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Effetti collaterali (e costosi) delle politiche neoliberiste del governo Draghi

 

E’ dunque arrivato un nuovo provvedimento del governo per affrontare il tema del caro bollette, in particolare quelle del gas e dell’elettricità. E’ il quarto che viene preso a partire dal giugno scorso e, come gli altri precedenti, non pare in grado di costruire soluzioni positive del problema, né tantomeno di evitare quello che si prospetta come un vero e proprio salasso per la gran parte delle famiglie italiane.

ARERA (l’Autorità nazionale di regolazione per l’energia, le reti e l’ambiente) stima che, pur tenendo conto degli intervento realizzati dal governo nel 2021, saremo di fronte ad un incremento del 131% del prezzo dell’energia elettrica e del 94% di quello del gas per il consumatore domestico tipo nel primo trimestre 2022 rispetto al primo trimestre 2021.

In questo scenario le ultime decisioni del governo, costruite con un mix di interventi tra riduzione di oneri di sistema, taglio dell’IVA, sostegno alle imprese e rafforzamento del bonus sociale per una spesa complessiva di poco più di 6 miliardi di €, non fanno altro che operare una parziale riduzione dei forti oneri che colpiranno famiglie e piccole imprese, con un po’ più di attenzione alle famiglie povere e disagiate, quelle che si attestano attorno ad un ISEE di 8000 €.
Forse non casualmente, nello stesso giorno in cui il governo annunciava quest’ultimo intervento, l’Amministratore delegato dell’ENI Descalzi  presentava il bilancio dell’azienda del 2021, che si chiude con un utile netto di 4,7 miliardi di €.  

L’intervento del governo discende da una visione da ‘capitalismo compassionevole’, per cui i profitti sono intoccabili, il meccanismo economico e i prezzi sono fissati dal mercato, l’intervento pubblico può correggere limitatamente quelle dinamiche, al massimo portando maggiormente sollievo ai poveri e agli indigenti. E che si nutre di una visione ottimista del mercato stesso, la famosa “mano invisibile” di Adam Smith, che genera progresso e equilibrio.

Quest’approccio, ideologico e ‘ingenuo’, favorisce anche il fatto di non voler vedere ciò che sta succedendo per quanto riguarda la mutata situazione del mercato dell’energia e che ormai presenta caratteristiche strutturali, non semplicemente un’eredità delle vicende economiche prodotte dalla pandemia. In realtà, al di là della vulgata per cui l’incremento dei prezzi del gas sarebbe sostanzialmente dovuto all’acuirsi delle tensioni geopolitiche, ai ricatti provenienti dalla Russia, aggravate dai rischi di guerra in Ucraina, non si tiene in sufficiente considerazione che il mercato del gas naturale sta subendo un cambiamento non di breve periodo legato alle scelte in materia energetica che sta compiendo la Cina.
La Cina, infatti, si sta impegnando per una forte limitazione del ricorso al carbone, spingendo maggiormente sull’utilizzo, appunto, del gas e delle fonti rinnovabili. Non a caso la Russia ha firmato ultimamente un contratto di 30 anni per la fornitura di gas alla Cina ed è previsto la costruzione di un nuovo gasdotto che collegherà l’Estremo Oriente russo con la Cina.

A quest’elemento di potenziale modifica strutturale della domanda e dell’offerta nel mercato del gas, si aggiunge il ruolo speculativo della finanza: mi riferisco qui al mercato dei diritti di emissione della CO2. Esso regola i cosiddetti “crediti di carbonio”(ETS), un meccanismo dell’Unione Europea per cui, se un’azienda inquina, ha diritto ad una certa quota di emissione di CO2, ma se la sfora, può sempre pagarne di ulteriori, comprate dalle aziende che, invece, ne hanno immesse di meno.
Come tutti i mercati di questa natura, esso si presta a scommesse e speculazioni, tant’è che, con la ripresa produttiva dopo la caduta del 2020, i prezzi di queste quote sono aumentati notevolmente e vengono scaricati sui consumatori: si stima, infatti, che, per quanto riguarda l’Italia, il rincaro delle bollette del gas derivi per l’80% dall’aumento del prezzo del gas, ma per un ben 20% dall’aumento dei prezzi dei permessi di emissione.

Insomma, lo sguardo di breve periodo, alimentato dall’idea della centralità del mercato, fa sì che, da una parte, si metta tra parentesi la necessità di mettere in campo da subito il processo di transizione energetica verso le fonti rinnovabili, le uniche che ci porterebbero ad una reale uscita dalla dipendenza dall’estero e dall’andamento dei mercati internazionali, e, dall’altra, non si costruiscano efficaci strumenti di tutela economica per le famiglie e le piccole imprese.

Come dice anche il presidente di Nomisma Energia Tabarelli, bisognerebbe “tornare alle tariffe amministrate, cioè stabilite dalla mano pubblica. Ma a Roma e a Bruxelles dicono che quella a cui stiamo assistendo è una normale manifestazione del libero mercato, e che si aggiusterà tutto automaticamente”.
Tariffe amministrate, fissate entro limiti certi dalla decisione politica, come si è iniziato a fare in Francia e Spagna, e recupero salariale dall’inflazione (ve la ricordate la scala mobile?) diventano nuovamente questioni fondamentali se si vuole evitare una nuova fase di impoverimento di gran parte della popolazione. Ma ciò mal si concilia, anzi è proprio l’opposto, della politica economica e sociale del governo, tutto teso a esaltare la crescita del PIL e a spingere sulle bontà salvifiche del mercato

La stella logica liberista che presiede alle scelte del PNRR e del disegno di legge delega sulla concorrenza. Quest’ultimo, il cui iter parlamentare è da poco iniziato al Senato e che il governo vorrebbe concludere entro l’estate, darebbe il colpo di grazia finale alla gestione pubblica dei servizi pubblici locali e completerebbe definitivamente i processi di privatizzazione che non si sono mai fermati da 30 anni in qua.
Con quello che si portano dietro tutte le privatizzazioni, e cioè incremento dei profitti, aumento delle tariffe, allontanamento dalle finalità sociali cui dovrebbero rispondere i servizi pubblici. Peraltro, questo processo riguarderebbe l’insieme dei servizi pubblici locali, compresi quelli sociali, quello idrico e della gestione dei rifiuti, di cui si parla meno in questi giorni, ma che sono anch’essi investiti, per esempio, da crescite tariffarie significative.

Il 5 marzo a Ferrara il convegno della Rete Giustizia Climatica

E’ in questo contesto che si colloca anche il convegno sulle politiche dei rifiuti “Ci siamo rotti i polmoni” che la Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara organizza per la mattina del 5 marzo. ( vedi sopra locandina).
Con quest’appuntamento si intende smontare i luoghi comuni e affrontare i nodi irrisolti della gestione dei rifiuti nella nostra città.
Infatti, a fronte del tanto sbandierato buon risultato della raccolta differenziata in città, che ha raggiunto l’87% sul totale dei rifiuti, frutto, in primo luogo, del comportamento virtuoso dei cittadini, abbiamo assistito all’approvazione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, decisa nella primavera scorsa con il pronunciamento dell’Ente regionale ARPAE e non osteggiata dall’ Amministrazione Comunale di Ferrara, che ha portato all’innalzamento dei rifiuti bruciati dall’inceneritore a Ferrara da 130.000 a 142.000 tonnellate.
Inoltre, le tariffe relative ai rifiuti sono cresciute di circa l’8%,
e ora, secondo quanto dichiarato dall’Amministrazione Comunale, si attestano per una famiglia media a circa 300 € l’anno, sopra la media regionale che è di circa 276 €.

Continua intanto l’assordante silenzio dell’Amministrazione Comunale rispetto alla possibilità di ripubblicizzare il servizio dei rifiuti, che Hera gestisce in proroga dalla fine del 2017, quando è scaduta la concessione, e che, invece, può essere affidato ad un’azienda pubblica, dopo aver svolto un apposito studio di fattibilità, seguendo la scelta compiuta dall’Amministrazione comunale di Forlì in questa direzione. Allo stesso modo, non si intende affrontare il tema di una progressiva fuoriuscita dall’incenerimento, che si può realizzare con scelte efficaci in tema di politiche dei rifiuti, a partire dalla riduzione della loro produzione.

