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PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

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PRESTO DI MATTINA
Si misero in cammino gli alberi

Si misero in cammino gli alberi.

Nella parabola biblica narrata nel libro dei Giudici (9, 8-15), gli alberi come gli uomini camminano dialogando. Essi parlavano tra loro per accordarsi e trovare un capo che potesse guidarli. A raccontare questo apologo è Iotam, il più piccolo dei figli Gedeone. Visse nel tempo difficile che seguì all’insediamento delle dodici tribù degli israeliti nella terra di Canaan, un’epoca in cui non vi era ancora la monarchia in Israele (cira 1000 aC).

I Giudici erano infatti come governatori inviati da Dio quando la situazione per la gente si faceva critica e invivibile. Spesso erano chiamati a liberare una o più tribù minacciate dalle battagliere popolazioni vicine.

Alla morte di Gedeone, che non voleva che i suoi figli fossero re ma continuassero a fare i giudici, uno dei figli, l’ambizioso e crudele Abimelec, trovando il favore degli abitanti di Sichem, si fece eleggere loro re. Solo Iotam, che si era nascosto, scampò all’agguato mortale che Abimelec tese ai suoi fratelli. Così Iotam, con l’allegoria degli alberi in cammino, mise in guardia i signori di Sichem dalle conseguenze che una tale loro decisione avrebbe portato.

Riunitisi in assemblea gli alberi prima chiesero all’ulivo se volesse regnare su di loro, ma questi non volle rinunciare al suo olio. Allora si rivolsero al fico ma anche questi non volle rinunciare alla sua dolcezza. Poi chiesero alla vite ma pure lei non volle rinunciare alla gioia che veniva agli uomini dal suo vino. Così, alla fine, la proposta fu girata al rovo il quale disse agli alberi: «Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano». Un apologo, questo, che Martin Buber [Qui] ha ritenuto il testo più antimonarchico della letteratura universale.

Viene allora a proposito il vangelo della domenica 17 ottobre, in cui tutte le chiese locali e le comunità cristiane, le parrocchie ed i battezzati sono stati invitati da Papa Francesco ad un sinodo globale; a camminare insieme dialogando con uno stile evangelico, itinerante e accogliente.

L’invito è a mettersi in ascolto non a partire dai vescovi, come era d’uso nei sinodi precedenti; ma iniziando la consultazione dalla base, dai battezzati, perché ciò che riguarda tutti deve coinvolgere tutti e anche includendo quelli extra-ecclesiae, che vorranno averne parte ed essere ascoltati, perché anche fuori dalla chiesa c’è salvezza.

Il Risorto precede infatti i suoi nella Galilea delle genti e il suo Spirito come «vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8). In un momento di grande difficoltà nell’evangelizzare, come per i cristiani di oggi, si narra negli Atti degli Apostoli che a Paolo giunto a Corinto [Qui] – porto di mare e, per la sua posizione, città cosmopolita, frequentata da gente di differenti etnie, culture e religiosità – apparve in sogno il Signore che gli disse: «Non aver paura! Continua a predicare, e non tacere, perché io sono con te! Nessuno potrà farti del male. Anzi, molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo» (18,9-10).

Il vangelo domenicale di Marco dunque riportava le parole con cui Gesù mette in guardia i Dodici e i discepoli, come fece un tempo Iotam con gli abitanti di Sichem, dal potere esercitato come dominio e sopraffazione e non come umile servizio al bene comune, alla fede e alla crescita umana di tutti: «Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (10, 42-45).

Meno male, ho pensato, che «la chiesa ha nome sinodo»; così la definì Giovanni Crisostomo [Qui], (Esposizione sui Salmi, 149,1) poiché la sua vocazione è quella del “convenire” e della corresponsabilità “camminando insieme”.

La sorgente della comunione ecclesiale infatti scaturisce nel convenire dell’assemblea attorno al vangelo e alla mensa eucaristica: è l’aspetto liturgico della sinodalità; nel camminare insieme poi si attua questa comunione: è la dimensione evangelizzante della sinodalità.

