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A PROPOSITO DI CULTURA A FERRARA

Riteniamo doveroso focalizzare l’attenzione dei lettori sull’intervento del Prof. Farinella,
docente della Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara [qui] per stimolare un dibattito pubblico sulle scelte culturali dell’Amministrazione locale.
Le osservazioni e la critica ben articolata dello sguardo dell’urbanista non mancano di
suggerire soluzioni alternative agli amministratori locali, che sembrano invece abbracciare
le ragioni esclusive di un’economia che si avvale delle piazze e degli spazi verdi pubblici
per allestire concerti e sagre enogastronomiche, nel traffico continuo e incessante di
furgoni e auto tra distese di tavolini nel tripudio di una città gaudente e mangereccia.
Con l’esprimere appoggio e solidarietà alle parole del Prof. Farinella e auspicando
investimenti di risorse anche in campo culturale, nelle sue varie declinazioni, sollecitiamo
interventi e proposte collaborative di esperti e studiosi per aprire una strada all’interno del
dibattito pubblico che sappia coniugare le esigenze di tutela e protezione del patrimonio
urbanistico con le ragioni di un’economia rappresentativa di tutta la comunità.

Laura Fogagnolo e Antonella Burini
Ferrara, 11/6/2022

albero del palaver bambini africa

PRESTO DI MATTINA
Sotto l’albero delle parole

 

Ricevo ancora posta dal Burkina Faso nonostante siano passati ormai più di venti anni dalla mia visita alle missioni dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri.

È frère Julien Zoungrana, responsabile provinciale della comunità in Africa, che scrive. Le sue lettere iniziano o si concludono sempre con un proverbio del popolo del Burkina Faso, che significa ‘il paese degli uomini retti’.

Nell’ultima lettera in linguaggio morè o mossi era presente un augurio e un compito: Kend n biisdrogem, dove kend sta per ‘camminare’, n per ‘chi’, biisd equivale a ‘fermare, far maturare, crescere, consolidare’, mentre rogm designa ‘parentela, parto, nascita, fraternità’. S’intende così esprimere che solo il movimento dall’uno all’altro, l’uno verso l’altro può consolidare i vincoli di fratellanza.

tetto Burkina Faso AfricaInsieme al proverbio una fotografia, che raffigura degli uomini che reggono un tetto. Impressionante il simbolismo raffigurato da quella immagine e sottotitolato da un altro porverbio: Aya! aya! n zèkdsugri, che significa ‘È solamente con una sinergia di azione che è possibile ricollocare il tetto di una casa’.

Anche in Burkina − mi scrive frère Julien − è necessario riporre sulla casa comune, con unità di intenti, il tetto della pace:

«Se guardiamo alla situazione attuale nel nostro paese, abbiamo le lacrime agli occhi, quindi sfortunatamente non abbiamo buone notizie. Gli atti terroristici si sono ripetuti in tutto il Paese, così come nei paesi vicini, rendendo la sicurezza precaria. Oltre ai tanti morti che si registrano ogni giorno, l’altra conseguenza di questa guerra asimmetrica è l’aumento del numero dei profughi, che ora supera il numero di 1.800.000.

È davvero triste e rattrista vedere come la violenza rallenti la pace e il processo di sviluppo che da sempre caratterizza il popolo burkinabè… Nelle nostre scuole, dall’inizio dell’anno scolastico, abbiamo accolto molti ragazzi e ragazze provenienti da famiglie povere, in particolare i figli di sfollati interni, ora chiamati rifugiati, nelle nostre scuole affinché possano frequentare regolarmente le lezioni.

Se l’aiuto che riceviamo da voi, cari amici, per il supporto a distanza è sempre utile e prezioso, potete capire quanto sia sempre più difficile far fronte a questa situazione. Quindi, se guardiamo a questo cammino fraterno di solidarietà e condivisione, che ci permettete di intraprendere continuando a garantire la scuola e la mensa quotidiana a tanti studenti, possiamo dire che guardiamo sempre al futuro con speranza.

La stessa speranza che ci permette di andare incontro ai bisogni dei bambini piccoli, spesso malnutriti. Questa speranza si fonda sulla certezza che il Padre Buono che si è fatto bambino, che si è fatto uomo per ciascuno di noi, non lascerà soli i suoi figli, anche là dove la sofferenza e la povertà sembrano avere il sopravvento».

A fissare con più attenzione quell’immagine di mani nascoste che ricollocano sulla casa il tetto, come a dire che insieme portano il peso di far rialzare la pace, mi ha fatto ricordare un corale degli anni ’80 di Marcello Giombini [Qui], che cantavamo nelle nostre liturgie e incontri sulla Parola di Dio.

«È un tetto la mano di Dio è un rifugio la mano di Dio è la pace la mano di Dio».

E così sono andato a cercare un racconto del vangelo di Luca sulle mani di Gesù, che esprimessero le mani di Dio come un tetto:

«C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei liberata dalla tua malattia”. Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato prese la parola e disse alla folla: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato”. Il Signore gli replicò: “Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”.

Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Diceva dunque: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”» (Lc 13,11-19).

Scrutando ancora più in profondità nei miei ricordi è poi emerso anche il simbolo dell’ACHNUR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la cui rivista era bene in vista già dagli anni ’90 al Cedoc SFR. Il logo in copertina raffigura due mani che non solo fanno da tetto a una persona, ma formano con il palmo leggermente arcuato l’intera casa.

Così ho pensato che anche le mani dell’uomo sono un tetto per quel Dio umanato che si è sprofondato nell’umano e condivide il destino di chi ha fame e sete, è ignudo, rifugiato, forestiero malato, in carcere: perché dice il vangelo di Matteo 25, che ogni volta che le nostre mani sono state luogo di ospitalità, senza saperlo noi abbiamo ospitato anche lui, che si è impoverito per arricchire noi della sua umanità.

L’ALBERO DEL PALAVER

La parabola dell’alberello di senape mi ha fatto ricordare che in Africa vi è un albero simile − in origine un baobab − «l’albero del palaver [Qui]»; rappresenta il tradizionale luogo di aggregazione, di incontro all’ombra del quale ci si esprime sulla vita sociale e i problemi di interesse comune che riguardano un villaggio. È anche un luogo dove i bambini vengono ad ascoltare le storie di un anziano o si fa scuola. È un punto di dialogo, di riavvicinamento in cui tutti possono esprimersi per ritrovare vie di riconciliazione nella comunità.

«Il palaver africano» (l’arbre à palabre) è una singolare arte di conversazione e dialogo creativo per cercare collettivamente soluzioni pratiche alle sfide e ai conflitti quotidiani nelle relazioni personali, famigliari, comunitarie e intra-comunitarie.

La traduzione palaver (talora anche palaber) mal restituisce il senso di una ricca tradizione ancestrale socio-etica e religiosa propria di diversi gruppi etnici africani, che offre alla comunità strumenti per salvaguardare la giustizia, la pace, la coesione sociale e favorire solide scelte etiche, che promuovano il bene comune e la prosperità umana e cosmica…

Il palaver africano invita tutte le persone, che hanno a cuore la comunità, in uno spazio sacro di dialogo creativo sui modi per promuovere quelle norme etiche che favoriscono un’esistenza piena e combattere quei vizi o atti ingiusti, che pregiudicano la partecipazione di ciascuno al vincolo della vita».

Sotto l’albero del palaver ci si riunisce anche per condividere la Parola di Dio e tutte le parole generative di vita, quelle che suturano e rimarginano le ferite, avvicinano i lontani, l’estraneo, fratello; la parola compresa in tutti i suoi vari aspetti è itinerante, intreccia la periferia al centro e viceversa.

Legame e vincolo tra l’alto e il basso la parola è «come principio vitale in una catena ininterrotta di esistenza che va da Dio e dagli antenati all’umanità e a tutte le creature; come il prosperare, l’essere chi si è destinati a essere; il relazionarsi in modo giusto, partecipando e contribuendo al bene comune e condividendolo – e non si riferisce solo ai vivi (l’assemblea riunita), ma alla comunità, una nozione ampia e complessa che abbraccia anche gli antenati, i non ancora nati, ogni realtà spirituale, le creature visibili e invisibili, la vita ecologica, il pianeta e l’intero cosmo. Tutti e tutte nella comunità hanno qualcosa da offrire al comune vincolo della vita» (Stan Chu Ilo, Il metodo del Palaver africano, Concilium 2021/1, 89 ss.).

Sotto il palaver si sta come sotto un tetto sostenuto da tutti in vario modo; si prende la parola anche danzando, mimando, raccontando storie. Questo albero è diventato così il simbolo della libertà e del diritto di parola nella comunità, luogo di inclusività e di ascolto dell’opinione di ciascuno come decisiva per gli altri.

Nel gruppo etnico Ibo dell’Africa occidentale il palaver costituisce una istituzione egualitaria perché ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. Il palaver è così uno spazio di ascolto, «uno spazio di parola veritiera» e, come parola pronunciata nel dialogo, manifesta tutta la sua forza di trasformazione e cambiamento, perché la verità guarisce, unisce e ricostituisce la comunità.

«Nelle comunità tradizionali africane, le profondità, la pluralità e le ramificazioni della verità emergono dall’ascolto paziente e dall’apertura e dall’attenzione alla parola detta – detta in libertà». La dinamica del palaver permetteva di spalancare il cuore e di parlare liberamente, soppesare insieme quei conflitti che rischiavano di minacciare la vita della comunità, ed era generativa di «un’etica del consenso» per salvaguardare, promuovere e proteggere il bene comune.

Come non riconoscere qui un processo sinodale esemplare anche per la chiesa di oggi che ci viene dalla cultura e chiese d’Africa? Non è forse questa la via che papa Francesco ha indicato anche alle nostre comunità che si facciano come l’albero del palaver, luogo comunicativo in ascolto del popolo di Dio sulle questioni di oggi, interpellando i battezzati e tutti coloro a cui sta a cuore la dignità e il destino umani?

Anche l’idea di sinodalità mette in atto un processo di interdipendenza tra le persone nell’ambito del governo ecclesiale. Lo stile sinodale infatti implica il radunarsi assembleare, la partecipazione di tutti al processo deliberativo, la cooperazione nello scambio, il dialogo e l’ascolto reciproco, la collaborazione nella comunione, sotto la presidenza del vescovo. La sinodalità presuppone questo esercizio di corresponsabilità, di un dare e ricevere per arrivare a un consenso della fede.

Del resto, lo stesso termine palaver si avvicina molto presso gli Ibo al concetto di sinodalità. «L’entrare in comunione delle persone unite da un vincolo vitale condiviso»: questa comunione che avviene in molteplici luoghi è generativa, secondo l’espressione di papa Francesco, di una “cultura dell’incontro”. Come l’arte di intrecciare cesti, il palaver esige un’arte della conversazione che intersechi e sia aperta alla diversità di prospettive e tollerante verso le differenze.

Mai senza l’altro” diviene così il life motiv di ogni esercizio di sinodalità e a me sembra che Clemente Rebora [Qui] l’ha declinato poeticamente: ogni parola è un chicco di una moltitudine di altri chicchi, e si sa come dice un altro proverbio africano di frère Julien:

«Nug bi yend ka wukd zom ye»
(Nug = ‘dito’, bil = ‘piccolo’, yend = ‘da solo’, ka = ‘non’, wugd = ‘raccogli’, zom = ‘farina’, ye = ‘!’)
per dire che “un dito senza le mani non può raccogliere la farina”.

Nihil fere sui.
(‘Nulla si fa senza consultare l’altro’)

Son l’aratro per solcare:
Altri cosparga i semi,
Altri èduchi gli steli,
Altri vagheggi i fiori,
Altri assapori i frutti.

Son la sponda per il mare:
Altri assetti le navi,
Altri spinga le prore,
Altri diriga il viaggio,
Altri tocchi le mete.

Il mio verso è un istrumento
Che vibrò tropp’alto o basso
Nel fermar la prima corda:
Ed altre aspettano ancora.

Il mio canto è un sentimento
Che dal giorno affaticato
Le notturne ore stancò:
E domandava la vita.

Tu, lettor, nel breve suono
Che fa chicco dell’immenso,
Odi il senso del tuo mondo:
E consentire ti giovi.
(Tutte le poesie, 134)

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Cover: i ragazzi della scuola di Baziri (Burkina Faso) e il loro maestro Philips Toè foto di Andrea Zerbini
Nel testo: foto di freire Julien Zoungrana

rosa bocciolo amore fiore

PRESTO DI MATTINA
Liturgia come poesia

“Amor dammi l’Amore!”: un mormorio
Di gente in pena. L’Ostia, in alto, casta
Attrae i cuori: “Sì, vivere è Cristo”
(C. Rebora [Qui], Le poesie, Milano 1988, 271).

Quale liturgia per il cambiamento d’epoca? Una liturgia come poesia.

Nella poesia come nella liturgia c’è qualcosa che ha la forza di risvegliare la coscienza, di farla uscire dall’oblio e portarla in presenza del reale. Anzi l’immerge in esso, facendola poi riaffiorare fuori dalle nebbie romantiche e dalle forme senz’anima, estetizzanti, come di chi si guarda allo specchio e poi se ne va, spettatore smemorato della vita.

Liturgia e poesia aprono gli occhi della coscienza al mondo. Sono soglia che introduce alla presenza dell’Altro/d’altri come realtà viventi, concretissime. Esse ridestano lo spirito dal letargo dell’indifferenza, smuovendo la cenere nichilista, che spegne la brace fumigante, che spezza la canna incrinata, che rinchiude nei concetti e nei ruoli la persona rincorrendo fantasmi.

Vocazione di entrambe è strutturare legami, dare forma alla personalità, risvegliarla alla decisione della libertà di prendere parte ai destini umani con cui ci si intreccia.

«Risveglia la tua potenza e vieni» (Sal 80), sembrano allora dire con il salmista anche la liturgia e la poesia al mistero che portano in grembo. Mistero di povertà e ricchezza, di forza e debolezza, di dolore e gioia, perduto e sempre ritrovato, celato ma sempre risorgente: portatrici dello Spirito che abita ovunque la realtà.

L’azione dello spirito non impone, non sequestra la libertà, ma la libera, dischiudendo in essa una sorgente che nasce da lei e perciò le appartiene. Scrive Romano Guardini [Qui]: «Egli tutto scruta, è lo Spirito della disciplina e della pienezza. Tutto è affidato a Lui, Egli è la Luce e l’Amore; risveglia l’Amore e solo l’amore vede con chiarezza; ordina l’amore e fa sì che diventi verità in cui luminosamente si scorgono le esigenze di Cristo e del Regno; opera l’essere veri nell’amore», (Il senso della Chiesa, Brescia 1960, 101-102).

Cade così il muro, l’individualismo che si frappone tra le persone. Ritorna a farsi sentire il mondo interiore dell’altro, l’interiorità della storia come concretezza, come dato: non già come idea o visione, ma come realtà effettiva e affettiva, risvegliata dall’esserci in presenza d’altri, rendendo così possibile nella comunanza la piena socialità delle personalità.

Lo spirito della liturgia e quello poetico sono in noi con un venire sempre nuovo, determinano al nostro fianco una crescenza, un sempre nuovo avanzare.

Di più. Entrambe risvegliano «l’aspirazione per l’altro, la nostalgia di scoprire un altro uomo anche “di là”. Si risvegliava il desiderio di comprensione e di colleganza… La comunanza rettamente intesa non rende comuni né volgari, come accade con quella falsa. È felicità, è fonte di forza; mette alla prova la forza di resistenza e insieme la docilità del nostro essere personale. La nobile comunanza è nobile compito e opera elevata» (ivi, 107; 109).

Guardini scrive questo testo per una conferenza nel 1922, proprio cent’anni fa. Eppure già allora egli percepiva con la sua sensibilità di credente «il risveglio della chiesa nelle anime» − espressione divenuta famosa − indicando la consapevolezza d’una nuova stagione nella storia della Chiesa.

Il credere e il suo pensarsi sbilanciato sul versante intellettualistico, individualistico e pietistico nella controversia illuministica si risvegliava in quello dell’esperienza dello spirito, dellaffectus che convoca in presenza dell’amore la comunità per rinnovarla.

La fede tornava a comprendersi come accoglienza di una realtà amabile e amante: «ciò che si presenta alla coscienza del credente non è propriamente una ‘verità’, o un ‘valore’, bensì l’accoglienza di una realtà, quella del Dio santo nel Cristo vivo», (Il Signore, Brescia 2005, 264).

Si risvegliava la coscienza della Chiesa come realtà vivente, Corpo di Cristo, di cui ogni singolo credente è chiamato in quanto battezzato ad avere parte al triplice dono/compito profetico sacerdotale e regale di Cristo, e a misurarsi di nuovo con la realtà del mondo in un’attiva e amorosa partecipazione.

Per questo il Concilio dirà della liturgia essere culmine e fonte della vita della Chiesa, luogo di una «actuosa partecipatio» al mistero pasquale/eucaristico, «sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità», (SC 47-48).

Liturgia: l’opera che appartiene a tutto il popolo, opera sua e per tutti dice l’etimologia, un azione trasformante, a partire dalla realtà stessa posta in relazione.

Già lo aveva preconizzato Romano Guardini quando scriveva: «La liturgia è integralmente realtà. Si distingue da qualsiasi pietà di solo concetto o di sentimento, dal razionalismo e dal romanticismo religioso. Il fedele vede in essa realtà terrene, uomini, cose, azioni, oggetti – e insieme il Cristo reale, la Grazia reale. La liturgia non è solo pensiero, né solo sentimento; è prima di tutto un addivenire all’essere, un nascere, maturare, essere. La liturgia è un divenire fino al compimento, uno svilupparsi fino alla maturazione», (Il senso della chiesa, Brescia 1960, 36-37).