Verificheremo, anche con quest’iniziativa e il contributo di ospiti importanti, la volontà di amministratori e esponenti politici regionali e comunali, che sono stati invitati a partecipare, di fuoriuscire dal pensiero unico della centralità del mercato e del profitto.
Sempre che la politica voglia misurarsi con le questioni poste da Associazioni, movimenti, società civile e non continui a rimanere chiusa nella sua torre d’avorio.

ALBERI E FORESTE AL BIVIO:
biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

 

La corsa alle biomasse forestali mette e rischio la biodiversità e la salute dei cittadini: non sono una fonte di energia rinnovabile e non devono ricevere incentivi pubblici. Alberi e foreste a un bivio: biomasse per pochi o benefici ecosistemici per tutti?

Convegno nazionale: Stop al taglio delle nostre foreste per produrre energia
Giovedì 22 aprile, dalle ore 14,00 alle 16,30 – Link Zoom al convegno[clicca Qui]

Roma – Green Impact e GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, le due organizzazioni italiane che aderiscono alla Forest Defenders Alliance – l’alleanza di oltre 100 ONG in 27 paesi – insieme a ISDE – Medici per l’Ambiente, Parents for Future e WWF Forlì – Cesena hanno organizzato un convegno nazionale contro l’utilizzo delle biomasse forestali per la produzione di energia elettrica, che si terrà giovedì 22 aprile in streaming su Zoom e sulle pagine Facebook delle associazioni organizzatrici. Al convegno aderiscono anche Greenpeace Italia, ProNatura Emilia Romagna, ProNatura Forlì, Centro Parchi Internazionale, SISM (Società Italiana Scienze della Montagna), SIRF (Società Italiana di Restauro Forestale), CISDAM (Centro Italiano Studi e Documentazione degli Abeti Mediterranei), GrIG (Gruppo d’Intervento Giuridico), Italia Nostra Toscana, Italia Nostra Abruzzo, OIB – Osservatorio Interdisciplinare sulla Bioeconomia e Simbiosi Magazine.

Le foreste sono già messe a rischio dagli incendi, dal disboscamento, dai cambiamenti climatici e dal sovra-sfruttamento. L’aumento dei tagli per sfamare la fame di legname delle centrali a biomasse forestali per la produzione di energia elettrica costituisce un’ulteriore minaccia per il nostro patrimonio forestale.
Un recente articolo pubblicato su “Nature” riporta un incremento del 49% della superficie forestale europea sottoposta a taglio e un incremento della perdita di biomassa del 69% in tutta Europa nel periodo 2016-2018 rispetto al quinquennio precedente. Il Wood Resource Balance (WRB) dell’Unione Europea (2018) mostra un incremento in Italia da 12 mila a 43 mila m3 tra il 2009 e il 2015, tra i primi cinque Stati dell’EU28. L’Italia è inoltre tra i maggiori importatori di “pellet”, per circa l’85% dei consumi, causando tagli boschivi e impatti sugli ecosistemi forestali anche fuori dal nostro Paese.
Questa tendenza è favorita dalle politiche, sia europee sia nazionali, di deduzioni fiscali e di incentivi che hanno incrementato l’uso delle biomasse legnose per riscaldamento e produzione energetica, promuovendolo come ecologico e rinnovabile nonostante le criticità in merito.

“L‘impiego delle biomasse legnose a scopo energetico è tutt’altro che neutrale rispetto alle emissioni di CO2 in atmosfera e contrasta con il perseguimento degli obiettivi di limitazione del riscaldamento globale”, dice Fabrizio Bulgarini di Green Impact. Le centrali a biomassa, nate per utilizzare i materiali di scarto, non possono in alcun modo ricevere gli alberi tagliati per essere ridotti in “pellet” e bruciati come biocombustibile.
Una posizione ribadita dalla scienza: a febbraio oltre 500 scienziati, anche italiani, hanno inviato una lettera a cinque leader politici mondiali (la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen; il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael; il Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden; il Primo Ministro del Giappone, Yoshihide Suga e il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in) per chiedere di arrestare l’utilizzo di biomassa legnosa di origine forestale per produrre energia su grande scala.

Le problematiche poste dalla produzione e dalla combustione delle biomasse forestali sono numerose:

  • la combustione di legno produce CO2 e compromette la capacità delle foreste di assorbirla.
  • La combustione di legno produce particolato: le polveri sottili PM 2,5 e PM 10.
  • I boschi italiani stanno aumentando di superficie, ma rimangono di bassa qualità: hanno i bassi livelli di biodiversità e una bassa provvigione, ovvero pochi metri cubi di legname per ettero. La produzione di biomassa legnosa porta a una gestione forestale con tagli ravvicinati negli anni;
  • La richiesta di combustibile legnoso ha causato l’importazione di legname ottenuto con metodi impattanti quando non illegali da molti paesi del mondo.

“Gli alberi”, dice Giovanni Damiani del GUFI, “sono più preziosi come componente viva degli ecosistemi che tagliati e utilizzati come combustibile”. Le foreste forniscono infatti numerosi benefici ecosistemici: di supporto come la formazione del suolo, la fotosintesi, il riciclo dei nutrienti; di approvvigionamento (cibo, acqua, legno, fibre…); di regolazione come la stabilizzazione del clima, l’assesto idrogeologico, la barriera alla diffusione di malattie, il riciclo dei rifiuti, la purificazione dell’aria e la qualità e quantità dell’acqua nei bacini idrografici; benefici culturali con i valori estetici, ricreativi, culturali, scientifici e spirituali. La gestione delle foreste deve considerare e garantire tutte queste funzioni.

Contatti:
Valentina Venturi – GUFI – Gruppo Unitario per le Foreste Italiane – 340 3386920 | press@gufitalia.it
www.gufitalia.it

DIARIO IN PUBBLICO
A Firenze un incontro con Claudio Magris

Rovesci di pioggia mi accolgono all’arrivo a Firenze: grigio, nuvolo, umido, ma ‘l’odiosamata’, città del cuore, è lì a sbranarmi di ricordi. Rivedo quelle strade tante volte percorse e immediatamente scatta la trappola e mi soccorre Montale: “Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio./Il mio dura tuttora, né più mi occorrono/le coincidenze, le prenotazioni,/le trappole, gli scorni di chi crede/che la realtà sia quella che si vede”.
Prefiguro che l’incontro pomeridiano con Claudio Magris, in occasione del convegno a lui dedicato ‘Firenze per Claudio Magris‘ – promosso dal dipartimento di Formazione, Lingue, Intercultura, Letterature e Psicologia dell’Università di Firenze – verterà sul dato fondamentale della sua poetica cioè sulla constatazione che la realtà non sia quella che si vede, ma sia quella che le parole costruiscono.

E sotto la pioggia varco il portone del Rettorato all’angolo di piazza San Marco. Non mi volto a sinistra dove, da lontano, s’intravvede la nostra casa, ma mi lascio prendere dal tappeto di rose bianche che ora ricopre la piazza. E salgo lo scalone in attesa che aprano le porte dell’Aula magna tra i festosi ritrovamenti dei colleghi e l’arrivo di Lino Pertile dal suo buen retiro a Fiesole, che doverosamente viene omaggiato dal grande libro fotografico su Bassani. Giunge Dora Liscia, la nipote del grande scrittore ferrarese e collega per anni. Poi Enza Biagini, dolcissima amica, che presiederà la seduta del pomeriggio, e infine Ernestina Pellegrini, la massima studiosa di Magris responsabile del convegno. Sono naturalmente ansioso. Veloci scambi di vedute sull’aspetto fisico dei colleghi di un tempo e degli allievi ‘antiqui’ quindi entriamo nell’aula maestosa che mi ricorda altri tempi, altre situazioni tutto nella contemporaneità del ricordo.

