierà…”. Mai coprirla: la realtà così com’è. Poi, cercare di capirla nella sua autonomia interpretativa, perché anche la realtà ha un modo di interpretare sé stessa».

L’invito ad essere «buoni lettori e buoni scrittori» ci viene invece da Vladimir Nabokov [Qui], che introduce con un saggio che porta questo sottotitolo le sue Lezioni di letteratura (ebook, Milano 1982, 39). «Uso il termine lettore in un’accezione molto libera. Strano a dirsi, non è possibile leggere un libro, si può soltanto rileggerlo. Un buon lettore, un grande lettore, un lettore attivo e creativo è un “rilettore”. Nel leggere un libro, dobbiamo invece avere il tempo di farne la conoscenza», (ivi).

Nakobov narra poi un aneddoto accadutogli in occasione di un giro di conferenze in un college di provincia, dove propose un quiz per verificare tra gli studenti che l’ascoltavano quali dovevano essere i requisiti del buon lettore e anche di chi scrive.

Essi dovevano scegliere tra dieci definizioni di lettore quattro possibili risposte; queste le definizioni: «Un buon lettore dovrebbe: 1. appartenere a un club del libro; 2. identificarsi con l’eroe o con l’eroina; 3. concentrarsi sull’aspetto socioeconomico; 4. preferire una storia con azioni e dialoghi a una che non ne ha; 5. aver visto il film tratto dal libro; 6. essere un autore in erba; 7. avere immaginazione; 8. avere memoria; 9. avere un dizionario; 10. avere un certo senso artistico».

Le risposte degli studenti in quell’occasione si orientarono o all’identificazione emotiva, oppure all’azione e all’aspetto socioeconomico o storico. Alla fine le risposte secondo Nakobov per individuare il buon lettore erano quelle di chi aveva segnato le crocette su «immaginazione, memoria, un dizionario e un certo senso artistico, quel senso che mi propongo – scriveva – di sviluppare in me e negli altri ogni volta che mi si presenta l’occasione».

C’è allora da augurare al quotidiano dal nome nuovo quello che il poeta Valerio Magrelli [Qui] diceva del suo quaderno:

«Questo quaderno è il mio scudo,
trincea, periscopio, feritoia.
Guardo da una stanza buia nella luce»
(Cavie. Poesie, Torino 2018, 42).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Confine Italia

IL VIAGGIO DI VALENTINA (10)
Dalla Bulgaria all’Italia

 

Nell’ultima parte di viaggio, la cicloviaggiatrice Valentina Brunet deve percorrere i Balcani, dalla Bulgaria alla Slovenia, passando per Romania, Serbia e Croazia. Poi l’arrivo in Italia, casa.

Ormai ti separava poco – rispetto il lungo viaggio che avevi intrapreso – dall’Italia e avevi fretta di arrivare in tempo all’appuntamento al BAM Europe di Mantova, importante per te e per tutti i cicloviaggiatori. Come hai passato questa ultima tratta?

Arrivata in Bulgaria [Qui] ho realizzato che ero in Europa. Da Burgas, una città piuttosto grigia, ho preso una bella pista ciclabile, ordinata e scorrevole, avventurandomi attraverso distese di campi, dai quali l’unico segno di presenza umana era il rumore dei trattori e dei macchinari agricoli. Naturalmente pioveva. Sono arrivata in un villaggio dal nome propiziatorio, Partizani, che mi ha subito ispirato valori e amore per la collettività. Ho trovato subito alloggio in una stanzetta polverosa, ma ero contenta e soddisfatta. L’indomani sarei arrivata in Romania.

Pista ciclabile Europa

Cosa racconti della Romania?

Sono arrivata a Bucarest [Qui], dove mi aspettavano amici di famiglia. Sentivo che la scoperta dell’ignoto lasciava il posto alla familiarità. Bucarest è una città molto vivace, affollata ma piacevole. Ho rimesso a posto la bicicletta, ho assaporata una mozzarella dopo non so quanto e ho sentito aria di casa. Ripreso a pedalare, ho continuato a percorrere paesaggi rurali, incrociando carri trainati da cavalli e gente sorridente e cordiale. Sono arrivata a Calafat, una cittadina fondata da coloni genovesi, i calafati, così venivano chiamati gli operai nautici impegnati nelle riparazioni navali, che appunto le hanno dato il nome. Ho incontrato amici, ho passeggiato lungo il Danubio e ho partecipato ai festeggiamenti della Domenica delle Palme in una chiesa ortodossa, accendendo due candele, come da loro tradizione, una per i vivi ed una per i miei morti. Ho partecipato anche a una mega grigliata con agnello, distillato di prugne, dolci, musica e danze. Ma la Serbia mi aspettava il giorno dopo…

Ricordi della Serbia?

Ho continuato a pedalare sulla Eurovelo 6, la ciclovia che costeggia il Danubio con vento e pioggia, tanto per cambiare. Ho attraversato un tratto di foresta con alberi oscillanti, piegati dalle raffiche. Ho alloggiato in un B&B mentre la bufera imperversava, in attesa di arrivare a Belgrado il giorno dopo, la tratta del mio record personale: 155 km. La bicicletta continuava a darmi problemi e ho dovuto rivolgermi ancora a un meccanico. In Serbia [Qui] ho incontrato anche Pitram, l’indiano con il quale avevo fatto un pezzo di strada in passato e Stefano, un cicloviaggiatore di Verona. Da Belgrado sono arrivata a Novi Sad. Mi sentivo bene, tutto liscio come l’olio, giornate ‘perfette’. Sentivo di essermi guadagnata questa bella sensazione.

Tenda Europa

Dopo la Serbia, la Croazia [Qui].

Dopo il senso di benessere provato, ecco che arriva il crac. Durante il percorso ho sentito un grande senso di spossatezza e vampate di calore. Mi sono buttata nell’erba ai lati della strada e ho cercato di fare grandi respiri e ossigenarmi per non svenire. Scottavo, ero febbricitante e avevo anche un po’ di paura. Sono riuscita a montare la tenda e, nonostante le mie condizioni, sono riuscita a dormire. La mattina mi ero ripresa, forse era stanchezza. Ho poi alloggiato presso Marja e Darko, due splendide persone che mi hanno affidata al loro amico farmacista, il quale mi ha prescritto sali reidratanti, magnesio ed estratti per il sistema immunitario. Non potevo permettermi anche il riposo consigliatomi perché dovevo proseguire per Zagabria.

Dalla Croazia passi in Slovenia, sempre più vicina alla tua Italia.

A Lubiana ho incontrato la mia amica d’infanzia Giulia, l’amica di sempre. Giulia e il suo compagno Roberto erano già in Slovenia [Qui] e ci eravamo accordati di incontrarci. Il momento dell’incontro ci ha commosse e ci siamo scambiate un lungo abbraccio. Abbiamo trascorso una bella serata insieme e ho deciso di fermarmi un giorno in più perché ne avevo bisogno. Ho approfittato per qualche spesa, ho girato la città e ho scoperto piste ciclabili favolose e rispettate. Mi sono rimessa in marcia il giorno dopo.

Europa

Com’è stato l’arrivo in Italia?

In un countdown intenso, mi sono avvicinata al confine. In territotrio sloveno ho incontrato alcuni cicloviaggiatori italiani, con i quali ho scambiato il mio primo ‘ciao’ dopo un’eternità. E pensare che in Italia non saluta quasi nessuno! Mi sentivo svuotata, senza emozioni, con le mani avvinghiate rigide al manubrio e poi ho letto il cartello “Italja” e non mi sono più trattenute: grosse lacrime mi scendevano senza controllo, come si fosse aperta improvvisamente una diga. Ho abbracciato Rosa, la mia fedelissima bicicletta e le ho detto ‘Brava!’ per aver resistito ad ogni sorta di avventura.

Le prime cose che hai fatto in Italia?

Ho ammirato Trieste, pensando che l’Italia è davvero un bellissimo Paese. Mi è sembrato strano ritrovarmi in centro, tra persone che parlavano la mia lingua, con i suoi suoni e le sue intonazioni. Erano trascorsi 20 mesi dal Vietnam, avevo dormito dappertutto, mangiato quello che trovavo, mi sono destreggiata tra mille situazioni e ho incontrato persone incredibili, nel bene e nel male. Ero in Italia e avevo in testa un lunghissimo elenco di cose che volevo fare, bere, mangiare. Mia mamma e il suo compagno mi hanno fatto la bellissima sorpresa di incontrarmi a Trieste, quanta emozioni!  E poi c’è stato quell’agoniato BAM Europe a Mantova, dove sono arrivata puntuale, dopo forsennate pedalate, il 17 maggio 2019. Ho incontrato amici bikers, Neri Marcorè e Bressan, il produttore di bici. Ho incontrato e abbracciato l’amico Dino Lanzaretti, il primo che ha creduto in me, il primo sostenitore da lontano che mi ha sostenuta, aiutata, consigliata. Mi è anche venuta voglia di girare il nostro Paese e successivamente l’ho fatto, perché mi sono resa conto che conoscevo più il Kirghizistan dell’Italia.

Abbraccio Italia

Cosa hai imparato nelle tue esperienze di viaggio e cosa hai capito di te?

Da quando ho iniziato a viaggiare da sola i cambiamenti sono stati tantissimi. Ho coltivato un forte spirito di adattamento, iniziativa, inventiva. Ho imparato a ridurre i miei bisogni al minimo per la sussistenza, a non avere pregiudizi, a fidarmi del mio sesto senso. Ho imparato a lanciarmi, a uscire dalla mia zona di comfort. Ho imparato ad affrontare le difficoltà con il sorriso, consapevole del fatto che tutto è transitorio, nel bene e nel male.

Come si vive il pensiero di casa e dei propri affetti dopo così tanto tempo lontana?

La tecnologia viene in aiuto per le relazioni a distanza. Whatsapp, messaggi, videochiamate aiutano ad accorciare le distanze. La distanza è relativa quando si può comunicare in ogni momento o quasi.

Altre destinazioni a cui stai lavorando, non appena possibile?