La liturgia e la poesia ci sono date «per vivere sotto lo sguardo di qualcuno», che ci risveglia e ci fa crescere: esse ci mettono in presenza dell’altro per poter vivere e dimorare in esso.

L’azione liturgica è come fare «un gioco dinanzi a Dio, non creare, ma essere un’opera d’arte, questo costruisce il nucleo più intimo della liturgia… Essere artista significa lottare per esprimere la vita profonda, affinché, espressa che sia, essa possa esistere. E null’altro: ma non è già molto questo?

È niente di meno che un’imitazione della creatività divina, della quale si dice che abbia fatto le cose ut sint, perché semplicemente esistano. La stessa cosa fa la liturgia. Anch’essa ha cercato con cura infinita, con tutta la serietà del bambino e la coscienziosità rigorosa del vero artista, di dar espressione in mille forme alla vita dell’anima, vita santa alimentata da Dio, mirando a null’altro se non a che essa vi possa dimorare e vivere…

La liturgia ci è data per vivere sotto lo sguardo di Dio. Agire liturgicamente significa diventare, vivente opera d’arte dinanzi a Dio, con nessun altro scopo se non d’essere e vivere proprio sotto lo sguardo di Dio… La liturgia non è, nella sua essenza, religione di spiriti colti, bensì di popolo», (Lo spirito della liturgia, Brescia 1996, 80-81).

Per Paul Ricoeur [Qui] «il linguaggio poetico cambia il nostro modo di abitare il mondo. Dalla poesia noi riceviamo un nuovo modo di essere nel mondo, di orientarci in questo mondo», (Cit. in M. Campedelli, Un incontro sulla soglia: poesia e liturgia, RTL 274 2009, 61).

Vivere la liturgia significa allora abitare poeticamente la realtà, proprio come il poeta che si libera dalla visione ordinaria delle cose, al fine di essere libero per accogliere un nuova presenza, il formarsi di una nuova realtà che lo plasma e la cui parola poetica porta alla luce.

Nella poesia come nella liturgia accade e si esprime uno stato d’animo tale da disarticolare la realtà abituale, il suo orizzonte monotono e impenetrabile, aprendo un varco in essa per far passare un altro modo di vivere nel mondo, di pensare, di sentire, di vedere la vita: una nuova immagine si dà a vedere e toccare, un mondo altro in cui entrare e dimorare.

Il poetico sta alla liturgia come le acque di un fiume carsico. La poesia, intesa come poiesis è abilità a fare, creatività dello spirito dentro la liturgia stessa, generativa dell’esperienza di essere creati e ricreati attraverso le sue parole e i santi segni.

In essa si fa esperienza di quanto riferisce Giovanni nelle lettere: «Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi».

Il cuore poetico della liturgia è il mistero pasquale. Da questa nuova creazione la vita, il mondo, il cosmo vengono riaperti, generati a vita nuova. Nella risurrezione viene disarticolata la morte e proprio da essa l’orizzonte di una nuova vita è donata e fatta partecipe a tutti.

Gli scritti del poeta e teologo ortodosso Olivier Clément [Qui] sono stati decisivi per aprire a nuovi orizzonti il mio vivere e pensare la fede. Egli parla della poesia e del suo compito di risvegliare la coscienza alla realtà, quale compito profetico che fa breccia nel conosciuto, nel prevedibile, facendo affiorare l’imprevedibile, il mistero nascosto nell’ordinario, nel feriale orizzonte un orizzonte festivo, parola sempre nuova rivelatrice di una alterità nascosta, ma che invocata si fa presente:

«È compito del poeta − e attraverso questo indubbiamente egli profetizza − provocare un risveglio. I vecchi asceti dicevano che il più grande dei peccati è l’oblio: quando l’uomo diventa opaco, insensibile, talora indaffarato, talaltra miseramente sensuale; quando diventa incapace di fermarsi un istante nel silenzio, di meravigliarsi, di vacillare davanti all’abisso, per l’orrore o per il giubilo; quando diventa incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere lo straordinario negli esseri e nelle cose; quando insomma diventa insensibile alle sollecitazioni segrete, anche se così frequenti, di Dio.

Allora interviene il poeta… Perciò la poesia − più in generale l’arte – ci risveglia. Essa ci cala più in profondità nell’esistenza. Fa di noi degli uomini e non delle macchine. Rende solari le nostre gioie e laceranti le nostre ferite. Ci apre all’angoscia e alla meraviglia».

Di seguito poi O. Clement cita un testo poetico di una liturgia nella vita: «L’Umiltà dell’ultima rosa in Achmatova: “Signore, tu vedi quanto sono stanco/ di risuscitare, di morire e di vivere./ Prendi tutto, ma di questa rosa rossa/ possa sentire ancora la freschezza”, In memoria di Bulgakov, 1940», (Il potere crocifisso. Vivere la fede in un mondo pluralista, Mangano [Bi] 1999, 69-71; 73).

Questo per me è lo spirito della liturgia, così è viverla, perché queste parole risvegliano in me quelle umilissime parole, ma traboccanti fiducia, del Figlio amato: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”. Come rosa rossa che mai appassisce sono le mani del Padre che profumano della grazia fragrante del Risorto dai morti.

Termino così come ho iniziato, con una poesia di Rebora che fa risuonare, ancora oltre, le parole di Anna Andreevna Achmatova [Qui]; a lei grato per continuare a sentire, di quella rosa rossa che per me è la liturgia, ancora oggi, la freschezza.

«Bocciòlo di rosa reciso!
Ma ecco nell’acqua si schiude:
l’effluvio si effonde: il sorriso
dei petali casto si indora.
Nel freddo angusto vasetto
da poca inerte acqua che affiora
donde hai tratto il getto e il vigore?
Come vesti tanto splendore?

Oh cuore del mondo reciso!
Ma ecco la Grazia ti irrora,
l’Amore infinito dilata
il tuo nulla: palpita grande
il Signore, circola il Sangue,
lo Spirito buono ti sana,
con te piange, e in pace t’irradia:
nel mondo ti dà il Paradiso.»
(Le poesie, 412)

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matite colorate pastelli colori

GENNAIO 1959 – Le matite colorate

Nel Gennaio 1959 mia madre Anna Ghepardi aveva 17 anni, ne compì 18 il 21 Ottobre.
Fu l’anno in cui si diplomò maestra. Per una femmina che veniva da una famiglia povera fu una grande conquista.

Racconta che nessuna delle sue amiche di Cremantello raggiunse il diploma, le più brave tra le sue coetanee fecero tre anni di quello che allora si chiamava ‘Avviamento professionale’ e poi si misero a fare le segretarie o le centraliniste.

Le altre andarono a fare le operaie in filanda, rovinandosi le mani con l’acqua bollente, in cui bisognava inserire i bozzoli dei bachi da seta per poi sgarzare il prezioso filamento.

Era l’anno 1959 quando imperversava una famosa epidemia, quella portata dal ceppo influenzale conosciuto come ‘Asiatica’ [Qui]. La vita scorreva senza troppi problemi e le informazioni su questa pandemia erano scarse, sia da parte delle Autorità che da parte dei medici di famiglia.

L’Asiatica contaminava giovani, meno giovani, ma soprattutto anziani. Si trattava di una forte influenza che colpiva le vie respiratorie, causando forti febbri (fino a quaranta), indebolendo tutti i muscoli e costringendo chi la contraeva a letto per settimane.

Tra il 1957 e il 1960 morirono per l’Asiatica circa quattro milioni di persone nel mondo. Fu causata dal virus A/Singapore/1/57 H2N2 (influenza di tipo A), isolato per la prima volta in Cina nel 1954.

Mia madre racconta che anche lei prese l’influenza e stette a casa una settimana da scuola. Il collegio che ospitava mio padre chiuse venti giorni perché erano tutti ammalati: ragazzi e insegnanti. Lei però guarì, così come mio padre. Molte informazioni non c’erano, non si sapeva quante persone si fossero ammalate, quanto grave fosse la pandemia, quante persone morirono.

Nel gennaio del 1959 successero nel mondo diversi eventi importanti, ma mia madre dice che non ne conoscevano nessuno. I giornali non si leggevano, la TV era presente solo in qualche esercizio pubblico e le notizie arrivavano, in un paese piccolo come Cremantello, frammentate, ritardate e poco attendibili.

Fu così che, ignorati dagli abitanti di Cremantello, successero nel Gennaio 1959 alcuni grandi avvenimenti.

Il primo gennaio il dittatore Fulgencio Batista abbandonò l’Avana. Fidel Castro entrò nella capitale cubana in testa alle sue truppe.

Il due Gennaio l’Unione Sovietica lanciò nello spazio Luna 1, il primo oggetto costruito dall’uomo ad uscire dall’orbita terrestre.

Il tre gennaio l’Alaska entrò negli USA, diventandone il 49º stato.

Il sei gennaio a Bologna Giuseppe Dossetti, ex politico e parlamentare democristiano, esponente della sinistra del partito, ricevette l’ordinazione sacerdotale.

L’otto gennaio, al Palazzo dell’Eliseo in Francia, René Coty, ultimo presidente della Quarta Repubblica, passò le consegne a Charles de Gaulle, primo presidente della nuova Costituzione.

Il ventisei Gennaio in Italia cadde il secondo governo Fanfani. Il politico abbandonò anche la carica di segretario della Democrazia Cristiana.

Di tutto questo a Cremantello non si seppe nulla. Si andava avanti conducendo una vita relativamente tranquilla e complessivamente povera. In una famiglia di contadini di quattro persone c’erano quattro piatti, quattro forchette e quattro bicchieri. Se andava tutto bene, c’era un cappotto o una giacca pesante a testa.

I bambini andavano a scuola con gli zoccoli (per fortuna gli zoccoli scaldavano i piedi e li tenevano asciutti) e possedevano sei pastelli di legno per colorare i loro disegni. I pastelli dovevano durare tutto l’anno, non era possibile ipotizzare di doverli rimpiazzare.

Se un pastello cadeva lo si raccoglieva subito e si controllava che la mina fosse integra. La mina rotta era una grande sfortuna. Tutte le volte che si provava a fare la punta al pastello, la frazione di mina usciva dall’involucro di legno in maniera anomala e si depositava sul pezzo di carta dove si erano appena raccolti i trucioli della limatura.

Era un evento che intristiva sia i bambini che i genitori e per il quale non c’era rimedio. Le matite colorate che cadevano generavano sicuramente apprensione. A maggior ragione se cadevano il rosso o il giallo, i due colori primari prediletti dai bambini.

Mia mamma quell’anno fece la maturità. L’autobus per la città passava davanti a casa sua e si fermava poco più in là, ma lei non lo poteva prendere perché costava troppo. Doveva fare ogni mattina cinque chilometri in bicicletta per arrivare al paese più vicino, dove si trovava la stazione ferroviaria e dove lei poteva permettersi di pagare il biglietto del treno per arrivare a scuola.

Al ritorno il percorso era fatto in senso inverso. Prima un pezzo di viaggio in treno e poi cinque chilometri in bicicletta per arrivare a casa. Ricordo di aver sentito la nonna Adelina dire che avrebbe voluto mettere le ruote sotto la casa e spostarla vicino alla città per aiutare sua figlia negli studi e non doverla vedere arrivare a casa col buio e, d’inverno quando faceva molto freddo, congelata o bagnata.

Ma la grande casa della nonna le ruote non le aveva, non le ebbe mai e mia madre dovette continuare a fare dieci chilometri in bicicletta tutti i giorni, finché si diplomò.

Ogni tanto mia madre dice che il poter stare in casa al caldo, quando fuori fa freddo, è tutt’ora una delle sue massime soddisfazioni. Racconta anche la nonna Adelina la aspettava a casa con la cena pronta, anche se la qualità del cibo non era eccellente, un po’ per la mancanza di materie prime e un po’ perché la nonna non amava cucinare.

Quando si doveva fermare a scuola anche al pomeriggio, mangiava nella pausa pranzo due panini con la pancetta, il salume che costava meno.

Aveva però una grande fortuna. Il padre di una sua compagna di classe faceva l’apicultore e, per lo stesso motivo per cui mia madre aveva sempre la pancetta, la figlia dell’apicultore aveva sempre due panini col miele.

Così si creò un sodalizio davvero vincente. Siccome mia madre era stufa della pancetta e Verbena era stufa del miele, facevano uno scambio. Mia mamma dava uno dei suoi panini a Verbena, la quale le cedeva uno dei suoi al miele.

Fu in quel modo che la situazione migliorò senza costi aggiuntivi per nessuno. La solidarietà e la reciprocità sono uno dei vettori del senso di comunità e uno dei collanti sociali più forti che conosciamo, senza bisogno di spendere nulla. Senza soldi si acuisce l’efficienza e, purtroppo solo in alcuni casi, anche la solidarietà.

Mia madre dice che quando sente pronunciare delle frasi stucchevoli del tipo “si stava bene quando si stava peggio” le viene la nausea. Si stava peggio e basta. Ci si ammalava di più, si moriva prima, si soffriva il freddo, c’erano meno possibilità di vedere, imparare, capire e conoscere.

Dopo cena la nonna le cercava i termini da tradurre sul vocabolario di latino. Spesso mia madre era costretta a fare delle tardive versioni, dalla nostra ‘lingua morta’ all’italiano, che non le piacevano minimamente. Il latino non è mai stato il suo forte e forse proprio per quello, le versioni scivolavano verso la fine della giornata e non la chiudevano nel migliore dei modi. Ma a scuola non si studiava solo latino e, per fortuna, nelle altre materie era brava.

Mia madre non aveva il padre. Era morto improvvisamente d’infarto a cinquant’anni. Questo condizionò sicuramente la sua infanzia e la sua adolescenza, così come quella dello zio Giovanni e fece sì che il carattere della nonna Adelina diventasse complicato e a volte inspiegabile.

La nonna si intristiva sempre durante le feste, non le piaceva il Natale e non voleva mai festeggiare nessuno. Le feste le ricordavano il marito morto e penso che le venisse una terribile nostalgia del poco tempo in cui lei e i suoi bambini erano potuti stare con lui.

Quando è avvenuto questo tremendo lutto, mia madre aveva otto anni e lo zio Giovanni due. Chissà com’era il nonno, non avrò mai la possibilità di saperlo. Nel 1959 erano passati dieci anni da quella nefasta giornata e la vita scorreva tutto sommato tranquilla.

La loro situazione era simile a quella di altri compaesani perché, nonostante la mancanza del papà, erano economicamente indipendenti. La nonna Adelina era una brava sarta e lavorava sempre.

Mentre tutto questo accadeva a Cremantello, nel mondo succedeva di tutto, ma loro non lo sapevano e continuarono la loro vita di sempre, coltivando l’orto, aiutando lo zio che vendeva le stoffe, andando in giro in biciletta e mangiando il gelato la domenica pomeriggio.

Del resto i confini del mondo e del sapere sono mutevoli e la differenza la fa ‘ciò che si sa’.
‘Ciò che non si sa’ non condiziona in alcun modo la qualità della vita percepita.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

N.B. Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

papa vaticano

LE ULTIME, TREMENDE PAROLE DI FRANCESCO.
Se anche il Papa dimentica il sacramento dell’Amore

 

Il Papa è tornato a parlare e lo ha fatto in una conferenza stampa nel viaggio di ritorno dalla Slovacchia. Ha toccato questioni delicate e complesse, con parole che mi sono giunte come pugni nello stomaco. Sentire dire che “l’aborto è un omicidio con l’aiuto di un sicario” a me, che sono madre di 4 figli, è sembrato un obbrobrio.

Per me la vita è sacra ma è altrettanto sacro il diritto all’autodeterminazione. Nel libro di Teresa ForcadesSiamo tutti diversi (edizioni Castelvecchi) che ho curato con Cristina Guarnieri, lei spiega che nel magistero la chiesa considera  il diritto alla vita un diritto fondamentale ma considera tale anche il diritto all’autodeterminazione.

Ora. nella questione complessa dell’aborto i due diritti confliggono: la domanda che sorge allora è:” chi può risolvere tale conflitto? “Per il magistero della chiesa  il diritto alla vita ha sempre la precedenza.
Per me la risposta è semplice, nessuno al di fuori del corpo/ spirito che porta in serbo quella vita, può risolvere tale conflitto.

Perché dico questo? Perché la vita umana non può essere usata in modo strumentale. La legge non sta sopra di noi ma sta davanti a noi e c’è uno spazio di libertà (anche se oggi parlare di libertà mi sembra quasi ridicolo) che si chiama coscienza/autodeterminazione, nel quale nessuno può entrare se non con il permesso.
Non riconoscere alle donne questo spazio è privarle della loro umanità.

Da millenni l’uomo maschio controlla i corpi delle donne in modo ossessivo, il controllo riproduttivo è poi il caposaldo su cui si radica il patriarcato. I figli sono del padre, a loro si dà il cognome del padre, il padre è l’autorità.
Forse oggi I padri sono meno ‘padri’ nell’immaginario collettivo, il loro ruolo si è modificato dagli anni 60′ in poi, ma il dio Padre, lo Stato Padre, il Santo Padre, i padri della scienza, continuano a dettare leggi prive di anima, negando un patto sociale che è alla base delle comunità.

Le donne di questa comunità sono parte, come tutti del resto, ma se a loro continua a venire negato il diritto all’autodeterminazione è forse possibile parlare di  comunità?
La mia amica Monaca (che non è a favore dell’aborto ma di una sua depenalizzazione, posizione che condivido) aveva risolto il caso con il magistero, ponendogli una domanda: come mai la chiesa nel caso di un padre il cui figlio abbia bisogno di un trapianto di un rene, se lo ha compatibile, non viene obbligato in alcun modo a donarlo?
Inoltrò la sua domanda al Vaticano, aggiungendo anche che la donazione di un rene ha un grado di mortalità e di complicanze ben minore di una gravidanza e di un parto. La sua domanda rimase senza risposta.

