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Una Matrioska salverà il mondo

 

Patria: il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni“. “Nazione: il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica“. (Treccani)

Mi sono sempre meravigliato di quanto l’uomo, nella storia, abbia sentito il bisogno di combattere per qualcosa che pone fuori (sopra) di sé, invece che per sé. Dio, Patria, Nazione. Uso la parola “uomo” in senso specifico: sono i maschi che hanno costruito queste astrazioni. Per renderle dei feticci in nome dei quali uccidere e morire, i maschi ci hanno iniettato dentro concetti tratti dalla fisiologia: il sangue, come se un legame di sangue potesse allargarsi dalla propria ristretta cerchia di avi e discendenti, fino a ricomprendere una moltitudine di consanguinei che fanno un popolo, che formano una nazione. Anche qui, il maschio umano parte da un elemento reale, che scorre nelle sue vene, e lo trasforma in un’astrazione. Un allargamento della propria genìa ad un numero indefinito di pseudo-consanguinei. Un’idea folle. Che infatti porta all’altra follia genocida, quella della razza pura.

Non so se sia completamente attendibile, ma obbligherei tutti i nazionalisti, tutti i razzisti, tutti i sostenitori della superiorità della loro razza a fare il test genetico che attraverso il DNA rivela le varie origini etniche. Sarebbe bello vedere la faccia di un suprematista che scopre che nelle sue vene scorre sangue nigger, l’espressione di un nazista con la svastica tatuata addosso che scopre di essere di origine ebraica, l’amara sorpresa di un turco fanatico che scopre di avere ascendenze armene e curde.

Qui si innesta un altro elemento, questo sì biologico. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che un elevato livello di testosterone aumenta l’aggressività e diminuisce la capacità di ponderare le proprie decisioni, rendendole più impulsive. Lo ha detto anche la bravissima Francesca Mannocchi, inviata di guerra (anche) in Ucraina: “c’è troppo testosterone”. Si riferiva nello specifico ai proclami bellicisti di politica e stampa. Fino a che un uomo soddisfa il bisogno simbolico di prolungarsi il pene acquistando un Suv, i rischi sono limitati. Quando l’uomo in questione ha la possibilità di imbracciare un fucile, i rischi aumentano. Se poi il maschio in questione può azionare dei missili, diventa anziano ma non lo accetta ed è strafatto di steroidi, il rischio diventa maledettamente alto.

La parola “patria” ha un etimo che deriva da “terra dei padri”, ma sono le madri che danno la vita. Sono persuaso che questa, come tutte le guerre, sia una guerra dei maschi, come scrive anche Roberta Trucco in un bello e drammatico pezzo appena pubblicato sul nostro giornale (qui). Una progressiva presa delle leve del potere (potere anche mediatico) da parte delle donne non rivestirebbe solo una funzione di riequilibrio sociale ed emancipazione culturale, ma contribuirebbe a spostare le priorità nei valori e le modalità di narrazione e magari anche gestione dei conflitti. Le donne non hanno bisogno di esibire ed esercitare la virilità: non è nella loro natura. Non intendo essere agiografico (ci sono state donne di potere feroci o spietate, perchè hanno mutuato un attitudine maschilista), nè costruire un santino: sono disperatamente interessato a intravedere un futuro per la specie umana. Guardate due donne che litigano. La loro ferocia verbale è superiore a quella maschile, più raffinata e greve al tempo stesso. Si potranno odiare per sempre, difficilmente arriveranno ad ammazzarsi.

Quando qualcuno mi dice che ho una spiccata parte femminile lo considero un bel complimento. Gli uomini ucraini in età dai 18 ai 60 anni, come sappiamo, hanno il divieto di uscire dal loro paese da quando è partita la guerra di aggressione russa. Questo divieto oblitera d’imperio la loro parte femminile, statuendo per legge la declinazione della loro individualità in termini esclusivamente virili: lotta, combattimento, aggressività. Le donne e i bambini possono andarsene, loro no. Loro devono rimanere a difendere con le armi…che cosa? La Patria, la Nazione. Non venitemi a raccontare che separarli dai figli e dalle compagne e lasciarli lì a combattere e a morire (non su delle alture, non lontano e sopra i bombardamenti ma sotto le bombe) serve a difendere la loro famiglia. Se volessero proteggere i loro affetti dovrebbero avere la possibilità  – almeno la possibilità – di andarsene via insieme alle loro famiglie. Se lo ritengono necessario, dovrebbero avere la chance di ricostruire un futuro altrove insieme ai loro cari. Invece, anche solo parlare di questa opzione (trovare una “seconda patria”) ti fa incasellare dentro una scatola con l’etichetta di smidollato, di vigliacco. Sono loro che ci chiedono di avere le armi, sento dire. Ma loro chi? Chi è costui che ha parlato con ogni singolo maschio ucraino per essere così sicuro delle sue intenzioni? Se lui muore, la Patria un giorno forse gli sarà grata, ma sicuramente i suoi figli saranno orfani e sua moglie vedova.

Albert Einstein dopo la salita al potere di Hitler si trasferì negli Stati Uniti. Sarebbe stato meglio per l’umanità se avesse imbracciato le armi contro il Kaiser? Sigmund Freud dovette chiedere un visto per l’Inghilterra, mentre le sue opere venivano bruciate e quattro delle sue sorelle trovavano la morte in un campo di concentramento. Rudolf Nureyev chiese asilo politico alla Francia e in Unione Sovietica – dove, accusato di essere una spia, fu condannato in contumacia per alto tradimento –  tornò solo nel 1987, grazie ad un permesso concessogli da Gorbaciov. Avrebbe dovuto andare in galera, anzichè espatriare? Cosa sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, che ballasse tutta la vita in carcere? Cassius Clay rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, affermando che, a differenza di quanto accadutogli nella sua nazione, nessun vietcong lo aveva mai chiamato “sporco negro”.

Però i partigiani hanno fatto la Resistenza armata, si obietta. Certo, ma chi si trovava in guerra e come l’hanno fatta la Resistenza? Pietro Secchia (Brigate d’assalto Garibaldi) afferma che, su 1.673 nomi di dirigenti del movimento partigiano, circa il 90% erano militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all’esilio dal regime fascista. Moltissimi erano disertori. Quanto all’approvvigionamento di armi e alle leggendarie piogge di rifornimenti aerei dagli Alleati, cito quanto scrive Carlo Levati (partigiano Tom) nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”:
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 1O1 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “pollo”, che non venne mai; tant’è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è … ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda per recuperare armi.»

Questo accadeva, tra l’altro, in una situazione completamente diversa dall’attuale: le truppe di Hitler avevano già sfondato in mezza Europa. La guerra era già diventata mondiale, e gli italiani non solo avevano i nazisti in casa, ma facevano i conti da anni con un regime interno che si era alleato coi nazisti per mandare i giovani italiani coscritti a morire in nome del Duce. I fautori dell’invio di armi alla “resistenza” ucraina, facendo un parallelismo con l’aiuto alleato ai partigiani, raccontano una favola ad un tempo mitologica e superficiale: mitologica perchè, come l’episodio sopra narrato mostra, gli alleati lanciarono armi soprattutto a partire dalla tarda primavera del 1945, alla vigilia della Liberazione; superficiale, perchè l’Europa e l’Italia non sono alleati bellici dell’Ucraina contro la Russia. Chiunque sostenga il contrario (compreso il nostro Governo) dovrebbe spiegare su quali basi giuridiche l’Italia offrirebbe assistenza armata all’Ucraina, che non è un paese aderente alla Nato e non fa parte dell’Unione Europea. 

Per quanto mi riguarda, sono e sarò un renitente e un disertore. Preferisco andare in carcere che ammazzare persone che non conosco e che non mi hanno dichiarato guerra, per soddisfare la brama di potere di qualcuno. Potessi avere una remota possibilità, imbracciando un fucile, di far fuori il tiranno: invece ho la certezza che dovrei ammazzare l’ innocente per salvare la mia vita, contemporaneamente perdendola per sempre. La guerra la dichiara qualcuno che sta in cima alla piramide, ma a morirne sono quelli che si trovano alla base della piramide. In nome di cosa? Il mio nemico è Putin, ma il mio fucile al massimo potrebbe uccidere un potenziale Bulgakov, un futuro Kandinskij, un Cechov, un Dostojevskij.

Tutta questa gente che si è messa in modalità “partigiana”, esaltando e propugnando la magnifica resistenza dei camerieri e ragionieri ucraini che diventano guerriglieri e “dobbiamo mandare loro le armi”: intanto se ne sta a casa, e sfoggia il proprio patriottismo in un talk show (in Italia, una delle peggiori degenerazioni dell’informazione). Avrei un briciolo di rispetto per questa posizione se chi la sostiene si muovesse per andare a combattere in prima persona a fianco degli ucraini, perchè almeno rischierebbe in proprio. Invece non ho nessun rispetto per i colonnelli da tastiera, nè per le margherite che si scoprono tupamaros, ma non si schiodano dalla poltrona. La battaglia per la “patria” la combatta chi la vuole combattere, ma almeno lo faccia assumendo il rischio sulla propria pelle. Altrimenti sono esercizi di oscenità verbale. Come l’osceno Ed-War-d Luttwak, che racconta che l’Europa è cresciuta a guerre, che lui se ne è fatte tre (mai una in trincea o sotto le bombe) e che è “un’esperienza bellissima”.

Io mi sento a mio agio nella “matria“, insieme alle donne e madri russe, alle donne e madri ucraine, che vedo già nel mio condominio, con bambini ma senza uomini. Sono loro che possono cambiare il paradigma della storia umana, perchè hanno dentro il seme della vita e non l’anelito alla morte. La mia estrema speranza che questa non diventi una guerra all’ultimo europeo, o all’ultimo essere umano, ha l’aspetto di una matrioska.

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Sole rosso sangue sull’altipiano (seconda parte)
…un racconto

Sole rosso sangue sull’altipiano (seconda parte)
Un racconto di Carlo Tassi

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Dieci minuti buoni è il tempo che Manio e sua sorella Naki ci mettono per raggiungere il villaggio. Manio posa a terra le due taniche e prende per mano la sorellina: il villaggio non esiste più.
Si guardano attorno senza capire. Il cielo è di un nero assoluto e contrasta col bagliore rosso e giallo delle fiamme che si dissolvono nell’oscurità sopra di loro superando in altezza le palme stesse, le uniche cose rimaste intatte.
Tutto il resto è distrutto o sta bruciando.
Le capanne, tutte le capanne, sono state buttate giù e incendiate. Ora ci sono mucchi di cenere, fumo ed enormi falò che rendono l’aria tutt’intorno ardente e irrespirabile.
Manio e la sorellina non parlano, sembrano incantati dal fuoco. Poi vedono passare una capra col vello mezzo bruciacchiato, è malconcia ma viva e sta belando, la guardano allontanarsi dal villaggio e scomparire nel buio.
Manio si riprende dallo stupore quando sente Naki chiamare il nonno. E’ troppo piccola per capire cosa sia realmente successo e tutto quel fuoco le fa paura. La bimba chiama il nonno e la nonna e comincia a singhiozzare. Manio le dice di non piangere e cerca di farle coraggio, ma anche lui ha paura.

In quelle terre, a dieci anni un bambino può già fare tutto quello che fa un adulto. Può lavorare e condurre le pecore. Manio sa che altrove i suoi coetanei imparano a usare le armi e vanno a combattere. Anche Naki tra una manciata d’anni sarà promessa sposa, è sicuro.
La verità è che sono bambini, e fino a quel giorno i nonni li avevano lasciati tali. Liberi di giocare e fare i bambini. Fino a quel giorno.
Manio dice a Naki di non muoversi mentre lui va a cercare i nonni. Naki ubbidisce e resta sul posto ad aspettarlo, è troppo spaventata per allontanarsi da sola.
Manio cammina tra le macerie incenerite delle capanne. E’ difficile orientarsi, niente è più come si ricordava. Poi vede i primi corpi.
Sembrano mozziconi fumanti ma sono persone. Sono stati uccisi a colpi di kalashnikov e bruciati. Alcuni sono stati arsi ancora vivi, altri sono stati finiti coi macete.
Nessuno s’è salvato. Erano vecchi, donne e bambini. I villaggi sono abitati solo da loro ormai.
Gli uomini giovani sono andati lontano, chi a combattere e chi a cercar lavoro o fortuna.