Certamente. Certo, Covid permettendo. Si ripartirà dal Canada e un pensiero alla Patagonia. Altri viaggi, altre storie…

Ripercorri insieme a Valentina Brunet il suo lungo viaggio11 dal Vietnam all’Italia, 25.000 chilometri in bicicletta, Tutte le interviste rilasciate durante il percorso le trovi nella rubrica Suole di vento

Elogio dell’edicola

 

“La mia città che in ogni parte é viva,
ha il cantuccio a me fatto”.
Cosi ha scritto Umberto Saba in una poema su Trieste, la sua città. 

Anche Ferrara per me è diventata sempre di più ‘la mia città‘. Lì, anche se non ci vivo sempre, come Saba a Trieste, ho un “cantuccio a me fatto“.
Non è il Palazzo Schifanoia, e neanche la piazza Trento Trieste, il Giardino Massari o la piazza Municipale. Quando sono a Ferrara ogni mattina, più o meno presto, vado da casa mia verso piazza Travaglio dove c’è un cantuccio un po’ nascosto.

Niente di spettacolare o straordinario. Una edicola ben gestita, viva, con un’atmosfera piacevole e seducente, per comprare un giornale, una rivista, talvolta anche un libro.

Ma perché un’edicola ha un valore così particolare, non solo per me, ma anche per una cultura urbana in genere?  

Da più di vent’anni sono spesso a Ferrara e, in quest’ultimo periodo, sono già state chiuse parecchie edicole. In Via Romano, in via Carlo Mayr, in via Piangipane, in via Garibaldi, in via San Maurelio e in tanti altri posti della città.
Nessuno ha detto quasi niente di questa cosa.
È successo e basta.
Ma la chiusura di un’edicola è sempre anche una perdita per la vita di una città.  

Una volta le edicole erano non solo posti per comprare i giornali ma anche per incontrare altre persone. Magari solo i vicini di strada, per fare due chiacchiere, per scambiarsi informazioni, per fare qualche battuta sui politici, per commentare l’ultima partita di calcio.
Per la vita quotidiana di una città, quei luoghi, dove si poteva, attraverso i giornali e le riviste, conoscere le vicende mondiali e locali, erano una fonte continua di nuove notizie, private e pubbliche. 

Oggi basta un clic sullo smartphone e subito si possono leggere tutti i giornali del mondo, ci si può mettere subito in contatto con amici o follower in ogni angolo della Terra, non solo con quelli che vivono nel nostro quartiere. Ma è davvero un progresso di civiltà, della modernità, della comunicazione democratica in una città? 

Credo di non essere un uomo d’altri tempi, quando si scrivevano lettere con la penna stilografica o si inviavano con dei piccioni viaggiatori.  Giorno per giorno sono in contatto con tantissime associazioni e ong  in tutto il mondo. Attraverso internet mi informo su quanto accade a Kabul, Mogadiscio, Teheran, Washington, Comacchio…
Ma essere in un contatto diretto, vis-à-vis con un giornalaio. parlare con lui e con gli altri clienti dell’edicola, è tutta un’altra una cosa: più umana, più piacevole, completamente diversa di una comunicazione tecnica, lontana, astratta.

Dove si trova ancora un edicola c’e “il cantuccio a me fatto“.
Evviva le vecchie edicole!
Lunga vita all’edicola di Laura e Andrea in piazza Travaglio!

Hybris e Nemesis

 

Non credo che sia giusto lasciar andare. Domani, forse. Ma oggi, quando il creatore della Bestia, il prezzolato megafono, l’ amplificatore dell’odio contro le donne, gli omosessuali, i tossicodipendenti, viene scoperto a drogarsi e drogare per avere sesso omosessuale a pagamento, la giustizia non è perdono. La giustizia è una tragica nemesi, pienamente meritata.

 

“Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”

Dante Alighieri

 

sguardo bambina brasile

PRESTO DI MATTINA
Francesco, “pastore degli sguardi”

 

Cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
(Ungaretti, Vita d’uomo, 206).

A questo ermetico verso, che ci ricorda come il linguaggio degli occhi sia il più istantaneo, ‘primordiale’, nel riflettere l’altro e il suo mistero, è sembrato a me fargli eco un’espressione non meno ermetica e profonda, «Nei tuoi occhi è la mia parola», di quel “pastore degli sguardi” che è papa Francesco, specie quando sollecita la chiesa ad essere capace di tessere sguardi di attenzione, di prossimità e tenerezza. Egli infatti è convinto che «lo sguardo di Gesù ridoni dignità ad ogni sguardo. Gesù li aveva guardati e quello sguardo su di loro è stato come un “soffio sulla brace”; hanno sentito che c’era “fuoco dentro” e hanno anche sperimentato che Gesù li faceva salire, li innalzava, li riportava alla dignità», (Santa Marta, 21/09/2013).

E lo sguardo d’altri poi.

Dai loro occhi silenziosi scaturiscono parole nuove, vere. Un incontro di sguardi che fa rinascere le nostre parole logore; che feconda le nostre parole sterili, ripetitive, senza gioia, rendendole parole di affezione, prossimità e condivisione: e dunque credibili per annunciare la gioia del vangelo. Lo stesso che si cela nello sguardo altrui: un vangelo nascosto dentro la vita degli altri, come un tesoro nascosto una perla preziosa, dal quale occorre lasciarsi evangelizzare.

Uno sguardo evangelico lo riconosci subito. Non è uno sguardo anonimo: vive in relazione all’altro, da persona a persona, tramite sguardi di reciprocità, che si voltano quando chiamati per nome. Da loro passa la grazia e il mistero della Parola e delle parole nostre, quelle capaci di generare. Non per caso Nei tuoi occhi è la mia parola è il titolo di un libro che raccoglie le omelie di Bergoglio quando era vescovo a Buenos Aires. Ed esprime l’attenzione di papa Francesco a cercare negli occhi dell’altro le parole da rivolgergli, affinché esse ne riflettano la realtà e non già l’idea che abbiamo di lui. Più grande dell’idea che abbiamo di lui, infatti, è la realtà che parla attraverso i suoi occhi.

Questo sguardo inclusivo, che alimenta e trattiene la presenza dell’altro dentro di noi, è capace di generare parole così autentiche da diventare ‘preghiera di intercessione‘. Tanto che, anche quando non hai più l’altro davanti agli occhi, o perché egli e lontano, o perchè non lo vedi da tanto tempo, quelle parole ne ricordano la presenza accanto a te. Quando chiudi gli occhi nella preghiera, come se chiudessi, evangelicamente, la porta della tua stanza, si apre uno sguardo interiore, che continua a vedere i luoghi, i volti, gli sguardi; a sentire le parole di coloro che hai incontrato nel tempo e nello spazio. E proprio lì non si è più soli, ma vi è anche il Padre tuo che vede nel segreto ed ascolta. L’intercessione, in tutte le sue molteplici forme ed espressioni, situa te e gli altri nella sorgente della preghiera di Gesù al Padre – nei tuoi occhi di Padre le parole mie – e quelle ascoltate fermandosi con le persone incontrate lungo la via.

Durante la discussione sul documento finale di Aparecida alcuni vescovi volevano inserire all’inizio del primo capitolo l’espressione “con uno sguardo crudo sulla realtà”. Fu invece approvata la mozione di Bergoglio che sottolineava la dimensione contemplativa del discepolo missionario di fronte al mondo. Quello che non affronta in modo anonimo la realtà, che si affida a uno sguardo generalizzato privo d’anima e di relazionalità con i volti e persone reali e situazioni concrete, ma ascolta  nel profondo le narrazioni delle storie di ciascuno.

Lo sguardo della fede è sguardo in relazione, che nasce dalla contemplazione. Cresce ogni volta contemplando la Parola e praticandola nell’intreccio, o meglio nell’abbraccio con le parole altrui. Contemplativa e poetica insieme, la parola della fede si origina negli occhi del vangelo e si incarna nelle parole e negli sguardi della gente per poter “vedere”, “discernere” ed “agire” nella realtà, nella storia, aprendo strade per la condivisione dell’annuncio.

«Lo sguardo che voglio condividere con voi è quello di un pastore che cerca di approfondire la propria esperienza di credente, di uomo che crede che “Dio vive nella propria città”. Perché lo sguardo di fede scopre e crea la città. Le immagini del Vangelo che più mi piacciono sono quelle che mostrano ciò che Gesù suscita nella gente quando la incontra per la strada. Lo sguardo della fede ci porta ad uscire ogni giorno e sempre di più all’incontro del prossimo che vive nella città. Ci porta ad uscire all’incontro, perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza. Non tollera la distanza, perché sente che la distanza sfuma ciò che desidera vedere; e la fede vuole vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per strada, la fede limita l’avidità dello sguardo dominatore e aiuta ogni prossimo concreto, al quale guarda con desiderio di servire, a focalizzare meglio il suo “oggetto proprio e amato”, che è Gesù Cristo fatto carne».

Lo sguardo della fede che spera «non discrimina né relativizza perché è misericordioso. La misericordia crea la maggiore vicinanza, che è quella dei volti e, poiché vuole davvero aiutare, cerca la verità che più fa male – quella del peccato – ma per incontrare il vero rimedio. Questo sguardo è personale e comunitario. Si traduce in agenda, segna tempi più lenti di quelli delle cose (avvicinarsi ad un ammalato richiede tempo) e genera strutture accoglienti e non repulsive, cosa che esige anch’essa del tempo».

Lo sguardo della fede che ama «non discrimina né relativizza perché è sguardo d’amicizia. Gli amici si accettano così come sono e gli si dice la verità. È anche questo uno sguardo comunitario. Porta ad accompagnare, a riunire, ad essere qualcuno in più al fianco degli altri cittadini. Questo sguardo è la base dell’amicizia sociale, del rispetto delle differenze, non solo economiche, ma anche ideologiche. È anche la base di tutto il lavoro del volontariato. Non si può aiutare chi è escluso se non si creano comunità inclusive. Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è creativo», (Incornare Dio nella città, Omelia, 2011).

Papa Francesco riprenderà questo tema anche nell’Esortazione Evangelii gaudium del 2013: «In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario, per rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale».