Con la stessa logica del controllo dei corpi delle donne sono, poi, le parole che Papa Francesco riserva al secco no al matrimonio di gay e lesbiche, ma a un compassionevole si ( sic) alle unioni civili. Il matrimonio è un sacramento che riguarda solo una donna e un uomo, a suo dire, perché nella teologia della complementarità il matrimonio è strettamente legato alla riproduzione. Ma non è forse vero che la chiesa non ha mai negato il matrimonio a una donna attempata che certo ha perso la sua prerogativa di riprodursi? O lo negherebbe a una donna priva di utero? O a un uomo infertile?

La teologia della complementarità, o la visione laica binaria, negano alla base l’unicità di ogni singolo essere umano, senza distinzione di sesso, perché l’ uno diventa la metà dell’altro.
Ma nella struttura sociale, e nell’immaginario che regge questa prospettiva, le donne si trovano sul gradino più in basso.

La cosa curiosa è che il sacramento del matrimonio è la manifestazione dell’amore di Dio e, l’amore di Dio lo troviamo nella trinità, e questo amore non ha nulla a che vedere con la complementarità.
Dunque, in questo caso, lo stesso Papa sembra non riuscire ad entrare in quella prospettiva trinitaria che è alla base della nostra fede cristiana.

Sempre la mia amica Teresa Forcades a questo proposito scrive: “Ecco perché sono a favore del matrimonio omosessuale. Non ritengo sufficiente che la Chiesa diventi tollerante nei confronti  degli omossessuali, né che semplicemente smetta di discriminarli o colpevolizzarli, sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone, sia etero sia omosessuali, a patto che  fra loro vi sia un amore autentico […] il problema del matrimonio  non è se sia  etero o omosessuale, ma la qualità dell’amore che lo anima.”.

Nel 2015, in un articolo pubblicato sul blog 27ora dal titolo Il femminismo ci libererà dalla violenza sui deboli [Vedi qui], affrontavo la questione della assunzione di responsabilità alla pari delle donne nello spazio pubblico e  quanto questo mettesse in crisi gli immaginari di riferimento e le fondamenta della società patriarcale.

Scrivevo: “La venerazione per la Ragione pura che, dall’Illuminismo in poi è stato il motore del progresso in campo scientifico ma anche in quello politico sociale e culturale fino alla creazione degli Stati di diritto ai quali si deve l’abbattimento graduale di diseguaglianze e discriminazioni allora impensabili, oggi sembra in crisi e non risponde più alle esigenze di una democrazia sempre più avanzata. La ragion pura ha gradualmente spogliato l’immagine paterna, a cui l’idea di Stato è legata, della forza empatica e umana di cui era anche portatrice, trasformando la sua autorevolezza in autoritarismo, ha svuotato la parola del suo autentico senso incarnato riducendola a codice astratto privo della conoscenza esperienziale che passa per un corpo sessuato.”.

Mai come oggi queste parole mi sembrano vere!
Sembra che lo stesso Santo Padre abbia perso il senso della parola incarnata.

La fine della casa

 

ROMA – Le riflessioni che seguono sono nate a margine del caso della piccola Antonella Sicomoro, la quale ha perduto la vita lo scorso 20 gennaio a dieci anni, in casa sua a Palermo, per le conseguenze di una sfida nella quale era stata coinvolta attraverso la frequentazione dei social.
Eventi come questo danno l’impressione, soprattutto a chi non è più giovanissimo, che si sia instaurato un nuovo ordine del possibile, purtroppo spaventoso. Ma è davvero così?

Che vi siano bambini vittime di giochi tra coetanei non è purtroppo una novità. Anche le case sono da sempre luoghi di oscuri pericoli per i più piccoli. Dove sarebbe, dunque, la discontinuità? Non sarà che, come facevano i nostri anziani apparendoci per questo tanto bizzarri, cominciamo a trovare il presente così solo perché lo osserviamo ormai da una certa lontananza?
La risposta che si vorrebbe qui argomentare è: no, la discontinuità c’è. E ha radici potenti e lontane.
Lontane quanto? Quanto l’inizio della trasformazione delle culture umane da nomadi a sedentarie. La sedentarizzazione, infatti, produce una nuova percezione dello spazio che si ridefinisce nei termini di interno alla sfera antropizzata (infield) e di esterno ad essa (outfield). Ovviamente, nel cuore dell’area interna c’è il villaggio e, nel villaggio, le abitazioni.

Inizia così, oltre diecimila anni fa, la lunga storia – architettonica e simbolica – della casa, attraverso la quale essa diventerà, molti secoli più tardi, espressione della coesione della famiglia come nucleo autonomo.
Questa qualificazione antropologica dello spazio della casa come luogo di intimità ‘inviolabile’ – come tra l’altro sancito dalla Costituzione – conduce al delinearsi della sua essenza come quella di un argine contrapposto alla potenza intrusiva del mondo. Di conseguenza, come quella di una dimensione, essenzialmente appropriata all’esistenza umana, di latenza sociale e, dunque, di agio esistenziale. In conclusione, come rileva Bachelard, dello spazio essenzialmente più poetico del nostro mondo.

Pochi anni dopo l’esplorazione di Bachelard (nel 1957) della casa come spazio poetico, Guy Debord pone in evidenza i tratti di fondo di un potente processo di trasformazione in atto nella nostra società: essa diviene società dello spettacolo. Ciò avviene quando la sfera dello ‘spettacolo esonda dalla sua collocazione tradizionale nel contesto della vita sociale e ne diviene la dimensione fondamentale: quella di un “rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini”, sì che “la realtà sorge nello spettacolo”.
Questa inversione del rapporto genetico tra vita reale e spettacolo, naturalmente legata alla diffusione delle tecnologie, colonizza progressivamente gli spazi della nostra esistenza, in senso architettonico, fisico e ontologico, ovvero relativo alla determinazione di ciò che siamo e di ciò che è.
Debord (morto suicida nel 1993) aveva certamente presente l’insediamento fisico degli schermi televisivi – vere e proprie finestre sulla dimensione dello spettacolo – in ogni appartamento, e talvolta in ogni sua stanza. Si tratta, anche qui, di un vero e proprio capovolgimento delle prospettive abitative, nel quale lo sguardo umano viene radicalmente captato nella dimensione dello spettacolo, al punto che esso perde interesse per ciò che avviene nella sfera, ormai arcaica, del circostante.

Gli ultimi anni hanno portato una radicalizzazione del fenomeno, al punto che altre finestre si sono aperte direttamente sui nostri stessi corpi, in modo tale che l’intero intreccio delle relazioni sociali si riflette costantemente negli schermi degli smartphone.
Inoltre già da tempo è data a ciascuno di noi la possibilità di non essere, in questo capovolgimento delle dimensioni, soltanto “spettatori”, bensì di poter divenire in ogni istante detentori di un infinitesimale pixel dello schermo globale. È, appunto, la dimensione dei social e, in particolare, di quello sul quale si è perduta la piccola Antonella: Tik Tok.

Questo, naturalmente, non significa in alcun modo che la quotidianità colonizzi all’inverso la dimensione dello spettacolo, ripristinando in qualche modo un equilibrio. Al contrario: significa che non soltanto la quotidianità viene vissuta e misurata nella prospettiva della sua spettacolarità, ma anche che viene progettata in funzione di essa.
Nella percezione delle attività, dei luoghi, delle persone, insomma, le esigenze del far spettacolo di sé possono prevalere su quelle più proprie.

Quella dello spettacolo, diceva dunque Debord, è una nuova forma di società. Ma questa forma non si arresta affatto sulla soglia della nostra casa. Non rispetta minimamente il vincolo dell’intimità. Abita con noi le nostre stanze. Veste i nostri corpi.
Ecco, dunque, che paradossalmente godiamo ormai di maggiore intimità quando camminiamo per le strade che quando sediamo sul nostro divano. La ragione è presto detta: le strade sono un luogo di comunità, nel quale non possiamo non mantenere un cordone ombelicale con l’orizzonte arcaico della realtà e dei suoi accidenti; nelle nostre case, se aperte ormai solo sugli schermi-finestre, quel cordone ombelicale può finalmente essere radicalmente reciso.

È precisamente ciò che già da tempo si può constatare in alcuni di coloro che – per età, per condizioni fisiche o per altre ragioni – consumano perlopiù o esclusivamente il loro tempo tra le pareti domestiche. È, inoltre, una delle possibili prospettive dalle quali riconsiderare la fenomenologia del lockdown, che va colto anche come l’allestimento di una immensa platea forzata per la spettacolarizzazione della pandemia.

I nostri ‘appartamenti’, dunque, non sono più, in essenza, luoghi nei quali appartarci dalle costrizioni e dalle infestazioni della dimensione sociale, bensì dei contenitori nei quali quella dimensione, nella forma estrema dello spettacolo, si apparta con noi, ci assimila e ci aliena. Le ‘mura’ domestiche, lungi dall’essere ormai un argine alla violazione della nostra intimità, costituiscono la segreta nella quale essa viene definitivamente annichilita, ovvero estromessa dall’essere.

Nel chiuso di queste stanze, nessuna rete relazionale – compresa quella della famiglia –  ha essenzialmente diritto di intromettersi, di accompagnarci, di proteggerci, come evidentemente è accaduto nel tragico caso della piccola di Palermo.
È la fine della ‘casa’. Un mutamento epocale nel quale si compiono diecimila anni di storia.
Nei nuoviappartamenti, in coerenza con l’evoluzione della dimensione dello spettacolo, non soltanto siamo strutturalmente esposti alle sue liturgie, ma anche tenuti a esporci continuamente – grazie al pixel di schermo globale cui veniamo assegnati – allo sguardo osceno della dominazione che ci impone di imbellettarci, di sculettare, di fare simpaticamente il broncio o di stringerci, bambini, una cinta al collo.

Così sembra essersene andata la vita della piccola Antonella Sicomoro. Ma siamo solo all’inizio.

Attualmente Giuseppe Nuccitelli insegna filosofia e scienze umane nella scuola media superiore pubblica. Ha collaborato con Università, con Enti di Ricerca, con la RAI e con altri soggetti. È autore di varie pubblicazioni nell’orizzonte della filosofia e della linguistica educativa. È giornalista pubblicista.

PRESTO DI MATTINA
Tattiche e strategie

D’estate, il marciapiede di mattoni sconnessi davanti a casa diventava il giardino di mia nonna Bianca. Noncurante del parco e delle belle aiuole dei vicini affollate di iris, gigli e rose multicolori, lei, a fine maggio, seminava sul marciapiede gli ‘amici del sole’ (Portulaca porcellana o ‘fiore del giorno’). Lo faceva così come veniva, tenendo in una tasca del grembiule il mangime dei polli e nell’altra le sementi che aveva raccolto l’anno prima. Come il pròdigo seminatore della parabola non temeva gli uccelli del cielo, né la superfice respingente dei mattoni. Confidava che almeno alcuni semi cadessero tra gli interstizi del selciato, tra pietra e pietra, mescolandosi subito alla terra dopo una passata di annaffiatoio. Poi, in breve tempo, dai piccoli germogli ne spuntavano altri e si diramavano dappertutto moltiplicandosi con rapidità. Così, in piena fioritura, il marciapiede diveniva una tessitura variopinta a trame larghe come vie di un boulevard floreale. Ed io, senza farmi vedere, a volte, saltellavo dentro agli spazi vuoti come nel gioco della campana, in cui si procede su un piede solo, raccogliendo però, al posto di un sasso, un fiore che riponevo poi sulla finestra per mia nonna.

Allora non sapevo che il fare è già un dire e che le pratiche del quotidiano aprono spazi esistenziali e comunicativi che arricchiscono di senso la coscienza. Nell’acume di opera si aprono varchi nell’immediatezza di una situazione inattesa, si scovano vie d’uscita alternative, si acutizza l’astuzia come intelligenza pratica, che muta le contrarietà in un vantaggio, ribalta una perdita in un beneficio; accrescendo la capacità decisionale si fa del quotidiano un luogo d’invenzione.

Aprire spazi era del resto lo stile di mia nonna. Là dove c’era accumulo, accavallamento, occupazione, lei creava spazio per ciò che doveva accadere, disponendosi all’inatteso. Era in fondo la stessa strategia con cui fronteggiava le mie domande, replicandovi con altre domande che aprivano un varco là dove sembrava non ci fosse risposta alcuna: «e tu cosa faresti nel posto dell’altro?». E così insinuava che c’erano ancora margini, degli interstizi in me, in cui celare risposte non prefabbricate; un senso ulteriore oltre il già detto e il già fatto; un dire e un fare inediti nascosti nelle pieghe delle parole conosciute o tra le frange delle azioni già compiute.

Imparavo da lei a praticare con creatività i luoghi ristretti della casa e del cortile, alla ricerca di connessioni nuove, combinando tra loro cose vecchie. Per imparare a leggere, alternavo ai libri di testo il calendario di cucina di frate indovino, il libro delle ricette e quello delle preghiere della nonna, scritto a grandi lettere. Una volta, con i fratelli abbiamo perfino appeso alle travi di una stanza che serviva da sgombero una corda per fare un’altalena con la pladura ormai inutilizzata (una specie di vasca di legno con i manici, in cui si lavava e pelava il maiale prima di farne salami). Salito a bordo a volte pensavo all’olandese volante, a volte a Moby Dick.

Dopo la scuola, finiti i compiti, iniziava la caccia al tesoro. Le tre galline della nonna erano proprio stravaganti, galline vagabonde, facevano le uova in posti impensati: sotto la legnaia o sopra al forno del pane, in una siepe al limite della campagna. Cambiavano sempre posto, e io mi sentivo come un bracconiere. Seguivo gli indizi finché non riuscivo a scovarle. Solo quella che chiamavano la regina faceva sempre l’uovo sul cuscino di una seggiola in cucina, vicino alla stufa, e nessuno si meravigliava di quella differenza; anzi nessuno osava neppure occupare quella sedia, anche quando era vuota.

Oggi questi ricordi mi aiutano a riflettere sullo stile della chiesa in questo tempo di minorità e transizione. Ricordi che si rimescolano ai testi di Michel de Certeau, anch’essi seminati ora negli interstizi del mio fare, tra una pratica pastorale e un’altra, tra un salmo e una visita ai malati.
Ricorda De Certeau che l’essenziale risiede nella pratica comunitaria e nello stabilire relazioni: nell’esercizio fatto insieme per liberare spazi, invece che occuparli, in attesa di ciò che sta venendo, per accogliere ciò che ancora è assente: un nuovo stile, nuove pratiche di chiesa in riforma missionaria. Non si tratta certo di restaurare il passato, non siamo più in regime di cristianità, direbbe papa Francesco, «perché la fede non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune», si trova a vivere in una pluralità diversificata e complessa; serve allora far emergere le differenze tra oggi e ieri e, in questo «cambiamento d’epoca», incoraggiare la gente a prendere la parola e articolare istanze, esperienze, attese attraverso la narrazione dei vissuti e delle pratiche comunitarie poiché non si tratta di cambiare il vangelo di sempre, ma di comprenderlo in un mondo in cambiamento.
Decisiva sarà anche una differente pratica dell’autorità nella chiesa nel rispetto della diversità e dignità dell’altro, coinvolgendolo come soggetto attivo nella forma di una relazionalità non unidirezionale, docente e discente, ma pluriforme, poliedrica, che declini la peculiarità di cui è portatore combinandola con le particolarità degli altri in stile meno gerarchico e più comunionale. Questa è la sfida, tanto per le comunità cristiane quanto per il singolo credente: articolare tentativi e pratiche di sinodalità per riscoprirsi popolo di Dio in cammino con la gente.

«Mai senza l’altro… L’altro mi manca»: con tali espressioni Michel de Certeau fa presente pure che le differenze, là dove non vi è unione sono inerti, non sono più un fermento, ma contrapposizione. Pertanto una comunione, se non rinasce continuamente dalle differenze che la problematizzano e la mettono in questione, resta uno sterile e inutile ideale, un alibi per non rischiarsi nella fatica della relazione. Se essa non abita tra le pieghe del vissuto d’altri e non passa attraverso gli interstizi, affrontando i conflitti e resistendo nei luoghi chiusi per tentare di trovare un passaggio, non inventerà spazi nuovi di corresponsabilità, né muterà i conflitti in crisi di crescenza e luoghi di trasformazione.

Riforma, come formare di nuovo, dice il «legame all’altro, nell’apertura ad una pura differenza chiamata ed accettata con gratitudine». Così lo stile e le pratiche di chiesa vanno cercate nel quotidiano, nei luoghi dove ci si incontra come su un confine, che ad un tempo differenzia ed unisce. Nei «clivaggi» ‒ direbbe De Certeau ‒ in spazi sconnessi, nelle fenditure in cui ricevere, per articolarli, il dire e il fare di ciascuno, confrontando la parola e l’agire, frequentando pure quelle fratture, quelle anomalie e assenze in cui irrompe e si fa trovare come uno straniero l’eccedenza di un Dio e di una Parola più grandi della nostra capacità di contenerli, misurarli, afferrarli.

Con L’invenzione del quotidiano ‒ un classico della sociologia ‒ Michel de Certeau individua nella «gente comune» una intelligenza creativa, generativa di astuzie e stratagemmi; inventiva di tattiche forgiate nel quotidiano, fatte di ordinarietà e consuetudini, per bypassare le strategie commerciali dei produttori volte a orientare i consumatori all’acquisto. Mutando contesto, e “camminando nella città” de Certeau analizza le pratiche creative in riferimento alle aree urbane. Così sono messi a confronto da una parte coloro che, con una strategia a vasto raggio, predispongono mappe e percorsi per visitare luoghi predefiniti, e dall’altra coloro che alterano quelle traiettorie e sensi unici obbligati in cui li vorrebbero incanalare gli urbanisti. De Certeau collega le strategie alle istituzioni, mentre le ‘tattiche’ sono utilizzate dagli individui per creare degli spazi propri negli ambienti definiti dalle ‘strategie’. I singoli si ricavano così uno “spazio altro”, scoprendo percorsi alternativi, inventandosi scorciatoie trasversali rispetto a quelle programmate.