Sono stati i diavoli a cavallo, Manio lo sa perché una volta suo nonno gliene ha parlato. Sono assassini pagati per uccidere, gente feroce che non risparmia nessuno. Come quel giorno.
Manio si blocca, si sente soffocare. Il fumo e le lacrime gl’impediscono di vedere bene ma le due sagome indistinte che giacciono a terra davanti a lui sono Coffie e Keya, i suoi nonni. Anche loro, come tutti gli altri, sono stati bruciati.
Il bambino, guardando quello strazio, capisce cos’è successo: la nonna è stata torturata e squartata probabilmente sotto gli occhi di Coffie, poi entrambi sono stati finiti dai mitra.
Manio sa che sono loro perché ha riconosciuto il volto della nonna, l’unica cosa che il fuoco non è riuscito a consumare.
Manio aveva già visto un morto durante il funerale di un parente, ma non aveva mai visto un morto ammazzato. Il bambino cade in ginocchio e vomita. Si sente bruciare dentro e gli sembra che il cuore si sia fermato.
Trema, fatica a respirare, poi si rimette in piedi e si ricorda di sua sorella. Corre da lei.
Naki è sempre lì, di solito non lo ascolta e gli fa i dispetti, tanto c’è il nonno a proteggerla, ma stavolta ha ubbidito ed è rimasta ad aspettarlo.
Manio si china su di lei e la stringe forte. Naki è ormai tutta la sua famiglia e ora se ne dovrà occupare senza dover ubbidire a nessun altro che a se stesso.
A volte basta solo qualche minuto perché un bambino diventi un uomo.
Manio recupera le due taniche piene d’acqua, se le lega sulle spalle con un laccio e s’incammina prendendo sua sorella per mano.

Così i due bambini s’allontanano da quell’inferno perdendosi nella notte. Non è dato sapere dove stiano andando. A dieci miglia lungo la linea del fiume c’è un altro villaggio che potrà accoglierli.
Sempre che prima non siano già passati i diavoli a cavallo!

Dall’2003 ad oggi il conflitto nel Darfur, un vasto territorio semidesertico ad ovest del Sudan, ha causato centinaia di migliaia di morti, molti dei quali tra le popolazioni dei villaggi dediti all’agricoltura. Si è perpetrato un vero e proprio genocidio a cui nemmeno l’intervento (tardivo) dei caschi blu dell’Onu è riuscito a porre rimedio. Il governo del Sudan, dopo le prime sconfitte ad opera dei ribelli, ha assoldato e armato bande di nomadi di stirpe araba per riprendere il controllo del territorio devastando i villaggi e compiendo una vera e propria pulizia etnica per conto di Khartum.
Queste bande di miliziani sono conosciute col nome di Janjawid, i famigerati demoni a cavallo, criminali sanguinari, responsabili impuniti di molte delle atrocità commesse sulle inermi popolazioni africane di quei territori.

La guerra del Darfur, che dura da vent’anni e ha provocato centinaia di migliaia di vittime, non è che una delle tante, troppe guerre sparse per il mondo che l’Europa e tutto l’Occidente hanno sempre ignorato e continuano tuttora ad ignorare. Probabilmente ci sono guerre di serie A e guerre di serie B, dipende da chi le fa e dove le fa. Forse le seconde non sono degne d’ispirare cortei e manifestazioni per la pace nelle piazze delle nostre città.
L’attuale e sacrosanta mobilitazione pacifista per l’Ucraina, accompagnata dalla totale assenza d’attenzione verso tutte le altre guerre che pure in questi stessi giorni insanguinano il mondo, starebbe a dimostrarlo.

Living Darfur (Mattafix, 2007)

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Sole rosso sangue sull’altipiano (prima parte)
…un racconto

Sole rosso sangue sull’altipiano (prima parte)
Un racconto di Carlo Tassi

Manio ha dieci anni, sua sorella Naki sei.
Manio è andato al fiume con due taniche da riempire, serve l’acqua per bollire le patate e impastare la farina di sorgo per la sera. Sua nonna Keya è una brava cuoca e lo aspetta al villaggio.
Manio è sulla riva assieme alla sorellina, la rincorre lanciandole manciate di fango senza colpirla, Naki ride e scappa andando a ripararsi da suo nonno Coffie.
Coffie è il più anziano del villaggio e tutte le mattine accompagna i nipoti al fiume. Lui è considerato il più saggio di tutti e tutti al villaggio lo rispettano, ma dai nipoti si fa prendere in giro volentieri.

Il sole è grande: un cerchio rosso che riempie il cielo e scalda e regala un altro giorno di vita. Ma l’acqua è altrettanto importante, come la pioggia che riempie il fiume due volte l’anno. Il sole e l’acqua spesso si fanno la guerra, ma servono entrambi, servono alla vita.

Manio sogna un regalo: un pallone per giocare coi cugini Obie e Gali. Come quello che ha visto un giorno alla tv della scuola di Arawala. C’era una partita tra due squadre europee di cui non ricorda il nome, ma quei giocatori bianchi e neri con le maglie tutte colorate erano bravi, velocissimi con quel pallone tra i piedi.

All’improvviso due scoppi sordi, violenti, poi altri ancora, raffiche e poi urla lontane. Provengono dal villaggio che dal fiume dista circa mezzo miglio.
Coffie chiama a sé i nipoti, è allarmato, dice sottovoce che devono andare a ripararsi dietro quell’anfratto tra la riva e un grosso cespuglio di acacia, glielo indica. Poi si raccomanda con Manio di stare accanto a Naki, di proteggerla e di stare nascosti fino al suo ritorno.
Coffie dà un’ultima occhiata ai nipoti, il suo sguardo è un ammonimento a fare ciò che ha ordinato, ma c’è dell’altro: forse è uno sguardo d’addio.
Poi s’allontana camminando spedito verso il villaggio.

Manio si acquatta al terreno abbracciando sua sorella e guarda in alto il cielo azzurro dell’altipiano, immenso velo che sovrasta tutto fino all’orizzonte irraggiungibile delle montagne color porpora. Suo nonno gliele ha raccontate tante volte: montagne che nascondono altre montagne e altre ancora. Montagne mai viste ma immaginate, sognate. Quanto è grande il mondo…

Manio apre gli occhi, è buio ormai, si è addormentato mentre aspettava.
Si guarda attorno: sua sorella dorme e il nonno non è ancora tornato.
Si alza in piedi e vede che sopra il villaggio il cielo è insolitamente illuminato: un sole invisibile ha acceso la notte di rosso sangue. Bagliori ardenti si alzano dall’oasi del villaggio crepitando, come gli sbuffi ruggenti dei draghi delle favole.
Manio non ha paura del buio ma pensa che il nonno non volesse che restassero al fiume anche di notte. Decide di tornare al villaggio, sveglia la sorella, prende le due taniche piene d’acqua e si avvia. Naki, ancora mezza addormentata, lo segue in silenzio…

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Living Darfur (Mattafix, 2007)

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Gasss… Sembra blu ma è marrone.
Chi decide in Europa?

 

Sembrano fatti di cronaca, semplici notizie provenienti da zone calde ma in realtà possono aiutarci a comprendere come si muovono gli Stati e quanto sia reale l’impotenza dell’Europa di fronte all’unica potenza egemone rimasta dopo la caduta del muro di Berlino.

L’Europa finisce di essere indipendente dopo la seconda guerra mondiale per ovvi e noti motivi, ma mentre per un certo periodo l’ordine delle cose e le gerarchie erano più chiare, adesso sembra quasi che stiamo imparando a nascondercelo, sempre di più facciamo persino finta di essere “indipendenti” e che scelte evidentemente oscure facciano parte di piani a sostegno di interessi casalinghi.
Resta apparentemente fuori dallo schema la Gran Bretagna da cui gli Usa hanno raccolto il testimone e con cui si sono scambiati i ruoli, e la Francia che si è creata uno spazio piccolo dentro uno spazio più grande e lavora per avere una dignità all’interno dell’impero americano. Un po’ per vocazione imperiale e un po’ spropositato orgoglio nazionale.

In questo periodo abbiamo fame (anzi freddo) di gas. Le nostre bollette si impennano, famiglie in difficoltà e aziende costrette a chiudere per il raddoppio dei costi energetici. Nessuno lo vorrebbe, nessuno ne avrebbe bisogno, e se da una parte c’è un’Europa che ha paura della Russia, a torto o ragione e per lo più per ragioni storiche di posizionamento geografico, un’altra non avrebbe nessuna necessità di mostrare i muscoli.

La Russia è la principale fornitrice di gas dell’Europa e, soprattutto, ha costruito nel tempo una serie di infrastrutture che lo trasportano o potrebbero trasportarlo in maniera costante e abbondante. Ci sono però paesi dell’ex blocco sovietico poco stabili da cui passano i gasdotti che a tratti ne minacciano la sicurezza e il passaggio.

Poiché il gas a noi serve comprarlo e ai russi serve venderlo hanno costruito un gasdotto, il Nord Stream 2, che bypassa questi paesi e arriva direttamente in Germania, paese sicuro e stabile, per poter poi essere smistato in Italia, Francia e altrove. Questo gasdotto passa sotto il Mar Baltico che è un mare interno dell’Oceano Atlantico, e che tocca i seguenti paesi: Danimarca, Svezia, Finlandia, Russia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Germania.

Di questi paesi, la Finlandia ha storicamente sempre evitato di innervosire il suo potente vicino e confinante riuscendo però a tenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti e Nato tenendosene però saggiamente fuori come ha fatto del resto la Svezia. La Danimarca è invece un membro della Nato e un fidato alleato degli Stati Uniti e non ha problemi di approvvigionamento di gas in quanto già da tempo ha raggiunto l’autosufficienza.
Ci sono poi i paesi ex sovietici cioè le Repubbliche Baltiche e la Polonia che invece hanno motivi di tensione con la Russia e per questo appoggerebbero qualsiasi operazione contro di essa, ospitano ben volentieri basi, mezzi e uomini americani o Nato, cosa che ovviamente viene accolta e promossa da Washington, interessata a stabilire avamposti sempre più vicini ai confini russi.

È un po’ un gioco agli scacchi, o forse al massacro. Per una corretta comprensione delle dinamiche e oltre alla geografia, bisogna anche tener presente che la Nato esiste per tutelare gli interessi americani, unici a promuovere guerre che a volte è logico far combattere agli altri, e che l’Europa serve da campo di battaglia per un’eventuale guerra futura. Lo era stato maggiormente durante l’era pre-muro ma anche oggi, al tempo dei missili galattici, non è un argomento scomparso del tutto.

Fatta la cornice, costruita la mappa fisica e concettuale, torniamo all’Ansa. Annalena Baerbock, la ministra degli Esteri tedesca, ha dichiarato: “Mosca si espone a conseguenze gravi in caso di aggressione all’Ucraina”. Parlando al Bundestag ha sottolineato che le sanzioni coinvolgerebbero anche il gasdotto Nord Stream 2 “Prepareremo un pacchetto di sanzioni forti”, ha spiegato che includono per diversi aspetti “anche Nord Stream 2”.

La Germania ha quindi parlato di sanzioni alla Russia come giustamente deve fare un Paese che fa parte della Nato e che nonostante sia una potenza economica è strettamente controllata, come l’Italia, da un’infinità di basi e soldati americani dislocati da decenni sul proprio suolo. Ma per quanto possibile si è tenuta sul vago, del resto ha tantissimi interessi sia nell’Est europeo sia proprio con la Russia. Interessi commerciali, si intende, quelli che fanno girare l’economia, danno lavoro, benessere e a volte riscaldano.

Il Nord Stream 2 porterebbe benefici a Paesi, ad esempio, come l’Italia, la Francia e la Spagna oltre che alla stessa Germania, che non hanno nessun interesse nell’aumentare le tensioni in confini che andrebbero studiati bene ma siamo costretti, nostro malgrado, a partecipare a questo piano.
Certo, la Russia non sarà simpatica, potrebbe legittimamente non piacerci ma, come ha detto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov parlando davanti alla Duma “I nostri colleghi occidentali sono letteralmente in uno stato di frenesia militarista» e fanno «dichiarazioni isteriche”. “Siamo pronti a tutto – ha detto ancora – noi non abbiamo mai attaccato nessuno, siamo sempre stati noi ad essere attaccati, e quelli che l’hanno fatto non se la sono cavata».