All’arrivo di Magris sono chiamato a esporre succintamente ciò che poi potrò ampliare negli Atti del Convegno. Dichiarandomi totalmente d’accordo con l’interpretazione della Pellegrini ad assumere come elemento tematico da cui partire questa dichiarazione, che ritorna ossessivamente nell’opera di Magris e in tutta la produzione-saggistica, narrativa, teatrale, come “un’ininterrotta meditazione sulla vita e sulla storia”. In tal modo la sua si conforma come “arte di testimonianza”.

Commenta la Pellegrini nell’introduzione al primo volume del Meridiano da lei curato e dedicato all’opera di Magris: “A cosa rimanere fedeli? Ai propri demoni con tutte le laceranti contraddizioni che ciò implica o ai propri doveri verso la causa pubblica, in un ineludibile confronto col mondo e la necessità di mutarlo?”. Risuonano scanditi dalla enumerazione dei temi le domande che rivolgo al grande scrittore e che si confrontano con le mie versioni del fatto critico in esame. Così alla ‘triestinità’, uno dei capisaldi dell’indagine critica e letteraria di Magris, accosto ‘fiorentinità’ e ‘ferraresità’, due momenti della costruzione culturale che hanno determinato il mio iter di studioso quando ho cominciato a insegnare. E m’imbatto in questo lemma, ‘fiorentinità’, in cui il mito di una città – come Trieste per Magris – diventa la base complessa di un riferimento ormai classico a ciò che ha creato i fondamenti della novità novecentesca di un pensiero che si esprimeva anche nei luoghi frequentati dagli intellettuali che, come i Caffè di Trieste, il ‘Caffè degli Specchi’, o il ‘Garibaldi’, o il ‘Tergesteo’ , il ‘San Marco’ frequentato dallo stesso Magris, a Firenze si connotano come ‘Le giubbe rosse’, ‘Paszkowski’, ‘Gilli’, ‘Giacosa’, ‘Rivoire’, dove al seguito dei Maestri negli anni Settanta ci recavamo in devota peregrinazione, affollando, prima, la Libreria Seeber allora in via Tornabuoni. Ai giovanetti studiosi dava in visione i libri avidamente letti in due giorni; quelli poi che tenevamo, li potevamo pagare a rate mensili. Ma erano gli anni in cui Ferrara andava alla conquista della città del Giglio. Sulle cattedre di Letteratura italiana sedevano Lanfranco Caretti e il sardo ormai ferrarese Claudio Varese, poi, negli anni, Guido Fink, Carla Molinari, chi scrive queste note e altri giovani destinati a ricoprire importanti incarichi nell’accademia come Monica Farnetti.

Ferraresità a differenza di triestinità, significa poi nella storia del secolo breve la nascita della metafisica, la partecipazione degli agrari ferraresi alla marcia su Roma, i federali potentissimi tra cui il Maresciallo dell’aria Italo Balbo, il podestà ebreo Ravenna, protetto dallo stesso Balbo fino alla sua morte e la conseguente fuga in Svizzera, l’ eccidio del Castello e la testimonianza di Giorgio Bassani, affidata alle sue storie ferraresi e al romanzo di Ferrara, il ritorno alla ‘normalità’ ovvero a una tranquilla convivenza per settant’anni di una amministrazione sempre di sinistra che non infierisce sulla classe politica antecedente, ma la ingloba in una apparentemente pacifica convivenza. Ora, la famiglia Balbo ha donato gran parte del suo archivio all’Istituto di storia contemporanea di Ferrara; ma a seguito di questa iniziativa si è parlato dell’eventualità di intitolare una via o una piazza a Italo Balbo. E questo ha suscitato la mia reazione. Un conto è che la storia rimanga tale, un conto che un’eventuale reminiscenza di un’adesione a un tempo proibito diventi la suggestione per rimuovere umori che le cronache di questi giorni confermano. I giovani presenti applaudono convinti. Magris mi ringrazia.

Il problema, per me forse il più affascinante, riguarda Magris germanista che viene a coincidere con l’amico sconosciuto, ovvero una tra le persone che più di ogni altre hanno inciso nella mia formazione umana e culturale: Furio Jesi. Ho narrato molte volte il mio rapporto con questo straordinario personaggio, autodidatta, che a 16 anni s’imbarca su un peschereccio e sbarca ad Alessandria d’Egitto, dove traduce il libro dei morti e diventa l’allievo prediletto di Kerényi, il grande studioso delle religioni e amico di Thomas Mann. Le lettere che ci siamo scambiati per una vita raccontano il difficile rapporto tra Cesare Pavese e Thomas Mann e nello stesso tempo il concretizzarsi di un concetto, espresso da Jesi nel suo ‘Germania segreta’, tra mito, inconoscibile, e mitologema: cioè la raccontabilità del mito e quindi la conoscenza di ciò che in sé è impossibile conoscere. Qui rientra un altro ‘mito’ di cui ho fatto parte. Quello dei tre ‘pavesini’ Lino Pertile, Anco Marzio Mutterle, Gianni Venturi, a cui si aggiungerà Marziano Guglielminetti: coloro cioè che negli anni Settanta del secolo scorso scoprirono in Pavese un grande autore europeo che principalmente andava studiato nel suo rapporto con Thomas Mann. Due di questi erano presenti al convegno per Magris: Lino Pertile ed io.

C’è una lettera che Furio Jesi mi scrive nel 1968 che definisce quello che per lui è il prototipo dell’autentico germanista:

“[…]Le sono grato per l’interesse verso il mio lavoro. L’estate scorsa ho pubblicato dall’editore Silva un saggio intitolato ‘Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del ‘900’ (è il primo volume di una collezione che ora dirigo: ‘Miti e simboli della Germania moderna’. E qualche giorno fa è uscita da Einaudi una mia raccolta di saggi – compresi quelli pavesiani – : si intitola ‘Letteratura e mito’ […] Lei si occupa anche di germanistica? (dato l’interesse per Jung…) Mi permetto di chiederglielo perché sto cercando autori per la mia collezione presso Silva (e non vorrei dei germanisti troppo “filologi” o soltanto “filologi). Con molti cordiali saluti, suo Furio Jesi”.

Evidentemente il germanista Jesi che otterrà una cattedra in questa materia senza avere mai frequentato corsi di studio regolari propone un’idea dei germanisti – curiosamente implicando anche le mie conoscenze – “non troppo filologici”. Una esigenza che in qualche modo, a mio parere Magris ha compartecipato.

Un altro tema è posto all’attenzione dello scrittore: il mito asburgico. Ne racconto la mia esperienza personale. Nel 1962 vengo invitato ad Alpbach, sede estiva dell’Università austriaca a partecipare un convegno organizzato da Rosario Assunto e Paolo Volponi su ‘Industria e letteratura’. Il minuscolo paese aveva un solo luogo di ritrovo serale dove si poteva bere un bicchier di vino, ma i proprietari eredi della tradizione asburgica si rifiutavano di servire i discendenti degli antichi nemici italiani. E già avevo potuto vedere al di fuori delle toilettes della stazione di Monaco un cartello che recitava: “Locali proibiti ai lavoratori turchi e italiani”. Di fronte alla testarda protesta dei vinattieri austriaci intervenne un signore che fermamente li convinse a servire l’antico nemico! Divenimmo amici per la pelle. Il suo nome András Szöllösy. Scoprii che era un famoso musicista allievo di Béla Bartók e di Luigi Dallapiccola. Da allora almeno una o due volte all’anno mi recavo a Budapest dove eravamo ricevuti come fratelli da lui e da sua moglie Eva, famosa storica dell’arte nell’Accademia cinematografica ungherese. I luoghi erano ancora quelli lussuosi del mito asburgico, il Gellert, l’isola Margherita, il ristorante Hungaria: sotto le colonne dorate e berniniane di quel celeberrimo ritrovo mangiarono il pesce fogash Thomas Mann, Franz Kafka e i grandi scrittori ungheresi. Era l’immagine classica del mito asburgico rivisitata nel tempo del comunismo. Eppure il potente Szöllösy non poteva venire in Italia assieme alla moglie e alla fine, per potersi curare gli inviavo di nascosto le medicine. Un mito asburgico declassato, che sempre più dimostrava la sua falsa apparenza anche presso le sedi universitarie dove s’insegnava lingua e letteratura italiana: a Budapest o a Pesch.