“Arte dell’accompagnamento”, la chiama Francesco nello stile di Mosè che si toglie i sandali di fronte a quel roveto ardente, che è ogni persona. Uno sguardo, dunque, «rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo che sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana», (EG 169).

Così Francesco riconosce ammirato come innumerevoli siano le risorse offerte dal Signore e i carismi suscitati dallo Spirito, per dialogare con il suo popolo e renderlo partecipe della missione e del Regno: «Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32); Gesù predica con quello spirito. Benedice ricolmo di gioia nello Spirito il Padre che attrae i piccoli. Il Signore si compiace veramente nel dialogare con il suo popolo e il predicatore deve far percepire questo piacere del Signore alla sua gente» (EG 141).

A una chiesa in stile sinodale e in riforma missionaria Francesco chiede anzitutto una “conversione dello sguardo”, capace dire sì alla realtà e riconoscerla come più importante dell’idea. Sì al tempo come superiore allo spazio. Sì all’unità che non si rassegna alle divisioni, ma cerca vie per ricomporre i conflitti. Sì alle diversità sapendo che le parti formano e vivono nell’orizzonte e nell’interesse del tutto che è superiore alle parti, il bene comune al di sopra degli interessi di parte.

Alla conclusione del Sinodo sulla famiglia nel 2015, che ha determinato una discussione libera tra i vescovi e per questo non priva di contrasti e conflittualità, è seguita l’esortazione di Francesco Amoris laetitia del 2016. Che si prefigge di portare avanti un processo di riforma pastorale capace di guardare con realismo alla situazione delle famiglie nel mondo attuale, così da ridare ai pastori uno sguardo e tempi lunghi per continuare ad approfondire con libertà le questioni ancora aperte. Nel documento si chiede una “conversione dello sguardo” sulle abitudini familiari, sulla dottrina matrimoniale, sul conseguente agire pastorale. Lo stile di questo discernimento è all’apparenza molto semplice: occorrerebbe adottare lo stesso sguardo che Gesù riservava alle persone che incontrava in Palestina. Ma farlo con coerenza è tutt’altro che semplice, esigendo una conversione del cuore e della vita al vangelo.

Anche per il recente sinodo regionale Pan-amazzonico del 2019, l’esortazione apostolica di Francesco, Querida Amazonia del 2020 [Qui] riprende lo stesso stile aperto, proprio di chi è consapevole di esser di fronte a un processo di coscientizzazione delle questioni problematiche emerse. La sua è un’esortazione, che incoraggia a proseguire un cammino. Non si pone come chiusura del documento finale dei vescovi, quasi fosse l’ultima parola, ma si mette accanto ad esso. È lo sguardo del Papa sull’Amazzonia, che si unisce ad altri sguardi anche non coincidenti.

Scrive: «Tanti drammi sono stati legati ad una falsa “mistica amazzonica”. È noto infatti che dagli ultimi decenni del secolo scorso l’Amazzonia è stata presentata come un enorme spazio vuoto da occupare, come una ricchezza grezza da elaborare, come un’immensità selvaggia da addomesticare. Tutto ciò con uno sguardo che non riconosce i diritti dei popoli originari o semplicemente li ignora, come se non esistessero, o come se le terre in cui abitano non appartenessero a loro. Persino nei programmi educativi per bambini e giovani, gli indigeni sono stati visti come intrusi o usurpatori. La loro vita, i loro desideri, il loro modo di lottare e di sopravvivere non interessavano, e li si considerava più come un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti», (QA 12).

Francesco invita così ad una mistica degli sguardi e delle relazioni che faccia entrare nei propri occhi il mistero di Dio rivelato negli occhi dell’altro. In contemplazione dei volti delle persone concrete, che incontriamo ogni giorno. Esorta al senso della contemplazione che per lui è senso “sinodico”, che cammina insieme e insieme si intona “sintonico al senso della poesia.

«Poesia: intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel “di più” della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana. Gli uomini “comunicano” non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita». In Fratelli tutti si afferma la possibilità di un cammino di pace tra le religioni perché «il punto di partenza dev’essere lo sguardo di Dio. Perché Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore» (FT 281).

Nello sguardo poetico e contemplativo di papa Francesco, la profezia del Regno e la realtà storica devono nuovamente incontrarsi come narra il salmo 85: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». L’incontro inizia sempre di nuovo quando donne e uomini alzano lo sguardo per vedersi l’uno nell’altro.

Querida Amazonia ha anche inserito nel testo parole di poeti e scrittori; Francesco è convinto che l’arte della parola poetica abbia la capacità di comunicare una più alta visione del reale. «Le parole devono divenire come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Rizzoli Milano 2016).

Dove abitò la tortura

Molti sono gli alberi
dove abitò la tortura
e vasti i boschi
comprati tra mille uccisioni.
(Ana Varela Tafur, Timareo, in Lo que no veo en visiones, Lima 1992)

Esiliano i pappagalli

I mercanti di legname hanno parlamentari
e la nostra Amazzonia non ha chi la difenda […].
Esiliano i pappagalli e le scimmie […]
Non sarà più la stessa la raccolta delle castagne.
(Jorge Vega Márquez, Amazonia solitária, in Poesía obrera, Cobija-Pando-Bolivia 2009).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

cristiano ronaldo coca cola

TERZO TEMPO
Star power e disintermediazione

Al momento, la notizia extra-campo di Euro 2020 è senza dubbio il gesto di Cristiano Ronaldo in conferenza stampa: l’attuale giocatore della Juventus ha infatti spostato dall’inquadratura due bottiglie di Coca Cola, ossia uno dei principali sponsor della competizione, e ha invitato il pubblico a bere più acqua. Quel gesto ha contribuito all’immediato deprezzamento delle azioni della stessa Coca Cola, il cui valore di mercato è sceso da 242 a 238 miliardi di dollari.

Ebbene, ciò che colpisce di questa vicenda non è l’atteggiamento di Ronaldo – che rispecchia peraltro la sua maniacalità nella cura del corpo – né il calo dell’1,6% delle suddette azioni, bensì la conferma di quanto lo star power stia cambiando le regole non scritte della comunicazione sociale, politica ed economica. Così, al pari di artisti e influencer, gli atleti più famosi al mondo indirizzano il dibattito pubblico e condizionano l’andamento di alcuni mercati. Basti pensare, ad esempio, a ciò che è successo con il monologo di Fedez al concerto del primo maggio, nonché all’impegno socio-politico di LeBron James nella lotta al razzismo sistemico negli Stati Uniti [Qui] o all’attivismo della tennista Naomi Osaka.

Il potere comunicativo degli atleti professionisti è aumentato poiché non c’è più l’esclusiva sui loro contenuti: infatti, oltre all’impareggiabile cassa di risonanza dei social network, i protagonisti dello sport hanno a disposizione delle piattaforme in cui, senza filtri giornalistici o televisivi, esprimono opinioni e raccontano le loro storie. Mi riferisco perlopiù a The Coaches’ Voice, a Untold Athletes e a The Players’ Tribune, sul quale, a proposito di razzismo, è da poco uscito un lungo e personalissimo articolo del giocatore del Chelsea Antonio Rüdiger che vi consiglio di leggere [Qui].

Insomma, lo sport professionistico si sta adattando a quella disintermediazione che già da qualche anno ci fa porre delle domande sul futuro dei media tradizionali, e specialmente sulle modalità con cui quest’ultimi riusciranno a coinvolgere un pubblico che, inevitabilmente, sarà sempre più abituato al rapporto diretto con i singoli atleti.

lumaca chiocciola casa

DI MERCOLEDI’
Non ci sono santi, maschere sì: Veronesi e Romagnoli due libri a confronto

 

Sto leggendo contemporaneamente due libri, La forza del passato di Sandro Veronesi [Qui] e Non ci sono santi di Gabriele Romagnoli [Qui]. Non mi succede spesso di portare avanti letture parallele, ma in questo periodo ho un buon motivo per farlo (ricostruire alcuni incontri avvenuti quando ero in servizio al mio Liceo) e poi mi diverte scoprire i punti di contatto tra due libri così diversi.

Nel primo il narratore-protagonista, Gianni Orzan, racconta, mentre la vive, la fase più strampalata della sua esistenza. Uno sconosciuto lo avvicina e in più occasioni gli svela il passato di suo padre morto da poco, con rivelazioni che a ogni puntata paiono sempre più assurde: era una spia russa comunista, che aveva vestito i panni di un militare dell’esercito italiano e che per tutta la vita si era nascosto sotto una falsa identità anche al figlio (ma non alla moglie che sapeva la verità).

Il secondo contiene i resoconti che Romagnoli fa del suo giro attraverso l’Italia e delle strane figure di Italiani in cui si è imbattuto, tutte vere, in carne e ossa, anche se finiscono per essere le undici Maschere paradossali, che meglio rappresentano la natura italica antica e nuova.

I libri li ho davanti a me come due grandi mosaici e mi diverte accendere le tessere che si richiamano tra loro, guardandole ora di qua, ora di là nei punti del disegno narrativo in cui si trovano. Ora accendo per esempio quelle che fanno luce su due padri che si somigliano: da una parte illumino la figura del padre misterioso di Gianni Orzan, dall’altra il Generale che Romagnoli incontra a Trieste e che, nel capitolo L’inverno del generale o dell’invecchiamento, racconta le fasi della propria vita e la sua recente felicità.

Maurizio Orzan si chiamava in realtà Arkady Fokin, era un giovane ufficiale del controspionaggio di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale ed “era una specie di genio”; a lui era stata affidata una missione estrema: assumere l’identità di un italiano, entrare nei servizi segreti militari italiani e mantenere una posizione di comando tramite regolare carriera. Missione di importanza radicale nel periodo della divisione in due blocchi che stava interessando l’Europa dopo la fine della guerra.