Il Crisostomo fu vescovo e patriarca di Costantinopoli nel IV secolo e lo zelo e la rettitudine pastorale gli furono causa di forti opposizioni e sofferenze da parte dello strapotere imperiale; subì infatti due volte l’esilio prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero ed in esilio morì.

È con questo stile sinodale aperto all’intero popolo di Dio, medicina anche al clericalismo e al tradizionalismo, con lo stile del camminare ascoltando e riflettendo insieme per giungere ad orientare nuovamente la chiesa con decisioni comuni, che papa Francesco intende continuare il processo di riforma della chiesa in uscita missionaria, interagendo non solo con le aperture e le convergenze positive del processo di globalizzazione della società, ma pure ponendo sotto gli occhi di tutti le grandi esclusioni e le marginalizzazioni che si generano anche dentro la chiesa al fine di poterle affrontare.

Si tratterà così non solo di non escludere, ma di promuovere fattivamente la partecipazione, in vista di un consenso della fede di un maggior numero di battezzati, invitando per questo a “dare” e “prendere la parola” coraggiosamente, come una prassi sinodica permanente per la vita in Cristo e nella chiesa.

Ricordava il vescovo mons. Luigi Maverna a conclusione del nostro sinodo inter-diocesano (1985-1992): «L’esperienza del sinodo è stata altamente qualificante ed ha incoraggiato in molti la disponibilità ad una sinodalità permanente. Il sinodo può essere considerato un cammino sempre aperto e aperto ad una sempre più alta partecipazione. Se da una parte è un punto di arrivo, nel momento culminante della celebrazione, dall’altra è un punto di partenza, per una esplicitazione operativa dei temi trattati, per l’attuazione delle proposte e delle indicazioni emerse. Il sinodo ci affida una responsabilità: portare a maturazione la coscienza comunionale, missionaria, progettuale. Meta che implica un cambio di mentalità» (Archivio CedocSFR documento del 04/06/1993). Mi vien da dire allora che la sinodalità come «l’amicizia è una strada che scompare nella sabbia se non la si rifà senza posa» (proverbio africano).

«Gli alberi si misero in cammino»: e m’incammino anch’io sentendomi già in sintonia spirituale e simpatia con questi nostri fratelli e sorelle in cammino, pazienti, generosi, splendenti e carichi di mistero che sono gli alberi: «L’albero diventa figura del carattere simbolico delle cose e simbolo dell’esperienza del sacro, di come l’occhio umano deve rivolgersi al mondo e penetrarlo fino a coglierne il mistero» (Romano Guardini, Religione e rivelazione, Milano, 2001, 22).

«Un albero è una cosa primordiale – scrive ancora Guardini nel Diario – pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!». Così la sinodalità è esperienza primigenia della chiesa primitiva, fu strumento efficace per superare tendenze settarie e barriere ideologiche come accadde al primo sinodo di Gerusalemme riunitosi per aprire la chiesa al mondo.

È tuttavia pur sempre misterioso il cammino degli alberi, ma se il nostro sguardo mantiene le proprie radici nel cuore, l’occhio che vede dal cuore può scorgerne il cammino. Quando gli alberi in inverno si fanno più silenziosi e pensierosi ed il desiderio di correre li rende un poco tristi, pensano al cammino delle foglie attraverso il cielo, che il vento distacca e porta via. Le guardano, le rincuorano e, prima di partire, ad esse chiedono un piacere: “Raccontate al vento tutte le cose che vedete e sentite nel vostro viaggio così, quando lui ritornerà dalle nostre parti, noi sapremo delle storie nuove”.