Mi accorgo che la chiaccherata con Magris mi ha portato a rivisitare i miei miti. Ma questo è forse il privilegio di chi svolge questo prezioso e amatissimo (almeno da me) mestiere.

Ferrara: biblioteche alla riscossa

Il 16 di agosto, sotto “la luna” di un’estate rovente e insanguinata, entro nella splendida Biblioteca Bassani di Barco per ascoltare e partecipare alla tradizionale maratona di lettura, dedicata quest’anno al tema della pace e della nonviolenza. Mi aspettava una felice sorpresa. Sorpreso e felice di vedere in quanti avessero risposto all’appello: decine e decine di persone, conosciute e sconosciute, giovani e anziani. Mi è sembrato un piccolo segno di grande valenza: una specie di conferma che Ferrara può davvero aspirare al titolo di “Città d’arte e di Cultura”, una città della pace, dell’incontro, del dialogo.
Non solo libri: la biblioteca è una piazza
Al termine della maratona, un’altra gradita sorpresa. Angelo Andreotti, il nuovo dirigente del Servizio Biblioteche e Archivi, interviene per ringraziare i partecipanti, e per esprimere in pochi minuti alcuni concetti, in modo semplice e chiaro, senza enfasi, ma aprendo a uno scenario nuovo e promettente per la promozione della lettura (e della cultura) nella nostra città. Aspettavo queste parole da quasi 15 anni, tre lustri in cui le nostre biblioteche hanno conosciuto una progressiva eclissi, una marginalizzazione, una gestione improntata al risparmio e al basso profilo, fino ad arrivare alla recente e sconsolante calo dei fondi comunali destinati agli acquisti documentari e al conseguente crollo dei prestiti. Denunciavo più di un anno fa su Ferraraitalia questa preoccupante deriva (‘La nuova primavera delle biblioteche ferraresi’) augurandomi una svolta nella politica culturale cittadina.
Cosa ha detto Andreotti? Prima di tutto ha comunicato la sua “fede”, un calmo entusiasmo per l’importante incarico affidatogli e il suo impegno per il rilancio del Servizio di Pubblica Lettura a Ferrara. Poi ha spiegato un concetto elementare, che però in tanti anche nella nostra città non considerano o hanno dimenticato. E cioè che una biblioteca pubblica non è solo un luogo dove si va a prendere a prestito un libro, ma è prima di tutto una “piazza”, un luogo dove le persone si incontrano, si parlano, raccolgono e si scambiano informazioni. Per questa ragione le biblioteche pubbliche  – tante, diffuse in ogni quartiere e con una pluralità di servizi – rappresentano una pietra miliare per promuovere e animare una città civile, colta, accogliente.
Nuove biblioteche e nuovi bibliotecari
Molte cose stanno muovendosi, e rapidamente, tanto da incoraggiare l’idea che si possa davvero aprire una nuova primavera per le biblioteche ferraresi. Raccolgo le notizie dalla stampa locale, dal profilo Facebook del Vicesindaco e Assessore alla Cultura Massimo Maisto, dalle parole dei delegati e dei sindacalisti della Camera del Lavoro.
L’inaugurazione della Biblioteca di Casa Niccolini, dedicata ai bambini, ai ragazzi e alle famiglie, è ormai alle porte. Riempirà finalmente un “buco”, perché Ferrara (a differenza di Bologna, Reggio Emilia, Ravenna…) non disponeva ancora di un moderno spazio attrezzato e specializzato per servire questa fondamentale fascia di cittadini utenti. . Intanto, il progetto della “Nuova Rodari”, cioè di un grande spazio culturale polivalente per servire la popolosa Zona Sud di Ferrara, sta diventando realtà. Nell’area del finalmente abbattuto Palazzo degli Specchi i lavori di costruzione vanno avanti  e si parla di poter aprire la biblioteca con annessa sala polivalente già nel corso del 2019. Poter contare, oltre alla storica Ariostea, di una Biblioteca Ragazzi e di una “seconda Biblioteca Bassani” nella zona di via Bologna significa attuare un progetto di politica culturale di grande respiro. Manca ancora, credo, un importante tassello, ma di quello dirò più avanti.
Le biblioteche, le vecchie come le nuove, hanno però bisogno di due cose per funzionare. Di bibliotecari, ossia di personale specializzato e adeguatamente formato. E di carburante, cioè di un rifornimento costante di nuovi libri, documenti su supporto digitale, abbonamenti a banche dati… Anche su questo fronte la situazione che fino a un anno fa appariva perlomeno critica (un calo progressivo degli investimenti del Comune per l’acquisto documentario e la preoccupazione per la tenuta della pianta organica delle biblioteche a causa di alcuni pensionamenti) sembra registrare oggi una svolta. Anche a seguito delle precise richieste  del sindacato, l’Amministrazione Comunale ha comunicato di aver scelto la strada della gestione diretta del servizio di pubblica lettura e che quindi procederà a nuove assunzioni. Attraverso lo strumento della mobilità interna ed esterna, non solo verranno rimpiazzati i posti via via vacanti, ma verranno assunti nuovi bibliotecari per far fronte alla prossima apertura della Biblioteca Ragazzi di Casa Nicolini.
A questo importante impegno se ne aggiunge un altro altrettanto importante – lo ricavo sempre dalle dichiarazioni dell’assessore Maisto – e cioè l’impegno della Giunta a incrementare la somma da destinare annualmente agli acquisti per le biblioteche. Personalmente avevo avanzato una proposta: investire 1 euro per abitante, mettere cioè a bilancio una somma di circa 140.000 euro. Siamo ancora lontani da quell’obiettivo, ma la strada imboccata è quella giusta.
Lungo questo percorso, ci aspetta fra non molto un altro appuntamento decisivo. Per aprire, rifornire di documenti e gestire la nuova grande biblioteca pubblica in Zona Sud ci vorrà sicuramente altra benzina (fondi per gli acquisti ) e altri benzinai (nuovi bibliotecari, documentalisti, operatori culturali). Di questa seconda fase si dovrà però occupare il nuovo governo che i ferraresi si daranno con il prossimo voto di primavera. A leggere cosa combinano i sindaci leghisti in tutta Italia (assai noto l’episodio del siluramento della bibliotecaria di Todi), posso solo sperare che i miei concittadini non si affidino ad un “uomo di cultura” come Naomo Lodi.
Il tassello mancante
Intanto, già da ora, c’è molto da fare. La prossima apertura in città di due nuove e moderne biblioteche pubbliche e più in generale il rilancio del Servizio di Pubblica Lettura, porta con sé un grande lavoro ancora tutto da sviluppare. Faccio solo alcuni esempi  La necessità di dedicare più tempo e più attenzione alla formazione e all’aggiornamento professionale del personale impegnato nelle biblioteche, un maggiore impegno per coinvolgere nella vita quotidiana delle biblioteche le numerosissime realtà sociali e culturali presenti sul territorio, promuovere un rapporto più stretto – quotidiano direi –  tra biblioteche e scuole, dalle materne all’università.
Forse, è un’idea che lancio ad amministratori e funzionari, si potrebbe organizzare a Ferrara – magari in prossimità dell’apertura di Casa Nicolini – un grande Convegno-Seminario sul nuovi orizzonti delle biblioteche pubbliche nel terzo millennio, invitando docenti, bibliotecari e operatori italiani e stranieri. Abbiamo, infatti, tutti bisogno di ascoltare e confrontarci con idee nuove ed esperienze positive.
Al quadro generale manca, dicevo sopra, un tassello fondamentale. Dovete scusarmi se ritorno su un mio chiodo fisso: non avrebbe senso una “primavera delle biblioteche” se, come al solito, il quartiere dolente del Gad ne rimanesse escluso. Per “salvare” il GAD dal degrado, riportare legalità e sicurezza, tornare a un “quartiere giardino” dove i bambini possano giocare tranquilli nel parco del grattacielo, non serve o comunque non basta aumentare agenti, soldati o telecamere, né sono sufficienti i pur lodevoli appuntamenti al cinema di piazza Castellina. Occorre pensare e mettere in campo un piano straordinario, un grande progetto di rilancio economico, sociale e culturale di tutto il quartiere.
Da dove si comincia? Ad esempio da una biblioteca, come proponevo lo scorso ottobre: ‘Mettete dei libri nei vostri cannoni. Perché, come, dove e con chi fondare una biblioteca multietnica in Gad‘.  Paolo Marcolini, allora presidente di Arci Ferrara, si è fatto promotore di un appello che andava proprio in questa direzione, e un gruppo di volenterosi (bibliotecari e non) si è più volte incontrato per dar corpo a questa idea, accorgendosi però ben presto quanto aprire una grande biblioteca nel cuore del Gad  (magari proprio al piano terra del grattacielo) fosse un progetto delicato e complesso. Dunque una  strada tutta in salita – anche perché finora il Comune non ha dimostrato interesse a patrocinare l’idea – ma che non credo debba essere abbandonata.
Proprio qualche giorno fa, un amica ferrarese con casa al Gad ma che da molti anni lavora alla biblioteca di Cologno Monzese (MI) – e per chi conosce un po’ il settore sa bene che trattasi di una biblioteca di assoluta avanguardia – mi ha mandato sul cellulare una foto e un sms. Nella foto si vedono alcune vetrine chiuse di piazzetta Enrico Toti. Ecco il messaggino: “Passa a vedere lo spazio che magari ci viene il guizzo… Ho visto tutte quelle vetrine, il cartello vendesi, e me le sono sognate piene di libri. Si vuole dare una pennellata al quartiere? Ecco che passare e vedere dentro gente che legge sarebbe una piccola cosa sensata. Ci pensiamo un po’?”
In quanto ex bibliotecario, anzi, “bibliotecario forever” – perché è proprio vero che uno rimane bibliotecario tutta la vita – non potevo non rispondere a quell’invito/provocazione. Così sono andato a fare un giretto in piazzetta Toti e dintorni: di negozi chiusi, serrande abbassate, cartelli di vendesi e affittasi ce n’è da stancarsi. E ho pensato che l’idea della mia cara amica, minimale fin che si vuole, era tutt’altro che peregrina. Potrebbe essere invece un modo concreto per iniziare a riempire il “grande vuoto” del Gad. E per sollecitare il Comune ad assumere in proprio il progetto. Allora mi rivolgo ai tanti partigiani delle biblioteche che a Ferrara non mancano di certo. Vogliamo provarci? Io sono pronto a fare il mio turno di apertura.