Missione che Maurizio Orzan aveva portato avanti fino all’ultimo dei suoi giorni, dietro la maschera di padre severo e di democristiano incallito. Inevitabilmente in disaccordo con il figlio. Veronesi racconta benissimo lo straniamento che questa verità provoca in Gianni Orzan, la sua destabilizzazione totale. Anche se Gianni, che è uno scrittore di libri per ragazzi, alla fine sa ritrovare un nuovo equilibrio personale e familiare e si destreggia a tessere una nuova osmosi tra il vero della sua vita tutta rivisitata e il verosimile dei suoi libri.

non ci sono santi 2006Del vecchio Generale  Romagnoli deve avere cambiato il nome, ma non i fatti della vita, non le parole dette durante il loro incontro nel centro di Trieste. Il Generale ha una giovanissima moglie cubana che lo rende felice, ma racconta che le due figlie “indipendenti e progressiste”, che gli hanno dato anche dei nipoti, non la vogliono conoscere e anzi si rifiutano di incontrare anche lui. Imprigionate nello stereotipo della vecchiaia come ultimo e decadente stadio della vita, non gli perdonano di avere aperto invece un nuovo ciclo nella propria esistenza.

Ma il discorso che rende il Generale ancora più simile a Maurizio Orzan è un altro. Anche ora sorrido mentre rileggo questo passo, in cui Romagnoli, dopo averlo ascoltato mentre ripercorre la sua lunga carriera a partire dalla avventurosa campagna d’Africa nel 1941, conclude: ”Non capì mai l’Esercito e l’Esercito non capì lui. Non sapevano, per esempio, che era comunista. Non si limitava a votare comunista, aveva proprio la tessera”. Bel colpo e bella Maschera sul volto del generale.

Dalla somma di ritratti come questo Romagnoli ricava il quadro di una sorprendente Italianità, ancora più straniata per lui che gira il Belpaese dopo essere stato a lungo all’estero e perciò percepisce se stesso come un alieno e gli Italiani con cui dialoga come lo specchio dell’Italia di oggi. “Un paese che gioca con le illusioni, si convince di avere un futuro perché ha avuto un passato. E non si accorge del declino, che non è quello raccontato dalle cifre dell’economia.” È un sogno nel cassetto della avvocatessa laureata a pieni voti che sogna di apparire come soubrette in tv; sono le consapevoli bugie del maresciallo di Varazze, che mette insieme notizie improbabili e le divulga ai giornali. È un Paese che ha accettato di barattare la realtà con la rappresentazione.

Di mercoledì una settimana fa, dopo avere fatto la spesa consueta al mercato nella piazza del mio paese, sono stata di nuovo in banca. L’incontro è durato quasi due ore e ne sono uscita provata, con addosso una stanchezza sconosciuta. Quanti numeri percentuali, quante schermate di computer piene di parole lontane dal mio mondo, o del lessico bancario, o dell’inglese della tecnologia e del software.

Mi sono domandata che moneta ho io da spendere in un mondo così. Che chiocciola sono e quale casa porto con me sulle spalle. Porto con me l’interesse alle situazioni che formano i destini. Ne conosco tantissime, quelle che mi sono capitate e quelle che ho letto nei libri. Alla pari. Porto anche l’abitudine a decifrare le dinamiche del comunicare; so riconoscere se il direttore della filiale spara i paroloni che solo lui conosce, perché è a corto di argomenti. Riesco a fare presente al momento giusto quello che la normativa dice a mio favore e me la cavo, per stavolta.

Altre volte ho saputo riconoscere nei miei interlocutori certe timidezze mascherate da fredda competenza, da moti di ostentata spavalderia. E sempre più spesso, se vedo l’altro in difficoltà, mi vengono le parole giuste per metterlo a proprio agio, farlo sentire accolto nella interlocuzione. La letteratura avvicina alla vita, anche a quella pratica, anche quando da un incontro bisogna portare a casa un risultato e un utile. Lo fa con dinamiche tutte sue e, anche se è la cosa più disinteressata che io conosca, sa arrivare a un piccolo successo, un ‘profitto’. Se non altro esercita alla tolleranza. Permette di risalire dalla piccineria di un atteggiamento contingente alle potenzialità delle persone che, più spesso di quanto si creda, è collocata in un punto più alto.

Credo di avere condiviso nella mia maturità quello che dice Romagnoli in una delle ultime pagine: oltre le differenze e la varietà delle esistenze le altre persone ci riguardano.
Dal libro di Veronesi invece traggo una riflessione bellissima che il protagonista fa quando riceve la visita di sua madre, mentre si trova in ospedale con una spalla rotta. Vuole farle capire che ora anche lui sa la verità su suo padre, ma prima di far uscire le parole pensa di dirle:

“Dev’essere stata ancora più dura per te, che non sei mai stata russa, comunista, mandata in missione, per te che eri solo una ragazza piccolo borghese del Nomentano… Eppure, in un certo senso, deve essere stato anche più facile, poiché per te si è trattato di amare e non d’altro… Tu quello sapevi fare, amare, e quello hai fatto: hai amato, e sei andata avanti amando, senza stare a distinguere cosa c’era di vero e di finto. Per te è stato tutto vero, in fondo, perché per non sbagliare, davanti a quella vita così complicata, hai amato tutto”.

I libri a cui faccio riferimento nel testo sono:

  • Sandro Veronesi, La forza del passato, Bompiani, 2000
  • Gabriele Romagnoli, Non ci sono santi. Viaggio in Italia di un alieno, Mondadori, 2006

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

Fedez, l’insostenibile leggerezza dei conformisti

 

Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, studente del liceo artistico mai arrivato, pare, alla maturità, potrebbe essere la prova vivente del fatto che, oggigiorno, stare sui libri non serve a niente: è molto più importante diventare un “manico” nella comunicazione social, magari mettendosi assieme alla numero uno assoluta nel campo, Chiara Ferragni da Cremona, maturità classica e studentessa in legge (mai terminata, nemmeno quella), ma decine di milioni di seguaci (followers), definita nel 2017 da Forbes: “l’influencer di moda più importante al mondo”. Un esempio tratto dal suo blog: “Dopo aver allestito le perfette postazioni smartworking, la voglia di arredare la casa con oggetti inusuali e, soprattutto, di cui non sapevamo di avere bisogno è sempre più forte! Le tendenze in fatto di design parlano chiaro: ad essere predilette sono le linee minimal e i colori neutri, azzardando con forme anti-convenzionali su piccoli oggetti di design come lampade da tavolo, candele o specchi. Beige, colori pastello, vetro e plastica sono i protagonisti degli oggetti che tutti vogliono, per dare al proprio spazio un tocco chic, …Ammiccate (e basta) allo stile bohémienne nelle texture, ma non tentate di strafare, innanzitutto perché non è più così di tendenza come lo era fino a un paio di anni fa e soprattutto rischia di farvi cadere nel kitsch. (A meno che non sia voluto, è ovvio). Il tocco che non può mancare? Pampas e fiori secchi in vasi in vetro soffiato o minimalisti“.
Eviterei di fare della facile ironia. Prima abbiate 23 milioni di seguaci e poi ne riparliamo. Organizzate in pieno Covid una raccolta fondi che mette insieme 17 milioni per l’Ospedale San Raffaele, e poi ne riparliamo. Qui gli intellettuali sarcastici non hanno diritto di parola, a meno che non prendano sul serio questa roba (come la Harvard Business School). Che è una cosa seria: è una storia di rilevanza mondiale (visti i numeri) di raccolta del consenso, e del denaro.

Ma torniamo a Fedez, che diffonde (pare tagliandone una parte) la telefonata intercorsa con la dirigenza Rai, per dimostrarne la volontà di censurare il suo pensiero.
La registrazione di conversazioni telefoniche tra privati non è riconducibile al concetto di intercettazione, né lede l’altrui privacy o integra gli estremi del reato ex art 615 bis c.p., ma, anzi, è lecita purché effettuata da chi ad essa non sia estraneo, da chi vi partecipi attivamente e continuativamente o sia comunque ammesso ad assistervi.
Tuttavia, un conto è la registrazione, un altro è la divulgazione. La divulgazione di una registrazione di conversazioni telefoniche tra privati, pur lecitamente avvenuta, necessita dell’assenso di tutti gli interlocutorisempre che non sia finalizzata a “ far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria”. Quindi il privato potrà servirsi della registrazione fonografica davanti ad un giudice o all’autorità di pubblica sicurezza per tutelarsi in giudizio o esporre denuncia o querela, con l’unico limite che “i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento”ma non potrà, ad esempio, pubblicarla su Internet o su un social network, divulgarla ad una platea o ad un solo uditore. Anzi, in tal caso si incorrerebbe nella violazione dell’art. 617 septies c.p., ovvero della disposizione recentemente introdotta dal legislatore volta a sanzionare, ancora più duramente che in passato, la condotta di chi pubblica o diffonde una registrazione telefonica. Chi diffonde file audio di dialoghi cui partecipi attivamente, ma senza il consenso degli altri conversanti e per perseguire finalità diverse rispetto all’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca rischia fino a 4 anni di carcere.

Questo pistolotto giuridico non serve a puntare il dito contro Fedez, affinché lo stesso venga punito con la galera (figuriamoci), e nemmeno ad affermare con certezza che lo stesso Fedez sia scriminato (ovvero non punibile) in quanto ha esercitato un ‘diritto di cronaca’ o un ‘diritto di difesa’. Sia l’una che l’altra tesi avrebbero bisogno di essere argomentate in ben altre sedi che un modesto articolo di giornale.
Serve semplicemente a inquadrare il fatto accaduto (la divulgazione ad opera di Fedez della telefonata intercorsa coi vertici Rai, che tentano di fargli edulcorare dichiarazioni al vetriolo contro esponenti politici omofobi) sotto un profilo che nessuno, al momento, sembra evidenziare: cioè il fatto che chiunque, da semplice cittadino, avesse fatto una cosa del genere non essendo Fedez adesso rischierebbe grosso, e a difenderlo sarebbe al massimo il suo avvocato. Invece a prendere le parti di Fedez è più di mezza Italia, anche se l’esercizio del diritto di difesa di cui la legge parla non è stragiudiziale, ma si riferisce ad uno che si deve difendere da un’accusa in giudizio (e non siamo in questo caso, almeno per adesso); e anche se l’esercizio del diritto di cronaca di cui parla la legge si riferisce a chi esercita per mestiere questo diritto, mentre Fedez non è un giornalista.