E la Russia sembra, in effetti, sotto assedio da quando sono state partite le rivoluzioni colorate, di cui abbiamo visto solo frutti avvelenati. All’obiezione eventuali sulle questioni georgiane, della Crimea, del Donbass e magari sulle questioni della Bielorussia risponderei che bisognerebbe provare prima ad escludere insufficienti conoscenze storiche, rivendicazioni territoriali, problemi di confini, ingerenze. Insomma …“dati (prima) cause e pretesti”…

Dunque, adeguate dichiarazioni dalla Germania, russi che difendono le loro posizioni in maniera diplomatica, mentre gli Usa, senza troppi giri di parole e per bocca del portavoce del dipartimento di Stato Usa, Ned Price (parlando all’emittente radiofonica pubblica Npr, e come riportato dal Guardian), dice: “Voglio essere molto chiaro: se la Russia invade l’Ucraina in un modo o in un altro, il gasdotto Nord Stream 2 non andrà avanti“. “Non entrerò nei dettagli”, ha detto, ma poi ha aggiunto: “Lavoreremo con la Germania per garantire che non vada avanti”.

Gli Usa terranno in considerazione gli interessi tedeschi e europei? Dubbi in proposito. Sembra più una minaccia, sembra voler far capire a russi ed europei che al di là di qualsiasi interesse in campo, ce n’è uno che vale di più, il loro.

Un attento osservatore potrebbe notare che gli Usa hanno diritti sul Mar Baltico più o meno come ne avevano in Italia ai tempi della tragedia del Cermis. Saranno loro a decidere, da Paese occupante, e a noi resterà il freddo dell’inverno, guardando al ticchettio del contatore del gas e alle perdite economiche dell’interscambio commerciale.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

cassiopea supernova spirale galassia

La “Vita Nova” di un uomo di oggi:
leggendo “Nova” di Fabio Bacà

Ho tra le mani un libro e ne ho appena finita la lettura: Nova di Fabio Bacà è uscito lo scorso settembre ed è il secondo romanzo di questo autore di origini abruzzesi, dopo Benevolenza cosmica del 2019.

Entrambi i romanzi sono editi da Adelphi. Quando un’altra scrittrice abruzzese che amo particolarmente, Donatella Di Pietrantonio [Qui], mi ha consigliato di leggere Nova e di conoscerne l’autore, non ho posto tempo in mezzo. Presa dallo zelo di corrispondere anche così all’empatia che si è creata tra di noi nel recente bellissimo incontro a Ferrara.

nova fabio bacàHo letto il libro a tappe regolari, né bevendolo d’un fiato, né centellinando poche pagine per volta. Ho letto con curiosità costante, perché la storia di Davide Ricci, il protagonista del romanzo, è davvero particolare.

Non è solo così, dovevo dire che la lingua con cui è raccontata la storia di Davide Ricci è decisamente attrattiva: erudita e dal registro formale raffinato ma con molte sfumature ironiche e una precisione definitoria che appaga. Una lingua così mette in ordine il creato, ne fotografa gli elementi e li colloca senza sbavature al loro posto.

La storia di Davide Ricci è la storia di un cambiamento radicale. Davide, stimato neurochirurgo di Lucca, conosce la prima volta Diego, maestro zen, mentre questi sta difendendo sua moglie Barbara da un ubriaco che la importuna dentro al ristorante in cui Davide è appena arrivato per pranzare con lei e il loro figlio Tommaso.

Mentre lui è bloccato dal timore e dalla vigliaccheria, Diego agisce e, usando la forza, attacca al muro l’aggressore e sfodera un coltello. Conoscere Diego rappresenta per Davide “lo strappo nel cielo di carta”, che accade a Mattia Pascal nel celebre e paradigmatico romanzo di Pirandello: è la perdita progressiva delle sue sicurezze, dei valori su cui ha fondato la vita personale e famigliare.

Diego lo conduce fuori dalla quiete rassicurante della sua vita borghese e lo mette di fronte a una realtà diversa, di cui la violenza è parte integrante. Lo avvia a un percorso di consapevolezza che gli rivela la natura ultima dell’essere umano, il lato oscuro e primitivo che ci accomuna tutti.

Conosco quello che si prova quando la vita ci toglie qualcosa di colpo, quando siamo sopraffatti da una distorsione netta rispetto al tracciato delle nostre giornate. Perciò sono stata attratta a leggere quello che accade a Davide nelle settimane che seguono l’episodio truce al ristorante.

Gli si presentano nuove seccature nella vita quotidiana, soprattutto si  riaccende il contenzioso con il vicino di casa per una questione di rumori notturni, e il vicino che ne è causa col suo locale notturno finisce per minacciare Davide e neanche troppo velatamente.

È la miccia che si accende nella mente del protagonista, a cui segue la salita in superficie di pulsioni violente, dell’accettazione del conflitto come parte ineludibile della vita. Diego lo accompagna ad averne la consapevolezza, a prendere atto dei propri impulsi e non a reprimerli come ha fatto da sempre. Lo avvia alle arti marziali, dove il combattimento diviene uno strumento per dominare l’aggressività, per incanalarla verso la ricerca di sé, verso il perfezionamento.

Il romanzo finisce con una sequenza di violenza collettiva, di cui sono parte anche gli altri protagonisti della storia: a un importante concerto a Lucca si ritrovano Davide con moglie e figlio, gli amici, Diego, il figlio del vicino di casa, la folla che è venuta a sentire i Pet Shop Boys. Quando Giovanni, il figlio del vicino, si avvicina platealmente a Davide per aggredirlo, noi assistiamo al cambiamento che è avvenuto in lui, perché decide di battersi…

La nova a cui allude il titolo è esplosa in lui, come fa una stella quando deflagra per l’eccessivo accumulo di idrogeno sulla sua superficie e diventa così più luminosa che mai.

Ha dato ascolto al Potere che è in lui: quando ha chiesto a Diego cosa esso sia esattamente, Diego gli ha risposto che lo sa benissimo, lo ha sempre saputo. Anche se lo ha tenuto represso, lo ha neutralizzato, secondo le regole del vivere civile. Lo ha voluto alienare da sé, come accade alla cultura occidentale, che relega la violenza in un altrove di comodo.

Aprendo il libro mi è venuta spontanea una interpretazione del titolo un po’ diversa. L’ho collegato alla Vita Nova di Dante [Qui], l’opera giovanile in cui il poeta incontra Beatrice all’età simbolica di nove anni e, da quello “strappo nel cielo di carta” in poi, si purifica attraverso il sentimento dell’Amore, innalzandosi alle vette della Filosofia e della Teologia.

Ho pensato anche a nova come all’aggettivo della lingua latina che, declinato nei casi diretti del genere neutro, al plurale vuol dire le novità.

Forse non ho del tutto sbagliato: la stella che esplode entra in una fase nuova, come lascia intendere la parola latina; anche la vita di Davide Ricci assume una piega del tutto diversa, quando accetta la lotta finale e quando, nella pagina conclusiva in una stanza di ospedale, è davanti al corpo di Giovanni, in coma, e deve prendere la decisione estrema: salvarlo o salvarsi staccandolo dal ventilatore che lo tiene in vita.

Pensa: “Ora so che l’universo è infinito perché contiene tutto l’odio generato dalla razza umana dall’inizio dei tempi. Questo è ciò che siamo. Questa è la sostanza di cui siamo fatti: sangue, furore e detriti di sogni al confine tra sonno e veglia”.

Dall’altra parte, se ho richiamato un’opera come quella dantesca ho riconosciuto l’elemento di novità che è in lei. È la direzione del cambiamento a fare la differenza: l’esperienza amorosa di Dante giovane punta verso l’alto, mentre nel romanzo di Bacà il movimento va al centro della natura umana, mi verrebbe da dire che punta verso il basso.

Sono figlia della cultura occidentale e dei classici che ho studiato dalla adolescenza in poi, rifuggo dall’uso della violenza e ne prendo le distanze ogni volta che la storia me la fa incontrare, ogni volta che la cronaca di questi anni e giorni me la mette sotto gli occhi.

Ho bisogno di pensare ancora alla intera parabola a cui va incontro in questo libro un uomo pacifico come Davide:  la sua preparazione culturale, la sua ironia, le difese che si è creato per stare nel mondo mi hanno fatta sentire a casa.

Seguendo le fasi della sua trasformazione ho pensato che paiono plausibili nella loro progressione, che il pensiero zen le soccorre come una robusta rete epistemologica e Davide cade in modo conseguente verso la legittimazione della violenza. La storia è ben scritta ma che storia!

Sento che mi occorre altro tempo per pensarci. Non mi arrendo a che la violenza sia cittadina del mio mondo e dentro al mio cervello. Voglio rimanere ancora come è stato Davide nella situazione iniziale del romanzo. Ma ci penserò.

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Luogo di conflitti o di soluzioni?

Che luogo sono le due piazze? Quello spazio intimo serve davvero a risolvere, avvicinare, abbandonare? Per Nickname è un campo dove gli istinti semplificano e mettono tutto a posto, Riccarda invece si chiede se ci sia poi così bisogno di risolvere.

N: Le due piazze sono il luogo in cui, spesso, i conflitti si risolvono. Mi ha sempre colpito come gli esseri umani riescano a complicarsi la vita con la loro parte razionale, che è ciò che dovrebbe elevarli dal resto delle specie animali, e riescano a semplificarsela tornando alle loro pulsioni istintuali, che sono ciò che li accomuna alle altre specie animali. Naturalmente la mia è una domanda, seppur implicita. Come (quasi) sempre, non riesco a dare una risposta.

R: Non so se nelle due piazze i conflitti si risolvano o solo si stemperino, alleggerendosi un po’. Non credo neanche i conflitti di coppia si risolvano con la razionalità, anzi, quella è ancora più dirimente, ciascuno mantiene le proprie ragioni anche solo per puntiglio. Le due piazze sono, credo, l’unico spazio fisico comune dove non si ha nulla addosso e la ragione per un momento tace. Sei così convinto che i conflitti vadano risolti? Forse lo scontro arriva quando c’è bisogno di allontanarsi un po’ e riprendersi in altri luoghi, con altre parole, magari senza parole.

N: Ci sono situazioni e persone con le quali il conflitto deve deflagrare, perché quella deflagrazione eviterà l’esplosione globale. Ci sono situazioni e persone con le quali il conflitto deve essere circuito, proprio come si farebbe con un incapace, perché si è troppo avanti e l’esplosione è stata assorbita da una implosione. Nel primo caso le due piazze sono una specie di sublimazione della lotta. La chimica animale trasforma il conflitto in gioco di ruolo. Nel secondo caso, le due piazze sono già in un altro luogo.

R: Conflitto, deflagrazione, esplosione…mi chiedo se questa lotta tu la stia facendo con qualcuno o contro te stesso.

E voi? Come considerate le due piazze? Spazio di gioco o terreno di scontro?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

CONTRO VERSO
Filastrocca della coscienza sporca

Sì questa volta ero proprio arrabbiata. Una bimba prostituita riempe di sdegno e di pena, e se il datore di lavoro, diciamo così, sono papà e mamma viene spontaneo scoccare maledizioni.

Filastrocca della coscienza sporca

Immersa nel Dixan
la mamma maman
e il marito pappone
dentro al Last al limone.
Il cliente porcino
in un litro di Coccolino.
Sua moglie, senza sospetto,
nella bottiglia di Svelto.

Adulti indecenti?
Tonnellate di ammorbidenti!
Adulti trafficanti?
Quintali di sbiancanti!

Per chi vende ragazzine
in strada o in appartamento
proprio non abbia fine
l’orrore e il tormento
d’usar olio di gomito e
vedere quanto è dura
ripulirsi la coscienza
dalla propria lordura.

Vorremmo tutti credere il contrario ma i perversi esistono. Questa filastrocca nasce dall’incontro con una ragazzina che era stata costretta alla prostituzione dai propri genitori, prevalentemente dalla madre, abile a formare la propria bambina, a metterla sul mercato e a riscuotere i compensi. La signora è stata poi condannata a parecchi anni di carcere. La ragazzina si è ricostruita poco a poco. 

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia tutti i venerdì.

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CONTRO VERSO
La doppia appartenenza

L’adozione è un percorso mai concluso. Quando un bambino adottato diventa adolescente rivive tutta la sua storia, e a volte più che rifletterci sopra comincia a dibattersi.