Ma gli alberi camminano oltre che con le foglie, anche con le radici; non nel cielo, ma nelle profondità della terra: e quando ritorna l’inverno si raccontano le storie che hanno vissuto per scacciare la tristezza ed aspettare la primavera che farà crescere il tronco, allungherà i rizomi, rimetterà in cammino i rami che allargandosi sempre di più potranno abbracciarsi con quelli degli altri alberi. La sinodalità è esperienza pasquale come il passaggio dall’inverno ad una nuova primavera, così fu l’azione dello Spirito anche al Concilio Vaticano II.

Ciò che può far partire la sinodalità nelle nostre comunità e farci decidere di camminare insieme sarà un desiderio ardente, spirituale di vedere le proprie radici. Le nostre radici spirituali infatti continuano a narraci le parole di Dio che ci chiede: “Dov’è tuo fratello?”. Esse ci educano a porre, nei confronti del nostro prossimo, un’altra domanda; quella che dischiude la nostra coscienza al valore dell’alterità, della fratellanza: “Qual è il tuo dolore, quale il male che ti affligge?”

A questo punto stando in compagnia degli alberi, mi sono ricordato – pensate un po’ – della storia de Il Barone rampante di Italo Calvino [Qui] come a un buona metafora per rintracciare significati e immagini di cammini sinodali.

Come un sughero dalle acque profonde della memoria sono risalite alla superfice della coscienza le vicende di Cosimo Piovasco di Rondò raccontate dal fratello minore Egidio. Tutto iniziò dalla villa d’Ombrosa, in terra ligure, dimora settecentesca del Barone Arminio Piovasco di Rondò, complici le finestre aperte della sala da pranzo che inquadravano i folti rami del grande elce, il leccio del parco.

I due fratelli arrampicavano insieme, ed Egidio ci ragguaglia circa il senso del loro arrampicare: «Così Cosimo saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme. Ho già detto che sugli alberi noi trascorrevamo ore e ore, e non per motivi utilitari come fanno tanti ragazzi, che ci salgono solo per cercar frutta o nidi d’uccelli, ma per il piacere di superare difficili bugne del tronco e inforcature, e arrivare più in alto che si poteva, e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù». Quel gioco di camminare sugli gli alberi si trasformerà in una esperienza di vita permanente.

Un giorno tutto mutò per Cosimo a causa di una ripicca che fu salutare. Per non cedere e sottostare ad una ingiusta punizione, costretto a mangiar lumache, egli scelse la libertà e l’andò a cercare in un altro mondo. Quel nuovo mondo inesplorato si trasformò per lui in un percorso di formazione e maturazione personale, un’educazione alle relazioni, alla socialità e all’impegno civile.

Stando su un albero nei pressi della cattedrale riuscirà persino a partecipare alla festa della “Messa grande d’Ombrosa”. In quel nuovo mondo, lui di nobile lignaggio, conoscerà i ragazzini popolani, si innamorerà pure, farà amicizia con il bandito Gian de’ Brughi; tra gli alberi costruirà un biblioteca che sposterà continuamente asserendo che i libri sono come gli uccelli e non devono essere impagliati, ma muoversi liberamente.

Studierà filosofia, guiderà un attacco contro i pirati turchi, aiuterà dei nobili spagnoli, i quali vivevano anch’essi sugli alberi in una città chiamata Olivabassa, e formerà perfino una squadra di vigili del fuoco per prevenire gli incendi boschivi.

Il giorno del distacco – narra Egidio – «con un balzo dalla finestra salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, Cosimo era sull’elce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c’era sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall’albero: ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento».

La scelta di Cosimo non fu una fuga dalla realtà, ma il desiderio di assumere un punto di vista nuovo e più penetrante per scorgere un’opportunità nuova, un’alternativa che lo facesse uscire non solo oltre le mura di casa, ma da se stesso attraverso l’incontro con l’altro mondo.