Queste pratiche alternative affiorano per l’apparire di un riferimento, di una immagine che rimanda a sensazioni, ricordi e forme, catturate da odori o suoni, che lungo il cammino, spuntano all’improvviso e così si riscopre la libertà creativa del navigatore di mutare rotta. Scrive de Certeau: «Queste tattiche rivelano anche fino a qual punto l’intelligenza sia indissociabile dagli affanni e dai piaceri quotidiani che sottende, mentre invece le strategie nascondono sotto la parvenza di calcoli obiettivi il rapporto col potere che le sostiene, custodito dal luogo proprio o dall’istituzione», (L’invenzione del quotidiano, Roma 2001, 16). Questo modello sociale che utilizza i concetti di strategia e di tattica può diventare criterio di discernimento anche per le pratiche ecclesiali. Come a dire che una riforma missionaria della chiesa non può prescindere dal situarci nel luogo dell’altro, sensibili a lui prima che a noi stessi o alle istituzioni che rappresentiamo. «Credere non è adottare un programma – scrive de Certeau – è, innanzitutto, trovare la parola. I credenti considerano la loro vita sotto una nuova luce quando diviene la loro risposta a qualcuno. Percepiscono dentro di sé ciò che non avrebbero mai conosciuto senza il misterioso interlocutore che glielo rivela» (Esperienza cristiana e linguaggi della fede, Roma 1968, 20). Allo stesso modo una chiesa in situazione di riforma «deve incessantemente discernere nel mondo ciò che testimonia; deve sempre cercare con gli uomini ciò che insegna loro. Non ha mai la proprietà definitiva ed acquisita della verità, è costantemente strappata da ciò che possiede, in nome di ciò che crede e di ciò che vive. Dio non cessa di esiliarla al di là di se stessa attraverso gli incontri e le solidarietà che dapprima disorientano, ma che poi ricordano e rinnovano quanto essa fa già “in memoria” e come segno dell’alleanza eterna» (Dalla partecipazione al discernimento Impegno cristiano dopo il Concilio Vaticano II, Roma 1968, 90).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]  

CONTRO VERSO
Ciao assistente, sono Alì

Ciao assistente, sono Alì

Queste rime sono dedicate a un bambino nigeriano di 12 anni che, ricongiunto alla mamma in Italia dopo 10 anni di distacco, un giorno ha bussato alla porta dei servizi sociali chiedendo di essere allontanato a causa dei maltrattamenti subiti.

Ciao assistente, sono Alì
e non voglio stare qui.
Sta accadendo un pandemonio!
Mamma dice: “Sei un demonio”
Lei lo pensa seriamente
e mi picchia di frequente.
Se mi agito un pochino
viene col peperoncino,
me lo passa sopra agli occhi
o mi aggredisce a morsi.
La faccenda è molto seria.
La mia terra è la Nigeria.
Son venuto qui da poco
mi aspettavo fosse un gioco.
Dopo anni di distacco
dalla mamma, ecco il suo attacco.
Lei che quasi non conosco
mi combatte come un mostro.
Io non voglio stare là
Meglio la comunità.

Esistono ragazzi, come Alì, che chiedono di essere protetti. Ne parlano con un insegnante di fiducia, un assistente sociale, un amico di famiglia, un allenatore… e rivelano relazioni familiari così dure da non riuscire a immaginare un cambiamento, se non quello di andarsene via.
Quando si parla di botte è frequente che l’allontanamento si risolva in un tempo breve. Quello che serve perché i genitori soprattutto, ma in parte anche i figli adolescenti, imparino a comunicare senza ferirsi troppo e ritrovino l’amore seppellito dalla rabbia.

 

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Al bar Ghepardi si gioca a scacchi

Oggi al bar Ghepardi c’è un torneo di Scala Quaranta. Si gioca con le carte francesi e viene eliminato chi paga centocinquantuno. Lo zio Giovanni è bravo, esperto di carte e vince spesso, anche se il gioco in cui eccelle è gli Scacchi. Anni fa ha vinto alcuni tornei importanti. Ora ha settantatre anni e dice che i suoi riflessi cominciano un po’ a rallentare, anche se continua ad essere un ottimo giocatore.
Il modo in cui lo zio Giovanni guarda gli scacchi mi ha sempre affascinato. Non so come faccia,  ma fissa la Torre (uno dei “pezzi” con cui si gioca)  con una tale intensità che sembra che stia osservando l’arrivo di Faramir, con il suo intero esercito, ad assediare la Torre per liberare la principessa. Faramir è un personaggio di Arda, l’universo immaginario fantasy, creato dallo scrittore inglese J.R.R.Tolkien nel  Signore degli Anelli.  E’ il figlio minore del sovrintendente di Gondor, Denethor nonché fratello di Boromir e Capitano dei Ramingho dell’ithilien.
Lo sguardo dello zio mentre guarda i “pezzi” degli scacchi  sembra proprio un tramite verso un mondo fantasy dove le pedine sulla scacchiera sono le assolute protagoniste della saga.

Altre volte, invece della Torre, guarda la Regina (altro “pezzo” del gioco) con molta devozione, oppure il Cavallo con curiosità e stupore visto che è il più bizzarro e maldestro dei personaggi degli scacchi. Quel gioco ha qualcosa di tremendo e difficile,  si va avanti per ore, si fanno continue ipotesi sulle mosse proprie e degli avversari e, chi ha una più acuta capacità previsionale e riesce ad intuire con anticipo quali saranno le mosse dell’avversario, vince. E’ un gioco complicato che prevede molta concentrazione, conoscenza di schemi logici, capacità di anticipare le mosse dell’avversario, un grande senso tattico e anche un po’ di fortuna. Davvero un gioco con la “G” maiuscola e davvero bravi i giocatori del bar Ghepardi che, istruiti dallo zio Giovanni, sono diventatati i migliori giocatori di Cremantello.
Quando si gioca tutti tacciono, non sono ammessi commenti, si può solo guardare la partita in assoluto silenzio. Come tutte le regole, anche quelle del Gioco degli scacchi del bar Ghepardi, hanno alcune eccezioni. Ad esempio ogni tanto Costantino può sospirare, oppure può sbarrare gli occhi quando non capisce cosa stia succedendo. Oppure può fare qualche flebile fischio, o spostare il peso da un gamba all’altra. Queste sono le uniche varianti concesse al mutismo e all’immobilità che regna nel bar degli zii durante le partite.

Spesso i bravi giocatori di scacchi sono molto giovani. Serve un cervello molto agile e veloce per fare “scacco matto”. Il più giovane “Grande Maestro” della storia degli scacchi, è stato l’ucraino Sergej Karjakin che all’età di dodici anni e sette mesi divenne, nel 2002, Gran Maestro. Ma anche i campioni che hanno detenuto lo stesso record precedentemente sono tutti giovanissimi: Bu Xiangzhi  (13 anni e 13 giorni), Ruslan Ponomarëv (14 anni e 17 giorni), Etienne Bacrot (14 anni  e  2  mesi), Pèter Léko (14 anni, 4 mesi e 22 giorni), Judit Polgàr (15 anni, 4 mesi e 28 giorni), Bobby Fischer (15 anni e 6 mesi). In campo femminile il primato spetta alla cinese Hou Yifan, che nel 2008 divenne “Grande Maestro assoluto” all’età di 14 anni e 6 mesi. L’età di questi eccellenti scacchisti stupisce. Si diventa  grandi giocatori giovanissimi, intorno ai quattordici  anni. Si vede la loro eccezionalità già durante l’adolescenza e poi li si vede proseguire sulla stessa strada stellata.

L’articolo “Developing Young Chess Masters: What are the Best Moves?” di Kiewra e O’Connor presenta un approfondito studio su questi giovani campioni confermando che il duro lavoro ed un ambiente favorevole sono requisiti necessari per formare un genio degli scacchi.
Riferendosi a giovani maestri, gli autori constatano che “Questi ragazzi, in media, giocano a scacchi circa venti ore a settimana per circa dieci anni per raggiungere il livello di maestro. Anche se sono naturalmente dotati, è comunque necessario un impegno di circa diecimila ore per realizzare questo talento“.
Praticare in solitaria non è sufficiente, occorre un ambiente favorevole per raggiungere ottimi risultati. L’articolo inoltre ipotizza che l’investimento finanziario, necessario per allevare piccoli geni della scacchiera a quadri, sia notevole: “Molti genitori hanno speso tra i $5000 e $10000 annuali per le lezioni, i tornei, i viaggi e i materiali“. Inoltre i giovani maestri hanno “lavorato” con giocatori “di livello elevato” per diversi anni.
Non credo che allo zio Giovanni piaccia tutto questo addestramento da “piccoli mostri”. Credo che continui a considerare gli Scacchi un gioco, un divertimento, un modo per passare del tempo impegnando in maniera costruttiva il cervello. Questi super allenamenti da enfant prodige fanno un po’ orrore, non sembrano adatti a dei bambini, non sembrano rispettosi della loro età e della loro cognizione del mondo,  del loro desiderio di divertirsi.

Una volta Bella, dopo molti tentativi, è riuscita a battere lo Zio, le ci sono voluti  anni di esercizi e centinaia di partite perse. Quando si è resa conto dell’impresa portata a termine,  è quasi svenuta dalla gioia. Le persone presenti si sono spaventate. La ragazza sembrava morta d’infarto dopo aver vinto la partita. In realtà, nel giro di poco tempo, Bella si è ripresa ed è apparsa stupefatta di quello che era riuscita a fare. Non le era mai successo di vincere una partita di scacchi con suo padre. Costantino, dal canto suo, saltava sulla sua unica gamba, e fischiava per la soddisfazione. Si sa che Costantino è un assiduo frequentatore  del bar Ghepardi e un grande estimatore delle mie cugine.
La zia Iris non ha commentato, ma era anche lei contenta dell’accaduto, insomma, in quel pomeriggio al bar Ghepardi, si consumò un vero evento. Lo zio Giovanni perse una delle sue rarissime partite e, tra l’atro, proprio con sua figlia.

Io non riesco a capire fino in fondo il fascino di quei pezzi che si muovono in maniera bizzarra sulla scacchiera a quadri.  Ogni volta che li guardo è come se il mio cervello cercasse un altro gioco, un altro modo di usarli, di farli muovere, suonare, danzare.  Oppure un modo per farne una piramide, un mucchio di mattoncini e, in maniera un po’ macabra e fantasiosa, un plotone di poveri soldati fucilati durante una guerra cruenta. A forza  di architettare soluzioni alternative all’uso di quei pezzi un po’ bianchi e un po’ neri,  a un certo punto ho cominciato a metterli in strane file che non stavano più sulla scacchiera ma che scendevano,  dal tavolo da gioco, come piccole formiche. Come insetti disciplinati si incamminavano lungo il piede del mobile e arrivavano fino a terra, mettendosi tutti in fila come tanti prigionieri appena liberati dal carcere che non sanno dove dirigersi, perché non si ricordano dov’è casa loro, non sanno nemmeno se ne posseggono una da qualche parte. Un’altra cosa che mi piace fare, quando non ci sono tornei in corso, è allineare i pedoni sul vetro del flipper del bar. Il vetro è un po’ in pendenza e luccica in maniera imprevedibile, a seconda dei raggi di luce che riescono a trafiggete la tenda che sta tra il flipper e la finestra.  Dopo averli sistemati a debita distanza, provo a spingere il primo della fila per vedere se riesco ad innescare una “reazione a catena” in modo che tutti i pedoni si rovescino e l’ultimo cada dal flipper. Ops! Uno spettacolo. Oppure mi è capitato di inventare dei giochi “optical”, mettendo in fila un  pedone nero, uno bianco, poi di novo uno nero e poi di nuovo uno bianco. Una regressione al look anni ’70 molto lontana dall’uso che si fa di solito dei pezzi di questo gioco.

Alla fine, dopo tutte le partite di scacchi viste giocare, dopo tutta quella concentrazione e dopo tutto quel silenzio, ho trovato un’alternativa alle regole consolidate e condivise e mi sono inventata nuovi stratagemmi eversivi. Un bravo giocatore, ligio alle regole, potrebbe inorridire. Ne avrebbe motivo. Comunque un gioco è un gioco, la creatività non va censurata e la possibilità di inventare, reinventare e cambiare il setting  fa parte del divertimento, del migliore dei divertimenti possibili. La  novità porta spesso con sé sorrisi e stupore. A volte, se le si guarda bene, le pedine degli scacchi sembrano tante persone un po’ bianche e un po’ nere. Non c’è razzismo in quel gioco e questo mi piace molto.

I veri giocatori di scacchi sono comunque dei grandi puristi, le regole ufficiali sono quelle scritte e tramandate e non si possono cambiare, la scacchiera è standard e non può essere toccata, il tavolo deve avere la misura giusta, il silenzio deve regnare sovrano.
Penso però che a 14 anni sia meglio correre in bicicletta, coi roller, andare a nuotare, a giocare a tennis e a vedere il cinema all’Oratorio. Gli scacchi stanno comunque là, sulla loro scacchiera  e aspettano. Sono molto pazienti, molto duraturi, immortali. Quando il tempo sarà passato e i ragazzini di oggi  avranno cinquant’anni, i pezzi del gioco  saranno ancora là uguali, in attesa. Un rompicapo intramontabile.
Ciò che invece tramonta in fretta è l’età.


N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

PRESTO DI MATTINA
Quale Riforma per la Chiesa di oggi: ri-dare forma alle relazioni ecclesiali

«La parola non farà che tirarsi dietro altre parole, le frasi altre frasi. Così il mondo intende definitivamente imporsi» (Ingeborg Bachmann, A voi, parole (1961), in Poesie Parma 1978, 155). Un effetto trascinamento, quello descritto da Bachmann, che mi ricorda l’esperienza vissuta dalle donne nella chiesa: salite in cattedra e chiamate a insegnare alle comunità cristiane, esse si sono tirate dietro l’una con l’altra, coinvolgendo le donne altre donne.

Se ne trova conferma aprendo il sito del Coordinamento delle Teologhe Italiane (www.teologhe.org), dove ho trovato l’indicazione di un libro che racconta la storia e l’iconografia del monastero di sant’Anna a Foligno. Vi si narra di un gruppo di donne terziarie francescane che, invece della clausura, scelsero la via della testimonianza del vangelo per le strade della città, accanto alle persone bisognose. Non lasciarono scritti, ma il loro ‘magistero’ fu impresso negli affreschi che commissionarono. Tra questi, emblematico quello che raffigura una inconsueta immagine di Maria bambina che insegna ai dottori nel Tempio e quella del piccolo Gesù che viene circonciso da una donna; come a dire lo stile del loro porsi come discepole di Cristo.

Il CTI valorizza e promuove in prospettiva ecumenica gli ‘studi di genere’ in ambito teologico, biblico, patristico, storico, favorendo la visibilità delle teologhe nel panorama ecclesiale e culturale italiano e sostenendo le donne che desiderano dedicarsi allo studio della teologia. Così ho seguito in streaming le relazioni del recente seminario di coordinamento delle teologhe: Riformare si può, che ha tematizzato la possibilità di un cambiamento di rotta a condizione di “ri-dare forma” alle relazioni ecclesiali. Nessuna riforma dei procedimenti istituzionali potrà mai essere raggiunta infatti se non è preceduta e accompagnata dal rinnovamento della coscienza delle relazioni reciproche tra i cristiani, e se la Chiesa non inizierà a cogliersi anzitutto come luogo di relazioni fraterne e sororali. Ma la conversione della coscienza non basta. Così questa deve avviare pratiche e istituzioni che facilitino tali relazioni: quelle fra chiese locali, tra ministri e laici, uomini e donne, poiché nella simbolica del Corpo di Cristo la chiesa non potrà essere tale a prescindere dalla concretezza dei rapporti e dal coinvolgimento di genere. I cristiani, infatti, sono soggetti organici, collettivi, reali di questo corpo e vivono le loro relazioni in forza di uno spirito comune che anima il corpo e lo rende agente secondo le particolarità di ogni parte. Non già dunque come tante vite semplicemente accostate l’una all’altra, ma generando un’unica indifferenziata esistenza che si distingue – come ci ricorda l’apostolo Paolo alludendo alle membra del Corpo – solo per i diversi doni che lo spirito dona a ciascuno.

La via da percorrere ci viene indicata nel capitolo 18, 1-4 di Matteo, là dove si ricorda un assillo dei Dodici che continua a echeggiare anche oggi nella chiesa: «Chi è il più grande nel Regno dei cieli?». Un interrogativo raggelato dalla risposta di Gesù che, nello spirito del Vangelo, replica: «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete… chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Il vero è infatti che ‘farsi grandi’ costituisce per il cristiano una contraddizione che lo rende incoerente di fronte al vangelo che vuole testimoniare e nell’ambito della Chiesa una malattia mortale, che scardina la comunione ecclesiale e fa ammalare il corpo terreno di Cristo. Così la ricerca della grandezza diventa lo scandalo, l’inciampo di ogni serio tentativo di riforma della realtà ecclesiale. Al contrario il farsi piccoli libera e attiva dinamiche spirituali di crescita, creando la premessa paritetica di una reale osmosi (Cfr. Nicoletta Gatti, Perché il «piccolo» diventi «fratello»: la pedagogia del dialogo nel cap. 18 di Matteo, Tesi Gregoriana PUG, Roma 2007).