La doppia appartenenza

Trenta chili ed un sorriso
m’han comprato dal Perù.
Dopo anni di buon viso
io non ce la faccio più.
Non lo so che mi succede
non so più cos’ho nel cuore
e se mamma me lo chiede
perdo tutto il buonumore.
So però che c’è qualcosa,
una smania ormai costante,
che m’insegue e non si posa
e per me è più importante
stare tutto il giorno in piazza
con gli amici, mia famiglia,
che fermarmi alla tivù
col pensiero del Perù.
Sarà forse la mia razza
che è ribelle ad ogni briglia?
Sarà forse che a accettare
di adeguarmi a tutto quanto
mi parrebbe di barare?
Per i miei sarebbe un vanto
però io sono diverso
gliel’ho detto e non c’è verso.
M’han comprato a caro prezzo,
anche questo l’ho capito.
Se mi piego o se mi spezzo
sento sempre che ho tradito
e sia chi mi ha generato
ma non mi ha mai dato niente
sia chi invece m’ha comprato
sotto gli occhi della gente.
Vorrei essere me stesso
non è tutta presunzione
e ricevere lo stesso
tanto amore e una ragione
per alzarmi domattina
dare retta, andare a scuola
zaino, libri, caffeina
tanto sai che il tempo vola.
Vola il tempo e posso dire
che domani è lunedì.
Sarà il giorno per capire
se i miei sogni sono qui?

 

All’origine di ogni adozione c’è un abbandono, un morso che non finisce di dolere. Perché non sono stato amato? Forse non lo merito. E perché questi che chiamo genitori dicono di volermi bene? Forse gli faccio comodo.
In adolescenza tutto questo può esplodere in modo veramente deflagrante e terribilmente faticoso per il ragazzo, o la ragazza, e per chi ha intorno a cominciare dai genitori. Vivere in una doppia appartenenza senza averla scelta è faticoso, c’è il rischio di non riconoscersi da nessuna parte, tanto più nell’adozione internazionale.

 

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CONTRO VERSO
Lo spaccino

I ragazzi osservano gli adulti più che non si creda e notano le loro incoerenze. Come quando parlano dei rischi di giocare con la droga, però poi uno studente spaccia e non succede niente.

Lo spaccino

Hai notato quel biondino?

Qui per tutti è lo spaccino.

Porta il fumo ai suoi compagni

con lauti guadagni.

Sanno tutto gli insegnanti

ma lo trattano coi guanti,

occhi chiusi e labbra strette

che non scattin le manette.

È venuto un genitore

a parlarne al professore

che l’ha detto al dirigente

e a sua volta ad un agente.

C’hanno fatto un bel discorso

che sembrava un predicozzo

e ora so che c’è una legge

e che questa ci protegge.

L’ho imparata, sì, in teoria

come la filosofia

perché poi niente succede:

anche la polizia non vede!

Ma io vedo quel biondino…

Sarà sempre uno spaccino?

 

Tanti insegnanti e operatori sono restii a segnalare un adolescente che cammina sul filo perché temono di farlo cadere. Nel caso da cui prende spunto la filastrocca, perfino la polizia municipale sapeva e non lo diceva a nessuno. Provo ogni volta a spiegare che la giustizia penale minorile è fortemente rieducativa e attenta alle persone, che il carcere è davvero l’ultima, ultimissima soluzione, e che le stesse opportunità non si danno ai maggiorenni, per cui un ragazzo che cammina sul filo se cade da minorenne trova una rete di protezione che a 18 anni e un giorno non avrà.

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CONTRO VERSO
Il figlio allungabile

Dare ragione a ciascun genitore a turno è una strategia che tanti bambini sviluppano quando i genitori sono divisi e in aspro conflitto tra loro.

Il figlio allungabile

Sono un figlio molto abile,
sono allungabile.
Coi dispetti che mastico
son diventato elastico
e quando mi sposto
dalla mamma al papà
io non mi riconosco.
A ognuno mostro metà
del loro figlio conteso.
Ma dico, per chi mi avete preso,
per un Cicciobello?
E sul più bello
comprendo il fattaccio:
i genitori, quando si separano,
gli dai un dito e si prendono un braccio.

Il compiacimento riduce il conflitto. In questo modo i bambini si modellano sul genitore che li guarda in quel momento, per poi trasformarsi nel passaggio dall’altro. Il prezzo per questi piccoli Zelig è evidente: non riuscire a sviluppare una propria personalità, non sapere più qual è la propria posizione di fronte a un bivio qualsiasi.

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CONTRO VERSO
Bambini contesi

Coppie in guerra quando la relazione finisce. Genitori che si umiliano e si squalificano per ogni cosa, coinvolgendo inevitabilmente i figli.

Filastrocca dei Bambini Contesi 

Ho sfoderato un sorriso
e se lo sono diviso.
Ho teso a entrambi una mano.
Mamma a papà: Sta’ lontano.
Ho tentato un ritornello.
Papà alla mamma: Al fornello!
Almeno lei, Vostro Onore,
mi ascolti per favore.
Ho pezzi di memoria
sbriciolati sul tappeto,
babbo con la sua boria
mamma col suo divieto
li pestano e li strapazzano
in men che non si dica
e io, sempre più piccolo,
mi sento una formica.

La legge prevede che, in caso di divisione della coppia, gli eventuali figli minorenni che abbiano compiuto almeno i 12 anni vengano ascoltati dal giudice. Per i bambini può essere un momento molto importante per far sentire la loro voce, muovendo dalla scomoda posizione di chi vede papà e mamma litigare continuamente.

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CONTRO VERSO
Filastrocca delle frazioni

La pretesa di una divisione matematica del tempo del bambino, al 50% tra la mamma e il papà, è spesso una forzatura che accontenta, forse, gli adulti, ma confonde i figli e irrigidisce le relazioni.

Filastrocca delle frazioni

Ho un piede con il babbo
un altro da mammà.
Mi sveglio e mi domando:
“Perché mi trovo qua?”
La maglia dalla mamma,
dal babbo i pantaloni
con me ci puoi illustrare
per bene le frazioni.
Con mamma storia e atletica
con babbo geometria
frequento l’aritmetica
e la ragioneria
di genitori inquieti,
costantemente persi,
che no, non si perdonano
di essere diversi.
Che più non si ricordano
quando si sono amati
e forse manco sanno
perché si son lasciati.
Che poi, siamo sinceri,
lasciati non sono.
Né divisi né interi
finché non c’è il perdono.

In una famiglia unita, in una condizione di convivenza, è del tutto normale che un figlio si avvicini di più alla madre o di più al padre in periodi diversi della crescita, o per aspetti differenti nel medesimo periodo. È quello che succede quando si tiene conto delle relazioni con una certa naturalezza.
Al momento della separazione sembra che questo sia improvvisamente inaccettabile. Mamma e papà vanno dal giudice col cronometro in mano. Chi resta incastrato, evidentemente, è il figlio. 

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LA SCOMODITA’ DI ISRAELE

“Hashanà haba’a b’Yrushalayim” (L’anno prossimo a Gerusalemme) è il saluto augurale che per secoli si scambiavano gli ebrei della Diaspora. E chiunque sia stato a Gerusalemme racconta un’esperienza che poco a che fare con il turismo. Negli occhi, nel cuore, nella memoria, la Città Santa ti rimane dentro, ti segue per il resto della vita.

Veduta di Gerusalemme

Gerusalemme, centro pulsante delle tre grandi religioni monoteiste – sorelle, perché figlie del medesimo padre, ma nemiche nella storia e sporche di molto sangue – è anche la capitale del nuovo Stato di Israele (la Terra promessa alla fine raggiunta) e l’ombelico di un Medio Oriente che da molti decenni conosce solo la guerra.
Parlare di Israele, soprattutto: farsi ascoltare, cercare di discutere con animo libero da pre concetti e pre giudizi, non è solo un argomento ‘scomodo’ ma un esercizio rischioso. Per questo, quando l’amica e collaboratrice di
Ferraraitalia Laura Rossi mi ha inviato questo suo intervento (polemico? Sì, penso si possa definirlo così) si è detta pronta a ritirarlo se la sua pubblicazione mi avesse creato qualche imbarazzo. Eppure, se un piccolo giornale può dare un minimo contributo alla causa della pace (Peace Now) è proprio di non evitare i discorsi scomodi, di affrontare anche gli argomenti pieni di spine, di uscire dagli schieramenti ideologici preconfezionati. Prendendosi anche qualche rischio. Ma può esistere una stampa libera senza coraggio e senza rischi?
Parlo per me – altri la pensano diversamente – non riesco a trovare alcuna giustificazione (nella storia, nella morale ma anche nella ragione e nella ragionevolezza) alla politica espansionista e imperialista della Destra israeliana al potere e del suo campione Bibi Netanyahu. I nuovi insediamenti, i territori occupati (‘occupati’,  secondo tutta la comunità internazionale, non semplicemente ‘contesi”), il tallone di ferro sulla Striscia di Gaza allontana sempre di più la pace. Una pace che ogni bambino del Medio Oriente, israeliano o palestinese, ha diritto di vivere. Subito. Adesso. Quella pace che David Grossman, Abraham Yehoshua, il compianto Amos Oz e tanti intellettuali israeliani chiedono (voce che grida nel deserto) da anni.
Dall’altra parte – e in questo mi sento di accogliere gli argomenti, se non la vis polemica, di Laura Rossi – esiste nella Sinistra (italiana ed europea) una posizione filo palestinese
tout-court che in molti casi si spinge ben oltre il giusto appoggio alla causa di un popolo oppresso e senza terra. C’è insomma una vulgata anti Israele, un ritornello politically correct che occulta i fatti, che non assume la drammatica complessità della Questione Mediorientale, che non considera la vita concreta degli uomini e delle donne: una vita durissima per i palestinesi ma anche per gli ebrei israeliani. Nei fatti, questa posizione, questo preconcetto a sinistra, non è semplicemente anti sionista, ma va involontariamente a sommarsi allo spettro del negazionismo e dell’antisemitismo fascista che per l’ennesima volta è tornato prepotentemente in scena, nella cronaca e nella storia del nuovo millennio.
(Francesco Monini)

Ultimamente si leggono molti articoli ed opinioni sulla religione ebraica, soprattutto sullo Stato d’Israele, senza nessuna cognizione. Una grande responsabilità è dell’informazione, o meglio della disinformazione, spesso deviante e di parte, di cui ho già scritto tempo fa.
Continuano le manipolazioni contro Israele, fomentando odio a iosa con bugie e faziosità dei fatti. A questo proposito voglio citare un intervento di Umberto Eco, alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo Il cimitero di Praga, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo, troppo spesso mascherato da antisionismo: “Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli”, scrive Eco.
Dobbiamo o non dobbiamo dare il diritto ad Israele di difendersi dagli attacchi terroristici? Per questo motivo, se la colpa israeliana è quella di aver ecceduto nella sua legittima difesa, dall’altra parte gli arabo-palestinesi hanno ecceduto in attacchi terroristici. Se fra la popolazione palestinese vi sono stati bambini innocenti come vittime, anche dalla parte israeliana vi sono state altrettante vittime, sempre bambini o giovani innocenti, ma che vengono spesso dimenticati negli elenchi dell’informazione.
E’ sempre questo tipo di stampa che è solita informare solo sui bombardamenti su Gaza e non sulle centinaia di missili che piovono su Israele. Una stampa che non informa che i soldati israeliani tendono a colpire obiettivi terroristici e che anticipatamente, prima di colpirli, avvisano la popolazione palestinese di mettersi ai ripari. I responsabili palestinesi, invece, utilizzano i civili e spesso i bambini come scudi umani, per poi ‘piangere’ davanti a tutto il mondo che i “cattivoni e sanguinari israeliani” uccidono i loro figli.
E’ risaputo che Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, si nasconde deliberatamente dietro ai civili. divenendo così l’unico e vero responsabile. Bisognerebbe chiedere a questo individuo perché, nonostante i milioni di euro donati dalla Comunità Europea, dagli Stati Uniti e da infiniti altri donatori da tutto il mondo, quello arabo in particolare, a Gaza vi è l’energia elettrica solamente perché erogata gratuitamente dalla società israeliana? Bisognerebbe chiedere a Yahya Sinwar perché egli vive in un enorme palazzo con piscina e aeroporto personale mentre scarseggiano medicinali e viveri per la popolazione? Vorrei ricordare a certi signori e signore della politica italiana che si stanno interessando ai ‘territori occupati’ (che non esistono, perché la forma corretta è quella di ‘territori contesi’, per una sostanziale differenza fra “occupati” e “contesi”) che la demonizzazione non aiuterà mai a porre fine al conflitto israeliano-palestinese o a portare la pace in Medio Oriente.
E’ fin troppo facile prendere la via della menzogna e partecipare al coro di demonizzazione di Israele che si basa su pochissime realtà e un mare di menzogne. Sarebbe consigliabile che questi signori si occupassero dei fatti di casa propria, dove gravissimi problemi abbisognano di soluzioni. A questo proposito, proprio in questi giorni, Marco Rizzo, segretario del partito comunista, ha affermato che “questa sinistra fa rivoltare Gramsci nella tomba”. Non lo ha dichiarato uno di destra, lo ha dichiarato un comunista. Un altro importante e indimenticabile uomo di sinistra, Pier Paolo Pasolini, dovrebbe insegnare qualcosa: “Compagni perché non capite?”, scrive nel 1967 su Argomenti. “In questi giorni leggendo l’Unità, ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta, invece della “scelta con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Perché l’ Unità ha condotto una vera e propria campagna per “creare un’opinione”? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato ora libero e sovrano non è nato male? E chi di noi, inoltre potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più nessun Hitler? O che gli Ebrei potranno continuare a vivere in pace nei Paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità o qualsiasi altro intellettuale comunista? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei Paesi in via di sviluppo, compresa in parte l’Italia, ha classi dirigenti, polizie, magistrature indegne? I comunisti hanno una sete insaziabile di autolesionismo? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?”. Pasolini ci insegna che nulla è cambiato e che è tremendamente identico a circa 50 anni fa, se non peggio.