L’APPUNTAMENTO
Al Salone del Restauro di Ferrara un convegno sul futuro dei musei

da organizzatori

Si terrà venerdì mattina nell’ambito del Salone del Restauro di Ferrara il convegno “Musei & Musei. Verso il sistema museale nazionale?”, organizzato da Anmli- Associazione Nazionale dei Musei di Enti Locali e Istituzionali, in collaborazione con TekneHub-Università di Ferrara e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Anna Maria Visser, Franco Marzatico, Paola Marini per web_0

Il convegno intende mettere a fuoco l’attuale situazione dei musei italiani, alla luce delle riforme del Ministro Franceschini, che hanno valorizzato i musei statali, conferendo l’autonomia a 20 musei di particolare rilievo e nominando i direttori responsabili in seguito a una selezione internazionale.
Sono stati creati per i restanti musei statali i Poli Museali Regionali, che coordinano il servizio pubblico di fruizione e di valorizzazione sul territorio, avendo la possibilità di creare il sistema museale nazionale, con accordi con gli altri enti e le organizzazioni non statali.
Durante il convegno si discuteranno in particolare i riflessi che può avere la riforma sui musei degli Enti Locali, che sono la maggioranza dei musei italiani. Come potrà essere organizzato il sistema museale nazionale? Quali sinergie si potranno attivare per il territorio? Quali benefici e quali criticità ci possono essere per i musei degli enti locali?
L’Anmli, con l’introduzione e il coordinamento di Anna Maria Montaldo, presidente dell’Associazione, ha chiamato a confronto rappresentanti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e rappresentanti del mondo delle Autonomie Locali, per concludere con la testimonianza di due dei direttori dei nuovi musei autonomi, passati dalla direzione di importanti istituti comunali a quella impegnativa di due musei statali autonomi.

Introduzione e presidenza Anna Maria Montaldo, Presidente ANMLI
Ne parlano:
Giuliano Volpe, Presidente Consiglio Superiore del MiBACT
Fabio Donato, Presidente Comitato tecnico Scientifico Musei del MiBACT
Ugo Soragni, Direttore generale Musei del MiBACT
Mario Scalini, direttore del Polo museale Emilia – Romagna
Anna Maria Visser, ANMLI, Comitato tecnico scientifico Belle Arti del MiBACT
Alessandro Zucchini, Direttore dell’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia- Romagna
Massimo Maisto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara
Franco Marzatico, ANMLI, Sovrintendente Beni Culturali della Provincia di Trento
Laura Carlini, Direttrice Istituzione Bologna Musei
Paola Marini, ANMLI, Direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia
Enrica Pagella, ANMLI, Direttrice dei Musei Reali di Torino

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“Musei & Musei. Verso il sistema museale nazionale?”, venerdì 8 aprile dalle 9.30 alle 13.30, Sala Belriguardo, Padiglione 4, presso il Salone del Restauro – Ferrara Fiere

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Il club dei Lucignoli”: l’adolescenza tradita dalla scuola. A colloquio con Francesco Dell’Oro

Scegliere il futuro: l’orientamento scolastico alla prova della modernità” è l’iniziativa organizzata da Promeco in collaborazione con il Comune di Argenta che si terrà l’11 settembre dalle 8.30 alle 13.00 nella Sala Polivalente. Ospite speciale, Francesco Dell’Oro, autore per la Feltrinelli di “La scuola di Lucignolo” e “Cercasi scuola disperatamente”, esperto di orientamento scolastico porterà il suo contributo: “Adolescenti, insegnanti e genitori: prove tecniche di comunicazione”. Un’occasione unica per approfittare dell’esperienza del professor Dell’Oro, per molti anni responsabile del Servizio di orientamento scolastico del Comune di Milano. Abbiamo quindi pensato di rivolgergli alcune domande.

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La copertina dell’ultimo libro di Francesco dell’Oro

La scuola italiana lascia per strada oltre il 17% dei suoi utenti, collocandosi agli ultimi posti tra i Paesi dell’Ocse. Se fosse una fabbrica avrebbe dovuto chiudere i battenti da quel po’. Sono tutti studenti Lucignolo o la realizzazione di una scuola a misura di tutti e di ciascuno nel nostro Paese è un’impresa disperatamente irrealizzabile?
E’ vero. Nella fascia d’età dai 18 ai 24 anni registriamo un dato preoccupante che ci colloca nei pressi del fanalino di coda dei 28 paesi europei e precisamente al 24° posto: circa 800.000 ragazze e ragazzi delle nuove generazioni non sono andati oltre la terza media. La scuola italiana riesce a valorizzare le eccellenze, la punta dell’iceberg, ma è in difficoltà con la parte che sta sotto. Quella maggioritaria. Con il rischio di non riuscire a cogliere le potenzialità dei nostri adolescenti, giudicandoli con categorie troppo scolastiche e iscrivendoli superficialmente al club dei ‘Lucignoli’. La nostra scuola è un laboratorio di ricerca o è più funzionale a un sistema di cattedre, di materie, di programmi e di ruoli?

Che senso ha oggi parlare di orientamento scolastico di fronte a dati come 2 milioni di neet, giovani che non lavorano, non studiano, non si informano, non leggono, non fanno sport, e abitano rassegnati a casa dei propri genitori. Per non parlare della disoccupazione giovanile ormai al 44,2%?
I dati recentissimi sull’occupazione giovanile, se confermati nei prossimi mesi come tendenza, dovrebbero offrire un quadro in miglioramento, ma non è certo il caso di abbassare la guardia. Gli insegnanti hanno un’enorme responsabilità e devono essere, insieme ai loro studenti e alle famiglie, i principali protagonisti in materia di orientamento scolastico. Non dimenticando che l’orientamento è parte integrante dell’attività scolastica. Non eliminabile. Competenze, sensibilità e un adeguato respiro pedagogico costituiscono i requisiti fondamentali di un formatore. Con l’orientamento non è in gioco una semplice scelta scolastica ma la qualità della vita futura dei nostri ragazzi.