Come quella volta che dalla ferita del costato trafitto del crocifisso, il suo essere diventato il più piccolo di tutti, scaturirono sangue ed acqua, simbolo del battesimo e dell’eucaristia che determinarono la nascita della chiesa, così anche oggi la rinascita della chiesa chiede un’altra ferita: una ferità d’umiltà. Ce lo ricorda un testo poetico di Agostino Venanzio Reali, che fa luce sui differenti atteggiamenti e pratiche invalsi tra i cristiani: taluni generativi di un disamore disgregante proteso verso il nulla; altri, scaturiti da una “ferità d’umiltà”, e quindi capaci di rompere il cerchio del clericalismo e del maschilismo ecclesiale, che mortificano e frenano la costituzione del popolo di Dio attraverso l’unica e autentica dignità di cui vantarsi, quella derivante dal battesimo, generativa di sororità e fraternità: «C’è chi bruca il fior di loto,/ chi la morte chi il nulla./ C’è chi tenta imporre limiti,/ i propri, all’infinito./ C’è chi approda al buio silenzio,/ alla fine assoluta./ Pochi ormeggiano se stessi/ alla roccia di Cristo,/ perché pochi amano/ la ferita d’umiltà./ E tu avresti per tutti/ luce e calore. Aiutaci/ a rompere il cerchio/ del nostro disamore» (Primaneve, Castel Maggiore BO 2002, 87).

Ri-formarsi deve essere dunque una prassi costante se si vuole continuare a vivere anche per la Chiesa; essa non ha mai stata un’identità statica, monolitica, e la fede non si è mai identificata con un modello di società, di cultura; incarnandosi in esse ha poi saputo andare oltre, facendo tesoro di quanto recepito e vissuto, così come accade nelle età della vita di una persona e nello sviluppo di una società che si evolvono. La forza che ha permesso alla chiesa di non identificarsi o sottostare a imperativi ideologici, a classificazioni culturali, a modelli sociali del passato sono stati lo spirito e l’evento conciliari (Ad gentes 22); oggi l’invito ci viene dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium che costituisce l’avvio di un processo di riforma della mentalità e delle prassi ecclesiali nelle relazioni ad intra e ad extra della chiesa.

In particolare il concilio Vaticano II – non diversamente da quanto sta provando a fare anche papa Francesco – ha messo un freno al clericalismo, che riduce l’azione della chiesa a ciò che possono fare solo i “chierici”, generando così una frattura nel popolo di Dio con i laici. Provoca grande danno la convinzione di molti “clerici” che tutto ciò che è essenziale per la vita della chiesa sia posto nelle loro mani. Il risultato è una chiesa suddivisa in docenti e ‘discenti’, con i primi resi miopi e autoreferenziali dal compito del ‘dare’, e inconsapevoli delle preziosità che potrebbero ‘ricevere’ e generarsi da ogni vita di fede. È proprio per scongiurare questo rischio che il Concilio ha voluto recuperare la categoria di popolo di Dio, e con ciò la massima dignità di tutti i battezzati, indicando chiaramente nella reciprocità di tutti i ministeri – al modo della diversità delle membra di un corpo – la struttura portante della Chiesa: nella quale anche il ministero ordinato deve essere al servizio, e non in posizione di potere, rispetto al ‘sacerdozio comune’, cui sono chiamati tutti indistintamente i fedeli in ragione del loro battesimo.

Non meno dannoso, per la chiesa, e poi il maschilismo che la pervade, tanto più quando ne vengono sacralizzate le dinamiche. Eppure, Gesù seppe vivere la sua mascolinità senza generare maschilismo, come esperienza umana parziale, non ponendosi in una posizione dominante, ideologica, ‘onnipotente’ rispetto all’altro che incontrava – donne, bambini, emarginati, ammalati, stranieri; accogliendoli come un dono, compagni di viaggio, compagnia del Regno che non si impone ma viene fiducioso come il granello di senape e il lievito nella pasta. Rifuggendo da ogni logica di dominio lo stile di Gesù fu quello farsi da parte, farsi piccolo, riaprendo spazi all’altro, ri-dandogli la parola, la vista, il cammino, la liberazione dal male; così facendo, non andarono perdute la dignità e la grazia racchiuse nei piccoli presi da lui a immagine del Regno dei cieli e a modello per i discepoli. Basta leggere il vangelo per cogliere quanto dirompente sia stata, per l’epoca, l’azione di contrasto ed educativa esercitata da Gesù verso la mentalità discriminante dell’epoca, presente nei suoi stessi discepoli e quanto esplicita fosse stata la volontà di conferire pari dignità alle donne che incontrava: fermandosi, parlando con loro e ricevendo dalla loro stessa fede e cura, una comprensione più ampia di se stesso, della sua umanità e missione e della prossimità di Dio, tanto da esultare di gioia nello Spirito santo. (Lc 10,21)

Serena Noceti docente di ecclesiologia in un incontro a Ferrara ci aveva ricordato che «il processo di riforma si svolge a tre livelli: quello dell’autocoscienza collettiva (una conversione condivisa nel modo di guardare la realtà); quello del cambiamento dello stile interno, delle modalità delle relazioni e della figura esterna (cosa viene percepito); quello delle modifiche strutturali, organizzative. Non si tratta di dedurre da un’idea forme e strutture. Ciò che fa sorgere la riforma è la discrepanza tra le strutture esistenti e i desideri dei soggetti; tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto; tra le strutture formali e quelle informali. Quando la discrepanza diventa evidente, la riforma diviene possibile».

E questo può avvenire non a partire da un’idea e men che meno da una teoria, ma attraverso l’elaborazione e la proposta di narrazioni di storie vissute che evochino esperienze significative, già praticate o almeno desiderate. Storie narrate in una molteplicità di forme, capaci di intercettare le diversità che si incrociano sulla soglia o sul confine ecclesiale, rese visibili da ‘testimoni narranti’, i cui racconti siano capaci di innescare non tanto un pensare comune quanto una vita comune, vissuta insieme a partire da quelle storie esistenziali: «Storie – direbbe Serena Noceti – non assertive ma performative, che fanno quello che dicono, ovvero in grado di attivare delle dinamiche e dei processi». Così ho pensato ad una storia di sinodalità: Polenta conviviale. Un racconto africano narrato da don Alberto Dioli quando era missionario in Congo. È il racconto di una vecchia tartaruga che riuscì a superare, là dove i grandi animali della foresta avevano fallito, con stile sinodale, le prove che Dio aveva richiesto per darle in sposa la figlia.

«Tanto tempo fa Dio viveva con gli uomini sue creature. Egli aveva una figlia molto bella e volle darla in moglie a qualcuno che fosse degno di lei. Egli disse: colui che riuscirà a cucire questo vestito lungo 300 metri sposerà mia figlia. L’elefante si presentò per primo e ricevette da Dio una lunga pezza di stoffa. Si mise al lavoro immediatamente. Ma non aveva ancora terminato i primi tre metri che si scoraggiò, abbandonò il lavoro e partì senza neppure prendere congedo. Il leone pretese di riuscire, ma non fece meglio dell’elefante. Arrivarono gli altri animali della foresta, ma non ebbero migliore fortuna. Una vecchia tartaruga, informata della disavventura toccata ai suoi fratelli animali, disse: “Che posso fare per sposare questa bella ragazza?”. Dopo aver riflettuto a lungo prese un grosso recipiente, vi nascose dentro 299 tartarughe, lo richiuse con diligenza e si mise in viaggio. Strada facendo incontrò il vecchio elefante. “Dove vai figliolo?” chiese l’elefante. “Caro padre, rispose la tartaruga, ho saputo che Dio ha una bella figlia da maritare e io vorrei essere il fortunato che la sposa”. L’elefante rise di gusto: “Abbiamo fallito noi grandi e forti, riuscirai tu piccolo come sei?”. Rispose la tartaruga: “Non rinuncerò prima di aver tentato!” … E continuò il suo viaggio verso il villaggio dove Dio abitava. Anche gli uomini, avendo saputo lo scopo del suo andare, fecero i loro commenti definendo la tartaruga: animale stolto e presuntuoso. Quella sera ebbe da mangiare e da dormire. La mattina dopo Dio le diede la pezza di stoffa di 300 metri. Allora essa distribuì le tartarughe lungo i 300 metri e a ciascuna assegnò ago, filo e … un metro di lavoro da fare. Cucirono, cucirono talmente bene e senza rumore che prima del tempo stabilito il lavoro era finito e la gente credeva che la tartaruga avesse fatto tutto da sola. L’animale trionfante portò allora il lungo vestito a Dio, tra la meraviglia generale. Dio allora diede ordine di uccidere 300 galline e di preparare 300 piatti di bugali (il bugali è una specie di polenta fatta con farina di manioca e tiene il posto del nostro pane alla mensa dell’africano). Quando tutto fu pronto disse che la tartaruga doveva mangiare tutto quel cibo nello spazio di un’ora, altrimenti non avrebbe visto la sposa. La tartaruga distribuì ancora il cibo tra le sue 299 compagne e dopo mezz’ora il bugali era finito. Dio allora diede alla tartaruga la bella figlia come sposa e per tre giorni e tre notti la foresta risuonò di canti e di suoni di festa. Insegnamento: anche i piccoli e gli ultimi possono riuscire … se stanno uniti».

PRESTO DI MATTINA
L’amore che sparge il buon profumo tra la gente

Cosa si ha davanti agli occhi quando si contempla la liturgia? Credo di poter dire una bellezza che oltrepassa il gusto estetico: una bellezza generativa di un incontro che ravviva il cuore e lo fa ‘estroverso’, perché in grado di avvicinarci a quella realtà di dono e di dedizione senza misura da cui ininterrottamente essa viene generata.

Mi riferisco a quel concetto di ‘bello’ colto da san Tommaso d’Aquino, indagando le qualità che accomunano ogni dato di realtà e al tempo stesso la trascendono; i c.d. ‘trascendentali’ propri della filosofia scolastica, in cui l’Aquinate annovera l’ ‘uno’ (unum), il ‘vero(verum), il ‘buono’ (bonum), e per l’appunto il ‘bello’ (pulchrum), inteso anche come ‘proporzione’, ‘perfezione’, ‘armonia’ generativa di uno stupore contemplativo e di gioia per il dono che irresistibilmente ti fa ripartire per dirlo agli altri.

Un concetto che non è poi così distante da quello espresso da Cristina Campo quando scrive che “più si conosce la poesia, più ci si accorge ch’essa è figlia della liturgia, la quale è il suo archetipo” (Sotto falso nome, Milano 2002, 21). Per lei la bellezza è “una virtù teologale, la quarta, la segreta, quella che fluisce dall’una e dall’altra delle tre palesi. Ciò è evidente nel rito, appunto, dove Fede, Speranza e Carità sono ininterrottamente intessute e significate dalla Bellezza”.

Ma rapportata alla liturgia, la riflessione di san Tommaso sul bello ci aiuta anche a comprendere come essa non si riduca a oggetto di contemplazione, poiché essa comporta di conseguenza un gesto comunicativo, un insieme comunitario che apre alla partecipazione e al dialogo della salvezza. Lungi infatti da suscitare una solitaria estasi estetica, la liturgia è contemplazione in atto, incontro; un’esperienza plurale di amore che si comunica e si riceve. Nella liturgia la contemplazione diventa infatti actuosa partecipatio, per realizzare la quale “la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (Sacrosanctum concilum 48).

Del resto, se chiedessimo a san Tommaso se vi sia qualcosa di più grande della contemplazione della verità, penso che risponderebbe senza esitazione “Contemplata aliis tradere”, precisando che così “come illuminare è più che risplendere soltanto, del pari comunicare agli altri le verità contemplate è più del solo contemplare” (Somma Teologica, IIa IIae q.188, a 6).

A ben vedere, allora, la liturgia e la sua bellezza non sono esattamente da contemplare, ma la verità del mistero è contemplata e proposta alla vita del popolo di Dio. Questa è l’intentio profundior, lo spirito più profondo della riforma liturgica; che risulta così come luogo di equilibro, di convergenza, di congiunzione tra la via contemplativa (contemplatio) e quella pastorale (actio).

Va detto anche che la riforma liturgica del Concilio vaticano II aveva suscitato grande contrarietà, se non aperta disapprovazione da parte di Cristina Campo. In lei prevaleva il timore di perdere quella dimensione mistica e contemplativa insita nella celebrazione dei misteri della fede. Senza tacere la convinzione che si sarebbe dispersa tutta la ricchezza poetica, musicale, linguistica della liturgia pre-riforma. Per questo ancora oggi qualcuno ideologicamente la ripropone come antagonista della riforma conciliare.

Ciò non m’impedisce tuttavia di considerare Cristina Campo come sorella spirituale di poesia e di contemplazione; non solo asceta nella scrittura poetica, ma nella vita, la sua, tutta nascosta e raccolta in quel silenzio, che è cosa viva. Non diversa dall’esperienza vissuta da quelle Madri del Deserto, dette Ammas, ascete cristiane presenti in Egitto, in Siria tra il IV e il V secolo in forme comunitarie o eremitiche.

Ma la comunanza che avverto per Cristina Campo, non m’impedisce nemmeno di considerare infondati i timori di un impoverimento della liturgia riformata. Ritengo anzi che essa costituisca uno dei frutti più preziosi di quel “gioco misterioso e amoroso della Provvidenza in dialogo con la storia al fine di risvegliare in noi quello spirito di profezia proprio della chiesa di Dio” che fu il Concilio secondo il futuro Papa Paolo VI (Lettera pastorale all’arcidiocesi ambrosiana per la Quaresima 1962). Lo stesso che si chiedeva che cosa si sarebbe dovuto rispondere a coloro che, nel tempo a venire, si domanderanno che cosa faceva la chiesa cattolica in quel momento? “Amava – egli suggeriva – sarà la risposta; amava con cuore pastorale. Anzi è stato un triplice e grande atto di amore: verso Dio, verso la chiesa, verso l’umanità” (Discorso di inizio IV sessione del Concilio, 14 settembre 1965).

Il Concilio, per il vero, non ha dato una definizione di liturgia, ma ha preferito soffermarsi su quanto essa opera: far vivere l’esperienza dell’amore cristiano, ri-attuando ogni volta, qui e ora “l’opera della nostra redenzione” (SC 2). Un’opera singolarmente amorosa, quella dell’agape, nella quale ci è dato contemplare e vivere quell’amore più grande che è il dare la vita nella forma del Crocifisso risorto. Un amore così potente da vincere la morte, che costituisce il fine ultimo della liturgia come «culmine e fonte» della vita cristiana, da perseguire non solo annunciando la buona notizia di Colui che, per amore è morto, è risorto e viene, ma attuandolo e partecipandolo a tutti, tanto nella liturgia della Parola di Dio, quanto e ancor più nella liturgia eucaristica, in cui avviene quel meraviglioso e admirabile commercium tra la nostra umanità e quella del Figlio amato (agapētós), umanità di Dio per noi.

La liturgia – più precisamente – parla di Dio raccontando e praticando il suo amore, in una triplice espressione: l’amore che è venuto, l’amore che viene e l’amore di nuovo veniente. Essa è, dunque, al contempo, memoria di una storia di amore, rappresentazione attuativa di questo amore e apertura prognostica e attesa di quello che verrà dal futuro.
Dice il concilio: “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa… è presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20)”, (SC 7).

Vivere la liturgia comporta allora il lasciarsi prendere da quest’amore e divenirne il buon profumo tra la gente. Per questo la messa non finisce con la celebrazione del rito, ma deve compiersi nella vita. Non diversamente dalla fede che – come ci ricorda ancora Tommaso – non si può fermare all’enunciato, e tanto meno alla professione del Credo la domenica, ma si compie solo rendendo vive e presenti nella propria quotidianità le espressioni della confessione di fede (S.Th 1,1,2).

Sotto questo profilo, il Concilio si è rivelato un enorme progresso nel processo di autocoscienza della chiesa. Scoprendosi relativa come la luna in rapporto a quel sole che è il Cristo, essa ha ritrovato il bene spirituale della sua esistenza missionaria: ‘vangelo tra la gente’, vedendo così oltre l’orizzonte ristretto di una dimensione ecclesiocentrica ed eurocentrica per assumere una visione planetaria ed estroversa. Così l’altro bene spirituale messo in campo dal Concilio è stato la prossimità della chiesa al mondo, per donare al mondo ma pure per ricevere da esso (Cfr. Guadium et spes 44), in quella forma di santità ospitale significata nella parabola del samaritano.

“La liturgia cristiana – ci ricorda ancora Cristina Campo – ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi … sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me, ma (il Maestro) addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira”. (ivi 132).

Ancora una volta si dirà: cosa fa la liturgia? E la risposta sarà sempre la stessa: essa ama, al modo della Maddalena che lava i piedi a Gesù e dello stesso Gesù che lava i piedi ai suoi, essa continua ad amare attualizzando questo amore perennemente sorgivo di nuova umanità, attraverso la reciprocità del servizio: “come ho fatto io così fate anche voi, gli uni gli altri” (Gv 13,15); la liturgia ci fa come Cristo, ci fa sua famiglia. Come lui dunque inviati: non per essere serviti ma per servire e donare agli altri Colui che si è ricevuto in dono (Cfr. Mc 10,45).

A questa ‘visione amante’ della liturgia faccio corrispondere le ‘visioni ardenti’ di un mistico e poeta che fu anche scienziato e paleontologo, il gesuita padre Pierre Teilhard de Chardin ne La messa sul mondo, la sua liturgia cosmica: “Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne (Fronte francese della I Guerra mondiale), ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo. Lì in fondo, il sole appena incomincia ad illuminare l’estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l’onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la mèsse attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti. … Ricevi, o Signore, questa Ostia totale che la Creazione, mossa dalla Tua attrazione, presenta a Te nell’alba nuova. Questo pane, il nostro sforzo, so bene che, di per sé, è solo una disgregazione immensa. Questo vino, la nostra sofferenza, non è purtroppo, sinora, che una bevanda dissolvente. Ma, in seno a questa massa informe, hai messo – ne sono sicuro perché lo sento – un’irresistibile e santificante aspirazione che, dall’empio al fedele, ci fa tutti esclamare: O Signore, rendici uno!”, (Inno dell’universo. La messa sul mondo, Brescia 1992, 9 e 10).