Però non intendo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Per quanto mi riguarda Fedez ha fatto bene, e se avrà infranto la legge ne pagherà le conseguenze; altro non credo voglia dire la frase “mi assumo la responsabilità di quello che dico e faccio”, a meno che non la si voglia intendere come una espressione stentorea ma priva di qualunque significato reale. Se Federico Lucia comprende realmente il senso di questa frase, vuol dire che si è assunto consapevolmente il rischio di pagare penalmente in nome di una causa che ritiene giusta. Questo gli farebbe onore, anche se occorre aggiungere che il suo rischio è ben calcolato e, a mio avviso, decisamente ‘coperto’ dalla sua celebrità e dal fatto che una denuncia nei suoi confronti lo ergerebbe immediatamente a martire e simbolo della persecuzione censoria. Quindi, se dovessi scommettere, scommetterei che non passerà alcun guaio.

Nel merito, la parte più interessante della sua dichiarazione sul palco del Primo Maggio è quella di quando ha rammentato l’ipocrisia del Vaticano, che ha investito denaro per anni nella Novartis, azienda farmaceutica che produce anche la cosiddetta ‘pillola abortiva’ o ‘pillola del giorno dopo’.
Si tratta di una bella botta, oltre che al Vaticano stesso, a tutti i difensori della morale cattolica condita, oltre che di omofobia, di antiabortismo. Per il resto ha detto cose di buon senso ma ha anche sparato sulla Croce Rossa, nel senso che citare le frasi ingiuriose e cariche di odio di qualche leghista non necessita di una particolare finezza di elaborazione. Tuttavia ha detto pane al pane e vino al vino, e questo lo ha distinto dalla comunicazione ingessata e pallida di chi per mestiere dovrebbe comunicare cercando il consenso.

Quindi, ai nostri politici, soprattutto a quelli di sinistra, un corso di tecniche di comunicazione contemporanea tenuto dai Ferragnez glielo farei fare. Tuttavia mi sento di dover esprimere una sensazione non solo su come comunicano, ma anche su cosa comunicano.
Comunicano, con le parole, messaggi politically correct sui diritti civili. Bene. Tuttavia il pezzo forte della loro comunicazione non sono le parole, ma le immagini, e l’immaginario che proiettano con enorme seguito trabocca di ricchezza, di ostentazione: scarpe da mille euro, orologi da diecimila, accessori griffati che costano quanto uno stipendio medio, automobili di lusso.
Intuisco che la rappresentazione della loro alter – vita su Instagram sia studiata con scrupolosa attenzione ai dettagli, un vero e proprio mestiere, faticoso e totalizzante, non una passeggiata. Ma qual è il messaggio che trasmettono?
I followers dei Ferragnez non sono attratti dal do it yourself del punk, o dalla voglia di emulazione che spinge un individuo a sviluppare il proprio personale talento, o dall’intento di accrescere la propria capacità critica. Non sarebbero così tanti se fosse questa la molla.
Il concerto dei Sex Pistols a Manchester, il 4 giugno 1976, avvenne davanti a 42 persone. Molte di loro in seguito avrebbero formato band popolari come i Joy Division, gli Smiths, Adam Ant. Quello fu un evento per l’influenza che ebbe nel muovere le persone, nel farle agire criticamente.
In questo caso temo sia esattamente il contrario: una adesione acritica ad un modello di consumo irraggiungibile, un desiderio di imitazione (non di emulazione), la costruzione della propria identità attraverso oggetti o simboli che non sono nostri, ma di qualcun altro. Uno spossessamento della personalità che rende le persone, più che degli ammiratori, più che dei followers, degli aspiranti sosia.
L’apparente anticonformismo dipinto sulla pelle di questo ragazzo finisce allora per diventare un rifugio perfetto per il conformismo dei suoi seguaci.

IL DELIRIO DELLA SCUOLA
70% di presenza, 100% di follia

 

Roma – Le righe che seguono prendono spunto da un fatto di strettissima attualità: la decisione del governo italiano di elevare, a partire da oggi 26 aprile, dal 50% a un minimo del 70% (fino al 100%) la percentuale di lezioni in presenza nella scuola media superiore. Ciò che ci interessa non è il fatto in se stesso, bensì ciò di cui esso è sintomo, ovvero il dilagare di uno squilibrio di sistema che sta rendendo la quotidianità scolastica delirante, e non in senso metaforico.
Questo quadro clinico si traduce in una sintomatologia vasta e ingravescente, ma nell’orizzonte limitato del sintomo in questione – l’aumento delle ore in presenza dal 26 aprile – mi sembra che la natura del morbo si mostri in modo abbastanza nitido.

Prima di entrare nello specifico, occorre soltanto premettere ancora che questo morbo coincide con l’annichilimento delle ragioni stesse per cui le scuole sono lì: ovvero in vista delle esigenze di crescita degli studenti. La patologia le fa completamente perdere di vista. Annulla identità e personalità del malato.
Questa piccola storia comincia quando il governo italiano – all’interno di un progetto di riaperture di determinati settori del Paese – decide di riportare i liceali in classe per il 100%  del loro orario.
Perché fa questo a sette settimane dalla fine delle lezioni? Ovviamente, per una scelta di comunicazione. Il governo riapre la scuola. Il governo fa finire l’anno scolastico nella regolarità.
Si può, infatti, escludere ogni ragione sostanziale, già che gli studenti erano già a scuola al 50%, e dunque il recupero di lezioni in presenza, su sette settimane, è talmente esiguo da non aggiungere nulla a ciò che questo anno scolastico è stato, molto nel male e un po’ anche nel bene. Nessun impatto positivo reale, dunque, sulla crescita degli studenti. I possibili impatti negativi, invece, non sembrano scarseggiare (ci limitiamo, ovviamente, al solo punto di vista del diritto all’istruzione, tralasciando quello del diritto alla salute).
La misura, infatti, potenzialmente può nuocere non poco al 20% degli studenti, tra l’altro quello già più danneggiato dalla situazione: si tratta degli studenti dell’ultimo anno, quelli che devono sostenere, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, l’Esame di Stato.

Perché siano già i più danneggiati è abbastanza ovvio, già che hanno dovuto affrontare il tratto più critico e importante del loro percorso di studi liceali nella precarietà delle condizioni date a partire dal marzo 2020. Ora, la misura in questione aumenta le possibilità che anche l’atto finale del loro percorso – la sessione di esami – si trasformi in un’odissea ancor più inutile e penosa.
È infatti esperienza quotidiana in ogni scuola, nella situazione attuale, che studenti di diverse classi – e anche le classi nella loro totalità – vengano poste in quarantena o simili. Il verificarsi di una situazione del genere in una classe d’esame – tanto più probabile quanto meno oggetto di una specifica prevenzione – comporterebbe un diffuso ricorso alle sessioni suppletive, nel corso dell’estate.
Questa eventualità sortirebbe effetti pesantissime. Per brevità d’esposizione, non mi dilungo su di essi, limitandomi a sottolineare due possibili conseguenze: alcuni studenti potrebbero esser tentati di sorvolare sull’eventuale positività, se “asintomatici” o paucisintomatici, per non trascinare la croce dell’esame fin sul picco dell’estate, con tutti i rischi del caso; un gran numero di presidenti di commissione (ricordo che sono “esterni” alla scuola) potrebbe essere spinto da queste incertezze a rinunciare all’incarico, con buone chances di mandare in tilt tutto il congegno d’esame.

Fin qui, tuttavia, siamo nell’ambito di scelte – come si vede – opinabili, ma in qualche modo appropriate alla responsabilità politica, alla quale tocca anche – ahinoi, quanto spesso – di sbagliare. Il peggio, però, arriva dopo. Infatti, per una serie di legittime ragioni, compresa forse quella appena descritta, l’annuncio della riapertura al 100% ha scatenato sui territori una serie di opposizioni a diversi livelli.
A causa di queste opposizioni, il governo è stato, sostanzialmente, costretto a tornare sui propri passi. Tuttavia, il ritorno al punto di partenza (50% in presenza, 50% a distanza) sarebbe stato un tragico boomerang proprio sul prediletto piano della comunicazione.

A questo punto, si è cercato un qualche compromesso, tanto che all’inizio si è parlato di un piccato 60% in presenza, poi trasformato in un appena men buffo ‘minimo’ del 70%.
Non ci vogliono particolari doti medianiche per prevedere che nella stragrande maggioranza dei casi ci si atterrà a tale soglia minima.
Non ci vuole nemmeno un particolare talento matematico per calcolare che, su un orario di 30 ora settimanali per 7 settimane, il recupero del 20% di ore in presenza rispetto alla situazione precedente si traduce, nel migliore dei casi, in un totale di 42.

Vediamo ora quanto costano queste 42 ore, Quanto viene salvare la faccia.
Costa, innanzitutto, una gigantesca mobilitazione del sistema per generare un’inedita organizzazione del servizio – a poche settimane dalla fine dell’anno scolastico e nel momento in cui le scuole sono subissate dagli adempimenti di fine anno – e garantirne l’effettivo esercizio. Se, infatti, l’orario al 100% in presenza è nel DNA della scuola e quello al 50% faticosamente è stato messo a punto nel tempo, la proporzione 70/30 dovrà essere ottenuta ridisegnando da capo l’orario, sempre tenendo presenti le norme anti-covid, che per fortuna non sono certo state abrogate (distanze di sicurezza, ingressi e uscite scaglionate, ecc.).
Ora, se incastrare tutte queste variabili è stato arduo con le presenze al 50% (il che permetteva, ad esempio, di far venire compattamente le classi a scuola a giorni alterni), appare un’impresa al limite del rompicapo, o del delirio, con il 70%, a meno di non semplificarla con qualche trucco burocratico.
Prevengo un’obiezione formulandola io stesso: non sarebbe possibile risolvere questo problema facendo venire, invece del 70% delle classi, il 70% degli studenti di ogni classe, ovviamente a rotazione? No, non è generalmente possibile con le dotazioni di cui le scuole dispongono: il 30% a distanza sarebbe di fatto escluso dalla comunicazione. Sempre per brevità, non argomento oltre, ma non avrei alcuna difficoltà a farlo.