Afghanistan, il cimitero degli imperi

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di Afghanistan “grazie” a due attentati, per fortuna senza conseguenze, ai danni dei nostri militari della missione Nato Resolute Support (già Enduring Freedom e Isaf). Una missione che oramai è arrivata al suo diciannovesimo anno di attività e di cui è difficile tracciare un bilancio che non metta in imbarazzo gli Stati partecipanti nei confronti dei loro cittadini/contribuenti.
Il 3 dicembre del 2018, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, affermava che “in nessuna circostanza la coalizione internazionale si sarebbe ritirata dall’Afghanistan”, il 16 dicembre il Ministro Trenta rinnovava l’impegno italiano mentre era in visita a Herat e Kabul, il 19 dicembre e al momento di annunciare il ritiro delle truppe dalla Siria, il presidente americano Trump annunciava invece un dimezzamento del contingente americano. È facile presumere che se si dovessero ritirare gli americani difficilmente rimarrebbero altri “interessi nazionali” validi per lasciare i propri militari a migliaia di chilometri di distanza dalla Patria.
Del resto l’Afghanistan ha saputo resistere per secoli ai tentativi di invasione e di ingerenza dei grandi imperi. Prima si è difesa dagli inglesi e dai russi che si cimentarono durante tutto l’Ottocento in quello che Kipling battezzò il “grande gioco” e che vide le due superpotenze dell’epoca contendersi i territori cuscinetto che si frapponevano da una parte all’espansione a sud-est dell’orso russo e dall’altra agli interessi degli inglesi di difendere i loro possedimenti in India.
Tre guerre anglo-afghane, combattute nell’arco di un secolo (tra il 1839 e il 1919), non riuscirono a piegare quelle popolazioni ma lasciarono sul terreno migliaia di soldati occidentali che in molti casi non riuscirono nemmeno ad avere una sepoltura.
Nel 1979 fu la volta dell’Urss che vi trovò il suo Vietnam e fu costretta anch’essa a lasciare quel Paese in maniera scomposta dopo 10 anni di guerra e centinaia di migliaia di morti sul terreno tra militari e civili.
Nonostante i tentativi, la strategia e l’imponenza delle forze che seppero mettere in campo inglesi e russi nei due secoli passati, e nonostante la tecnologia in possesso delle attuali forze multinazionali precipitate in Afghanistan dal 2001, sembra evidente che l’Afghanistan sia un territorio troppo ostico per qualsiasi potenza occidentale. Tutti hanno preferito nel passato lasciar perdere, e anche oggi pare che la maggior potenza in campo, per bocca del suo Presidente Trump, voglia prendere la stessa decisione al fine di evitare una sconfitta militare, e per non impantanarsi in un paese che ancora una volta sta confermando la sua proverbiale fama di “cimitero degli imperi”.
Decisione che sta maturando anche perché, nonostante (stando ai dati pubblicati dal “Liberty Report” del 21 giugno del 2018) il quantitativo di bombe lanciato dagli Stati Uniti su base giornaliera in Afghanistan sia passato da 24 bombe al giorno nel corso della presidenza di George Bush junior a 30 bombe al giorno nel corso della presidenza di Barack Obama fino a toccare quota 121 bombe al giorno nel corso dell’attuale presidenza Trump, non si sono ottenuti risultati positivi da un punto di vista militare e politico né per il governo afghano, né per gli Stati Uniti e annessa coalizione internazionale.
All’Italia il conflitto è costato in vite umane 53 morti a vario titolo, alcuni in azione altri per cause diverse, e un bel po’ di denaro come possiamo vedere dal grafico di seguito

Un totale ad oggi di 7.280.420.653 di euro calcolando però solo la spesa direttamente imputabile al capitolo Afghanistan. A questo sarebbe necessario aggiungere tante altre voci per avere un quadro più preciso, ad esempio gli stanziamenti alla voce “Personale militare impiegato negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain, Qatar e a Tampa per le esigenze connesse con le missioni in Medio Oriente e Asia”, ovvero per missioni che esistono perché sono di supporto alla guerra in Afghanistan e che, ad esempio e solo per il 2018, sono costati 13.375.711 euro. Poi ci sono le spese per le volontarie della Croce Rossa, poi altre voci singole, come ad esempio i 1.613.595 euro stanziati a luglio per “la cessione a titolo gratuito di mezzi e attrezzature per la gestione dell’aeroporto di Herat”. Ancora, per spostare uomini e mezzi si utilizzano anche aerei di compagnie civili, e, solo nel 2014, questi spostamenti ci sono costati oltre 14 milioni di euro per il rinnovo del contratto alla compagnia sarda Meridiana del principe Aga Khan. Altra spesa poco intuibile è il costo dei “sorvoli”, cioè la spesa che bisogna affrontare ogni qualvolta si attraversa lo spazio aereo di un Paese estero. Ad esempio un aereo che parte dall’Italia per l’Afghanistan con scalo negli Eau, attraversa Egitto, Arabia Saudita, Emirati e Iran e quindi staccherà un assegno per ognuno di questi paesi per la concessione del relativo spazio aereo.
Tutto questo potrebbe portare a pensare che in fondo, e comunque la si veda, non esistono problemi di soldi ma solo un problema di scegliere cosa fare di quelli che si hanno a disposizione e questo vale per l’Italia quanto per il resto del mondo. Ma varrà davvero la pena investirli in ferro e sangue? A giudicare dal numero dei conflitti e dalla spassionata partecipazione di tutte le nazioni “civili” ai conflitti in atto, parrebbe proprio che il mondo ne sia convinto!
I nuovi dati Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) certificano per il 2017 un aumento delle spese militari dell’1,1% in termini reali, con una stima che si attesta sui 1739 miliardi di dollari.

L’Italia oltre alla partecipazione diretta in una cinquantina di missioni attive è anche il 9° esportatore di armi nel periodo 2013-17, come riporta il report Sipri del 2018, mentre “I cinque maggiori fornitori di armi (nello stesso periodo sono) Usa, Russia, Francia, Germania e Cina e rappresentano il 74 per cento del volume totale delle esportazioni a livello globale”. Dall’altra parte c’è chi compra “I cinque principali importatori di armi sono India, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Cina, che insieme rappresentano il 35 per cento delle importazioni totali”.
Insomma l’unica cosa certa delle guerre è un grande movimento di soldi che per potersi muovere hanno appunto bisogno di guerre e per questo sarebbe difficile farne a meno, ma se questo dovesse succedere tutti i numeri riportati sopra potrebbero risolvere ben altri problemi.
Considerato che i paesi membri dell’Oecd stanziano meno di 150 miliardi di dollari all’anno per la cooperazione allo sviluppo e dato che tra i Sustainable Development Goals adottati dalle Nazioni Unite rientrano la fine della povertà in tutte le sue forme e la fine della fame, obiettivo che – secondo la Fao – sarebbe raggiungibile entro il 2030 attraverso un investimento addizionale di 265 miliardi di euro, spostare una percentuale del 10% di spesa militare in investimenti contro la povertà e contro la fame potrebbe essere sufficiente per raggiungere questo obiettivo.
Insomma, bisognerebbe chiedersi se una vera missione di pace potrebbe portare maggiori benefici di centinaia di missioni di guerra camuffate da missioni di pace.

Il reporter di guerra Cristiano Tinazzi: “La Siria è un paese ormai senza futuro”

Il 15 marzo 2011 in Siria partirono le prime proteste di quella che poi è stata chiamata ‘Primavera araba’. Erano le prime avvisaglie: un anno dopo si trasformò in una guerra civile. Conflitto, purtroppo, ancora in atto e che ogni giorno scorre davanti ai nostri occhi con immagini che ci parlano di bombardamenti, civili uccisi, e tanti, troppi attori a contendersi il ruolo principale in questo teatro di distruzione. Proprio per fare un po’ di chiarezza in questo scenario ingarbugliato, ho chiesto a Cristiano Tinazzi, reporter freelance e collaboratore di Rsi radiotelevisione svizzera, Tv2000 e del quotidiano ‘il Messaggero’. Lui in Siria c’è stato più volte e questa breve intervista serve, più che altro, a vedere più da vicino un panorama molto complicato.

Quali sono state le tue esperienze in Siria?
Nel Paese sono stato quattro volte, una precedentemente alla guerra, nel 2006, e tre durante la guerra civile nel 2012. Per quanto riguarda le esperienze del 2012: una volta sono entrato con visto per Damasco, dove ho seguito gli osservatori Onu nelle loro missioni fuori dalla capitale e i soldati governativi, e due volte sono stato ad Aleppo con le formazioni ribelli, anche qui sono stato spesso con gli osservatori Onu che si dirigevano ogni mattina in zone differenti del paese. Sono stato a Homs e Zabadani. Ho visto due attentati con autobomba a Damasco e sono stato oggetto di un attacco, credo ‘roadside bomb’, che ha colpito un mezzo militare dell’esercito dietro di noi sulla strada che portava da Damasco a Zabadani. Quando sono entrato con le formazioni ribelli ad Aleppo ho passato due settimane sotto continui bombardamenti governativi che colpivano indistintamente ospedali, scuole, mercati, edifici. E’ stato un incubo. Un massacro di civili mai visto in altri conflitti.

Come si è evoluta la situazione dall’inizio del conflitto a oggi?
Paragono spesso la questione siriana a un grande scacchiere, dove giocatori multipli muovono i loro pezzi. I pedoni sono i civili, sacrificabili senza grossi danni dai vari giocatori che a turno fanno le loro mosse. La Siria è una vergogna che contraddistinguerà per i decenni a venire questo secolo, il simbolo dell’incapacità delle Nazioni Unite di porre un freno alla violenze e ai crimini di un dittatore. Una violenza governativa che ha portato alla radicalizzazione delle posizioni, alla distruzione della società civile e all’entrata in campo anche di gruppi legati al terrorismo internazionale.

La percezione che si ha è di un grande caos, aumentato da notizie contrastanti, puoi farci chiarezza sulla situazione attuale?
In poche righe è impossibile spiegare in maniera approfondita la situazione sul terreno. I ‘player’ interni (curdi, sunnit, sciiti, etc) si muovono supportati ognuno da supporter esterni (russi, iraniani, Hezbollah, turchi, americani, Emirati, etc). E il caos informativo è dovuto a diversi fattori, uno dei quali è la mancanza di giornalisti sul campo e la presenza, al contrario, di mediattivisti e ‘giornalisti’ militanti politici che riportano notizie distorte. Fortunatamente esistono diverse fonti affidabili, Osint [Open Source INTelligencee] e Humint [HUMan INTelligence], e analisti capaci di leggere e filtrare le informazioni. Questo ovviamente dipende anche dalla capacità del giornalista stesso, che riceve il flusso di informazione, di utilizzare strumenti appropriati e avere conoscenza approfondita delle tematiche.