LA SCUOLA, COME RIPARTIRE?
Una proposta alla mia città e al Sindaco

Il livello più basso che una comunità può giungere a toccare è quando la formazione delle giovani generazioni non è più una priorità. Succede se la sindrome del tramonto del futuro colpisce i suoi membri e quindi non è più necessario garantire alcuna continuità. Non si tratta di un orizzonte da fantascienza, ma di quello che sta accadendo ora, vicino a noi, forse neppure avendone consapevolezza.
Dai figli cresciuti davanti al televisore siamo giunti ai bambini e ai ragazzi istruiti vis a vis con il monitor di un pc, del tablet e dello smartphone. Qualcuno potrebbe averci provato pure gusto e considerare che la cosa non è poi così male. Non c’è da meravigliarsi, ciò che desta scandalo e preoccupazione è che tutto sia stato accettato come una ineluttabile necessità.

Ora però che l’emergenza è passata e che la fase due permette di prendere le distanze dalla paura, sarebbe buona cosa soffermarsi a riflettere e la prima preoccupazione dovrebbe essere per loro: le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze della nostra comunità. Uso il termine non a caso, perché è giunto il tempo di fare comunità, di assumerci tutti insieme la responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più giovani, di restituirgli il tempo perduto, di recuperare le esperienze e gli apprendimenti mancati.
Senza citare esempi troppo lontani nel tempo, si tratta di esercitare i compiti della politica, nel senso più nobile del termine. Di organizzarsi come comunità in vista di uno scopo: prendersi cura insieme dei nostri ragazzi. Cosa ce ne facciamo della politica e di chi la rappresenta se non è in grado di coltivare idee nuove in condizioni eccezionali? Ora è il momento di verificare chi abbiamo votato, se in consiglio comunale siedono persone dotate di intelligenza capaci di interpretare i bisogni della collettività.

Non vorrei essere presuntuoso, non è affatto detto che il mio pensiero debba essere condiviso da tutti. Ma mi sembrerebbe un atto di responsabilità da parte degli adulti della mia città non arrendersi alla prospettiva che il prossimo anno scolastico dei nostri giovani si riduca ad uno zabaglione di insegnamento in presenza e di insegnamento a distanza, a una scuola che abdica alle sue funzioni oggi fondanti di socializzazione, inclusione, confronto e partecipazione per ridursi ad un unico compito, il più tradizionale ed antico, quello trasmissivo, quello della lezione frontale, che resta tale anche se lanciata da una piattaforma web, o se utilizza i materiali messi a disposizione dalla rete e da Rai scuola. I nostri ragazzi, bambini e adolescenti, hanno bisogno di ben altro, non possiamo trascurare a lungo le necessità della loro crescita, dell’incontro con l’altro, del costruire la propria identità, del riconoscersi nel gruppo dei pari, del coltivare pensieri, ansie e fantasie. Di vivere le occasioni per superare le proprie paure, le proprie frustrazioni e insicurezze, il proprio senso di inferiorità, di conquistare la propria autonomia. Le soluzioni non sono nelle parole dell’adulto, come non sono nello schermo di un device, ognuno se le costruisce, ciascuno se le conquista a modo suo se intorno c’è una vita che si agita, capace di proporre esperienze e incontri, relazioni, scambi, conflitti e mediazioni.

E allora lo sforzo in questo momento non è il ritorno nuovamente a casa, ma l’uscire fuori, sostituendo alle mura domestiche il territorio con una alleanza tra famiglie, amministrazione scolastica e amministrazione comunale per utilizzare tutte le risorse di spazi e di persone che si possono reperire e attivare. Dovremmo fare l’abitudine a incontrare per le strade gruppi di alunni che si muovono da un luogo all’altro per far scuola, nelle biblioteche, nei musei, nelle sale cinematografiche, nei teatri, parrocchie, oratori, centri sociali, mense, palestre e piscine, negli spazi all’aperto come negli spazi chiusi, in tutti quei luoghi che possono divenire aule e laboratori o essere reinventati per accogliere ragazzi di tutte le età, che studiano in modo nuovo fuori dall’aula tradizionale, come lontani dallo schermo del computer. Anziché insegnamento a distanza, dovremmo coltivare l’insegnamento in lontananza, lontani dai luoghi tradizionali del far scuola, lontani dai ripieghi dell’emergenza, per sperimentare un modo nuovo di apprendere, che sa usare la molteplicità delle risorse umane e materiali, la versatilità del territorio come una grande aula. Le occasioni dell’incontro, del confronto, della scoperta e delle relazioni si ampliano, si moltiplicano, i bambini e le bambine, i ragazzi le ragazze, anziché essere relegati negli edifici scolastici, invadono di scuola il territorio e la vita degli adulti. La loro crescita non è più un fatto privato dei singoli ma un impegno e una responsabilità dell’intera comunità.

Si può fare? Certamente. La riforma del titolo V della Costituzione ha introdotto il principio di sussidiarietà che consente di intervenire e non essere costretti ad accettare il piatto freddo offerto dalla ministra dell’istruzione. Se non vogliamo che da settembre prossimo i nostri ragazzi riprendano la scuola con la prospettiva di un anno scolastico ripartito tra l’aula scolastica e le pareti domestiche, bisogna muoversi da subito. La soluzione ci sarebbe, basterebbe che in tempi rapidi il sindaco convocasse un tavolo tra amministrazione comunale, dirigenti scolastici e presidenti dei Consigli di Istituto, in grado di dar vita a un gruppo di lavoro per utilizzare oltre agli edifici scolastici tutto ciò che è sfruttabile del territorio: spazi, risorse, associazionismo, volontariato, adulti disponibili e progettasse un anno scolastico diverso, non solo per l’emergenza, ma anche per il futuro.

NON E’ UNA GUERRA MA UN’OPPORTUNITA’
Perchè tutto questo dolore non sia inutile

Mai come in questo momento il linguaggio ha mostrato l’importanza della sua doppia funzione: quella di primo veicolo di informazione tra le diverse realtà nazionali, culturali e linguistiche che compongono la comunità globale e quella di strumento di comunicazione tra le persone coinvolte in questo dramma mondiale.
In tutte e due le sue funzioni la sua efficacia dipende dall’uso preciso o approssimativo che si fa del significato delle singole parole. Ha colpito la mia attenzione il fatto che la situazione in cui ci troviamo in questi giorni sia stata descritta usando la parola ‘guerra’; mi sono chiesta il perché di questa scelta e ho sentito la necessità di intervenire velocemente per frenarne l’uso che mi sembra scorretto e fuori luogo.
Infatti la guerra presuppone un nemico intenzionato a sopraffarci per sostituirsi alla nostra capacità di governo di una società e di un territorio, sottintende una volontà decisionale e una strategia di scelte e di comportamenti coordinati a raggiungere questo scopo.

Il virus non corrisponde a nessuna di queste caratteristiche; prima di tutto non è un essere vivente e perciò non ha volontà propria, né una conseguente strategia di comportamenti coordinati nel tempo. Non può quindi essere considerato un nemico, è un evento tra i tanti che la vita ci propone; certamente è inaspettato ma, come tutti gli eventi della nostra vita, possiamo vederlo come un ostacolo o come un’opportunità.
Se lo leggiamo per quello che è, cioè un virus che ha espresso potenzialità pandemiche, lo possiamo studiare come fenomeno che mette in evidenza i nostri punti deboli, sia come civiltà che come esseri biologici che vivono in relazione e in continuo movimento.
Possiamo considerare l’esperienza della guerra per poter fronteggiare il problema economico che questa pandemia ci sta procurando e ci procurerà; per adottare le misure necessarie a superarlo. Questo è l’unico ambito in cui trovo utile rifarsi all’immagine della guerra, per il resto dovremmo usare questo evento come un’occasione utile a cambiare e rendere la nostra società migliore e capace di sviluppare la nostra umanità.

Le criticità che ha messo in evidenza sono l’aver ridotto a merce la vita umana e le sue opere, il nostro considerare la creazione come un pozzo di San Patrizio dal quale attingere a piene mani, senza preoccuparsi di esaurirne le risorse, quando invece è il nostro patrimonio e lo dobbiamo valorizzare per restituirlo migliorato, come nostra eredità, alle generazioni future.
La società consumistica non ha usato gli strumenti di collegamento (strade, città, trasporti) per qualificare le relazioni umane, ma per accumulare profitto e così ha contribuito a squilibrare la distribuzione della popolazione sul territorio. Questo ha prodotto, oltre al degrado ambientale, anche un impoverimento della qualità della vita e delle relazioni interpersonali.

Dobbiamo tornare a mettere al centro la qualità della vita dell’uomo che ha bisogno di armonia con gli altri esseri umani e con l’ambiente. Quindi riacquistare il valore del territorio che rifletta quell’armonia e che produca una società capace di far convivere le proprie molteplici diversità e bisogni con la cura e il rispetto del paesaggio.

Questa crisi sanitaria ha messo in evidenza che una società democratica deve mettere al centro lo sviluppo sociale, quindi il servizio alla salute, con ospedali e presidi sanitari distribuiti sul territorio e accessibili a tutti. L’aver concentrato questi servizi in poche mega-strutture ha aggravato la situazione. Per mantenere una società che sia democratica e che si sviluppi, bisogna occuparsi della sua salute fisica nonché sostenere e sviluppare la qualità umana che passa attraverso la coscienza di sé’ e quindi la possibilità di avere strumenti culturali e di informazione.

Avendo diminuito di oltre due terzi, gli investimenti per l’organizzazione della sanità pubblica, fa emergere l’errore di finalizzare la scienza al profitto, e di sottomettere la conoscenza alle leggi di mercato: come se la cultura fosse un prodotto industriale. Il risultato è che si impoverisce il territorio, l’ampiezza e la complessità della conoscenza si riduce a poche specializzazioni e se ne tarpano gli imprevedibili sviluppi – espressione di creatività umana – e per giunta ci fa trovare anche impreparati agli imprevisti che la vita ci riserva Infatti, la vita è complessa e non specializzata.  Abbiamo tutti sotto gli occhi che i tagli alla sanità hanno portato ad una grave carenza di strutture, di strumenti tecnologici e soprattutto di personale competente e qualificato. Non solo, introducendo il numero chiuso nell’università e nei corsi di specializzazione, ci troviamo a non disporre di sufficiente personale di assistenza. Di questo è testimone la drammatica scarsità di medici e infermieri che si riscontra oggi e l’impossibilità di rispondere all’appello d’aiuto che la popolazione esprime nonostante gli indicibili sforzi e l’impegno che il personale sanitario sta esprimendo a livello di coscienza individuale.

I tagli ancora più vistosi alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca tolgono la possibilità di rispondere alle nuove sollecitazioni dell’evoluzione tecnologica attraverso la ricerca e la scienza. Ancor più grave, risparmiando sull’educazione si rischia di tornare a una società primitiva che risolve le tensioni sociali con la violenza; si crea insoddisfazione e si riduce la capacità creativa dell’essere umano, il solo strumento che ci permette di superare le difficoltà.

Affrontare questa situazione come opportunità significa cogliere l’occasione di ricostruire una società che si fidi del cittadino e che dunque non abbia bisogno di creare tutte quelle procedure burocratiche finalizzate al controllo e che non consideri le persone incapaci di intendere e di volere o disoneste per natura.

Questo atteggiamento ha prodotto una pletora di leggi e divieti che complicano il funzionamento e la creazione di realtà produttive. Hanno reso l’accessibilità ai servizi complicata e antieconomica, che causa corruzione e che consente di aggirare le norme stabilite. Ancora più grave, ha abituato il funzionario pubblico a non assumersi la responsabilità del proprio ruolo, limitandolo soltanto a un esercizio di potere o oppositivo o discrezionale anziché valorizzarlo come elemento necessario a un servizio pubblico.

Insomma, se usiamo la parola “guerra” per caratterizzare questo momento storico, di nuovo perdiamo l’opportunità di cambiare, ripetiamo la solita storia. Dobbiamo smettere di pensare ‘contro’ e iniziare a pensare per creare e utilizzare questo tempo come l’occasione per correggere gli errori fatti e progettare un futuro che qualifichi la vita umana e le sue relazioni, che consideri l’ambiente come un luogo adatto ad esprimere tutta la nostra potenzialità creativa e a soddisfare il nostro gusto di vivere. Allora tutto il dolore di questo tempo non sarà stato inutile e potremo continuare a costruire la nostra storia fino a trasformare la società in comunità e la terra in un Paradiso terrestre.

                                                                         

ALLA FINE, QUALE DEMOCRAZIA RIMARRA’?
Due virus e due emergenze a confronto: Covid-19 e Terrorismo

Le immagini di piazze e strade svuotate dal Covid-19, dove, ogni tanto, si vedono forze dell’ordine che, con diverse modalità, controllano spicchi di territorio fermando passanti e automobilisti, mi rimandano alla primavera del ’78.
Era l’inizio di aprile. Mi trovavo a Roma per alcuni giorni, per la Direzione Nazionale dei giovani delle ACLI. La prima sera, con alcuni amici veneti e romani, siamo usciti per mangiare qualcosa in un’osteria. Le strade del centro erano deserte, un silenzio spettrale. Girato l’angolo di un incrocio di Via Nazionale, ci siamo quasi scontrati con un gruppetto di soldati di pattuglia che camminavano nel mezzo della strada. Eravamo in pieno rapimento dell’on. Aldo Moro e il ‘virus del terrorismo’ si stava espandendo, facendo proseliti e, purtroppo, numerose vittime. Si cercavano covi clandestini, persone ‘infettate’ dal terrorismo, si cercava di liberare l’ostaggio Moro.

Oggi sappiamo una verità molto differente ma non ancora compiuta. Nonostante numerosi processi, commissioni e soprattutto importanti e approfondite indagini giornalistiche, mancano alcuni tasselli fondamentali che possano fare chiarezza su quell’epidemia politica, sugli ‘untori’ (e mandanti), sui diversi aguzzini.

L’emergenza virale che stiamo subendo in questi giorni, per essere vinta ha bisogno di comportamenti responsabili di tutti noi italiani, di lunga o breve appartenenza a questo amato/non amato Paese. Un Paese fatto di comunità dove il triste tributo di vittime è doloroso e sempre inaccettabile. Anche se sembra impossibile, vanno evitate altre ‘unzioni’ di comodo per trarre qualche temporaneo beneficio politico e, soprattutto, c’è bisogno di tempo per far sì che la ricerca scientifica trovi il vaccino che ci porti fuori da questa pandemia.

Diverso è lo scenario per quanto riguarda il 42esimo anniversario della morte dei componenti della scorta e del rapimento e uccisione di Moro, che ricorre in questi giorni. Il fattore tempo, per chi scrive queste brevi note ed è convinto che la parte più indicibile non sia stata svelata, sembra giocare a sfavore. Più ci si allontana dai fatti e meno testimoni restano. Mi si potrà obiettare che ci sono i documenti, le carte, ma ci dovrà essere qualcuno o qualcosa che ti permetta di poterle ‘leggere’ con cura ed intelligenza. La storia degli Anni di Piombo e delle Stragi di Stato è in gran parte una pagina vuota, un buco ancora da riempire di verità.

Molti si ricorderanno che, a suo tempo, una vulgata molto gettonata affermava che i corpi e gli ambiti infetti/infedeli erano stati debellati, sconfitti. Migliaia e migliaia di pagine dissero che il terrorismo, ‘il virus’, era stato sconfitto grazie alla politica della fermezza. Tutto si era risolto per il meglio, si diceva. La cura era stata efficace e la democrazia ne era uscita rafforzata. Una democrazia fatta di rinunce quotidiane anche dure, importanti, fatte per il bene del Paese.
Il giornalista e studioso Giovanni Fasanella, che ha scavato molto fra quelle carte, nei giorni scorsi sui social ha detto che il Caso Moro non fu solo una ’influenza’ e, se portò lo Stato a sconfiggere il “Partito armato’, a disarticolarlo: “vacillò, però, di fronte a un partito più potente, quello della ‘morte politica’ di Aldo Moro, il suo uomo più lucido […] e da allora il Paese è scivolato inesorabilmente verso il baratro”. Un virus che non ci ha aiutati ad uscire dall’emergenza.

Anche in queste settimane, di fronte al Covid-19, le rinunce sono tante. Vengono chiusi molti luoghi della produzione, della socialità, dell’istruzione, dello stare e fare assieme. La democrazia sembra tenere, anche se molte libertà e molti diritti sono messi in sordina. Rimangono però sul tappeto molte domande aperte. Le persone che oggi perdono il lavoro avranno davvero il sostegno delle comunità in cui vivono, delle forze politiche e sociali, del Governo, per ritrovare una nuova stabilità economica? E, alla fine dell’emergenza, quale democrazia rimarrà? Questa situazione avrà fatto ritrovare a tutti noi il senso di essere parte di una comunità, oppure non ci avrà insegnato niente?

Immagine della cover: di Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari http://www.stragi.it/index.php?pagina=associazione&par=archivio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4490241

 

Insegnamento a distanza?
10 piccole certezze contro le ambiguità scolastiche

Ho visto cose che … solo voi insegnanti potreste immaginarvi! Webinar da remoto naufragare al largo di connessioni lente, Conference call balenare nel buio vicino alle porte dell’Auser, Smartphone diventare oggetti ipnotici soprattutto per i bambini al ristorante, Flipped classroom dimenticare chi ha bisogni speciali, LIM infangare la scuola di un LIMO appiccicoso, Bricks lab costruire un muro anziché un ponte, e ho visto praticare e-learning, cioè il tele-apprendimento, da chi ‘te le’ racconta e poi ‘te le’ vuole vendere.

E tutti questi strumenti venir chiamati pomposamente: insegnamento a distanza.

Nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo scorso che contiene le norme per affrontare l’emergenza causata dal virus chiamato ‘corona’, tra le altre cose che riguardano la scuola, c’è scritto: I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità“.

A questo proposito, offro un mio pensiero banale, semplice e addirittura superfluo: attivare le “modalità di didattica a distanza” NON VUOL DIRE insegnare.
Lo scrivo, nonostante la consideri una precisazione non essenziale, perché sento che si sta generando una grossa ambiguità a questo proposito e non sono poche le persone che incorrono in questo equivoco. Ma se può essere normale che persone al di fuori della scuola si confondano, è preoccupante se ciò succeda all’interno della scuola.
Chi pensa che si possa insegnare a distanza forse pensa che il ruolo dei docenti sia quello di ‘travasare’ informazioni, indicazioni e istruzioni; pertanto considera gli studenti come ‘fiaschi vuoti’ da riempire.
Chi pensa questo, crede che l’operazione di ‘imbottigliamento’, essendo un procedimento meccanico, possa essere fatta da chiunque e probabilmente pensa anche che, se si userà un  ‘imbuto’ tecnologico, il materiale versato riempirà meglio il contenitore. Chi pensa così, forse, non è interessato al ‘come’ si impara ad imparare e ad essere, ma al ‘cosa’ si mette dentro per riempire.
Chi la pensa in questo modo, può anche immaginare che i docenti non servano e che la scuola possa aver senso anche senza di loro; di conseguenza può giustificare la loro sostituzione con qualcuno o qualcosa che, usando strumentazioni tecnologiche, sappia adottare modalità di didattica a distanza.

Gli insegnanti possono, ed in questo momento di emergenza devono, attivare le “modalità di didattica a distanza”, ma ciò vuol dire prima di tutto preoccuparsi se la modalità immaginata sia alla portata di tutti. Ad esempio, la comunicazione può avvenire per posta elettronica? Gli studenti hanno un loro indirizzo mail? Saranno tutti in grado di visionare un filmato? E di scaricare un file di grandi dimensioni? Tradotto in pratica, fare didattica a distanza vuol dire chiedere ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze di eseguire esercizi, di scrivere testi, di leggere, di ripassare, di visionare filmati, di ascoltare registrazioni, di assistere a presentazioni multimediali o qualsiasi altra attività che li aiuti a consolidare apprendimenti e a produrre materiale didattico in modo collaborativo, inclusivo, interessante e coinvolgente.

È importante sapere che, facendo ciò, si sta adottando una modalità didattica sicuramente utile in questa situazione,  ma insegnare è un’altra cosa. Nel senso ampio del termine, non vuol dire ‘mettere dentro’ ma ‘portare fuori‘ (è la traduzione dal latino del verbo educare). E questa operazione, lenta, delicata e complessa è fatta di relazioni educative e non solo di relazioni scritte, di interrogativi e non solo di interrogazioni, di domande e non solo di test a risposta multipla, di problemi di convivenza e non solo di problemi di matematica, di verifiche sul campo e non solo di prove di verifica, di azioni e non solo di spiegazioni, di volti e non solo di voti, di intese e non solo di protocolli d’intesa, di progetti di vita e non solo di progetti integrativi, di programmi per il futuro e non solo di Programmi Operativi Nazionali.

Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile, come pure è fondamentale che sia caratterizzata da una presenza fatta di sorrisi incoraggianti, di sguardi accoglienti, di ascolto attivo, di toni convincenti, di battute sdrammatizzanti, di posture rassicuranti, di atteggiamenti coerenti. A volte, la convinzione di essere insegnanti all’avanguardia, perché si usano strumenti tecnologicamente avanzati, porta ad essere abbagliati, a confondere l’attivazione della didattica a distanza con il processo di insegnamento.
In questa strana situazione di chiusura delle scuole, è importante aver chiara questa distinzione, sia per non deludere certe aspettative degli studenti e delle famiglie, che per mantenere aperto un canale di comunicazione efficace. In un momento simile, io penso che il primo aspetto da curare con molta attenzione debba essere la comunicazione, sia verso le famiglie che verso gli alunni; non solo per cercare di far sentire la propria vicinanza, ma per condividere un momento difficile tenendosi stretti, per tentare di sentirsi comunità anche in queste occasioni.

Si può comunicare con gli studenti per spiegare cosa sta succedendo, per dare un nome alle emozioni che si provano, per raccontare e raccontarsi, per suggerire attività, per immaginare ed organizzare il rientro ma, ancor prima, per proporre modalità di comunicazione adatte al contesto e alla portata di tutti.
Si può scrivere alle famiglie per spiegare ciò che gli insegnanti sono in grado di fare in questa situazione ed il tipo di aiuto da casa di cui avrebbero bisogno.

Un altro elemento importante da valutare, da parte degli insegnanti, è l’illusione di poter normalizzare una situazione che normale non è. In questa circostanza del tutto imprevista, concordo con il sociologo Edgard Morin quando scrive che ci sarebbe bisogno di “Imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze“.

Nel mio piccolo, fra le molte incertezze di questo periodo, io individuo queste dieci certezze:

1) la scuola può esistere solo se ci sono gli alunni, gli insegnanti e il personale;

2) la scuola è una parte importante della nostra vita;

3) la scuola, in questo momento, manca a tutti;

4) tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri;

5) insieme si impara meglio;

6) il confronto arricchisce chi lo pratica;

7) il valore della diversità può nascere solo dal confronto;

8) le modalità di didattica a distanza sono più efficaci se sono coinvolgenti;

9) si può imparare anche confrontandosi con l’emergenza;

10) l’emergenza si può affrontare e superare insieme, tenendosi stretti.

Cari colleghi, cari studenti, cari genitori, pur non essendo marinai, ora sta a noi scegliere come navigare: è normale essere spaventati da questo oceano di incertezze; però sappiamo anche quali sono e dove sono i nostri arcipelaghi di certezze – “che, ovviamente, potranno essere diversi dai miei” – e soprattutto, conoscendo la differenza fra insegnamento e modalità di didattica a distanza, possiamo sfruttare le seconde cercando di non dimenticare l’energia relazionale determinante che, anche in una situazione come questa e con i limiti del caso, potrà accompagnarle per far sentire ciascuno ancora parte di una piccola comunità.

Non siamo esperti navigatori ma, in attesa che questo momento passi e che le scuole riaprano, dobbiamo scegliere su quale imbarcazione salire.
Possiamo contare su un’ulteriore certezza: l’energia creativa, le idee, le proposte di tutti i nostri compagni di viaggio, indipendentemente da quale età essi abbiano, sono determinanti per rafforzarci a vicenda senza lasciare indietro nessuno.

Concludendo la metafora marinara, allo stesso modo di padre e figlio nel film Blow [messaggio del padre] io dico: “Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle”.

 

DOPOELEZIONI Oggi come nel 1946: “Ascoltare e parlare”.
Serve una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città

Con un bell’intervento di Francesco Monini [leggi qui] si è aperto sul “dopo elezioni” con
contributi interessanti. Consapevole del rischio di ripetere cose già – e meglio – dette, provo a scrivere qualcosa. A me pare – nel mondo, in Europa, in Italia, in Emilia Romagna evidente e conclamata – la crisi della democrazia rappresentativa e dei suoi istituti. Mi sembrano sempre più chiare tendenze naziste delle quali ha scritto l’amico Giuliano Pontara nel suo L’antibarbarie, pubblicato nel 2006, e riproposto, aggiornato ed ampliato lo scorso anno. Sia della prima che della seconda edizione ho curato la presentazione, con Pontara, a Ferrara. Ne consiglio la lettura.
La mia esperienza è limitatissima, la mia riflessione modesta. Praticamente non mi muovo da questa piccola città, alla periferia dell’Impero. I problemi però ci vengono però a trovare. Impossibile non vederli anche per un vecchio. Quello che accade perciò non mi meraviglia. Ci avevano avvertiti, negli anni Settanta, un poeta e un socialista. Un ultimo avviso nei primi anni Novanta ce lo aveva dato un nonviolento, amico del vivente. Mario Luzi era stato dettagliato:
“Muore ignominiosamente la repubblica. / Ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti. / Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto. / Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani, / si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli./ Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognata equità. E l’udienza è tolta.”.

I guardoni bastardi, i corvi dal becco tagliente, gli orfani rissosi, gli sciacalli voraci da oltre quaranta anni continuano, affaccendati, le loro occupazioni, come prima e peggio. Già Lelio Basso aveva avvertito: “Nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello ‘proletari di tutti i paesi unitevi’, i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati. […] La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente.

Infine Alex Langer, poco prima del suo brusco congedo, aveva scritto:
“Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla […] Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori […] E soprattutto ripetere quel “mai più” che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale […] Bisogna che l’Europa testimoni e agisca! L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. L’Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo”.
.
Così la nostra Repubblica fondata sul lavoro è morta, così l’economia mondiale è controllata da un pugno di extra ricchi, così l’Europa prosegue nella sua agonia e non presenta alcuna alternativa rispetto a grandi potenze guidate da leader autoritari, razzisti, promotori di guerre. Se il quadro è questo, e le tendenze sono quelle indicate da Pontara, perché mai Ferrara non potrebbe tornare ad essere fascista? Rimpiangerà magari di non avere un capo a livello di Italo Balbo, che raccomandava che le bastonate fossero “di stile”. Sembrano ripetersi gli anni Venti del secolo passato, volti in tragedia farsesca o in farsa tragica, con in scena i personaggi che il tempo ci offre e con i quali, incredibilmente, molti amano farsi selfie, oltre a votarli. Come questo sia avvenuto e stia avvenendo lo sappiamo benissimo. William Davies in “Stati nervosi” chiama a supporto della sua analisi la ricerca storica, economica, politica, sociologica, psicologica, filosofica per dirci che siamo in preda a nevrosi contagiose.

La sua lettura ci riporta anche più indietro del secolo, a Gustave le Bon, La psicologia delle folle è del 1895: “Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla […] Il contagio è abbastanza potente per imporre agli uomini non soltanto certe opinioni, ma anche certe impressioni dei sensi […] Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari.”.

Nulla di nuovo quindi: la folla diventa una grande rete neurale attraverso la quale le emozioni viaggiano da un corpo all’altro ad altissima velocità. L’uso dei social la estende e la potenzia. Efficienti untori, sovranisti e populisti, sono all’opera. Un vaccino non si trova. Già lo psicoanalista Luigi Zoja ci aveva spiegato come, morti i partiti e le ideologie, alla politica non restasse che la paranoia, un delirio cronico con convinzioni persecutorie, non corrispondenti alla realtà. Paranoici siamo un po’ tutti, ma qui si esagera, avrebbe detto Totò. Gli immigrati sono il nemico da abbattere, loro e i loro complici. È un messaggio semplice, comprensibile, di successo. Le sole cose che in politica contano.

Incapace di mutare la situazione socioeconomica, di portare libertà e giustizia tra i cittadini, il potere politico alla dimensione nazionale e locale non può che sfogarsi in potere diretto sulle persone, sulle più deboli naturalmente, ricercando tra loro consenso e complicità. Sappiamo bene dunque cosa è successo alla nostra democrazia, accidentale, in Italia e in Europa. Sappiamo anche come è successo. È successo come succede sempre.

Emily Dickinson lo ha scritto più di 150 anni fa:
Crumbling is not an instant’s Act / A fundamental pause  / Dilapidation’s processes  / Are organized Decays -‘Tis first a Cobweb on the Soul / A Cuticle of Dust / A Borer in the Axis / An Elemental Rust -Ruin is formal – Devils work  / consecutive and slow –  / Fail in an instant, no man did  / Slipping – is Crashe’s law.
Sgretolarsi non è Atto di un istante / Una pausa fondamentale / I processi di Disgregazione / Sono Decadimenti organizzati – È prima una Ragnatela nell’Anima / Una Cuticola di Polvere / Un Tarlo nell’Asse / Una Ruggine Primordiale – La Rovina è metodica – i Diavoli lavorano / Costanti e lenti – / Nessuno, si perde in un istante / Scivolare – è la legge del Crollo.

La strada per uscirne – posto che si voglia, a molti piace così – è come per il passato lunga e faticosa, come lungo è stato il processo che ci ha portato a questo punto. Quando le cose crollano occorre ricostruire. Qualche buona pietra, nella Costituzione, c’è. Si può recuperare. Occorre “Una buona politica per riparare il mondo”, come si intitola una antologia di scritti commentati di Langer, alla quale ho contribuito. Non sembra alle viste.

Alla liberazione di Perugia nel 1944, Aldo Capitini, che aveva visto la fragilità delle istituzioni liberali davanti al fascismo, si era inventato i Centri di Orientamento Sociale. “Il C.O.S. è la comunità aperta. La caratteristica della comunità aperta, di contro alle società esistenti, tutte più o meno chiuse, è di essere in movimento, di non ripetere se stessa, il proprio passato, la propria tradizione, le proprie abitudini, ma di aprire continuamente se stessa […] Nella comunità aperta del C.O.S. tutti debbono avere pane e lavoro, e per questo si attua uno scambio di servizi e di aiuti, di pane e di lavoro […] Se ci si impegna a non collaborare e a lottare contro l’oppressione delle libertà di espressione, di stampa, di associazione, di religione; contro la tortura per qualsiasi ragione; contro il nazionalismo; contro lo sfruttamento capitalistico; si ha un impegno interiore che si consolida per il fatto di non subire eccezioni, di non essere sottoposto a criteri di tattica. Pur agendo nel cosìdetto mondo politico, lo si apre continuamente ad altro”.

Così Capitini scriveva agli amici intenti alla Costituzione, ma questi erano già rassegnati o consapevoli della piega presa dalla Repubblica. Su Carta intestata dell’Assemblea Costituente, 23 settembre ́46: “Caro Capitini, in un paese come il nostro, dove i CLN, i consigli di gestione, i circoli, le sezioni, se ancora esistono, somigliano già a uffici del dazio, istituire i COS obbligatori, come tu chiedi, significherebbe agli occhi dei più aumentare il numero delle istanze larvali.” Tuo, Ignazio Silone.
.
Lo stato della nostra democrazia, dei partiti, era questo nel 1946. Non è granché migliorato poi. Né hanno giovato comportamenti del ceto politico, visto con qualche ragione come ‘casta’ separata. Perfino Presidenti di Regione hanno amato chiamarsi Governatore, i Consigli regionali Assemblea legislativa, sembrando troppo modesta la dizione di legge. E un acclamato Capitano ha chiesto pieni poteri. Importante anche è non illudersi che sia passata la nottata, che l’alba sia vicina. C’è chi l’ha creduto, nel 1984, elezioni europee, quando il Pci, sulla scorta dell’emozione per la morte di Berlinguer superò la Dc, raggiungendo il 33,33%. O nel 2014, sempre alle elezioni europee, quando il Partito Democratico attinse il 40,8%. In quelle occasioni l’emotività favorì un campo che ora appare sfavorito.

Ascoltare e parlare era il motto dei Centri di Orientamento Sociale. Una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città è fatta da persone che ascoltano le paure, le ansie, i dolori, le paranoie proprie e di chi è vicino e cercano di affrontarle assieme, senza confermarle in rancore e risentimento, senza indirizzarle verso capri espiatori. Non fanno come i violenti che si dicono vittime per giustificare come autodifesa la loro violenza. Così facendo danno però una prova del peso che ha l’argomento morale nell’azione politica. Tenere conto di questo peso è della nonviolenza: apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli esseri. Può confortare che accurate analisi abbiano mostrato il successo delle lotte condotte con metodi nonviolenti rispetto a quelle condotte in modo violento (Ne ha scritto Antonino Drago in Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo,2010).