Il nostro sistema formativo cattedra-centrico e scolastico-centrico fatica ad integrarsi con il territorio, così come il territorio fatica a dialogare con la scuola. Non credi che questo sia un tema centrale per la riforma dell’istruzione nel nostro Paese? Che non sia giunto ormai il tempo di superare nei fatti e nell’organizzazione degli studi la rigida separatezza tra saperi formali, informali e non formali? Di avviare seriamente politiche di apprendimento continuo, di life wide learning?

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Il professor Francesco Dell’Oro

Credo si debba costruire e implementare una struttura a rete che pur mantenendo la sua centralità all’interno della scuola e nel rispetto dei livelli di responsabilità dei suoi attori principali, si alimenti con il contributo delle agenzie esterne: unità produttive, enti locali, agenzie di formazione, ma anche associazioni culturali, laiche e religiose. Dobbiamo offrire agli attuali adolescenti responsabilità, capacità critica, l’etica del lavoro, competenze e una solida preparazione culturale. La vera garanzia per muoversi e vivere in una società complessa nella quale, come donne e uomini, dovranno assumere responsabilità personali, professionali e sociali.
Il villaggio globale delle informazioni e dei mercati è già una realtà. Ma sembra delinearsi un futuro incerto: il villaggio globale della solidarietà e dei valori è ancora lontano. Gli avvenimenti di questi ultimi mesi producono angoscia e turbamento in tutta Europa. Nel mondo. Purtroppo la nostra Europa è ancora piccola, fragile e alla faticosa ricerca di una propria identità.
A tutti coloro che si occupano di formazione si presenta un percorso molto impegnativo. Bisognerà modificare i propri comportamenti, superando un sistema scolastico imbrigliato in un sapere che non può essere trasmesso come cento anni fa. Paradossalmente senza dimenticare che spesso le soluzioni ci sono già state suggerite da coloro che ci hanno preceduto. Occorre recuperare una memoria pedagogica che forse abbiamo dimenticato.

In Italia ormai non si fa più da anni ricerca didattica, sui modi dell’apprendimento calati nella vita quotidiana delle classi, nel rumore d’aula. La nostra scuola sembra essersi accodata alle classifiche dei test dell’Ocse Pisa. Come se ne può uscire?
I test e i criteri di valutazione delle persone mi fanno venire l’orticaria. Facciamo pure una ricerca didattica purché non si concluda sempre o quasi con una banale affermazione dell’esistente. Con qualche ghirlanda per infiorare il tutto. Serve un profondo cambiamento: nelle materie, nel tempo scuola, nelle modalità di insegnamento, nel sistema di valutazione, negli spazi, negli orari. Partendo anche da cose apparentemente banali. Ad esempio, superando lo schema obsoleto della cattedra altare con i banchi dei fedeli devoti. Tutto ciò comporterà sofferenza e grandissime resistenze. Ma non possiamo fare oggi a scuola quello che abbiamo fatto ieri o l’altro ieri. Il rischio è quello di non riuscire a decontestualizzare l’esperienza. Dovremo essere meno autoreferenziali e più capaci di immaginare il futuro dei nostri figli.

“Adolescenti, insegnanti e genitori: prove tecniche di comunicazione” è il contributo che l’11 settembre porterai alla Sala Polivalente di Argenta nell’ambito dell’iniziativa promossa dal Comune di Argenta e da Promeco. Perché “prove tecniche di comunicazione”?
Tutti noi, genitori e insegnanti, siamo un po’ in difficoltà. E, spesso, ci muoviamo quasi come apprendisti stregoni. Comunicare con il pianeta degli adolescenti non è facile. E’ una terra troppo inesplorata. Eppure quando riusciamo a trovare i codici d’ingresso (linguaggi, sensibilità, relazioni e tempi…) rimaniamo sbalorditi. La scuola richiede impegno e fatica. Condizioni che possono essere realizzate solo in presenza di passione, interesse e tanta, tanta, tanta curiosità.
La conferenza che terrò ad Argenta potrebbe essere un’occasione per affrontare questi temi, con simpatia e, per quanto possibile, con leggerezza. Con una particolare attenzione: la mia lettura sulla scuola sarà parziale. Dalla parte degli adolescenti. Come genitori e come insegnanti possiamo anche non condividerla, ma credo sia un errore non considerarla. E’, comunque, quanto ho potuto osservare in 46 anni di attività professionale. Le scuse, quindi, sono anticipate.

Per visitare il sito di Francesco dell’Oro clicca qui.

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IMMAGINARIO
Del Golem e di altri demoni.
La foto di oggi…

Oggi e domani a Ferrara e il 2 a Ravenna, si tiene il convegno internazionale promosso dalla Fondazione Meis su “L’eredità di Salomone. La magia ebraica in Italia e nel Mediterraneo”.

Da secoli, nonostante i divieti e i silenzi della Torah, la credenza in un complesso microcosmo di entità ultraterrene e demoni dai poteri eccezionali (il più celebre dei quali è il Golem), in un articolato sistema di rituali e amuleti, è parte integrante della cultura ebraica, che li piega a obiettivi molto quotidiani e umani: proteggersi dalle forze soprannaturali o aizzarle contro il nemico, cambiare il corso degli eventi, manipolare il prossimo, ottenere la guarigione.

Attraverso i contributi di alcuni tra i maggiori esperti internazionali in materia, l’appuntamento curato dai docenti dell’Alma Mater Mauro Perani e Saverio Campanini, insieme a Emma Abate dell’École Pratique des Hautes Études di Parigi, punta ad approfondire la distinzione tra ebraismo e pratica magica, a precisare la liceità della stregoneria – considerata l’ambiguità, al riguardo, della Torah e della letteratura rabbinica, che associa i sortilegi (ma non indica esattamente quali) ai peccati punibili con la pena di morte –, a sondare quanto l’attuale rinascita di interesse per l’esoterismo discenda dalla crisi delle religioni tradizionali.

Il programma del congresso è disponibile sul sito www.meisweb.it.

OGGI – IMMAGINARIO STORIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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Protezione di una partoriente e un infante contro Lilith.
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Il Golem.
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LA RIFLESSIONE
Cospirazione contro le donne e danni del sessismo: associazioni ferraresi a confronto