Si è molto parlato di Afrin e dei Curdi sotto attacco di Erdogan, qual è la reale situazione?
Erdogan, come tutti, gioca le sue carte (prima parlavamo appunto di ‘player’ esterni) in funzione anti-curda per mettere in sicurezza i confini turchi contro gruppi militari alleati del Pkk. Il suo scopo è anche quello di ‘depressurizzare’ la questione rifugiati siriani (oltre tre milioni e mezzo) in Turchia favorendo il loro rientro in Siria nei territori sotto il suo controllo.

Si può parlare di un esodo di 700.000 persone come hanno fatto alcune agenzie oppure va ridimensionato questo numero?
I dati forniti erano completamente sballati. Afrin, nel 2004, anno dell’ultimo censimento disponibile, aveva 36mila abitanti, numero che si è quasi triplicato durante la guerra a causa dell’arrivo di numerosi sfollati interni. L’intero cantone di Afrin, secondo fonti Unhcr [United Nations High Commissioner for Refugees] aveva circa dai 200 ai 300mila abitanti. Le ultime notizie in merito ad Afrin parlano di un ritorno alla normalità e di decine di migliaia di civili che stanno rientrando dopo che l’esercito turco e i gruppi dei ‘Free Syrian Army‘ a lui alleati hanno preso il controllo della città sostanzialmente senza combattimento in area urbana.

Quali sono le differenze tra ciò che è successo ad Afrin e quello che succede nella Ghouta?
La differenza credo sia sotto gli occhi di tutti. La Ghouta è un territorio ad alta densità di popolazione, chiuso da un assedio che dura da più di cinque anni e costantemente sottoposto a bombardamenti aerei. Decine di migliaia di persone sono rimaste ferite o uccise in questi anni e decine di migliaia quelle sfollate. Sia per numero di vittime che per tipologia di conflitto, durata, distruzione del tessuto urbano e armamenti utilizzati i due casi non sono assolutamente paragonabili tra loro.

Come vedi il futuro della Siria?
Quale futuro? Buona parte degli oltre sei milioni di siriani sfollati non rientrerà mai più nel Paese, fino a quando non sparirà il clan degli Assad e i suoi sodali, cosa che, per come sta andando il conflitto, non è una previsione che potrà avverarsi a breve termine.

Sole rosso sangue sull’altipiano

Manio ha dieci anni, sua sorella Naki sei.
Manio è andato al fiume con due taniche da riempire, serve l’acqua per bollire le patate e impastare la farina di sorgo per la sera. Sua nonna Keya è una brava cuoca e lo aspetta al villaggio.
Manio è sulla riva assieme alla sorellina, la rincorre lanciandole manciate di fango senza colpirla, Naki ride e scappa andando a ripararsi da suo nonno Coffie.
Coffie è il più anziano del villaggio e tutte le mattine accompagna i nipoti al fiume. Lui è considerato il più saggio di tutti e tutti al villaggio lo rispettano, ma dai nipoti si fa prendere in giro volentieri.

Il sole è grande: un cerchio rosso che riempie il cielo e scalda e regala un altro giorno di vita. Ma l’acqua è altrettanto importante, come la pioggia che riempie il fiume due volte l’anno. Il sole e l’acqua spesso si fanno la guerra, ma servono entrambi, servono alla vita.

Manio sogna un regalo: un pallone per giocare coi cugini Obie e Gali. Come quello che ha visto un giorno alla tv della scuola di Arawala. C’era una partita tra due squadre europee di cui non ricorda il nome, ma quei giocatori bianchi e neri con le maglie tutte colorate erano bravi, velocissimi con quel pallone tra i piedi.

All’improvviso due scoppi sordi, violenti, poi altri ancora, raffiche e poi urla lontane. Provengono dal villaggio che dal fiume dista circa mezzo miglio.
Coffie chiama a sé i nipoti, è allarmato, dice sottovoce che devono andare a ripararsi dietro quell’anfratto tra la riva e un grosso cespuglio di acacia, glielo indica. Poi si raccomanda con Manio di stare accanto a Naki, di proteggerla e di stare nascosti fino al suo ritorno.
Coffie dà un’ultima occhiata ai nipoti, il suo sguardo è un ammonimento a fare ciò che ha ordinato, ma c’è dell’altro: forse è uno sguardo d’addio.
Poi s’allontana camminando spedito verso il villaggio.

Manio si acquatta al terreno abbracciando sua sorella e guarda in alto: il cielo azzurro dell’altipiano, immenso velo che sovrasta tutto fino all’orizzonte irraggiungibile delle montagne color porpora. Suo nonno gliele ha raccontate tante volte: montagne che nascondono altre montagne e altre ancora. Montagne mai viste ma immaginate, sognate. Quanto è grande il mondo…

Manio apre gli occhi, è buio ormai, si è addormentato mentre aspettava.
Si guarda attorno: sua sorella dorme e il nonno non è ancora tornato.
Si alza in piedi e vede che sopra il villaggio il cielo è insolitamente illuminato: un sole invisibile ha acceso la notte di rosso sangue. Bagliori ardenti si alzano dall’oasi del villaggio crepitando, come gli sbuffi ruggenti dei draghi delle favole.
Manio non ha paura del buio ma pensa che il nonno non volesse che restassero al fiume anche di notte. Decide di tornare al villaggio, sveglia la sorella, prende le due taniche piene d’acqua e si avvia. Naki, ancora mezza addormentata, lo segue in silenzio.

Ma il villaggio non esiste più…

Darfur (film di Uwe Boll, 2009)

Living Darfur (Mattafix, 2007)

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’amor litigarello, tra silenzi tossici e verità feroci

Le verità taciute che all’improvviso esplodono, cosa portano? Le litigate quanta schiettezza rivelano? E’ possibile tornare indietro? Da dove ripartire quando, arrabbiati, ci si dice proprio tutto? Le lettere arrivate in redazione.

Il veleno del silenzio

Buongiorno Riccarda,
la verità trattenuta, un amaro veleno che lentamente ci corrode la mente. Un errore che tutti commettiamo, a volte per non urtare il partner, per il quieto vivere, le motivazioni sono tante, ma, alla fine tutte sbagliate. Perché quello che non diciamo, lavora lentamente nel nostro subconscio e, quando esplode, porta sempre conseguenze disastrose, nulla sarà più come prima. Ci saranno aggiustamenti, giustificazioni, ma il dubbio resterà sempre. Mi è capitato di commettere questo errore e l’ho pagato caro. Avevo taciuto perché mi sembrava la soluzione migliore, ma poi, il problema si ingrandiva perché non riusciva a trovare una via di sfogo e tutto questo accumulo di sensazioni negative alla fine è venuto fuori per un’inezia, le conseguenze sono state la perdita di una persona a me cara. Se ne avessi parlato prima, tutto si sarebbe risolto con un leggero battibecco senza effetti collaterali. Oggi mi rimane il ricordo di quanto di bello c’è stato e se capita di vederci, ci scambiamo un fugace saluto, forse leggermente imbarazzato, ma un osservatore attento potrebbe notare quante cose non dette ci sono nei nostri sguardi, noterebbe il rimpianto per qualcosa che poteva essere ed invece non è riuscita a crescere. Ho imparato la lezione, adesso dico subito ciò che penso, preferisco affrontare il problema sul nascere prima che cresca così tanto da essere insormontabile, c’è sempre il rischio di perdere qualcuno, ma credo che se l’amico/a,il/la partner, ci vogliono bene, apprezzeranno di più questo nostro modo di essere, sincero e spontaneo. Il parlare subito dei problemi credo che sia l’unico antidoto a questo veleno.
Gigi

Caro Gigi,
ma siamo sicuri che, una volta imparata la lezione, la verità sia disposta a ridurre i tempi di attesa? Tu credi davvero ci faccia il piacere di uscire proprio subito? Credo che la verità abbia bisogno di un po’ di decantazione, altrimenti sarebbe puro istinto. La verità medita e temo sia completamente indipendente, l’occasione se la crea e noi le cediamo il passo perchè sappiamo che ci sta tracciando un nuovo percorso.
Riccarda

La verità fa male…?

Cara Riccarda,
dicono anche “verba volant scripta manent”. Non è vero. Certe frasi o certe parole che “volano” durante un litigio restano e scavano dentro, nel profondo e si incidono a fuoco nel cuore e nell’anima.
Questo perché durante i litigi, quelli veri, quelli senza freni, le parole escono da sole senza filtri, senza censura. Esce tutta la verità o buona parte di essa, o la parte che ci tormenta di più.
Dopo questo, nulla è più come prima.
A me è successo. È uscito tutto e non è più possibile tornare indietro. Non ci sono scuse che tengano o ritrattazioni. Perché la verità è lì. Limpida e chiara, finalmente forse.
Quelle parole sono sempre nelle mie orecchie. Sia quelle udite che quelle pronunciate.
Poi, nel mio caso, si va avanti. Quasi come se nulla fosse accaduto. Ma la verità diventa un “metro”, un termine di paragone sul quale misuri tutto ciò che dici o fai in seguito, più o meno consapevolmente.
S.

Cara S.,
lasciando da parte una cattiva compagnia come quella del rancore, che è uno specchio deformante puntato verso il passato con la pretesa di proiettare il futuro, il ‘metro’ della verità non è poi così male. Le parole dette, al netto di qualche aggettivo di troppo che si intrufola nei litigi, secondo me portano sempre qualcosa. La chiarezza prima di tutto. Abbiamo sperimentato quanto il non detto sia logorante. La verità, invece, semplifica, sbaraglia e non si guarda mai indietro.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

morte-medio oriente

Raccontare la vita nonostante la morte intorno: la guerra con gli occhi dell’inviato

Vagare di sera per quelle che – prima – erano le strade di una Kobane – ora – distrutta e fermarsi sotto una finestra dalla quale esce la voce di un ragazzo che canta, essere invitati in casa e passare una serata ad ascoltare musica tipica curda nel bel mezzo delle rovine. Ascoltare il proprio traduttore, un ragazzo afgano trentenne con il quale si collabora da anni, ormai un amico, definire la propria moglie incinta “grossa come un carrarmato”; o ancora un amico medico di Baghdad implorare di raccontarlo, a noi europei, che da loro “è Parigi tutti i giorni”. E poi raccogliere la storia del direttore dell’orchestra sinfonica della capitale irachena: il suo violoncellista si è trovato coinvolto in un attentato mentre tornava a casa, in mezzo alla confusione, alle grida, al dolore, ha preso una sedia e ha cominciato a suonare e quando chi gli stava intorno gli ha chiesto cosa gli era saltato in mente ha risposto “Così riporto l’armonia della mia città”.

Brandelli di vita che tenta strenuamente di resistere alla morte tutto intorno. Questo hanno il compito di raccontare gli inviati nelle zone di conflitto secondo Barbara Schiavulli, inviata di guerra freelance per quotidiani, settimanali, mensili, che ha cofondato e codirige Radio Bullets, una webradio che tratta esclusivamente esteri, e la fotografa, giornalista e documentarista Linda Dorigo, ospiti domenica dell’incontro degli Emergency Days ‘La guerra è: con gli occhi dell’inviato’.
Raccontare, su una radio, sui libri o attraverso le immagini, storie che alle persone ancora interessa ascoltare e anche narrare, da parte di chi le raccoglie e di chi le ha vissute, prendendosi il tempo e investendo le energie necessarie per farlo.
Sì perché la crisi dei giornali e il web dei social portano via il tempo e le risorse ai reportage di guerra: “siamo costretti a reinventarci spazi e modi” per parlare degli sconvolgimenti che sta vivendo l’altra sponda del Mediterraneo, per questo “ho fatto la scelta di smettere di scrivere – racconta Schiavulli – ma conscia del fatto che queste cose alle persone interessano ancora, ho scelto altri modi, fondando una radio che fa solo esteri”. “Bisogna fare grandi sacrifici per realizzare un progetto di lungo periodo, devi spendere tante energie – confessa Linda – perché il tuo focus primario rimane uno, ma devi aggiungere intorno tante altre cose per pagare l’affitto”.