Continua a occuparsi dei questi aspetti Erica Chenoweth, che con Maria Stephan ha scritto Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict. La ricerca – 323 campagne violente e non violente – mostrerebbe che i movimenti nonviolenti hanno il doppio delle possibilità di creare cambiamenti sociali duraturi. Se poi il 3,5% della popolazione partecipa, il successo è garantito. Ha scritto recentemente Civil Resistance: What Everyone Needs to Know.
Mentre aspettiamo la traduzione italiana converrà darsi da fare.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ma in Italia l’apprendimento permanente resta una chimera

Fare campagna perché le persone continuino a istruirsi anche dopo l’età della scuola può lasciare stupiti o dare l’impressione di una pedanteria pedagogica. Così succede nel Regno Unito dove la “Campaign for learning” ha pure un sito web, e pubblico e privato sono impegnati a promuovere l’apprendimento permanente, perché convinti del potere dell’istruzione continua.
Nulla del genere abita in Italia, terra di università popolari e della terza età, ma assolutamente analfabeta in materia di lifelong learning.
Neppure il nostro ministero dell’istruzione, università e ricerca brilla nel campo.
Oltre ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), concepiti in chiave puramente scolastica, non va, mentre continua a marcare ritardi nell’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 51, della legge 92 del 28 giugno 2012, più nota come la famigerata “legge Fornero”, tanto per intenderci sui livelli di consapevolezza del nostro Paese e della sua classe politica.
Aver riconosciuto che l’istruzione non abita solo tra le mura delle scuole e dell’università perché, oltre ad essere formale, può essere anche non formale e informale, avrebbe dovuto per lo meno portare a promuovere politiche di educazione permanente, di qualificazione, di valorizzazione e di coordinamento di tutto ciò che si muove su questo terreno.
Nessuno al Miur, ma neppure la politica, credo si sia mai posto l’obiettivo di realizzare l’ apprendimento permanente nella nostra società.
Conferenze, tavole rotonde, webinar, eventi culturali e tutto quanto si muove senza un filo conduttore nella brulicante fucina delle iniziative pubbliche e private, invece di andare deserto o sprecato, potrebbe costituire i tanti tasselli di un più vasto programma di istruzione continua. Un modo per consolidare come abitudine sociale l’apprendimento per tutta la vita ai livelli locali come a livello nazionale, con vantaggi notevoli per le comunità, le persone, l’economia e il lavoro.
Mentre ci si occupa d’altro, con gli edifici scolastici precari, oltre al personale che vi lavora, la fuga dei giovani all’estero, e le percentuali di dispersione scolastica che aumentano insieme alla povertà educativa, l’apprendimento, nel frattempo, si è arricchito di aggettivi che prima neppure avremmo preso in considerazione.
A partire dall’apprendimento “verticale”, che suggerisce l’idea di un apprendimento in piedi, dal basso verso l’alto, come la spinta nella vasca di Archimede.
È, appunto, l’apprendimento che accompagna tutta la vita, che ritiene insensato che si possa interrompere l’attività del sapere e dell’imparare una volta abbandonati i banchi di scuola e trovato un lavoro. L’apprendimento come processo che avviene ovunque, dinamico e continuo, che accompagna tutte le età della vita. Che cresce con le persone e fa crescere le persone, rendendole migliori, più attrezzate, più competenti, più ricche dentro, che ha bisogno di offerte e di occasioni, di ambienti stimolanti e propositivi.
Una verticalità che per svilupparsi necessita dunque di orizzontalità. Orizzonti di saperi. L’apprendimento “orizzontale”. È la dimensione spaziale dell’apprendimento e dei suoi luoghi. L’apprendimento come processo diffuso che può accadere in ogni contesto e non solo nei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione. L’apprendimento che si allarga a comprendere le esperienze della vita in una dimensione del tempo che è quella delle occasioni che abbracciano la larghezza e l’ampiezza della vita con il succo prezioso delle sue offerte, opportunità e attrazioni. Comprende il tempo e gli spazi dell’esistenza di ciascuno di noi in cui si allargano gli apprendimenti.
In fine il deep learning, espressione sottratta all’intelligenza artificiale, ma utile al nostro discorso.
L’apprendimento “profondo”. Riguarda la nostra vita, la necessità inesauribile di apprendimento. Perché ogni angolo della vita, ogni anfratto ci richiede di sapere, vagliare, criticare. E allora apprendere è una corrente che non si può interrompere, che fa erompere il diritto delle persone a vivere in una società che metta a disposizione di tutti non solo l’informazione ma la formazione, le conoscenze, i saperi, le competenze, soprattutto per gestire l’informazione, che contrariamente ai saperi, ci proviene in abbondanza da tutte le parti.
L’apprendimento profondo è la terza dimensione che consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, spiega il senso di una società che promuove l’educazione permanente come recupero pieno del significato dell’istruzione al servizio delle persone e della possibilità di essere se stesse.

L’impronta patriarcale nella condanna ai leader del governo catalano

Tutti ricordiamo le lunghe fila ordinate di catalani, intere famiglie, più di 2 milioni di cittadine e cittadini che si sono presentati per il voto del referendum indipendentista nell’ottobre 2017. Un referendum voluto con tanta determinazione dal governo catalano di allora e direi dalla popolazione catalana, considerando la imponente partecipazione sia al voto che nel mettersi al servizio della comunità per renderlo possibile. Un referendum osteggiato dal governo di Madrid e dichiarato illegale dalla corte suprema spagnola. Ricordiamo anche l’imponente schieramento di forze di polizia che hanno tentato di impedire il voto anche ricorrendo all’uso della forza e della violenza, violenza alla quale i catalani non hanno pur restando in file ordinate. Insomma un esempio di disobbedienza civile straordinario [leggi].

La severissima condanna dei 12 rappresentanti del governo di allora, dopo due lunghi anni di reclusione preventiva per nove di loro (un accanimento giudiziario davvero inspiegabile), obbliga tutti noi che viviamo in paesi democratici a porci delle domande. Davvero non si spiega tale durezza da parte della giustizia! Ai giovani maschi di Pamplona che stuprarono ripetutamente in gruppo una giovane ragazza è stato riservato un trattamento molto meno severo, almeno nella prima condanna!
Per me è evidente la radice patriarcale di questa condanna. Sanchez dichiara che lo Stato di diritto ha vinto. Io credo invece che sia la volontà di pochi, una manciata di uomini, a a voler reprimere qualsiasi aspirazione all’autodeterminazione. Chiamare in causa lo Stato di Diritto, quando lo Stato siamo noi, significa avere in mente solo uno Stato metaforicamente assimilabile alla figura del Padre e non certo rappresentativo della comunità. Appare lampante l’associazione: un padre di famiglia che non riesce più a farsi ascoltare e invece di interrogarsi sui perché della perdita di tale autorità diventa dispotico e violento. La scusa della legge che regna sovrana sopra la testa dei cittadini e che impone a tutti una obbedienza remissiva non è più accettabile. La distanza tra questa decisione giudiziaria, l’arresto di Jane Fonda perché manifestava sulle scale del Campidoglio di Washingthon, l’accanimento mediatico contro Greta, e l’orribile assassinio di Hevrin Khalaf in Siria si assottiglia sempre di più.
Il reato per il quale sono stati condannati è sedizione. La definizione di sedizione è “sommossa violenta contro il potere costituito”. Ma questo è agli occhi di tutti falso… Abbiamo seguito le riprese trasmesse via facebook in diretta di quel giorno, riprese che arrivavano da diverse fonti e dagli stessi cittadini. La ordinata disobbedienza civile dei catalani di allora e del periodo di persecuzione politica che ne è seguito, ci ha tutti impressionati. Sembra che la condanna serva da monito a tutti i cittadini democratici. Il diritto all’autodeterminazione di un popolo viene cancellato, in Spagna, con una condanna che sa più di vendetta che di giustizia.
Oggi il sistema democratico mostra le sue grandi falle! Io sto con i catalani e il loro desiderio di poter essere padroni delle proprie scelte.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
L’unione fa la… rivoluzione

Non c’è bisogno di impegnarsi in grandi, eroiche azioni per partecipare al processo di cambiamento. Piccoli gesti, se moltiplicati per milioni di persone, possono trasformare il mondo (Howard Zinn)

La storia e le storie sono fatte di personaggi, hanno protagonisti ed eroi o eroine, da Giulio Cesare a Napoleone, da Cleopatra a Caterina di Russia, da Achille a Luke Skywalker passando per Anna Karenina. E tutti gli altri? Le persone, le comunità, le collettività? Howard Zinn ce lo ha dimostrato la storia cambia se la si narra da un diverso punto di vista: non i padri fondatori ma i nativi americani, non le élite bianche ma gli afroamericani.
Purtroppo anche il nostro tempo è dominato dai singoli, dalla voglia di essere protagonisti, dagli uomini forti, e le avventure di gruppo, le esperienze di comunità non vengono (abbastanza) narrate. Le esperienze, o meglio le rivoluzioni, collettive, dal basso, ‘grassroot’ come direbbe chi vuol essere ‘internazionale’, sono stati al centro dell’incontro ‘Noi siamo tempesta. Cambiare il mondo si può, anche quello dell’economia e della finanza. Dal basso e tutti insieme’ all’interno del programma del Festival di Internazionale a Ferrara.
Il titolo è lo stesso dell’ultimo libro di Michela Murgia (Salani, 2019) che – da brava antropologa – è andata a cercare e ha scritto di “imprese mirabili compiute da persone del tutto comuni che hanno saputo mettersi insieme e fidarsi le une delle altre”. Con lei sul palco del cinema Apollo sabato pomeriggio c’erano Jordi Ibáñez della Fundación finanzas éticas, Anna Fasano di Banca Etica e Alexander Fiorentini di Fridays for future. Cosa hanno in comune? “Ciascuno di loro – afferma Murgia – fa qualcosa che da soli non potrebbero mai fare”.

Fundación finanzas éticas e Banca Etica sono nate proponendosi di portare l’etica e la solidarietà all’interno di un sistema governato solo dalla massimizzazione del profitto. Le regole secondo cui giocano sono: non il capitale e la speculazione ma il credito e la valorizzazione dei territori e delle competenze, non il costo o il prezzo ma il valore, non la massimizzazione del profitto ma la cooperazione e l’azionariato diffuso. Bisogna essere consapevoli e responsabili, è necessario fare scelte basate su qualcosa che non sia il profitto e dire “no” quando si tratta del finanziamento di armi, nucleare, sfruttamento della manodopera.

Fridays for Future fa un passo in più e non tenta di cambiare le regole di un sistema lavorando da dentro, vuole proprio scardinarlo perché agli occhi di questi giovani “il tempo della mediazione è finito, non abbiamo più tempo”, afferma Alexander. “Dalla rivoluzione di classe alla rivoluzione in classe”, scherza Michela Murgia, quando Alexander – che usa sempre il ‘noi’ – sottolinea: “non colpevolizziamo le persone comuni, i singoli, ma i ricchi che continuano a vivere sulle spalle di questo sistema”. Stando a quello che dice Alexander, hanno accettato la sfida del mondo nel quale vivono e stanno crescendo: usano i social per mobilitarsi, ma poi ci mettono la faccia e tutto il loro essere nelle manifestazioni che organizzano, escono dall’isolamento virtuale per dar vita a un movimento complesso sostenuto da una rete mondiale, le risposte semplici non interessano, “vogliamo tornare a essere complessi”. E sanno benissimo quando si tenta di strumentalizzarli o di disinnescare il potenziale della loro lotta: “ci fa piacere che il Ministro riconosca il valore della nostra protesta, ma c’è un motivo se si chiama ‘sciopero per il clima’ e se la giustificazione dell’assenza da scuola è un modo per togliere il conflitto noi non ci stiamo”.

In breve: una testa un voto è il principio irrinunciabile; la pluralità e la complessità di pensieri, di genere, di esperienze è la ricchezza imprescindibile per condurre la battaglia; mettersi in gioco ogni giorno nel proprio quotidiano è lo strumento che ciascuno di noi ha per portare avanti la rivoluzione ci porterà in un mondo nuovo, in una società solidale, inclusiva, sostenibile.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

La regola del mare: perché sottoscrivo l’appello per il voto a Modonesi

Quando la nave è in pericolo, anche se non si è condivisa la rotta, è saggio che tutti i passeggeri contribuiscano a ripristinare il giusto assetto. Sciocco e fatale – in quel frangente – è restare inerti a discutere con il comandate le scelte compiute. Poi, una volta ripristinate le condizioni di sicurezza della navigazione, si potrà a giusta ragione valutare come si debba orientare il timone…

Ho spesso criticato, in passato, Aldo Modonesi. Ma oggi Ferrara si trova a un bivio molto rischioso: cedere al semplificazionismo leghista, credere che i nostri problemi si possano risolvere con facili e vaghe ricette, alimentare uno scontro fra soggetti deboli e altri ancora più deboli finirà col creare una sempre maggiore disuguaglianza sociale: a trarne vantaggio sarà chi già si trova in una condizione privilegiata.

Ferrara per la prima volta è posta dinanzi alla prospettiva di una radicale svolta amministrativa. L’alternanza, in politica, è una sana prassi che spesso contribuisce a rendere dinamici i meccanismi gestionali ed evita il rischio di incrostazione clientelari e consociative. Ma chi oggi si candida al governo della città non offre sufficienti garanzie, né sul piano delle competenze, né tantomeno, su quello del rispetto dei diritti di tutti membri della comunità.
La linea politica della Lega, di cui Alan Fabbri è rappresentante, fa leva su parole d’ordine violente e su un modello di società divisivo, nel quale non si ricerca il confronto e l’intesa ma, al contrario, alla sana prassi del dialogo si sostituisce l’invettiva. Il risultato rischia di generare una città non accogliente né inclusiva, incapace di essere rispettosa dei diritti di tutti e tantomeno di tutelare i soggetti più deboli (anziani, malati, disoccupati…); propensa, semmai, a garantire proprio coloro che già godono di privilegi.

Per questo, a prescindere dai rilievi mossi all’attuale candidato del centrosinistra, volgo lo sguardo ad Aldo Modonesi e individuo in lui un politico in grado di tutelare i valori di civile e democratico confronto nei quali mi riconosco. Dunque, in vista del ballottaggio del 9 giugno per l’elezione del sindaco, ho sottoscritto l’appello in suo favore (diffuso oggi e pubblicato anche su Ferraraitalia) e invito a sostenerlo con il proprio voto tutti coloro che condividono queste mie valutazioni.
Sento il dovere di chiarire, per correttezza, che questa scelta – libera e individuale – impegna me solo e non coinvolge coloro che, a qualunque titolo, collaborano con la testata di cui sono direttore.

Nei prossimi giorni mi aspetto che il candidato dia ancor maggiore sostanza al proprio programma. Ottime idee, per esempio, sono state espresse e tradotte in concreti progetti da Coalizione civica e Azione civica, due dei soggetti che lo appoggiano al ballottaggio. L’obiettivo è definire strategie e linee d’azione in grado di favorire un forte rilancio della città. Spero anche che Modonesi decida di rendere preventivamente noti i nominativi dei componenti sulla sua eventuale futura Giunta, per rendere chiaro che accanto a lui opereranno i migliori e più qualificati esperti in ogni ambito proprio dell’amministrazione comunale, offrendo così preventiva garanzia ai cittadini di chi avrà cura della nostra città.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Essere città

Pare che nella corsa a fare il sindaco a mancare sia proprio la città. Intendo l’idea di città.
Sembra che la città sia qualcosa di esterno a noi e in quanto tale vada amministrata, qualcosa che è a prescindere da chi la abita.
La città senza i suoi abitanti è una costruzione morta, e chi mai si proporrebbe per amministrare un corpo senza anima?
La città, dunque, siamo noi: i suoi abitanti. Senza di noi non c’è la città. Ciascuno di noi è un frammento di quella comunità a cui attribuiamo il nome di città.
Ma non basta, occorre che la città sia pensata come luogo dove le persone sono la prima risorsa. La risorsa che la crescono e le forniscono fisionomia.

La qualità della città siamo noi che l’abitiamo e tutte le volte che c’è da scegliere la sua amministrazione prima delle cose da fare è di noi che si dovrebbe ragionare.
Quando nasce spontanea la partecipazione per scrivere insieme la città che vogliamo, dovremmo chiederci che parte ci proponiamo di fare, come intendiamo essere città, per evitare che idee e programmi finiscano col sopravanzare, fino a farci perdere di vista noi stessi e chi ci sta vicino.
Che tipo di comunità vogliamo essere, come vogliamo stare insieme. Sostanzialmente come intendiamo riconoscerci in quanto persone con le nostre aspirazioni e le nostre responsabilità.
Si tratta di invertire l’ottica, passare da un’idea di città che è fuori di noi a un’idea di città che è dentro di noi, che ci appartiene, che creiamo e che gestiamo con le nostre scelte e i nostri comportamenti.
La casa che si abita è evidente che la si desideri bella, spaziosa, pulita, accogliente e ognuno per ottenere questo ha la sua ricetta. Ma senza le persone anche la casa meglio tenuta è un guscio vuoto, come la città senza i suoi abitanti.
È di noi che innanzitutto dovremmo parlare, per uscire dalla nebbia che tutto avvolge, come se ognuno di noi della città fosse un caso, anziché l’essenza, la sostanza, la carne, il sangue e il sapore.
Se non ci raccontiamo non sapremo mai quanto la città ci racconta, quanto la città è effettivamente il teatro delle nostre vite.
Dovremmo iniziare esercitandoci a cambiare il punto di vista. Come si sta insieme nella città. Scambiarsi le idee per gestire la città non è sufficiente se non si mettono insieme le persone che della città sono i mattoni.
Le città non sono delle strutture, le città sono vite. Luoghi dove ognuno desidera essere riconosciuto per se stesso, non come cittadino anonimo, ma come identità con un nome e cognome, con una storia di diversità, differenze e sfumature.
Sento l’obiezione di chi osserva che amministrare una città significa occuparsi delle strade, della sicurezza ed altro ancora. Certo, ma prima vengono i singoli residenti con le loro storie di vita, è da lì che discende tutto il resto e non viceversa.
Succede, invece, che spesso l’azione pubblica perda di vista i cittadini catalogandoli a utenza e che le persone non si sentano più comunità, che si vivano come estranee alla comunità stessa, le une verso le altre, tanto che l’azione pubblica invece di favorire più inclusione finisce per provocare crescenti fenomeni di anomia, fino alla paura, al disordine e all’insicurezza.
C’è un salto culturale che va compiuto, che sta nel cogliere la peculiarità del tempo che viviamo, la consapevolezza che la città è il luogo del capitale umano, della più grande risorsa su cui fondarne la crescita e lo sviluppo. Se non si ha questa attenzione tutti i programmi elettorali sono anacronistici, chiacchiere prive di cultura, distanti dal comprendere cosa stiamo vivendo.
A spiegare quale città sia destinata al successo, più che il dato sulle infrastrutture fisiche, è oggi il capitale umano. Viviamo in un’epoca di competenze nella quale profitti e conoscenze sono strettamente collegati. La città delle risorse umane riconosciute e coltivate a partire dalla cura comune per i propri giovani e dei propri anziani, patrimonio della memoria e degli affetti collettivi.
In tutto il mondo sviluppato ormai si è fatto negli anni sempre più robusto il rapporto tra abilità urbane e produttività urbana, vale a dire tra cultura, competenze, studio, apprendimento e crescita della città. Abbiamo necessità di pensare a noi con fiducia, come risorsa, come la risorsa su cui poggia l’essere città. Una città che ragiona di futuro e di intelligenza.
Essere comunità che si fa città, ognuno portando la sua parte di responsabilità, capace di riconoscere nell’altro la risorsa che consente di tenere insieme la città come somma dei dei tanti talenti che la abitano e che ne ritmano giorno dopo giorno il battito vitale.
Contro coloro che promettono una città fortificata con i mattoni della paura, dobbiamo edificare la città casa comune di quella parte del capitale di umanità che vi risiede, che ha cura di sé, che non teme l’altro, ma che futuro e intelligenza possano venire a mancare.

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