I problemi, purtroppo, non finiscono qui.
Per ottenere una qualità sufficiente delle interazioni didattiche a distanza, un insegnante ha bisogno di un discreto computer, di una buona connessione, di un ambiente tranquillo senza rumori di fondo. Sono – soprattutto gli ultimi due – elementi tuttora alquanto rari negli istituti scolastici.
A oltre un anno dall’inizio dell’emergenza, infatti, al di là di tutte le dichiarazioni d’intenti, nella maggior parte delle scuole le infrastrutture digitali non sono state significativamente migliorate e restano inadeguate alla situazione attuale.

Francamente, non c’è da stupirsene: è una contraddizione perfettamente in linea con tutto il resto. Accade anzi di peggio: ad esempio, non sono state affatto poste le condizioni per quella che sembra essere l’esigenza prioritaria nello scenario della pandemia (oltre che della qualità delle interazioni educative in generale): ovvero la riduzione del numero degli alunni per classe. Continueremo ad avere i famosi ‘pollai’. Non è forse un delirio?
Quando possono, gli insegnanti si connettono dunque da casa, con le loro risorse. Gli altri, li vedi aggirarsi nella scuola alla ricerca di angoli dove il wifi prenda, purché non troppo trafficati e caotici. Con la presenza al 70%, tutti, o pressoché tutti, i docenti saranno a scuola tutti i giorni e dovranno collegarsi da lì, rallentando o bloccando definitivamente la connessione e contendendosi spazi che non ci sono.
Il risultato sarà che – nel momento critico della chiusura dell’anno – le interazioni a distanza diminuiranno in quantità, qualità e puntualità, facendo ampiamente perdere quello che, eventualmente, si fosse guadagnato con il modestissimo incremento delle lezioni in presenza.

Se guardiamo, dunque, le cose dal punto di vista della sostanza, il prezzo del compromesso è l’accrescimento dell’indifferenza verso le esigenze di crescita degli studenti. Ovvero, l’estinguersi della ragione stessa per cui la scuola esiste.
Ecco il sintomo, analizzato nelle sue pieghe. Purtroppo, è solo uno dei tanti derivanti da un morbo che non dà tregua alla scuola da molti anni e che continuerà a tormentarla nei prossimi. La scuola è al delirio, e continuerà a esserlo. A meno di non precipitare nel coma.

La cena dei cretini

Uno dei meccanismi perversi dell’informazione e delle reti social è quello per cui più una persona fa o dice cazzate, più diventa celebre. Chi lo ha capito, sfrutta la cosa a suo favore. Chi non lo ha capito, cade nella trappola e finisce per amplificare la celebrità del cretino, magari invitato (metaforicamente) a cena – come nella pièce “La cena dei cretini” – per essere sfottuto e che diventa il vero protagonista, in un rovesciamento dei ruoli purtroppo frequente. Mai nessuno che sappia davvero cosa fare. Anzi, mi correggo: c’è stato uno che sapeva cosa fare.

“Parlare male di qualcuno è spaventoso. Ma vi è qualcosa di peggio: non parlarne.”

Oscar Wilde

censura-stampa

SCHEI
Io ti banno (come la censura privata orienta il pubblico consenso)

Quando CNN e MSNBC hanno deciso di togliere la parola (staccando il collegamento) a Donald Trump, presidente Usa in carica ma perdente, che il 6 novembre 2020 farneticava in diretta televisiva degli inesistenti brogli di cui sarebbe stato vittima, di primo acchito ho esultato: ecco l’informazione libera che si ribella alle fake news, anche se è il tuo Capo di Stato a diffonderle. Poi, a botta fredda, ho iniziato a pensare a come fosse stato possibile che Trump, un uomo che aveva costruito tutta la sua comunicazione sulle fake news diffuse in buona parte attraverso i media, fosse riuscito a diventare il Presidente degli Stati Uniti a dispetto di tutta la “informazione libera”, in primis quella del suo paese. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, se lo scopo è smascherare le falsità di un potente. Temo però che sia legittima anche un’ altra lettura di questo evento: il potente viene bannato, ridicolizzato, censurato solo quando il suo potere sta crollando. Fino a quando è stabilmente sul trono, il teatro della comunicazione ammette il dissenso, ma non discute le fondamenta di cartapesta del Truman Show costruito dal potente. Invece, quando il potente annaspa, abbarbicato al trono che scricchiola, solo allora il mondo della comunicazione fa cadere i proiettori dal soffitto e fa sbrecciare il fondale del finto panorama marino, gli elementi della storia farlocca che il potente ha raccontato ai sudditi per diventare il sovrano. E allora però la sensazione di essere manipolati non diminuisce, ma aumenta.

Nemmeno George Orwell immaginava che alcune sue intuizioni sarebbero state tanto profetiche. Le sue simpatie socialiste e democratiche gli fecero scrivere, sia in termini giornalistici che letterari, parole seminali contro il totalitarismo di Stato, incarnato storicamente da quella Unione Sovietica parodiata ne “La fattoria degli animali”. Eppure, nemmeno il visionario Orwell di “1984” e del “Grande Fratello”  poteva immaginare che il controllo sociale e l’orientamento del consenso sarebbero passati nelle mani di privati, e che quei privati sarebbero diventati più potenti degli Stati sovrani.

Facebook è nato come una piazza virtuale tra universitari per dare i voti alle ragazze. Progressivamente è diventato il social media più influente e capillare del pianeta, e alla fine del giro è diventato il posto nel quale l’ analfabeta funzionale si forma la sua opinione e poi vota Trump, o Salvini o Meloni o Le Pen (sillogismo aristotelico: non tutti coloro che votano questi signori/e sono analfabeti funzionali, sia chiaro; però gli analfabeti funzionali che votano, votano questi signori/e). Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di questo strumento abbia disegnato una parabola circolare, che sia stato utilizzato da tutti, compresi gli intellettuali e i geni del pianeta, per poi tornare come in un gioco dell’oca alla casella di partenza dell’ignoranza, Dio solo lo sa (oltre a Zuckerberg). Con la differenza che un social “ignorante” usato da studenti universitari potrebbe essere inteso come una operazione con un senso, seppur frivolo e goliardico, mentre quello che accade adesso sul social network più mainstream fa venire i brividi per l’assoluta inconsapevolezza della propria buaggine da parte di certi leoni da tastiera. Questo non significa che non eserciti un potere immenso sulla mente delle persone: tutto il contrario. Pensate a quanto tempo della vostra giornata “cazzeggiate” su Facebook, e pensate alla genialità totale, perversa, di chi ha intraveduto le potenzialità commerciali di questo strumento: una piazza in cui ognuno può dire la propria opinione, anche se “la propria opinione” non esiste, perchè l’organismo mononeuronale di turno non si è mai messo nelle condizioni di potersi formare una opinione, nonostante le illimitate possibilità attuali, se confrontate con l’analfabetismo di necessità dei nostri nonni o bisnonni. E questa è una responsabilità gravissima sia del soggetto, sia della scuola, sia della società della intermediazione culturale, risultata talmente irrilevante da consentire la proliferazione di questi ultracorpi, dei baccelli che anzichè provenire da un altro pianeta si autoreplicano in casa, doppiando idioti a ripetizione.

Come se, all’improvviso, questi gestori-loro-malgrado della democrazia diretta fossero stati travolti dal senso di colpa per aver consentito ai mostri di moltiplicarsi e diventare anche famosi (a mezzo di manifestazioni di odio razziale, sessuale, religioso, sociale, civile nonché idiozie terrapiattiste et simlia), Facebook Twitter e Instagram hanno iniziato a censurare contenuti e bannare pagine. Il risultato è talvolta paradossale (persino la pagina Facebook di Ferraraitalia è stata mandata negli spogliatoi per diverse settimane a causa di alcuni vocaboli, non offensivi nè turpi, contenuti in un articolo satirico su Sgarbi), talvolta inquietante. L’inquietudine nasce dal fatto che questi social network privati, che hanno raggiunto una diffusione enorme e veicolano “informazione” disintermediata a miliardi di esseri umani, moltissimi dei quali li utilizzano per formare lì la propria (sub)cultura, decidono ormai senza appello a chi dare e togliere la parola. L’autorevolezza e la pericolosità di questa facoltà dipendono entrambe dalla rilevanza sociale e mediatica di questi mezzi, che è divenuta smisurata. L’autorevolezza è, in qualche modo, autoconferita ma anche guadagnata “sul campo”: se un mezzo diventa così potente, il merito è di chi lo ha creato e gestito. La pericolosità è altissima: una società per azioni di private persone decide se dare, togliere o amplificare la voce di un pazzo o di un genio, di un fanatico o di un Nobel, di un genocida o di un Gandhi. Si dirà: è un mezzo privato, potranno decidere quello che può passare o non passare sui loro canali. Se non ti piace, esci e “cambia canale”. Inoltre: tanto lamentarsi dell’odio e dell’ignoranza che viaggiano sul web non può diventare lamentarsi anche del fatto che l’odio e l’ignoranza vengano rimossi dal web. Altrimenti siamo gente che si lamenta di tutto. Anche questo è un ragionamento con una sua coerenza. Tuttavia…

Tuttavia: adesso la censura su Facebook e Twitter sta attraversando un momento di popolarità politically correct, perchè la vittima è Trump (un Trump che ha perso le elezioni, e quindi il potere). Io però mi faccio una domanda: se domani l’algoritmo di Facebook diventasse razzista, come la metteremmo? Se la sua policy prevedesse all’improvviso che si può inneggiare alla mafia o addirittura veicolarne i messaggi e i contenuti, come la metteremmo? Se da domani fosse consentito ridicolizzare e bannare Trump, ma fosse vietato criticare Putin? A nessuno viene il sospetto che il neoprogressismo di queste policy private colpisca i potenti solo quando sono decaduti, finiti, detronizzati?