Doveva essere un convegno sul ruolo dell’associazionismo femminile, quello organizzato dalla sezione di Ferrara di Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni affari) al Salone d’onore di Palazzo Roverella*, un incontro per conoscere e far conoscere le varie anime delle associazioni femminili e femministe che operano sul territorio ferrarese, ma è stato molto di più. Il convegno è diventato infatti anche un’occasione per riprendere il filo della memoria e comprendere in modo più approfondito quale sia stato e continui a essere il ruolo delle donne nella società italiana e, dimensione ormai imprescindibile, nel mondo globalizzato.
Un ruolo spesso sottovalutato – più o meno coscientemente – se, come affermato da Christine Lagarde, una delle donne più potenti del mondo, “C’è una cospirazione contro le donne”: la signora del Fondo monetario internazionale non ha usato mezzi termini e poco più di un mese fa sul suo blog ha scritto che “In troppi Paesi le restrizioni legali cospirano contro le donne per impedirci di essere economicamente attive. In un mondo che ha tanto bisogno di crescita, le donne possono dare un contributo, se solo hanno di fronte a sé delle pari opportunità, invece di una insidiosa congiura”. Lagarde ha fatto riferimento a una ricerca del Fmi sui danni economici del sessismo secondo la quale in più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne: 5% di Pil in meno negli Stati uniti, 9% in Giappone, mentre in Italia il 15% della ricchezza potenzialmente realizzabile se ne va a causa delle discriminazioni contro le italiane.
Al di là di queste pur importanti riflessioni di carattere economico, tutte noi, in particolare le più giovani, abbiamo bisogno di una maggiore consapevolezza a proposito del lungo cammino dell’associazionismo femminile e del ruolo giocato da tante figure femminili in momenti cruciali della storia d’Italia, fin da prima dell’Unità.
È nei salotti delle case di donne illustri dell’aristocrazia e della borghesia che i patrioti si incontravano e discutevano dando vita a nuove idee rivoluzionarie: il salotto di Clara Maffei in via dei Tre Monasteri a Milano era frequentato da Massimo d’Azeglio e dal pittore Francesco Hayez. Mentre la casa di Sara Nathan, a Londra e poi a Lugano, era diventata il centro di incontro degli esuli politici italiani, da Mazzini a Saffi a Cattaneo. Poi ci sono coloro che già a fine Ottocento si sono spese in prima persona per il raggiungimento dei diritti civili e politici delle donne: la socialista Anna Kulishoff, assieme alla sindacalista Maria Goia, ha avuto parte attiva nella lotta per l’estensione del voto alle donne tanto che, col suo sostegno, nel 1911 è nato il Comitato socialista per il suffragio femminile. Tanto intransigente sulla parità fra uomini e donne, da farne il suo credo politico, è stata Anna Maria Mozzoni: l’emancipazione femminile per lei era un obiettivo politico autonomo, pur intuendo tutti i legami fra emancipazione della donna e questione sociale, non ha mai accettato di subordinare il suo raggiungimento a un altro obiettivo. La sua speranza era che il Risorgimento politico diventasse anche un risorgimento femminile; convinta repubblicana, non ha esitato a rimproverare a Mazzini e ai suoi seguaci l’idea conservatrice che il posto della donna stesse soltanto nella famiglia e ne “La donna e i suoi rapporti sociali” (1864) ha scritto: “non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Le son queste vacue declamazioni come mille altre di simil genere! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai pesi e ai doveri; di questi all’infuori, ella non esiste in nessun luogo”.
Dopo la lunga parentesi del Regime le donne tornano protagoniste durante la Resistenza. Le donne partigiane combattenti sono state 35 mila: 4.653 di loro sono state arrestate e torturate, oltre 2.750 deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 sono cadute in combattimento. Un’altra forma della Resistenza al femminile sono stati i Gruppi di difesa della donna, nati nel 1943 grazie all’impegno di Lina Fibbi (Partito comunista), Pina Palumbo (Partito socialista), Ada Gobetti (Partito d’Azione) e composti da 70.000 donne: organizzano scioperi contro i nazifascisti; creano una rete di assistenza solidale alle famiglie dei deportati, incarcerati e dei caduti; propagandano la resistenza sia pubblicando giornali sia contribuendovi attivamente nella vita quotidiana come nelle fabbriche, per il sabotaggio della produzione di guerra, nelle scuole.
Il diritto al voto nel 1946 non è stato un riconoscimento formale, ce lo siamo conquistato. Nonostante questo, su 526 membri, sono state solo 21 le donne elette all’Assemblea costituente.
Dopo le battaglie per l’emancipazione sono venute quelle per l’autodeterminazione: dal referendum sul divorzio del 1974 alla legge 194 del 1978 sul “diritto alla procreazione cosciente e responsabile”. Tutte conquiste ereditate ma non ereditarie, come è stato giustamente sottolineato sabato mattina e come hanno dimostrato, per esempio, gli interventi del convegno svolto dall’Udi – Gruppo salute donna nel marzo scorso alla Biblioteca Ariostea “Una battaglia per la dignità e la salute della donna. Applicazione e verifica della Legge 194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza” [vedi].
Questa è la storia che abbiamo dietro le spalle, queste sono le radici su cui siamo cresciute e di cui dobbiamo andare fiere. Forse dovremmo fare tutte come la giovane attrice Emma Watson e definirci orgogliosamente femministe: se non ora quando?

* Convegno nazionale “Il ruolo dell’associazionismo femminile in una società in continua e rapida evoluzione”, sono intervenute Maria Chiara Annunziata, vice presidente nazionale del Centro italiano femminile; Maria Grazia Avezzù, già presidente Fidapa distretto Nord Est e ora presidente della Commissione pari opportunità della Provincia di Rovigo; Fiorenza Bignozzi, presidente dell’associazione nazionale Donne elettrici Ferrara; Paola Castagnotto, presidente del Centro territoriale Donna Giustizia Ferrara; Daniela Fratti, delegata Soroptimist international Ferrara; Liviana Zagagnoni, responsabile territoriale di Unione donne in Italia Ferrara; e Marcella Pacchioli, presidente dell’associazione Attiva Ferrara.

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L’EVENTO
Capire gli adolescenti, una giornata di studio promossa da Promeco

Domani a Giurisprudenza, dalle 8,45 alle 17, “Tutti gli adolescenti vanno a scuola”, a cura di Promeco.

“L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose” scriveva Italo Calvino. È senz’altro quello che ci succede quando guardiamo ai nostri ragazzi, gli adolescenti, specie quelli che sono sempre in lotta con il loro tempo e con la loro esistenza. Possiamo proprio dire che ci accorgiamo di loro come figura, ma poi ci sfugge tutto l’altro che significano. È inutile, non sappiamo vederli, e così sovente ce la caviamo dicendo che hanno problemi, problemi di adattamento. È davvero strano che i problemi ce li abbiano sempre loro, e mai noi adulti, genitori, insegnanti. E allora cercare di cambiare il punto di vista, cercare di andare a fondo, scoprire ‘cosa significano’, che è certo faticoso, non privo del rischio di conflitti, è una responsabilità tutta nostra, bisogna apprendere a farlo, con pazienza.
Da diversi anni, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado del nostro territorio si realizza con successo un progetto che non a caso si chiama “Punto di vista”. È condotto dagli operatori di Promeco, un servizio pubblico del Comune di Ferrara, convenzionato con l’Azienda Usl, che dal 1992 supporta scuole, insegnanti e genitori nella loro funzione educativa. Il servizio svolge soprattutto interventi di prevenzione del disagio adolescenziale, legato all’uso e abuso di sostanze, alle difficoltà relazionali, alle prevaricazioni, bullismo e cyberbullismo, che si manifestano all’interno delle realtà scolastiche.
Sebbene siano quasi trentacinquemila i nostri ragazzi che dalla primaria alla secondaria di secondo grado frequentano gli istituti scolastici statali e paritari tra città e provincia, la nostra è una terra pigra a parlare di scuola. A occuparsi seriamente della scuola dei propri figli. Per cui può accadere che esperienze uniche e preziose come quelle realizzate in quasi venticinque anni di attività da Promeco nelle nostre scuole passino inosservate a quanti non siano addetti ai lavori, esperienze accumulate sul campo, costruite giorno dopo giorno nel rumore d’aula, a contatto con i ragazzi, gli insegnanti e i genitori,
L’occasione di richiamare l’attenzione dei nostri lettori sul debito di riconoscenza che come genitori, educatori, insegnanti abbiamo nei confronti di Promeco, dei suoi operatori e dei suoi numerosi progetti messi al servizio della comunità, delle nostre scuole e dei nostri ragazzi, ci è offerta dalla giornata di studio che Promeco terrà domani 18 marzo presso la facoltà di Giurisprudenza, intitolata “Tutti gli adolescenti vanno a scuola”.