Da sinistra a destra: Annalisa Camilli, Christian Elia, Barbara Schiavulli e Linda Dorigo

Secondo Christian Elia, codirettore della rivista online ‘Q Code Mag’, moderatore dell’incontro, “a mancare non è la quantità di notizie, ma lo spessore, il contesto”: insomma il tempo e il dettaglio del racconto, ben lontani dai post e dai twitter e dalle flash news. E questo soprattutto perché sempre più la guerra è “vissuto di guerra, guerra che non si vede, non c’è un fronte, ma uno scenario fatto di violenze quotidiane”.
“Fa più notizia l’ultim’ora rispetto alla vita quotidiana di un paese in guerra, dei segni che le persone portano su di sé, anche quando se ne vanno e si liberano dalla guerra”, ammette la terza ospite, Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale dal 2007, dal 2014 segue i migranti in viaggio attraverso l’Europa e racconta le loro storie sul sito del magazine. Ora sta realizzando un progetto su storie di persone torturate in Libia, per molti tappa finale della migrazione prima di raggiungere l’Europa. Un’Europa che ora “non si vuole prendere la responsabilità di conflitti ai quali ha partecipato e dei loro effetti”, sottolinea Camilli facendo riferimento per esempio proprio alla Libia. “Non trovano l’ascolto di cui hanno bisogno”, ma al contrario “uno screening sempre più rapido della loro situazione per capire se hanno diritto alla protezione internazionale”. Secondo Camilli la società europea del futuro, il suo grado di civiltà, si misurerà “sulla capacità di ascolto di queste storie, che sono storie di sofferenza ma ci riguardano”.

Se per Linda Dorigo fare la reporter di guerra è “una fortuna” perché si possono raccontare storie per avvicinare quel mondo al vissuto dei cittadini italiani ed europei, per Barbara Schiavulli e Annalisa Camilli è una sorta di “battaglia culturale”. Per la prima, che spesso fa anche incontri nelle scuole per raccontare ciò che ha visto e continua a vedere nel proprio lavoro, “sapere, essere a conoscenza e essere coscienti delle guerre è il primo modo per contrastare le guerre”. Per la seconda, l’Italia circondata com’è dai conflitti non può permettersi di essere concentrata su sé stessa come è accaduto sempre più in questi anni: “abbiamo perduto l’orizzonte dell’altra sponda del Mediterraneo”, tanto che non si parla nemmeno più di conflitti dimenticati. Tuttavia, “anche se i lettori sono sempre più concentrati su ciò che succede a casa propria, è il mondo che arriva a casa loro”, sottolinea a ragione Camilli e fa un esempio: nel suo ultimo rapporto sulle migrazioni internazionali l’Ocse afferma che nel 2016 più di 180mila migranti irregolari sono arrivati sulle coste italiane; la maggior parte dei media, magari anche a ragione, parla di invasione e di impossibilità di accoglierli tutti, ma se Modena ce l’ha fatta a gestire i più di 200mila arrivati per una sola serata per il concerto di Vasco, possibile che lo Stato italiano e l’Europa non riescano a gestire un numero simile di persone che arriva in un anno?
Mentre l’incontro si conclude, lo sguardo non può non andare alle immagini in bianco e nero dietro di loro: la mostra ‘L’Afghanistan, la guerra’ realizzata in collaborazione con Contrasto con le foto di Francesco Cocco. “La guerra ha diverse possibili cause, ma sempre effetti certi: morti, feriti, profughi, orfani”, recita uno dei pannelli.

BORDO PAGINA
La Ferrara neopopolare per la Sicurezza

Ieri 12 marzo, manifestazione per la Sicurezza a Ferrara, a firma Lega Nord e Nicola Naomo Lodi e alcune considerazioni politicamente scorrette. Mentre gli scenari nazionali sono scossi dall’incredibile ritorno dei centri sociali terroristici foraggiati dal peggior sindaco della storia della repubblica italiana, leggi De Magistris e il diritto alla parola di Salvini a Napoli (oltre a Bologna ecc.) in piccolo oggi a Ferrara la Lega dimostra la sua natura pacifica sempre sottovalutata dall’ideologismo “rosso” finanche cattocomunista.

Fin dai tempi di Bossi, il linguaggio per forza neopopolare e colorito, sempre ultrairritante moralisti e radical chic ipocriti e razzisti alla rovescia politici e culturali, della Lega si è accompagnato e accompagna con eventi e iniziative pacifiche, fin troppo secondo il costume nazionale politico persino. Una domenica primaverile nello specifico a Ferrara per una manifestazione autorizzata sulla Sicurezza. Circa un paio di centinaia di attivisti e militanti e semplici liberi cittadini supernormali, anche famiglie e giovani hanno festeggiato quasi la nuova primavera, pilotati dal media man della Lega nostrana, Nicola Naomo Lodi che con stile letteralmente mobile e dinamico, puntualmente, per tutto il tragitto, da Largo Castello alla famigerata Zona GAD delle ancora supposte percettive della Sapigni e compagni, ha illustrato il degrado e l’insicurezza Reale della città, non solo nelle note zone nevralgiche.

E’ intervenuto infine efficacemente anche il consigliere leghista storico Cavicchi, contestando la crociata moralistica sul nuovo regolamento pubblico che multa i clienti del mestiere più antico del mondo, per una regolamentazione della prostituzione su modelli esteri (che poi sarebbero anche – come chiedono anche le Belle di Notte – un non banale input per le casse di Stato).

Efficace anche il senso meno plateale di quel che il regime Tagliani/PD/Buonista/Diversamente Business….migrantico fa credere (con i mezzi di informazione locali generalmente sudditi) sull’ipotesi dell’Esercito a Ferrara, notoriamente cavallo di battaglia della Lega. Intanto non si invocano carrarmati o chissà quale parata quotidiana, ma semplicemente si intende attingere a progetti già in vigore anche in città del PD, utilizzando a costo zero per i cittadini le risorse umane di militari non impegnati in missioni internazionali o italiane speciali, ma spesso sottoutilizzati nelle normali caserme! E potenzialmente anche per un periodo fortemente provvisorio, potenzialmente già antivirus al degrado postmigrante ferrarese conclamato dalle cronache e almeno da metà dei ferraresi.

Riassumendo ribadiamo la natura pacifica delle manifestazioni leghiste da evidenziare in primo piano, pacifismo anche storico che esprime la prova o pistola fumante della confutazione delle solite accuse di razzismo xenofobia, iistigazione all’odio, come insegna al contrario la storia.

Il messaggio della Lega a Ferrara è chiarissimo: se certa tensione epocale migranti nelle Metropoli appare anche inevitabile relativamente, il pacifismo leghista in controluce (quando bastava una minima capacità di ascolto delle opposizioni circa 5-7-10 anni) rivela ancora di più la miseria politica del PD local che ha fatto e continua ancora a fare lo struzzo.

Il degrado di Ferrara e della Zona Gad, per questioni meramente ideologiche e di business è uno scandalo, in un villaggio in fondo come Ferrara, piccola città, quel che è capitato è quasi fantapolitica!

Mentre sempre la storia e da sempre testimonia al contrario lo stile mai pacifico e sempre rivendicativo e conflittuale – in certo senso per la sinistra storica – e violento della fu estrema sinistra, leggi oggi come negli anni ’70 sedicenti centri sociali.

Oggi e in salsa ferrarese naturalmente letteralmente assenti, ma ombra invisibile… Infatti stranamente, come ironicamente sottolineato da Lodi forse basterebbero due o tre manifestazioni alla settimana della Lega per vedere un quartiere miracolosamente risanato, di spaccini e diversamente risorse neoitaliane neppure l’ombra o quasi (qualcuno alla Zona GAD Grattacielo). Quartiere anche assai relativamente pulito, pure la Spal, per altri motivi ovvio, ha giocato appena 24 ore prima…
(photo S. Tracchi)

BORDO PAGINA
La “Krisis” contemporanea secondo Mauro Casarotto

Mauro Casarotto – Krisis. Che cosa nasconde la più grande crisi del mondo occidentale (Armando editore)

(Dalla Scheda Editoriale) “Questo non è solo un altro libro sulla crisi economica. Avete mai provato ad immaginarvi questa crisi come un albero? Un grande albero di cui ci attraggono le foglie, di cui vediamo anche rami e tronco ma di cui non ci siamo mai spinti a cercare le radici? In questo libro troverete tante domande e anche qualche possibile risposta su cosa si nasconde alle radici di KRISIS e su quello che ci aspetta (o forse no) nel prossimo futuro. Dopotutto, se non si capisce e individua il male, non si può procedere con la cura”
Mauro Casarotto, da sempre interessato di Politica e Sociologia, si è laureato all’Università di Padova in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali grazie alla tesi Riforma della Nazioni Unite: Europa e Stati Uniti a confronto.

Recensione: L’incipit di cui sopra è già tutto un programma: spicca poi nel volume certa verità verosimile indicibile nel dibattito generale, altrove, sorta di talk show coazione a ripetere, meccanismo depistante con magari figure e scenari insospettabili ben noti/e: giornali, economisti, banche e banchieri e agenzie finanziarie varie, televisioni, riviste radical chic specializzate, i soliti ignoranti politicanti, leaders di stato inclusi, docenti universitari inclusi: la celebre società dei simulacri non stop cara a Baudrillard, anni 80!!!
La cosiddetta crisi contemporanea, economica, è una crisi strutturale e – quasi ovunque – parole e ricette (milioni di milioni) mirano non a soluzioni possibili, ma a perpetrare l’inganno globale; quel che pochi ammettono è la strategia prevalente: non solo almeno un perverso business plan cospiratorio pianificato e intenzionale, soprattutto logiche misconosciute del cosiddetto inconscio collettivo o sociale. I protagonisti, banche incluse, sono in buona fede, sono semplicemente credenti 2.0, clamorosamente non molto diversi da certe sette new age attuali, in certo senso.
Il grave baco è la rimozione della crisi strutturale, vista come crisi ma orizzontale e diacronica, non verticale e sincronica, un poco come l’astrologia…
L’astroeconomia… come assioma e poi si discute, quasi ovunque, come di congiunzioni o congiunture astrali, previsioni allieneamenti di pianeti chiamati Wall Street, borsa di Tokio o Milano e così via….
Un tempo il liberal capitale era all’avanguardia produttiva e tecnologica: Bell inventa il telefono e pochi anni dopo la nuova tecnologia invade il Mercato, capitani d’industria subito predatori e – piaccia o meno – sviluppo economico, nuovi orizzonti in progress. Nel turbocapitalismo attuale, paradossalmente le auto elettriche e l’energia solare sono subordinate e business plan quasi ventennali già operativi ancora per le auto e il gas/nucleare… “primitivi”: e il Sistema come un Computer va in crash o funziona invaso da virus e spyware.
Iperboli ovviamente, ma indicative sullo stato delle cose: ovvero il computer world in mano a una generazione paleocapitalistica debole (managers strapagati inclusi) priva persino di sano egoismo prospettico!
Casarotto appartiene invece a quella non marginale, neppure esoterica, ma concreta schiera di scienziati sociali che sognano la società della conoscenza: non utopia astratta, ma scenari d’indagine pluridecennale, pure attraversati nei dibattiti, a volte persino nelle stanze dei bottoni, più o meno come consulenti ecc., ma poi assimilati, nella migliore delle ipotesi, da Politicanti e esperti vari convenzionali sempre rimuovendo la struttura, il registro del sistema, l’hardware fondamentale.
Emergerebbe un conflitto d’interesse persino epistemico e anche generazionale ormai: molti non adatti per storie personali e culturali (ancora novecentesche pre rivoluzione elettronica, pre emergenza relativa ecologica) a pilotare la Macchina nel XXI secolo, urgente una rifondazione, anche letterale con nuove unità umane.., del … Sistema e in tutte le sue macchine pragmatiche operative…
Splendida la metafora dell’albero, ecotecnologica, la rimozione, come accennato, delle radici, quasi codice criptato dell’autore nella disanima della crisi Krisis in corso: non ultimo, persuasive le ricette prossimo venture immediate, segnalate, più o meno al passo con parallele analisi pure molto note fin dal secondo novecento, in ambito conoscitivo e futuribile, originalmente rilanciate e aggiornate con visioni postcapitaliste coraggiose, di matrice ecosociale, ma una ecologia scientifica, oltre il minimalismo, secondo noi, deteriore di un Latouche e certo fuorviante Ismo ecologico, se essenziale, anziché variabile nel discorso.
Nuovi input invece, al di là di certa cifra anche disincantata (e molto brillante), terribilmente pragmatici destinati a salti anche quantici nelle stesse stanze dei bottoni o pulsanti (come accennato) dell…Onu, l’Unione Europea, gli Stati Uniti stessi: quasi una ricerca, per salvare l’Impero, di un impero interiore?
INFO ed Estratto
http://www.armando.it/krisis8680