Trovo molto pericoloso che un Elon Musk o un Mark Zuckerberg possano decidere quali informazioni e opinioni possano circolare, e quali no. Intanto questi media sono diventati mille volte più influenti di una testata editoriale, ma a differenza di questa non sono imputabili per diffamazione, anche se intermediano calunnie – il che fa il paio con il fatto che fatturano mille volte il fatturato di un editore “tradizionale”, ma attualmente si possono permettere, con semplici escamotage, di non pagare le tasse. Ma soprattutto: e se la macchina del consenso e della censura spostasse la sua banda di oscillazione sulla base di impulsi squisitamente “commerciali”? Finché il cavallo è vincente, può dire qualunque enormità suprematista, nazionalista e razzista. Quando il cavallo è perdente, si chiudono quei profili che fino al giorno prima propagandavano teorie complottiste e folli nella più totale libertà.

Questo tipo di atteggiamento al mio naso non profuma di libertà e democrazia, ma puzza di opportunismo. Certo, nel mondo c’è un problema altrettanto grande, enorme e contrario: il fatto che in molti paesi retti da regimi totalitari (Turchia, Cina, Iran) l’accesso ai social network è pesantemente limitato, e i contenuti vengono impediti spesso ben prima di accedere all’analisi delle policy dei social. Tuttavia una questione ugualmente importante rimane aperta: se sia giusto lasciare la valutazione dei contenuti solo ed esclusivamente nelle mani di questi potentissimi neo-capitalisti della comunicazione liquida, che detengono oggi un potere di orientamento del consenso superiore a quello di uno Stato di stampo orwelliano.

 

Insegnamento a distanza?
10 piccole certezze contro le ambiguità scolastiche

Ho visto cose che … solo voi insegnanti potreste immaginarvi! Webinar da remoto naufragare al largo di connessioni lente, Conference call balenare nel buio vicino alle porte dell’Auser, Smartphone diventare oggetti ipnotici soprattutto per i bambini al ristorante, Flipped classroom dimenticare chi ha bisogni speciali, LIM infangare la scuola di un LIMO appiccicoso, Bricks lab costruire un muro anziché un ponte, e ho visto praticare e-learning, cioè il tele-apprendimento, da chi ‘te le’ racconta e poi ‘te le’ vuole vendere.

E tutti questi strumenti venir chiamati pomposamente: insegnamento a distanza.

Nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo scorso che contiene le norme per affrontare l’emergenza causata dal virus chiamato ‘corona’, tra le altre cose che riguardano la scuola, c’è scritto: I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità“.

A questo proposito, offro un mio pensiero banale, semplice e addirittura superfluo: attivare le “modalità di didattica a distanza” NON VUOL DIRE insegnare.
Lo scrivo, nonostante la consideri una precisazione non essenziale, perché sento che si sta generando una grossa ambiguità a questo proposito e non sono poche le persone che incorrono in questo equivoco. Ma se può essere normale che persone al di fuori della scuola si confondano, è preoccupante se ciò succeda all’interno della scuola.
Chi pensa che si possa insegnare a distanza forse pensa che il ruolo dei docenti sia quello di ‘travasare’ informazioni, indicazioni e istruzioni; pertanto considera gli studenti come ‘fiaschi vuoti’ da riempire.
Chi pensa questo, crede che l’operazione di ‘imbottigliamento’, essendo un procedimento meccanico, possa essere fatta da chiunque e probabilmente pensa anche che, se si userà un  ‘imbuto’ tecnologico, il materiale versato riempirà meglio il contenitore. Chi pensa così, forse, non è interessato al ‘come’ si impara ad imparare e ad essere, ma al ‘cosa’ si mette dentro per riempire.
Chi la pensa in questo modo, può anche immaginare che i docenti non servano e che la scuola possa aver senso anche senza di loro; di conseguenza può giustificare la loro sostituzione con qualcuno o qualcosa che, usando strumentazioni tecnologiche, sappia adottare modalità di didattica a distanza.

Gli insegnanti possono, ed in questo momento di emergenza devono, attivare le “modalità di didattica a distanza”, ma ciò vuol dire prima di tutto preoccuparsi se la modalità immaginata sia alla portata di tutti. Ad esempio, la comunicazione può avvenire per posta elettronica? Gli studenti hanno un loro indirizzo mail? Saranno tutti in grado di visionare un filmato? E di scaricare un file di grandi dimensioni? Tradotto in pratica, fare didattica a distanza vuol dire chiedere ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze di eseguire esercizi, di scrivere testi, di leggere, di ripassare, di visionare filmati, di ascoltare registrazioni, di assistere a presentazioni multimediali o qualsiasi altra attività che li aiuti a consolidare apprendimenti e a produrre materiale didattico in modo collaborativo, inclusivo, interessante e coinvolgente.

È importante sapere che, facendo ciò, si sta adottando una modalità didattica sicuramente utile in questa situazione,  ma insegnare è un’altra cosa. Nel senso ampio del termine, non vuol dire ‘mettere dentro’ ma ‘portare fuori‘ (è la traduzione dal latino del verbo educare). E questa operazione, lenta, delicata e complessa è fatta di relazioni educative e non solo di relazioni scritte, di interrogativi e non solo di interrogazioni, di domande e non solo di test a risposta multipla, di problemi di convivenza e non solo di problemi di matematica, di verifiche sul campo e non solo di prove di verifica, di azioni e non solo di spiegazioni, di volti e non solo di voti, di intese e non solo di protocolli d’intesa, di progetti di vita e non solo di progetti integrativi, di programmi per il futuro e non solo di Programmi Operativi Nazionali.

Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile, come pure è fondamentale che sia caratterizzata da una presenza fatta di sorrisi incoraggianti, di sguardi accoglienti, di ascolto attivo, di toni convincenti, di battute sdrammatizzanti, di posture rassicuranti, di atteggiamenti coerenti. A volte, la convinzione di essere insegnanti all’avanguardia, perché si usano strumenti tecnologicamente avanzati, porta ad essere abbagliati, a confondere l’attivazione della didattica a distanza con il processo di insegnamento.
In questa strana situazione di chiusura delle scuole, è importante aver chiara questa distinzione, sia per non deludere certe aspettative degli studenti e delle famiglie, che per mantenere aperto un canale di comunicazione efficace. In un momento simile, io penso che il primo aspetto da curare con molta attenzione debba essere la comunicazione, sia verso le famiglie che verso gli alunni; non solo per cercare di far sentire la propria vicinanza, ma per condividere un momento difficile tenendosi stretti, per tentare di sentirsi comunità anche in queste occasioni.

Si può comunicare con gli studenti per spiegare cosa sta succedendo, per dare un nome alle emozioni che si provano, per raccontare e raccontarsi, per suggerire attività, per immaginare ed organizzare il rientro ma, ancor prima, per proporre modalità di comunicazione adatte al contesto e alla portata di tutti.
Si può scrivere alle famiglie per spiegare ciò che gli insegnanti sono in grado di fare in questa situazione ed il tipo di aiuto da casa di cui avrebbero bisogno.

Un altro elemento importante da valutare, da parte degli insegnanti, è l’illusione di poter normalizzare una situazione che normale non è. In questa circostanza del tutto imprevista, concordo con il sociologo Edgard Morin quando scrive che ci sarebbe bisogno di “Imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze“.

Nel mio piccolo, fra le molte incertezze di questo periodo, io individuo queste dieci certezze:

1) la scuola può esistere solo se ci sono gli alunni, gli insegnanti e il personale;

2) la scuola è una parte importante della nostra vita;

3) la scuola, in questo momento, manca a tutti;

4) tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri;

5) insieme si impara meglio;

6) il confronto arricchisce chi lo pratica;

7) il valore della diversità può nascere solo dal confronto;

8) le modalità di didattica a distanza sono più efficaci se sono coinvolgenti;

9) si può imparare anche confrontandosi con l’emergenza;

10) l’emergenza si può affrontare e superare insieme, tenendosi stretti.

Cari colleghi, cari studenti, cari genitori, pur non essendo marinai, ora sta a noi scegliere come navigare: è normale essere spaventati da questo oceano di incertezze; però sappiamo anche quali sono e dove sono i nostri arcipelaghi di certezze – “che, ovviamente, potranno essere diversi dai miei” – e soprattutto, conoscendo la differenza fra insegnamento e modalità di didattica a distanza, possiamo sfruttare le seconde cercando di non dimenticare l’energia relazionale determinante che, anche in una situazione come questa e con i limiti del caso, potrà accompagnarle per far sentire ciascuno ancora parte di una piccola comunità.

Non siamo esperti navigatori ma, in attesa che questo momento passi e che le scuole riaprano, dobbiamo scegliere su quale imbarcazione salire.
Possiamo contare su un’ulteriore certezza: l’energia creativa, le idee, le proposte di tutti i nostri compagni di viaggio, indipendentemente da quale età essi abbiano, sono determinanti per rafforzarci a vicenda senza lasciare indietro nessuno.

Concludendo la metafora marinara, allo stesso modo di padre e figlio nel film Blow [messaggio del padre] io dico: “Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle”.