Promeco prende avvio nel 1991 attraverso i finanziamenti messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per la lotta alla droga e negli anni ha sviluppato e sempre più qualificato la sua presenza nelle scuole attraverso protocolli con gli Enti locali, la Prefettura, l’Ufficio scolastico provinciale fino a lavorare in sintonia con l’Università di Ferrara e di Bologna, consolidando la sua struttura anche in termini di ricerca e innovazione. Ciò ha consentito agli operatori di Promeco di realizzare nelle nostre scuole in modo continuativo interventi di prevenzione, di formazione di operatori e di insegnanti, di sostegno e di counselling ai ragazzi e alle famiglie.
Si tratta di un patrimonio di conoscenze e di esperienze al servizio dei bisogni della adolescenza e della formazione dei nostri giovani, che ci pongono di fronte a problematiche sempre più complesse, quelle che trovano soprattutto noi adulti, genitori e insegnanti spesso disorientati, impreparati ad affrontarle.
In particolare è dal 2008 che Promeco realizza nelle scuole il progetto “Punto di Vista. L’operatore a scuola”. L’operatore a scuola si integra nella vita della classe, costituisce una presenza competente per affrontare positivamente i momenti di crisi che in comunità complesse come sono le scuole richiedono attenzione, cura, delicatezza, rispetto, ma anche competenza nell’affrontarli, nel rispondere alle sfide, alle richieste di attenzione che i giovani rivolgono agli adulti, a volte in modo goffo, poco comprensibile, altre volte con comportamenti provocatori. “Punto di vista” in questi anni ha costituito una risorsa, del tutto originale a livello nazionale, che nella sua articolazione, si è dimostrata efficace nel rispondere ai bisogni di una adolescenza sempre più difficile e complessa, superando i tradizionali interventi specialistici e spesso frammentari, poco efficaci e deresponsabilizzanti.
La giornata di studio di domani è, dunque, un appuntamento importante per la città e per la responsabilità che portiamo nei confronti delle nostre ragazze dei nostri ragazzi, soprattutto perché non capita tutti i giorni che ci si fermi a riflettere su loro, sulla loro crescita, sulla loro scuola. Per Promeco non sarà solo l’occasione per compiere un bilancio dei tanti anni di attività promossa nelle scuole, ma per ricordare a tutti noi di non perdere di vista le nostre scuole e i nostri giovani, il terreno dell’istruzione, dell’educazione, della formazione richiedono che la nostra riflessione si focalizzi sulla loro centralità in ambito preventivo, saldando gli interessi degli insegnanti, delle famiglie e degli operatori del territorio per individuare, affrontare e cercare di risolvere i problemi che ragazze e ragazzi sempre più manifestano.
Nel corso della giornata i ricercatori dell’Università di Bologna presenteranno lo studio di valutazione condotto sulle esperienze realizzate negli ultimi tre anni, mettendolo a disposizione degli esperti e dei decisori politici. Un modo per condividere in ambito pubblico i risultati dell’indagine, di definire concretamente la qualità del progetto e i possibili sviluppi futuri.
Aprirà i lavori l’intervento del sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, ma sono stati chiamati a portare il lor contributo il professor Luigi Guerra, Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, il dottor Stefano Versari, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, l’assessore regionale Patrizio Bianchi, per concludere con l’intervento di Massimo Recalcati dal titolo “Si può apprendere e desiderare. Riflessioni sulla bellezza e sulla crisi della scuola’.
Un programma quello della giornata di studio di domani per ricordarci che tutti gli adolescenti, o quasi, vanno a scuola, non solo per apprendere informazioni e competenze, ma per essere se stessi, per riconquistare la singolare bellezza di crescere e di riuscirci.

“Tutti gli adolescenti vanno a scuola. La prevenzione nei processi formativi: un progetto possibile”
Mercoledì 18 marzo 2015, ore 8.45 – 17
Dipartimento di Giurisprudenza
C.so Ercole I D’Este 37 – Ferrara

Il programma completo [leggi]

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IL FATTO
Parigi ascolta
le voci di dentro
e s’innamora di Ferrara

PARIGI – Sfidando bronchiti, altolà minacciosi dei medici, m’ingozzo di antibiotici e parto. Nuvole e sole, pioggia e neve s’alternano repentini e mentre ti ripari sotto un ombrello al Pont Neuf, nei giardini del Vert-Gallant, vedi in lontananza la Tour Eiffel illuminata dal sole. Il cuore si conforta riscaldato dalla bellezza ma trema e s’intristisce allorché ti rechi al quartiere ebraico a vedere la nuova, favolosa, sistemazione del Musée Picasso e sei accolto da ragazzi col mitra che gentilmente ti spiegano che devi lasciare il taxi e percorrere la strada a piedi. Così dopo le rituali quasi due ore di coda sei accolto da altri gentili soldati che ti fanno aprire borse e zaini circondati da bimbetti curiosissimi che con la loro matite s’apprestano a rifare Picasso. Anche tra le folle disumane al Musée du Luxembourg discrete presenze osservano caute perché hai la bocca aperta e non ti stacchi dal quadro di Monet titolato “La Poste des douaniers” (La casa dei doganieri).
Per forza! Se nel frattempo mentalmente ti ripeti: “Tu non ricordi la casa dei doganieri,/ sul rialzo a strapiombo sulla scogliera / desolata t’attende dalla sera/in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri/ e vi sostò irrequieto.” I meravigliosi versi del Montale fanno riflettere sulla convergenza tra pittura e poesia e sulla presenza contemporanea di bellezza e verità offerti dai disguidi del possibile. E sulla verità che l’arte, comunque essa si esprima: poesia, musica, pittura scultura, fa risplendere e pulire la mente e il cuore dalle scorie del quotidiano e delle sue inevitabili piccolezze. Anzi, li eleva a modelli.

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La locandina del convegno ‘Testi e intertesti per il romanzo di Ferrara’

Eccomi pronto a parlare di Bassani: a raccontare e ascoltare Ferrara presentata ai giovani che affollano la grande aula della Maison de Recherche de Paris Sorbonne, in occasione della giornata di studi intitolata “Giorgio Bassani. Testi e intertesti per il romanzo di Ferrara”. L’impeccabile organizzazione curata da Davide Luglio e dalla mia cara amica, studiosa first class di Bassani, Anna Dolfi, permette d’instaurare un clima di attenta compartecipazione e di entrare senza apparente sforzo – che è la vera arma segreta degli studi quando si compiono avendo chiarito prima a se stessi poi agli altri il senso della ricerca – nel mondo di Bassani, in quella Ferrara che ritorna sempre e senza altri rivali come mito e come presente, come la città che ti ha formato e come modello per il futuro giocato su un presente che accetta e rifiuta, secondo un’imprescindibile imperativo etico, ciò che solo la scrittura e quella scrittura può esprimere. Bassani e una città ovvero LA CITTA’.
Cadono i pregiudizi e le allusioni ironiche su “Ferara” e questa città s’accampa nell’immaginario letterario con la stessa necessità che ha avuto Parigi per Zola o Balzac. La cronaca che affiora nelle relazioni, tutte di altissimo livello, lentamente con tenacia e pazienza, diventa storia e sbozzola la F. puntata degli scritti giovanili fino ad accamparsi, nel titolo, come “il” romanzo di Ferrara”.
Ad ascoltare questo percorso, a testimoniarlo con la loro presenza, la figlia di Bassani, Paola, accompagnata a sua volta dalla figlia Camille; David Liscia, figlio di Jenny Bassani sorella dello scrittore, con la moglie Igina e con la figlia Jael e marito e col figlio Gadiel, giovane medico, ora a Parigi. E, naturalmente, Portia Prebys che ci ha commossi per il dono generoso alla città di Ferrara confluito nel Centro studi bassaniani di cui ci ha illustrato le finalità e lo scopo sorretto da un atto d’amore non solo per il compagno ma per la città stessa.

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Il dépliant del convegno alla Maison de Recherche de Paris Sorbonne

Uscire in questo modo da “dentro le mura”, confrontarsi e partecipare ai giovani italianisti di Parigi la parola bassaniana è stato un conforto per l’intelligenza e per il cuore. Un momento di speranza. E mentre sullo schermo mostravo l’ultima diapositiva con la tomba di Giorgio Bassani nell’ “orto degli ebrei” ferraresi qualcuno mi allunga un biglietto: avevamo il nuovo Presidente della Repubblica Italiana. Così gli applausi per la Ferrara bassaniana aumentano e si mescolano con quelli che annunciano la ritrovata fiducia in un paese che forse sta imboccando la strada giusta. Come si è conclusa la festa per e di Bassani? Con una cena nell’ospitale casa di Anna Dolfi fra amici che si erano raccolti con lo stesso spirito con cui ci si può incontrare per gustare vini finissimi che accompagnano e rendono più vivace il lusso della mente.
Nel nome di Ferrara e del suo scrittore.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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Redazione

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