Vivere insieme come fratelli o morire da soli?
L’ardua scelta tra convivenza e commorienza

di Daniele Lugli

Nella mia città un gruppo (giovani scellerati e vecchi malvissuti, avrebbe detto, credo, Salvemini, ma anche adulti con entrambe le caratteristiche, a quel che mi è dato di vedere) chiede da tempo la presenza dell’Esercito per contrastare il sostare in giardinetti o l’andirivieni ciclistico di giovani stranieri, anche non residenti a Ferrara, che qui svolgono la loro attività di spaccio. Vi è certo un disagio di cittadini più a contatto con queste, e altre, presenze, per più aspetti problematiche. Preoccupazioni vengono alimentate fino a trasformarsi in allarme, paure e rifiuto nei confronti degli immigrati in generale e dei nuovi arrivi in particolare. Chi si impegna per far fronte alle difficoltà connesse all’accoglienza di persone giunte da paesi lontani, fuggendo da situazioni invivibili, è additato come nemico dei ferraresi e della loro tranquillità.
Così un tema di convivenza e legalità, che richiede risposte in primo luogo di ordine sociale, è prima trasformato in problema esclusivamente di sicurezza e ordine pubblico e, con l’intervento richiesto dell’Esercito (non bastano polizie e carabinieri?), in difesa dal nemico. In altre città questa richiesta viene addirittura dal Sindaco, come a Milano, o dal Prefetto, come a Torino. Leggo dai giornali: “Emergenza sicurezza a Milano”. Sala: “Chiederò l’esercito nel quartiere multietnico” e Milano trema. E ancora: “Bombe carta e guerriglia a Torino”. Situazioni, certo difficili, sono state lasciate marcire fino alle estreme conseguenze e si invocano maniere ‘dure’, della cui inefficacia siamo certi. La motivazione ‘politica’ (la chiamano così) è chiara: dice il Sindaco di Milano, “Non lasciamo la questione in appalto alle destre” e, con 50 militari aggiunti, pensa il Prefetto di Torino di presidiare giorno e notte un abitato dove vivono un migliaio di africani, da censire prima di sgomberare.

Si interroga un giornalista su Repubblica sulle ragioni del tremito milanese, visto che a Milano i reati calano (162 mila due anni fa, 152 mila l’anno scorso, 105 mila nel novembre di quest’anno e in 10 anni sono calati del 36%), i colpevoli vengono acciuffati come mai in passato. Certo, annota il giornalista, la popolazione invecchia, i furti ci sono, c’è la “malattia della paura percepita”. E poi, dico io, c’è un capro espiatorio ideale, che sembra fare il possibile per farsi individuare come tale: loro, gli stranieri tra noi. Conclude ragionevolmente il giornalista “difficile pensare che dove lavorano, tra forze di polizia e vigili, quasi 15mila unità, come antidoto bastino 650 soldati e, come d’incanto, sul far della periferica sera, torni nei cuori il sereno”. Difficile che lo stesso miracolo lo facciano i 50 militari a Torino dove il prefetto chiede aiuto all’esercito dopo i tre ordigni lanciati per vendetta dopo una rissa. Gli abitanti esasperati: abbiamo paura. Centinaia di africani in rivolta: “Italiani razzisti, la polizia ci controlla e non ci difende”.

Ci aveva messo in guardia Alex Langer al punto 9 del suo “Tentativo di decalogo per una convivenza inter-etnica”, il solo punto che contiene un divieto: “Una condizione vitale: bandire ogni violenza. Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano. Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che – se tollerato – rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza”. Leggi e polizie, servono dunque, ma non bastano. Né serve aggiungere l’esercito. Vanno mobilitate tutte le risorse sociali ed educative di una società che voglia meritarsi l’appellativo di civile.
Lo diceva Martin Luther King: o impariamo a vivere assieme come fratelli (magari non troppo amorosi, penso io) o siamo destinati a morire assieme da stupidi. Se non siamo capaci di convivenza sarà la commorienza ad attenderci.

Il dopo referendum
Un’estenuante narrazione

La campagna elettorale è stata talmente lunga ed estenuante che verrebbe voglia di chiudere questa pagina e di non parlarne per un po’. Una pagina non gloriosa per i toni divisivi, il linguaggio da tifoserie sportive, la demagogia altisonante di chi (come il Premier) aveva voluto il referendum per segnare un cambiamento di passo radicale della politica italiana. Per il tono rissoso di chi ha usato questo evento come occasione per regolare i conti in un partito in cerca di una strategia. Per il tempo sprecato, mentre tutti i problemi che il nostro Paese vive restano lì e non potranno certo giovarsi di una fase, inevitabilmente lunga, di instabilità. Per le macerie che restano e renderanno più difficile abbassare i toni, come molti auspicano. Le logiche plebiscitarie sono sempre pericolose, in esse vi è un implicito rischio di autoritarismo. Il populismo ha comunque vinto qualche populista più autentico degli altri (Grillo e Salvini) resterà il primo titolare dell’incasso.

Sarà difficile non parlarne soprattutto perché l’alta percentuale di partecipazione al voto ha detto quanta frustrazione e quanta rabbia alberghi negli animi degli italiani. Sarà interessante analizzare la composizione sociale (e non solo regionale) dei due schieramenti, per comprendere meglio la profondità della crisi di rappresentanza a cui i partiti si trovano di fronte. La politica non è solo una questione di regole, anche se le regole hanno la loro importanza, per preservare la democrazia da derive illiberali. La politica è una questione di capacità di proposta, di indirizzo e di visione. La democrazia è anche una questione di risultati e la possibilità di rimettere in moto la crescita è l’imprescindibile condizione per ridare fiducia e consentire al nostro Paese di non essere progressivamente emarginato nel complesso quadro internazionale.

La sinistra ha di fronte un periodo molto difficile, credo che nessuno abbia nulla da festeggiare: le difficoltà persisteranno a lungo e meriteranno molto più che un regolamento di conti interno al PD. La sinistra deve imparare almeno due linguaggi che non le appartengono per storia e cultura e che non è facile praticare nel contesto odierno. Il primo è il linguaggio della crescita e dell’innovazione, che non può essere dichiarato solo ritualmente e considerato, di fatto, un prezzo da pagare al mondo dell’economia. Il linguaggio della crescita deve assumere fino in fondo la realtà della globalizzazione (ormai inconfutabilmente inscritta nella traiettoria del mondo), dimostrando di comprenderne appieno i vantaggi, senza ignorarne gli effetti critici nel breve periodo. Il secondo è il linguaggio della mediazione, che ha caratterizzato importanti leader politici nel primo dopoguerra, ma che non ha mai coinvolto i militanti ed è stato, negli anni senza eccezioni, interpretato come necessità tattica, piuttosto che come valore in sé.

Il linguaggio del conflitto ha sempre prevalso (basta scorrere le pagine di FB di queste settimane per vederne esempi), mentre il linguaggio della mediazione è stato storicamente subito dalla necessità di una legittimazione nell’area di governo, piuttosto che come costitutivo carattere di un partito interno al gioco democratico. Il PD si trova, quindi, di fronte ad un drammatico e impegnativo dilemma: trovare un’identità e una strategia compatibili con la presente fase storica. Gli appelli alla ricomposizione suonano molto retorici di fronte all’evidente dilemma politico che alberga nel PD. Mi auguro che le ragioni del no non occultino una tale enorme sfida.

L’OPINIONE
Boicottaggio ed embargo nei confronti di Israele per frenare il conflitto

Aharon Cizling (Ministro israeliano dell’agricoltura 1948-1949): “Ora anche gli ebrei si sono comportati come i nazisti, e ne sono sconvolto”.

E’ pericoloso interpretare le vicende storiche contemporanee basandosi unicamente su simpatie e affetti personali. Occorre invece analizzare la contemporaneità attraverso l’approfondimento onesto e razionale della Storia, sempre magistra vitae. Alcuni articoli pubblicati recentemente su questa testata non mostrano l’approfondimento storico necessario per condurre una corretta analisi storica del conflitto, ed evidenziano altresì la faziosità e superficialità dell’autore.
Evitando di commentare il sarcasmo e la derisione con cui ci si riferisce alla parte palestinese o araba in generale, questo breve intervento vuole fare chiarezza su tappe fondamentali nella storia del conflitto.
Sostenere che Israele è uno stato pacifico costantemente minacciato dal terrorismo palestinese e che ha il diritto di difendersi è una menzogna. La realtà storica è l’esatto opposto. Le azioni terroristiche da parte dei gruppi armati ebraici e sionisti precedono la nascita del terrorismo palestinese, e di ciò vi è traccia addirittura negli archivi coloniali del governo britannico. Nel 1944 il ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato dallo Stern, il maggiore gruppo terroristico sionista insieme all’Irgun. Una delle prime azioni criminose di una lunga serie. La spirale di violenza è stata quindi avviato proprio da Israele e i movimenti sionisti.
Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e durante il trentennio successivo il terrorismo israeliano si riversa in particolare nei Territori Occupati dal 1967 con una miriade di atti criminosi contro la popolazione civile palestinese, al punto da richiedere nel 1977 l’intervento indignato dell’Onu con una Risoluzione di condanna che parla chiaro: “L’Assemblea condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: … c) L’evacuazione, la deportazione, l’espulsione, e il trasferimento degli abitanti arabi dei Territori Occupati e la negazione del loro diritto di ritorno – d) L’espropriazione e la confisca delle proprietà arabe nei Territori Occupati – e) La distruzione e la demolizione delle case (arabe) – f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba – g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)… che sono considerati crimini di guerra e un affronto all’umanità”.

Inoltre, ci si dimentica troppo spesso che Israele attualmente infrange numerose Risoluzioni Onu, come la 242 del 1967, stipulata per il raggiungimento di una pace “giusta e duratura” nella regione e che sanciva l’immediato ritiro militare israeliano dai Territori occupati. Questo non è avvenuto: Israele continua ad occupare e ad espandersi nei territori palestinesi, favorendo massicci insediamenti di coloni e costringendo la popolazione palestinese a vivere in campi profughi sempre compressi.
La volontà dello Stato d’Israele è chiara sin dalla sua fondazione e nulla è stato fatto per ostacolarla anche grazie all’aiuto di fortissimi gruppi di pressione (lobby) e gruppi finanziari, sopratutto statunitensi.
A inizio ‘900, in uno scambio fra un fondatore del movimento sionista ebreo europeo ChaimWeizmann (che sarà il primo presidente d’Israele nel 1948, ndr) e gli allora padroni coloniali inglesi, si legge “Gli inglesi ci hanno detto che in Palestina ci sono qualche migliaio di negri (kushim), che non valgono nulla.”
Il massimo padre del movimento sionista, Theodore Herzl, già prima aveva dichiarato: “Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra… Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e di nascosto…”.
Il leader storico sionista, Ben Gurion, aveva redatto il piano ‘Dalet’ per la completa ‘pulizia etnica’ della Palestina ben prima dell’arrivo in Palestina dei profughi dai Campi di Sterminio tedeschi. Nel suo stesso diario, Gurion scrisse: “C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia palestinese non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti. Dobbiamo fargli del male senza pietà, altrimenti non sarebbe un’azione efficace”.
E’ decisamente più ‘tollerante’ la seguente dichiarazione dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, rilasciata alla stampa europea: “Non c’è Stato ebraico senza la cacciata dei palestinesi e l’espropriazione della loro terra.”
Il progetto del genocidio era già ben evidente nelle parole dei padri fondatori dello Stato ebraico ed evidentemente continua, sempre con più forza e determinazione.

In conclusione, la Storia può aiutare ad interpretare e a sancire le colpe di una e dell’altra parte, dagli attentati dell’Olp alla sistematica pulizia etnica di una terra che Israele ha sempre considerato terra nullius.
Solamente una forte volontà politica di un Occidente finalmente libero dalle pressioni di gruppi lobbistici e finanziari e una decisa azione di boicottaggio ed embargo nei confronti di Israele riuscirà a risolvere un conflitto che macchia quella terra di troppo sangue innocente.

Fonti:
– The Ethnic Cleansing of Palestine, Ilan Pappe, 2007, Kindle Edition.
– ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 December 1977 &
Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 February 1977.
– Perché ci odiano, Paolo Barnard, Bur Rizzoli, 2006.

Ascolta il brano intonato: John Lennon, Give peace a chance

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