Simile sarà l’esperienza della sinodalità: un guardare in modo diverso, perché “insieme”; con sguardi da più prospettive e contesti sulla complessità di oggi, per osare, passare oltre e scorgere il nuovo che lo Spirito già intravede per coloro che si ritroveranno nel suo nome. Se insieme sentiranno il suo soffio e guarderanno là dove si muoveranno le foglie al suo passaggio, essi seguendolo di ramo in ramo, da un albero all’altro, troveranno la via.

Narra ancora Egidio del fratello: «Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero. Mentre il nostro, di mondo, si appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi».

A vivere connessi chiama la sinodalità, come gli alberi che cammino insieme congiungendosi con le radici e i rami, scambiandosi le loro storie i loro pensieri e desideri, attraverso le loro foglie portate dal vento: «Io non so se sia vero quello che si legge nei libri – annota ancora Egidio – che in antichi tempi una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra».

Vivere sugli alberi, non diversamente dall’esperienza della sinodalità, è come vivere nel luogo dell’altro. Non è certo un’impresa facile; implica il dono di sé in umiltà, la creatività che nasce dalla pazienza di abitare spazi esistenziali nuovi, stando un poco indietro, lasciandosi guidare, un modularsi poi sui ritmi e sui tempi degli altri provando ad intrecciare, come cesti di vimini, stili di vita diversi.

Continuando la narrazione Egidio ricorda del fratello che «nei suoi giri solitari per i boschi, gli incontri umani erano, se pur più rari, tali da imprimersi nell’animo, incontri con gente che noi non s’incontra. A quei tempi tutta una povera gente girovaga veniva ad accamparsi nelle foreste: carbonai, calderai, vetrai, famiglie spinte dalla fame lontano dalle loro campagne, a buscarsi il pane con instabili mestieri. Dapprincipio, il giovinetto coperto di pelo che passava sugli alberi faceva loro paura, ma poi egli entrava in amicizia, stava delle ore a vederli lavorare e la sera, quando si sedevano attorno al fuoco, lui si metteva su un ramo vicino, a sentire le storie che narravano».

Sinodalità è allora come quando si è attorno ad un falò e si narrano storie dove a turno si va ad alimentare il fuoco; è un servizio chiesto a tutti che educa alla corresponsabilità, grazie a questo umile ministero i volti si illuminano al fuoco, si mostrano chiari uscendo dal buio e così si impara a fidarsi gli uni degli altri.

Ci saranno momenti gioiosi, ma ci sarà pure il peso della sinodalità; occorrerà ricordare allora che questo è un peso di amore, che portò anche Gesù in cammino con i Dodici. Quando si ama si porta anche la pesantezza di coloro che si amano. Il peso dell’amore non è tuttavia simile al peso di una pietra, questo porta verso il basso mentre quello di amore è simile al peso di un fiamma, che porta verso l’alto.

Guardando ancora attorno ad un fuoco notturno ti accorgi che non c’è una fiamma uguale all’altra, né per colore, intensità o forma; esse, distinte ma mai disgiunte, vivono una singolare comunione in movimento, a volte sembra una lotta impetuosa che aggroviglia, a volte invece una gioiosa danza che attrae e incanta, facendo convenire in dono ciò che portiamo dentro.

Fiamme che si alzano, si abbassano, si spengono, si riaccendono, sfavillano e fumano, crepitano, scoppiettano come in un’assemblea ora burrascosa ora mite. Tutte però sono concordi in una cosa: nel voler riscaldare la notte e illuminare i camminanti in ricerca di una destinazione sconosciuta e pur sperata.

Un testo di Yves Bonnefoy [Qui] ci indica la soglia dell’ignoto che sempre dobbiamo attraversare e il luogo irriducibile dell’altro in cui dobbiamo entrare con le scarpe in mano: «L’albero esiste senza di me. La vita sotto tale forma è libera da me, senza che da me dipenda o sulla quale io abbia progetti. Davanti all’albero la mia possibilità è quella di entrare direttamente in contatto con il non conosciuto, il diverso da me» (in A. Corbin, La douceur de l’ombre, Fayard, Dunont 2021, 7).

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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