 

Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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DI MERCOLEDI’
La noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole

 

Molte cose accadono di mercoledì. Da molti anni registro che accadono perché al mio paese è giorno di mercato: aumentano le auto in circolazione, molte persone escono dalle case o affluiscono dai paesi vicini e dalla campagna per aggregarsi nella piazza. Abbiamo una piazza grande a Poggio Renatico ed i banchi del mercato sono numerosi e vendono un po’ di tutto. Chi deve fare la spesa settimanale, oppure ha bisogno di andare per uffici aspetta il mercoledì; di mercoledì si possono depennare dalla lista delle commissioni da fare quasi tutte le voci, e se si arriva presto in piazza e non c’è troppa gente si riesce a fare tutto.
Viva l’efficienza, che quando siamo indaffarati (e cioè, quasi sempre) diventa un valore.
Per me che ne scrivo il mercato del mercoledì assume da sempre un bel po’ di significati aggiunti. Mi entra in circolo una umanità così piena di umori che mi fa scattare dentro una sorta di corto circuito, e allora vanno a braccetto quotidianità e letteratura.
Anch’io faccio i miei giri entrando e uscendo dalla piazza, e mi fermo a parlare con tutte le persone che mi conoscono; molte di loro riesco a incontrarle solo in questo giorno della settimana. Pure, un doppio fondo nella mia valigia di parole mi accompagna e mi fa sentire la mia voce mentre parlo, mentre ascolto o mentre rispondo a domande. Mi fa stare dentro e fuori al tempo stesso.
Eccomi per esempio in una estate di molti anni fa, durante la mia adolescenza. Sono in piazza con mia madre che è la regina tra le bancarelle, conosce tutti i venditori sia che si tratti di compaesani, sia che vengano dai dintorni. Il più distante è di San Pietro in Casale (inutile dire che la globalizzazione non c’è ancora) e parla un dialetto bolognese molto marcato. Ha un banco di scarpe molto belle, che espone in base ai prezzi raggruppando sotto la stessa cifra, in lire, i modelli più diversi e dai colori variopinti. Sono tutte scarpe da donna e sono campioni.
Oggi il venditore è più sornione del solito. A chi gli chiede se può provare un certo paio di scarpe risponde sì con la testa; chi invece gli chiede se ha l’assortimento dei numeri di un certo modello non ottiene risposta. Mia madre, che di scarpe e di pellami se ne intende, sferra un attacco dopo l’altro. Gira e rigira tra le mani un bel paio di mocassini color verde tenero, dalla linea affusolata e aggraziata, che mi invita a calzare. E intanto chiede di quale ditta sono, osserva che il pellame è di buona qualità, fa le prove per verificarne la morbidezza, mi sottrae e poi tiene con le due mani la scarpa destra e la piega ad arco trovando che si flette che è un piacere.
Io intanto. Mi trovo in mezzo tra l’entusiasmo di lei, così ciarliera in questo suo giretto del mercoledì (è l’unico svago che si prende durante la settimana, per molte ore ogni giorno la vedo seduta alla macchina per cucire, per cucire la pelle) ed il silenzio incantato che avvolge lui. E ancora una volta lievito al di fuori dalla situazione; vedo mia madre e il venditore bolognese incastonati come diamanti in una bambagia dorata. Il caldo di luglio è appiccicoso come il miele. Le parole che lei ha pronunciato passano scavando piccoli cunicoli sospesi; sono tutte dirette verso di lui che è raggiunto dai tanti spruzzi di miele sonoro. Ma non parla.
Come? E la comunicazione dov’è? Mi sento indispettita per la noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole. Ho nella testa ben demarcate le liste di quello che si fa e di ciò che non si deve fare, come su di una lavagna quando alla scuola elementare tiravamo una riga centrale per scrivere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
Devono passare molti anni prima che io ritrovi la serena accettazione di mia madre nelle parole di un poeta. Leggo i testi che il grande Eugenio Montale ha scritto per la moglie Drusilla, quando rivela di lei la capacità di capire gli uomini “anche al buio” col suo “radar da pipistrello”. La Drusilla che dando il braccio al poeta ha sceso con lui le scale della vita ed ha mediato sapientemente il rapporto del marito con la quotidianità.
Come la Drusilla, mia madre ha capito che il bolognese è stanco, oggi. Oppure è avvilito per qualcosa. Va comunque lasciato “nel suo”. Le persone sono così: non c’è alcun bisogno di esprimere giudizi per una volta che sono “spastati”.
E così dai miei libri, dai tanti che ho letto come se una seconda madre mi stesse parlando, ho imparato. E ancora leggo, e imparo ogni volta. Anche se non è mercoledì.
Sono davvero tanti. Da esprimere uno alla volta finché potrà avere vita questa rubrica.
Incomincio.

Razzismo, politica e giustizia al centro della riflessione nei seminari dell’Etica in pratica

L’invenzione delle razze è il titolo del seminario tenuto dal professor Guido Barbujani, genetista, scrittore e docente a Unife che inaugurerà lunedì 13 maggio alle 12,15 al polo degli Adelardi la quarta edizione dei seminari del ciclo l’Etica in pratica organizzati dal professor Sergio Gessi nell’ambito del corso di Etica della comunicazione di cui è docente al nostro ateneo.
Gli incontri hanno lo scopo di approfondire le tematiche affrontate a lezione e di offrire ulteriori stimoli, strumenti di comprensione attraverso l’analisi di casi concreti svolta con l’ausilio di professionisti il cui operare assume un pubblico rilievo.
Con Barbujani si parlerà quindi di multiculturalismo e migrazioni, il giorno successivo, martedì 14 alle 16,15, con l’europarlamentare Elly Schlein si ragionerà invece della politica come passione e servizio, nell’ambito di una riflessione riferita a etica, comunità, rappresentanza.
Infine a conclusione di questo primo ciclo primaverile di “seminari per conoscere, capire e riflettere”, lunedì 20 alle 12,15 il colonnello della Guardia di Finanza, Fulvio Bernabei, in riferimento a etica, diritto, giustizia svolgerà un intervento dal titolo: “Applicare la legge: l’angoscia dei tutori dell’ordine”, che metterà a rilievo quei casi in cui coloro che sono preposti ad applicare la legge sono tenuti a intervenire anche laddove ravvisino elementi di sostanziale ingiustizia dei quali però non possono tenere conto non essendo a loro demandato il giudizio di merito e avendo invece l’inderogabile obbligo della formale e rigorosa applicazione delle normative vigenti.
La partecipazione agli incontri è consentita non solo agli studenti ma a tutta la cittadinanza.

(clic per ingrandire l’immagine)

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Comunicare a distanza: il pensiero dei lettori

Siamo sempre capaci di parlare in modo diretto senza nasconderci dietro artifici? Ecco cosa pensano i lettori.

Errore fatale

Cara Riccarda,
una volta ho mandato, per sbaglio, alla mia fidanzata dell’epoca un messaggio che però era per l’altra. E lei ha pensato che l’amassi.
C.

Caro C.,
il destino ti rema contro, è evidente. Le dichiarazioni falle a voce e non sbaglierai destinataria.
Riccarda

Quattrocchi

Cara Riccarda,
per messaggio solo ci vediamo da te alle 21, il resto si fa guardandosi negli occhi.
Nicola

Caro Nicola,
si fa, giusto. Si fa tutto guardandosi negli occhi.
Riccarda

Buonanotte con dolcezza

Cara Riccarda,
mando i messaggi whatsapp senza punteggiatura e vengono letti con un significato diverso. Lui risponde al suo ritorno a casa usando la voce perché ci mette più impegno di me. E io lo ascolto mentre guardo mio figlio che finisce i compiti e preparo una cena al microonde. Alla fine ci urliamo addosso anche se lui la punteggiatura l’ha usata. Ci ritroviamo a letto e ci dispiace spegnere la luce così. Parliamo due minuti. Abbiamo chiarito.
V.

Cara V.,
mia nonna, che è stata pazientemente sposata con mio nonno per sessant’anni, un giorno mi disse che non si erano mai addormentati arrabbiati né lui era mai uscito di casa senza darle un bacio. A tutti dispiace spegnere la luce così, forse perché sembra di spegnersi un po’.
Riccarda

Lo scotto della comodità

Cara Riccarda,
come era più facile vivere senza whatsapp e dirsi le cose in faccia, fare le telefonate sul fisso di casa e scrivere lettere che poi non venivano mai spedite. Oggi non si parla, si scrive poco e male. E in una relazione a distanza i messaggi possono diventare un boormerang di fraintendimenti.
M.

Cara M.,
se guardo i miei legami, quelli che reggono ancora oggi, sono quelli nati tanto tempo fa quando sceglievo una persona per ciò che era senza la mistificazione e l’intermediazione del telefono. Oggi, purtroppo, le persone vanno e vengono, neanche il tempo di un vocale.
Riccarda

Logorrea bugiarda

Cara Riccarda,
la comunicazione, per come la si intende oggi, è spesso ingannevole, come ingannevoli sono le parole che si usano. Non serve a capirsi questa comunicazione. Capirsi è un’emozione che viene dallo sguardo, dalle parole ascoltate, dal tono con cui queste vengono dette, dalla gestualità e dalla postura. Anche un dialogo silenzioso è più eloquente delle parole, è la storia dei sentimenti a raccontarlo.
Paolo

Caro Paolo,
i sentimenti hanno una storia, hai ragione, che dovremmo lasciare un po’ più misteriosa, invece siamo sempre lì a spiegare, definire, chiedere, scoprire. Conosco una persona che parla pochissimo, ma ascolta molto, ha sguardi carichi di parole e gesti eloquenti.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Il declino del linguaggio

Le cause sono ben note. Prima l’avvento degli sms, poi l’uso massiccio dei social e di tutto ciò che consente una comunicazione immediata, hanno pervaso a tal punto la vita delle persone che l’uso della lingua italiana si è dovuto piegare: piegare al diktat della comunicazione veloce, ultra rapida, per cui non c’è più tempo per formulare una frase lunga, un pensiero articolato, per scegliere il termine più adatto all’occasione.
E allora via con concetti ridotti, un lessico banale se non addirittura inappropriato, ed un vocabolario dei sinonimi praticamente inesistente. Se non è bello è brutto, se non è buono è cattivo. Si sono perse le sfumature, la varietà, il piacere di saper tradurre il nostro pensiero in parole che lo sappiano fedelmente riprodurre.
Ma il circolo vizioso che si è innescato è tristemente pericoloso: il parlare stringato rende stringato anche il pensiero.

“Un popolo comincia a corrompersi quando si corrompe la sua grammatica e la sua lingua.”
Octavio Paz

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Il dire senza parlare

Non è raro durante un’uscita tra amici capirsi con un semplice sguardo o gesto.
La forza che delinea la comunicazione non verbale sta proprio nella sua rapidità: il messaggio arriva al suo destinatario nell’immediato.
Diamo segnali ben precisi anche sul nostro stato d’animo attraverso la postura, le espressioni del viso e altri segnali come per esempio la sudorazione. In questi casi nascondere uno stato di agitazione diventa problematico…
In tale ambito è interessante notare come ognuno di noi gestisce lo spazio che lo circonda ovvero il cosiddetto “sistema prossemico”: quanto ci avviciniamo ad una persona durante una conversazione e quanto cerchiamo il contatto fisico. Chiaramente il grado di conoscenza della persona con la quale ci stiamo relazionando influenza profondamente tali scelte e l’adesione o meno a determinate norme sociali che possono prevedere anche una semplice stretta di mano.

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”
Peter Drucker

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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